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	<title>Arezzo Polis &#187; welfare</title>
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	<description>Cultura politica, dibattito pubblico.</description>
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		<title>Disonora il padre? La ricetta di Brunetta per i giovani “bambaccioni”</title>
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		<pubDate>Wed, 03 Feb 2010 22:46:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mugnai</dc:creator>
				<category><![CDATA[Costume e società]]></category>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.arezzopolitica.it/2010/02/04/disonora-il-padre-la-ricetta-di-brunetta-per-i-giovani-%e2%80%9cbambaccioni%e2%80%9d/"><img align="left" hspace="5" width="150" height="150" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/02/brunetta_foto-150x150.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="brunetta_foto" title="" /></a>di Giorgio Frabetti e Federico Mugnai  &#8221;Tutti fuori casa a 18 anni per legge&#8221;: un vespaio di polemiche e reazioni hanno suscitato le recenti parole del Ministro della Funzione Pubblica. Da ormai un lustro, finita la moda mediatica che dipingeva il ventenne e il trentenne come &#8220;giovane leone&#8221; (sulla scia di certo yuppismo anni &#8216;80, poi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-3330" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/02/brunetta_foto-300x229.jpg" alt="brunetta_foto" width="300" height="229" />di <strong>Giorgio Frabetti e Federico Mugnai </strong> &#8221;Tutti fuori casa a 18 anni per legge&#8221;: un vespaio di polemiche e reazioni hanno suscitato le recenti parole del Ministro della Funzione Pubblica. Da ormai un lustro, finita la moda mediatica che dipingeva il ventenne e il trentenne come &#8220;giovane leone&#8221; (sulla scia di certo yuppismo anni &#8216;80, poi proseguito negli anni &#8216;90 sull&#8217;onda dell&#8217;ottimismo indotto dalla globalizzazione e dalla fine della &#8220;guerra fredda&#8221;), è invalsa la tendenza a rappresentare il giovane nel clichè del &#8220;sacrificato&#8221; (il S. Precario, il &#8220;bambaccione&#8221; …). Cosa dire di questo stato di cose? Anzitutto, dobbiamo avvertire che sull&#8217;argomento esiste una certa circolarità nei &#8216;clichè&#8217; sociologici, che obbliga a fare la &#8220;tara&#8221; da facili moralismi: ad esempio, di &#8216;precariato&#8217; e di &#8216;disoccupazione giovanile&#8217; si parlava già negli anni &#8216;70 (vedi il convegno del PCI sui giovani del 1977); se poi vogliamo andare più indietro, possiamo risalire ai primi del secolo, quando Francesco Saverio Nitti (grande meridionalista e poi Presidente del Consiglio nel cd &#8220;biennio rosso&#8221; 1919-20) denunciava la disoccupazione intellettuale, dovuta al numero a suo dire crescente di laureati che non trovava sbocchi occupazionali. In effetti, tutt&#8217;ora il tema dei &#8220;bambaccioni&#8221; è ancora associato largamente alla &#8220;disoccupazione intellettuale&#8221;: spesso, infatti, nei servizi televisivi e giornalistici (vedi da ultimo &#8220;Presa diretta&#8221; di Jacona su Rai3), i precari sono indicati più negli insegnanti-supplenti, nei ricercatori a contratto, negli addetti ai call center, nelle Partite IVA intellettuali ed artigiane (attuale versione del &#8220;lavoro a domicilio&#8221;), piuttosto che negli Operai di fabbrica classici, perché privi ammortizzatori sociali tradizionali (dovrebbero, però, far riflettere le condizioni inumane dei precari dell&#8217;industria che, oltre a non avere contratti a tempo indeterminato, si trovano a lavorare senza alcuna garanzia e condizione di sicurezza!). I veri problemi che i riferimenti ai &#8220;bambaccioni&#8221;/&#8221;precari&#8221; sollevano per l&#8217;attualità politica sono, però, altri: innanzitutto, il problema del razionamento della Spesa Sociale/Previdenziale di cui i giovani sono le principali vittime; in secondo luogo, la questione pone un enorme problema di &#8220;cittadinanza attiva&#8221; degli Italiani e delle nuove generazioni, in particolare. Per quanto concerne, il primo punto, c&#8217;è poco da dire: i giovani che oggi trovano conveniente vivere con mamma e papà, piuttosto che affrontare, con i propri redditi, una vita autonoma, sono vittime del classico fenomeno, tipico del Welfare State, che viene denominato &#8220;trappola della povertà&#8221;; tale per cui il lavoratore assistito, tende a preferire la certezza del sussidio (in Italia, il mantenimento delle famiglie), piuttosto che il rischio di trovare un reddito con propria occupazione. Dietro questo fenomeno, in realtà, stanno varie cause e sarebbe un errore dare la colpa solo ad uno di questi fattori (le famiglie, i Sindacati, lo Stato …) piuttosto che ad un altro. Anzitutto, in Italia, non è mai morta la tradizione secondo cui la prima previdenza viene dalla famiglia: da un certo punto di vista, quindi, diventa naturale che, specie nelle fasi di crisi e di disoccupazione, la famiglia diventi un &#8220;bene rifugio&#8221; per i giovani. In secondo luogo, non possiamo dimenticare la tendenza (tutta italiana, ma non solo) a dichiarare redditi bassi e a dichiarare stati di disoccupazione, per le relative facilitazioni a trovare almeno &#8220;lavori di ripiego&#8221;, lavori saltuari (per lo più &#8220;in nero&#8221;), che, se non risolvono l&#8217;economia complessiva, diventano comunque utili in vista di particolari spese (il viaggio all&#8217;estero di Natale, ovvero la cucina da rinnovare etc.). Per questo complesso di motivi, noi andremmo cauti ad esprimere sui giovani &#8220;bambaccioni&#8221; i giudizi &#8220;spregiativi&#8221; di Padoa-Schioppa nell&#8217;ottobre 2007, tesi a dipingere i giovani che non uscivano di casa come assolutamente incapaci di assumersi responsabilità (avversi tout court al rischio del mercato del lavoro). Sarebbe, quindi, riduttivo circoscrivere il mondo dei &#8220;bambaccioni&#8221; ai giovani che non aspettano altro che la &#8216;paghetta&#8217; dei genitori per fare le vacanze a Sharm-el-Sheik! Nel loro piccolo, invece, la maggior parte dei &#8220;bambaccioni&#8221; è composta da giovani che si danno anche da fare e che (a loro modo) si industriano anche. Il problema vero, quando si parla di giovani (almeno in Italia), è passare dalla dimensione individuale dei problemi a quella generale; perché è evidentissimamente qui, che il problema-giovani si presenta nella sua gravità: solo a livello politico, si può, cioè, gestire lo scandalo e la vergogna di un sistema previdenziale che, per pagare le pensioni, deve attingere alla riserva della Gestione Separata degli autonomi e dei cococo (la Previdenza dei giovani lavoratori emergenti, per di più, insufficiente per la crisi!) per far fronte al boom di pensioni di anzianità che si è profilato con la crisi (vedi lavoce. Info); macabro lato &#8220;vampiresco&#8221; del Welfare italiano, che, alla pari del Conte Ugolino, costringe i Padri a succhiare le risorse prodotte dal lavoro dei figli! Molto giustamente e con grande puntualità, quindi, il Ministro Brunetta ha puntato l&#8217;attenzione sulle pensioni di anzianità: &#8220;si deve agire sulle pensioni … che partono dai 55 anni di età. Facendo in questo modo si potrebbero trovare risorse che consentirebbero di dare ai giovani non 200 ma 500 euro al mese&#8221; (successivamente il Ministro ha precisato trattarsi non di assegni una tantum, ma di &#8220;borse di Studio&#8221; etc.). Brunetta appunta, quindi, gran parte delle responsabilità al fatto che il nostro Welfare è troppo sbilanciato nel tutelare i diritti dei &#8220;padri&#8221; a discapito dei &#8220;figli&#8221;, spesso lasciati soli senza garanzie e chiare prospettive per il futuro: la colpa di questo stato di cose, quindi, secondo il Ministro, &#8220;non è dei giovani, ma dell&#8217;egoismo e della miopia dei genitori, che sono iper-protetti dal Welfare e lasciano pochissimo spazio di lavoro e garanzie ai giovani, e in cambio se li tengono in casa&#8221;. Una buona fetta di responsabilità, poi, Brunetta la individua nei sindacati che negli ultimi 40 anni soprattutto, sono stati soprattutto attenti al presente, alle esigenze immediate, mancando però di una prospettiva per il futuro. In questi termini, tutelando sempre gli ultimi e lasciando indietro i più giovani, si tende a conservare e rafforzare il sistema, da un lato, ed indebolirlo e infiacchirlo dall&#8217;altro; laddove, invece, soprattutto per un Paese come l&#8217;Italia, a natalità bassissima e con l&#8217;età media sempre più elevata, sarebbe necessario bilanciare il nostro Welfare per dare ai giovani maggiori possibilità per costruirsi la loro vita. Da ultimo, il ministro della Pubblica amministrazione, al di là delle polemiche, invita tutti a fare &#8220;un esame di coscienza, dare prospettive di libertà di scelta ai giovani e non di costrizione: non c&#8217;è lavoro, nelle università non ci sono campus e borse di studio, la preparazione delle università non é abbastanza buona&#8221;. Detto questo, però, occorre anche precisare una cosa. Si può (e anzi si deve) discutere all&#8217;infinito su quali provvedimenti adottare per spingere i giovani all&#8217;autonomia: dall&#8217;assegno una tantum, alle agevolazioni-detassazioni sugli affitti, ai contributi in caso di matrimonio (proposta, quest&#8217;ultima, che permetterebbe a molti giovani di coronare presto i loro sogni di mettere su una famiglia con figli, senza attendere tempi biblici); tutte proposte sacrosante e legittime: il punto vero, però, della questione è un altro. Aldilà di sprechi ed inefficienze che vanno colpite e sanate, sarebbe un grave errore pretendere che solo dal Welfare (per quanto riformato) possa scaturire come per incanto la fine dell&#8217;epoca dei &#8220;bambaccioni&#8221;. Come ha spiegato mirabilmente una decina di anni fa Giulio Tremonti nel suo Stato Criminogeno (Laterza, 1997), il Welfare italiano ha prodotto le attuali distorsioni (&#8221;bare piene&#8221;, &#8220;culle vuote&#8221;), perché … ha funzionato troppo bene; perché, almeno in Italia, complice la pressione assistenzialista della Prima Repubblica, il Ns. Welfare, finanziato con la &#8220;cambiale mefistofelica&#8221; del BOT (del Debito Pubblico distribuito ai cittadini), ha retto oltre le proprie capacità: almeno fino allo stop imposto dal Trattato di Maastricht! Ora, una cosa non la possiamo utilmente negare: l&#8217;assistenzialismo in Italia, pur con le degenerazioni che tutti conoscono, partiva da una grande ispirazione ideale (vuoi nel mondo cattolico, vedi Fanfani, vuoi nel mondo socialista), quella di distribuire i redditi per realizzare un mondo migliore; con un occhio speciale alle nuove generazioni. La politica di ieri pensava ai giovani, perché c&#8217;era un tessuto sociale che premeva in questa direzione: fino a 30 anni fa, essere giovani comportava un movimento di presa di coscienza collettiva (vedi il 68, anche se spesso degenerato) da parte dei giovani stessi, i quali si sentivano artefici e protagonisti del loro futuro. A quasi quarant&#8217;anni dalla &#8220;contestazione generale&#8221;, i Ns. &#8220;bambaccioni&#8221; vivono di &#8220;arte di arrangiarsi&#8221;, ma di fatto non hanno trovato un&#8217;idea, un movimento di identificazione capace di dare un progetto, una speranza sul futuro, oltre al &#8220;coatto&#8221; ripiegamento nel proprio privato-familiare. Certo, è vero che è anche colpa di questo Welfare se i giovani di oggi sono spesso annoiati, abulici, infelici, depressi; ma la cosa più brutta è che negli ultimi anni si sia spento nei giovani quel sano spirito di &#8220;cittadinanza attiva&#8221; di cui essi solo sono &#8220;avanguardia naturale&#8221;, con quella voglia di &#8220;scoprire e progettare la sfera collettiva e sociale&#8221; dei giovani di altri tempi: pretesa, poi, quest&#8217;ultima, legittima, sacrosanta oltreché naturale, dato che il domani … è dei giovani! Deve, invece, rinascere nei giovani il naturale coraggio, di osare, di vivere intensamente, perché chiusi in un circuito che non dà loro spazio. Se c&#8217;è questa disposizione, anche quella che oggi appare cd. &#8220;precarietà&#8221; può essere vissuta con spirito diverso e senza negativismi: senza mettere in discussione il principio che il lavoro va sempre retribuito per il giusto e che l&#8217;assistenza previdenziale non può essere negata, credo vada accolta la provocazione da L&#8217;Occidentale del 19/01/2010 (Ai giovani d&#8217;oggi non resta che un po&#8217; di precarietà per crescere) nella sua rubrica L&#8217;uovo di giornata: &#8220;forse l&#8217;ultima chance che i nostri giovani hanno di crescere e diventare responsabili è proprio la precarietà a cui devono far fronte e sono costretti, per i motivi più diversi, per costruire un loro futuro stabile e sereno&#8221;. Anche noi, come L&#8217;Occidentale crediamo che la &#8220;precarietà&#8221; sia l&#8217; &#8220;ultima prova rimasta alle giovani generazioni per dimostrare chi sono, che cosa vogliono diventare e dove vogliono arrivare, malgrado tutto e tutti, in fondo sia giusta&#8221;. E con la stessa convinzione &#8220;crediamo che possano superarla con successo&#8221;. La precarietà, quindi, diventa una &#8220;prova di iniziazione&#8221; (non senza un non so che di &#8220;sacrale&#8221;, pur in senso civile) per selezionare i migliori: così è sempre successo in tutte le società, in cui i giovani, per sostituire i Padri, hanno sempre dovuto pagare almeno un prezzo, ovvero una &#8220;prova di iniziazione&#8221; per dimostrare di esserne degni: nulla ai giovani è stato dato gratis, questo lo dovrebbero ricordare i giovani stessi, ma anche le famiglie, indubbiamente portate (in modo diseducativo) ad essere ultra-protettive con i figli. Diamo ai giovani l&#8217;opportunità di dimostrare il loro valore, le loro capacità, di poter sacrificarsi e farsi carico delle responsabilità delle loro azioni. La storia è piena di questi passaggi: ricordiamo le &#8220;radiose giornate di maggio&#8221; del 1915, quando la &#8220;meglio gioventù&#8221; borghese, insofferente per le angustie del sistema liberal-giolittiano, volle conquistarsi il suo &#8220;posto al sole&#8221; nella società, offrendosi alla Patria. Con questo, non voglio auspicare per i &#8220;bambaccioni&#8221; un nuovo Piave o una nuova Caporetto; voglio solo dire che devono trovare la consapevolezza che solo dalla disponibilità alla &#8220;prova&#8221; (qualunque essa sia) si vede la differenza tra un vero giovane e un &#8220;bambaccione&#8221;. Per questo motivo, crediamo che i giovani potranno crearsi il proprio futuro e solo in questo modo far rinascere l’Italia anche sul piano morale, con idee nuove per il bene comune e rafforzare il sentimento nazionale, oggi sempre più flebile. Se la gran maggioranza dei giovani sono disinteressati alla politica, sono poco sensibili alle attività sociali, disinteressati a tutto ciò che ha un interesse generale e sono invece proiettati soltanto a godersi la loro vita, a curare i loro interessi privati, quando mai vedremo rinascere il Ns. Paese? In questa direzione, quindi, va ritrovata la via per un rilancio di una sana e non demagogica politica di promozione delle giovani generazioni.</p>
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		<title>MARCEGAGLIA: SERVE WELFARE E CONTRATTO PRO-GIOVANI</title>
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		<pubDate>Sat, 31 Jan 2009 05:55:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Armao</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.arezzopolitica.it/2009/01/31/davos-marcegaglia-serve-welfare-e-contratto-pro-giovani/"><img align="left" hspace="5" width="150" src="http://media.panorama.it/media/foto/2008/03/14/482f4b99bdf85_normal.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="" title="" /></a>ANSA &#8211; 2009-01-30 21:18 di Corrado Chiominto
ROMA &#8211; Bisogna fare &#8216;&#8217;spazio ai giovani&#8221;. Cambiare cosi&#8217; un welfare che spende tutto in pensioni, un sistema scolastico che non sa premiare le eccellenze, un mercato del lavoro che non tiene conto della meritocrazia: dove gli anziani sono inamovibili e i giovani precari. Il presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, [...]]]></description>
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<p>ROMA &#8211; Bisogna fare &#8216;&#8217;spazio ai giovani&#8221;. Cambiare cosi&#8217; un welfare che spende tutto in pensioni, un sistema scolastico che non sa premiare le eccellenze, un mercato del lavoro che non tiene conto della meritocrazia: dove gli anziani sono inamovibili e i giovani precari. Il presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, assieme a un nutrito drappello di banchieri (Profumo di Unicredit e Passera di IntesaSanPaolo) e imprenditori (Galateri di Telecom, Moretti Polegato di Geox, James Murdoch di Sky Italia, Robert Polet di Gucci) lancia da Davos un appello. L&#8217;Italia penalizza le sue giovani generazioni e in questo modo distrugge il suo futuro.<span id="more-703"></span> Allora &#8221;bisogna sfruttare la crisi per riconvertire il sistema e dare piu&#8217; potere ai giovani&#8221;. I nodi da affrontare sono tanti, ma due appaiono piu&#8217; vistosi. Il primo e&#8217; nel mondo del lavoro dove &#8211; per dirla con le parole di Marcegaglia &#8211; c&#8217;e&#8217; un forte divario tra &#8221;i lavoratori anziani di fatto stabili e inamovibili, e i giovani che invece sono precari&#8221;. Lo dice anche l&#8217;amministratore delegato di Unicredit, Alessandro Profumo. </p>
<p>&#8221;Bisogna ripensare anche il sistema delle carriere, per fare spazio ai giovani e, nel contempo, utilizzare le capacita&#8217; degli anziani in altre mansioni&#8221;, spiega, e aggiunge di esser pronto a dare l&#8217;esempio, ricordando che aveva gia&#8217; detto che sarebbe andato in pensione a 60anni. &#8221;Anche prima&#8221;, afferma ora ridendo. Per risolvere questo divario, la soluzione potrebbe arrivare da un contratto unico anti-gap, &#8221;anti-disparita&#8221;, che unisca giovani e anziani. Su questo &#8211; ricorda Marcegaglia &#8211; anche il Partito Democratico sta lavorando.</p>
<p> &#8221;Il nodo si affronta non con licenziamenti piu&#8217; facili &#8211; mette in chiaro la &#8216;numero uno&#8217; degli industriali italiani &#8211; ma studiando un contratto unico che preveda inizialmente meno tutele e poi progressivamente un loro aumento, evitando cosi&#8217; l&#8217;attuale segmentazione troppo netta tra anziani e giovani&#8221;. </p>
<p>Lo dice anche Passera, criticando l&#8217;attuale sistema di carriera, che &#8221;dalla pubblica amministrazione alla giustizia, e&#8217; basato sull&#8217;anzianita&#8221;&#8217;. La parola chiave, piu&#8217; volta richiamata da Marcegaglia, e&#8217; &#8221;meritocrazia&#8221;. Ma non serve solo questo. &#8221;Bisogna migliorare il contesto per i giovani: da sempre loro sanno trovare la loro strada e superare i vecchi &#8211; sostiene Passera &#8211; Ma noi abbiamo la responsabilita&#8217; di creare le basi per dare loro maggiore spazio&#8221;. Un processo &#8211; spiega il numero uno di Gucci, Robert Polet &#8211; che passa anche attraverso le mamme: &#8221;In Italia tra mamme e nonne tengono a casa i figli fino a 33 anni, mentre all&#8217;estero vengono buttati fuori da casa a 18 anni&#8221;. Sul tappeto c&#8217;e&#8217; anche il tema del welfare, che in Italia non puo&#8217; che essere declinato con la parola pensioni. Il sistema &#8211; affermano tutti i protagonisti &#8211; &#8221;va ripensato&#8221;. </p>
<p>&#8221;E&#8217; tutto spostato sugli anziani&#8221;, dice Passera, e aggiunge che non favorisce la mobilita&#8217; sociale, ad esempio sostenendo i giovani studenti. Lo ribadisce in modo piu&#8217; deciso Marcegaglia. &#8221;&#8217;Abbiamo un sistema di welfare che passa tutto per le pensioni, agli anziani &#8211; spiega &#8211; senza dare un euro per i sussidi di disoccupazione per i giovani e per le donne che hanno figli. Tutto il welfare e&#8217; pensato per un sistema di lavoro indeterminato, maschile, per aziende che non cambiano mai&#8221;. Porta la sua esperienza anche James Murdoch, giovane presidente europeo di News Corporation. Parla di Sky Italia che &#8221;in 4 anni ha creato 10 mila posti&#8221; con i forti investimenti (1,5 miliardo e mezzo negli ultimi 5 anni) &#8221;nonostante si lavori in un contesto avverso&#8221;. Non parla espressamente della Sky Tax prevista dal decreto anti-crisi ma mette tra i punti da superare anche &#8221;la imprevedibilita&#8217; del sistema fiscale italiano&#8221;. La sua Tv, racconta, ha comunque puntato sui giovani talenti italiani. Ma &#8211; se si vuole davvero aprire ai giovani &#8211; l&#8217;Italia deve muoversi e, ora, con la crisi si trova davanti &#8221;ad un crocevia&#8221;: deve fare attenzione a non sbagliare la strada.</p>
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		<title>Su Welfare e Previdenza occorre una riflessione collettiva.</title>
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		<pubDate>Sun, 25 Jan 2009 19:03:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Armao</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.arezzopolitica.it/2009/01/25/su-welfare-e-previdenza-occorre-una-riflessione-collettiva/"><img align="left" hspace="5" width="150" src="http://www.borrello.net/famiglia/images/Borrello%20Vito%20e%20famiglia%201931.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="" title="" /></a>di Antonino Armao e Carla Fabbrini
Mentre a sinistra Dindalini e Vasai si scannano a colpi di proclami impossibili per la poltrona di Presidente della Provincia cioè, praticamente, per la spartizione della formazione che serve solo ai formatori, per la manutenzione di strade piene di buche e per gli altri enti inutili che dipendono dalla Provincia, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://www.borrello.net/famiglia/images/Borrello%20Vito%20e%20famiglia%201931.jpg"><img class="alignleft" src="http://www.borrello.net/famiglia/images/Borrello%20Vito%20e%20famiglia%201931.jpg" alt="" width="468" height="338" /></a>di Antonino Armao e Carla Fabbrini</strong></p>
<p>Mentre a sinistra Dindalini e Vasai si scannano a colpi di proclami impossibili per la poltrona di Presidente della Provincia cioè, praticamente, per la spartizione della formazione che serve solo ai formatori, per la manutenzione di strade piene di buche e per gli altri enti inutili che dipendono dalla Provincia, intanto nel centrodestra ci si interroga sul futuro di “cose” come Scuola, Previdenza e Welfare.</p>
<p>E siccome questo è il Paese dove per ognuno che lavora ci sono due che guardano e chiacchierano, molta disinformazione è stata fatta sulla perequazione (volontaria) dell’età pensionabile delle donne da 60 a 65 anni e sulla riforma del Welfare. Sono stati espressi giudizi volutamente fuorvianti per attribuire al Governo in carica la responsabilità di riforme impopolari e penalizzanti nei confronti delle donne, suggeriti  più dalla paura di perdere dei benefici che con un vero dibattito sulla necessità ad eliminare gli squilibri sociali esistenti.</p>
<p>Il dato di partenza è  la sentenza della Corte di Giustizia Europea del 13 novembre 2008 (C-46/07) che ha dichiarato l’inadempienza dello Stato Italiano per una normativa in forza della quale i dipendenti pubblici hanno diritto a percepire la pensione di vecchiaia a età diverse a seconda che siano uomini o donne.</p>
<p>Questo privilegio o come altro lo si voglia chiamare, la Corte di Giustizia stabilisce che non è accettabile. E’ una discriminazione che viola l’articolo 141 del trattato CE che in sostanza impone agli  stati membri di  adottare tutte le misure utili ad evitare o compensare svantaggi nelle carriere professionali, al fine di assicurare una piena uguaglianza tra uomini e donne nella vita professionale.</p>
<p><span id="more-688"></span></p>
<p>Nella sua pronuncia la Corte afferma che i provvedimenti nazionali in deroga all’art. 141 CE devono, in ogni caso, “contribuire ad aiutare la donna a vivere la propria vita lavorativa su un piano di parità rispetto all’uomo mentre, la fissazione, ai fini del pensionamento, di una condizione d’età diversa a seconda del sesso non è tale da compensare gli svantaggi ai quali sono esposte le carriere dei dipendenti pubblici di sesso femminile aiutando queste donne nella loro vita professionale e ponendo rimedio ai problemi che esse possono incontrare durante la loro carriera”.</p>
<p>Non è certo con una pensione anticipata che lo Stato italiano sostiene la vita professionale delle donne e le loro pari opportunità. Alla donna lavoratrice non interessa un beneficio “in uscita” dal mondo del lavoro; interessa, di fatto, un trattamento paritario “in ingresso” e forme di tutela “in itinere”. Va tutelata, in altri termini, la vita professionale della donna, garantendole pari dignità nei confronti del lavoratore uomo.</p>
<p>In Italia hanno accesso al mercato del lavoro il 46% delle donne rispetto ad una media europea del 60%. Inoltre l’Italia è un paese spaccato in due: al nord le donne accedono al mercato del lavoro in media europea e cioè il 60%, al centro sud si precipita al 30% e in più la disparità salariale è di circa un terzo e varia dal 20% al 30% in alcuni settori.</p>
<p>Fino a poco tempo fa lo stereotipo era quello delle donne che non lavorano perché fanno tanti figli. Ora abbiamo scoperto che non è vero neanche questo.</p>
<p>Perciò bisogna interrogarsi su quale sia il ruolo attuale della donna nel contesto della famiglia e della società e di conseguenza quale deve essere la funzione del Welfare a sostegno della famiglia e del lavoro, perché in questo Paese a forza di difendere privilegi che non possiamo permetterci, abbiamo raggiunto un tasso bassissimo di giustizia sociale.</p>
<p>Per riequilibrare questa situazione dobbiamo passare dal Welfare delle pensioni al Welfare to work.</p>
<p>Che cosa è il Welfare to work (in sigla W2W)? In Italia solo il 18% delle persone che perdono il lavoro o che non riescono a trovarlo ha un sistema assicurativo &#8211; un ammortizzatore sociale &#8211; che copra questo rischio con un sussidio per il tempo strettamente necessario per cercare un nuovo lavoro o per adattare le proprie competenze alla domanda del mercato. I più esposti sono proprio i lavoratori assunti con contratti flessibili, a tempo determinato.</p>
<p>Scriveva Marco Biagi che occorre &#8220;disporre anche in Italia di un nuovo assetto della regolazione e del sistema di incentivi e ammortizzatori, che concorra a realizzare un bilanciamento tra flessibilità e sicurezza&#8221;. Lo fecero fuori.</p>
<p>Occorre, quindi, disporre di un sistema assicurativo per i periodi di disoccupazione generalizzato e universale, che superi gli attuali ammortizzatori e che tuteli anche i lavoratori flessibili e precari, ma che non produca abusi e non scoraggi la ricerca di un lavoro.</p>
<p>Occorre un nuovo welfare, un nuovo patto sociale che vincoli l&#8217;erogazione di ammortizzatori sociali, di formazione personalizzata e di servizi per il collocamento, al concorso attivo del disoccupato nella ricerca del lavoro.</p>
<p>Il modello del Welfare to Work si fonda su una serie di incentivi e disincentivi che rendono sempre meno conveniente contare sul sussidio. Oltre alle misure tipiche di accompagnamento al lavoro, il welfare to work prevede, infatti, altre modalità d&#8217;intervento come il riorientamento del sistema scolastico e formativo verso le esigenze di gruppi selezionati di utenti e la definizione di un particolare mix tra il livello dei sussidi, delle retribuzioni e del prelievo fiscale sui redditi in modo da rendere sempre più conveniente l&#8217;attività lavorativa rispetto alle misure di assistenza. Altre misure di sostegno alla famiglia e l&#8217;assistenza abitativa devono rendere conciliabile, specialmente per le donne, il lavoro con la vita privata e facilitare la mobilità nel territorio.</p>
<p>Se vogliamo parlare seriamente di queste cose dobbiamo dire che questo è il progetto a cui sta lavorando il ministro del Welfare Maurizio Sacconi e nel contesto di questo progetto deve essere letta la perequazione dell’età pensionabile delle donne a quella degli uomini da 60 a 65. Altrimenti facciamo solo demagogia e “benaltrismo” a favore di questa o di quella campagna elettorale.</p>
<p>Usciamo da questa trappola, e usciamone donne e uomini, genitori e figli insieme, perchè a forza di dire che ci vuole ben altro siamo finiti in una patetica situazione  di stallo e di ingiustizia sociale. Cerchiamo di fare di necessità virtù e di cogliere una occasione storica per una riflessione collettiva sul Welfare e sul mercato del lavoro, per avviare a soluzione in chiave europea questi nostri squilibri sociali.</p>
<p>Ce lo chiede l’Europa ma ce lo chiede soprattutto la gente che soffre per il basso tasso di sviluppo dell’economia italiana e il basso tasso di equità ed efficienza del nostro mercato del lavoro.</p>
<p>Facciamo insieme le riforme che servono. E facciamole ora.</p>
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		<title>Crisi economica: chi lavora per il Paese e chi rema contro.</title>
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		<pubDate>Sun, 25 Jan 2009 18:38:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Armao</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.arezzopolitica.it/2009/01/25/crisi-economica-chi-lavora-per-il-paese-e-chi-rema-contro/"><img align="left" hspace="5" width="150" src="http://cache.valleywag.com/assets/resources/2008/02/WallStreetBull.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="" title="" /></a>
di Antonino Armao e Federico Mugnai
Da qualche settimana stiamo assistendo ad uno spettacolo disgustoso interpretato da alcuni personaggi travestiti da economisti a braccetto con alcuni importanti media italiani.
Cosa sta succedendo? Taluni stanno utilizzando l’attuale crisi economica globale soltanto per diffamare il Governo italiano creando un’atmosfera tetra e un pò “dark”. Questa gente ignora volutamente lo [...]]]></description>
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<p class="MsoNormal"><a href="http://cache.valleywag.com/assets/resources/2008/02/WallStreetBull.jpg"><img class="alignleft" src="http://cache.valleywag.com/assets/resources/2008/02/WallStreetBull.jpg" alt="" width="375" height="500" /></a><strong>di Antonino Armao e Federico Mugnai</strong></p>
<p class="MsoNormal">Da qualche settimana stiamo assistendo ad uno spettacolo disgustoso interpretato da alcuni personaggi travestiti da economisti a braccetto con alcuni importanti media italiani.</p>
<p class="MsoNormal">Cosa sta succedendo? Taluni stanno utilizzando l’attuale crisi economica globale soltanto per diffamare il Governo italiano creando un’atmosfera tetra e un pò “dark”. Questa gente ignora volutamente lo stato dei conti pubblici e anche i parametri di Maastricht ma si agitano per vendere “fumo” in dosi massicce. Dicono che “il governo minimizza la crisi”, che “ha fatto poco per fronteggiare la crisi”, che “si doveva fare di più per i lavoratori e i pensionati”, che “la social card è umiliante”, e via di questa passo. Non si vuole in questa sede fare l’apologia dell’attuale Governo o difendere tutto e comunque a prescindere. Si vuole solo fare chiarezza sull’attuale situazione economica e non alimentare il panico per puro calcolo elettorale.</p>
<p class="MsoNormal">Il 2009 sarà un anno difficile, un anno di recessione. Secondo Eurostat il Pil italiano nel 2009 calerà del 2% e il debito pubblico salirà al 109,3%, cioè aumenterà del 3,7% in più rispetto al 2008. Ma tutti gli altri Paesi Ue, tranne la Germania , soffriranno di più. Infatti in Irlanda il deficit si impennerà all’11%, all’8,8% in Gran Bretagna, al 6,2% in Spagna, al 5,4% in Francia, etc.</p>
<p class="MsoNormal"><span id="more-679"></span></p>
<p class="MsoNormal"> </p>
<p class="MsoNormal">Se l’Italia starà meno peggio di altri Paesi europei, è solo grazie alla nostra economia che ha regole più rigide, un atteggiamento più prudente da parte delle nostre banche ma anche grazie all’accortezza del ministro Giulio Tremonti nel non bruciare le risorse pubbliche nel fuoco della crisi.</p>
<p class="MsoNormal">Infatti nel disastro globale è arrivato un segnale di incoraggiamento per le misure messe in campo dal Governo Berlusconi da parte del commissario Ue agli affari economici, Joaquin Almunia che ha giudicato l’attuale pacchetto anticrisi, “un giusto mix tra gli incentivi alla crescita e la dovuta prudenza sul fronte dei conti pubblici”. Un piano che, insieme al calo dell’inflazione darà una mano alla ripresa. Anche se ciò non impedirà un aumento fisiologico della disoccupazione. Infatti in Europa sono previsti 3,5 milioni di posti di lavoro in meno, mentre per quanto riguarda l’Italia la disoccupazione salirà entro il 2010 dal 6,7% attuale all’8,7%.</p>
<p class="MsoNormal">L’opposizione ha detto che bisognava aumentare i salari e le pensioni, che la social card è inutile e che sarebbe stato meglio se i 40 euro fossero stati aggiunti direttamente nella busta paga e che sarebbe stato utile aumentare le tasse ai ricchi e diminuirle ai poveri. Ebbene queste richieste non potevano che provenire dalla sinistra ideologica<span>  </span>ancorata anche in economia ai vecchi schemi di matrice socialista. Il tempo passa, ma la sinistra italiana è sempre la stessa, cambia nome, ma non la sostanza. Ed ecco perché.</p>
<p class="MsoNormal">Innanzitutto le pensioni.</p>
<p class="MsoNormal">A partire dal 1 Gennaio 2009, sono state adeguate in base all’aumento dell’inflazione. Dato che i prezzi dei generi alimentari, le bollette di luce e gas, le rate dei mutui diminuiranno drasticamente nel 2009 a causa della diminuzione del costo del denaro e della flessione della domanda (uno dei pochi aspetti positivi della crisi, il momento più complicato per questa categoria è oramai alle spalle.</p>
<p class="MsoNormal">Social card.</p>
<p class="MsoNormal">La social card è una carta di pagamento elettronico dal valore di 40 euro mensili (ricaricata dallo Stato ogni due mesi per 80 euro) utilizzata per effettuare acquisti di generi alimentari in tutti i negozi abilitati e per le spese domestiche di luce e gas. Tramite la carta si può infatti accedere alla tariffa elettrica agevolata. E’ indirizzata agli anziani con 65 anni o più e alle famiglie numerose con redditi o trattamenti pensionistici bassi. C’è una semplice ragione se i 40 euro mensili non sono stati aggiunti in busta paga. Con la social card il beneficiario può spendere quei soldi in negozi accreditati soprattutto in generi alimentari di prima necessità e per le spese di luce e gas. Così viene evitata la possibile dispersione di questo contributo e viene indirettamente favorito il commercio in questi settori. In Toscana la social card è stata richiesta da 16.033 persone ed è stata ottenuta da 12.332. Ad Arezzo gli aventi diritto sono stati 919 su 1244 richiedenti. Gli esclusi sono in media il 20% ma qualsiasi fosse stata la soglia di accesso, la percentuale degli esclusi sarebbe stata sempre la stessa.</p>
<p class="MsoNormal">Aumento delle tasse ai redditi medio-alti.</p>
<p class="MsoNormal">Aumentare le tasse avrebbe avuto effetti controproducenti, poiché la pressione fiscale (grazie all’aumento della stessa da parte del Governo precedente) è già molto elevata e quindi con un inasprimento non sarebbe stato difficile prevedere un aumento dell’evasione fiscale.</p>
<p class="MsoNormal">Avremmo fatto come il presidente della Regione Sardegna, Renato Soru (PD), che istituendo la tassa sulle imbarcazioni di lusso credeva di ottenere maggiori introiti dal turismo. L’effetto è stato esattamente il contrario: le imbarcazioni presenti nei porti nella costa Smeralda sono drasticamente diminuite e di conseguenza sono i diminuite le tasse riscosse, i consumi e la presenza di turisti.</p>
<p class="MsoNormal">Sconti fiscali ai bassi redditi.</p>
<p class="MsoNormal">Se il Governo avesse speso più soldi per diminuire le tasse sui salari e sulle pensioni, avrebbe innanzitutto aumentato il deficit pubblico, di conseguenza sarebbero aumentati i prezzi al consumo e avrebbe avuto a disposizione meno risorse per aiutare i lavoratori che, a causa della crisi, andranno in cassa integrazione. Infine l’attuale governo ha stanziato diversi milioni di euro per le infrastrutture, che permetteranno di arginare in parte la disoccupazione e d’altro lato a modernizzare il paese. Così quando la crisi si attenuerà il Governo non sarà costretto ad aumentare le tasse, ma semmai avrà a disposizione maggiori risorse per creare occupazione, far ripartire i consumi e poter finalmente diminuire le tasse.</p>
<p class="MsoNormal">Invece l’economia ideologica di sinistra vorrebbe guardare all&#8217;immediato, a ciò che è spendibile subito senza avere una visione del futuro. Si vorrebbe attaccare la crisi aumentando i propri debiti! E&#8217; preferibile invece difendersi dalla crisi con misure prudenti e parsimoniose per poi avere le risorse necessarie per una più sollecita e forte ripresa. Allora cosa si può e si deve fare in questo momento? Occorre responsabilità, solidarietà ed unità nazionale. Quindi una politica inversa a quella suicida sostenuta dall’opposizione. Poi ci vuole coraggio e determinazione. Infine bisogna guardare in faccia la crisi e prendere decisioni anche impopolari nel breve periodo ma che possano essere utili in futuro. Quindi in termini concreti, che cosa si potrebbe fare oltre a quello che è già stato fatto? Ad esempio, nelle aziende in difficoltà lavorare meno ma lavorare tutti, come proposto dal Ministro Sacconi, continuare ad eliminare gli sprechi della pubblica amministrazione e gli Enti inutili di cui (ad esempio) è piena la Toscana, togliere gli esosi privilegi di alcune categorie ed aziende assistite dal pubblico, regolamentare gli scioperi nei servizi pubblici, etc.</p>
<p class="MsoNormal">Ma la cosa che conta veramente adesso è avere fiducia nel sistema Paese e non farsi trascinare in un vortice cinico e autodistruttivo dai traditori che vorrebbero mettere in ginocchio il Paese per poi spartirsi le spoglie.</p>
<p><!--EndFragment--></p>
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