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	<title>Arezzo Polis &#187; professionisti</title>
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		<title>I Professionisti in Italia, chi sono, da dove vengono, dove vanno: I Notai dopo l&#8217;Unita&#8217; d&#8217;Italia-prima parte</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Feb 2012 15:28:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Frabetti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.arezzopolitica.it/2012/02/03/i-professionisti-in-italia-chi-sono-da-dove-vengono-dove-vanno-i-notai-dopo-lunita-ditalia-prima-parte/"><img align="left" hspace="5" width="150" height="150" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2012/02/notaio_grande1-150x150.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="notaio_grande" title="notaio_grande" /></a>AVVERTENZA: Si dibatte molto intorno all&#8217;ipotesi di liberalizzare le Professioni. Nei blog e siti Internet si sprecano le polemiche se non le imprecazioni contro i Professionisti, ritenuti una &#8220;casta protetta&#8221; ingiustamente da leggi ritenute di autentico privilegio. Giuseppe De Rita e il CENSIS da tempo segnalano il rilevante contributo delle Professioni al PIL e la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignleft size-full wp-image-9419" title="notaio_grande" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2012/02/notaio_grande1.jpg" alt="notaio_grande" width="420" height="312" />AVVERTENZA: Si dibatte molto intorno all&#8217;ipotesi di liberalizzare le Professioni. Nei <em>blog</em> e siti <em>Internet</em> si sprecano le polemiche se non le imprecazioni contro i Professionisti, ritenuti una &#8220;casta protetta&#8221; ingiustamente da leggi ritenute di autentico privilegio. Giuseppe De Rita e il CENSIS da tempo segnalano il rilevante contributo delle Professioni al PIL e la rilevante redditività di tali prestazioni: per questo, molti denunciano la necessità che in tempi di crisi tali opportunità di ricchezza siano meglio divise tra i cittadini, grazie ad una regolazione più libera e meritocratica. In questo sito, con vari cicli a cadenza non periodica, si analizzerà come le varie leggi professionali dall&#8217;Unità ad oggi hanno inciso su privilegi, penalizzazioni, rischi, opportunità, in un&#8217;ottica critica e pacata; una premessa essenziale, secondo Noi, per giudicare poi gli attuali progetti di riforma delle Professioni. Si inizia, per 05 puntate, con il Notariato, facendone la storia dall&#8217;Unità ad ora-</strong> di <strong>Giorgio Frabetti</strong>- La storia delle Professioni nell&#8217;Italia contemporanea inizia in quel crogiuolo di novita&#8217; che fu l&#8217;Unita&#8217; d&#8217;Italia. Perchè di parla dell&#8217;età contemporanea e non di età precedenti? Il Notaio ad esempio esisteva anche prima! Perchè è dall&#8217;Unità che nasce un approccio veramente &#8220;moderno&#8221; tra Società, Politica e Professioni.  Gli Stati contemporanei, infatti, nascono dalla sfida della modernizzazione (sociale, economica e tecnologica) e tale sfida ha sempre coinciso con un maggiore &#8220;investimento socio-politico&#8221; in capitale &#8220;fisso&#8221; in termini di sapere e conoscenza, per gli accresciuti bisogni dei cittadini (pensiamo a strade, bonifiche etc., necessitati dall&#8217;aumento della popolazione tra il 1700 e il 1800). In questo quadro, diventa inevitabile una legislazione sulle Professioni, almeno per garantire che esse operino come il necessario <em>framework</em>, il necessario <em>software</em>, la necessaria &#8220;riserva di conoscenza&#8221;  cui la collettività può attingere nei momenti di bisogno e con le necessarie tutele (per i Professionisti e i cittadini): con soluzioni che variano in relazione alle diverse epoche storiche. Nel caso dell&#8217;Italia immediatamente post-unitaria, in particolare, le leggi professionali (Avvocatura 1874 e Notariato 1875) tradiscono le aspettative (poi deluse) che i legisti post-risorgimentali (Destra Storica, <em>in primis</em>) ponevano sui termini in cui si sarebbe &#8220;stabilizzata&#8221; la società italiana da poco unificata. Ma cominciamo con ordine. In primo luogo, la legge notarile, tradiva nella demarcazione delle Professioni una visione del rapporto citta&#8217;-campagna, che istituiva una bipartizione ideale di sfere di competenze professionali: grossomodo, all&#8217;Avvocato la citta&#8217;, al Notaio la campagna. Una visione impressa alla legge dalla divisione dei distretti notarili, anche molto minuscoli, su cui la legge notarile parametrava il numero dei Professionisti da destinare e dall&#8217;obbligo di residenza del Notaio. Una partizione che non rispondeva solo a criteri di ripartizione dei carichi di lavoro (non era il &#8220;numero chiuso&#8221; che sara&#8217; introdotto nel 1913 -e che tuttora e&#8217; in vigore), ma una pretta visione politica. Da Cuoco a Cavour, il luogo comune dei Padri della Patria e&#8217; che il futuro dell&#8217;Italia Unita sara&#8217; agricolo (complice la buona annata dei prezzi tra il 1840 e il 1860, a cavallo dell&#8217;unificazione) e che il &#8220;compromesso liberale&#8221; potra&#8217; passare per un assetto economico abbinato su agricoltura e servizi (leggi Stato, infrastrutture etc.), senza passare per il &#8220;salto nel buio&#8221; dell&#8217;industrializzazione (i cui tratti destabilizzanti sono gia&#8217; noti in Francia, Inghilterra e Germania). Campagna e Burocrazia, capisaldi della stabilita&#8217; del &#8220;novus ordo&#8221; liberale post-unitario, di cui in fondo il Notaio e&#8217; sintesi e incarnazione: chiamato alla certificazione delle fede pubblica dallo Stato, eppure libero professionista. In questi termini, si spiega la rinuncia dello Stato post-unitario all&#8217;ipotesi (inizialmente coltivata) di fare del Notaio un &#8220;pubblico ufficiale&#8221;. Allo Stato post-unitario non conveniva, infatti, perdere il prezioso contributo di un ricco e variegato professionismo giuridico, gia&#8217; radicato localmente talora a livello di piccolo o grande notabilato. Si consideri infatti come, in una Società agricola e particolarmente organizzata a livello famigliare, le funzioni del Notaio fossero molto rilevanti: non solo perchè ad esso e al suo consiglio si ricorreva per la costituzione di doti e per vari &#8220;contratti matrimoniali&#8221;, come per testamenti e trasmissioni patrimoniali tra le generazioni (in modo non del tutto dissimile al ruolo che oggi riveste per lo più il Commercialista di famiglia); ma anche perchè (per Nobili e Clero), i Notai erano spesso i custodi dei poderosi diritti immobiliari (ex feudali) e delle loro vicende, spesso oggetto di contese e dispute, tanto rilevanti per il potere ora di questa ora di quella combinazione. Una società di pochi scambi e che sarà messa in crisi (ma non scalfita del tutto) dall&#8217;avvento dell&#8217;industrializzazione a fine secolo. Lo Stato Unitario si rassegnò nella prospettiva preminente di stabilizzare le Province da poco unificate. Per questo motivo, la legge italiana non impresse al Notaio i tratti del &#8220;pubblico ufficiale&#8221; <em>tout court</em> (anche se va detto che molto del carico di lavoro del Notariato post-unitario dipese dall&#8217;imposta di registro, estesa al Piemonte alle Penisola ove era quasi sconosciuta). Importanza e riconoscibilità delle funzioni notarili a livello sociale, cui, però, per paradosso, non si accompagnò nell&#8217;immediato un adeguato processo di riconoscimento legislativo della Categoria (una contraddizione che sarà alla base del dibattito che porterà nel 1913 alla revisione dell&#8217;ordinamento del 1875). Come racconta il Prof. Marco Santoro negli &#8220;Annali&#8221; di &#8220;Storia d&#8217;Italia&#8221;, molto debole fu, infatti, i Notai non riuscirono a partecipare in modo efficace all&#8217;elaborazione della riforma del 1875 (eccezione isolata, il cd Progetto Cassinis del 1860, proveniente da una famiglia piemontese di lunghe tradizioni notarili). Una situazione di effettivo sotto-dimensionamento dei Notai in sede di rappresentanza parlamentare, che gli Annali addebitano al particolarismo giuridico localistico e dal livello di sviluppo delle esperienze statuali (cui la funzione di pubblica fede del Notaio Modenro era strettamente intrecciata). Se, infatti, in alcune realta&#8217; (come la Lombardia), la figura del Notaio moderno era gia&#8217; molto definita in termini professionali e di riconoscibilità sociale, altrove la stessa figura era più&#8217; incerta (appannaggio o di Avvocati, Procuratori o di forme di Patronato nobiliare o peggio di &#8220;praticoni&#8221; legulei). Basti solo pensare alla tradizione medievale ed <em>ancieme regime</em>, che consentiva a chiunque fosse laureato in legge a fregiarsi del titolo di &#8220;Avvocato&#8221; (tradizione per altro confermata dalla Cassazione di Torino e Firenze all&#8217;indomani dell&#8217;Unita&#8217;) per comprendere a che livello potesse arrivare la sovrapposizione tra le Professioni legali. Senza contare che la funzione &#8220;fidefacente&#8221; che universalmente si riconosce al Notaio e la partecipazione alla formazione di atti, era di fatto contesa (e lo resterà anche dopo la legge del 1875) da altre figure giuridiche (Avvocati e Procuratori <em>in primis</em>).  Un quadro che nell&#8217;immediato sarà complicato dall&#8217;innovazione più discussa e criticata della legge del 1875, che ritenne non necessaria la laurea per l&#8217;esercizio delle funzioni notarili. Non fu solo ragioni di prestigio (la categoria si vedeva rifiutare i crismi del professionismo giuridico) a suscitare proteste e indignazioni. Forte nei Notai fu la preoccupazione (fondata come si vedrà nelle puntate successive) che la mancanza della laurea in giurisprudenza potesse rendere ancora più ibrida la Professione del Notaio e degradarla in termini sociali e politici, aggravando così lo stato di sovrapposizione e concorrenza che il Notariato (già fisiologicamente) subiva rispetto alle altre Professioni Legali (Avvocati <em>in primis</em>). Senza contare il timore dei Notai di una concorrenza al ribasso, ad opera di &#8220;speculatori&#8221; e vari &#8220;trafficoni&#8221; che avrebbero potuto &#8220;improvvisarsi&#8221;. Al momento, non è del tutto chiaro cosa spinse i legislatori del 1875 ad escludere la laurea dal <em>cursus</em> <em>honorum</em> del Notaio (molti Notai erano laureati e molti lo saranno anche dopo): forse pesò la preoccupazione che se i Notai avessero avuto anche funzioni &#8220;legali&#8221;, l&#8217;unita&#8217; giuridica dell&#8217;Italia sarebbe andata in frantumi. Forse (e ciò è più probabile) la legge intese favorire l&#8217;inserimento nel novero notarile di funzionari di ascendenza nobiliare non laureati che in passato avevano rivestito ruoli nell&#8217;amministrazione pubblica (poi emarginati quando la laurea in legge fu imposta per l&#8217;accesso alla Pubblica Amministrazione) e che mantenevano una discreta influenza sociale nella trattazione e mediazione di interessi affini al Notariato.  Una scelta, in fondo, affine alla logica di equilibrio e stabilizzazione sociale e cetuale tra <em>novus ordo</em> e <em>ancième regime</em> che i politici risorgimentali ritenevano il futuro dell&#8217;Italia Unita: una proiezione che si rivelerà tragicamente illusoria, quando dopo il 1880 inizierà una grave crisi economica e sociale sull&#8217;Italia e che solo con il decollo industriale del 1896-98 troverà un primo sbocco: un lungo e faticoso travaglio, di cui risentiranno anche i Notai, come si vedrà nelle puntate prossime.</p>
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		<title>I ‘Professionisti dell&#8217;Antimafia’ secondo Leonardo Sciascia. A vent&#8217;anni dalla morte</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Nov 2009 16:53:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Frabetti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.arezzopolitica.it/2009/11/23/i-%e2%80%98professionisti-dellantimafia%e2%80%99-secondo-leonardo-sciascia-a-ventanni-dalla-morte/"><img align="left" hspace="5" width="150" height="150" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2009/11/Sciascia_palazzolo1-150x150.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="Sciascia_palazzolo" title="" /></a>di Giorgio Frabetti- A vent’anni dalla scomparsa del grande Scrittore di Rocalmuto (20 novembre 1989), credo debbano ripercorrersi i passi di una delle sue più feroci polemiche, quella, cioè, da lui avviata nel 1987 sul Corriere della Sera contro i cd. “professionisti dell’Antimafia” (il termine non è usato da Sciascia). A chi legga oggi questi articoli, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="size-full wp-image-2463 alignleft" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2009/11/Sciascia_palazzolo1.jpg" alt="Sciascia_palazzolo" width="300" height="217" />di <strong>Giorgio Frabetti</strong>- A vent’anni dalla scomparsa del grande Scrittore di Rocalmuto (20 novembre 1989), credo debbano ripercorrersi i passi di una delle sue più feroci polemiche, quella, cioè, da lui avviata nel 1987 sul <em>Corriere della Sera</em> contro i cd. “professionisti dell’Antimafia” (il termine non è usato da Sciascia). A chi legga oggi questi articoli, pubblicati sul <em>Corriere</em> dal 10 al 26 gennaio 1987 (poi ripresi nel volume <em>A futura memoria-se la memoria ha un futuro</em>, Bompiani, 1988), resta di primo acchito la sensazione di una lettura ostica ed ermetica, al punto che si è tentati di sospettare che Sciascia si sia impelagato in un viluppo dialettico contorto e artificioso; detto in altre parole, la prima sensazione è che Sciascia stia “pirandelleggiando” (così per Pansa, che, dalle colonne di &#8216;Repubblica&#8217; dello stesso anno, fu uno dei critici più accesi delle sortite di Sciascia). Lungi dal ritenere le parole di Sciascia oscura e vuota dialettica, resta al lettore di oggi la grande testimonianza di un contributo assolutamente profetico ed anticipatore delle tendenze “giustizialiste” della politica dei giorni nostri. L’articolo del 10 gennaio 1987 (il più importante della serie, gli altri essendo repliche e precisazioni scritte da Sciascia per far fronte al vespaio di polemiche che  frattanto erano insorte) prendeva le mosse dal commento ad un libro di Dugan (discepolo del noto storico d’Italia Dennis Mack Smith) <em>La mafia durante il fascismo </em>in cui veniva trattato del “caso Alfredo Cuoco”, arrestato nel 1927 nell’ambito della campagna antimafia commissionata da Mussolini al ‘Prefetto di ferro’ Mori; additando come mafioso Cuoco, cioè, il regime scaricava uno degli esponenti più progressisti del fascismo siciliano, che più di tutti si stava opponendo all’allineamento tra fascismo e agrari in Sicilia: allineamento, invece, cercato da Mussolini e dai fiancheggiatori del fascismo per stabilizzare il regime da possibili velleità rivoluzionarie. Dopo aver additato il &#8216;caso Cuoco&#8217; come esempio conclamato di uso politico della lotta alla mafia, Sciascia giunge a denunciare le distorsioni di un movimento antimafia che diventa “strumento di potere” e “non ammette critiche, né dissensi”, in quanto facile dispositivo retorico per politici e funzionari in cerca di popolarità facile e di facile carriera: “Prendiamo- dice Sciascia- un Sindaco che per sentimento o per calcolo cominci ad esibirsi –in interviste televisive e scolastiche, in convegni, conferenze e cortei- come antimafioso: anche se dedicherà tutto il suo tempo a queste esibizioni e non ne troverà mai per occuparsi dei problemi del paese o della città che amministra […] si può considerare in una botte di ferro. Magari qualcuno, molto timidamente, oserà rimproverargli lo scarso impegno amministrativo: e dal di fuori. Ma dal di dentro, nel Consiglio Comunale o nel suo Partito, chi mai oserà promuovere un voto di sfiducia, un’azione che lo metta in minoranza e ne provochi la sostituzione? Può darsi che, alla fine, qualcuno ci sia: ma correndo il rischio di essere marchiato come mafioso e con lui quelli che lo seguiranno”. Chi non vede in queste parole, la coincidenza con l’avventura di Leoluca Orlando Sindaco della cd &#8220;primavera di Palermo&#8221; che, in nome della retorica antimafia, non solo si guadagnò l’inamovibilità dalla carica di Sindaco di Palermo per un lungo periodo, ma riuscì addirittura a portare la DC  alla maggioranza assoluta dei voti alle elezioni comunali del 1990? Di quel Leoluca Orlando che tuttora impazza nell’<em>Italia dei Valori</em> di Di Pietro, con pari demagogia giustizialista? Successivamente, l’articolo di Sciascia prosegue con la sezione tuttora più controversa (e parzialmente smentita da Sciascia negli anni successivi) quella riguardante la promozione alla Procura di Marsala del Giudice Paolo Borsellino, ritenuto dal CSM più idoneo all’incarico del concorrente Alcamo (più anziano) per specifica “esperienza nella lotta al crimine organizzato”. Ma su quale fondamento, dice Sciascia, è stata valutata questa &#8220;esperienza&#8221;? “Sul numero dei mandati di cattura o sull’esito dei processi dibattimentali?” Lo Scrittore di Rocalmuto, a questo punto, denuncia la strumentalità e l’inconsistenza di questo criterio di “specializzazione”, facendo presente come le principali istruttorie contro la mafia fin lì istruite da Borsellino siano state sempre smentite in sede dibattimentale. Come si diceva sopra, questa sezione degli interventi di Sciascia è stata la più controversa, proprio perché riguardava un Magistrato di specchiata fama antimafia, come Borsellino: successivamente, Sciascia ebbe a chiedere personalmente scusa al Magistrato per aver riferito inesattezze. In effetti, il discorso di Sciascia va contestualizzato e riferito ad un periodo in cui il maxi-processo non era concluso ancora in primo grado (sarà concluso al 16 dicembre 1987 per essere confermato in Cassazione al 30 gennaio 1992) e non poteva dirsi consolidato tutto l&#8217;insieme di tecniche istruttorie ed investigative che renderanno questo processo (di cui Borsellino sarà uno dei mentori) un piccolo classico della &#8216;procedura penale antimafia&#8217;. Inesattezze a parte, però, il discorso di Sciascia resta molto lucido e profetico su certi usi politici della funzione giudiziaria. Certo, quello che Sciascia temeva di più era che uno Stato, rimasto sin lì assente, per non dire indifferente alla lotta contro la mafia,  cominciando a distribuire facili “prebende antimafia”  a questo o a quello per lavarsi la coscienza davanti all&#8217;opinione pubblica, finisse anche per avallare e accreditare iniziative (giudiziarie, investigative e simili) avventate, immature, capaci di fare clamore ma poco concludenti quanto a risultati (un po’ come la lotta alla mafia del fascismo negli anni ’20). In realtà, Sciascia, con i suoi articoli, paventava l&#8217;insorgere, in nome della retorica antimafia, di situazioni come quella creatasi alla Procura di Catanzaro con il giudice Luigi De Magistris con le code che sono note. Sfrondato, quindi, ciò che è caduco da ciò che è tuttora valido, dagli articoli di Sciascia resta la testimonianza di un pensatore estremamente lucido, profetico, il cui contributo è da rileggere a distanza di tempo per comprendere a fondo le radici e le sorgenti del “giustizialismo”, come patologia della politica e della società italiana. Come dire: lo Stato giustizialista è come quei cattivi padri che, dopo essersi disinteressati per un lungo periodo dei propri figli, quando sono &#8220;colti in fallo&#8221; nei loro errori e responsabilità, si ergono a esempi di virtù.</p>
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