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	<title>Arezzo Politica &#187; tremonti</title>
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	<description>Politica e Polis. Dibattito politico e passione civile</description>
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		<title>Federalismo fiscale, Stato, comunità: la sfida della destra che si rinnova</title>
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		<pubDate>Tue, 11 May 2010 19:44:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mugnai</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica Nazionale]]></category>
		<category><![CDATA[comunità]]></category>
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		<description><![CDATA[<a href=http://www.arezzopolitica.it/2010/05/11/federalismo-fiscale-stato-comunita-la-sfida-della-destra-che-si-rinnova/><img src=http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/05/bandiera_italia_unita_1-300x294.jpg class=imgtfe hspace=5 align=left width=100  alt="" /></a>di Giorgio Frabetti e Federico Mugnai  Specie a seguito delle polemiche tra Fini e Berlusconi alla Direzione PDL del 22 Aprile, sembra proprio che il “federalismo fiscale”, approvato in Parlamento l’anno passato con la discussa astensione del PD e la “non ostilità” di Di Pietro, stia diventando il “pomo della discordia” interna al centro-destra tra [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-4135" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/05/bandiera_italia_unita_1-300x294.jpg" alt="bandiera_italia_unita_" width="300" height="294" />di <strong>Giorgio Frabetti </strong>e <strong>Federico Mugnai </strong> Specie a seguito delle polemiche tra Fini e Berlusconi alla Direzione PDL del 22 Aprile, sembra proprio che il “federalismo fiscale”, approvato in Parlamento l’anno passato con la discussa astensione del PD e la “non ostilità” di Di Pietro, stia diventando il “pomo della discordia” interna al centro-destra tra chi accusa la Lega (storica promotrice del decentramento fiscale) di ambizioni secessioniste e chi accusa gli ex- AN di appoggiare le ragioni “parassitarie” ed “assistenziali” di “Roma ladrona”e del centralismo. Certo, non è fausta la coincidenza in cui cade la discussione (e ormai il varo dei primi “decreti delegati”) del federalismo fiscale: la crisi greca; come negli anni ’90 la discussione coincise con la crisi dell’Italia sull’orlo della bancarotta alla vigilia del varo della moneta unica UE. La storia che si ripete? Non solo: tutto questo è il segno che il federalismo fiscale è un tema obbligato e al passo con l’attualità sociale e istituzionale dell’epoca della globalizzazione, quando lo Stato Centrale (cui è essenziale il centralismo fiscale) con il passare del tempo si è trovato più in difficoltà a intercettare la ricchezza (resasi liquida e quasi inafferrabile) e a trasformarla in “capitale politico” in servizi, politiche di qualità per lo Stato e i cittadini. Perché proprio qui, (e qui sta il segreto del “federalismo fiscale”, leggere l’omonimo libro di Tremonti del 1994 per credere!), in questa circolarità tra ricchezza e politica risiede la scommessa politica epocale del federalismo fiscale, ovvero un progresso nel modo di intendere il rapporto Stato/Economia: non ci si illude più che lo Stato “programmi l’economia” (illusione social-comumista); si pretende, però, di rendere trasparente al pubblico la “scatola nera” che trasforma l’input, la ricchezza dai privati nell’output dei servizi pubblici, opere pubbliche, sussidi etc., in una parola la “spesa pubblica”. Il federalismo fiscale, in altre parole, come insegna Tremonti, conosce tre leggi fondamentali: “vedo, voto, pago”; si tratta di un enorme passo avanti sulla via della democrazia, perché obbliga i politici, che intendono realizzare un programma a chiedere il consenso non solo sul piano delle idee e dei programmi astratti, ma anche in relazione alle risorse da impiegare. E’ comunque, in errore, chi crede che, con il federalismo fiscale il ruolo dello Stato venga sminuito per &#8220;scaricare&#8221; su agenzie locali (e in prospettiva private) funzioni pubbliche in settori e servizi vitali per la vita locale (come i servizi idrici, la sanità, l&#8217;assistenza etc.); il &#8220;federalismo&#8221; fiscale, invece, segna solo l&#8217;abbandono della logica centralista, che ha caratterizzato le politiche fiscali e pubbliche dagli anni dell’Unità d’Italia in poi, per un peculiare processo storico correlato strettamente all’esigenza di unificare un Paese e plasmarne le macroscopiche diversità linguistiche, culturali, sociali, sedimentatesi nei secoli precedenti; non può al riguardo sottacersi che la prassi &#8220;clientelare&#8221; di gestire i voti e il potere sorta in Italia con il termine spregiativo di &#8220;trasformismo&#8221; fosse in realtà un “federalismo fiscale” ante litteram, perché, nell’impossibilità di adottare un compiuto sistema di autonomie regionali dopo l’Unità d’Italia, operò certo come utile correttivo ad un centralismo che, al primo impatto e per i pesanti oneri che imponeva alle popolazioni in termini di tasse e coscrizione obbligatoria, determinò, immediatamente dopo l’Unità, gravi spinte disgregatrici e centrifughe (come il brigantaggio nei primi anni &#8216;60 dell&#8217;800, come le rivolte anarchiche ispirate da Bakunin nelle Romagne tra il 1871-73). Non a caso, un grande filosofo liberale come Benedetto Croce spese parole comprensive e non a priori malevoli sul &#8220;trasformismo&#8221; (si legga l’Intervista sulla Destra di Prezzolini/Quarantotto): per quanto certamente non fosse precisamente ortodosso con una prassi di liberalismo classico, il “sistema trasformista” (almeno per il Sud) funzionò come una &#8220;stanza di compensazione&#8221; tra centro e periferia, contro le spinte disgregatrici che provenivano dal tessuto sociale sedimentatosi nella penisola fin dal Medioevo (un insieme variegato di Stati in cui il campanilismo e il frazionismo erano forti rispetto ad una sterile identità italiana). Una prassi politico-amministrativa dalla quale, del resto, non si distaccò nemmeno una forza nazionalista quale il fascismo (ricordiamo l’ampio potere di cui i Direttori Generali e i Podestà godettero durante il regime fascista) e nemmeno i partiti del secondo dopoguerra, ma che ha fatto pagare al Sud un prezzo troppo forte in termini di dipendenza, di assistenzialismo, di anomia e passività economica; sulla quale oggi sono prosperati corruzione, mafia, camorra etc. Un pesante handicapp per il Sud, il quale, sottomesso, inibito, passivizzato nel rapporto con lo Stato, è stato via via depauperato nelle sue tradizione socio-culturali, senza riuscire ad esprimere nemmeno a livello locale le sue originarie “vocazioni politiche” (Nitti). Di qui, le principali critiche al federalismo: se, infatti, è vero che il &#8220;federalismo fiscale&#8221; presuppone un forte investimento politico nell&#8217;autogoverno delle realtà locali (in una fase nevralgica come l’allocazione fiscale), pare allora ad alcuni contraddittorio (oltrechè poco efficiente quanto a risultati) pretendere un così elevato livello di autogoverno delle Regioni in un Paese (come l&#8217;Italia) senza tener conto delle forti discrepanze regionali a livello economico, sociale, nel livello di “auto-organizzazione” politico-amministrativa e nell’allocazione del gettito fiscale (l’evasione fiscale nel Sud diventa anche il prezzo che lo Stato paga per alleggerire le gravi condizioni economiche indotte dalla presenza della criminalità organizzata); parrebbe, quindi, che a poco serva l&#8217;autogoverno fiscale delle Regioni, se non ad incrementare le divisioni e il divario economico tra Nord e Sud, e a rendere schizofrenica l&#8217;azione amministrativa dello Stato, che al Sud non potrebbe che essere paralizzata e bloccata dall&#8217;assenza di risorse (stante l&#8217;attuale gettito di &#8220;tributi propri&#8221; e di redditi disponibili per la diffusa disoccupazione): a meno di non ammettere per il Sud uno stato di permanente commissariamento! Ora, a questo riguardo dobbiamo precisare che il “federalismo fiscale”, nell’ammettere il decentramento della spesa e della tassazione, a carico degli Enti Locali, incrementa oggettivamente la responsabilità degli amministratori pubblici (e delle Comunità), togliendo l’alibi dell’ “è colpa di Roma!”, grande alibi sia dei &#8220;piagnistei&#8221; del Sud (pronto a piangere miseria anche con la Cassa del Mezzogiorno &#8230;), ma anche grande alibi leghista (&#8221;Roma ladrona&#8221;!). A questo punto, però, deve essere a tutti chiaro che il &#8220;federalismo fiscale&#8221;, lungi dall’essere un mero congegno di deregulation fiscale e amministrativa: è viceversa l&#8217;occasione per una vera (e forse l&#8217;unica) riforma della rappresentanza politica. Abituando, cioè, i politici &#8220;fin da piccoli&#8221;, fin negli incarichi locali, ad operare con la logica del &#8220;vedo, voto, pago&#8221;, ovvero abituandoli a &#8220;fare promesse&#8221; ma con il vincolo di designare le risorse per mantenere queste, il &#8220;federalismo fiscale&#8221; diventa una palestra molto utile di allenamento a quella &#8220;logica deliberativa&#8221; della politica che oggi in Italia manca tanto: il che obiettivamente favorisce la selezione (in meglio) delle èlites politiche di governo, anche per &#8230; Roma! Per questo, adottando il federalismo fiscale, l&#8217;Italia si dedica ad un investimento a lungo termine, che non diminuisce il compito della politica, ma anzi lo incrementa caricandola di significati più nuovi e penetranti a tutti i livelli (locale e centrale): un investimento, quindi, che necessita di &#8220;capitale umano&#8221;, ovvero di politici e amministratori capaci di non limitarsi alla semplice sfera amministrativa della riforma federale (che è quella che più di tutti emerge). Ora, è a tutti evidente che chi può trarre maggiore giovamento da questa &#8220;riforma della rappresentanza politica&#8221; è soprattutto il Sud, il quale, ha massimo bisogno di essere appoggiato, nelle sue croniche difficoltà, da uno Stato che esprime una classe dirigente dotata del consenso necessario per interventi forti e radicali nell&#8217;economia, nell&#8217;amministrazione, nei servizi, contro la criminalità. Ecco, quindi, che il &#8220;federalismo fiscale&#8221; diventa la cornice propizia per una stagione di riunificazione o meglio di rifondazione nazionale sulla base di un nuovo patto costituzionale tra territori e tra forze politiche. La “rivoluzione federalista” segna una netta evoluzione verso un nuovo modello “comunitario” della politica, dove le pulsioni delle Regioni (specie del Nord e del Sud) potrebbero esprimersi in un quadro armonico e bilanciato senza la “camicia di forza” del centralismo di matrice sabauda, cattolica, fascista o social-comunista. E’ prevedibile, tra l’altro, che, con l&#8217;attuazione del federalismo la forza politica della Lega potrebbe anche attenuarsi e perdere di ragione storica. A questo punto, il “federalismo fiscale” diverrebbe la “grande occasione” perché una destra comunitaria possa ritrovare in Italia un ampio consenso da Nord a Sud; diversamente, all&#8217;interno delle forze moderate assisteremo sempre a frizioni, continue divisioni e incomprensioni che rischiano di lasciare il Paese, dopo la fine del mandato di Berlusconi, a governi che ricordano troppo quelli della I° Repubblica, completamente inadatti alla mutevole e complessa realtà odierna e incapaci di trasmettere quella fiducia nelle istituzioni che solo una “rivoluzione” come quella federalista può apportare nel popolo italiano, unito indissolubilmente da Nord a Sud.</p>
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		<title>La &#8220;rivoluzione&#8221; fiscale del centro-destra: Forza Giulio!</title>
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		<pubDate>Fri, 26 Mar 2010 09:18:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Frabetti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Difesa dei Consumatori]]></category>
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		<description><![CDATA[<a href=http://www.arezzopolitica.it/2010/03/26/la-rivoluzione-fiscale-del-centro-destra-forza-giulio/><img src=http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/03/04-GiulioTremonti-150x150.jpg class=imgtfe hspace=5 align=left width=100  alt="" /></a>di Giorgio Frabetti- Troppa gente ha dimenticato che il fenomeno Tremonti aveva una sua storia molto tempo prima della &#8220;discesa in campo&#8221; di Silvio Berlusconi: era, infatti, noto al grande pubblico almeno dal 1986, quando, insieme con Vitaletti, il Commercialista di Sondrio aveva dato alle stampe un libello dal titolo &#8220;la fiera delle tasse&#8221;. Da allora, il Ns. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-3746" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/03/04-GiulioTremonti.jpg" alt="04-GiulioTremonti" width="280" height="368" />di <strong>Giorgio Frabetti</strong>- Troppa gente ha dimenticato che il fenomeno Tremonti aveva una sua storia molto tempo prima della &#8220;discesa in campo&#8221; di Silvio Berlusconi: era, infatti, noto al grande pubblico almeno dal 1986, quando, insieme con Vitaletti, il Commercialista di Sondrio aveva dato alle stampe un libello dal titolo &#8220;la fiera delle tasse&#8221;. Da allora, il Ns. si guadagnò un ruolo di <em>opinion-maker</em> nella tribuna del <em>Corriere della Sera</em>, come voce dello scontento fiscale di una parte del ceto medio Lombardo-Veneto che di lì a poco darà vita alla <em>Lega </em>e contribuirà in misura decisiva all&#8217;affossamento del sistema di equilibri della<em> Prima Repubblica. </em>Da questo punto di vista, Tremonti riveste un ruolo specialissimo di avanguardia ideologica del centro-destra. Ripercorrere oggi i suoi insegnamenti, significa andare alle origini della ragione storica della presenza poltica del centro-destra, ovvero al DNA ideale del centro-destra. A inizio anno, Giulio Tremonti ha annunciato che il Governo dopo le elezioni regionali 2010 metterà mano alla riforma fiscale: la riforma si farà &#8220;non in termini di speculazione elettorale o di avventurismo demenziale ma in termini di vero riformismo&#8221;, ha detto Tremonti nell&#8217;intervista rilasciata al <em>Sole 24 Ore</em> il 17/01 scorso; se nell&#8217;immediato non è possibile ridurre la pressione fiscale, &#8220;non è affatto escluso- continua il Ministro- che nel tempo a venire si possano aprire finestre di opportunità per riduzioni fiscali&#8221;. Opportunità che dovranno, comunque, essere sottoposte &#8220;al vincolo della disciplina del bilancio&#8221;. Da decenni, Giulio Tremonti teorizza una <strong>riforma fiscale</strong> che (in controtendenza con la riforma del 1971) realizzi uno spostamento del baricentro del prelievo tributario <strong>dalle persone alle cose, ovvero dai redditi ai consumi</strong>. Ognuno, infatti, può rendersi conto che la primazia ricosciuta dal Ns. ordinamento alle imposte sui redditi genera situazioni paradossali e inaccettabili, come il <em>fiscal drug</em> che tende a livellare al ribasso i redditi dei lavoratori, rendendo sostanzialmente vane ed inefficaci politiche di rilancio della domanda dei consumi incentrate sull&#8217;aumento della disponibilità netta di reddito; senza contare le sperequazioni e le ingiustizie sociali che penalizzano le fasce di reddito intermedie, quelle con propensione a crescere: per fare un esempio, l&#8217; aliquota del 38% (introdotta da Romano Prodi e Padoa-Schioppa), colpendo la fascia di redditi che va da E. 28.000 a E. 55.000, pare fatta apposta per penalizzare i ceti emergenti. Capita così ad es. ad un libero professionista, che, in regime fiscale ordinario, guadagni ca E. 36.000, di percepire di reddito effettivo (al netto di tutto contribuzione compresa) E. 18.000, ovvero 1.500 al mese, come una &#8220;Partita IVA minima&#8221; (fiscalmente agevolato dalla l. 244/2007) con reddito lordo di ca E. 26.000. Quale propensione a crescere, a innovare a queste condizioni? Che sfacciati poi i vari Boeri e i vari tribuni di <em>Repubblica</em>  (ieri strenui sostenitori di Prodi) a tuonare contro la politica italiana (sottinteso: la destra!) che non investirebbe nelle nuove professioni e nei giovani! Un Fisco di tal fatta, allo stato attuale, premia solo i redditi bassi sotto gli E. 15.000, quelli al limite della disoccupazione: proprio quella &#8220;fascia grigia&#8221; che spesso lavora &#8220;in nero&#8221;, riusciendo anche a spuntare i vantaggi da &#8220;semi-nullatenente&#8221;  dal <em>Welfare</em> (e spesso dicharazioni ISEE favorevoli, social card, finanche aiuti dai servizi sociali!), contribuendo ad alimenare fiumi e fiumi di teorie sociologiche inconcludenti sulle cd. &#8220;trappole&#8221; del <em>Welfare</em>!  E&#8217; dagli anni &#8216;80 che Giulio Tremonti tuona contro un simile Fisco, che si guadagna dagli italiani soltanto una persistente propensione all&#8217;evasione fiscale; è dagli anni 80 che Tremonti ha fatto presente che il reddito (pietra di paragone della riforma tributaria Preti-Visentini del 1971, densa di socialemocrazia ideologica) non è affatto misura assoluta nè della ricchezza, nè della capacità contributiva di una persona: in parte, perchè a certe condizioni il reddito è tecnicamente evanescente e sfuggente (per chi non subisce ritenute alla fonte, basta non fare fattura e il reddito sparisce!), in parte perchè costituisce misura  di ricchezza troppo fragile, perchè soggetta  a troppe e mutevoli coordinate: come non dimenticare in proposito quanto diceva Luigi Einaudi, ovvero che, nell&#8217;immediato primo dopoguerra, lo stipendio di un Direttore Generale di Ministero, per effetto dell&#8217;inflazione galoppante, era sostanzialmente uguale a quello di un Capostazione! E del resto ancora negli anni 70/80 fenomeni del genere erano ampiamente riscontrabili non solo per effetto della nuova spirale inflazionistica, ma anche per effetto della cd &#8220;scala mobile&#8221; (di quel meccanismo che adeguava gli stipendi al &#8220;caro vita&#8221;). Nello stesso tempo, Tremonti ha sempre stigmatizzato lo spreco in beni di lusso pur quando (a cavallo anni 70/80) la recessione era forte e l&#8217;inflazione era a due cifre , quando, cioè, sarebbe stato logico aspettarsi rigore e austerità nei consumi! Evidentemente, l&#8217;evasione fiscale era diffusa oltre ogni immaginazione (in effetti, negli anni 80, quando Tremonti cominciava a &#8220;fare opinione&#8221;, l&#8217;ordinamento fiscale italiano aveva raggiunto un enorme grado di ineffettività, al limite della bancarotta; alla quale, per altro, l&#8217;Italia andrà vicino, come oggi la Grecia, nel 1992!).  Come contraltare, <strong>Tremonti propone una revisione completa dell&#8217;impianto della riforma tributaria del 1971, che ne sposti il baricentro dalle imposte sui redditi (sulle persone) alle imposte sui consumi</strong>: nell&#8217;età del consumismo, dice Tremonti, i redditi vanno necessariamente incrociati con la disponibilità dei beni, con le spese e il tenore di vita del contribuente per verificarne incongruenze.  Tremonti, però, non ha mai riconnesso a questa &#8220;rivoluzione fiscale&#8221; solo la finalità di rendere più effettivo ed efficiente (e forse anche &#8220;popolare&#8221;) il sistema dei controlli; Tremonti ha sempre puntato a restituire al sistema tributario la funzione di terminale effettivo ed efficace della politica economica dei governi: con sommo realismo, cioè, Tremonti ha sempe riconosciuto che la leva fiscale più efficace utilizzata nella storia dai Governi per governare l&#8217;economia sono stati i dazi: la forma più elementare e meno invasiva di &#8220;intervento pubblico nell&#8217;economia&#8221;, perchè, incidendo sui prezzi dei beni, effettivamente erano in grado di orientare i consumi e di riflesso gli investimenti del sistema produttivo, anche più degli attuali &#8220;incentivi&#8221; e fiscalizzazioni. L&#8217;anno passato, su questo tema (e sull&#8217;istanza di un riequilibrio della tassazione dai redditi ai consumi) si è registrato il parere favorevole e la disponibilità di Luigi Bonanni (Segretario CISL): segno che almeno a livello di dichiarazioni, la buona volontà di una riforma tributaria c&#8217;è. A noi non resta che incoraggiare il Ministro e dire: Forza Giulio!</p>
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		<title>Sostenere la famiglia per uscire dalla crisi</title>
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		<pubDate>Sun, 15 Nov 2009 20:15:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Armao</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href=http://www.arezzopolitica.it/2009/11/15/sostenere-la-famiglia-per-uscire-dalla-crisi/><img src=http://blogs.reuters.com/diane-bartz/files/2009/04/warren1.jpeg class=imgtfe hspace=5 align=left width=100  alt="" /></a>di Antonino Armao -
Lo tsunami finanziario ed economico che si è abbattuto su mezzo mondo era stato previsto con largo anticipo, anche nei particolari, da una professoressa di economia di Harvard, Elisabeth Warren, che inutilmente aveva lanciato un allarme sulla catastrofe in avvicinamento.
Ma cosa aveva visto la Warren, che altri invece hanno ignorato, per capire [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://blogs.reuters.com/diane-bartz/files/2009/04/warren1.jpeg"><img class="alignleft" src="http://blogs.reuters.com/diane-bartz/files/2009/04/warren1.jpeg" alt="" width="250" height="335" /></a>di Antonino Armao -</strong></p>
<p>Lo tsunami finanziario ed economico che si è abbattuto su mezzo mondo era stato previsto con largo anticipo, anche nei particolari, da una professoressa di economia di Harvard, Elisabeth Warren, che inutilmente aveva lanciato un allarme sulla catastrofe in avvicinamento.</p>
<p>Ma cosa aveva visto la Warren, che altri invece hanno ignorato, per capire che la crisi si stava preparando? Tutto è partito dall&#8217;analisi dell&#8217;indebitamento, anzi del “sovraindebitamento” delle famiglie &#8211; in particolare quelle che fanno parlare a noi di ceto medio &#8211; per mantenere un tenore di vita, non solo consumistico ma anche di benessere, che le risorse economiche non permettevano più. Un sovraindebitamento che si è coniugato in una unione perversa con la nuova industria del credito: dalle tessere di plastica delle carte di credito fino alla massima perversione del mercato dei derivati. Il tutto approdato ad un corto circuito con la cosiddetta bolla immobiliare con prestiti fino al 120 per cento del valore dell&#8217;immobile e in espansione geometrica con l&#8217;offerta di finanziamenti basati su seconde terze e perfino quarte ipoteche sullo stesso immobile.</p>
<p>Di qui la rincorsa nelle offerte di denaro e il consolidarsi dell&#8217;industria del credito. Un credito diventato un prodotto al consumo. E nel nuovo mondo del prestito deregolato, le famiglie vengono tempestate da inserzioni pubblicitarie e da offerte di nuovi prodotti: tutto il credito di cui potrebbero avere bisogno, e di più.</p>
<p>Arrivato lo tzunami della crisi, quale la via d&#8217;uscita? La Warren propone una &#8221;zattera&#8221;: quella della famiglia e di interventi legislativi ed economici per sostenerla e per ricreare un tessuto sociale ed economico virtuoso.</p>
<p>Si legge nel programma con cui Berlusconi ha vinto le elezioni nel giugno del 2008: <em>“La famiglia è al centro del nostro programma; per noi la famiglia è la comunità naturale fondata sul matrimonio tra uomo e donna; e per sostenere la famiglia noi proponiamo: meno tasse, una casa per tutti, migliori servizi sociali, mettere i giovani in condizione di costruire il loro futuro”.</em></p>
<p>Lo stesso documento però avvertiva responsabilmente che la realizzazione del programma era sottoposta a 3 vincoli esterni essenziali: la crisi economica già in atto e colpevolemente sottovalutata dal precedente Governo; i vincoli imposti dalla Unione Europea; l’instabile equilibrio dei conti pubblici italiani.</p>
<p>Ora che la crisi è esplosa in tutta la sua drammaticità, non resta da augurarsi che il Governo trovi presto il modo di spostare risorse dalla rendita improduttiva e parassitaria di cui godono certe pubbliche amministrazioni e certe regioni, al sostegno per le famiglie. E la Toscana non si senta esclusa.</p>
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		<title>Evasori, ultima chiamata: al via lo scudo fiscale</title>
		<link>http://www.arezzopolitica.it/2009/09/15/2073/</link>
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		<pubDate>Tue, 15 Sep 2009 15:10:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Armao</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href=http://www.arezzopolitica.it/2009/09/15/2073/><img src=http://farm3.static.flickr.com/2335/2400003509_f626bfff8d_b.jpg class=imgtfe hspace=5 align=left width=100  alt="" /></a>A cura della Redazione.
Roma, 15 set (Velino) &#8211; Da oggi e fino al 15 dicembre 2009, sarà possibile aderire allo scudo fiscale. Si potranno far rientrare in Italia, o regolarizzare, attività finanziarie e capitali detenuti all&#8217;estero e mai dichiarati al fisco italiano in violazione delle norme sul monitoraggio. Nel caso della sola regolarizzazione gli intermediari [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://farm3.static.flickr.com/2335/2400003509_f626bfff8d_b.jpg"><img class="alignleft" src="http://farm3.static.flickr.com/2335/2400003509_f626bfff8d_b.jpg" alt="" width="357" height="368" /></a>A cura della Redazione.</strong></p>
<p><strong>Roma, 15 set (Velino)</strong> &#8211; Da oggi e fino al 15 dicembre 2009, sarà possibile aderire allo scudo fiscale. Si potranno far rientrare in Italia, o regolarizzare, attività finanziarie e capitali detenuti all&#8217;estero e mai dichiarati al fisco italiano in violazione delle norme sul monitoraggio. Nel caso della sola regolarizzazione gli intermediari dovranno comunicare al Fisco sia il patrimonio che il nome dell&#8217;intestatario, mentre nel caso di rimpatrio si potrà conservare l&#8217;anonimato, in quanto ciascun intermediario è tenuto a comunicare unicamente il totale dei patrimoni fatti rientrare nel complesso da tutti i suoi clienti. Per gli intermediari inoltre &#8211; banche, società di gestione del risparmio, fiduciarie, o professionisti &#8211; vige l&#8217;obbligo di segnalazione antiriciclaggio. Non potrà in ogni caso aderire allo scudo chi è già oggetto di un accertamento fiscale, o nei cui confronti è già stata accertata una violazione di obblighi tributari o contributivi. L&#8217;Agenzia delle Entrate ha diffuso una circolare &#8220;provvisoria&#8221; (non ancora firmata dal direttore, Attilio Befera), in modo da poter tener conto, in quella definitiva, dei problemi che saranno riscontrati e segnalati nei prossimi giorni dagli intermediari e dai professionisti alle prese con l&#8217;operazione &#8220;scudo&#8221;.</p>
<p>Chi deciderà volontariamente di avvalersi della sanatoria verrà &#8220;scudato&#8221; per quanto riguarda i reati tributari di omessa dichiarazione o dichiarazione infedele, risparmiandosi quindi le multe che il Dl 78/2009 ha alzato rispettivamente al 480 e al 400 per cento dell&#8217;imposta dovuta. Sarà tenuto unicamente al rientro effettivo dei capitali &#8220;scudati&#8221; in Italia. Questa volta, infatti, non basterà dichiararli lasciandoli all&#8217;estero, a meno che non si trovino in Paesi dell&#8217;Unione europea, i quali &#8220;garantiscono un effettivo scambio di informazioni fiscali in via amministrativa&#8221;, oppure in altri Paesi extra-Ue (la Norvegia, per esempio), purché sia previsto con essi un sufficiente scambio di informazioni, i quali comunque saranno presumibilmente indicati nell&#8217;apposita circolare dell&#8217;Agenzia delle Entrate.</p>
<p>L&#8217;imposta da versare allo Stato per attivare lo scudo è del 5 per cento delle attività dichiarate. In teoria, dovrebbe essere calcolata non sui capitali, ma sui rendimenti annui. Tuttavia, poiché è prevista un&#8217;aliquota del 50 per cento su un rendimento annuo presunto dal governo del 2 per cento per cinque anni, si tratta in pratica di un&#8217;aliquota del 5 per cento sui capitali emersi. Siccome è molto difficile e costoso ricostruire un quinquennio di movimentazioni su conti detenuti nei &#8220;paradisi fiscali&#8221;, e calcolare con esattezza i capitali rimasti all&#8217;estero per periodi inferiori a cinque anni, l&#8217;aliquota sui rendimenti è poco più che una &#8220;finzione giuridica&#8221; e all&#8217;atto pratico al contribuente basterà pagare il 5 per cento del capitale emerso, rimpatriato o regolarizzato. &#8220;L&#8217;aliquota è del 5 per cento a meno che non venga fornita una prova contraria&#8221;, spiegava lo scorso luglio il viceministro dell&#8217;Economia Giuseppe Vegas, chiarendo che per vedersi applicare un&#8217;aliquota minore &#8220;occorrerà dimostrare che si è fatto meno dei 5 anni&#8221;. Secondo le stime elaborate dal Sole 24 Ore, le entrate potrebbero oscillare tra 3 e 4,5 miliardi di euro, di cui il 62 per cento si prevede dalla sola Lombardia.</p>
<p>Contestualmente al varo del nuovo scudo, il governo si è dotato di un nuovo strumento per colpire gli evasori che esportano i loro capitali nei &#8220;paradisi fiscali&#8221;: l&#8217;inversione dell&#8217;onere della prova. Non sarà più lo Stato a dover provare che i capitali detenuti all&#8217;estero e non dichiarati sono frutto di evasione fiscale, ma il contribuente a dover provare che non lo sono. L&#8217;articolo 12 del decreto anticrisi stabilisce infatti che investimenti e attività finanziarie detenute in stati o in territori a regime fiscale privilegiato in violazione degli obblighi di dichiarazione nel quadro RW si presumono costituite ai soli fini fiscali, e salva prova contraria a carico del contribuente, con redditi sottratti a tassazione. Norme, quelle volute dal governo e contenute nel decreto anticrisi, grazie alle quali la lotta ai &#8220;paradisi fiscali&#8221; si è molto rafforzata, ha riconosciuto il direttore dell&#8217;Agenzia delle Entrate, Attilio Befera, rivelando che ben 170mila nominativi sono &#8220;in questo momento sotto indagine&#8221;.</p>
<p>(Federico Punzi) 15 set 2009 11:20</p>
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		<title>Tremonti: perchè l&#8217;Europa ci apprezza</title>
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		<pubDate>Fri, 13 Mar 2009 22:46:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Armao</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica Internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[Politica Nazionale]]></category>
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Redazione
Via libera dell’Ecofin alla trasformazione dell’Iva agevolata al 10% per il settore delle costruzioni da regime provvisorio a permanente. “È una buona dote fiscale per la nostra politica edilizia”, ha sottolineato il ministro dell’Economia Giulio Tremonti al termine dei lavori con i colleghi europei.
 “Abbiamo ottenuto la conferma, anzi il trasferimento da temporaneo a permanente del [...]]]></description>
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<p class="MsoNormal"><strong><a href="http://mariannamadia.ilcannocchiale.it/mediamanager/sys.user/98302/TREMONTI.jpg"><img class="alignleft" src="http://mariannamadia.ilcannocchiale.it/mediamanager/sys.user/98302/TREMONTI.jpg" alt="" width="292" height="235" /></a>Redazione</strong></p>
<p class="MsoNormal">Via libera dell’Ecofin alla trasformazione dell’Iva agevolata al 10% per il settore delle costruzioni da regime provvisorio a permanente. “È una buona dote fiscale per la nostra politica edilizia”, ha sottolineato il ministro dell’Economia Giulio Tremonti al termine dei lavori con i colleghi europei.</p>
<p class="MsoNormal"><span> </span>“Abbiamo ottenuto la conferma, anzi il trasferimento da temporaneo a permanente del regime agevolato per l’Iva sull’edilizia, ristrutturazioni e riconversioni abitative”, ha annunciato, spiegando che lo schema riguarda “tutti paesi ma noi particolarmente. Il regime italiano era speciale e temporaneo, ora è speciale e permanente”.</p>
<p class="MsoNormal">L’accordo dell’Ecofin permette ai paesi membri di applicare l’Iva ridotta su base permanente su tutta una serie di settori a scelta: oltre alla ristrutturazione delle abitazioni, il regime interessa la ristorazione, le piccole riparazioni di biciclette, scarpe, pellame, abbigliamento, vettovaglie.</p>
<p class="MsoNormal">Ma non solo, la riforma tocca anche l’attività dei lavavetri, pulizia delle case private; servizi di assistenza a domicilio per giovani, anziani, persone malate o disabili; parrucchieri; libri cartacei e cd rom. Il Portogallo nello specifico ha ottenuto l’applicazione dell’agevolazione ai pedaggi per i ponti di Lisbona e Cipro per le bombolette di gas.</p>
<p class="MsoNormal">Ma l’Ecofin ha dato anche luce verde al programma di Stabilità italiano, mentre il ministro sul fronte sociale ha tenuto a sottolineare che l’Italia è ben attrezzata, e i 9 miliardi stanziati per gli ammortizzatori sono “sufficienti”.</p>
<p class="MsoNormal">Il rapporto sull’Italia è fortemente positivo” ha detto Tremonti, osservando che “il bilancio della Repubblica italiana sul 2008 chiude bene, anche meglio di quanto previsto, il 2009 vediamo, ma già aver chiuso bene il 2008 è tanto”. E sul suggerimento Ue di valutare eventuali nuove misure, incluso l’innalzamento dell’età pensionabile delle donne, il titolare di via XX Settembre ha affermato. “Per noi è importante la parte sui conti” ha detto, osservando che “c’è una parte fortemente positiva sulle pensioni. L’Ue dice sempre una cosa e poi il contrario”.</p>
<p class="MsoNormal">Intanto sul fronte sociale, nessun timore di emergenze: l’Italia ha un buon apparato di strumenti per reagire. I 9 miliardi di euro per gli ammortizzatori sociali sono una cifra “rilevante e sufficiente” ha sostenuto il ministro. “Finora peraltro non c’è stato bisogno di attingere a questa riserva”, ha aggiunto, giudicando i nove miliardi “una cifra responsabile, un importo non marginale”. Nel governo, ha spiegato “si sta consolidando l’idea che l’apparato di strumenti costruito in Italia con il consenso generale nel corso dei decenni sia razionale, sia buono”.</p>
<p class="MsoNormal">Il ministro ha poi approfondito l’entità della crisi. “Continuiamo a essere in terra incognita &#8211; ha rilevato &#8211; una situazione difficile che non ha precedenti storici, non c’è mai stata una così violenta alterazione degli schemi. Sappiamo che c’è la crisi, siamo stati eletti dicendo che sapevamo che c’era la crisi e che si sarebbe aggravata, sappiamo che è terra incognita, cerchiamo di fare il meglio possibile, nel modo migliore”.</p>
<p class="MsoNormal">“La moltiplicazione di dati, previsioni e congetture non ci sembra che sia un contributo per la soluzione del problema, consentirà a qualcuno di vincere il Nobel di non so cosa &#8211; ha concluso &#8211; c’è la crisi, lo sappiamo la gestiamo nel modo più serio e responsabile. La moltiplicazione delle previsioni non è seria”.</p>
<p class="MsoNormal"> </p>
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		<title>Tremonti: sì, ce la faremo</title>
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		<pubDate>Wed, 18 Feb 2009 19:05:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Armao</dc:creator>
				<category><![CDATA[Difesa dei Consumatori]]></category>
		<category><![CDATA[Politica Nazionale]]></category>
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		<description><![CDATA[<a href=http://www.arezzopolitica.it/2009/02/18/tremonti-si-ce-la-faremo/><img src=http://www.varesepolitica.it/adamoli/files/tremonti1.jpg class=imgtfe hspace=5 align=left width=100  alt="" /></a>

Redazione
Tra Asia e Stati Uniti “si è creato un G2”, con l&#8217;Asia che “produce a basso costo e gli Usa che comprano a debito”. Il ministro dell&#8217;Economica, Giulio Tremonti, spiega così una delle principali cause che hanno portato alla crisi economica. Infatti negli ultimi anni l&#8217;America, che ruotava “sull&#8217;asse del suo sistema”, si è spostata, [...]]]></description>
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<p class="MsoNormal"><a href="http://www.varesepolitica.it/adamoli/files/tremonti1.jpg"><img class="alignleft" src="http://www.varesepolitica.it/adamoli/files/tremonti1.jpg" alt="" width="480" height="360" /></a></p>
<p class="MsoNormal"><strong>Redazione</strong></p>
<p class="MsoNormal">Tra Asia e Stati Uniti “si è creato un G2”, con l&#8217;Asia che “produce a basso costo e gli Usa che comprano a debito”. Il ministro dell&#8217;Economica, Giulio Tremonti, spiega così una delle principali cause che hanno portato alla crisi economica. Infatti negli ultimi anni l&#8217;America, che ruotava “sull&#8217;asse del suo sistema”, si è spostata, passando dall&#8217;Atlantico al Pacifico. “Si è creata la situazione in cui l&#8217;Asia produce merci a basso costo e gli Stati Uniti comprano a debito. Una situazione di squilibrio straordinario che ha contribuito a determinare la crisi. Si è creato un G2 che ha cambiato il mondo”, dice Tremonti.</p>
<p class="MsoNormal">Il ministro torna quindi a parlare di un&#8217;altra delle cause principali che hanno portato alla crisi economica: la mancanza di regole. “Le regole sono una parte essenziale del mercato”. Ma ormai si è creata “una squadratura tra mercato e giurisprudenza”. Secondo il ministro non è solo la deregulation alla base della crisi, “nel catalogo delle cause c&#8217;è anche l&#8217;ingresso nel regno dell&#8217;anomia” che si trova in “almeno quaranta posti nel mondo, che sono come la mappa di Tortuga, dove l&#8217;unica regola è non avere regole”. Paesi senza regole fiscali né legali.</p>
<p class="MsoNormal">Tremonti sottolinea che le regole, da sole, non sono sufficienti. Occorre anche introdurre valori etici, “introdurre un patrimonio di valori che ha un ruolo fondamentale”. E nella “fabbrica delle regole il patrimonio dei cattolici è fondamentale”.</p>
<p class="MsoNormal">“Credo che l&#8217;esercizio fatto a Camaldoli e a Friburgo – conclude Tremonti &#8211; era un tentativo di economia sociale di mercato. Un tentativo di introduzione di valori etici. In questa fase storica dobbiamo fare questo esercizio dal locale al globale&#8221;.</p>
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		<title>Perchè il capitalismo degenera</title>
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		<pubDate>Thu, 12 Feb 2009 22:05:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Armao</dc:creator>
				<category><![CDATA[Varie]]></category>
		<category><![CDATA[capitalismo]]></category>
		<category><![CDATA[tremonti]]></category>

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		<description><![CDATA[<a href=http://www.arezzopolitica.it/2009/02/12/perche-il-capitalismo-degenera/><img src=http://gestcredit.files.wordpress.com/2008/09/carlo-marx1.jpg class=imgtfe hspace=5 align=left width=100  alt="" /></a>Redazione
Per superare la crisi economica e non entrare in una nuova servono nuove regole. “Il nuovo secolo deve, può essere il secolo del ‘legal standard’. Fatto da regole non limitate alla finanza, ma estese alla struttura sostanziale del capitalismo, come è degenerata negli ultimi anni”. È quanto scrive il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, nelle conclusioni [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://gestcredit.files.wordpress.com/2008/09/carlo-marx1.jpg"><img class="alignleft" src="http://gestcredit.files.wordpress.com/2008/09/carlo-marx1.jpg" alt="" width="379" height="493" /></a><strong>Redazione</strong></p>
<p>Per superare la crisi economica e non entrare in una nuova servono nuove regole. “Il nuovo secolo deve, può essere il secolo del ‘legal standard’. Fatto da regole non limitate alla finanza, ma estese alla struttura sostanziale del capitalismo, come è degenerata negli ultimi anni”. È quanto scrive il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, nelle conclusioni di un lungo intervento sul Corriere della Sera, nel quale affronta le patologie del capitalismo.<br />
“Senza nuove regole &#8211; sottolinea Tremonti &#8211; il superamento di questa crisi, fatto con i vari piani di salvataggio o con la bad bank, sarebbe infatti solo la preparazione della nuova”.<br />
Tremonti spiega che “la degenerazione del capitalismo si è manifestata principalmente in quattro patologie”.</p>
<p>La prima patologia: “vendere a terzi il rischio incorporandolo in nuovi prodotti finanziari. Così &#8211; scrive Tremonti &#8211; meno rischi e più guadagni. E così il rischio ha cominciato a circolare. C’è un antico detto &#8211; prosegue Tremonti &#8211; secondo cui i banchieri ti prestano il denaro come l’ombrello. Ma te lo prestano quando c’è il bel tempo e te lo ritirano quando invece viene la pioggia. Qui è avvenuto l’opposto: più debito e ancora più debito. È così che si è diffusa l’arte di vivere indebitati, grazie al buon cuore delle banche, e nella progressione di un paradigma che, basato sull’azzardo matematico dei derivati, ha creato e sta creando, effetti progressivi di crisi”.<span id="more-799"></span></p>
<p>La seconda patologia indicata dal titolare di via Venti Settembre è “la possibilità di sviluppare attività economiche e finanziarie fuori dalle giurisdizioni ordinarie”. Il problema, sottolinea Tremonti, non è solo la deregulation. “Una quota importante di capitalismo &#8211; sostiene &#8211; è entrata più che nello schema della deregulation, nel regno dell’anomia”.</p>
<p>La terza patologia: “la parte affluente e più dinamica del capitalismo è uscita dallo schema della società per azioni e ha utilizzato altri strumenti, gli hedge fund, gli equity fund. Questi sono strumenti che rappresentano un’evoluzione assolutamente esterna e alternativa rispetto allo schema legale di base proprio del capitalismo, che è appunto la società per azioni”.</p>
<p>Infine, la quarta patologia, è il fatto che “ultimo capitalismo si è liberato dal vincolo della partita doppia (distinzione fra conto patrimoniale e conto economico) e si è spostato solo sul conto economico, abbandonando la base del conto patrimoniale”. È così che, secondo il ministro, “è venuto via via configurandosi un capitalismo di tipo nuovo, di tipo take away: estrai ricchezza dal conto patrimoniale, saccheggi i valori che ci sono dentro e li porti fuori”.</p>
<p>“Che fare? &#8211; scrive Tremonti &#8211; se la crisi ha origine nella finanza, non la curi dalla parte sbagliata con gli stimoli applicati dal lato dell’economia reale”. Certo, sottolinea Tremonti “è giusto agire sulle strutture sociali ed economiche per cercare di assicurarne la tenuta”, ma se l’origine della crisi è nella finanza, “nella mancanza di fiducia fra banchieri e finanzieri, se la crisi non è una crisi di liquidità ma di solvibilità, la medicina non è nel fondere banche fallite, non è lo switch o swap fra debito privato e debito pubblico, non è creando domanda privata artificiale addizionale. Se sei drogato la cura non si fa con la droga.</p>
<p>Se il male è il debito, un eccesso di debito, continua Tremonti, “la cura non è data da altro debito addizionale, privato o pubblico che sia. Salvare tutto è missione divina. Se si pensa di salvare tutto, con l’ultima istanza dei governi, con i debiti pubblici, finisce che non si salva niente e si perdono alla fine anche i bilanci pubblici”.</p>
<p>Salvare il possibile, aggiunge, “è invece missione politica”. “Salvare le famiglie, le industrie, la parte delle banche autenticamente funzionale per lo sviluppo. Separare il resto, immettendolo in veicoli ad hoc, stabilire una moratoria di tassi e di tempi, sterilizzare i relativi valori nei bilanci. Il nome tecnico può cambiare: bad bank o chapter 11, ma la sostanza – conclude Tremonti &#8211; è la stessa, chiusa in una formula di radicale separazione del bene dal male, del funzionale dallo speculativo.</p>
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