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	<title>Arezzo Polis &#187; riforme</title>
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	<description>Cultura politica, dibattito pubblico.</description>
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		<title>I pilastri della conservazione</title>
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		<pubDate>Sun, 12 Jun 2011 22:00:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Armao</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.arezzopolitica.it/2011/06/12/i-pilastri-della-conservazione/"><img align="left" hspace="5" width="150" src="http://www.stardustmovies.com/gallery_film/I_pilastri_della_terra(101010221056)The_Pillars_of_the_Earth_5.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="" title="" /></a>A cura di Antonino Armao &#8211; Riportiamo testualmente l&#8217;articolo pubblicato oggi da Ernesto Galli della Loggia su www.corriere.it che contiene una intuizione semplice quanto geniale: privilegio, corporativismo e demagogia sono le cause che impediscono sia alla Destra che alla Sinistra di fare le riforme di cui l&#8217;Italia ha un disperato bisogno ma sono anche gli [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://www.stardustmovies.com/gallery_film/I_pilastri_della_terra(101010221056)The_Pillars_of_the_Earth_5.jpg"><img class="alignleft" src="http://www.stardustmovies.com/gallery_film/I_pilastri_della_terra(101010221056)The_Pillars_of_the_Earth_5.jpg" alt="" width="425" height="283" /></a>A cura di Antonino Armao &#8211; Riportiamo testualmente l&#8217;articolo pubblicato oggi da Ernesto Galli della Loggia su www.corriere.it che contiene una intuizione semplice quanto geniale: privilegio, corporativismo e demagogia sono le cause che impediscono sia alla Destra che alla Sinistra di fare le riforme di cui l&#8217;Italia ha un disperato bisogno ma sono anche gli stessi pilastri su cui si fonda la società italiana. L&#8217;analisi del giornalista del Corriere però si ferma a un passo dalla sua naturale conclusione: le vittime di questa situazione sono i giovani a cui i padri hanno rubato il futuro. E allora, che fare? A questo punto si ha l&#8217;impressione che senza la rivolta morale di una intera generazione, per questo Paese non c&#8217;è speranza. E che la rivolta non sia solo morale.</strong></p>
<p>&#8220;Da più di vent&#8217;anni le «riforme» sono il grande mito della politica italiana. Invocate da tutti, promesse da tutti, dalla destra, dalla sinistra, quasi mai realizzate da nessuno. Ma regolarmente, imperturbabilmente, promesse sempre di nuovo da tutti. Sono il grande mito perché per giudizio unanime (ultimo quello del governatore Draghi: <strong>«L&#8217;Italia ha un disperato bisogno di riforme»</strong>) sono la sola cosa da cui il Paese può sperare la salvezza: e cioè di riguadagnare il terreno che stiamo perdendo in tutti settori, di riacquistare efficienza, di ricominciare a crescere, di tenere insieme le sue varie parti.</p>
<p>Che cos&#8217;è che in Italia impedisce di «fare le riforme»? La risposta è semplicissima: la loro impopolarità. Ci troviamo ad essere strangolati da un paradosso micidiale: proprio perché sono così vitalmente necessarie, le «riforme» suscitano un&#8217;opposizione fortissima in grado di bloccarle. Enormemente più forte che in altri Paesi, questo è il punto. Ciò accade perché altrove, in genere, una riforma vuol dire un provvedimento impopolare sì, ma che non cambia le regole del gioco, non cambia il principio sul quale la società è costruita. Da noi invece no. Le riforme di cui noi abbiamo più bisogno, infatti, sono quelle che dovrebbero rompere proprio il meccanismo con cui funziona la nostra società, mutarne alla radice lo spirito e la mentalità. Quando in Italia si dice «riforme», bisogna esserne consapevoli, si dice in realtà «rivoluzione». E la più difficile tra le rivoluzioni: quella culturale.</p>
<p>Qualunque sia il provvedimento a cui si pensi per modernizzare il Paese, per rimetterlo in carreggiata, ci si accorge subito, infatti, che esso va immancabilmente a colpire uno dei tre pilastri sui quali si regge gran parte della società italiana: <strong>il privilegio, il corporativismo, la demagogia.</strong> Certo: bisogna scorgere i concreti, concretissimi interessi particolari, settoriali, che ognuna di queste cose alimenta e tutela. Ma tali interessi, però, non avrebbero mai potuto costituirsi e solidificarsi come hanno fatto, senza una premessa di tipo essenzialmente culturale condivisa dall&#8217;intera società italiana. Che qui ha la sua anima, la sua più vera antropologia.</p>
<p>In Italia qualunque individuo così come qualunque istituzione, qualunque impresa capitalistica non sopporta né il merito, né la concorrenza, né controlli indipendenti. Qualunque categoria, qualunque organismo non sogna altro che monopoli, numeri chiusi, carriere assicurate, condoni, esenzioni, ope legis, proroghe, trattamenti speciali, pensioni ad hoc, comunque condizioni di favore. E quasi sempre ottiene quanto desidera. Ricorrendo, come ho detto, all&#8217;arma vincente della demagogia. Specie a partire dagli anni Settanta, infatti, corporativismo e privilegi hanno progressivamente soffocato la società italiana costruendo (o avvalendosi di già pronte) costruzioni ideologiche menzognere, le quali avevano regolarmente al proprio centro i «diritti», la «democrazia», la «solidarietà»: parole d&#8217;ordine, discorsi, che agitando ogni volta la bandiera del bene e del giusto in realtà sono serviti unicamente a promuovere il più spietato particolarismo o a saccheggiare le casse pubbliche. Spessissimo a tutte e due le cose insieme.</p>
<p>È contro questa autentica muraglia socio-culturale &#8211; la quale nella sua essenza non è né di destra né di sinistra, potendo essere indifferentemente entrambe le cose &#8211; che da decenni s&#8217;infrange, o meglio si spegne appena levatosi, qualsiasi vento riformatore italiano. L&#8217;imponenza di quella muraglia, infatti, ha l&#8217;effetto di porre in una condizione di eterna minoranza la dimensione del bene comune, dell&#8217;interesse collettivo, che in tal modo non riesce ad avere alcun peso politico determinante. È per questo che le riforme non si fanno, e in particolare non si possono fare proprio quelle che ci servirebbero di più.</p>
<p>Il dispositivo corporativistico-demagogico-antimeritocratico è divenuto lo strumento grazie al quale da due decenni il cuore maggioritario della società italiana reale neutralizza la sfera della politica, imponendo in cambio del proprio consenso la sua impotenza. Lo strumento grazie al quale essa neutralizza di fatto tanto la destra che la sinistra all&#8217;insegna della loro comune, certificata, impotenza; grazie al quale, infine, ne cancella i profili, ne vanifica identità e programmi. L&#8217;iperpoliticismo resta sì, dunque, come un carattere tipico della sfera pubblica italiana. Ma esso non è più il predominio del comando politico sulla società, com&#8217;è stato fino alla fine della prima Repubblica. Ora è piuttosto la penetrazione/subordinazione capillare e diffusa, l&#8217;uso continuo della politica da parte delle infinite articolazioni corporativo-antimeritocratiche della società. La quale realizza per questa via una sua antica vocazione: servirsi del potere, disprezzandolo&#8221;.</p>
<p><strong>Ernesto Galli Della Loggia<br />
www.corriere.it<br />
12 giugno 2011</strong></p>
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		<title>Il Presidente Napolitano in mezzo alla &#8220;grande muraglia&#8221;</title>
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		<pubDate>Sun, 03 Jan 2010 17:42:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Frabetti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica Nazionale]]></category>
		<category><![CDATA[bipartisan]]></category>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.arezzopolitica.it/2010/01/03/il-presidente-napolitano-in-mezzo-alla-grande-muraglia/"><img align="left" hspace="5" width="150" height="150" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/01/Presidente_Napolitano-150x150.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="Presidente_Napolitano" title="" /></a>di Giorgio Frabetti- Non avrebbe potuto essere più esplicito e chiaro di così: «I cittadini italiani in tempi difficili come quelli attuali &#8211; ha detto il Presidente Giorgio Napolitano in chiusa del suo discorso - hanno bisogno di maggiore serenità e a questo bisogno devono corrispondere tutti coloro che hanno responsabilità elevate nella politica e nella società. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-2956" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/01/Presidente_Napolitano-229x300.jpg" alt="Presidente_Napolitano" width="229" height="300" />di <strong>Giorgio Frabetti</strong>- Non avrebbe potuto essere più esplicito e chiaro di così: «I cittadini italiani in tempi difficili come quelli attuali &#8211; ha detto il Presidente Giorgio Napolitano in chiusa del suo discorso - hanno bisogno di maggiore serenità e a questo bisogno devono corrispondere tutti coloro che hanno responsabilità elevate nella politica e nella società. Serenità e speranza che sento di potervi trasmettere oggi con il mio augurio per il 2010». Senza possibilità di equivoco, la più alta Carica dello Stato deplora la &#8220;grande muraglia&#8221; (così recitava un efficace titolo di un libro di Bruno Vespa nel 2002) che, in questi anni, si è formata tra la maggioranza, guidata da Silvio Berlusconi, e l&#8217;opposizione e che, nell&#8217;ultimo scorcio del 2009, si è aggravata con l&#8217;aggressione a Berlusconi da parte dello squilibrato Tartaglia. Su questa scia, il Presidente ha incoraggiato maggioranza e opposizione a realizzare «una maggiore unità della nazione: un impegno che richiede ancora tempo e pazienza», anzitutto nella riforma della seconda parte della Costituzione: per «un più efficace funzionamento dello Stato e non possono essere bloccate da un clima di sospetto fra le forze politiche e da opposte pregiudiziali». In questa chiave, il Presidente ha richiamato le forze politiche a  seguire le procedure previste dalla stessa Costituzione, auspicando, come «essenziale»,  un «rinnovato ancoraggio» ai principi nazionali e raccomandando che «siano sempre garantiti equilibri fondamentali tra governo e Parlamento , tra potere esecutivo e legislativo e istituzioni di garanzia, e che ci siano regole in cui debbano riconoscersi gli schieramenti sia di governo sia di opposizione». Insomma, riforme largamente condivise.</p>
<p>Ovvio che il più del dibattito politico si incentrasse sull&#8217;esegesi di questi passaggi, evidentemente caldissimi, per l&#8217;estrema attualità delle polemiche sulle riforme costituzionali (vedi il <em>No pasaran</em> della Presidente PD Bindi, i timori di Scalfari per un &#8220;diciotto Brumaio&#8221; Berlusconiano) e sulla giustizia (processo breve, <em>in primis</em>).</p>
<p>Altrettanto prevedibilmente, le dichiarazioni del Capo dello Stato sono state messe &#8220;in mora&#8221; da parte di Antonio Di Pietro, il quale nel suo blog tuona: &#8220;Il discorso di fine anno del Presidente della Repubblica ha messo &#8220;il vento in poppa alla barca dei pirati&#8221; che utilizzerà strumentalmente le dichiarazioni di chi rappresenta le istituzioni per distruggere e mortificare le stesse. La riprova l&#8217;abbiamo già perchè, al di là di insistenti richieste di dialogo con l&#8217;opposizione, questa maggioranza non ha fatto, né farà, un solo passo indietro dal proposito di ottenere, nel più breve tempo possibile, l&#8217;approvazione di leggi <em>ad personam</em> che assicurino l&#8217;impunità del Presidente del Consiglio&#8221;.</p>
<p>Personalmente, riteniamo che i citati passaggi del discorso di fine anno del Presidente della Repubblica vadano valutati sotto due versanti (tra loro connessi): <strong>01)</strong> Quale sia il tipo di convergenza/auspicato dal Presidente della Repubblica tra maggioranza e opposizione; <strong>02)</strong> Se tale convergenza trovi l&#8217;effettiva disponibilità nelle forze politiche.</p>
<p><strong>01)</strong> <strong>Quale tipo di convergenza: </strong>Il Presidente non si è &#8220;sbottonato&#8221; rispetto ad indicazioni &#8220;operative&#8221; (nè poteva farlo nel Discorso di fine anno) : ha però significativamente auspicato un assetto del sistema politico improntato a &#8220;riconoscimento&#8221; tra le Parti in gioco: in altre parole, centro-destra e centro-sinistra, pur avversari, devono considerarsi avversari &#8220;legittimi&#8221;. Evidente, quindi, l&#8217;insofferenza di Di Pietro, il quale, nella sua battaglia politica, essenzialmente incentrata sul <em>filybustering</em> politico, ha sempre cavalcato l&#8217; &#8220;illegittimità&#8221; di Berlusconi come avversario politico. Senza ulteriori esegesi, Napolitano ha auspicato un consolidamento del bipolarismo, contro l&#8217;intransigentismo politico. In ogni caso, Napolitano è uno di quei Presidenti che, in fatto di equilibri e garanzie tra maggioranza ed opposizione, ha sempre dato ampie lezioni al sistema politico, senza pervenire alle ingerenze (si direbbe da Prefetto Sabaudo-piemontese!) di Scalfaro (vedi il rapporto con il primo governo Berlusconi nel 1994), nè all&#8217;incerto atteggiamento notarile di un Ciampi, che, dopo un settennato defilato ed oscuro, oggi si scopre &#8220;antiberlusconiano&#8221; (vedi dichiarazioni recenti sul &#8221;processo breve&#8221;). Una grande lezione di equilibrio, Napolitano l&#8217;ha offerta nel luglio 2008 in occasione della promulgazione del &#8220;lodo Alfano&#8221;, quando ha raccomandato alla maggioranza di centro-destra, di accogliere la giurisprudenza costituzionale (sent. 24/2004) che aveva bocciato il precedente omologo &#8220;lodo Schifani&#8221;. Se non fosse intervenuta la Consulta a &#8220;sparigliare&#8221; il gioco, si sarebbe delineato un quadro politico, per quanto aspro, nel quale il dibattito sul &#8220;lodo Alfano&#8221; si sarebbe incanalato nell&#8217;orbita del <em>referendum</em> richiesto da Di Pietro e da IDV e lì, nella &#8220;conta&#8221; dei voti, si sarebbe decisa la sorte della legge. Un canale che certo avrebbe aperto una fase di pesante ed aspro confronto politico, ma certamente si sarebbe avuto un assetto più normale e trasparente della dialettica politica tra maggioranza ed opposizione; certo, più normale rispetto all&#8217;irrigidimento indotto sul sistema politico dalla Consulta con la sentenza sul medesimo &#8220;lodo&#8221; nell&#8217;ottobre scorso. Tale sentenza, cioè, ha prefigurato un anomalo ed inquietante commissariamento legislativo sulle riforme penali (ma in prospettiva anche costituzionali) decise dell&#8217;attuale maggioranza, non dissimile dal &#8220;commissariamento&#8221; di fatto esercitato dalla Consulta negli anni &#8216;90 sul <em>Codice di Procedura Penale</em> riformato del 1988. Un &#8220;commissariamento&#8221; tanto più sconcertante, perchè un simile condizionamento sull&#8217;attività legislativa verrebbe realizzato sotto il segno della tecnica giuridica e non sotto il segno della libera discussione parlamentare (avvallando, quindi, a livello istituzionale il <em>filybustering</em> di Di Pietro). Non è da escludere, quindi, che il Presidente auspichi un ritorno sui binari da lui indicati al tempo della promulgazione del &#8220;lodo Alfano&#8221;. Nè è da escludere che, se le cose stanno effettivamente così, la Consulta possa arrivare a rivedere la propria rigidità. </p>
<p><strong>02)L&#8217;effettiva disponibilità nelle forze politiche: </strong>Da un primo &#8220;florilegio&#8221; delle dichiarazioni politiche, uscite a commento delle dichiarazioni del Presidente della Repubblica, non pare riscontrarsi alcuna vera disponibilità dei partiti a recepire le indicazioni del Capo dello Stato.  Di Pietro, nel suo <em>blog</em>, dichiara il &#8220;dialogo&#8221; un &#8221;buon proposito&#8221;, ma frustrato -dice Di Pietro- dalla giacenza in Parlamento di molti disegni di legge per favorire gli interessi giudiziari e patrimoniali del Presidente del Consiglio: collaborare con una simile maggioranza significa, per il <em>leader</em> dell&#8217;IDV, &#8220;concorso in correità&#8221;, &#8220;inciucio&#8221;. In questo quadro, paiono non &#8220;fare storia&#8221; le dichiarazioni espresse dal PD tramite la Capogruppo Anna Finocchiaro: «Siamo pronti al confronto e disposti a discutere di tutto. Ma in Parlamento, alla luce del sole, nella sede più trasparente»: dichiarazioni di buona volontà moderata, ma destinate all&#8217;infertilità politica, almeno fino a quando il PD non riuscirà ad avere la meglio sull&#8217;IDV e a contenerne la concorrenza come forza egemone del centro-sinistra. Ma non è che sul versante del centro-destra si nutrano grandi aspettative ed illusioni sulle possibilità di dialogo con l&#8217;opposizione. Se Paolo Bonaiuti lascia aperto un generico spiraglio («c’è in tutti l’idea che la molla dell’odio debba finire e cedere il posto al dialogo e a un abbassamento dei toni») e se Maurizio Gasparri abbozza anche alcune linee operative possibili di collaborazione con l&#8217;Opposizione (&#8221;si può ripartire dalla bozza Violante&#8221;), le dichiarazioni di Brunetta, tese a prefigurare anche una riforma della prima parte della Costituzione e le dichiarazioni di Bossi tese a configurare una &#8220;Convenzione&#8221; (sorta di terza Camera del parlamento, dove discutere di riforme istituzionali) equivalgono ad una chiusura netta ad una prospettiva di dialogo. Nulla di strano che sia proprio il centro-destra il più scettico rispetto all&#8217;ipotesi di &#8220;dialogo&#8221;: come dialogare dopo che il <em>filybustering</em> prefigurato da Di Pietro ha trovato un avvallo nella Consulta? Come dialogare dopo la &#8220;virata giacobina&#8221; di Bindi e Di Pietro, a seguito dell&#8217;aggressione di Tartaglia? Difficile, quindi, pensare che le condizioni per un effettivo dialogo ci siano.</p>
<p>Personalmente, ci riconosciamo pienamente nelle parole del Presidente e nei suoi auspici riformatori; personalmente, riteniamo che le sue parole debbano essere sommamente ascoltate e rispettate come l&#8217;unica fonte (istituzionale) di argine e di moderazione contro l&#8217;attuale degenerazione del confronto politico all&#8217;insegna del <em>filybustering</em> e dell&#8217;intransigenza. Le dichiarazioni di Di Pietro ci preoccupano perchè, come tali, nel loro disconoscere non solo Berlusconi (ridotto a &#8220;criminale&#8221;, anzichè &#8220;avversario legittimo&#8221;), ma anche tutti gli sforzi di &#8220;opposizione costruttiva&#8221; (inciucio, concorso in correità), possono in fondo delegittimare  la stessa funzione arbitrale del Presidente della Repubblica. Ora, noi non abbiamo gli elementi per attribuire a Di Pietro questa effettiva intenzione, che aprirebbe una crisi istituzionale dagli effetti devastanti in un momento tanto delicato. Ci permettiamo comunque di dire che precedenti in questo senso ce ne sono: non possiamo dimenticare, ad esempio, il precedente delle dimissioni del Presidente Leone nel 1978 sotto l&#8217;effetto della campagna di denuncia della giornalista Cederna: quando, cioè, si intende perseguire una strategia politica all&#8217;insegna del <em>filybustering,</em> non si arretra nemmeno dal delegittimare la più alta carica dello Stato. Non vorremmo, quindi, che il 2010 fosse davvero l&#8217; &#8220;anno del Dragone&#8221;: dopo, cioè, un 2009 dominato dalle campagne su Noemi, d&#8217;Addario e soci contro il Presidente del Consiglio Berlusconi, non vorremo (per il bene dell&#8217;Italia) una stagione di attacchi giornalistici e di scandali contro il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Diciamo questo, consci che la &#8220;torsione&#8221; del sistema politico su Berlusconi ha già contagiato i livelli istituzionali, almeno la Corte Costituzionale con il &#8220;lodo Alfano&#8221;: non vorremmo che la stessa &#8220;torsione&#8221; coinvolgesse anche il Capo dello Stato.</p>
<p><strong>Tags:</strong> <em></em></p>
<p>&#8211;&gt;</p>
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		<title>Aridatece er commissario Ingravallo</title>
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		<pubDate>Sat, 25 Jul 2009 10:05:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Armao</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.arezzopolitica.it/2009/07/25/aridatece-er-commissario-ingravallo/"><img align="left" hspace="5" width="150" height="150" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2009/07/ingravallo-150x150.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="" title="ingravallo" /></a>
A proposito di dichiarazioni, di riforme e di leggi e di un po’ di casino fatto sempre da sinistra ed anche da destra.
di Curzio Foghini
Il presidente della Repubblica finalmente si è rotto le scatole ed ha parlato chiaro a chi lo tira sempre per la giacca da sinistra ed ha parlato di riforme condivise. Ovviamente parla in senso [...]]]></description>
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<p class="MsoNormal"><em>A proposito di dichiarazioni, di riforme e di leggi e di un po’ di casino fatto sempre da sinistra ed anche da destra.</em></p>
<p class="MsoNormal"><strong>di Curzio Foghini</strong></p>
<p class="MsoNormal"><a href="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2009/07/ingravallo.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1808" title="ingravallo" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2009/07/ingravallo-194x300.jpg" alt="" width="194" height="300" /></a>Il presidente della Repubblica finalmente si è rotto le scatole ed ha parlato chiaro a chi lo tira sempre per la giacca da sinistra ed ha parlato di riforme condivise. Ovviamente parla in senso generale. A ruota alla cerimonia del ventaglio ed in una commissione della camera anche Fini lo ha seguito a ruota (per opportunismo? Il sospetto è legittimo). Mi chiedo se la legge sulle intercettazioni sia una legge od una riforma? La possibilità di eseguire intercettazioni fu sancita da una legge ordinaria. Ed allora cosa c’è da condividere su una legge ordinaria, caro presidente della camera? Dopo la legge sulle intercettazioni la casta dei magistrati ha riscontrato maggior facilità d’indagini ed intravisto nello strumento una sorta di potere tale da poter tenere sotto scacco l’esecutivo se non di proprio gradimento. Si è arrivati a faldoni d’intercettazioni di migliaia di pagine che sicuramente i magistrati non avevano neanche la possibilità di leggere o di farseli leggere. Ricordiamoci del processo Andreotti delle centinaia di migliaia di pagine d’intercettazioni e d’orari aerei, ferroviari e traghetti. La consultazione dei diari del nostro mandò tutte le dichiarazioni dei pentiti a carte quarantotto. I pm non sanno fare un’indagine se non adoperano strumenti sofisticati, se non appaiono mostri d’efficienza, producendo pagine non lette per un’indagine, non sono contenti. Per questo dico “Aridatece er commissario Ingravallo”. Chi era costui?. Chi è troppo giovane abituato solo alle serie TV sulla mafia e sulla camorra, vada a vedere il film di Pietro Germi “Quel pasticciaccio brutto di via Merulana”. Per quanto riguarda poi le sortite sulle riforme condivise, fatte da autorevoli “si fa per dire” esponenti della destra e per quanto riguarda le “alte grida ed aspri duoli“ della sinistra, che grida alla dittatura ed all’imbavagliamento della libertà di stampa, un consiglio a tutti di andare “a dar via el pusseé bun d’artiscioc” come dicono i milanesi quelli di una volta. La traduzione letterale è “dare via il più buono del carciofo” e cosa è il più buono del carciofo? Il culo. Scusatemi ma non ce la faccio più ad ascoltare i soloni di oggi e concedetemi qualche parolaccia come a Pierino.</p>
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		<title>Perchè snellire le istituzioni</title>
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		<pubDate>Fri, 13 Mar 2009 22:50:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Armao</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica Nazionale]]></category>
		<category><![CDATA[istituzioni]]></category>
		<category><![CDATA[riforme]]></category>

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		<description><![CDATA[<a href="http://www.arezzopolitica.it/2009/03/13/perche-snellire-le-istituzioni/"><img align="left" hspace="5" width="150" src="http://www.destralab.it/wp-content/uploads/2008/06/invito_.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="" title="" /></a>
Redazione
Il Pd la butta sullo scandalo, sulle “pulsioni autoritarie di Berlusconi” che riemergerebbero “ciclicamente, come un fiume carsico”. Parla di volontà “sopprimere la funzione parlamentare”, di “incontenibile fastidio per le regole delle democrazia, inossidabile visione proprietaria delle istituzioni”.
Questo, ed altro, recita una nota (congiunta, per sottolinearne la drammaticità) dei capigruppo Antonello Soro e Anna Finocchiaro.
Eppure [...]]]></description>
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<p class="MsoNormal"><strong><a href="http://www.destralab.it/wp-content/uploads/2008/06/invito_.jpg"><img class="alignleft" src="http://www.destralab.it/wp-content/uploads/2008/06/invito_.jpg" alt="" width="357" height="260" /></a>Redazione</strong></p>
<p class="MsoNormal">Il Pd la butta sullo scandalo, sulle “pulsioni autoritarie di Berlusconi” che riemergerebbero “ciclicamente, come un fiume carsico”. Parla di volontà “sopprimere la funzione parlamentare”, di “incontenibile fastidio per le regole delle democrazia, inossidabile visione proprietaria delle istituzioni”.</p>
<p class="MsoNormal">Questo, ed altro, recita una nota (congiunta, per sottolinearne la drammaticità) dei capigruppo Antonello Soro e Anna Finocchiaro.</p>
<p class="MsoNormal">Eppure che problema ha posto Berlusconi? Quello di un migliore e più rapido funzionamento di Camera e Senato. Dell’eccessivo numero dei parlamentari: ne abbiamo 945 tra palazzo Madama e Montecitorio senza contare i senatori a vita, contro 535 degli Usa, 898 del parlamento francese, i 738 effettivi di quello inglese, i 598 del Bundestag tedesco, i 609 delle camere spagnole. Il nostro è dunque il record assoluto tra i paesi evoluti.</p>
<p class="MsoNormal">Berlusconi ha annunciato una proposta di legge di iniziativa popolare per dimezzare il numero degli onorevoli. Nel metodo è una sua prerogativa costituzionale, non un atto eversivo: la proposta farebbe tra l’altro il suo iter (parlamentare); mentre nel merito sicuramente andrebbe incontro al favore e soprattutto alle necessità dell’opinione pubblica.</p>
<p class="MsoNormal">La riduzione del numero dei parlamentari era già prevista dalla riforma istituzionale approvata dal precedente governo di centrodestra. Peccato che la sinistra abbia deciso di cancellarla scatenando contro di essa un referendum popolare con comitato presieduto dal solito Scalfaro.</p>
<p class="MsoNormal">Oggi la sinistra, girotondina e non, grida contro la casta, andando al rimorchio delle piazze di Beppe Grillo. E con rara impudenza reclama la riduzione dei parlamentari. Perché quando è stata fatta una riforma seria e a norma di Costituzione è insorta?</p>
<p class="MsoNormal">E veniamo alle frasi che hanno sollevato più scandalo (e non solo a sinistra). Berlusconi non ha proposto di privare i parlamentari della loro funzione legislativa, ma al contrario di consentire loro di lavorare più e meglio sulle leggi, soprattutto in commissione, consentendo in aula in voto per delega ai capigruppo sulle decine e centinaia di articoli che spesso compongono i nostri provvedimenti, e convocando la sessione plenaria per il voto finale sulle leggi. Anche qui se ne può discutere, ma dov’è lo scandalo? Dove l’attentato alla Costituzione, visto che già da oggi è previsto in base ai regolamenti parlamentari che molte norme vengano esaminate solamente in commissione, e si vada in aula per il voto finale?</p>
<p class="MsoNormal">Il premier ha citato l’Assemblea nazionale francese, dove da 40 anni per i parlamentari in missione autorizzata, o assenti per altri giustificati motivi, è possibile il voto per delega ai capigruppo. Se importato anche in Italia questo sistema permetterebbe di eliminare il problema dei “pianisti” in modo chiaro e trasparente, senza dover ricorrere a costose tecnologie che magari rischiano di essere aggirate dopo poco tempo. Perché è vero che la maggioranza dispone di un margine molto ampio, ma è altrettanto vero che il mandato parlamentare non consiste solo nella presenza al voto ma è fatto soprattutto di lavoro in commissione, di governo, di missioni e di presenza sul territorio.</p>
<p class="MsoNormal">Ovviamente ognuno fa la propria parte, ed anche il presidente della Camera fa la sua, e così l’opposizione. Gianfranco Fini difende le prerogative dell’istituzione che presiede, la Camera: ma queste prerogative non sono eterne, scritte sul marmo. Si attende per esempio da anni una riforma dei regolamenti parlamentari, secondo tutti i crismi della democrazia. A quando? Come da anni si discute di introdurre le sessioni di bilancio e dell’inemendabilità della legge Finanziaria: ma quando Tremonti, per la prima volta nella storia, è riuscito nel 2008 a farla approvare entro l’estate, come nel resto del mondo occidentale, l’opposizione ha quasi gridato al golpe.</p>
<p class="MsoNormal">La sinistra insorge con le consuete accuse di regime e di autoritarismo. È solo politica, ed il Pd lo sa benissimo. I parlamenti più numerosi e dove si vota più spesso e con compatte maggioranze sono quelli delle dittature. Il Congresso dei deputati del Popolo sul finire del regime sovietico era arrivato a contare 2.250 membri. Sotto il fascismo, la Camera dei fasci e delle corporazioni ed il Senato regio avevano oltre mille parlamentari, ma notoriamente non contavano nulla.</p>
<p class="MsoNormal">O si pensa che la democrazia rappresentativa consista nella moltiplicazione senza limiti non del numero degli elettori, ma di quello degli eletti? Di questi ne abbiamo in abbondanza, dal Senato ai consigli regionali, provinciali e comunali, fino alle comunità montane e alle circoscrizioni di quartiere, pomposamente ribattezzate municipi. Che questo modello funzioni non si può certo dire. Che goda della fiducia dell’opinione pubblica, meno che meno. Eppure è ciò che difende la sinistra. Avanti così ed il suo già scarso consenso si ridurrà al lumicino.</p>
<p class="MsoNormal"> </p>
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