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		<title>Sfida alla Democrazia, la critica alla Democrazia del Liberalismo Storico: nona parte</title>
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		<pubDate>Tue, 07 Feb 2012 12:15:10 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-9458" title="4ed5114eeaf5399c480b142314aa38e6" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2012/02/4ed5114eeaf5399c480b142314aa38e6.jpg" alt="4ed5114eeaf5399c480b142314aa38e6" width="410" height="282" />di <strong>Giorgio Frabetti</strong>- La Ns. critica al paradigma interpretativo del Politologo Giorgio Galli sulle attuali sfide alla Democrazia Occidentale, chiarite nella settima e ottava puntata alcune premesse fondamentali, può a questo punto entrare nel vivo. Riepilogate nelle prime sei parti della Ns. serie alcune delle principali sfide poste alla Democrazia contemporanea, Giorgio Galli riassume in questi termini i postulati del vero liberalismo: <strong>01)</strong> Massima garanzia dei diritti e delle libertà individuali; <strong>02)</strong> L’eguaglianza giuridico-politica non è messa in discussione dalla disparità di posizione economica; <strong>03)</strong> Lo stato di diritto e la rappresentanza in un Parlamento espresso da libere elezioni (come forma istituzionale più consona delle società industriali); <strong>04)</strong> Decisiva iniziativa personale (individuale o collettiva) contro l’invadenza dello Stato e dei poteri anonimi. Ciò posto, la critica più semplice che si può sviluppare partendo da questa posizione parrebbe essere una sola: constatare come vera la realtà del punto 04) e declinare la crisi della Democrazia (come usualmente si fa nella pubblicistica). In realtà, questo livello coglie solo il lato più superficiale della posizione di Galli (e del problema). Innanzitutto, per il Prof. Giorgio Galli: “Il diritto-dovere [di Rappresentanza] nasce da un mutuo accordo, il contratto [leggi: Costituzione Politica, NdA], il cui scopo è evitare il conflitto permanente e/o favorire la naturale tendenza cooperativa ed associativa degli uomini. Una volta definiti diritti e doveri politici sulla base del contratto, la forma specifica della sua attuazione assume la forma della Rappresentanza: un mandato temporaneo conferito ad alcuni di governare a nome di altri”. Posta nel suffragio e nella delega, i cardini del liberalismo, si giunge ad un ulteriore passaggio. Da qui, infatti, Galli ritiene che sulla linea liberale e democratica da Locke a Mazzini, a Duverger, non vi sarebbero mutamenti e variazioni di ordine qualitativo, ma solo mutamenti e variazioni di ordine quantitativo. Il liberalismo, cioè, si evolverebbe in una linea che parte dal suffragio ristretto dei “possidenti” e arriva al suffragio universale per il tramite delle lotte sindacali, ma senza che al fondo mutino i meccanismi contrattualistica e di Rappresentanza di fondo. La Democrazia è un corollario inevitabile dell’Idea Liberale ed è già contenuta <em>in nuce</em> nelle idee liberali di Locke e Montesquieu che ignoravano il suffragio universale. “Il concetto che sta alla base del diritto di voto, attivo e passivo (essere rappresentati e rappresentanti) – dice Giorgio Galli- è quello che può far concorrere alla direzione politica della società chi è interessato alla sua stabilità (i proprietari) e non chi non vi è interessato (chi non ha nulla da perdere). In seguito, lo sviluppo del reddito, reso possibile dalla società industriale aumenterà grandemente il numero dei cittadini interessati alla stabilità e permetterà l’estensione del diritto di voto sino al suffragio detto universale”. Senza nulla togliere alla teoria galliana che fonda sulla Rappresentanza hobbesianamente intesa la base della Liberaldemocrazia moderna, questa visione tradisce, in primo luogo, una linea di facile progressismo storico e teoretico e di correlativo anacronismo. E’ arduo infatti comparare teorici liberali come Locke e Montesquieu ai pensatori democratici del XX Secolo: ma questa operazione è possibile solo postulando (arditamente) l’idea che il Liberalismo sia solo una dottrina incentrata sulla Rappresentanza. Una dottrina le cui varianti alla fine sarebbero di ordine “classistico” ed economico (prima il voto dei possidenti, poi il voto di tutti). Uno strano miscuglio in cui, a lungo andare, la Liberal-Democrazia si identifica con una discutibile teoria che esalta l’auto-decisione dei popoli, decisamente piatta e poco utile per la comprensione della realtà politica concreta (sia passata, sia presente), che si caratterizzano sempre per complessità e multidimensionalità. Di questo possiamo renderci agevolmente conto nei Ns. discorsi quotidiani: pensare che possano essere un’adeguata risposta alla crisi della Democrazia l’incremento della partecipazione tramite <em>Internet</em>, più garanzie costituzionali più attivismo democratico nel Terzo Mondo o per l’autodeterminazione delle Nazioni etc. è dire evidentemente poco (col rischio di equiparare i movimenti per i &#8220;diritti civili&#8221; agli <em>Indignados</em>!). Senza contare che, nella versione galliana, la variante economicistica e classistica alla teoria democratica introdotta dall’Autore, parrebbe generare, a rigore in coerenza alle proprie premesse, una proiezione “previsionale” della Democrazia come Istituzione in arretramento, con grave pericolo per la missione della Liberal-Democrazia, che è di tutela della Libertà ( e forse qui alleggia la degenerazione tecnocratico-elitista delle democrazie mature). Se, infatti, l’estensione della povertà indotta dalla crisi deve leggersi come massiva e inevitabile, allora in futuro potrebbe registrarsi una nuova restrizione del diritto di voto ai “possidenti”. E’ possibile tutelare la Libertà, anche e contro l’avanzata della povertà? La risposta è sì, considerando, però, secondo il meglio della lezione liberale, che l’attuale <em>stress</em> delle Ns. Democrazie non è solo frutto di diseguaglianze sociali, ma è anche frutto di una strozzatura del potere economico degli Stati moderni, incapaci di essere il baricentro per bilanciare i cicli economici. Una realtà, che coglie meglio chi è sintonizzato, senza preconcetti e semplicismi sulla lezione più autentica e profonda dei precedenti liberali. Si consideri una cosa: se da un lato chi predica la Democrazia come vangelo della più ampia auto-decisione dei popoli, rimane spiazzato dalla contrazione delle classiche istituzioni parlamentari, a causa della situazione degli Stati moderni (schiacciati tra localismi al limite del tribale e concentrazioni sovranazionali vedi UE), i precedenti della teoria e della pratica liberale ci portano a considerare che questa situazione ha il suo precedente nello sconvolgimento degli ordinamenti (tra il XVII e il XVIII Secolo) indotto dalla crisi della feudalità e del consolidamento degli Stati liberali e di diritto. Una visione liberale dovrebbe renderci più aggiornati rispetto alla realtà che, se la libertà è un valore sacro e inviolabile, gli Stati, le Istituzioni non sono “date” una volta per tutte, ma sono oggetto di adattamenti e di trasformazioni. In questo senso, soccorre la profonda lezione storicistica del liberalismo da Burke a Croce, che non concepisce in modo astratto le Istituzioni, ma le considera un prodotto storico, prodotto di complessi fattori dall’ambiente alla cultura (ma vedi l’ambigua formulazione di Montesquieu sullo “spirito” delle leggi). Una lezione aperta sulla complessità e sulla multidimensionalità della politica. Un esempio valga per tutti, la fondazione del diritto di voto attivo e passivo in capo ai Proprietari: lungi dall’essere  una teoria “alla Marx”che legittima la supremazia dei borghesi sui proletari, con questa elaborazione il liberalismo moderno fondò una base di legittimazione per ripartire il potere in società (la società inglese del XVII Secolo: Locke, la società francese del XVIII Secolo: Montesquieu) in transizione e con un mondo feudale che, dal 1300 in poi, con la Rivoluzione Mercantile prima e con la Rivoluzione Industriale dopo, è soggetto ad un processo lento, ma costante di erosione delle proprie prerogative. Ma è frequente negli Stati che la spoliazione di prerogative feudali “compensata” consentendo ai feudatari di trasformarsi in “privati proprietari”, con parziale traslazione del potere del vecchio notabilato da potere pubblico e politico in senso proprio a potere economico. Anche per compensare questa <em>deminutio</em> feudale, a cavallo o dopo la Rivoluzione Francese del 1789, verranno emanate Costituzioni cd “liberali” che per lo più convoglieranno verso le nuove Assemblee elettive i nobili già defeudalizzati, complice anche il suffragio ristretto  tardivo omaggio ad una consuetudine medievale che vedeva i Nobili sedere in Assemblee proprio per limitare i Poteri del Sovrano. Il liberalismo, quindi, lungi dall’essere una mera dottrina dell’ auto-decisione dei popoli è una realtà più complessa, che ha guidato la difficile arte del Governo nel passaggio dalla feudalità all’organizzazione moderna dello Stato. Il rischio di compiere salti nel presente è troppo facile, ma non si può fare a meno a questo punto di rilevare la grande lezione che il liberalismo riserva a Noi, come bagaglio di esperienze di duttilità, di pragmatismo politico teorico e pratico, per lasciarci guidare anche nelle complesse sfide attuali, in cui le Istituzioni e la Società sono soggette a forte <em>stress</em>, a forti scompensi. In conclusione di questa nona puntata, e con un occhio fisso alla crisi attuale della Democrazia possiamo dire questo. Non crediamo che il <em>deficit</em> attuale della Democrazia si combatta solo facendo leva sulla partecipazione e sulla cittadinanza attiva. La svolta attuale che stiamo vivendo è paragonabile (già lo diceva Giulio Tremonti) al marasma e al rivolgimento che attraversò l’Europa nel XVII Secolo. Inutile sottrarsi all’analogia: la fiscalità esosa di Luigi XIV e dei Sovrani successivi attestò l’impotenza di un mondo feudale, incapace di governo e portò alla Rivoluzione Francese. Allo stesso modo, oggi, la paralisi degli Stati europei bloccati dal vincolo del “pareggio di bilancio” ne segna la quasi completa abdicazione di ogni capacità decisionale (senza governo della fiscalità, non c’è governo dell’economia). Possiamo reagire a questa crisi in due modi: o limitandoci ad invocare un’astratta “partecipazione” e chiamando a castigamatti il “popolo sovrano” (incrementando ma con incerto futuro gli istituti di democrazia diretta, con facile caduta nel populismo); oppure iniziando a pensare che il marasma attuale sia indice dell’insufficienza dello Stato italiano, che deve “fondersi” in una realtà più ampia (l’Europa), in cui riporre poteri di governo dell’economia più stabili e sicuri: e senza cadere nella facile sirena della tecnocrazia, iniziare a pensare a costruire in questa sede nuove modalità di confronto, di dialettica e di partecipazione. E’ il dilemma delle Democrazie di oggi, cui pochi, se non nessuno è riuscito a dare compiuta risposta.</p>
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		<title>Sfida alla Democrazia- Il commento di un lettore</title>
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		<pubDate>Sun, 29 Jan 2012 00:53:56 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignleft size-full wp-image-9385" title="parlamento" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2012/01/parlamento.jpg" alt="parlamento" width="390" height="221" />AVVERTENZA: Siamo molto contenti di pubblicare un testo che commenta, in modo molto puntuale e dettagliato, la settima parte della Ns. serie <em>Sfida alla Democrazia</em>. A parte la soddisfazione per i frutti di un lavoro decisamente impegnativo, e pur non condividendo parte delle conclusioni e delle premesse dell&#8217;amico Schepisi, l&#8217;occasione ci è gradita per compiacerci di avere trovato, nelle Ns. scorribande sul web, un lettore capace di leggere i fenomeni politici con tanta profondità. Non è semplice coltivare in questi tempi di crisi e di degradazione generale, la &#8220;riflessione impegnata&#8221; sulla politica; l&#8217;amico Schepisi ci riesce e conforta anche Noi di ArezzoPolitica nel continuare in questa pur difficile e ardua operazione.</strong>- di <strong>Vito Schepisi</strong>- Senza andar troppo indietro nel tempo, a cercare nella filosofia di Hobbes le ragioni delle &#8220;regole&#8221; politiche per la convivenza e la democrazia, per ovviare ai rischi involutivi e alle tentazioni di colpi di mano, ci basterebbe comprendere lo spirito della nostra Costituzione.</p>
<p>Ma, prima di parlarne, conviene comprendere anche le ragioni per le quali la nostra &#8220;democrazia&#8221; sia diversa da quella delle altre nazioni europee.<br />
Solo un breve cenno, altrimenti ci perderemmo nella disamina della nostra storia repubblicana.<br />
Possiamo dire sin da subito, che alla legittimazione del Parlamento, come da Costituzione, in Italia si è fatto passare il principio della legittimazione del “arco costituzionale” e poi del &#8220;fronte antifascista&#8221;.  Dalla seconda metà degli anni 60 in poi, queste &#8220;legittimazioni&#8221; hanno costituito i preamboli di ogni provvedimento politico e di ogni discussione sulle alleanze, sulle scelte e sui programmi.  Se Hobbes scrivendo il Leviatano ha pensato allo Stato come un mostro in cui il suo tessuto sia costituito dai suoi cittadini, l&#8217;ha fatto perché ha voluto immaginare uno Stato formato da altrettante esigenze e differenze (libertà), ma che reggesse perché ciascuno &#8211; come parte del tutto &#8211; rinunciasse a una parte della sua libertà delegandola ad una Autorità.  Ma sin da subito, in Italia, si è voluto affiancare all&#8217;autorità dello Stato, esercitata attraverso i suoi ordinamenti &#8211; il Parlamento, la Presidenza della Repubblica, il Governo e la Magistratura &#8211; i preamboli dei partiti, cioè la condizione pregiudiziale di legittimità.  La partitocrazia in Italia si è radicata in una condizione in cui è venuta meno l&#8217;uguaglianza di tutti i cittadini. L&#8217;art. 3 della Costituzione che, come se fosse un elastico, è stato più volte esteso per usarlo contro il &#8220;nemico&#8221; politico, è stato da subito superato da quella che possiamo definire una nuova &#8220;Costituzione di fatto&#8221; che ha sostituito quella scritta dai Costituenti. Non più i cittadini hanno una pari dignità sociale, ma solo quei cittadini che rientrano nei casi previsti dai preamboli. Ma saremmo in tema se, parlando dell&#8217;art.3, ci soffermassimo sull&#8217;art 68 della Costituzione, nella sua formulazione originaria. Non a caso sempre i Costituenti avevano voluto sciogliere un principio &#8220;assoluto&#8221; della democrazia che l&#8217;art. 3 poteva imbrigliare. L&#8217;art. 68, modificato improvvidamente nel 1993 da un Parlamento intimidito dalla Magistratura, all&#8217;apice del suo spolvero nella stagione di Mani Pulite, aveva per scopo quello di non consentire a una Funzione dello Stato, priva di legittimità popolare, com’è la Magistratura, a cui si accede per concorso e la cui disciplina è regolata da un Consiglio corporativo, di poter modificare, incidere, legittimare o meno, ovvero selezionare le scelte politiche e con queste gli uomini e le maggioranze stabilite dal corpo elettorale. L&#8217;art. 3 e l&#8217;art.68 (nella sua formulazione originaria dell&#8217;immunità parlamentare) hanno convissuto nella Costituzione Italiana fino al 1993, senza contraddirsi, perché è la democrazia stessa che chiede che l&#8217;autorità dello stato sia pari alla porzione di libertà individuale che ognuno gli delega (Hobbes). Passare, infine, ad alcune osservazioni sull&#8217;art. 67 della Costituzione, viene spontaneo. Se il Parlamento, su richiesta della Magistratura, autorizza, o meno, le misure restrittive, o i provvedimenti sulla corrispondenza e sulle comunicazioni, ovvero sul suo uso in procedimento, dei membri delle Camere, è lecito chiedersi se sia possibile che, a dispetto dell&#8217;art.67, che libera il parlamentare dal vincolo di mandato, queste autorizzazioni siano o meno concesse seguendo una sostanziale disciplina di gruppo? Discutere sulla &#8220;eticità&#8221; di un principio di indipendenza, garantista e liberale, potrebbe sviarci dall&#8217;affermazione di un altro principio, questa volta più democratico che liberale.  Se accettassimo le regole della democrazia, per la quale ha il diritto di governare chi ha più consensi popolari, come si può pensare che il mutare dello stato d&#8217;animo del singolo possa mutare il principio della sovranità popolare? La democrazia sancisce, anche, che il diritto di una maggioranza si trasformi in dovere verso gli elettori.  La Costituzione è stata pensata in un momento difficile per il Paese. Si usciva da una guerra e da una dittatura. In Italia, già da allora, c&#8217;era una radicalizzazione del confronto politico. Anche la Costituzione ne ha risentito. Non è accaduto per lacune o omissioni nel pensiero dei Costituenti, né per approssimazione, quanto invece per ricercare i necessari compromessi. Ora è tempo che l’Italia se ne esca. La democrazia è ora adulta, e sarebbe in grado di fare le sue scelte attraverso il pieno consenso dei suoi cittadini. La Costituzione ha cucito al Paese un abito partitocratico, con un tessuto inamidato per la sua rigidità; ma alcune contraddizioni, che oggi emergono, non possono reggere ancora per molto, salvo assistere allo sfaldamento sociale, prima che economico-finanziario, del Paese.</p>
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		<title>PDL in formalina</title>
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		<pubDate>Sun, 22 Jan 2012 11:43:17 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.arezzopolitica.it/2012/01/22/pdl-in-formalina/"><img align="left" hspace="5" width="150" height="150" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2012/01/berluska-150x150.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="berluska" title="berluska" /></a>di Giorgio Frabetti- “Non staccherò la spina a Monti, ma sono sicuro che mi richiameranno alla guida del Paese”. Con questo minaccioso ed eloquente monito “ritornerò”, sui giornali di ieri l’ex premier Silvio Berlusconi non si è risparmiato all’ennesima “commedia dell’assurdo” in cui ormai da mesi va impelagandosi il partito di maggioranza relativa leader della coalizione [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-9333" title="berluska" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2012/01/berluska.jpg" alt="berluska" width="376" height="250" />di <strong>Giorgio Frabetti</strong>- “Non staccherò la spina a Monti, ma sono sicuro che mi richiameranno alla guida del Paese”. Con questo minaccioso ed eloquente monito “ritornerò”, sui giornali di ieri l’ex <em>premier</em> Silvio Berlusconi non si è risparmiato all’ennesima “commedia dell’assurdo” in cui ormai da mesi va impelagandosi il partito di maggioranza relativa leader della coalizione di centrodestra uscita vittoriosa alle elezioni 2008. Da un po’ di mesi, Silvio gioca (noi diremo un po’ troppo spavaldamente) a fare il doroteo: ipercorretto istituzionalmente verso il Governo Monti (cui professa lealtà e spirito di responsabilità), lasciando a Il <em>Giornale</em> o a altri esponenti del Partito gli attacchi e il “lavoro sporco”. Penultimo in ordine di tempo, la bordata anti-Merkel relativamente alla notizia di presunti “maneggi” della Germania per fare cadere il Governo Berlusconi: “è stata la culona”; ha titolato <em>Il Giornale</em>. Silvio ufficialmente si è dissociato da queste uscite. L’uscita ultima nei confronti del Governo Monti; uscita che nello stile ricorda neanche troppo da lontano l’atteggiamento di Bettino Craxi verso il Governo De Mita tra il 1988-89, definito di “doccia scozzese”: è evidente che Silvio professa nei confronti dell’Esecutivo Monti un sostegno ed una lealtà solo formale; come è evidente che il sostegno a Monti del PDL è stato solo strumentale, accettato come “male minore” da una <em>nomenklatura</em> (Verdini, Alfano, La Russa) terrorizzata dalla prospettiva di essere esautorata dopo le gravi defezioni nei gruppi parlamentari di ottobre-novembre scorsi, indisponibili ad assumersi responsabilità per i provvedimenti impopolari imposti dall’Europa. Il Governo Monti in fondo è stato accettato dal PDL come comoda occasione per scaricare su altri il “lavoro sporco” e coprirsi dietro l’alibi della responsabilità nazionale in un’ambigua politica del “né aderire, né sabotare” di chiara marca democristiana e che deve piacere tanto ad un politico di indiscussa matrice scudocrociata come Alfano. Una posizione cioè che mette il PDL in condizione di salire su tutti i treni, tenendo in sospeso il Governo Monti alternando veti ed aperture, cavalcando ora il sostegno ora il dissenso dal Governo Monti, a seconda degli umori dell’opinione pubblica. Non serve più di tanto evidenziare come questo atteggiamento di uno dei più importanti azionisti dell’attuale maggioranza sia nefasto ed esiziale per l’operatività di Monti, il quale, anche a causa delle “docce scozzesi” provenienti dal PDL ha annacquato non poco il programma riformatore e anti-corporativo del Governo. Alfano &amp; e co. sperano di guadagnare tempo e di salvare il PDL da perdite elettorali. In realtà, l’impressione più netta è che questa politica serva solo alla nomenclatura per ritardare e procrastinare i tempi della propria uscita di scena, ma non servirà a salvare un partito che, attualmente, viene dato per spacciato elettoralmente. Stando almeno alle ultime indiscrezioni, secondo voci che trapelano dalla stampa, se si votasse ora il PDL raccoglierebbe meno del 20%. Un risultato che è molto meno della sommatoria di <em>Forza Italia</em> e <em>Alleanza Nazionale</em> e che, se confermato, prelude a inevitabili terremoti politici in seno al centrodestra. Ma questo è l’esito inevitabile non solo di anni di crisi del PDL ma della stessa stagione del “rinnovamento” di Alfano. Si fa presto a cianciare di “rinnovamento”, ma mai pare che i dirigenti PDL abbiano capito come, specie in questi momenti di crisi economica e sociale (e di pesanti incrudelimenti, vedi il movimento dei “forconi”), il “rinnovamento” passa per la ripresa del movimento berlusconiano presso i ceti medi e con la ripresa delle cause veramente liberali del movimento (liberalizzazioni, meritocrazia <em>in primis</em>). Della nomenclatura autoreferenziale e monotematica di Verdini e co. che si è largamente bruciata in miopi visioni e strategie politiche (a dire poco), gli italiani non sanno che farsi, salvo accelerarne l’inevitabile decorso di prossima e improcrastibanile uscita dalla storia. Di un centrodestra già cadavere, in formalina, gli italiani, in questo difficile e anche drammatico momento, non sentono proprio la mancanza. Di una vera Destra, sì.</p>
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		<title>Destra dove sei? Ovvero, i &#8220;forconi&#8221; dell&#8217;antipolitica</title>
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		<pubDate>Thu, 19 Jan 2012 23:01:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Frabetti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.arezzopolitica.it/2012/01/20/destra-dove-sei-ovvero-i-forconi-dellantipolitica/"><img align="left" hspace="5" width="150" height="150" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2012/01/movimento-forconi-150x150.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="movimento-forconi" title="movimento-forconi" /></a>di Giorgio Frabetti- Sarebbe troppo facile salutare e biasimare come ennesima fiammata di “anti-politica” la protesta in atto in Sicilia (di autotrasportatori in particolare, ma seguita a ruota da altre categorie, pescatori e agricoltori), che sta paralizzando l’isola, causando pesanti rincari dei generi di prima necessità (già di fatto scarsi e praticamente razionati) e forti spinte [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-9323" title="movimento-forconi" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2012/01/movimento-forconi.jpg" alt="movimento-forconi" width="467" height="270" />di <strong>Giorgio Frabetti</strong>- Sarebbe troppo facile salutare e biasimare come ennesima fiammata di “anti-politica” la protesta in atto in Sicilia (di autotrasportatori in particolare, ma seguita a ruota da altre categorie, pescatori e agricoltori), che sta paralizzando l’isola, causando pesanti rincari dei generi di prima necessità (già di fatto scarsi e praticamente razionati) e forti spinte speculative. Come fanno ridere al cospetto di questi siciliani incavolati gli <em>Indignados</em> che anche sabato scorso hanno inscenato la loro protesta a Roma! Qui si fa sul serio: la defezione dal circuito produttivo degli autotrasportatori sta mettendo in ginocchio l’isola e ambisce a mettere in ginocchio la Nazione. Non siamo al “biennio rosso”, ma non siamo lontani come scenari relativamente a disagi e precarietà diffusa indotta. La crisi della <em>Seconda Repubblica</em> presenta sintomatici parallelismi ed analogie con la crisi della <em>Prima</em>. Ora come allora, i Governi Tecnici (frutto dell’eclissi della Politica) mettono fisiologicamente in subbuglio le categorie, accrescendone lo spirito agitatorio e le pretese “acquisitive”: ed è naturale, la crisi finanziaria (ora come allora) costringe <em>obtorto collo</em> a riscrivere clausole del Patto Sociale e del sotteso scambio Politico-Corporativo, mettendo in tensione i “diritti e privilegio acquisiti”. Salvo circostanze davvero eccezionali (la cui ricorrenza però è tutt’altro che scontata), nel Ns. sito abbiamo sempre manifestato scetticismo rispetto all’ipotesi di Governo Tecnico come quello di Mario Monti, nato dalla fretta e con l’assemblaggio di una maggioranza di partiti di dubbio affidamento, che finora ha sempre scansato la responsabilità di scelte impopolari e, per questo, fisiologicamente condannato a vita grama (salvo eventi eccezionali, ripetiamo). Non possiamo comunque notare che accanto alle analogie con la crisi della Prima Repubblica, nei giorni nostri ci sono significative peculiarità: mentre la crisi della <em>Prima Repubblica</em> portò con sè la secessione (virtuale) del Nord, la crisi della <em>Seconda</em> si palesa con la secessione (virtuale) del Sud. E’ nato un leghismo del Sud? Difficile dirlo: allo stato, pur nei controversi resoconti portati da stampa e analisti, le analogie con l’Insorgenza leghista ci sono tutte: nessuno può mettere in dubbio il carattere comunque spontaneo della protesta, una “protesta di pancia”, di ceti produttivi, che, in qualche modo, paventano di non essere considerati e tutelati nelle pesanti manovre finanziarie che lo Stato sta imponendo. Certo, conosciamo le possibili obiezioni a questa analisi: che la Lega era movimento di gente che “si era fatta da se” al di fuori dell’assistenzialismo di Stato, mentre autotrasportatori, ma soprattutto pescatori meridionali ragionano più in un’ottica di assistenzialismo (vedi protesta dei pescatori sui paventati tagli agli aiuti UE). E che la protesta sicula presenta l’ombra della mafia. Ma non sopravvalutiamo le differenze: sia la protesta del Nord di ieri, sia la protesta del Sud di oggi è una protesta che ha pur sempre ad oggetto il “patto fiscale” Stato-cittadino: che lo si consideri come rivendicazione <em>no tax</em> (come classicamente la protesta leghista) o come protesta contro i tagli ai trasferimenti pubblici (come nel Sud). Certo, però, la prepotenza della protesta degli autotrasportatori una cosa la dimostra: mafia o non mafia, la forza della protesta dei “padroncini” dimostra come nel Sud si sia consolidata, accanto alla massa di precari e di disoccupati “cronici”, una forte componente di micro-imprese ed autonomi dalle precarie condizioni che rivendica soggettività sindacale, sociale ed economica e che in fondo tende ad invertire il <em>clichè</em> che vede la contrapposizione tipica del leghismo anni ’90 tra Lavoratore <em>self made man</em> (Settentrionale) e Burocrate nullafacente e “imboscato” (Meridionale). Ma c’è una differenza ancora più di sostanza: ieri il leghismo produsse un vero “mutamento di paradigma” della politica italiana con la “rivoluzione berlusconiana”; l’impressione invece è che, nella crisi della Politica attuale, questa protesta preluda ad un incrudelirsi del corporativismo in una deriva pan-sindacalista tipo “biennio rosso”, magari benedetta dalla Sinistra e da qualche capobastone meridionale, ma senza prospettive riformatrici. E c’è da preoccuparsi che questo “pandemonio” si stia verificando in Sicilia: da sempre l’isola ha anticipato tendenze politiche e sociali nazionali e, quindi, nulla di strano se a breve un simile “quarantotto” si estenderà in tutta la penisola: sarebbe il disastro! Dove sei Destra? Quando sei apparsa sulla scena politica nella crisi degli anni ’90 hai infuso speranze di una politica più pragmatica, vicina ai lavoratori, salvando la Repubblica da una grave crisi di consenso. Perché non esci dalla demagogia e non torni sanamente protagonista della vita Nazionale, facendo sentire protagonisti lavoratori e ceti medi? E’ colpa tua se la Seconda Repubblica, partita dal “marasma” (1992-93), nel “marasma” torna.</p>
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		<title>Eluana Englaro: basta strumentalizzazioni</title>
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		<pubDate>Sat, 07 Jan 2012 19:00:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Frabetti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.arezzopolitica.it/2012/01/07/eluana-englaro-basta-strumentalizzazioni/"><img align="left" hspace="5" width="150" height="150" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2012/01/eluana_englaro-150x150.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="eluana_englaro" title="eluana_englaro" /></a>Redazione- In Friuli Venezia Giulia la giunta regionale ha approvato un ordine del giorno promosso dall’Udc e appoggiato da Lega e Pdl che blocca preventivamente gli eventuali fondi (peraltro mai richiesti) dal regista Marco Bellocchio per il film ispirato a Eluana Englaro. Peccato che la decisione sul finanziamento, secondo le linee guida approvate proprio dall’attuale [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignleft size-full wp-image-9233" title="eluana_englaro" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2012/01/eluana_englaro.jpg" alt="eluana_englaro" width="438" height="276" />Redazione-</strong> In Friuli Venezia Giulia la giunta regionale ha approvato un ordine del giorno promosso dall’Udc e appoggiato da Lega e Pdl che blocca preventivamente gli eventuali fondi (peraltro mai richiesti) dal regista Marco Bellocchio per il film ispirato a Eluana Englaro. Peccato che la decisione sul finanziamento, secondo le linee guida approvate proprio dall’attuale giunta, non spetti manco alla Regione e che il regolamento che cita l&#8217;ordine del giorno approvato dalla giunta non sia manco più in vigore. Ancora una volta su Eluana Englaro sembrano speculare tutti, la poltica che cavalca il suo caso per darsi una moralità e i produttori in caccia di una eco per le loro pellicole. Non è chiaro se sia un equivoco, l’inizio della campagna elettorale o una mossa pubblicitaria. L’ordine del giorno approvato oggi dal Consiglio regionale del Friuli Venezia Giulia, promosso dal capogruppo dell’Udc Edoardo Sasco e appoggiato da Pdl, Lega e Gruppo misto, vieta infatti il finanziamento a “La bella addormentata”, pellicola che il regista Marco Bellocchio è in procinto di realizzare. Il film è ispirato alla storia di Eluana Englaro, la ragazza scomparsa nel 2009 dopo 17 anni passati in stato vegetativo permanente. Una vicenda che allora vide la contrapposizione tra Silvio Berlusconi e Giorgio Napolitano, e che ancora oggi divide le coscienze degli italiani. Peccato che, per ora, né Bellocchio né Cattleya, la casa di produzione, non abbiano formulato alcuna richiesta di finanziamento alla Fvg Film Commission, <a href="http://messaggeroveneto.gelocal.it/cronaca/2011/12/29/news/film-su-eluana-l-udc-blocca-i-fondi-che-nbsp-nessuno-ha-mai-chiesto-1.2999903">come conferma al <em>Messaggero Veneto</em> il presidente della commissione Federico Poillucci</a>.</p>
<p><a href="http://www.fvgfilmcommission.com/images/FILM_FUND/Regolamento_FVG_FILM_FUND.pdf"><strong>Non solo: ai sensi dell’articolo 10 della legge regionale 6</strong></a> novembre 2006, n.21 (Provvedimenti regionali per la promozione, la valorizzazione del patrimonio e della cultura cinematografica, per lo sviluppo delle produzioni audiovisive e per la localizzazione delle sale cinematografiche nel Friuli Venezia Giulia), la valutazione sul merito del finanziamento non spetta alla Regione, ma a un comitato tecnico stabilito secondo le linee guida che, ironia della sorte, è stata proprio l’attuale giunta regionale ad approvare. Nel regolamento, infatti, si legge che: «Il Comitato tecnico di valutazione delle opere, è nominato con decreto del Direttore centrale attività produttive ed è composto da: a) il direttore del Servizio sviluppo sistema turistico regionale, con funzioni di Presidente; b) il direttore dell’Ufficio stampa della Regione; c) un funzionario del Servizio sviluppo sistema turistico regionale che svolge anche le funzioni di segretario». <strong>La Fvg Film commission, che oltre a curare l’aspetto</strong> finanziario si occupa di fornire maestranze e location agli artisti che decidono di girare le proprie opere in Friuli, ha finanziato tra gli altri “La sconosciuta” di Giuseppe Tornatore, “Come Dio comanda” di Tornatore e “La ragazza del lago” di Andrea Molaioli. Insomma, è un intervento fuori tempo massimo, quello del blocco Udc-Pdl-Lega. Come spiega ancora Poillucci al <em>Messaggero</em>, la legge che disciplinava la materia «è stata modificata e quindi di fatto riapprovata, il 27 ottobre 2010 e quanto al regolamento che l’ordine del giorno cita, esso non è più in vigore dal 29 settembre 2010 quando è stato sostituito da quello attuale approvato dal Consiglio regionale in carica». Lasciando stare le valutazioni di merito e guardando soltanto ai numeri, dal 2003 a oggi il fondo per la promozione del territorio attraverso il grande schermo, oltre a un’indubbia pubblicità alla Regione Friuli Venezia Giulia, che il New York Times ha definito «il giardino segreto d’Italia», ha generato un indotto compreso tra 7 e 13 milioni di euro l’anno. Dando lavoro alle maestranze e riempiendo le strutture ricettive. Numeri e obiettivi che vanno mantenuti, anche se non tutti i friulani sono d’accordo nel finanziare le pellicole di tasca propria, e non certo per questioni di coscienza. Insomma ancora una volta su Eluana Englaro sembrano speculare tutti, la poltica che cavalca il suo caso per darsi una parvenza morale e i produttori in caccia di una eco per le loro pellicole.</p>
<p>(Testo tratto dal sito www.linkiesta.it)</p>
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		<title>Merkel-Napolitano: Storia di un complotto-Bufala</title>
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		<pubDate>Fri, 06 Jan 2012 11:43:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Frabetti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.arezzopolitica.it/2012/01/06/merkel-napolitano-storia-di-un-complotto-bufala/"><img align="left" hspace="5" width="150" height="150" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2011/12/berluska_merkel01-150x150.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="berluska_merkel01" title="berluska_merkel01" /></a>di Giorgio Frabetti- La notizia della telefonata segreta Merkel-Napolitano divulgata venerdì scorso dal Wall Street Journal e resa nota con clamore su La7 dal Direttore del Tg Mentana sta facendo il giro del mondo e sta confermando i berlusconiani sull&#8217;esistenza di un complotto finanziario e internazionale per determinare la caduta di Berlusconi e l&#8217;avvio del [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-9167" title="berluska_merkel01" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2011/12/berluska_merkel01.jpg" alt="berluska_merkel01" width="462" height="347" />di <strong>Giorgio Frabetti</strong>- La notizia della telefonata segreta Merkel-Napolitano divulgata venerdì scorso dal <em>Wall Street Journal</em> e resa nota con clamore su La7 dal Direttore del Tg Mentana sta facendo il giro del mondo e sta confermando i berlusconiani sull&#8217;esistenza di un complotto finanziario e internazionale per determinare la caduta di Berlusconi e l&#8217;avvio del Governo Monti.  Ma cosa racconta di tanto clamoroso il quotidiano <em>Wall Street Journal</em>? Il quotidiano americano racconta di una telefonata tenuta segreta fatta il 20 ottobre a Napolitano nella quale la cancelliera tedesca chiede con forza l’allontanamento di Berlusconi e in cambio promette aiuto e comprensione per l’Italia.Non sappiamo che assicurazioni abbia avuto da Napolitano, certo è che solo quattro giorni dopo, il 24 ottobre, la cancelliera si sentiva certa che Berlusconi era finito, al punto da ridere di lui durante la conferenza stampa del G8 insieme al sodale Sarkozy. Passano due settimane e la Merkel è accontentata. Subito, la facile polemica del <em>Giornale</em> di sabato sulla firma incontestabilmente stalinista del &#8220;complotto&#8221;, frutto di una Cancelliera tedesca cresciuta nel clima poliziesco della Germania Est e di un Tecnocrate simpatizzante in gioventù per il Comunismo. Dispiace che un quotidiano dalle illustri tradizioni come Il Giornale si abbassi a tale propaganda di bassa lega, questa sì stalinista, degna di una base di militanti e simpatizzanti che Giovanni Guareschi qualificava come &#8220;trinaricciuti&#8221;. Come insegnava, infatti, l&#8217;illustre Massimo Introvigne, la prova provata dell&#8217;esistenza di un &#8220;complotto&#8221;, ovvero un &#8220;microcomplotto&#8221; (volto ad un risultato specifico: la caduta di Berlusconi, in questo caso) la si ha quando un evento si produce per circostanze del tutto eccezionali ed anomale, che non possono essere ricondotti a fattori oggettivi, ma solo ad iniziative personali. Ebbene questo non è il caso della caduta di Berlusconi: caduto prima per lisi della sua maggioranza. Abbiamo forse dimenticato che a decretare la fine di Berlusconi è stata la defezione di Carlucci e di altri suoi deputati, passati al <em>Terzo Polo</em>? Se la caduta del Governo Berlusconi prova qualcosa, essa prova che la maggioranza berlusconiana si suicidò e che nulla potè l&#8217;iniziativa esterna della Stampa e dei Poteri forti ostili. A questo punto, può anche essere vero che la Merkel caldeggiò a Napolitano la tesi delle dimissioni di Berlusconi per la formazione del Governo Tecnico intorno al 24 ottobre; ma riteniamo che le cause scatenanti della fine del berlusconismo fossero già operanti e avviate prima di questa data. Come insegna Polibio, gli avvenimenti storici dipendono da cause remote e cause prossime. Cause remote, l&#8217;oggettivo indebolimento di Berlusconi. In questo senso, la storia della caduta di Berlusconi è una sequenza che inizia al 14 dicembre con il &#8220;pareggio&#8221; alla Camera, passa per il caso Ruby, passa per la certificazione della sfiducia dell&#8217;elettorato verso il premier nelle elezioni amministrative milanesi e al referendum (che ha raggiunto il <em>quorum</em> solo a dispetto di Berlusconi!), eloquente &#8220;ritiro della delega&#8221; specie delle Regioni settentrionali (vedi clamoroso risultato dell&#8217;affluenza al <em>referendum</em> di giugno in Lombardia e Veneto, roccaforti PDL e leghiste). Causa prossima, la crisi del debito sovrano. Una crisi che fisiologicamente hanno attraversato tutti gli Stati Occidentali (dagli USA alla Francia), che in Italia ha assunto proporzioni drammatiche. Stiamo però attenti, perchè se in questi casi si è prodotta la fine del Governo Berlusconi: ma sarebbe più che arbitrario parlare di complotto. La crisi del debito sovrano italiano, infatti, avvenuta dopo la pesante immissione di titoli del debito italiano sul mercato derivante dalle dismissioni della <em>Duetsche Bank</em> in agosto, è stata solo la &#8220;goccia&#8221; che ha fatto traboccare il vaso e ha accelerato la fine di un Esecutivo già politicamente minato e condannato. In particolare, la fine del centrodestra diventa definitiva quando Tremonti viene costretto ad una pesante politica di pareggio di bilancio. Questa politica sconvolgeva l&#8217;implicito &#8220;patto&#8221; stipulato tra elettori medi e centro-destra: tassazione moderata, dietro finanziamento pubblico del debito sul mercato (ipotesi caduta con la crescita spropositata degli <em>spread</em> in agosto). Una politica in cui risiedono le cause politiche definitive della crisi del berlusconismo:il divorzio &#8216;de facto&#8217; PDL-Lega, complici i tagli agli enti locali e pensione e complice la neutralizzazione &#8216;de facto&#8217; del federalismo fiscale.  Il Governo Berlusconi alla fine crollò motu proprio per implosione. Certo, in altre condizioni, Governi forti e autorevoli avrebbero resistito e avrebbero gestito l&#8217;emergenza, magari in vista di elezioni a breve scadenza (vedi Zapatero); così non fu per Berlusconi, ma non certo perchè un complotto &#8220;demo-plutocratico-massonico&#8221; non lo &#8220;lasciò lavorare&#8221;. Semplicemente, gli mancava una maggioranza disposto a sostenerlo in decisioni tanto gravi e impopolari.</p>
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		<title>Governo Monti: parentesi o soluzione strutturale?</title>
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		<pubDate>Fri, 23 Dec 2011 11:26:09 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.arezzopolitica.it/2011/12/23/governo-monti-parentesi-o-soluzione-strutturale/"><img align="left" hspace="5" width="150" height="150" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2011/12/monti-150x150.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="monti" title="monti" /></a>di Giorgio Frabetti- Pareva che il Governo Monti fosse il prodromo di cambiamenti sociali ed economici duraturi nella vita italiana. Invece, gli eventi di questi giorni concorrono a far pensare che l&#8217;Esecutivo Tecnico sia solo una &#8220;parentesi&#8221;, una &#8220;pausa&#8221; prima della ripresa (forse a primavera o nel 2013) del gioco bipolare tra PD e PDL. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-9005" title="monti" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2011/12/monti.jpg" alt="monti" width="450" height="270" />di <strong>Giorgio Frabetti</strong>- Pareva che il Governo Monti fosse il prodromo di cambiamenti sociali ed economici duraturi nella vita italiana. Invece, gli eventi di questi giorni concorrono a far pensare che l&#8217;Esecutivo Tecnico sia solo una &#8220;parentesi&#8221;, una &#8220;pausa&#8221; prima della ripresa (forse a primavera o nel 2013) del gioco bipolare tra PD e PDL. Le dichiarazioni di Silvio Berlusconi a questo riguardo sono inequivocabili: Monti non potrà più adottare alcuna decisione senza consultare il PDL, partito di maggioranza relativa, che ha vinto le elezioni, è il principale &#8220;azionista&#8221; del Governo Monti, ed è quello che si è più &#8220;sacrificato&#8221; (politicamente) per il suo varo. Un chiaro altolà, che restringe non poco il mandato operativo del Governo: probabilmente per impedire al Governo di assumere riforme e provvedimenti non graditi al Biscione (specie i <em>referendum</em> elettorali). Sicuramente, un distinguo che Berlusconi ritiene utile ai fini elettorali, per distinguere i ruoli: Monti è il &#8220;cattivo&#8221; imposto dall&#8217;UE per mettere ordine nei conti pubblici e assecondare le &#8220;paturnie&#8221; dei Tecnocrati di Bruxelles; Silvio è il &#8220;buono&#8221;, disposto a farsi da parte per l&#8217;emergenza, ma pronto a scendere in pista per diminuire le tasse, appena possibile. Un ragionamento di distinguo, che, in forme più o meno diverse, è presente anche nel PD, che si trova tra l&#8217;incudine  del Governo (che vuole tagli ai trasferimenti, alle pensioni, alle tutele del lavoro) e il martello del Sindacato (CGIL e CISL), sul piede di guerra per pensioni e licenziamenti. A questo riguardo, è assai inquietante per il Governo Monti la defezione di <em>Italia dei Valori</em> dal voto di fiducia ha eroso la maggioranza già molto ampia del Governo, prefigurando un dannoso precedente per eventuali altri strappi. Ce ne sarebbe abbastanza (il condizionale è obbligatorio, lo vedremo) per smentire l&#8217;analisi di Luca Cordero di Montezeomolo, lanciata nel suo sito <em>Italia Futura</em>, specie nella parte in cui dichiara estinta &#8220;la Seconda Repubblica dei populismi&#8221;. La Politica, al contrario, pare pronta a rimettersi in sella appena possibile, appena passata la bufera che, sull&#8217;onda del <em>default</em> e del fallimento dell&#8217;Euro, ha forzato l&#8217;approvazione del cd Decreto <em>Salva Italia</em> da parte dei due principali e avversari partiti dello scacchiere politico italiano (PD e PDL). Nessuno nega che, a queste condizioni, l&#8217;esperienza Monti inciderebbe ben poco sullo scenario politico italiano e verrebbero sconfitte e vulnerate in partenza le attese di chi, nel cd <em>Terzo Polo</em> (Fini, Casini) e nell&#8217;universo collaterale (<em>Italia Futura</em>) sperava nel Governo Tecnico come &#8220;esperimento politico&#8221; per nuovi e più aggiornati equilibri politici, in senso centrista, riformatore: come alternativa moderata al centrodestra berlusconiano. E&#8217; evidente che il consolidamento della popolarità politica del Governo Monti presso la pubblica opinione media era subordinata alla performance riformatrice che il Governo avrebbe assunto; <em>permormance</em> al momento deludente. Nè c&#8217;è da ritenere che le cose miglioreranno nel breve, brevissimo periodo: troppi (dal PDL al Sindacato) ritengono di aver acquisito dei &#8220;crediti morali&#8221; nei confronti di Monti da prefigurare una disponibilità sempre minore per riforme impopolari. A queste condizioni, non solo si spegnerebbero le speranze appuntate sul Governo Monti, ma si spegnerebbe anche la prospettiva di quell&#8221;Alternativa Moderata a Berlusconi (ma anche a Bersani), tanto auspicata da Casini e Montezomolo.  Questo scenario, però, verosimile in tempi &#8220;normali&#8221;, è meno verosimile in tempi &#8220;eccezionali&#8221; come il presente, caratterizzati da forti instabilità finanziarie &#8220;strutturali&#8221; di derivazione internazionale e dal terremoto istituzionale ed economico che sta attraversando la UE. Ecco allora che Monti, giocando la carta del &#8220;vincolo esterno&#8221; UE, potrebbe risorgere in &#8220;zona Cesarini&#8221;. Se, cioè, la &#8220;crisi&#8221; dovesse continuare almeno nel breve periodo, e non si profilasse alcuna prospettiva di stabilizzazione, i giochi dei politicanti italiani sarebbero ulteriormente sparigliati (come a novembre 2011) e il potere contrattuale di Monti verso il Palazzo ne uscirebbe rafforzato. In queste condizioni, ogni scenario politico ed elettorale sarebbe stravolto, e si profilerebbe una situazione . Il &#8220;governo della crisi&#8221; aprirebbe così all&#8217;Italia inediti e imprevedibili scenari di rimescolamenti politici. Come sempre, però, l&#8217;ultima parola spetta al tempo.</p>
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		<title>Monti non doveva andare a &#8220;Porta a Porta&#8221;: l&#8217;ultima trovata degli &#8220;orfani&#8221; del berlusconismo</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Dec 2011 14:07:32 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.arezzopolitica.it/2011/12/06/monti-non-doveva-andare-a-porta-a-porta-lultima-trovata-degli-orfani-del-berlusconismo/"><img align="left" hspace="5" width="150" height="150" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2011/12/monti1-150x150.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="monti" title="monti" /></a>di Giorgio Frabetti- Il premier Monti da Bruno Vespa? Santo Cielo perde di autorevolezza! &#8220;I professori devono parlare ex cathedra, non adagiarsi su quelle poltrone bianche, dove si è seduta la politica dell&#8217;informazione spettacolo &#8230; In uno stato d&#8217;emergenza, in cui si annunciano sacrifici terribili, il potere deve essere frontale rispetto alle telecamere. Non trasversale, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-9011" title="monti" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2011/12/monti1.jpg" alt="monti" width="400" height="240" />di <strong>Giorgio Frabetti</strong>- Il premier Monti da Bruno Vespa? Santo Cielo perde di autorevolezza! &#8220;I professori devono parlare ex cathedra, non adagiarsi su quelle poltrone bianche, dove si è seduta la politica dell&#8217;informazione spettacolo &#8230; In uno stato d&#8217;emergenza, in cui si annunciano sacrifici terribili, il potere deve essere frontale rispetto alle telecamere. Non trasversale, nel solito salotto di Bruno Vespa&#8221; (Freccero, Fatto Quotidiano, domenica). Fa eco Lucia Annunziata, sempre sul Fatto: &#8220;Mario Monti fa bene ad andare da Vespa, ma sappia che nell&#8217;immaginario collettivo è il luogo in cui fu firmato il contratto con gli italiani, che non fu rispettato [quello di Berlusconi, ndA]. Allo stesso modo, loro vanno ad annunciare un patto con il Paese, che spero non vada male come per Berlusconi&#8221;. Secondo Freccero, poi, il più grave errore è stata la collocazione dell&#8217;intervento di Monti in seconda serata, martedì, dopo Fiorello, quindi senza il traino di <em>audience</em> di una trasmissione popolare di successo: &#8220;Dopo le ventitrè, la Tv è vista dai professionisti, dagli intellettuali. Sono loro gli spettatori della tarda serata. Il pensionato o l&#8217;impiegato vanno a letto alle ventidue&#8221;. Ora, dopo questa infornata di interventi per lo più surreali, non faticheranno i Ns. &#8220;venticinque lettori&#8221; (forse meno) di manzoniana memoria a capire perchè in Italia un laureato in scienze della comunicazione non riesce a trovare un buco di lavoro! Studiare i testi sacri della comunicazione, per arrivare poi a &#8220;pettinare le bambole&#8221; in questo modo &#8230; auguri! In realtà, la polemica di questi ultimi giorni su Mario Monti da Bruno Vespa è solo in parte polemica e critica di costume, ma è sopratutto espressione di una polemica politica &#8220;di retroguardia&#8221; degli &#8220;orfani&#8221; del berlusconismo (Annunziata, Freccero), ormai sempre più simili a quei <em>kamikaze</em> giapponesi scoperti nel 1999 sulle alture giapponesi a tirare imboscate agli americani, senza che nessuno abbia detto loro che la guerra era finita oltre cinquant&#8217;anni prima! Dal punto di vista effettuale c&#8217;è poco da dire: Mario Monti, come <em>premier</em> e Ministro del Tesoro è il principale azionista della Tv statale: se foste in lui a quale Tv vi rivolgereste? Fatevi la domanda, datevi la risposta. E poi, non c&#8217;è nessun arcano dietro la ragione che ha spinto Monti a recarsi a <em>Porta a Porta</em>, anzichè a Ballarò: Vespa con la sua trasmissione intercetta una fascia di pubblico (sempre più esigua dicono gli analisti) costituita dall&#8217;opinione pubblica media tradizionale (pensionati, casalinghe etc.) di solito <em>naturaliter</em> &#8220;governativa&#8221; e quindi più congeniale. A chi obbietta l&#8217;opportunità e l&#8217;auspicabilità che il Governo si lasci mettere sotto stress in trasmissioni più aggressive come <em>Piazzapulita</em> (Corrado Formigli), <em>Servizio Pubblico</em>(Sky), <em>Ballarò</em> (Raitre) cosa si deve dire? Che il Governo è già sotto <em>stress</em> per conto suo &#8230; E che comunque il circuito del dibattito pubblico non è leso solo perchè un premier non presenzia ad un contraddittorio Tv, perchè oggi i canali di discussione e comunicazione sono svariatissimi (da <em>Facebook</em>, a <em>Twitter</em> etc.). No, il nodo della polemica è politica. Nella dimensione èlitaria del Governo Monti certa stampa e certa Tv giacobina di Sinistra vuole additare una specie di &#8220;berlusconismo oltre Berlusconi&#8221;. Lo abbiamo detto, è il solito argomento del &#8220;fascismo ritornante&#8221; tipicamente azionista, che si è scaricato prima sulla DC, poi su Silvio Berlusconi, poi adesso su Mario Monti. E del resto, ogni giornalista sa che deve trovare qualcosa su cui parlare: finito Berlusconi, il &#8220;fascista di ritorno&#8221;, occorre pur parlare di qualcosa per &#8220;sbarcare il lunario&#8221;&#8230; E ci si attacca a tutto!</p>
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		<title>La Bonino doveva perdere! Storie di ordinaria &#8220;paranoia&#8221; politica</title>
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		<pubDate>Tue, 29 Nov 2011 10:34:12 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.arezzopolitica.it/2011/11/29/la-bonino-doveva-perdere-storie-di-ordinaria-paranoia-politica/"><img align="left" hspace="5" width="150" height="150" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2011/11/concita-de-gregorio-150x150.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="concita-de-gregorio" title="concita-de-gregorio" /></a>di Giorgio Frabetti- Davvero si sentiva tutti la mancanza del tafazzismo di marca piddina. Ultima in ordine di tempo, le dichiarazioni di Concita de Gregorio durante l&#8217;assemblea nazionale di Tilt lo scorso 26 novembre, la quale così ha riferito le parole di un altissimo dirigente del PD di allora: «A noi questa volta nel Lazio ci conviene [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-8953" title="concita-de-gregorio" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2011/11/concita-de-gregorio.jpg" alt="concita-de-gregorio" width="441" height="285" />di <strong>Giorgio Frabetti</strong>- Davvero si sentiva tutti la mancanza del tafazzismo di marca piddina. Ultima in ordine di tempo, le dichiarazioni di Concita de Gregorio durante l&#8217;assemblea nazionale di Tilt lo scorso 26 novembre, la quale così ha riferito le parole di un altissimo dirigente del PD di allora: «A noi questa volta nel Lazio <strong>ci conviene perdere</strong>. Perché, siccome la Polverini è la candidata di Fini e siccome è l&#8217;unica sua candidata della tornata, se vince, Fini si rafforza all’interno della sua posizione critica del centrodestra e, finalmente, si decide a mollare Berlusconi e a fare il terzo polo, insieme a Casini. E noi avremmo le mani libere per allearci con Fini e Casini e andare al governo.»  Allora ho chiesto, ma come lo spiegherete agli elettori senza che vi mollino? E lui &lt; Non saremo noi a condurre questa operazione, noi perdendo oggi daremo solo il via, il resto lo farà la crisi economica». Un pò di storia. La candidatura (o l&#8217;auto-candidatura della Bonino) fu l&#8217;ultima spiaggia di un PD laziale a pezzi, dopo le laceranti controversie sul Segretario del Partito (il 2009 fu per il PD &#8220;l&#8217;anno dei tre segretari&#8221;) e dopo il terribile scandalo che esplose sul Presidente Marrazzo, per i complessi retroscena affaristico-sessuali. Che poi la candidatura Bonino fosse per il PD quell&#8217; &#8220;asso di briscola&#8221; che spaccia la De Gregorio è dire una cosa assolutamente falsa: perchè se c&#8217;era candidatura che in quel momento aumentava le divisioni alle divisioni, quella fu proprio la candidatura Bonino, che allora decretò una vera e propria diaspora verso l&#8217;UDC di PD ex-popolari o comunque cattolici (come Paola Binetti). E&#8217; più probabile da ritenere che nella testa della Dirigenza PD di quello scorcio di fine 2009-10, la Bonino fosse la candidatura &#8220;della disperazione&#8221;, di un partito che si riteneva spacciato in partenza. Certo, la Bonino fu una sorpresa. Arrivò per un soffio al traguardo della vittoria, ma solo essenzialmente per gli errori e la miopia delle strategie di marketing del PDL, che si trovò a fare da passiva cassa di risonanza dei &#8220;valori cattolici&#8221; senza accorgersi che questi temi, oltrechè inattuali per il confronto amministrativo, gli toglievano del tutto la scena a vantaggio della competizione clericalismo-anticlericalismo frattanto sviluppatasi tra l&#8217;UDC e i radicali (vedi Ns. articolo del 29/03/2010 <em>PDL-Cattolici: ma le aperture non bastano!</em>). Si, è vero il PD non credette molto in Emma Bonino: ma essa arrivò ad un passo dalla vittoria per colpa del PDL. Ma in politica si sa non conta solo &#8220;cosa si dice&#8221;; conta il &#8220;perchè&#8221; si dicono le cose e soprattutto &#8220;il quando&#8221; le cose si dicono. Perchè la De Gregorio si è ricordata adesso di rivangare questa storia e non l&#8217;ha citata prima? Non facciamoci illusioni: la De Gregorio non si limita a parlare di ieri. Nell&#8217;additare il complotto PD-UDC che a suo dire avrebbero &#8220;condannato&#8221; Emma Bonino, la De Gregorio parla all&#8217; &#8220;oggi&#8221; e addita l&#8217;alleanza PD-UDC che ha portato Monti al Governo. Ecco allora che si spiega l&#8217;arcano della &#8220;favola Bonino&#8221; che altro non è che la &#8220;leggenda nera&#8221; di un&#8217;alleanza che evidentemente &#8220;sta sullo stomaco&#8221; alla parte anti-berlusconiana più integralista che, con il Governo Monti, sente marginalizzato il proprio contributo politico e depauperato il proprio &#8220;valore aggiunto&#8221;. La De Gregorio, come Lucia Annunziata a inizio novembre, è una di quelle esponenti del &#8220;quarto potere&#8221; antiberlusconiano che si sentono &#8220;orfane&#8221; del berlusconismo. Come gli azionisti, sconfitto il fascismo, cercarono in tutti i modi di vederlo risuscitare nel potere democristiano, così gli antiberlusconiani hanno bisogno che Berlusconi &#8220;risorga&#8221; (sotto forma di &#8220;inciucio&#8221;, o di &#8220;spirito moderato&#8221; come nell&#8217;articolo di Flavia Perina su <em>Il Fatto Quotidiano</em> di venerdì scorso). E non è un mistero questo: una posizione &#8220;anti&#8221; è necessariamente subalterna al nemico, è una posizione parassitaria: finito il nemico, perde ragione d&#8217;essere.</p>
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		<title>No al Fisco che espropria i cittadini- Contro il &#8220;pensiero unico&#8221; europeista del Governo Monti</title>
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		<pubDate>Wed, 23 Nov 2011 10:45:39 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.arezzopolitica.it/2011/11/23/no-al-fisco-che-espropria-i-cittadini-contro-il-pensiero-unico-europeista-del-governo-monti/"><img align="left" hspace="5" width="150" height="150" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2011/11/rubinetto_soldi-150x150.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="rubinetto_soldi" title="rubinetto_soldi" /></a>di Giorgio Frabetti- E’ immorale quello Stato che porta la pretesa tributaria ad un livello tale di pressione da annullare l’autonomia economica e di iniziativa dell’individuo e della società civile. Non è solo un libertarian come Antonio Martino a sostenere da sempre queste tesi, ma anche importanti frange del mondo cattolico. Sul pericolo che l’eccessiva fiscalità [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-8880" title="rubinetto_soldi" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2011/11/rubinetto_soldi.jpg" alt="rubinetto_soldi" width="410" height="263" />di <strong>Giorgio Frabetti</strong>- E’ immorale quello Stato che porta la pretesa tributaria ad un livello tale di pressione da annullare l’autonomia economica e di iniziativa dell’individuo e della società civile. Non è solo un <em>libertarian</em> come Antonio Martino a sostenere da sempre queste tesi, ma anche importanti frange del mondo cattolico. Sul pericolo che l’eccessiva fiscalità si traduca in una “socializzazione fredda”, ci ammonisce padre Eberhard Welty O.P.: “Se per socializzazione s’intende il passaggio della proprietà privata in proprietà pubblica&#8221;, &#8221;la socializzazione fredda è la socializzazione in forma larvata: non è operata attraverso l’espropriazione formale, ma mediante lo svuotamento e la privazione dei diritti, e <em>&#8220;questo &#8220;scalzamento&#8221; della proprietà privata conosce molte forme e vie&#8221;</em>, fra cui si possono rubricare la <em>partecipazione del potere pubblico al capitale azionario delle società anonime e di altre imprese</em>, il <em>risparmio forzato</em>— cioè la collezione di capitali in assicurazioni sociali e private, in enti, in base ai contributi —, e l’<em>accumulo di eccedenze di cassa</em>, attraverso tasse e altre contribuzioni<em>”. </em>Le parole di Padre Welty mantengono una straordinaria attualità. Magari in piena crisi finanziaria potrebbero sembrare utopistici e irrealistici questi discorsi: il “pareggio di bilancio” obbliga gli Stati a non andare per il sottile e la stessa Santa Romana Chiesa (aldilà delle critiche che le sono state rivolte) ha più volte ed energicamente invitato tutti gli italiani a non lesinare sulle tasse. Ciononostante, queste parole che ci invitano ad una ferma e severa vigilanza sui pericoli e sui potenziali ed abnormi riflessi espropriativi della fiscalità. Se, infatti, il Fisco arriva ad espropriare i cittadini, c’è qualcosa che non va “a monte” nell’edificio politico che tali prestazioni impone. Fino a non molto tempo fa, l’imputato numero uno della fiscalità arbitraria era considerato lo Stato (vedi ad esempio gli interventi di Pio XII che vedeva nell’uso distorto della fiscalità e della spesa pubblica l’anticamera dall’eresia comunista); oggi, l’imputato è l’Euro (e l’Europa). Se in nome della permanenza dell’Euro, se in nome del pericolo di <em>default</em> vengono imposti ai cittadini sacrifici depauperanti, tali da deprimerne ogni residuale capacità di consumo, sola speranza dell’economia, ciò significa una sola cosa: che l’Euro è un progetto fallimentare. Non cadiamo facili prede del “pensiero unico” europeista del Governo Tecnico, ma manteniamo vigile e ferma la critica: può darsi che se la moneta unica resta stabile, questo faciliti la stabilizzazione finanziaria dell’economia almeno sotto il profilo dell’<em>import-esport</em>. Ma ricordiamoci che l’Euro non è sopportato da economie omogenee e ognuna convergenti verso un certo livello di crescita: se il panico nei mercati finanziari sui debiti sovrani continua a diffondersi, nulla può escludere che anche l’Euro crolli e con esso l’Europa intera. Del resto, solo adesso iniziano a venire fuori falle e zone grigie nelle fasi di accettazione all’Euro delle economie europee: il caso clamoroso è proprio la Grecia, entrata nella moneta unica nel 2001, ma a seguito di accertamenti e verifiche contabili oggetto di pesanti critiche per presunte approssimazioni, omissioni (Loretta Napoleoni de <em>Il Contagio</em>, accusa apertamente la <em>Goldman Sachs</em> che all’epoca prestò la propria consulenza contabile e finanziaria per valutare la “convergenza” della Grecia nell’area Euro). Ecco perché oggi è quanto mai necessario, oltreché opportuno, che i cittadini non accettino i postulati europeisti del Governo Monti come un atto di fede, né accettino proni e come agnelli destinati al macello i sacrifici che il Governo proporrà in nome dell’Europa senza prima … vedere! Vedere, cioè, come al tavolo del <em>poker</em> se il gioco vale davvero la candela, vedere cioè se l’Euro è una prospettiva davvero vantaggiosa e realistica per cui vale la pena di sacrificarsi. Perché è evidente che se il prezzo da pagare è il dissanguare il potenziale di consumo e di risparmio dei cittadini italiani, se il prezzo da pagare è una “socializzazione fredda” dove a far la parte del leone sono solo le Banche, allora per l’Italia molto meglio uscire dall’Euro, e infischiarsene di FMI e UE scegliendo altre vie per la propria economia (soluzione islandese? Soluzione argentina?).</p>
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