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	<title>Arezzo Polis &#187; transizione italiana</title>
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	<description>Cultura politica, dibattito pubblico.</description>
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		<title>Sarà il caso Ruby a far cadere Berlusconi?</title>
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		<pubDate>Thu, 20 Jan 2011 22:59:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mugnai</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica Nazionale]]></category>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.arezzopolitica.it/2011/01/20/sara-il-caso-ruby-a-far-cadere-berlusconi/"><img align="left" hspace="5" width="150" height="150" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2011/01/berlusconi_manette-150x150.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="berlusconi_manette" title="berlusconi_manette" /></a>di Redazione- Ci troviamo in una situazione politica difficile ed imbarazzante. La tentazione irrazionale della maggioranza degli italiani, sarebbe quella di far cadere Silvio immediatamente; il pensiero razionale dell&#8217;uomo della strada va in una direzione diversa, perchè anche se Berlusconi rappresenta una grande anomalia (con tutti i suoi difetti politici, con le sue burle e stravaganze), questa [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignleft size-medium wp-image-6131" title="berlusconi_manette" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2011/01/berlusconi_manette-295x300.jpg" alt="berlusconi_manette" width="295" height="300" />di Redazione- Ci troviamo in una situazione politica difficile ed imbarazzante. La tentazione irrazionale della maggioranza degli italiani, sarebbe quella di far cadere Silvio immediatamente; il pensiero razionale dell&#8217;uomo della strada va in una direzione diversa, perchè anche se Berlusconi rappresenta una grande anomalia (con tutti i suoi difetti politici, con le sue burle e stravaganze), questa persecuzione giudiziaria è altrettanto anomala e preoccupante e non si intravvedono uomini e coalizioni in grado di rappresentare un&#8217;alternativa innovativa per il Paese. Questa situazione straordinaria può risolverla, a suo favore o sfavore, solo Berlusconi. Condividiamo pienamente l&#8217;articolo sotto riprodotto, di Giuliano Ferrara, pubblicato su &#8220;<em>Il Foglio&#8221; </em>del 19 Gennaio, che, in tono  pacato e con eccezionale lucidità, tratteggia al meglio gli attuali tormenti di Berlusconi , dell&#8217;Italia e del suo popolo- </strong>Non è vero che si può resistere a tutto tranne che alle tentazioni, come diceva Oscar Wilde. La tentazione di dire al presidente del Consiglio di andarsene a casa, di mettere qualcuno al suo posto in figura di garanzia politica, di consentire una transizione che salvi il significato e la storia della sua spettacolare parabola politica, e ci liberi dall&#8217;incubo di un&#8217;agonia prolungata sulla scena italiana e internazionale, c&#8217;è ed è forte anche in alcuni tra i suoi amici e sostenitori della prima ora, come noi siamo, amareggiati per la breccia che lo stile di vita di Berlusconi ha aperto all&#8217;irruzione del suo peggiore nemico, l&#8217;alleanza guardona e moralizzatrice di magistratura e media. Se ancora resistiamo, nella mestizia e senza alcun eroismo o ribalderia, è perché non vogliamo darla vinta tanto facilmente a Ilda Boccassini e al giro azionista che disprezza le elezioni e il paese alle vongole. Che Berlusconi faccia regali munifici a destra e a manca, che ami circondarsi di belle ragazze in una specie di harem, che si diverta in feste private come gli pare e piace, che le sue telefonate in questura rivelino un certo carattere e una vena di comica follia (la nipote di Mubarak) incompatibili con il cliché del politico scaltro e autoritario, tutto questo è vero e legittimo nella dimensione privata. E la retorica perbenista del riccone, del vecchio corruttore di fanciulle, elaborata in presa diretta dal buco della serratura giudiziaria e dall&#8217;origliamento istituzionalizzato, fa profondamente schifo. Ma la tentazione quasi irresistibile di chiedere al premier di avviare subito la successione per ragioni schiettamente politiche, per manifesta e patologica prevalenza del privato sul politico e sul pubblico, che pure c&#8217;è ed è forte, anzi fortissima, si scontra con una realistica visione delle cose: oggi un&#8217;alternativa seria e responsabile non esiste, la si darebbe vinta ancora una volta a fanatismi moralizzatori che hanno già distrutto la Repubblica della Costituzione e dei partiti, e da anni sono in battaglia per insediare la Repubblica delle lobby, delle corporazioni, del conformismo e della noia. Però la leadership è responsabilità. Berlusconi, che sul piano personale non ha nulla da farsi perdonare più di quanto abbia da farsi perdonare ogni essere umano più o meno simpaticamente segnato dal peccato originale, sul piano politico deve riguadagnare e riconquistare la fiducia razionale dei suoi amici non servili e non fanatizzati: fiducia nel senso e nel significato della sua funzione pubblica, nella sua capacità di orientare e guidare un paese in difficoltà, e di spazzare via con gesti di coraggiosa autodifesa e di volontà e intelligenza politica questa atmosfera di commedia plautina incompatibile con una pur anomala, e fantasiosa e inventiva e stramba, conduzione del governo della Repubblica. Se non fosse in grado di dare una risposta persuasiva a questa domanda politica oggettiva, meglio che si attrezzi per cedere ad altri la rappresentanza politica del paese. Per tutti, e per lui stesso.</p>
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		<title>Fini,  sulla &#8220;Questione Giustizia&#8221; non barare!</title>
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		<pubDate>Tue, 27 Apr 2010 11:13:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Frabetti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.arezzopolitica.it/2010/04/27/fini-sulla-questione-giustizia-non-barare/"><img align="left" hspace="5" width="150" height="150" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/04/fini-150x150.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="fini" title="" /></a>di Giorgio Frabetti- Cosa farà Fini dopo il “duello” con Berlusconi di giovedì scorso? Quali altre mosse starà studiando? Certo, alle volte per comprendere le mosse dei politici non è importante quello che dicono, quanto quello che … non dicono. Certo, scorrendo il discorso di Fini giovedì scorso alla Direzione PDL non può non stupire il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-4036" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/04/fini.jpg" alt="fini" width="313" height="402" />di <strong>Giorgio Frabetti</strong>- Cosa farà Fini dopo il “duello” con Berlusconi di giovedì scorso? Quali altre mosse starà studiando? Certo, alle volte per comprendere le mosse dei politici non è importante quello che dicono, quanto quello che … non dicono. Certo, scorrendo il discorso di Fini giovedì scorso alla Direzione PDL non può non stupire il  “basso profilo” dedicato sul rapporto politica-magistratura: &#8220;Sulle riforme della giustizia: il governo non fa leggi <em>ad personam</em>, ma talvolta da l&#8217;impressione di voler favorire qualcuno; so che il governo non ha operato in questo senso, ma l&#8217;impressione c&#8217;è stata&#8221;.  Cosa c’è dietro questo discorso da “uomo qualunque”? Certo, è “fantapolitica” dire che Fini sta strizzando l’occhio a Di Pietro! Nello stesso tempo, però, sforzandoci a leggere queste parole <em>in bonam partem</em> (ossia astenendoci dal presupporne significati “dietrologici”) il Presidente della Camera e <em>leader</em> di “area” AN pretende di leggere il rapporto politica-magistratura come se i problemi della giustizia derivassero da pretese di favoritismo e di (non detto) conflitto di interessi dell’attuale <em>premier</em>, ovvero da problemi “di opportunità” o “di stile”, non colti dall’attuale Presidente del Consiglio. Un modo per dire tra le righe a Silvio: “guarda che se ti fai da parte la questione giustizia si risolve da sola”? “Guarda che tu Silvio sei il problema giustizia”? Non è chiaro, ma è certo delle due l’una: o Fini pecca per ingenuità colossale (ma non è credibile), oppure cerca “benemerenze mediatiche” a spese di Berlusconi sul tema giustizia (cosa, per altro, in cui si è già impegnato Pier Ferdinando Casini, dopo anni di alleanze con il Silvio Nazionale). Comunque si giudichi le parole di Fini, è certo che il Gianfranco Nazionale si è concesso più di una licenza al “politicamente corretto”: è tipicamente <em>politically correct</em> la tendenza a ridurre a “chiacchiere da salotto” questioni complesse, come la questione giustizia che è la questione principe delle attuali istituzioni democratiche. Alla base della visibilità della Giustizia in Italia, non sta “l’anomalia Berlusconi”, quanto la crisi dei partiti e dei meccanismi di democrazia deliberativa; una crisi preoccupante di paralisi del governo della società che sta facendo scivolare l’Italia in una situazione buia paragonabile a quella dell’<em>ancième règime</em> pre-rivoluzione francese; è una crisi che affonda certamente nel malcostume politico (es. è più facile colpire l’avversario politico cavalcando il “sensazionalismo” dell’avviso di garanzia, anche se poi non si approda a nulla di rilevante, piuttosto che utilizzare le armi del confronto dialettico!), ma che ha radici istituzionali più ramificate: da un lato, l’opzione “mercatista” e liberista degli anni ’90 ha portato (in Italia, ma anche in Europa) alla devoluzione di alcune competenze regolatrici del mercato e delle vita sociale (WTO, UE) ad organizzazioni internazionali sostanzialmente giurisdizionali e para-giurisdizionali (vedi Commissione UE) svilendo il ruolo dei parlamenti; dall’altro, la crisi dei partiti tradizionali, che ha portato queste <em>èlites</em> dirigenti (in declino politico e prive di numeri in parlamento) a cercare sponde e “fiancheggiamenti” nella Magistratura (vedi teorizzazioni di Leopoldo Elia sul ruolo “militante” della giurisprudenza costituzionale; sul punto, leggere Loquenzi ne <em>L’Occidentale</em> del 25/09/2009), cercando di influire in questo modo trasversale sulla produzione del diritto (perso il potere di influire direttamente attraverso il Parlamento). Se Fini è convinto che le sue parole beneducate spese giovedì scorso certamente basteranno a rimuovere un simile macigno, si sbaglia di grosso! Ci provi Fini ad andare a Palazzo Chigi  e veda se basta mandar via Berlusconi per normalizzare la giustizia: forse che Gianfranco ha dimenticato che tutti i Presidenti del Consiglio di questo decennio (da Berlusconi a Prodi) hanno dovuto subire la delegittimazione del proprio Ministro Guardasigilli (Mastella, Prodi, con le vicende di Salerno e Alfano, Berlusconi con le vicende dell’omonimo “lodo”), nei momenti normali, tradizionale “punto di mediazione” tra Giustizia e Politica? E’ evidente che un tale livello di competitività politica-magistratura ha radici complesse e non nasce da una presunta “anomalia Berlusconi”, quanto da una degenerazione molto comune alle democrazie parlamentari (vedi Repubblica di Weimar) che, in tempi di crisi delle <em>èlites</em> dirigenti (vedi precedente della Repubblica di Weimar) tende ad appiattire il gioco politico sul piano orizzontale del rispetto delle regole formali, imbrigliando, invece, la dimensione verticale, “decisionista” della politica (Schmitt). Attenzione, non mi si faccia dire più di quello che ho detto; non si creda che intenda celebrare il processo sulle intenzioni di Fini e vederlo già nel campo dell’antiberlusconismo solo per queste dichiarazioni sulla Giustizia. Certo, la concessione al <em>politically correct</em> c’è ed è evidente, perché le parole di Fini sulla giustizia giovedì scorso sono sì utili a trovare l’applauso e l’apprezzamento dei giornali, ma non aiutano ad affondare il bisturi in un cancro che, non curato, rischia di assumere proporzioni preoccupanti. Dobbiamo riprendere a ricordarci che <strong>è la politica la sede dove si può discutere della distribuzione dei benefici e dei cicli economici sulle classi sociali, sui ceti svantaggiati e sui giovani e di chi … è senza diritti; mentre la Magistratura non può che agire sull’esistente e fatalmente favorire le posizioni di chi i diritti li ha già acquisiti!</strong> Se la politica è bloccata, l’economia (non governata) lascerà morti e feriti, tra i ceti che non godono di rendite acquisite (giovani etc.). Questo è il nocciolo del problema, almeno a mio avviso. Ora, bando alle chiacchiere e alle dietrologie, mi permetto di dire questo a Fini: vuoi davvero meritarti la palma di successore di Berlusconi, di futuro <em>premier</em> (in un periodo che si presume lungo dato lo stato comatoso del PD che non da segno di finire)? Allora, metti mano alla questione giustizia, in modo franco, senza ipocrisie e senza compromessi disonorevoli, cominciando ad affrontare il problema nelle sue cause, mettendo mano al riequilibrio dell’assetto istituzionale complessivo dello Stato nel senso del Presidenzialismo. In questo, si può anche valutare di concedere una sorta di “moratoria” sulle riforme dell’ordinamento giudiziario (separazione delle carriere, discrezionalità dell’azione penale), ma avendo di mira l’essenziale esigenza di rafforzare l’Esecutio, per controbilanciare la spinta “orizzontale” della Magistratura, mettendo, così, fine all’ibrido “condominio” Giustizia-Politica raggiunto in Italia negli anni 90 nel tentativo di “governare la globalizzazione” (sul punto, vedi il mio <em>Il ruolo di Berlusconi nella “transizione italiana”</em> del 25/10/2009 in questo <em>newsmagazine</em>). In questo, si può avere ragione nel criticare l’impostazione berlusconiana che fin qui ha sperato superare  l’attuale <em>impasse</em> istituzionale ricorrendo alla legge ordinaria, fatalmente condannata dal sindacato della Consulta (così per le riforme dell’ordinamento giudiziario del 2006, le riforme del “lodo Alfano” e del “legittimo impedimento”) e che non a caso ha prodotto risultati inferiori alle aspettative: così, infatti, sono stati curati i sintomi, non la malattia. Se Fini riuscirà ad impostare un serio percorso di riforme, meriterà fiducia; se no, dovremmo concludere che è un “uomo di paglia” come tanti!</p>
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		<title>Il potere logora &#8230; chi ce l&#8217;ha!- Fini visto da Marcello Veneziani</title>
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		<pubDate>Fri, 23 Apr 2010 17:33:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Frabetti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica Nazionale]]></category>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.arezzopolitica.it/2010/04/23/il-potere-logora-chi-ce-lha-fini-visto-da-marcello-veneziani/"><img align="left" hspace="5" width="150" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/04/fini_berlusconi_smorfia_adn-400x300.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="fini_berlusconi_smorfia_adn--400x300" title="" /></a>di Giorgio Frabetti-Fini può restare nel PDL, portando avanti le sue idee: questo Berlusconi lo ha affermato chiaramente, prima nel discorso (molto tumultuoso) tenuto in replica alle osservazioni di Fini alla Direzione PDL di ieri, poi nel documento approvato in tarda serata pressocchè all&#8217;unanimità: se Fini vuole portare il suo contributo di idee al partito [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-4004" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/04/fini_berlusconi_smorfia_adn-400x300.jpg" alt="fini_berlusconi_smorfia_adn--400x300" width="400" height="300" />di <strong>Giorgio Frabetti</strong>-Fini può restare nel PDL, portando avanti le sue idee: questo Berlusconi lo ha affermato chiaramente, prima nel discorso (molto tumultuoso) tenuto in replica alle osservazioni di Fini alla Direzione PDL di ieri, poi nel documento approvato in tarda serata pressocchè all&#8217;unanimità: se Fini vuole portare il suo contributo di idee al partito è bene accetto. Il discorso del <em>premier</em>-Presidente del PDL implica due corollari: il &#8220;no a correnti&#8221; e le dimissioni di Fini da Presidente della Camera. Per (tentare di) sbrogliare la complicata matassa e le parole e il contegno non sempre chiari e coerenti di Fini, credo siano molto utili e provvidenziali le parole di Veneziani, spese nell&#8217;articolo di fondo uscito lunedì 19 scorso nel <em>Giornale</em>. Tra i commentatori che meglio e più lucidamente hanno colto la problematicità, le oscurità e le ambiguità della posizione finiana, Veneziani (non ora, ma da tempi risalenti) auspica per gli ex-AN  un rapporto con gli ex-FI, improntato a &#8220;autonomia costruttiva&#8221;, a &#8220;differenza integrativa&#8221;, che veda gli ex-AN portare il peso specifico della tradizione della Destra politica ed europea. Ora, proprio grazie alle parole di Veneziani, si può agevolmente intendere che questo ruolo non è incompatibile con la permanenza del <em>leader</em> modenese all&#8217;interno del partito, nè con la strategia &#8220;autonomista&#8221; interna enunciata da Fini nel discorso di ieri. Il motivo è presto spiegato: come noto, Berlusconi ha motivato il suo &#8220;no&#8221; a correnti, motivando l&#8217;assenza di divisioni/distinzioni effettive, che, a suo dire, non servirebbero ad altro che a creare contrapposizioni e divisioni artificiose. Chiariamoci su un punto: da che mondo è mondo, le &#8220;correnti&#8221; sono sempre state l&#8217; oggetto misterioso per antonomasia della politica italiana: di abolizione delle &#8220;correnti&#8221; si parlava già ai tempi della DC di De Mita (con tanto di voti solenni che poi restavano lettera morta), se ne è parlato anche nel PD, con i risultati che sono sotto gli occhi di tutti. Ma il vero problema non parrebbero le &#8220;correnti&#8221; in sè, se si deve prestare fede a quanto ha detto Fini a Silvio:&#8221;sei tu (Silvio) il Presidente del Partito che decide, ma almeno si discuta&#8221;. Io credo che sia quell&#8217; &#8220;almeno si discuta&#8221; che fa la differenza. Se, quindi, bisogna prendere &#8220;in parola&#8221; il Presidente della Camera Fini, è certo che questo &#8220;diritto di discussione&#8221; (non disconosciuto nel Documento finale) può attuarsi sia organizzando una corrente sia non organizzandola, quindi, in piena compatibilità con gli indirizzi berlusconiani, approvati a schiacciante maggioranza nella Direzione di ieri. Se si deve prestare fede a queste parole, Fini rivendicherebbe per sè e per i suoi un ruolo, almeno teorico, di salvuaguardia dell&#8217; &#8220;area AN&#8221; come area di riferimento politico-culturale. A questo punto, la contappoisizione sulle &#8220;correnti&#8221; parrebbe più nominalistica che di sostanza: non è da escludersi, cioè, che quando Silvio parla contro le &#8220;correnti&#8221; non dica poi cosa molto diversa da quello che dice Fini. A sua volta, le parole del Documento (e le parole di Fini) aparirebbero compatibili con l&#8217;istanza avanzata da Veneziani di fare dell&#8217;area ex-AN un&#8217;area di &#8220;autonomia integrativa&#8221;, ma non competitiva, nè alternativa, nè a Berlusconi, nè alla Lega. Certo, a questo punto, non si può negare una cosa: a pensarci bene, infatti, Fini avrebbe teoricamente dovuto o potuto (a seconda dei punti di vista) svolgere da prima questo compito di &#8220;avanguardia poltico-culturale&#8221;; e Veneziani questo aspetto puntualmente e lucidamente lo fa notare: già da tempo (dice Veneziani) Fini avrebbe potuto/dovuto rappresentare le ragioni dello Stato, del pubblico, della scuola, della cultura italiana, differenziandosi dalla tendenza di Berlusconi e Bossi a valorizzare il privato e il mercato, in nome di &#8216;policy&#8217; di portata nazionale, controbilanciando il rischio che la coalizione corre, con una piattaforma politico-programmatica troppo &#8216;mercatista&#8217;, troppo sbilanciata sul mondo del mercato. Una prospettiva, quest&#8217;ultima, che avrebbe potuto (ma può tuttora) certamente contribuire a far ritrovare alla politica una sua vera moralità, aldilà del moralismo &#8220;caporalesco&#8221; e fariseo del &#8220;popolo viola&#8221;, di Di Pietro e degli altri &#8220;fondamentalisti costituzionali&#8221; del PD (Bindi <em>in primis</em>). Certo, le parole di Veneziani mettono il dito nella piaga in un problema reale: perchè Fini si scopre adesso polemico e  lottatore dopo che per quasi 20 anni (dal 1994 ad oggi) ha giocato il ruolo di &#8220;abatino&#8221; della politica? Veneziani non fornisce un&#8217;analisi di questo aspetto, ma fornisce una serie di spunti molto utili per l&#8217;analisi, specialmente quando spiega l&#8217;atteggiamento finiano come &#8220;secessione personale&#8221; (in opposizione alla &#8220;secessione territoriale&#8221; paventata a suo tempo dalla <em>Lega</em>). Personalmente, riteniamo che a spiegare questo atteggiamento defilato di Fini abbiano concorso due fattori: anzitutto, per tutti gli anni &#8216;90, lo sdoganamento di AN (come erede del MSI e del fascismo) era tutt&#8217; altro che compiuto e ciò avrebbe portato Fini a rinunciare alla <em>leadership </em>della destra, affidandosi al &#8220;traino&#8221; di un Berlusconi (comunque giudicato, certamente più accetto dai moderati); in secondo luogo, per tutti gli anni &#8216;90, Fini è stato oggettivamente condizionato dall&#8217;incertezza del quadro politico del centro-destra che, dopo la sconfitta elettorale del 1996, pareva evolversi più verso una ricostituzione di un &#8220;grande centro&#8221; post-democristiano piuttosto che verso una riproposizione di <em>Forza Italia</em>, dissanguata dalla &#8220;secessione&#8221; leghista (e che la &#8220;traversata nel deserto&#8221; di Berlusconi potesse avere buon fine era cosa di cui allora molti dubitavano!). In questa chiave, quindi, si intende anche il motivo che ha spinto Fini nel 1999 a presentare la formula dell&#8217; <em>Elefantino</em>, che prevedeva un&#8217;alleanza con Mariotto Segni, ritenuto allora più affidabile referente del Centro rispetto a Berlusconi. Comunque, è certo che l&#8217;atteggiamento di &#8220;abatino&#8221; è servito a Fini negli anni &#8216;90 molto più di un atteggiamento &#8216;pasionario&#8217; e aggressivo per  introdurre a poco a poco l&#8217;ex-MSI nei &#8220;salotti buoni&#8221; della politica. Certo, non è escluso che in questo, Fini, più preoccupato di stringere &#8220;alleanze al vertice&#8221; abbia perso contatti con la base, con il &#8220;popolo della destra&#8221;; di questo Veneziani lo accusa apertamente (e non solo da adesso) e, in questa chiave legge le uscite (sconcertanti per gli ex-AN) su testamento biologico, immigrazione, laicità, che effettivamente hanno sconvolto chi confidava in Fini come custode di &#8220;Dio, Patria e Famiglia&#8221;. Senza voler assolutizzare questi assunti (è infatti inevitabile un&#8217;interpretazione delle ideologie in linea evolutiva con i tempi!), certo è che l&#8217;allarme lanciato da Massimo Veneziani di una propensione di Fini all&#8217; &#8220;autoreferenzialità&#8221; politica è reale: ciò farebbe di Fini una sorta di d&#8217;Alema di Destra, ovvero di &#8216;inquinatore della &#8220;Purezza dell&#8217;idea&#8221; (per d&#8217;Alema l&#8217;antiberlusconismo, per Fini il berlusconismo), un &#8220;gesuita&#8221; che piega il movimento alla bassa bottega del potere e della visibilità personale. Ma, a questo punto, forse si può andare oltre quanto dice Veneziani e leggere gli atteggiamenti di Fini come effettivo segno di &#8220;logoramento&#8221; derivanti da 20 anni di politica di &#8220;basso profilo&#8221;. Preoccupato, cioè, di legittimare AN sui temi della <em>shoà</em>, della lotta al nazi-fascismo e di allineare AN al &#8220;patriottismo costituzionale&#8221; auspicato da Ciampi, Fini si è via via &#8220;lasciato rubare&#8221; da Berlusconi temi conservatrici (la famiglia, i rapporti con l&#8217;America di Bush) che pure avrebbero potuto costituire &#8220;competenza naturale&#8221; di AN (Fini dal 2001 al 2006 ha dovuto subìre due scissioni similari per questi motivi, una di Storace e una della Mussolini). Persa, quindi, udienza e persa specificità sui temi tradizionali della destra, Fini ha cercato di inventarsi un&#8217;altra tribuna: non inganniamoci, dietro temi di laicità, non c&#8217;era tanto un&#8217;istanza modernizzatrice della destra, ma c&#8217;era l&#8217;anti-berlusconismo! Ovvero, c&#8217;era la cinica tendenza di Fini di ritagliarsi un ruolo entro la PDL fungendo da centro di attrazione della dissidenza interna e dell&#8217;elettorato non comunista che è anti-berlusconiano. A questo punto, Fini non avrebbe potuto aspettarsi trattamento diverso da quello che ha ricevuto nella Direzione PDL ieri, quella di essere sostanzialmente &#8220;messo in mora&#8221; e diffidato come sospetto inquinatore della prospettiva berlusconiana: ieri Fini ha pagato senza possibilità di equivoco il notevole logoramento politico da lui subìto in questi 20 anni. Il tempo dirà come evolverà questa vicenda, che per altro presenta ancora elementi di ambiguità ed appare tutt&#8217;altro che risolta! Anzitutto, Fini rifiuta di dimettersi da Presidente della Camera e di accondiscendere ad una delle essenziali condizioni poste da Berlusconi e dalla Direzione PDL. Il motivo addotto da Fini è sintomatico: nessuno può contestare a Fini (lui dice!) di non aver garantito l&#8217;imparzialità della conduzione dell&#8217;assemblea; cosa vera, ma che, detta in queste circostanza, assume un significato politicamente sinistro e può costituire la vera riprova delle autentiche intenzioni del <em>leader</em> dell&#8217;ex AN. Consideriamo un semplice assunto: se veramente si sentisse <em>leader</em> della minoranza, Fini non potrebbe non dimettersi; se non altro per l&#8217;obiettiva esigenza di dover lavorare  per la propria fazione all&#8217;interno del partito 24 ore su 24. Chi non ci dice che Fini non voglia dimettersi per obbligare la Camera a pronunciarsi essa stessa sull&#8217;opportunità delle sue dimissioni? Se è intenzione di Fini provocare la Camera su un simile voto, che usualmente assume, nella prassi costituzionale, un valore di puro &#8220;galateo&#8221; costituzionale, un simile voto non potrebbe che essere inteso come gesto di aperto Anti-Berlusconismo: non è escluso che Fini conti di aggregare a sostegno della sua persona l&#8217;opposizione IDV e UDC in primis. Ora, se gli ex-AN votassero insieme alle Opposizioni per mantenere Fini come Presidente della Camera, ciò significherebbe la prefigurazione di una maggioranza anti-berlusconiana; lungi dall&#8217;avere sbocco politico immediato (personalmente, credo l&#8217;opposizione troppo divisa e capace di esprimere al massimo una &#8220;maggioranza negativa&#8221;, non di Governo: vedi il mio <em>La &#8220;scelta giacobina&#8221; </em>&#8230; del 16/12/09 su questo <em>newsmagazine</em>), un simile voto attesterebbe pubblicamente che Fini, nella sua posizione di Presidente della Camera, disporrebbe di un effettivo &#8220;potere di veto&#8221; verso il Governo, evidentemente condizionante i &#8220;passaggi-chiave&#8221; della compagine governativa: in nome dell&#8217;anti-berlusconismo e con il fiancheggiamento delle Opposizioni, Fini, Presidente della Camera, ritaglierebbe per sè il ruolo di ufficiale &#8220;franco tiratore&#8221; del Governo (espresso dal Partito di cui è co-fondatore!). Se questo dovesse accadere (e speriamo non accada, ma i precedenti della politica non lasciano ben sperare), questo confermerebbe senza possibilità di dubbi la deriva finiana verso &#8220;l&#8217;autoreferenzialità&#8221; politica, paventata da Veneziani. Purtroppo, questo non è lo sbocco da Noi auspicato, quando invocammo una PDL unita, nazional-popolare capace di vincere &#8220;la pace&#8221; (ovvero il governo) e non solo &#8220;la guerra&#8221; (ovvero le competizioni elettorali con le opposizioni); davanti a noi, si allargherebbero gli spazi del <em>filybustering</em> e si chiuderebbe (forse per sempre) la speranza di una &#8220;buona politica&#8221; per le riforme.</p>
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		<title>&#8220;Porte Aperte&#8221; di Leonardo Sciascia- ovvero quando la magistratura era liberale</title>
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		<pubDate>Sat, 03 Apr 2010 19:22:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Frabetti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[cultura giuridica]]></category>
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		<category><![CDATA[magistratura]]></category>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.arezzopolitica.it/2010/04/03/porte-aperte-di-leonardo-sciascia-ovvero-quando-la-magistratura-era-liberale/"><img align="left" hspace="5" width="150" height="150" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/04/Sciascia_palazzolo-150x150.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="Sciascia_palazzolo" title="" /></a>di Giorgio Frabetti- Per le festività pasquali 2010, che auspichiamo siano trascorse serenamente e nell&#8217;ambito della pace e dello svago domestico, credo sia quantomai opportuno riscoprire un piccolo gioiello della vasta produzione letteraria di Leonardo Sciascia (di cui a novembre scorso si è commemorato il ventennale della scomparsa, il 20 novembre 1989): sto parlando del [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-3844" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/04/Sciascia_palazzolo.jpg" alt="Sciascia_palazzolo" width="300" height="217" />di <strong>Giorgio Frabetti</strong>- Per le festività pasquali 2010, che auspichiamo siano trascorse serenamente e nell&#8217;ambito della pace e dello svago domestico, credo sia quantomai opportuno riscoprire un piccolo gioiello della vasta produzione letteraria di Leonardo Sciascia (di cui a novembre scorso si è commemorato il ventennale della scomparsa, il 20 novembre 1989): sto parlando del romanzo <em>Porte Aperte</em> del 1987 (quindi, tra gli ultimi della produzione sciasciana). Salutato all&#8217;uscita con grande successo,  il romanzo trovò una certa poplarità e fu percepito dai più come un&#8217;ennesima epopea di esaltazione/celebrazione della Magistratura: non dobbiamo dimenticare, infatti, che, negli anni in cui Sciascia scriveva il romanzo, infierivano i colpi finali della lotta al terrorismo (l&#8217;ultima importante legge sui &#8220;pentiti&#8221; è, infatti, del 1987!) e ferveva l&#8217;attesa per le condanne alla mafia del maxi-processo (il 16/12 dello stesso anno, infatti,  la fine del maxi-processo in primo grado). Ad avvallare poi questa percezione (riduttiva, come si vedrà) dell&#8217;opera (e a confermare quel luogo comune che voleva Sciascia una sorta di antesignano de &#8220;la piovra&#8221;), concorse poi il film di Gianni Amelio che, tratto dal romanzo, uscì poco dopo. La storia del &#8220;piccolo giudice&#8221;  antifascista (interpretato da un grandissimo Gian Maria Volontè) che si vendica del regime che vuole una &#8220;condanna a morte politica&#8221; per confermare davanti all&#8217;opinione pubblica la propria capacità di imporre l&#8217;ordine, si prestava alla &#8220;mitizzazione&#8221; della magistratura &#8220;militante&#8221;, all&#8217;epoca sulla breccia. In realtà, come succede per tutti i romanzi di Sciascia, i livelli di lettura sono più complessi e profondi. Innanzitutto, nulla era più lontano dalla cultura di Sciascia del concetto di &#8220;magistratura militante&#8221; portato avanti da una certa Sinistra negli anni &#8216;60/&#8217;70: di questo Sciascia aveva dato ampia prova nella polemica di inzio &#8216;87 contro i &#8220;professionisti dell&#8217;antimafia&#8221;, nella quale aveva stigmatizzato la tentazione giacobina di alcuni esponenti del movimento antimafia e di alcuni intellettuali che portava, secondo Sciascia, a teorizzare la mafia alla mafia in nome di un non ben precisato &#8220;stato di eccezione&#8221; e non all&#8217;interno delle garanzie costituzionali e nel rispetto delle specificità culturali della Sicilia (una tentazione che lo scrittore aveva già drammatizzato nel Capitano Bellodi ne <em>Il giorno della civetta</em> del 1963 e di cui Sciascia vedeva i deleteri precedenti nella campagna antimafia del Colonnello Mori agli albori del fascismo, negli anni 1925-28). Nel romanzo e nell&#8217;incedere nella sua semplice (e al limite povera) trama, possiamo, invece, riscontrare una dialettica affatto differente. Il &#8220;piccolo giudice&#8221;, protagonista della storia, è un magistrato anziano, prossimo alla pensione, formatosi nel periodo pre-fascista e di cultura e formazione liberale: si trova ad affrontare il pietosissimo caso di un funzionario delle Corporazioni fasciste (un repellente e sgradevole personaggio &#8220;umiliato e offeso&#8221; degno di Dostoewskij), già squadrista, che, scoperto il tradimento della moglie con il suo superiore (di lavoro e di partito), ammazza in un colpo solo moglie e amante. Uno smacco notevole per il PNF locale, che chiede come &#8220;pena esemplare&#8221; la pena di morte e rivolge espresse pressioni sulla Magistratura giudicante che dovrà occuparsi del caso. Offeso da tali pressioni nella sua dignità di magistrato , il &#8221;piccolo giudice&#8221; farà di tutto per evitare la pena di morte al soggetto (vincendo l&#8217;effettivo senso di repulsione per l&#8217;uomo) e ci riuscirà, riconoscendo i presupposti della &#8220;continuazione&#8221;. In questo modo, farà scattare la norma del <em>Codice Rocco</em> che, in quel caso, impediva la pena di morte (alla fine, comunque, le pressioni dell&#8217;ambiente fascista prevarranno e, in secondo grado, l&#8217;assassino sarà effettivamente condannato a morte). <strong>Il &#8220;piccolo giudice&#8221;, in questa chiave, non è altri che l&#8217;esponente rappresentativo di quella cultura giuridica tra le due guerre, formatasi nel mondo pre-fascista, che perseguì tenacemente l&#8217;obiettivo di evitare la politicizzazione della giurisdizione: di questo processo della cultura giuridica italiana, &#8220;Porte aperte&#8221; è una chiara e significativa parabola. </strong>Il cammino di questo filone della cultura giuridica italiana parte (relativamente) da lontano, ovvero parte come reazione alle istanze di &#8220;giurisprudenza sperimentale&#8221; avanzate tra fine 800 e inizio 900 da esponenti del positivismo criminologico come Enrico Ferri e si attesta nel chiedere al Magistrato la pura interpretazione della normativa vigente, con una metodologia di impronta nettamente esegetica (indirizzo tecnico-giuridico, vedi Prolusione del Prof. Rocco al Convegno di Sassari nel 1910). Una simile scuola, come noto, è stata criticata nel II dopoguerra: riducendo, cioè, il ruolo del giudice a custode del diritto vigente e togliendo al giudice la possibilità di attingere ad un superiore &#8220;dover essere&#8221; sociale incardinato nei diritti della persona e della Giustizia Sociale, la funzione giurisdizionale pareva uscirne svilita. Ebbene, non fu questo lo spirito con cui la migliore Magistratura ai primi del secolo e al tempo del fascismo operò e intese il proprio ruolo: Sciascia, con il suo romanzo, ha restituito il ritratto di una Magistratura rimasta liberale anche sotto il fascismo, per quanto &#8221;fiancheggiatrice&#8221;, che, negli anni del caos 1924-26 (dopo il marasma del delitto Matteotti) intese il proprio ruolo in funzione di ordine e di disciplinamento dello Stato, anche verso il fascismo, in nome di un &#8220;ritorno allo Statuto&#8221; (vedi teorie di Volt, i lavori della Commissione dei diciotto presieduta da Michele Bianchi etc.). In questo, pur nella Dittatura, la Magistratura (anche quella che giurò al regime negli anni 30) mantenne fermo il principio dello Statuto Albertino secondo cui le leggi emanano dal Re (non dal Primo Ministro), così come l&#8217;Amministrazione della Giustizia. Questo compromesso, se accettava, certamente, il superamento dei partiti e del parlamentarismo, e se implicava un pesante prezzo nei termini della limitazione della libertà politica parlamentare (per altro disciplinata in modo equivoco dallo Statuto), svolse una funzione di freno allo stravolgimento dello Stato di diritto che pure i fascisti più fanatici auspicavano: <strong>e</strong> <strong>se il fascismo non fu costellato di fatti di sangue e di arbitri come l&#8217;URSS sovietica e come la Germania Nazista, se fu impedito ai vari Farinacci e soci di dettar legge in Italia (alla pari del PCUS in URSS, così come della NSAP in Germania) e se durante il fascismo non ci furono gli spaventosi &#8220;processi-purghe&#8221; di Stalin, ciò lo si dovette ai Magistrati che, anche sotto la Dittatura, operarono affinchè la giurisdizione conservasse la sua autonomia rispetto al potere politico: come il &#8220;piccolo giudice&#8221; di Sciascia.</strong> Con il suo meraviglioso &#8220;Porte Aperte&#8221;, quindi, lo scrittore di Rocalmuto ci porta ad un &#8220;modo di intedere e fare magistratura&#8221; che, nel secondo dopoguerra, è stato liquidato, per lo più, come &#8220;fariseismo&#8221; o peggio &#8220;gesuitismo&#8221;. Certo, sotto il fascismo non c&#8217;era la Costituzione rigida, non c&#8217;era un controllo di costituzionalità che potesse permettere alla Magistratura di eliminare i provvedimenti più repressivi e liberticidi del regime; ma è altrettanto vero che, operando in chiave formalistica e tecnicistica, e preservando, così, la funzione giudicante da suggestioni e influenze &#8220;non giuridiche&#8221;, la Magistratura sotto il fascismo svolse una funzione liberale indiretta, ma certo non irrilevante, almeno di salvaguardia di quel residuo di liberalismo (almeno nei diritti dei cittadini) consentito dalla Dittatura. In questa distinzione tra politica e giurisdizione sta il lascito di riflessione di Sciascia sull&#8217;attualità presente: oggi noi abbiamo molti più strumenti per contrastare la Dittatura e per affermare le ragioni della libertà; ma c&#8217;è libertà compiuta solo in quello Stato dove politica e giurisdizione sono davvero distinti, ciascuno nel proprio ordine.</p>
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		<title>La &#8220;rivoluzione&#8221; fiscale del centro-destra: Forza Giulio!</title>
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		<pubDate>Fri, 26 Mar 2010 09:18:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Frabetti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Difesa dei Consumatori]]></category>
		<category><![CDATA[riforma fiscale]]></category>
		<category><![CDATA[transizione italiana]]></category>
		<category><![CDATA[tremonti]]></category>

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		<description><![CDATA[<a href="http://www.arezzopolitica.it/2010/03/26/la-rivoluzione-fiscale-del-centro-destra-forza-giulio/"><img align="left" hspace="5" width="150" height="150" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/03/04-GiulioTremonti-150x150.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="04-GiulioTremonti" title="" /></a>di Giorgio Frabetti- Troppa gente ha dimenticato che il fenomeno Tremonti aveva una sua storia molto tempo prima della &#8220;discesa in campo&#8221; di Silvio Berlusconi: era, infatti, noto al grande pubblico almeno dal 1986, quando, insieme con Vitaletti, il Commercialista di Sondrio aveva dato alle stampe un libello dal titolo &#8220;la fiera delle tasse&#8221;. Da allora, il Ns. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-3746" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/03/04-GiulioTremonti.jpg" alt="04-GiulioTremonti" width="280" height="368" />di <strong>Giorgio Frabetti</strong>- Troppa gente ha dimenticato che il fenomeno Tremonti aveva una sua storia molto tempo prima della &#8220;discesa in campo&#8221; di Silvio Berlusconi: era, infatti, noto al grande pubblico almeno dal 1986, quando, insieme con Vitaletti, il Commercialista di Sondrio aveva dato alle stampe un libello dal titolo &#8220;la fiera delle tasse&#8221;. Da allora, il Ns. si guadagnò un ruolo di <em>opinion-maker</em> nella tribuna del <em>Corriere della Sera</em>, come voce dello scontento fiscale di una parte del ceto medio Lombardo-Veneto che di lì a poco darà vita alla <em>Lega </em>e contribuirà in misura decisiva all&#8217;affossamento del sistema di equilibri della<em> Prima Repubblica. </em>Da questo punto di vista, Tremonti riveste un ruolo specialissimo di avanguardia ideologica del centro-destra. Ripercorrere oggi i suoi insegnamenti, significa andare alle origini della ragione storica della presenza poltica del centro-destra, ovvero al DNA ideale del centro-destra. A inizio anno, Giulio Tremonti ha annunciato che il Governo dopo le elezioni regionali 2010 metterà mano alla riforma fiscale: la riforma si farà &#8220;non in termini di speculazione elettorale o di avventurismo demenziale ma in termini di vero riformismo&#8221;, ha detto Tremonti nell&#8217;intervista rilasciata al <em>Sole 24 Ore</em> il 17/01 scorso; se nell&#8217;immediato non è possibile ridurre la pressione fiscale, &#8220;non è affatto escluso- continua il Ministro- che nel tempo a venire si possano aprire finestre di opportunità per riduzioni fiscali&#8221;. Opportunità che dovranno, comunque, essere sottoposte &#8220;al vincolo della disciplina del bilancio&#8221;. Da decenni, Giulio Tremonti teorizza una <strong>riforma fiscale</strong> che (in controtendenza con la riforma del 1971) realizzi uno spostamento del baricentro del prelievo tributario <strong>dalle persone alle cose, ovvero dai redditi ai consumi</strong>. Ognuno, infatti, può rendersi conto che la primazia ricosciuta dal Ns. ordinamento alle imposte sui redditi genera situazioni paradossali e inaccettabili, come il <em>fiscal drug</em> che tende a livellare al ribasso i redditi dei lavoratori, rendendo sostanzialmente vane ed inefficaci politiche di rilancio della domanda dei consumi incentrate sull&#8217;aumento della disponibilità netta di reddito; senza contare le sperequazioni e le ingiustizie sociali che penalizzano le fasce di reddito intermedie, quelle con propensione a crescere: per fare un esempio, l&#8217; aliquota del 38% (introdotta da Romano Prodi e Padoa-Schioppa), colpendo la fascia di redditi che va da E. 28.000 a E. 55.000, pare fatta apposta per penalizzare i ceti emergenti. Capita così ad es. ad un libero professionista, che, in regime fiscale ordinario, guadagni ca E. 36.000, di percepire di reddito effettivo (al netto di tutto contribuzione compresa) E. 18.000, ovvero 1.500 al mese, come una &#8220;Partita IVA minima&#8221; (fiscalmente agevolato dalla l. 244/2007) con reddito lordo di ca E. 26.000. Quale propensione a crescere, a innovare a queste condizioni? Che sfacciati poi i vari Boeri e i vari tribuni di <em>Repubblica</em>  (ieri strenui sostenitori di Prodi) a tuonare contro la politica italiana (sottinteso: la destra!) che non investirebbe nelle nuove professioni e nei giovani! Un Fisco di tal fatta, allo stato attuale, premia solo i redditi bassi sotto gli E. 15.000, quelli al limite della disoccupazione: proprio quella &#8220;fascia grigia&#8221; che spesso lavora &#8220;in nero&#8221;, riusciendo anche a spuntare i vantaggi da &#8220;semi-nullatenente&#8221;  dal <em>Welfare</em> (e spesso dicharazioni ISEE favorevoli, social card, finanche aiuti dai servizi sociali!), contribuendo ad alimenare fiumi e fiumi di teorie sociologiche inconcludenti sulle cd. &#8220;trappole&#8221; del <em>Welfare</em>!  E&#8217; dagli anni &#8216;80 che Giulio Tremonti tuona contro un simile Fisco, che si guadagna dagli italiani soltanto una persistente propensione all&#8217;evasione fiscale; è dagli anni 80 che Tremonti ha fatto presente che il reddito (pietra di paragone della riforma tributaria Preti-Visentini del 1971, densa di socialemocrazia ideologica) non è affatto misura assoluta nè della ricchezza, nè della capacità contributiva di una persona: in parte, perchè a certe condizioni il reddito è tecnicamente evanescente e sfuggente (per chi non subisce ritenute alla fonte, basta non fare fattura e il reddito sparisce!), in parte perchè costituisce misura  di ricchezza troppo fragile, perchè soggetta  a troppe e mutevoli coordinate: come non dimenticare in proposito quanto diceva Luigi Einaudi, ovvero che, nell&#8217;immediato primo dopoguerra, lo stipendio di un Direttore Generale di Ministero, per effetto dell&#8217;inflazione galoppante, era sostanzialmente uguale a quello di un Capostazione! E del resto ancora negli anni 70/80 fenomeni del genere erano ampiamente riscontrabili non solo per effetto della nuova spirale inflazionistica, ma anche per effetto della cd &#8220;scala mobile&#8221; (di quel meccanismo che adeguava gli stipendi al &#8220;caro vita&#8221;). Nello stesso tempo, Tremonti ha sempre stigmatizzato lo spreco in beni di lusso pur quando (a cavallo anni 70/80) la recessione era forte e l&#8217;inflazione era a due cifre , quando, cioè, sarebbe stato logico aspettarsi rigore e austerità nei consumi! Evidentemente, l&#8217;evasione fiscale era diffusa oltre ogni immaginazione (in effetti, negli anni 80, quando Tremonti cominciava a &#8220;fare opinione&#8221;, l&#8217;ordinamento fiscale italiano aveva raggiunto un enorme grado di ineffettività, al limite della bancarotta; alla quale, per altro, l&#8217;Italia andrà vicino, come oggi la Grecia, nel 1992!).  Come contraltare, <strong>Tremonti propone una revisione completa dell&#8217;impianto della riforma tributaria del 1971, che ne sposti il baricentro dalle imposte sui redditi (sulle persone) alle imposte sui consumi</strong>: nell&#8217;età del consumismo, dice Tremonti, i redditi vanno necessariamente incrociati con la disponibilità dei beni, con le spese e il tenore di vita del contribuente per verificarne incongruenze.  Tremonti, però, non ha mai riconnesso a questa &#8220;rivoluzione fiscale&#8221; solo la finalità di rendere più effettivo ed efficiente (e forse anche &#8220;popolare&#8221;) il sistema dei controlli; Tremonti ha sempre puntato a restituire al sistema tributario la funzione di terminale effettivo ed efficace della politica economica dei governi: con sommo realismo, cioè, Tremonti ha sempe riconosciuto che la leva fiscale più efficace utilizzata nella storia dai Governi per governare l&#8217;economia sono stati i dazi: la forma più elementare e meno invasiva di &#8220;intervento pubblico nell&#8217;economia&#8221;, perchè, incidendo sui prezzi dei beni, effettivamente erano in grado di orientare i consumi e di riflesso gli investimenti del sistema produttivo, anche più degli attuali &#8220;incentivi&#8221; e fiscalizzazioni. L&#8217;anno passato, su questo tema (e sull&#8217;istanza di un riequilibrio della tassazione dai redditi ai consumi) si è registrato il parere favorevole e la disponibilità di Luigi Bonanni (Segretario CISL): segno che almeno a livello di dichiarazioni, la buona volontà di una riforma tributaria c&#8217;è. A noi non resta che incoraggiare il Ministro e dire: Forza Giulio!</p>
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		<title>Intercettazioni: adesso basta!</title>
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		<pubDate>Fri, 12 Mar 2010 21:39:22 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.arezzopolitica.it/2010/03/12/intercettazioni-adesso-basta/"><img align="left" hspace="5" width="150" height="150" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/03/santoro5b15d-150x150.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="santoro5b15d" title="" /></a>di Giorgio Frabetti- Viene ad un certo punto il momento di dire: BASTA. Basta contro una magistratura che usa le intercettazioni per ascoltare informazioni che non le competono; basta con un giornalismo a corto di idee e professionalità, che, per cavalcare la rendita dello scoop, del clamore e della dietrologia giudiziaria, pubblica conversazioni colte  in &#8220;viva [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-3622" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/03/santoro5b15d.jpg" alt="santoro5b15d" width="322" height="241" />di <strong>Giorgio Frabetti</strong>- Viene ad un certo punto il momento di dire: BASTA. Basta contro una magistratura che usa le intercettazioni per ascoltare informazioni che non le competono; basta con un giornalismo a corto di idee e professionalità, che, per cavalcare la rendita dello <em>scoop</em>, del clamore e della dietrologia giudiziaria, pubblica conversazioni colte  in &#8220;viva voce&#8221; dei personaggi pubblici; basta con una politica che, invece di fare opposizione anche dura in Parlamento, preferisce delegare l&#8217;opera ai giudici: &#8220;tanto -dicono- i discorsi, le interpellanze parlamentari non &#8220;bucano il video&#8221;, mentre le toghe, quelle sì&#8221;. Basta con il richiamo alla deontologia giornalistica &#8220;a senso unico&#8221;: si solleva l&#8217;azione disciplinare contro Feltri (e giustamente!) quando dice il falso sul &#8216;caso Boffo&#8217;; ora, quand&#8217;è che vedremo una medesima azione disciplinare contro la De Gregorio, contro Ezio Mauro e contro Antonio Padellaro? Abbiamo forse dimenticato la dubbia condotta professionale de &#8217;l'unità&#8217;, &#8216;repubblica&#8217;, &#8217;il fatto&#8217;, ad esempio, sulle intercettazioni <em>hard</em> di Berlusconi (quelle che accrediterebbero relazioni con Ministre)? Richiesti sulle fonti di queste intercettazioni, tutti questi signori hanno dichiarato che queste  sono arrivate alle redazioni solo trascritte: il che è quasi ammettere candidamente  che sono veline, compilate da chissà quale fonte compiacente e verosimilmente anonima (sull&#8217;argomento e sulle dichiarazioni degli interessati rinvio al mio <em>Le intercettazioni hard</em> &#8230; del 24 ottobre scorso su questo <em>Newsmagazine</em>). Lo <em>scoop</em> de <em>Il fatto quotidiano</em> di oggi 12 marzo è l&#8217;ennesima riprova di questo <em>modus agendi</em>, ma se possibile travalica ogni possibile limite della decenza; per non parlare della deontologia (se serve parlarne ancora!): la Procura di Trani ha aperto un fascicolo (non si sa per quali reati: concorso in corruzione, in minacce? Non è dato sapere!) contro Berlusconi che avrebbe istigato il Commissario Innocenzi dell&#8217;AGC (Autorità Garante della Concorrenza), affinchè (in concorso con terzi, verosimilmente Masi, Dg RAI) trovasse il modo per &#8220;silenziare&#8221; Michele Santoro: alla base, quindi, della delibera sulla <em>par condicio</em> (che a detta degli anti-berlusconiani avrebbe messo il &#8220;bavaglio&#8221; alle trasmissioni di approfondimento politico nel corso della campagna elettorale per le elezioni regionali 2010) non ci sarebbe altro che un &#8220;complotto contro Santoro&#8221; (anzi contro il &#8220;pluralismo&#8221; perchè  con Santoro &#8230; <em>simul stabunt, simul cadent</em>!), in pieno stile piduista! Ora, la gratuità e l&#8217;enormità dell&#8217;intervento della Procura Penale di Bari è circostanza nel caso specifico resa ancora più evidente dal fatto che l&#8217;AGC (proprio l&#8217;<em>Autority</em> infeudata di berlusconiani!) nella giornata di oggi ha dichiarato illegittima la delibera RAI sulla <em>par condicio</em>! Io non voglio in questa sede entrare nel merito del dibattito intra-RAI sull&#8217;applicazione della <em>par condicio</em>: per me, Santoro e i suoi possono anche avere ragione nel merito dell&#8217;applicazione delle disposizioni limitative dei <em>talk-show</em> in campagna elettorale, e la polemica fa parte della fisiologia del dibattito intra-aziendale; concedo anche che sia opportuno tenere alto il dibattito sulla par condicio, trattandosi di questione che inerisce ad un settore sensibile (e di pubblico interesse) come la libertà di informazione. Dov&#8217;è, allora, la patologia? In questo: mentre in Paesi &#8220;normali&#8221; (come gli USA, l&#8217;Inghilterra), queste materie vengono discusse nei Consigli d&#8217; Amministrazione, vengono riportate nella stampa, ovvero si risolvono nella normale dialettica deliberativa (sia essa societaria, sia essa parlamentare, sia essa mediatica), da Noi si deve mettere in mezzo la Magistratura Penale, che viene invocata (dalle minoranze che si sentono schiacciate e in difficoltà rispetto alle maggioranze) come &#8220;ago della bilancia&#8221; delle controversie. Dal punto di vista etico-politico, questo è il segno che nel Ns. Paese non c&#8217;è (o non c&#8217;è più) allenamento per una vera Democrazia Partecipativa; non c&#8217;è più il gusto del dibattito (sia esso societario, sia esso politico) e non si investe più (per dirimere le controversie) sulla funzione sociale della dialettica e della persuasione per sconfiggere un avversario; viceversa, per sconfiggere l&#8217;avversario ci si affida alla funzione infamante della magistratura penale: tanto, complice il Ns. <em>Codice Rocco</em>, basta un nulla per ascrivere rilevanza di reato ad una condotta umana, quantomeno per imbastire una notizia di reato. Che poi questa &#8220;notizia di reato&#8221; non porti a nulla di concreto, ma solo all&#8217;archiviazione, poco importa: tanto l&#8217;effetto di disarcionare l&#8217;avversario è già stato raggiunto con un avviso di garanzia (ma con Berlusconi non ci sono ancora riusciti!); tanto- si dice- al pubblico non interessano le ragioni, quanto sentire &#8230; &#8220;il tintinnar delle manette&#8221;! In tutto questo, poi, balza all&#8217;occhio la circostanza che un giornale come <em>Il Fatto Quotidiano</em> che fa dell&#8217;obiettività e della completezza dell&#8217;informazione un suo &#8220;principio supremo&#8221; non abbia chiarito l&#8217;origine di questa inchiesta: semplicemente si limita a dire che la GDF di Trani stava indagando su un giro di carte di credito usurarie e (guarda la combinazione!) arriva ad intercettare Innocenzi mentre conversa con il <em>premier</em>. Fortuna? Caso? Forse. Certo, un uomo normale, a questo punto, si chiederebbe: ma cosa c&#8217;entrano Berlusconi e Innocenzi con le carte di credito? Erano forse indagati? E perchè? Ma soprattutto: cosa c&#8217;era di tanto grave da indurre la Magistratura a proseguire nelle intercettazioni? Nessuno del <em>Fatto</em> lo spiega! Strana reticenza, perchè, scaratata l&#8217;ipotesi del segreto istruttorio (divenuto il &#8220;segreto di pulcinella&#8221; dopo la rivelazione dell&#8217;inchiesta!), resta un interrogativo inquietante: non è che forse le intercettazioni sono state disposte anche se giudiziariamente irrilevanti? Ovvero, a prescindere dal &#8220;merito&#8221; procedurale: non sarà che una &#8220;manina&#8221; ha provveduto a girare la &#8220;materia prima&#8221; a politici e giornalisti per &#8221;cucinare&#8221; l&#8217;ennesimo <em>scoop</em> anti-berlusconiano? Certo, è vero, come dicono i preti, che &#8221;a pensar male si fa peccato, ma ci si prende quasi sempre&#8221;; ma ricordo che non Berlusconi, ma il &#8220;giustizialista&#8221; Oscar Luigi Scalfaro ebbe a tuonare contro le &#8220;Procure colabrodo&#8221;: con ciò non rivelando nulla perchè sul rapporto stampa-procure esiste una nota e lunga consuetudine fin dai tempi degli anni di piombo (doverosamente documentata anche da una Ex-<em>Toga Rossa</em> come Luciano Violante!). Evidentemente, in questa &#8221;scatola nera&#8221; che, dal filone di indagine sulle carte di credito, ha portato a Berlusconi, il silenzio del <em>Fatto</em> può spiegarsi in un solo modo: coprire una fonte! Ora, la morale da trarre da questa vicenda è molto semplice. Ha un bel dire Rodotà, su <em>Micromega</em> di ottobre, che la Corte Europea dei diritti dell&#8217;uomo nel 2007 ha riconosciuto ai giornalisti il diritto di pubblicare intercettazioni riguardanti indagini (anche penali) sui politici. A parte che Liguori quando condusse quella memorabile e meravigliosa inchiesta (oggi giustamente riproposta) sull&#8217;<em>Irpinia Gate</em> che costò la Segreteria DC a De Mita non si sognò di pubblicare una riga di intercettazioni, resta a tutta evidenza un punto fermo: non basta pubblicare un testo gabbandolo come &#8220;intercettazione&#8221; per mettere il giornalista al riparo del &#8220;diritto&#8221;. Innanzitutto, il giornalista, in questo caso, deve essere obbligato a rivelare la fonte dell&#8217;intercettazione: a queste condizioni, si responsabilizza il giornalista (altrimenti, legittimando le &#8220;veline&#8221;, si legittima solo la disinformazione!) e, con esso, quegli operatori giudiziari che si risolvono ad un passo tanto grave e che creano i presupposti affinchè, a livello di stampa, sia anticipato il giudizio sulla rilevanza penale del fatto oggetto dell&#8217;intercettazione. In ogni caso, questi rischi sono prevenuti &#8220;a monte&#8221; da una riforma processuale penale che finalmente blindi il segreto istruttorio sulle indagini e disciplini in modo finalmente rigoroso le intercettazioni. Il Ministro Alfano ha annunciato che il Governo interverrà dopo la campagna elettorale: speriamo che anche l&#8217;opposizione potenzialmente (si badi l&#8217;avverbio!) responsabile (PD, UDC) si convinca dell&#8217;opportunità di collaborare costruttivamente affinchè questa legge venga finalmente la luce e sia posto fine al malcostume giornalistico-giudiziario di questi ultimi mesi.</p>
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		<title>Emma Bonino tra politica ed antipolitica</title>
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		<pubDate>Thu, 11 Mar 2010 12:13:38 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.arezzopolitica.it/2010/03/11/emma-bonino-tra-politica-ed-antipolitica/"><img align="left" hspace="5" width="150" height="150" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/03/emma-bonino-150x150.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="emma-bonino" title="" /></a>di Giorgio Frabetti- Diciamocelo pure fuori dai denti: Emma Bonino è forse l&#8217;unica vera sorpresa di queste elezioni regionali 2010. Bisogna dire che, dopo quasi due decenni di opacità (eccezion fatta per l&#8217;exploit della &#8220;lista Bonino&#8221; alle elezioni europee 1999), la candidatura Bonino alla Presidenza della Regione Lazio (piaccia o non piaccia) costituisce la proposta politica [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-3585" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/03/emma-bonino.jpg" alt="emma-bonino" width="400" height="300" />di <strong>Giorgio Frabetti</strong>- Diciamocelo pure fuori dai denti: Emma Bonino è forse l&#8217;unica vera sorpresa di queste elezioni regionali 2010. Bisogna dire che, dopo quasi due decenni di opacità (eccezion fatta per l&#8217;<em>exploit</em> della &#8220;lista Bonino&#8221; alle elezioni europee 1999), la candidatura Bonino alla Presidenza della Regione Lazio (piaccia o non piaccia) costituisce la proposta politica più originale a ardita che i Radicali italiani hanno saputo proporre. Dopo anni di &#8220;spinelli liberi&#8221; e sceneggiate varie, i radicali tentano con la candidatura Bonino il &#8220;colpo grosso&#8221;: portare i radicali nelle &#8220;stanze dei bottoni&#8221;, al centro della scena politica, come ai tempi di Ernesto Nathan, (Sindaco di Roma ai primi del secolo) e come ai tempi di Nitti, unico Presidente del Consiglio italiano radicale, per di più nel cruciale &#8220;biennio rosso&#8221; 1919-20. Quali prospettive in caso di insediamento di una giunta Bonino? Diverrebbe il Lazio una sorta di &#8220;repubblica libertaria&#8221; alla Zapatero? E poi: questa affermazione di un&#8217;esponente così esposta sul fronte laico e anticlericale che riflessi avrebbe sull&#8217;elettorato cattolico del PD? Si accentuerebbe il processo di attuale diaspora dei cd teo-dem Binetti e Carra (con la prospettiva di un sostanziale ritorno del PD ai DS), ovvero il rapporto Bonino-cattolici finirebbe per stabilizzarsi come sostiene il cattolico democratico Franco Marini? Ora, io sono convinto che, complice la loro storia, i radicali sono un movimento dalle mille risorse, dalle &#8220;sette vite&#8221; con risorse insospettate di adattamento e di rinnovamento. Se scorriamo, infatti, la loro storia ci accorgiamo che i radicali &#8230; sono tante cose. Noi dai tempi del divorzio, a causa della <em>leadership</em> di Marco Pannella, abbiamo conosciuto i radicali come movimento sostanzialmente anti-politico, difensore dei &#8220;diritti della secolarizzazione&#8221; (divorzio, aborto, femminismo, diritti degli omosessuali) in una società che stava perdendo i riferimenti tradizionali e stava trasformandosi: un ruolo, quest&#8217;ultimo che Pannella ha giocato per tutti gli anni 70, ma che negli anni 80 è risultato appannato dalla concorrente presenza politica di Bettino Craxi, che ha meglio incarnato le istanze della modernizzazione incalzante. Questo volto è il volto direi classico con cui i radicali (dall&#8217;Inghilterra alla Francia) si sono presentati sullo scenario politico a partire dal XIX secolo (vedi teorie morali si Stuart Mill etc.); ma non è il solo. Innanzitutto,  accanto ai radicali che hanno condotto sì battaglia parlamentare per un programma di diritti civili, nello stile dell&#8217;intransigenza &#8220;giurisdizionalista&#8221; e senza mai cercare sbocchi di governo (vedi la testimonianza di Felice Cavallotti nel 1877, fondatore del cd Partito Radicale Storico, con programma assai avanzato di riforme sociali e di diritto di libertà, non nazionalista e acerrimo nemico del trasformismo parlamentare di Depretis e di Crispi), si ritrova lo stile politico dei dirigenti radicali che nel 1906 accettarono di andare al governo con Giovanni Giolitti, rompendo con la tradizionale collocazione sull&#8217;Estrema parlamentare, condivisa con altre formazioni italiane di tradizione &#8220;astensionista&#8221; (come il Partito Repubblicano, insediatosi per la prima volta al Parlamento italiano nel 1895) ed iniziando una consuetudine di governo che culminerà nella Presidenza Nitti nel fatidico &#8220;biennio rosso&#8221; 1919-20. Questi precedenti storici dovrebbero indurci alla prudenza e a ritenere i radicali un movimento non del tutto assimilabile all&#8217;anti-politica, almeno per come noi la conosciamo oggi nel volto dell&#8217;anti-berlusconismo militante (&#8221;popolo viola&#8221; e simili!): e non è un caso che i radicali non abbiano mai espresso la loro avversione a Berlusconi nei modi violenti di Di Pietro e dei Comunisti. In particolare, una grande prova di transigenza politica fu offerta dal <em>premier</em> radicale Nitti: proprio ad un anticlericale in odore di Massoneria, infatti, la storia italiana deve la fine dell&#8217;astensionismo politico dei cattolici (iniziato con il <em>non expedit</em> di Pio IX nel 1873); fu, cioè, Nitti a legittimare politicamente Don Sturzo e il suo <em>Partito Popolare</em>, per farne una forza di massa concorrente con il socialismo e uno dei partiti-cardine di quel breve scorcio di Italia pre-fascista. E&#8217; proprio questo precedente a farci riflettere e a farci ritenere possibilisti sulle previsioni di Franco Marini: cosa vieta, infatti, sul piano politico ad Emma Bonino, una volta assurta alla Presidenza della Regione Lazio, di recidere i legami con l&#8217;intransigenza pannelliana classica e intrattenere con i cattolici rapporti di assoluta comprensione? Anche perchè -lo ricordiamo- aborto, eutanasia, DICO non rientrano tra le materie di competenza regionale (anche se indubbiamente un Presidente di Regione che governa la Sanità che è pro-eutanasia &#8230; quanto meno stona!). Certo, non c&#8217;è una garanzia matematica che ciò avvenga; ma questo è nell&#8217;ordine delle cose che possono accadere ad un movimento che dalle piazze assurge a ruoli di governo! Del resto, i radicali, in nome delle loro cause (diritti civili, fame nel mondo), hanno sempre proclamato la strategia degli &#8220;accordi trasversali&#8221; anche con collocazioni francamente oblique e discutibili. Inoltre, non è da escludere che una Presidenza Bonino possa svolgere un ruolo di stabilizzazione politica dell&#8217;eventuale maggioranza di centro-sinistra del Lazio: non affetta dal &#8220;virus-Casini&#8221; e dalla sua strategia dei &#8220;due forni&#8221;, la maggioranza laziale potrebbe essere più protetta da &#8220;ribaltoni&#8221; che non un&#8217;eventuale Giunta Polverini (o Bresso in Piemonte). Io non credo, quindi, che il punto debole di un&#8217;eventuale Giunta Bonino sia costituito dai cattolici: piuttosto, il suo vero punto debole risiede nella connotazione ultra-elitaria e talora un pò settaria  che deriva ai radicali dalla mutazione che il movimento ha subito dopo l&#8217;ascesa del fascismo, prima con il magistero Gobettiano e poi con l&#8217;esperienza di <em>Giustizia e libertà. </em>Una mutazione, quest&#8217;ultima, che non è solo di carattere culturale e dottrinale, ma è anche di estrazione sociale: fino al fascismo, cioè, il radicalismo era stato un movimento minoritario certo, ma pur sempre popolare, che, insieme al movimento repubblicano, al movimento anarchico (almeno in certe regioni italiane), era espressione dei ceti borghesi più marginali, i piccoli commercianti, i piccoli artigiani (oggi diremo i &#8220;padroncini&#8221;, le Partite IVA), che nei primi del secolo costituivano la spina dorsale dell&#8217;Italia nascente. Con l&#8217;ascesa al Governo di Mussolini (e con la forte diaspora verso Mussolini e il PNF di esponenti politici radicali di ascendenza nittiana), il radicalismo diventa appannaggio della grande borghesia super-capitalistica ed industriale del Nord (ultra-minoritaria e poco rappresentativa): i radicali, cioè, diventano l&#8217;avanguardia &#8216;illuminata&#8217; di un&#8217;Italia che si sente più moderna del resto del Paese e che si sente &#8220;stretta&#8221; prima l&#8217;Italia  di Mussolini e poi della DC, viste come l&#8217;eterna riproposizione dell&#8217;Italietta cialtrona dei Bertoldo e dei Guicciardini! Ora, con questo, non si intende sminuire i pregi che il mondo radicale ha rivelato in chiave di competenza tecnica e anche di capacità di sacrificio (specie negli anni del fascismo!). Si vuole soltanto dire che, in questa condizione minoritaria, il mondo radicale ha purtroppo sviluppato in anticipo sugli altri partiti alcune delle disposizioni all&#8217;anti-politica, che oggi sono malcostume diffuso e quasi scontato: ovvero, la tendenza a fare politica con i <em>dossier</em> (vedi la pur pregevole opera di Ernesto Rossi), la tendenza a cavalcare lo scandalo anche cospargendo a piene mani la dietrologia a sfondo giudiziario (vedi le opere di Giorgio Galli, vedi le campagne distorte sulla P2 di &#8216;Repubblica&#8217; degli anni 80); forse ad attenuante dei radicali può dirsi che a loro era quasi inibito percorrere altre strade per incidere sulla scena politica, data la costante esiguità dei numeri parlamentari: certo, però, oggi questo costume è divenuto appannaggio di tutti i partiti, con le degenerazioni che sono note! Emma Bonino purtroppo viene da questa tradizione, che non giova al progresso politico del Paese, specie in questo momento. Di qui, è prevedibile una Presidenza improntata ad un &#8220;basso profilo politico&#8221;, di marca tecnocratica e &#8220;commissariale&#8221;(tipo Prodi ultimo governo e &#8220;governi tecnici&#8221;), improntato al puro rispetto di decisioni UE o della Corte dei Conti, al di fuori di quei canoni di democrazia partecipativa, che, al momento, costituiscono l&#8217;unica via di rilancio e di riforma della politica e l&#8217;unico vero argine con i <em>virus</em> dell&#8217;antipolitica e del &#8220;giustizialismo&#8221;.</p>
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		<title>Elezioni regionali 2010: il nuovo volto della politica italiana</title>
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		<pubDate>Tue, 02 Mar 2010 23:47:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Frabetti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.arezzopolitica.it/2010/03/03/elezioni-regionali-2010-il-nuovo-volto-della-politica-italiana/"><img align="left" hspace="5" width="150" height="150" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/03/italia2-150x150.gif" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="italia2" title="" /></a>di Giorgio Frabetti- Per essere iniziata male, è iniziata male: la bocciatura delle liste del PDL nella Provincia di Roma (dove il partito sostiene la Polverini, UGL) e nella Provincia di Milano (dove sostiene Formigoni) indicano senza possibilità di equivoco che la campagna elettorale per le elezioni regionali 2010 non ha preso una bella piega. Anche se il PDL [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-3498" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/03/italia2.gif" alt="italia2" width="310" height="310" />di <strong>Giorgio Frabetti</strong>- Per essere iniziata male, è iniziata male: la bocciatura delle liste del PDL nella Provincia di Roma (dove il partito sostiene la Polverini, UGL) e nella Provincia di Milano (dove sostiene Formigoni) indicano senza possibilità di equivoco che la campagna elettorale per le elezioni regionali 2010 non ha preso una bella piega. Anche se il PDL vincerà in Lombardia e Lazio (Regioni decisive ed essenziali per il consolidamento politico del PDL), e anche se i primi sondaggi (vedi &#8216;Repubblica&#8217; di domenica) paiono confermare per il PDL alle prossime regionali un <em>trend</em> positivo e in linea con le consultazioni degli ultimi anni (circa un 36% nazionale), il rischio è che dalle elezioni di fine marzo escano Presidenze regionali di centro-destra politicamente deboli: facilmente soggette a ricorsi giurisdizionali al TAR per irregolarità elettorali (vedi precedenti di Alternativa Sociale in Lazio), ovvero a &#8220;manovre giudiziarie&#8221; di altro tipo (come pare profetizzare, neanche troppo tra le righe, Ilvo Diamanti su &#8216;la Repubblica&#8217; di domenica, ma ciò è conforme al precedente Marrazzo). Il centro-destra, quindi, dovrà affrontare le prossime elezioni, prendendo contemporaneamente le distanze sia dal catastrofismo e dalla sindrome &#8216;declinista&#8217;  paventata dalla Sinistra (e da certe frange dissidenti della PDL) sia dal facile trionfalismo: il quadro politico è in veloce mutamento, perchè la crisi economica accentua la mutazione della competizione politica; non è realistico, quindi, applicare alla lotta politica di oggi gli schemi strategici e tattici dei primi anni &#8216;90, pena il quasi sicuro fallimento (se non elettorale, a livello di consolidamento del potere regionale); viceversa,  se il centro-destra non si fossilizzera in schemi antiquati, ma saprà intercettare negli indiscutibili fattori di discontinuità economico-sociale vere e proprie &#8220;fintestre di opportunità&#8221;, allora non solo avrà assicurata la vittoria alle regionali, ma riuscirà a consolidare i successi, senza subire i purtroppo facili e prevedibili contraccolpi &#8220;giustizialisti&#8221;.  Anzitutto, i fattori di discontinuità  che marcano la distanza delle attuali elezioni regionali dalle elezioni politiche (2008) ed Europee (2009) sono due: <strong>01)</strong> il contesto politico nazionale, segnato dalla fine dell&#8217;antagonismo comunista di Bertinotti; <strong>02)</strong> la dimensione regionale delle elezioni (che interagisce con molta forza su un altro &#8220;convitato di pietra&#8221; di queste elezioni: la &#8220;crisi economica&#8221;). Non ci possiamo negare, in primo luogo, la &#8220;svolta epocale&#8221; che si è realizzata con le elezioni politiche 2008 e che ancora molti analisti (di destra, ma anche di sinistra e penso ancora a Diamanti) faticano a cogliere: ci si dimentica, cioè, troppo facilmente che nel 2008 in Italia è caduto finalmente il Muro di Berlino! Cosa intendo dire? Per la prima volta dopo 60 anni, dal 2008, nel Parlamento italiano non siedono più i Comunisti! Con la fine politica di Bertinotti, in Italia si è chiusa l&#8217;epoca del Comunismo e dei residuati &#8220;nostalgici&#8221; post 89, sopravvissuti (come nell&#8217;Est ex Comunista) grazie ai residui di sindacalismo molto forti nei settori del Pubblico Impiego. Con la fine di Bertinotti e dell&#8217;ultima estrema ipotesi di rinnovamento del Comunismo italiano (quale era il <em>Partito della Rifondazione Comunista)</em>, finisce l&#8217;epoca di una politica fissata su rigidi binari ideologici e classisti (tra gli ottimisti e fautori del libero mercato globalizzato e i catastrofisti della globalizzazione); e con questa epoca, cade ogni alibi residuo di &#8220;non decisione&#8221; politica. In primo luogo, è caduto l&#8217;alibi per i Comunisti ex-PDS e DS per la loro politica della &#8220;doppia morale&#8221;: sindacalista dura e pura in piazza e nei rapporti con la CGIL, filo-liberista nelle decisioni di Governo (spesso coperte da decisioni &#8216;tecniche&#8217; o imposte dalla UE, vedi Protocollo <em>Welfare</em> Prodi 2007); ma anche per il centro-destra è caduto l&#8217;alibi dello spauracchio dei Comunisti. Fino a che Bertinotti era presente sulla scena politica, il centro-destra poteva contare sul voto sicuro del ceto medio. Parliamoci chiaro: è almeno dal 2003-2004 che i distretti manifatturieri del Nord-Est (e in parte dell&#8217;Ovest), grande feudo dell&#8217;elettorato, prima leghista, e poi berlusconiano, accusano la crisi per la concorrenza della Cina e dell&#8217;Est e non nascondono lo scontento nemmeno per la politica economica berlusconiana (il convegno di <em>Confindustria</em> di fine marzo 2006 con il duro scontro tra Berlusconi, allora <em>premier</em> uscente e l&#8217;imprenditore Della Valle sono stati eloquenti!). Se questo elettorato settentrionale non ha mutato il proprio voto, è stato perchè l&#8217;alternativa a Berlusconi era rappresentata dalla politica classista di Bertinotti che proponeva la tassa di successione e la penalizzazione dei lavoratori autonomi. Oggi, Bertinotti non c&#8217;è più; ma c&#8217;è ancora la crisi che morde più di ieri specialmente nei Distretti berlusconiani e leghisti (vedi Varese, vedi Bergamo): per gli anti-berlusconiani (principalmente IDV e UDC), quindi, si apre un potenziale mercato politico per il &#8220;voto di protesta&#8221;, ieri sconosciuto (vedi Facci). Gli avvenimenti provvederanno a smentire o a confermare questa mia convinzione: certo, però, laddove il voto regionale, ad esempio in Lombardia, finisse per registrare un&#8217;affermazione (per quanto marginale e sensibile) di IDV, questa circostanza dovrà essere valutata come sintomo di una sostanziale vittoria dell&#8217;anti-politica sulla proposta politica PDL! Un altro fattore che può oltremodo favorire l&#8217;antipolitica è la dimensione localistica delle elezioni, quest&#8217;anno forse più forte di ieri (complice la crisi economica): questo perchè la crisi econiomica morde e l&#8217;Ente Regione (oggi al voto) è la prima referente delle decisioni relative alla crisi e alle Casse Integrazioni; è, quindi, naturale che siano le politiche regionali (più che quelle nazionali) oggetto della prevalente attenzione da parte degli elettori. Questo condiziona il <em>trend</em> della competizione politica: evidentemente,  per vincere non basterà esibire i volti dei leader politici nazionali più popolari. L&#8217;attuale dimensione locale e la centralità oggettiva delle Regioni nella <em>governance</em> della crisi economica e sociale, determina nei fatti un vantaggio competitivo notevole per quei politici capaci di coniugare la dimensione nazionale e locale della loro proposta politica. Ci ricordiamo ancora del braccio di ferro tra Direzione la Nazionale del PD e Niki Vendola sfociate poi nel plebiscito delle &#8220;primarie&#8221; a favore del Presidente uscente della Regione Puglia? Questa vicenda, quindi, basta da sola a dimsotrare come in questa campagna elettorale mal incoglierà a quei politici che intendessero &#8220;vivere di rendita&#8221; e sfruttare fattori di politica nazionale. Evidentemente, un tale marcato localismo rischia di indebolire ulteriormente i centri direzionali della politica nazionale ed accentuare gli attuali fattori di crisi della politica, che, in questi ultimi anni, complice la crisi economica, stanno spaventosamente galoppando, raggiungendo proporzioni inquietanti e perverse. In particolare, il fatto che, come ai tempi di <em>Tangentopoli</em>, si stia tornando ad una forte aggressività e visibilità della Magistratura sulla politica è eloquente della svolta epocale che stiamo attraversando: non è, cioè, da escludere che, qualunque Presidente di Regione noi eleggeremo, in non poche circostanze potrà essere rovesciato dalla Magistratura (vedi <em>mutatis mutandis</em> Del Bono a Bologna!). E questo perchè ormai, sia che si insedi un Esecutivo di Destra o un&#8217;Esecutivo di Sinistra, la politica &#8230; ha perso fiducia in sè stessa, nel proprio mandato, nella propria missione. In questo modo, l&#8217;opposizione non fa più lotta politica nelle Aule Consiliari o Parlamentari; preoccupata, cioè, di scoprirsi e di fare controlli su interessi personali o <em>mala gestio </em>amministrativa, l&#8217;Opposizione preferisce &#8220;mandare avanti&#8221; la Magistratura! Naturalmente, questo gioco è perverso in sè e chiama rappresaglie reciproche: e in effetti a tutt&#8217;oggi l&#8217;intera classe politica appare reciprocamente bloccata dai veti della Magistratura! Un&#8217;autentica <em>jattura</em> specie in una fase di crisi economica, come quella attuale, che richiede una <em>governance</em> politica di alto profilo! Ora, non vi è chi non veda che <strong>tanto più aumenterà questo &#8220;commissariamento giudiziale&#8221;  della Magistratura sulla Politica, tanto più le dinamiche della crisi (non governate) gioveranno ai ceti più ricchi e forti (marginalizzando i settori oggi in difficoltà e i giovani); e </strong><strong>tanto più fatalmente l&#8217;Italia si avvierà al  declino economico, sociale e politico</strong>! La storia insegna, infatti, che, laddove la politica si è trovata ingessata da congegni burocratici, come la Magistratura (vedi <em>ancième règime</em>),  lì c&#8217;è una società chiusa, paralizzata, in declino, incapace di rinnovarsi e di offrire &#8220;<em>chanches</em> di vita&#8221; ai cittadini (specie giovani). Ma questo &#8220;commissariamento della politica&#8221; è facilitato vieppiù se a monte sono in crisi e bloccati i meccanismi di dialettica politica propri delle democrazie partecipative! <strong>E&#8217; evidente, quindi, che è dai partiti e da una nuova etica della partecipazione che deve partire l&#8217;inversione di tendenza all&#8217;attuale involuzione della politica</strong>: un compito, quindi, che va ben oltre la scadenza immediata delle elezioni di fine marzo! A questo punto, potrà dirsi veramente vittoriosa (alle regionali e oltre) solo quella forza politica che, raccolta la sfida della crisi economica e il pericolo di una lacerazione definitiva del tessuto sociale ed economico della Nazione, saprà interpretare credibilmente una nuova missione per la politica in Italia.</p>
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		<title>Di Pietro: ovvero la “sindrome regressiva” della “transizione italiana”</title>
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		<pubDate>Wed, 13 Jan 2010 23:17:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Frabetti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica Nazionale]]></category>
		<category><![CDATA[di pietro]]></category>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.arezzopolitica.it/2010/01/14/di-pietro-ovvero-la-%e2%80%9csindrome-regressiva%e2%80%9d-della-%e2%80%9ctransizione-italiana%e2%80%9d/"><img align="left" hspace="5" width="150" height="150" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/01/Antonio_Di_Pietro_21-150x150.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="Antonio_Di_Pietro_2" title="" /></a>di Giorgio Frabetti- Non è da oggi, ma è evidente a tutti, dall’inizio di questa legislatura, che il vero avversario politico di Silvio Berlusconi non è il PD (pure nato istituzionalmente con questa ambizione) ma l’IDV di Antonio Di Pietro. Sul punto, si deve dire, senza tema di passare per ipocriti o retorici, che la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-3102" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/01/Antonio_Di_Pietro_21-202x300.jpg" alt="Antonio_Di_Pietro_2" width="202" height="300" />di <strong>Giorgio Frabetti</strong>- Non è da oggi, ma è evidente a tutti, dall’inizio di questa legislatura, che il vero avversario politico di Silvio Berlusconi non è il PD (pure nato istituzionalmente con questa ambizione) ma l’IDV di Antonio Di Pietro. Sul punto, si deve dire, senza tema di passare per ipocriti o retorici, che la conflittualità Berlusconi-Di Pietro è iscritta nelle direttrici storiche della cd. II Repubblica e della fase di transizione politica apertasi di conseguenza: a Berlusconi, cioè, che rappresenta la risposta costruttiva e “politica” a questa fase di transizione, sta un Di Pietro, che incarna la risposta “giustizialista” e “antipolitica”: in altre parole, all’istanza storica propulsiva e di avanguardia (oggi incarnata dal “berlusconismo”), si contrappone l’istanza storica regressiva e di retroguardia (oggi incarnata dal “dipietrismo”), particolarmente dura, oltrechè radicalizzata dalla grave crisi economica, che il Paese sta attraversando.   </p>
<p>Una simile situazione affonda nella crisi politica del 1992-93 , da cui convenzionalmente si fa partire la II Repubblica e nell’ondata “giustizialista” ed “antipolitica” creatasi attorno all’iniziativa giudiziaria delle Toghe Milanesi passata alla storia come <em>Mani Pulite</em> (PAOLO FLORES D’ARCAIS, <em>La Rivoluzione Liberale di Mani Pulite</em>, nel numero 01/20/02 di <em>Micromega</em>). Da allora, come noto, nella politica italiana, si è creato il circuito perverso, per cui i partiti necessitano, per governare, di una “duplice legittimazione”(vedi GIULIO TREMONTI, <em>Lo Stato criminogeno</em>,<strong> </strong>Parte I, cap. III, par. 8): una elettorale (tradizionale) e l’altra giudiziale. In questo quadro, certamente, <strong><em>Forza Italia</em> e IDV</strong> detengono un primato storico specialissimo: entrambi, infatti, sono stati, per così dire, legittimati da <em>Mani Pulite</em> e dall’ondata giustizialista; <strong>tali</strong> <strong>partiti</strong>, cioè,<strong> devono più degli altri la loro esistenza politica all’ondata giustizialista del 1992-93</strong>.</p>
<p>Un tale “debito di legittimazione” è da allora duramente pagato da tutte le forze politiche: si direbbe, “il giustizialismo prende, il giustizialismo toglie”. Come noto, <em>Forza Italia</em> pagò da subito il suo “debito di legittimazione”: poco dopo l’insediamento di Berlusconi, infatti, il <em>premier</em> Berlusconi cadde “vittima” di una campagna giudiziaria senza precedenti per intensità e accadimento, e le disgrazie giudiziarie del premier alimentarono da subito la “canea” politica dell’opposizione che, alleatasi alla <em>Lega</em>, rovesciò il <em>premier</em>. A sua volta, Prodi nel 2008 cadde per vicende legate alle indagini sul Ministro della Giustizia Mastella, ma che indirettamente coinvolgevano il <em>premier</em> dell&#8217;<em>Ulivo</em> anche come indagato per le inchieste <em>Why Not</em> di Catanzaro. Di qui, la curiosa “pendolarità” della politica italiana, per cui la dialettica politica non tende a svolgersi tra maggioranza e opposizione parlamentare, quanto tra maggioranza e “antipolitica” giustizialista.</p>
<p>Segno evidente che la “rottura” di <em>Mani Pulite</em> <strong> </strong>non ha ancora creato quel nuovo assetto per un’ordinata dialettica politica che si auspicava nel segno del bipolarismo; segno, quindi, che la politica è ancora “impantanata” nelle pastoie di una transizione che pare non finire.</p>
<p>Allo stato attuale, è di nuovo<em> Berlusconi </em>il politico più di tutti “nell’occhio del ciclone”, oggi più vulnerabile (più di quanto si creda) alle “imboscate” “giustizialiste in generale e dipietriste, in particolare. Una tale possibile fonte di debolezza, però, non scaturisce solo dalla circostanza (ovvia) che Berlusconi è l’uomo politico più importante del momento (ed appare, pertanto, naturale “bersaglio” delle forze di opposizione), quanto dalla circostanza che <strong>oggi più facilmente che in altri tempi (complice la crisi economica)</strong> possono venire al pettine i nodi irrisolti della &#8221;transizione&#8221; incompiuta e meglio e più facilmente <strong>possono </strong>di conseguenza<strong> sorgere nell’elettorato medio malcontento e malumore sui frutti economici di quel “nuovo corso liberale/liberista” della politica italiana, iniziato da Berlusconi </strong>con la sua “discesa in campo” nel 1994 e del quale l’attuale <em>premier</em> è stato tra le più lucide e impegnate avanguardie (vedi il mio La Destra del futuro &#8230; in <em>Arezzopolitica</em> del 16/11/2009).</p>
<p>Come noto, infatti, il movimento berlusconiano sorge, da un lato, come moto di  “risposta/scommessa” al vuoto politico lasciato da una classe dirigente (dominata dal “consociativismo” DC-Sindacati-PCI) che non aveva saputo accollarsi in modo trasparente una svolta politica nel segno del rigore monetario; e, dall’altro, come riscoperta dello “spirito liberale” in chiave di antidoto ad uno Stato Sociale che sta razionando massicciamente le sue risorse e si sta avviando ad una “politica degli spiccioli” (sono parole di Margaret Thatcher: vedi Dahrendorf: nel saggio <em>La Libertà che cambia</em>, 1978). Ora, un simile processo ha sempre trovato grandi risacche di resistenza e di rigetto, in fette estese di elettorato italiano, specie di quello che, formatosi sotto l’influsso del Socialismo e del Comunismo, non accetta per principio ideologico il “razionamento” dello Stato Sociale. E non è stato un caso, quindi, se, fino alle elezioni politiche del 2006, l’avversario più ovvio e naturale di Berlusconi era stato il vetero-comunismo, specie PRC con Bertinotti (e curiosamente, quando era PRC a monopolizzare l’opposizione a Berlusconi, Di Pietro conseguiva risultati elettorali modesti!).</p>
<p>Non va, però, al riguardo dimenticato che Berlusconi finora ha potuto presentarsi come naturale e più spinta “avanguardia” di questo “nuovo corso politico”, perché era espressione di un territorio (il Nord) storicamente più ricco e più avanzato, e, quindi, più in grado di recepire istanze politiche più “avanzate” nel segno della <em>governance </em>di contro alle sirene &#8220;regressive&#8221; (<em>Rifondazione</em> e dintorni).<em> </em>Ora, se la crisi economica comincia ad erodere la base sociale media e produttiva di questo omogeneo blocco economico-sociale, di cui finora il centro-destra è stato parte organica (segni vengono dalla protesta da parte dei cd. “padroncini” del Varesotto della mancanza di “ammortizzatori sociali” adeguati, dai problemi della Dalmine a Bergamo, storica base leghista …), il percorso politico di centro-destra può venirne seriamente danneggiato (e, in prospettiva, anche inesorabilmente e definitivamente!): e un simile malcontento, se ieri non avrebbe potuto sfociare nel massiccio voto a <em>Rifondazione Comunista</em>, oggi può essere facilmente intercettato da Di Pietro (e, del resto, sul tentativo di Di Pietro di sfondare al Nord parla con chiarezza FILIPPO FACCI ne <em>L’Occidentale</em> del 06/12/2009, <em>Di Pietro sogna un centro reazionario</em>, a sua volta tratto da Filippo Facci, <em>Di Pietro</em>, pp. 460-464, Mondadori 2009).</p>
<p>Ora, non vi è chi non veda come <strong>un’eventuale rafforzamento elettorale di Di Pietro nelle fasce di elettorato medio tradizionalmente berlusconiane</strong>, decreterebbe contemporaneamente il declino di Berlusconi e<strong> </strong> <strong>la fine della più importante e compiuta prospettiva di riforma liberale della politica</strong>, nel segno della <em>governance</em>, ovvero <strong>della più avanzata occasione di progresso e di maturazione etico-politica che sia mai stata offerta all’Italia</strong>: forse <strong>la morte definitiva della prospettiva di una politica liberale in Italia, ispirata a pragmatismo, prospettiva dei risultati</strong>, refrattaria a prospettive utopiche, ideologiche e populiste nelle scelte economiche e del <em>Welfare</em>.  </p>
<p>Ciò che è più preoccupante, però, è che non pare profilarsi in Di Pietro una chiara alternativa di governo rispetto a Berlusconi: attualmente, cioè, sembra che il principale interesse di Di Pietro sia manterenere una posizione di semplice “regressione” rispetto ai progetti berlusconiani, interpretando, così, il ruolo di mera contestazione del <em>premier</em>, con netta propensione al <em>filybustering</em> politico: in altre parole, <strong>Di Pietro sembra proporsi esclusivamente come semplice  “parassita” degli (eventuali) insuccessi del centro-destra.</strong></p>
<p>In effetti, è conclamata <strong>nell’ IDV</strong> la totale <strong>assenza di una vera progettualità politica</strong>: questa assenza di progettualità, allo stato attuale, dipende prevalentemente dal fatto che IDV non dispone di una collocazione politico-ideologica definita, almeno all’interno delle classiche “famiglie politiche europee” (liberali, socialisti, popolari). Se, cioè, dietro Berlusconi c’è sempre stato un partito ideologicamente composito e vivace, ma con forte tensione progettuale nel segno del liberalismo pragmatico, viceversa, dietro Di Pietro c’è solo … Di Pietro (e, pare, la sua famiglia!).</p>
<p>Evidentemente tale carattere ideologicamente amorfo dell’IDV, se, da un lato, garantisce a Di Pietro un’utenza elettorale potenzialmente enorme, dall’altro, è anche verosimilmente alla base di quella mancanza di democrazia interna e di tensione programmatica, tanto lamentata dai militanti, i quali accusano il partito di essere una struttura organizzativa del tutto inconsistente (se non un “comitato d’affari”) e priva di quadri intermedi veramente credibili. Come denuncia <em>MicroMega</em>,  il Partito dell’<em>Italia dei Valori </em>viene accusato di essere un meccanismo esclusivamente asservito al più esasperato “culto della personalità” del <em>leader</em> Di Pietro e asservito ad una pratica organizzativa ispirata a “doppia morale”: in particolare, la rivista fa presente che a tanta polemica politica sui “parlamentari”  inquisiti e collusi del PDL, fa riscontro una strana e non spiegata tendenza dell’IDV di affidare cariche dirigenziali locali ad esponenti politici di dubbia moralità, per lo più provenienti dal “sottogoverno” di area ex-DC (UDEUR, UDC, Margherita, talora <em>Forza Italia</em>) con precedenti penali seri e addirittura patenti ascendenze massoniche (non male per chi deplora la “nuova P2″ al Governo!). Inoltre, all’interno del Partito di Di Pietro ormai non si contano le sezioni falcidiate dai commissariamenti, anche se da poco insediate da congressi del tutto regolari: il che disincentiva gli onesti, la società civile, proprio quegli esponenti a cui pure il partito tanto ostentatamente si rivolge (due sono gli articoli appositamente dedicati all’evoluzione dell’IDV. Da un lato, l’articolo di MARCO ZERBINO, <em>C’è del marcio in Danimarca- l’Italia dei valori, regione per regione</em>; dall’altro, l’intervista a LUIGI DE MAGISTRIS da parte del Direttore FLORES D’ARCAIS <em>Italia dei Valori Partito Uno e bino </em>in <em>Micromega</em>, 05/20/09).</p>
<p>In tutta questa debolezza programmatica e in tutta questa instabilità organizzativa, è comprensibile, quindi, che <strong>l’IDV attualmente non possa vivere senza additare il “nemico” (Berlusconi) e i suoi complici (l’area non intransigente del PD, forse Napolitano) ! </strong>In altre parole,<strong> il <em>filybustering</em> politico per l’IDV è l’unico vero surrogato all’assenza totale di progettualità politica</strong>, l’unica “coperta di fico” di un grave vuoto politico ed organizzativo del Partito stesso.</p>
<p>Non è un caso, pertanto, che Di Pietro, pure pronto al confronto anche più aggressivo con Berlusconi ed il centro-destra, non abbia mai proposto chiaramente la sua <em>leadership</em> come possibile candidatura al Governo del Paese; il che è tanto più contraddittorio, se si pensa che è proprio il <em>leader</em> di Montenero di Bisaccia la figura di punta del “fronte anti-berlusconiano”! Allo stesso modo, si deve valutare la circostanza (abbondantemente denunciata da <em>Micromega</em> nell’ottobre scorso) che l’IDV, se ormai si aggira sul 10% a livello nazionale, stenti a superare una media del 4% a livello locale, dove le implicazioni di gestione amministrativa sono più forti. Una simile circostanza appare molto eloquente, perchè è conseguenza inevitabile e coerente  dell’opzione antipolitica del leader IDV: la quale, per essere elettoralmente redditizia, (a livello operativo)  non può che sfociare in una “politica della mani nette”, evidentemente insostenibile da posizioni di Governo, dove ti devi “sporcare le mani” e dove la tua “purezza” è evidentemente più discutibile ed opinabile. A questo punto, non può stupire più di tanto che <strong>la posizione dipietrista </strong>finisca inevitabilmente per risolversi in una<strong> mera posizione negativa, non costruttiva </strong>(Un assunto, quest&#8217;ultimo, che risulta avvallato, nemmeno troppo indirettamente, dallo stesso Flores d’Arcais <em>Micromega</em>, 05/20/09, quando descrive l’espressione nazionale del voto ad IDV come “opposizione radicale a Berlusconi, anzi di un’<span style="text-decoration: underline">opposizione e basta, l’unica che oggi sia tale</span>. Senza tentazioni di inciucio e di sconti”<strong> </strong>in convergenza con FACCI citato). <strong> </strong></p>
<p>Sarebbe comunque colpevole sottovalutare Di Pietro, solo per queste abbastanza manifeste carenze. In altre parole, se la forza dell’IDV è poca e trascurabile come organizzazione di partito, deve considerarsi che la sua forza vera risiede in altri fattori: in primo luogo, nell’estrema personalizzazione della proposta politica attorno al Carisma-Di Pietro (una sorta di “berlusconismo rovesciato” molto astuto per invadere il bacino elettorale berlusconiano, con una tecnica che ricorda da vicino quella piratesca degli <em>hacker</em> di clonare <em>password</em>, siti <em>internet</em> …, ma che è tanto più necessitata tanto più il partito è instabile ed ideologicamente amorfo); in secondo luogo, nelle sue “quinte colonne” nella Magistratura e nella stampa (almeno quelle “zone grigie” dove i due ambiti comunicano, grazie ad una consuetudine di rapporti sviluppatasi almeno dagli anni del terrorismo in avanti (vedi<strong> </strong>VIOLANTE, <em>I cittadini, la legge e il Giudice</em>, ne <em>Storia d’Italia</em>, Annali 14,<em> legge Diritto Gistizia</em>, Giulio Einaudi Editori, 1998); in terzo luogo, nel “giustizialismo”: il quale, costituisce a tutta evidenza una via obbligata per un partito, che non pare pronto all’assunzione diretta di responsabilità di governo e trova a sua volta una facile &#8221;rendita di posizione&#8221; nell’eventuale appannamento della figura politica di Silvio Berlusconi.</p>
<p>Alla fine, con queste premesse, il risultato del <em>filybustering</em> dipietrista non porterebbe al governo un’opposizione responsabile e una reale alternativa politico-sociale al blocco berlusconiano, ma un&#8217; indistinta “antipolitica”, alimentata, senza prospettive costruttive, da poteri anonimi (stampa e magistratura) e che non potrebbe trovare altra fonte di legittimazione, se non nell&#8217; evocare lo spettro di una nuova <em>Tangentopoli</em> (come fosse un <em>Diluvio Universale</em> eternamente incomente sulla Penisola!).</p>
<p>La presenza politica di Di Pietro dimostra, senza possibilità di equivoco, che si è avverata la profezia di Giulio Tremonti, il quale, nel 1997, aveva preannunciato che il fantasma di <em>Tangentopoli</em> avrebbe continuato ad aggirarsi sulla scena politica italiana, ben oltre la fine della <em>Prima Repubblica</em>: “<strong><em>Tangentopoli</em> tornerà</strong>- aveva ammonito nel 1997 il Ministro dell’Economia-  <strong><em>se il sistema non produrrà un sostanziale e giusto risanamento dei conti pubblici e una nuova legislazione economica</em></strong>“ (<em>Lo Stato criminogeno</em>, cit.).</p>
<p>Dipende solo dal centro-destra fare da argine alla diffusione del ”<em>virus</em>-Di-Pietro” sul sistema politico italiano.<strong> Al dipietrismo inteso come “sindrome negativa/regressiva” (tesa a giovarsi parassitariamente dei mali del sistema politico, senza proporre nulla in alternativa) si risponde soltanto riscoprendo una sana progettualità politica che sappia guardare al futuro e porsi da avanguardia per il futuro</strong>: finora, solo il centro-destra ha saputo storicamente recepire ed interpretare con coerenza questa istanza di riforma della politica; per questo, solo il centro-destra oggi è in grado di essere la vera avanguardia nella modernizzazione della democrazia italiana. In particolare, il centro-destra allo stato attuale dispone della cultura politica più avanzata che oggi si possa ritrovare nel sistema politico italiano e che è del tutto carente in IDV. Pertanto, se il centro-destra saprà mantenere questo “primato politico di avanguardia” nel sistema politico italiano, potrà assorbire agevolmente il <em>filybustering</em> dipietrista; altrimenti, se si defilerà in un ruolo di mera retroguardia,  ne resterà impantanato.</p>
<p><strong>(Foto: Presidenza della Repubblica)</strong></p>
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		<title>Lo Stato e la mafia nell&#8217;annus horribilis 1992-93: un contributo di obiettività contro il &#8220;pensiero unico antiberlusconiano&#8221; (Il Fatto quotidiano, 21/11/2009)</title>
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		<pubDate>Wed, 02 Dec 2009 01:01:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Frabetti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica Nazionale]]></category>
		<category><![CDATA[antimafia]]></category>
		<category><![CDATA[mafia]]></category>
		<category><![CDATA[transizione italiana]]></category>

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		<description><![CDATA[<a href="http://www.arezzopolitica.it/2009/12/02/lo-stato-e-la-mafia-nellannus-horribilis-1992-93-un-contributo-di-obiettivita-contro-il-pensiero-unico-antiberlusconiano-il-fatto-quotidiano-21112009/"><img align="left" hspace="5" width="150" height="150" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2009/11/capaci-150x150.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="capaci" title="" /></a>di Giorgio Frabetti-
Come noto, il 05 dicembre prossimo, si terrà la manifestazione detta No-B(erlusconi)-Day, manifestazione di segno ferocemente anti-berlusconiano, nata dalla galassia dei movimenti anti-premier diffusi via Internet e nella Società Civile e puntualmente cavalcata dall&#8217;ineffabile Partito dell&#8217;Italia dei Valori. Di queste tendenze, è attivissimo interprete anche Il fatto quotidiano che, nel numero del 21 novembre u.s., ha dato spazio ad un [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="size-full wp-image-2565 alignleft" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2009/11/capaci.jpg" alt="capaci" width="258" height="280" />di <strong>Giorgio Frabetti</strong>-</p>
<p>Come noto, il 05 dicembre prossimo, si terrà la manifestazione detta No-B(erlusconi)-Day, manifestazione di segno ferocemente anti-berlusconiano, nata dalla galassia dei movimenti anti-premier diffusi via Internet e nella Società Civile e puntualmente cavalcata dall&#8217;ineffabile Partito dell&#8217;<em>Italia dei Valori</em>. Di queste tendenze, è attivissimo interprete anche <em>Il fatto quotidiano</em> che, nel numero del 21 novembre u.s., ha dato spazio ad un articolo assolutamente incredibile dell&#8217;Ex-Magistrato (e ora eurodeputato IDV) Luigi De Magistris, su una tematica che, specie dopo le prime indiscrezioni sulle dichiarazioni del pentito Spatuzza, sta diventando una nuova calda frontiera della polemica politico-giudiziaria contro Berlusconi: la presunta cointeressenza nei piani della mafia a fermare la Magistratura e l&#8217;opera di moralizzazione antimafia (avviatasi dopo la conferma del &#8216;maxi-processo&#8217; nel gennaio 1992). Perchè ho ritenuto giusto citare questo articolo, invece che ignorarlo come &#8220;ciarpame&#8221;, come &#8220;sottoprodotto&#8221; della politica? Perchè sono convinto che la polemica politica condotta sul limitare dell&#8217;odio non serve a nessuno; perchè sono fiducioso, in ultima istanza, nella razionalità delle persone, che, alla fine, non attendono altro che essere informate con pacatezza e obiettività. Inutile nascondere che la mia ambizione segreta è quella di far cambiare idea a chi stesse pensando a partecipare alla manifestazione di sabato prossimo: ma forse chiedo troppo &#8230;</p>
<p>Ma iniziamo dai fatti. Ora, l&#8217;articolo di De Magistris contiene una cronistoria della politica italiana degli ultimi anni (dal 1992 in poi), secondo la quale la <em>Seconda Repubblica</em> sarebbe stata il parto di un &#8220;patto scellerato&#8221; Stato-mafia. La trattativa Stato-mafia, in particolare, condotta a cavallo degli omicidi Falcone-Borsellino e delle stragi di mafia del 1993, non sarebbe che il &#8220;fatto fondativo&#8221; di una nuova configurazione costituzionale dello Stato, nel quale (stando all&#8217;On. De magistris) l&#8217;ordinamento statuale italiano si sarebbe finalmente adattato ai dettami del &#8220;piano di rinascita nazionale&#8221; di Licio Gelli, volti a &#8220;integrare&#8221; il potere criminale (mafioso e non) nel circuito legale del mercato della politica e dei capitali: in altre parole, con la &#8220;trattativa&#8221; è stata propiziata la nascita di una nuova classe dirigente italiana paragonabile a quella degli &#8220;Stati-mafia&#8221; dei Paesi dell&#8217;Est. Inutile dire che è questo il dato politico numero uno del discorso dell&#8217;On. De Magistris. Di questa mutazione della &#8220;costituzione materiale&#8221; dello Stato, <em>Forza Italia</em> e il centro-destra sarebbero l&#8217;avanguardia naturale, perchè proprio i partiti conservatori sarebbero ideologicamente più affini per giustificare in questa chiave i rapporti con la &#8220;criminalità organizzata&#8221; (come ai tempi della P2! Leggere la Relazione Anselmi, sul punto).</p>
<p>Scendendo poi nei dettagli della cronistoria, De Magistris accredita gli avvenimenti investigativi e stragistici del 1992-93 come espressione di un&#8217;unica &#8220;congiura&#8221; (sinarchia: pare il <em>Codice Da Vinci</em>!) volta a propiziare una strategia di compiacenza ed indulgenza dello Stato: tale indulgenza compiacente verso la mafia, secondo De Magistris, si sarebbe manifestata, addirittura in modo conclamato,  nella circostanza che, catturato Riina, il &#8220;covo&#8221; del <em>boss </em>non fu sottoposto nell&#8217;immediatezza a persquisizione, ma fu lasciato libero in modo da consentire ai &#8216;picciotti&#8217; rimasti fedeli di ripulirlo e di eliminarvi ogni traccia utile per gli inquirenti!In ogni modo, secondo De Magistris, il centro del &#8220;complotto&#8221;  non sarebbe altro che l&#8217;iniziativa del Capitano De Donno e del Generale Mori (Carabinieri del ROS) che, all&#8217;insaputa dei vertici, nel giugno-luglio 1992 avvicinano Vito Ciancimino ufficiosamente per catturare qualche importante &#8217;latitante&#8217;: ora, l&#8217;On. De Magistris aderisce alla tesi che ravvisa in questa iniziativa il &#8220;secondo fine (eversivo)&#8221; di far &#8220;venire a patti&#8221; lo Stato con la mafia, con la complicità oscura di qualche non ben precisato referente politico (in particolare, le recenti dichiarazioni del pentito Spatuzza hanno riaccreditato chiacchiere in auge dalla II metà degli anni &#8216;90 che vedrebbero soprattutto in Dell&#8217;Utri, il regista dell&#8217;iniziativa). Secondo De Magistris, questa strategia non disdegnava nemmeno di &#8216;rieditare&#8217; la strategia della tensione e degli attentati dinamitardi (così interpreta le stragi della primavera-estate del 1993 alle &#8216;città d&#8217;arte&#8217;), pur di giungere ad una stabilizzazione compiacente del sistema politico, in modo da &#8216;normalizzarlo&#8217;, mettendo così in riga giudici e politici democratici che erano riusciti a scoperchiarne la corruzione e le complicità con la mafia. Nel suo racconto, poi, De Magistris conferisce un grande risalto all&#8217;omicidio Borsellino del 19 luglio 1992 (avvenuto in Via D&#8217;Amelio, in prossimità dell&#8217;abitazione della Madre del Magistrato), accreditando l&#8217;ipotesi che il Magistrato fosse venuto a conoscenza del disegno &#8220;eversivo&#8221; e si fosse &#8220;messo di traverso&#8221;. Si coglie l&#8217;occasione di precisare, però, che questa ricostruzione ha un precedente giudiziario-giornalistico nell&#8217;inchiesta e nel &#8216;teorema&#8217; del Giudice Luca Tescaroli di Caltanissetta che indagò sugli stessi fatti negli anni &#8216;90, giungendo, però, ad un&#8217;archiviazione, ma che, tra i primi, sollevò l&#8217;attenzione dell&#8217;opinione pubblica su una possibile &#8220;alleanza Stato-mafia&#8221; volta a pilotare in modo compiacente la transizione politica degli anni &#8216;90 (confluita nel libro, scritto a quattro mani con Soveria Mannelli: <em>Perchè fu ucciso Giovanni Falcone</em>, Rubettino, 2000).</p>
<p>Lungi dalle facili polemiche, deve rimarcarsi come proprio la ricostruzione dei fatti operata da De Magistris  appare ad un facile esame per quello che è: facile e vieta &#8216;dietrologia&#8217;; e questo, anche per le svariate e manifeste contraddizioni che il suo discorso rivela. Cominciamo con ordine:</p>
<p>LA PRESUNTA TRATTATIVA STATO-MAFIA CONDOTTA DAI ROS.   Ora, nessuno allo stato ha chiarito la vera natura di questa operazione dei ROS: se tale iniziativa dei ROS fosse davvero una trattativa, un&#8217;operazione investigativa ordinaria, ovvero un &#8216;bluff&#8217; per &#8217;spaventare le passere&#8217;; certo, si deve riconoscere che questo aspetto è un passaggio assolutamente essenziale nella ricostruzione degli avvenimenti (e per verificare se &#8220;deviazione&#8221; ci fu o non ci fu). Ora, ha sicuramente suscitato molto scalpore la circostanza che l&#8217;operazione non risultasse formalmente autorizzata dai vertici competenti, cosa che naturalmente ha subito suscitato maliziose dispute  &#8230; .  Allo stato attuale, comunque, il comportamento dei ROS appare avvolto nella nebulosa e le certezze sono poche: in primo luogo, Massimo Ciancimino (il &#8220;supertestimone&#8221; dal quale il &#8220;popolo viola&#8221; si aspetta dichiarazioni sensazionali) avrebbe confermato ciò che già si sapeva da tempo, ovvero che il Capitano De Donno, nel giugno 1992, dopo la morte di Falcone, avvicinò il Padre Vito (allora prossimo a scontare un&#8217;altra pena pesante per associazione mafiosa) per acquisire informazioni per la cattura di qualche latitante; che il Padre non mostrò disinteresse per la proposta (anche perchè era schifato dall&#8217;esito terroristico imposto dai Corleonesi con gli attentati prima in danno a Salvo Lima, del marzo 1992, poi in danno a Falcone, nel maggio successivo); che Ciancimino-Padre, allo scopo, interpellò un interfaccia, certo Dr. Cinà, il quale fece pervenire ai Carabinieri del ROS (tramite Ciancimino) il famoso &#8216;papello&#8217; (recuperato dal figlio di Ciancimino e consegnato agli inquirenti) contenente richieste di sconti di pena per i &#8216;boss&#8217; condannati dal &#8216;maxi-processo&#8217; con la richiesta al parlamento di abrogare la &#8216;legge sui pentiti&#8217; e l&#8217;art. 41-bis; che i ROS rifiutarono la proposta e la &#8216;trattativa&#8217; si arenò (salva la cattura di Riina). Ma basta questa ricostruzione per  lanciare l&#8217;allarme dei soliti &#8221;servizi segreti deviati&#8221;?  Parrebbe di no, se si deve prestare fede all&#8217;inchiesta e all&#8217;apporto di &#8220;Anno zero&#8221;, da cui è risultato che dei contatti tra De Donno-Mori e Ciancimino fosse stata informata la Dr.ssa Ferraro, Dipendente dell&#8217;Ufficio Affari Penali del Ministero della Giustizia, già amica e collaboratrice di Giovanni Falcone (la Dr.ssa fu addirittura prima del Giudice Borsellino, il quale, per altro, con lo stesso reparto del ROS collaborava all&#8217;indagine su mafia e appalti che da qualche anno era arenata e non era approdata a nulla).  Ora, verrebbe da dire, di contro alla &#8216;dietrologia&#8217; propalata da De Magistris, che <strong>se l&#8217;operazione Mori-De Donno fosse stata un&#8217;operazione di &#8220;intelligence&#8221; seria, sarebbe stata mantenuta segreta</strong> e verosimilmente non sarebbe stata propalata alla Dr.ssa Ferraro: <strong>a maggior ragione</strong>, <strong>se</strong> l&#8217;iniziativa fosse stata <strong>&#8220;deviata&#8221;!</strong> Allo stato attuale, quindi, pare lecito escludere che l&#8217;operazione di De Donno-Mori potesse inquadrarsi in un quadro di &#8216;intelligence&#8217; in senso tecnico: in ogni modo, per quanto l&#8217;operazione appaia tuttora non chiara e decisamente non classificabile (e tale da meritare effettivamente i dovuti approfondimenti anche in sede giudiziale per la delicatezza e la gravità delle circostanza), ce ne vuole per ravvisare in questi &#8216;passi&#8217; &#8230; il nemico (come fa De Magistris) ! Anche perchè le chiavi di lettura del non chiaro comportamento di De Donno-Mori possono tranquillamente essere tante: es. nulla esclude che l&#8217;iniativa Mori-De Donno possa più agevolmente spiegarsi come operazione concorrenziale dell&#8217;Arma sulla Polizia, come ce ne furono anche altre in momenti delicati della storia d&#8217;Italia (si pensi alla concorrenza Carabinieri-Polizia ai tempi della cattura e della detenzione di Mussolini dopo il 25 luglio 1943).</p>
<p>LE STRAGI DEL 1993 ALLE CITTA&#8217; D&#8217;ARTE: Ancora più incredibile appare l&#8217;affermazione di De Magistris, quando ritiene che la sollecitazione alle stragi del 1993 sia venuta alla mafia da settori &#8217;infedeli&#8217; dello Stato (esterni, quindi, alla mafia), quando ormai gran parte delle sentenze che si sono pronunciate in merito riconoscono con quasi assoluta certezza la circostanza che <strong>la &#8217;strategia stragista&#8217;, invece, nacque per ragioni essenzialmente interne a &#8216;Cosa Nostra&#8217;</strong>. Ora, pur non potendosi negare che il quadro politico di allora, sfilacciato, era certamente propizio per una &#8217;stagione stragista&#8217; (eloquentemente, certo, il Sostituto Ingroia ha chiamato le bombe di Capaci, D&#8217;Amelio, ma soprattutto alle &#8216;città d&#8217;arte&#8217; le &#8216;bombe del dialogo&#8217;: vedi l&#8217;intervista contenuta nel libro <em>La Trattativa</em> di Maurizio Torrealta, Editori Riuniti, 2002), il contributo di De Magistris ignora che la mafia, parallelamente alla classe politica del tempo (<em>mutatis mutandis</em>!), stava attraversando una crisi sistemica e di &#8216;leadership&#8217; molto rilevante ed era dilaniata da un fortissimo dissidio interno tra i &#8216;corleonesi&#8217; (sconfitti) e gli &#8216;agrigentini&#8217;, specie Matteo Messina Denaro, che, con i suoi, sarà tra i principali animatori delle stragi. E&#8217; in nome di una &#8220;crisi di leadership&#8221; interna, quindi, che <em>Cosa Nostra</em> si avvenura sul terreno delle stragi, in cerca prevalentemente di una &#8220;prova muscolare&#8221; con lo Stato. Certo, in questo quadro, è innegabile che le bombe del 1993 di Milano, Firenze e Roma potessero rivestire per la mafia anche un&#8217;efficace funzione di intimidazione sociale e di interlocuzione politica; allo stato attuale, però, non possiamo sopravvalutare troppo la portata delle stragi, che, infine, caratterizzarono solo un breve tratto dei rapporti Stato-mafia, poco più di una &#8216;parentesi&#8217; della strategia della lotta di &#8216;Cosa Nostra&#8217; allo Stato, non un metodo strutturale e consolidato. Oggi, poi, che qualcosa di più sappiamo sui complicati assestamenti e sulle lotte di egemonia all&#8217;interno di <em>Cosa Nostra</em> seguiti alla cattura di Riina, siamo anche in grado di dire che le bombe finirono per volontà del nuovo &#8216;leader&#8217; Provenzano, refrattario alle bombe perchè queste rendevano &#8216;Cosa Nostra&#8217; antipatica alla gente a attiravano troppo l&#8217;attenzione sul suo malaffare; mentre quello che &#8216;Binu&#8217; desiderava era una mafia che lavorasse in silenzio, commettesse meno omicidi possibili e soprattutto si dedicasse agli affari (i punti sono ben trattati in <em>Limes </em>nr. 02/2005, rivista del gruppo Espresso-Carracciolo, evidentemente fuori dall&#8217;orbita berlusconiana: vedi in particolare l&#8217;articolo di Bugea, <em>Ad Agrigento si recluta l&#8217;esercito di Provenzano</em> e Messina, <em>Cos&#8217;è Cosa Nostra</em>).</p>
<p>I PRESUNTI &#8220;MOVENTI POLITICI&#8221; DELL&#8217;OMICIDIO BORSELLINO: Proseguendo, il racconto di De Magistris sui &#8220;moventi politici&#8221; della trattativa Stato-mafia (destabilizzare, per stabilizzare il sistema politico in senso moderato) si inerpica in una serie di ardite e quantomeno discutibili affermazioni raccolte  in ordine ad una supposta cointeressenza dei vertici politici alla &#8220;trattativa&#8221; prima attraverso il Ministro dell&#8217;Interno Nicola Mancino accreditato come uno che &#8220;non poteva non sapere della trattativa&#8221; (e che questa impressione diede, continua De Magistris, al Giudice Borsellino, il 01 luglio 1992, quando si trovava a Roma ad interrogare l&#8217;ancora non ufficiale pentito Gaspare Mutolo), poi attraverso Dell&#8217;Utri (come parrebbe secondo le dichiarazioni del pentito Spatuzza). In questo confusissimo quadro, Borsellino, ricevuta la rivelazione della &#8216;trattativa Stato-mafia&#8217; sarebbe stato eliminato come &#8220;testimone scomodo&#8221; sia per lo Stato sia per la mafia che stavano trattando: di qui, la &#8220;convergenza di interessi&#8221; tra Stato e Mafia all&#8217;eliminazione del Magistrato. Ora, senza voler entrare nel merito della valutazione penale di fatti relativi alla morte del Giudice Borsellino, che attualmente sono al vaglio degli inquirenti di Palermo, basterà dire che è del tutto risibile la tesi di una possibile &#8220;funzione politica&#8221; del delitto Borsellino, ovvero di un &#8220;favore&#8221; che lo Stato avrebbe fatto alla mafia (o viceversa), lasciando morire il Giudice Borsellino (qualcuno ha detto che qualcuno voleva mettere per sempre a tacere il Giudice per le rivelazioni che si accingeva a fare su mafia e politica!) : e che sia tesi risibile, lo dimostra proprio l&#8217;eterogenesi dei fini che caratterizzò <strong>il Delitto Borsellino</strong>, a seguito del quale <strong>la mafia fu messa &#8220;con le spalle al muro&#8221; e fu impossibile dare corso a qualsiasi iniziativa politica o amministrativa volta propiziare un atteggiamento più indulgente verso la mafia.</strong> Non così all&#8217;indomani della morte di Giovanni Falcone: dopo la strage di Capaci, infatti, si era effettivamente creato un clima di paura e di intimidazione presso Magistrati e Forze dell&#8217;ordine, che aveva certo favorito la mafia e aveva contestualmente favorito il blocco o quantomeno il &#8220;congelamento&#8221; delle principali iniziative legislative e giudiziarie antimafia (fu bloccato il &#8216;Decreto Martelli&#8217; del 07 giugno 1992 e fu molto contingentato il passaggio al 41-bis di molti capo-mafia: vedi sul punto, la testimonianza dell&#8217;allora Ministro della Giustizia Claudio Martelli nella puntata di &#8220;Anno zero&#8221; del 29 ottobre 2009); dopo la strage di Via d&#8217;Amelio, nulla di tutto questo fu più possibile: lo Stato, fischiato e dileggiato ai funerali della scorta del magistrato il 21 luglio 1992,  fu costretto a decretare il &#8220;carcere duro&#8221; per i mafiosi e a convertire in legge il contestatissimo &#8220;decreto Martelli&#8221;. Un pieno insuccesso per la mafia, sia dal punto di vista giudiziario, sia dal punto di vista politico e solo la dietrologia può far vedere &#8220;secondi fini&#8221; in questa disastrosa situazione. Se proprio si vuole cercare una spiegazione nel (non chiaro) comportamento della mafia, sembra più plausibile pensare che la mafia cercasse (forse in parallelo con le successsive bombe del 1993)  una &#8220;prova muscolare&#8221; contro lo Stato, per misurare la sua forza, ma con lo spirito selvaggio di rivolta e reazione all&#8217;affronto del &#8216;maxi-processo&#8217;, che, per la prima volta dal dopoguerra, aveva segnato un punto significativo a vantaggio della repressione antimafia: una &#8220;prova di muscoli&#8221; che oggi risulta tanto più verosimile e convincente a causa della momentanea prevalenza, in seno a &#8216;Cosa Nostra&#8217;, ai tempi del &#8216;delitto Borsellino&#8217; dei &#8216;facinorosi&#8217; corleonesi ed agrigentini, non ancora &#8220;messi a freno&#8221; dall&#8217;egemonia di Bernardo Provenzano.</p>
<p>I RAPPORTI MAFIA-POLITICA: Di questo passo, l&#8217;articolo è del tutto debole nella rappresentazione dei rapporti mafia politica; in particolare, è del tutto impervio seguire l&#8217;On. De Magistris quando descrive la mafia come un soggetto che, insieme a settori deviati dello Stato, si impegna per un programma politico di stampo moderato/conservatore, nel quale si vuole forzatamente vedere i tratti golpistici del &#8216;piano di rinascita nazionale&#8217; di gelliana memoria: un simile livello di coinvolgimento politico della mafia, tale da configurare una quasi-organicità della mafia con i partiti conservatori,  presupporrebbe nella <em>Cosa Nostra</em> un rapporto di &#8220;collateralità&#8221; con i partiti di centro-destra molto simile alla &#8220;collateralità&#8221; che nei decenni scorsi ha legato le &#8220;cooperative rosse&#8221; al PCI! Una ricostruzione del tutto &#8217;fantapolitica, e assolutamente non in linea con i riscontri giudiziari, i quali, viceversa, attestano un <em>modus vivendi</em> mafia-politica del tutto diverso. Non si deve, al riguardo, dimenticare il ruolo avuto dalla mafia nella cd. stagione del &#8216;milazzismo&#8217; (1958-60), quando una scissione interna alla DC siciliana, facente capo sull&#8217;On. Silvio Milazzo, portò al potere in Giunta Regionale Monarchici, Missini e Comunisti! Allo stesso modo, vanno intesi i rapporti ambigui tra mafia e cooperative rosse (che sono sullo sfondo dell&#8217;omicidio di Pio la Torre del 30 aprile 1982) e i curiosi flussi di voto verso PSI e PR (Pannella) ai tempi delle elezioni politiche del 1987 (quando Craxi e Pannella si batterono per il &#8216;referendum&#8217; per l&#8217;introduzione della responsabilità civile dei magistrati). Inutile dire, comunque, che tutto il discorso di De Magistris è volto ad accreditare nei politici dell&#8217;epoca (e di quale parte politica è noto) una sorta di &#8220;concorso esterno in associazione mafiosa&#8221;: come a dire che la politica del 1992-93 avrebbe avuto un ruolo decisivo nell&#8217;aiutare la mafia a riprendersi e a stabilizzarsi, dopo una fase di sconfitta e di crisi. Nulla di più errato: allo stato attuale, l&#8217;unico vero perno della stabilizzazione di <em>Cosa Nostra,</em> dopo le turbolenze del periodo del 1992-93, è il carisma di &#8221;Binu Provenzano&#8221; e la sua strategia di mediazione e compromesso seguita sia all&#8217;interno di <em>Cosa Nostra</em> sia al suo esterno, grazie alla quale <em>Cosa Nostra</em> è restata in piedi, senza dover più imporre fatti di sangue eclatanti e clamorosi. Ma a questo punto, cosa avrebbe potuto importare ad una mafia così fatta che al governo nazionale potesse andare il centro-destra, anzichè la Sinistra? Nulla: almeno questo è quanto io credo.</p>
<p>Alla fine dei conti, cosa resta dell&#8217;analisi di De Magistris? Ora, come già detto, l&#8217;On. De Magistris intendeva asserire che l&#8217;Italia sta diventando uno Stato-mafia come molti Paesi Ex-Sovietici. Padronissimo di farlo; quando, però, ci si addentra all&#8217;interno del suo discorso e nel merito, le sue affermazioni sono assolutamente fragili, labili e poco dimostrate (e dimostrabili): un&#8217; operazione che certamente è poco definire dozzinale (per l&#8217;indelicatezza di coinvolgere fatti di sangue e oscuri come gli avvenimenti del 1992-92), ma che, crediamo, potrà giovare a riempire le piazze nel giorno del 05 dicembre prossimo per il noto <em>Happening</em> anti-berlusconiano. Ora, se c&#8217;è qualche cittadino ancora indeciso sul da farsi, ovvero se partecipare o no alla manifestazione di venerdì, ci auguriamo che cominci ad usare la propria testa: se ciò non basterà ad indurlo a desistere dal partecipare alla manifestazione, confidiamo che il maggiore senso critico possa &#8221;aprire gli occhi&#8221; e fare quantomeno riflettere sul grado di disinformazione e di becero conformismo che si cela dietro l&#8217;antiberlusconismo apparentemente più austero e più moralista. In particolare, confidiamo nel &#8220;buon senso&#8221; perchè si comprenda l&#8217;enormità di ridurre un fatto come la nascita di <em>Forza Italia </em>e la &#8220;discesa in campo&#8221; di Berlusconi, uno dei fatti più rilevanti di rinnovamento prodotti dal sistema politico italiano degli ultimi decenni, ad un fatto criminale: si comprenda una buona volta che è stata la &#8220;bomba sociale&#8221; della <em>minimum tax</em> a produrre Berlusconi e non le bombe della mafia!</p>
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