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	<title>Arezzo Polis &#187; mussolini</title>
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		<title>Governo Monti, il dado è tratto?</title>
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		<pubDate>Thu, 17 Nov 2011 09:00:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Frabetti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.arezzopolitica.it/2011/11/17/governo-monti-il-dado-e-tratto/"><img align="left" hspace="5" width="150" height="150" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2011/11/mario_monti_tecnico-150x150.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="mario_monti_tecnico" title="mario_monti_tecnico" /></a>di Giorgio Frabetti- Aldilà del sollievo per lo scongiurato pericolo del vuoto di potere in una fase tanto difficile per l&#8217;economia italiana, aldilà della soddisfazione e del compiacimento per la squadra di Governo messa a punto dal Professor Monti, crediamo difficile sottrarsi all&#8217;impressione che sul Governo Monti pesino molte, troppe incognite. Nato con una base parlamentare larghissima (dal [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-8827" title="mario_monti_tecnico" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2011/11/mario_monti_tecnico.jpg" alt="mario_monti_tecnico" width="480" height="360" />di <strong>Giorgio Frabetti</strong>- Aldilà del sollievo per lo scongiurato pericolo del vuoto di potere in una fase tanto difficile per l&#8217;economia italiana, aldilà della soddisfazione e del compiacimento per la squadra di Governo messa a punto dal Professor Monti, crediamo difficile sottrarsi all&#8217;impressione che sul Governo Monti pesino molte, troppe incognite. Nato con una base parlamentare larghissima (dal PDL, al PD, all&#8217;UDC, all&#8217;IDV), ma in realtà senza chiari referenti e azionisti di riferimento fuori dalla paura del <em>default</em> e fuori dalla personale ed autorevole tutela del Presidente della Repubblica, il Governo Monti pare rivelarsi un punto sì di compromesso tra i partiti, ma di basso profilo. Un Governo nato &#8220;per esclusione&#8221; (di altre opzioni), più che da un processo di inclusione e di sintesi politica (per quanto momentanea ed emergenziale). Un Governo che nasce da una duplice incapacità e da un duplice fallimento: <em>in primis</em>, il fallimento del Governo Berlusconi di darsi una propria agenda delle riforme e dell&#8217;emergenza economica; <em>in secundis</em>, il fallimento della prospettiva di una <em>gross coalition</em> tra PDL-PD-UDC. Nè PD, nè PDL si sono decisi al salto della <em>gross coalition</em>, per ragioni contemporaneamente convergenti e divergenti. In primo luogo, entrambe hanno temuto che sedere allo stesso tavolo del Governo, dopo essersene cantate di tutti i colori, avrebbe voluto dire spiazzare i propri elettori. Un prezzo troppo grosso e pesante in termini di delegittimazione politica che sarebbe stato un regalo troppo grande a chi come Casini non aspetta altro che i principali animatori del bipolarismo (PD e PDL) siedano allo stesso tavolo per delegittimare il bipolarismo stesso. In questo senso, quindi, si può dire che il convergente rifiuto di PD e PDL di indicare una delegazione politica al Governo deve intendersi come un modo per nascondere la pistola nel fodero, ma in vista di sfoderarla alla prima occasione. In secondo luogo, i due principali partiti non si sono intesi chiaramente su un minimo comune denominatore politico, non hanno intavolato alcun serio negoziato, limitandosi a subìre l&#8217;agenda che altri (UE) aveva fissato, e rassegnandosi ad un governo &#8220;purchessia&#8221; per la netta paura di elezioni anticipate. Elezioni che, aldilà delle ostentazioni di sicurezza, tutti temono (anche il PDL), perchè tutti paventano l&#8217;imponderabilità dello <em>spread</em> sulle emozioni e sui flussi di voto degli elettori: il PD teme di vincere ma troppo spostato sull&#8217;asse di Vendola e Di Pietro e teme la riedizione (peggiorata) del Prodi 2006-08; il centrodestra, che pure sulla carta dovrebbe avvantaggiarsi di questo empasse della Sinistra, è in realtà esitante, perchè paventa la fine di Berlusconi e la disgregazione definitiva del centrodestra.  E del resto, lo abbiamo detto: la crisi del debito non può che proiettare una diffusa difficoltà e crisi dei partiti, che, in questa fase, perdono con il debito pubblico la fondamentale leva del loro consenso. Il Governo Monti è figlio di questa paralisi del sistema. Come valutare questa situazione? Non è facile. Da un lato, non potremmo che essere pessimisti davanti all&#8217;ipotesi di un governo &#8221;tecnico&#8221; issato solo dall&#8217;incapacità decisionale dei suoi azionisti parlamentari: un Governo dalle precarie prospettive, figlio più che di un consenso, di una fondamentale riserva mentale dei partiti, pronti a scaricare sul Governo il &#8220;lavoro sporco&#8221; per dissociarne le responsabilità davanti agli elettori. Dall&#8217;altro, questa situazione può essere un&#8217;indubbia finestra di opportunità. Mai come adesso, con una politica letteralmente &#8220;decimata&#8221; e fragile, si aprono spiragli riformatori, per abbattere caste e corporativismi. Senonchè su questa via, si ritrova un&#8217;altra incognita, Monti stesso. Quanto Monti avrà la forza morale e politica per fare le riforme, nonostante i partiti? E&#8217; evidente che, se Monti riuscirà a governare &#8220;nonostante il Parlamento&#8221;, potrebbe realizzarsi una fase realmente nuova ed eccezionale per la storia italiana, dove ad &#8220;un uomo solo&#8221; è concesso &#8220;rifare l&#8217;Italia&#8221;: un&#8217;occasione che si offrì al solo Benito Mussolini, quando nel 1922 raccolse una maggioranza eterogenea, che seppe però &#8220;svuotare&#8221; ed esautorare per il dinamismo del suo prestigio e del suo carisma, sostenuto non solo dallo squadrismo, ma anche dalla decisa volontà degli italiani di &#8220;voltare pagina&#8221; e di farla finita con l&#8217;Italietta piccola e volgare di Giolitti &amp; co. e delle sue caste. Non sappiamo se Monti, come Mussolini, abbia la stazza del Demiurgo. Sappiamo solo che se oggi si offrisse  un nuovo Demiurgo, dopo l&#8217;esperienza fallimentare di Berlusconi, gli italiani non esiterebbero a farne il nuovo &#8220;Cesare&#8221;, il nuovo giustiziere contro le caste e i nepotismi. Ma se Mario Monti dovesse sfidare le oligarchie italiane come Giulio Cesare sfidò quelle del Senato, allora vorrebbe dire che per l&#8217;Italia la nuova èra della Rivoluzione Liberale è davvero cominciata. <em>Alea iacta est</em>? Nell&#8217;attuale Anno Zero della politica italiana è possibile questo e altro &#8230;.</p>
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		<title>Se il centrodestra berlusconiano si ispira a Mussolini&#8230;.</title>
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		<pubDate>Wed, 16 Nov 2011 18:01:44 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.arezzopolitica.it/2011/11/16/se-il-centrodestra-berlusconiano-si-ispira-a-mussolini/"><img align="left" hspace="5" width="150" height="150" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2011/11/bda294ee183524813786b55167b23748-150x150.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="bda294ee183524813786b55167b23748" title="bda294ee183524813786b55167b23748" /></a>di Federico Mugnai- Mentre si è formato il Governo Monti, in questi giorni si è molto parlato soprattutto nell’elettorato berlusconiano ma anche in parte della sinistra più refrattaria al capitalismo e al liberalismo di un complotto demo-pluto-massonico in atto in Italia. Ci si è scandalizzati che Mario Monti, l’attuale Presidente del Consiglio, avesse fatto parte della [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-8820" title="bda294ee183524813786b55167b23748" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2011/11/bda294ee183524813786b55167b23748.jpg" alt="bda294ee183524813786b55167b23748" width="466" height="374" />di <strong>Federico Mugnai-</strong> Mentre si è formato il Governo Monti, in questi giorni si è molto parlato soprattutto nell’elettorato berlusconiano ma anche in parte della sinistra più refrattaria al capitalismo e al liberalismo di un complotto demo-pluto-massonico in atto in Italia. Ci si è scandalizzati che Mario Monti, l’attuale Presidente del Consiglio, avesse fatto parte della Trilaterale, fosse stato consulente della Goldman Sachs, insomma dei cd poteri forti che regolerebbero il mondo. “Non vogliamo il Governo delle Banche”, “la sovranità appartiene al popolo” e così dicendo questa fetta consistente (ma non maggioritaria) del Paese si è scagliata contro Mario Monti. A nostro avviso è questa un’ulteriore campagna demagogica e populista che se nell’immediato può riscuotere consenso e tenere compatto l’elettorato berlusconiano, alla lunga potrebbe nuocere al Pdl stesso. E’ evidente la banalità dei contenuti dell’avversione al Governo Monti, perché se è pur vero che in una democrazia la sovranità appartiene al popolo, è pur sempre risaputo che qualsiasi Presidente del Consiglio di qualsiasi schieramento politico, sia per governare e per essere eletto debba avere il consenso e l’appoggio di determinati poteri forti. In questa fase di profonda crisi del sistema economico-finanziario dell’Europa e dell’Italia in particolare questa semplice considerazione assume un valore ancora maggiore. Se davvero il Pdl vuole uscire dalla palude e non finire per essere una forza politica in via di decomposizione dovrebbe criticare l’attuale assetto europeo troppo sbilanciato sugli interessi economici tedeschi, proporre una visione nuova dell’Europa in linea con i principi del Ppe e delle forze liberali conservatrici presenti nel Vecchio Continente. Oppure può benissimo rileggere come penso alcuni stiano facendo i discorsi mussoliniani sui complotti demo-pluto-massonici e darsi al suicidio politico. Vuole davvero il berlusconismo fare una fine così ingloriosa? I discorsi di una parte consistente dei suoi militanti somigliano davvero ad alcuni stralci dei comizi del Duce. Ad esempio ho rintracciato questi tre pezzi: “Ho l&#8217;orgoglio di dirvi, o camerati, che noi, io in primo luogo e voi tutti, ci infischiamo solennemente di tutto quello che si dice e si stampa all&#8217;estero. È tempo, è gran tempo, di bucare quest&#8217;altra vescica; è perfettamente logico che il mondo internazionale della democrazia, del liberalismo, della massoneria, della plutocrazia, dei senza patria, è perfettamente logico che tutte queste forze siano contro di noi. La prova migliore che noi abbiamo fatto realmente una rivoluzione è in questa controrivoluzione che noi abbiamo sgominato all&#8217;interno e che tenta invano di affilare le sue armi perfide all&#8217;estero; il Popolo Italiano avrà quindi il pane necessario alla sua vita , ma anche se gli fosse mancato , non si sarebbe mai , dico mai , mai piegato a sollecitare un aiuto qualsiasi dalle cosiddette grandi demoplutocrazie : i calcoli sono falliti. E infine:“ma il colmo è che i nostri nemici hanno ottenuto che i proletari, i poveri, i bisognosi di tutto, si schierassero anima e corpo dalla parte dei plutocrati, degli affamatori, del grande capitalismo”. Discorsi che in quell’epoca avevano un loro significato e una loro validità nella lotta feroce tra democrazie e totalitarismi di vario genere (comunismo, nazismo e fascismo). Oggi la riproposizione di simili discorsi è non solo inattuale, ma davvero insignificante e demagogica. Purtroppo il populismo berlusconiano ha danneggiato profondamente la nascita e la crescita di una cultura politica moderata e liberale all’interno del Pdl, dando così l’immagine di un elettorato immaturo e in certo qual modo ideologicamente arretrato. Questa è l’eredità peggiore dell’era che è necessario al più presto lasciare alle nostre spalle; altrimenti il centrodestra rischia nuovamente di essere confinato ai margini della politica.</p>
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		<title>La storia Mussolini-Petacci: il &#8220;bunga bunga&#8221; ai tempi del fascismo</title>
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		<pubDate>Wed, 28 Sep 2011 16:36:37 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.arezzopolitica.it/2011/09/28/la-storia-mussolini-petacci-il-bunga-bunga-ai-tempi-del-fascismo/"><img align="left" hspace="5" width="150" height="150" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2011/09/mussolini-petacci1-150x150.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="mussolini-petacci" title="mussolini-petacci" /></a>di Federico Mugnai- Certo, la mignottocrazia non nasce con Berlusconi. Benchè non si parlasse di “bunga bunga”, anche ai tempi del fascismo esistevano copiose intercettazioni dell’OVRA (già allora!) che documentavano ampiamente che i principali gerarchi frequentassero bordelli (il casino allora non si negava a nessun uomo!), e si concedessero a signorine che si proponevano loro [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-8390" title="mussolini-petacci" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2011/09/mussolini-petacci1.jpg" alt="mussolini-petacci" width="357" height="254" />di <strong>Federico Mugnai-</strong> Certo, la mignottocrazia non nasce con Berlusconi. Benchè non si parlasse di “bunga bunga”, anche ai tempi del fascismo esistevano copiose intercettazioni dell’OVRA (già allora!) che documentavano ampiamente che i principali gerarchi frequentassero bordelli (il casino allora non si negava a nessun uomo!), e si concedessero a signorine che si proponevano loro (su tutti Ciano e Starace) per ottenere favori. Allo stesso modo, devono ritenersi assolutamente plausibili le note leggende da “telefoni bianchi” che si sussurravano furtivamente in ogni città d’Italia da Barbieri, Farmacisti, nel silenzio discreto delle spiagge su certi festini cui partecipavano in ogni parte d’Italia i maggiorenti del PNF, più o meno accompagnati da “signori grandi firme” che quanto a procacità nulla avevano da invidiare alle Belen di oggi. Mal comune, mezzo gaudio? Beh, non è così precisamente, perché almeno i festini al tempo del fascio erano discreti, complice la censura, e anche un po’ quel pudore della Società tradizionale, magari un po’ ipocrita, ma che in camera da letto era solita far scendere una coltre di religioso silenzio. Nulla a che vedere con il de bello fallico di Silvio, con la politica condizionata e piegata alle disgrazie di budoir del Presidente del Consiglio. Certo, qualcosa in comune Silvio e Benito (Ben) ce l’hanno: Berlusconi esercita sulle donne il fascino del potente che può cambiare la loro vita, magari con una raccomandazione, attraverso “le mille vie” del suo impero economico. Mussolini quanto a “numeri” per piacere alle donne non mancava di nulla: un uomo virile, energico, capace di domare le masse, di esaltarle con i suoi roboanti discorsi, con il mito che aleggiava intorno a lui. Insomma, non c’è che dire: Silvio e Benito assommano in sé il fascino dell’onnipotenza: e laddove c’è così tanto potere, le donne in genere ne vengono attratte. Con una differenza: “Mio nonno si concedeva alle Petacci di turno, ma non si sognava di nominarle ministro”; mai frase fu più esatta e lapidaria di questa pronunciata dalla nipote del Duce, Alessandra Mussolini, PDL, pronunciata nell’agosto 2008 a Porta a Porta, in segno di chiara stizza verso presunte “veline” sulla presunta carriera politica ministeriale di alcune donne PDL (per la cronaca allora si era al primo round delle intercettazioni hard della Procura di Napoli, poi stoppate grazie all’intercessione di Napolitano). Si fa presto, comunque, a fare facili paragoni a sfondo moralistico: la fama vuole che Mussolini, rimasto in fondo semplice e un po’ contadino, non amava né lo sfarzo, né amasse ostentare stravaganze priapiche. In ogni caso, negli indubbi “incontri” che si concedeva, il Duce era solito non farsi coinvolgere né in rapporti sentimentali, né tantomeno in ricatti: erano le donne, a suo avviso, a doversi quasi sentire in debito per avere avuto la possibilità di concedersi al Duce! Certo, con la Petacci tutto fu molto diverso. Innanzitutto, sul piano personale: fu vero amore. Conosciutala fugacemente quasi bimba quando la quattordicenne Claretta mandò al Duce un biglietto entusiasta di felicitazioni nell’aprile 1926 in occasione dello scampato attentato della Gibson (donna irlandese mentalmente squilibrata), la storia d’amore prende le mosse nel momento di massima espansione e successo del fascismo, la conquista dell’Etiopia: quando il mito del Duce (e del fascismo) è al suo apogeo. La relazione durò molto (a fasi alterne, fino al 1945), e si caratterizzò per una singolare intensità con i quali Mussolini la visse. Quando Mussolini (Ben come Claretta lo chiamava) si avvicinò alla Petacci, il Duce aveva 54 anni ed era prostrato, nonostante i leggendari successi, da un profondo stress esistenziale (per la campagna d’Etiopia e per la contemporanea grave malattia che colpì sua figlia Anna Maria), che affondava anche nell’indomita volontà dell’uomo ormai più che maturo di ritrovare gli anni verdi della giovinezza. Dicevamo, con la Petacci fu tutto molto diverso, anche perché, malgrado il Duce e per un ordine complesso di ragioni, attorno alla coppia Ben-Claretta, complice il clan Petacci e i “buoni uffici” del genero Galeazzo Ciano (il “delfino” del Duce) si creò attorno a Palazzo Venezia e al PNF un giro da “sottogoverno”, di ricatti, di faccendieri e di scambi di favore, che era ragguardevole, pur non arrivando ai livelli di Tarantini, Lavitola e Lele Mora. Pensiamo soltanto che un grande e integerrimo uomo come Giuseppe Bottai, nei suoi Diari, confessa di essersi lasciato tentare dal raccomandare favoriti, per questa o quella nomina, nientemeno che in casa Petacci! Sono del resto arci-noti i “maneggi” del Duce in persona per favorire la carriera cinematografica di Miriam, la sorellina di Claretta; come lo stesso Duce (gli atti della sua segreteria particolare lo dimostrano) si adoperò in persona per cercare una consulenza al padre che era un medico. Se proprio si vuole rinvenire delle analogie tra Silvio e Mussolini, senza scadere nel volgare “giustificazionismo” di certi suoi adepti, che, aldilà dei favoritismi e delle immoralità del potere (troppo facili da rilevare), tali “combriccole” (il Bunga Bunga per Silvio, il “clan Petacci” per Mussolini) fossero quasi fatali per due uomini “soli”, estranei agli apparati e senza base sociale e territoriale, portati quasi naturalmente a fare del Palazzo l’unico fortilizio in cui difendere il proprio potere e in fondo guardati a vista nella Roma dei Ministeri, del Vaticano e del Generone. L’incontro con la Petacci e con una famiglia che era molto in vista nel cotè romano in fondo segnò, ad esempio, per Mussolini e il fascismo la piena integrazione e riconciliazione con quella Roma fino allora “fiancheggiatrice” infida e ambigua. Le analogie con il presente portano con sé anche i ritratti di losche figure: come il fratello di Claretta, Marcello, una sorta di Lorenzino de Medici che a fatica Mussolini si levò d’intorno verso il 1942, spedendolo in Marina. Fu ad esempio Marcello con i suoi maneggi affaristici a mettere in cattiva luce la sorella presso il popolo italiano, a gettare ombre sulla loro relazione, tanti erano i pettegolezzi stravaganti che cominciarono a girare attorno ai due, che, durante la guerra, abbatterono il morale nazionale insieme alle ripetute sconfitte subite dall’Italia. Si disse addirittura che fosse la Petacci ad influire sulle scelte politiche del Duce (cosa che si è rivelata priva di fondamento). Di lei si parlava come di una “piccola Pompadour”, quando in realtà era una donna sensibile, dalle lacrime facili, una piccola borghese sentimentale che leggeva Liala e Guido da Verona, ma estremamente gelosa e protettiva nei confronti del suo uomo. Al di là comunque di alcuni favori che la famiglia Petacci riuscì ad ottenere sfruttando il potere di Mussolini e la sua debolezza nei confronti di Claretta, bisogna riconoscere come questa storia, conclusasi in tragedia nell’indegno spettacolo di Piazzale Loreto, ci restituisca la giovane Claretta come una donna magari ingenua, spensierata e poco accorta, ma pronta a tutto e pure a sacrificarsi, a morire per l’uomo che amava così intensamente. Il “bunga bunga” in camicia nera fu anche questo. Non crediamo che le varie escort che frequentano le ville di Berlusconi sarebbero pronte a seguirlo se il suo potere e il suo impero economico crollasse; lascerebbero “il povero Silvio” in mutande!</p>
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		<title>L&#8217;Oro alla Patria del 1935: una pagina della storia italiana su cui riflettere</title>
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		<pubDate>Sun, 11 Sep 2011 20:02:57 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.arezzopolitica.it/2011/09/11/loro-alla-patria-del-1935-una-pagina-della-storia-italiana-su-cui-riflettere/"><img align="left" hspace="5" width="150" height="150" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2011/09/OroPatria_thumb-150x150.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="OroPatria_thumb" title="OroPatria_thumb" /></a>di Federico Mugnai- Novembre 1935. L’Italia, dopo aver dichiarato guerra all’Etiopia il 2 Ottobre subisce le sanzioni economiche dalla Società delle Nazioni con 52 voti favorevoli provenienti da altrettanti stati. Mussolini parla di “assedio economico” e invita il popolo italiano a sacrificarsi in nome della Patria per conquistare “quel posto al sole” tanto agognato. Il 18 [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-8276" title="OroPatria_thumb" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2011/09/OroPatria_thumb.jpg" alt="OroPatria_thumb" width="304" height="442" />di <strong>Federico Mugnai-</strong> Novembre 1935. L’Italia, dopo aver dichiarato guerra all’Etiopia il 2 Ottobre subisce le sanzioni economiche dalla Società delle Nazioni con 52 voti favorevoli provenienti da altrettanti stati. Mussolini parla di “assedio economico” e invita il popolo italiano a sacrificarsi in nome della Patria per conquistare “quel posto al sole” tanto agognato. Il 18 Dicembre si svolge in tutta Italia la “giornata della fede” e la raccolta dell’oro e del ferro (che si protrassero anche oltre quella data) in cui gli italiani sono chiamati a cambiare la loro fede in oro con una in acciaio. Si assistono intanto a donazioni dagli italiani all’estero, da personaggi illustri che rinunciano ai propri oggetti cari per stringersi attorno alla Nazione in difficoltà. Pure Benedetto Croce e altri antifascisti sparsi in Italia e nel mondo si sacrificano. La guerra, ma soprattutto le sanzioni fecero scattare nella società italiana la molla morale del patriottismo, del dovere di ogni cittadino di porre la Patria al disopra di tutto e di sacrificarsi se necessario per essa; per la stragande maggioranza degli italiani, allevati e nutriti durante il regime fascista al culto dei valori nazionali e alla tradizione nazional-patriottica risorgimentale, ciò eliminava alla radice ogni altro problema e in certi casi rendeva l’impegno morale anche più forte, come una sorta di sacrificio della propria personalità individuale a quella collettiva della Patria: una Patria che trascendeva lo stesso fascismo. Il clima che si respirò in quei mesi di guerra e di sanzioni fu caratterizzato da due sentimenti: l’amore per l’Italia e la speranza in un avvenire più prospero con la conquista dell’Etiopia. La speranza, quella che i giovani di oggi cercano disperatamente e spesso senza fortuna. Non era certo mio intento con questa rievocazione storica sottintendere come in certo qual modo si stesse meglio quando si stava peggio! Queste sono operazioni nostalgiche che lasciamo ben volentieri a chi ancora nel 2011 ha il coraggio di definirsi fascista, comunista, nazista o comunque sia avverso ai principi liberali e democratici. L’intento provocatorio è semmai quello di scuotere le coscienze oggi travagliate dalla crisi economica che investe l’Italia e l’Occidente intero. Non si può prescindere da un sincero attaccamento alla Patria se si vuole superare le difficoltà; ciò mettendo pur sempre al centro l’individuo e tutelando la libertà e i suoi diritti fondamentali, senza che però questi finiscano per essere il pretesto per il cittadino di lasciarsi cullare nel proprio individualismo. La crisi riguarda tutti, è un problema nazionale e solo la coesione e l’unità possono contribuire ad alleviarla e in secondo tempo a superarla. Ecco perché invito i lettori a riflettere sul profondo significato che assunse “la giornata della fede” del 1935. Ebbene furono raccolti solo di oro 36895,370 kg! Se oggi fossimo chiamati a sacrificarci volontariamente in nome della Patria, in quanti risponderemmo a questa richiesta? Certamente, mi si può obiettare che chi ci governa (ma anche chi è all’opposizione) fa di tutto per allontanare da noi quel sano patriottismo di cui avremo tanto bisogno per compiere gesti di così alto significato morale. Però, come ripeto, l’oro alla Patria fu dato trascendendo il fascismo. A volte, come in questo caso, mi trovo costretto a rileggere le pagine radiose della nostra storia per trovare la forza di sperare nel futuro. Vorrei tanto che presto trovi di nuovo conforto nel presente, perché è a noi giovani che appartiene il destino dell’Italia!</p>
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		<title>L&#8217;Italia non è in vendita</title>
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		<pubDate>Sun, 07 Aug 2011 17:43:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Buracchi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.arezzopolitica.it/2011/08/07/litalia-non-e-in-vendita/"><img align="left" hspace="5" width="150" height="150" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2011/08/bolzanovittoria18_55756-150x150.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="bolzanovittoria18_55756" title="bolzanovittoria18_55756" /></a>- di Andrea B &#8211; Quando un simbolo, una effigie, un documento pubblico comincia a perdere la propria energia in genere lo si comincia a disconoscere, trattandolo senza più riverenza, timore o imbarazzo. Accadde per la falce ed il martello nella Russia sovietica ed accade tuttora, in qualche più o meno remota parte del mondo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-8019" title="bolzanovittoria18_55756" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2011/08/bolzanovittoria18_55756-300x225.jpg" alt="bolzanovittoria18_55756" width="300" height="225" />- di <strong>Andrea B</strong> &#8211; Quando un simbolo, una effigie, un documento pubblico comincia a perdere la propria energia in genere lo si comincia a disconoscere, trattandolo senza più riverenza, timore o imbarazzo. Accadde per la falce ed il martello nella Russia sovietica ed accade tuttora, in qualche più o meno remota parte del mondo nella quale un regime viene abbattuto dai colpi del progresso e del risveglio dei popoli. Spesso i simboli del passato si lasciano lì al loro posto, tanto si sa che essi non hanno più vita di relazione col presente, se ne archivia l&#8217;esistenza e non se ne parla più se non nei libri di storia e nelle guide turistiche. Questa è una reazione rispettosa del passato, consapevole dell&#8217;importanza della memoria storica dei popoli che abbero la disgrazia (o la fortuna) di attraversare il periodo in cui quei simboli vennero coniati e diffusi. Dall&#8217;altro lato c&#8217;è la gran parte dei casi: simboli che vengono abbattuti con corde, trattori, presi a martellate, calpestati dalla folla o arsi sul rogo in segno di catarsi; simboli che quando va bene finiscono nel buio delle cantine o delle soffitte prima di concludere la propria esistenza su qualche bancarella dell&#8217;antiquariato o in qualche raduno di nostalgici, diventando reliquie per gli &#8220;incapaci del progresso&#8221;. Questa è la reazione pasionaria, il tipico &#8220;modus operandi&#8221; di chi non riesce a comprendere il valore educativo di un passato che ancora lo spaventa e che dunque cerca di abbattere nei suoi minimi dettagli. Oppure accade come in Italia, dove i simboli del passato &#8211; anzi, di &#8220;un certo passato&#8221; -, appartenenti per forza di cose al patrimonio artistico/culturale dell&#8217;intera nazione diventano la merce di scambio per interessi materialistici della più vile cortigianeria di bassa lega.</p>
<p>Febbraio 2011: Luis Durnwalder, da 23 anni potente feudatario della Sudtiroler Volkspartei (Svp) e insieme presidentissimo della provincia autonoma di Bolzano annuncia che il bassorilievo raffigurante Mussolini a cavallo, che ricopre la facciata dell&#8217;Agenzia delle Entrate di Bolzano (ex casa littoria), il Monumento alla Vittoria d&#8217;epoca fascista (<em>foto</em>) ed il Monumento dell&#8217;alpino di Brunico hanno il destino segnato: grazie ad un accordo firmato con l&#8217;allora Ministro ai Beni culturali Sandro Bondi, il primo verrà smantellato e collocato altrove, il secondo &#8220;depotenziato&#8221; ed il terzo rimosso. Gioisce Durnwalder il cui partito &#8220;<em>da anni chiede questi provvedimenti</em>&#8220;, aggiungendo di non voler urtare la sensibilità della comunità italiana e quindi assicurando di procedere in accordo con il Comune ed i cittadini. Mentre per il Monumento alla Vittoria, non potendo rimuoverlo, si decide di realizzare una mostra permanente nella cripta e di affiancare ad esso dei nuovi cartelli esplicativi, tra le critiche e le proteste di destra e di sinistra Durnwalder lancia un concorso per trovare una soluzione ad uno di questi tre (nella sua bizzarra ottica) &#8220;problemi&#8221;, quello che suscita le maggiori proteste ovvero il bassorilievo firmato Piffrader nel quale non soltanto campeggia l&#8217;effigie di Mussolini con un evidente braccio teso ma compaiono anche le idecenti scritte &#8220;credere obbedire combattere&#8221; sormontate da sigle assolutamente incostituzionali quali &#8220;P.N.F.&#8221; e varie. Il 7 marzo, a concorso chiuso si contano 486 progetti pervenuti ma il caso vuole che nessuno di questi piaccia al presidente della provincia di Bolzano che, decide autonomamente in accordo col sindaco per una lastra di vetro opaco che servirà a coprire temporaneamente il bassorilievo.</p>
<p>La domanda sorge spontanea: ed il Ministro Bondi? L&#8217;egregio signore, al quale il Governo aveva imprudentemente delegato la tutela di quel che c&#8217;è di assolutamente più prezioso in Italia (si legga: &#8220;la cultura&#8221;), dopo aver concesso pieni poteri alla provincia di Bolzano circa la gestione del patrimonio culturale dell&#8217;area, dopo aver superato l&#8217;ostacolo &#8220;possibile sfiducia&#8221;, rassegna le dimissioni con l&#8217;accusa di non essere stato sostenuto dalla maggioranza di governo proprio nel momento in cui era maggiormente necessario.</p>
<p>Forse non sono l&#8217;unica ad essersi posta un paio di domande circa la vicinanza della mozione di sfiducia presentata nei confronti del Ministro (salvato in extremis) e la lettera inviata da lui stesso al partito sudtirolese. E forse non sono nemmeno l&#8217;unica ad aver pensato ad una &#8220;captatio benevolentiae&#8221; che andava al di là della mera questione della fiducia. E che dire delle parole del deputato Brugger, esponente della SVP: &#8220;<em>abbiamo sfruttato la debolezza del governo</em>&#8220;? Lasciamo a voi ogni valutazione.</p>
<p>Il fatto è che qui non si sta parlando di &#8220;fascismo&#8221;, non è mia intenzione commettere un peccato di apologia e l&#8217;aberrazione non sta nel disperato tentativo di difendere il patrimonio culturale di &#8220;quel&#8221; dato periodo storico bensì nell&#8217;azione di Bondi in veste di moderno &#8220;Ponzio Pilato&#8221; che della cultura &#8220;se ne lava le mani&#8221;! Perchè non sono &#8220;quei&#8221; simboli il problema, il problema è molto più ampio e vi entrano in gioco non solo la salvaguardia della cultura e del patrimonio artistico ma l&#8217;identità, la capacità di conservare la memoria, il ricordo ed il monito per il futuro. Perchè quando si comincia a barattare, scambiare, dare in pasto alla volontà distruttrice del miglior offerente la propria identità d&#8217;italiani che si rispecchia in una pietra dei Fori Imperiali tanto quanto in una tegola del Duomo di Milano, allora ecco che automaticamente non si è più all&#8217;altezza di ricoprire una carica di rappresentanza in nome del popolo. Perchè quando si scende a patti per conservare il proprio posto non si è nemmeno degni d&#8217;essere presi in considerazione, figurarsi di sedere a quel posto al quale si tiene tanto!</p>
<p><strong>L&#8217;Italia non è in vendita, non ne è in vendita il patrimonio artistico, culturale nè tantomeno quello storico sebbene possa essere un peso per qualcuno.</strong> Ce lo vedete oggi il Comune di Firenze a rimuovere la tomba di uno dei padri della scuola italiana che riposa nella basilica di Santa Croce, tale Giovanni Gentile, filosofo e ministro fascista? Ce li vedreste i tedeschi a smantellare ciò che è rimasto di quel muro di Berlino che oggi è monito e memoria per il mondo intero? Credo di no. Credo che oggi ci possa essere ancora un limite a tutto. All&#8217;odio, al disprezzo per la storia, alle bugie, alla vergogna, alla mancanza di rispetto, all&#8217;ignominia. Lo stesso deve valere per i monumenti, di qualsiasi epoca o colore politico. Lo stesso dovrebbe valere per la storia, per quei grandi capitoli che appartengono a tutti, anche a coloro che si sono da sempre adoperati per gettarvi sopra fango con la canonica ignoranza di chi chiude gli occhi di fronte a ciò che causa lui un prurito. Eppure si sa, l&#8217;Italia è la terra dell&#8217;eccezione, una terra nella quale molti ancora non sono in grado di fare i conti con la memoria perchè forse non sono in grado di fare i conti con la propria coscienza, una terra nella quale coesistono delle incongruenze abissali, prima tra tutte la provincia di Bolzano: dove convivono due etnie diverse in proporzioni ribaltate nella città-capoluogo.</p>
<p>Il Sudtiroler Volkspartei ha voluto soltanto uno scalpo da mostrare al proprio elettorato, ha preteso di rendere pubblica la debolezza del governo costringendo un ministro dalla comprovata inettitudine ad un ricatto per il quale poche parole sarebbero esaurienti più dell&#8217;aggettivo &#8220;vergognoso&#8221;; adesso si gode l&#8217;estate tronfio del successo ottenuto nella prova di forza superata a pieni voti. I miei complimenti dunque al Sudtiroler Volkspartei, partito idegno di sedere al Parlamento italiano poichè assolutamente estraneo a questa patria, a questa nazione ed a questa terra. I miei complimenti al sig. Bondi, penoso rappresentante di quell&#8217;Italia che venderebbe l&#8217;anima pur di mantenere la seduta di velluto. I complimenti maggiori tuttavia vanno a tutti coloro che si limitano a leggere le notizie sui giornali senza fare niente, preoccupati soltanto del proprio materialistico individualismo; coloro i quali non s&#8217;indignano di fronte ad un esproprio che possiede ancora il rischio di verificarsi, coloro i quali purtroppo ancora oggi possiedono un potere maggiore di quello di ciascun politico &#8211; dozzinale o magistrale che sia &#8211; il diritto di voto.</p>
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		<title>La &#8220;quota novanta&#8221; di Tremonti</title>
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		<pubDate>Mon, 11 Jul 2011 10:53:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Frabetti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.arezzopolitica.it/2011/07/11/la-quota-novanta-di-tremonti/"><img align="left" hspace="5" width="150" height="150" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2011/07/Giulio-Tremonti1-150x150.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="Giulio-Tremonti1" title="Giulio-Tremonti1" /></a>di Giorgio Frabetti- Che Tremonti giocasse un ruolo politico importante nel Governo era cosa risaputa. Che il suo potere possa aumentare ulteriormente nell&#8217;evolvere della crisi finanziaria fino a consacrarne il ruolo di &#8216;premier&#8217; ombra, e&#8217; cosa altrettanto nota. Ecco allora che, partendo da queste due elementari realta&#8217;, si puo&#8217; comprendere il contesto del killeraggio dossieristico [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-7784" title="Giulio-Tremonti1" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2011/07/Giulio-Tremonti1.jpg" alt="Giulio-Tremonti1" width="450" height="301" />di <strong>Giorgio Frabetti</strong>- Che Tremonti giocasse un ruolo politico importante nel Governo era cosa risaputa. Che il suo potere possa aumentare ulteriormente nell&#8217;evolvere della crisi finanziaria fino a consacrarne il ruolo di &#8216;premier&#8217; ombra, e&#8217; cosa altrettanto nota. Ecco allora che, partendo da queste due elementari realta&#8217;, si puo&#8217; comprendere il contesto del killeraggio dossieristico che sta puntando la sua attenzione sul Ministro dell&#8217;economia, tramite le presunte disgrazie giudiziarie del &#8216;braccio destro&#8217; milanese. Naturalmente, in queste congiunture scandalistiche, la prima cosa e&#8217; gridare al complotto: chi e&#8217; il &#8216;grande vecchio&#8217; e chi manovra? Facile l&#8217;accusa ai servizi segreti (e a Palazzo Chigi) come mostrano di fare, più&#8217; o meno velatamente, &#8216;Repubblica&#8217; e &#8216;Il fatto quotidiano&#8217;, che riportano presunte lamentele di Tremonti al premier circa sospetti pedinamenti. I giornalisti si sa ci sguazzano con questi scenari da romanzo spionistico. Per ora, comunque, non ci resta che affidarci ai fatti e limitarsi alle verita&#8217; ufficiali: il coinvolgimento di Milanese deriva dall&#8217;inchiesta omnibus sulla P4 avviata dalla Procura di Napoli a carico di Luigi Bisignani e della sua cricca. Per ora, i mandanti della &#8216;vicenda Milanese&#8217; sono dei Giudici che hanno avviato questa discussa (e per molti versi discutibile) inchiesta giudiziaria. Si sa questa inchieste alla fine hanno molti padri putativi: nel senso che più&#8217; fronti politici alla fine ci saltano addosso a cavalcarle. Nessun dubbio che i nemici PDL di Tremonti non siano scontenti delle disgrazie del Commercialista di Sondrio, sentito come algido e arrogante. Ma e&#8217; anche evidente la speculazione della stampa di opposizione, tesa ad accreditare l&#8217;inettitudine del Governo a fronteggiare la crisi. Fughiamo comunque con una certa facilita&#8217; l&#8217;ipotesi che tiene più&#8217; banco presso i giornali di questi giorni, ovvero che sia in atto un &#8216;metodo Boffo&#8217; contro Tremonti da parte di Berlusconi e del centrodestra. D&#8217;accordo, un po&#8217; di polemica sull&#8217;uomo dei tagli e&#8217; facile e per certi versi anche inevitabile: per una comprensibile esigenza di sfogo per la frustrazione di un centrodestra che non e&#8217; riuscito a mantenere le promesse del &#8216;meno tasse per tutti&#8217;; un po&#8217; queste polemiche fanno parte del &#8216;teatrino&#8217; del rinnovamento inaugurato con la Segreteria Alfano che deve pagare un prezzo al dibattito interno, per marcare (almeno mediaticamente) una svolta rispetto alla Gestione Verdini. Ma non puo&#8217; sfuggire a nessuno che il centrodestra non puo&#8217; pagare il prezzo di disfarsi di Tremonti ora, in piena tempesta valutaria e in piena manovra. Un precedente in questo senso puo&#8217; venire dalle vicende che precedettero l&#8217;avvento a Palazzo Chigi di Carlo Azeglio Ciampi nel 1993, quando la DC, tramite i periodici cattolici, inizio&#8217; a soffiare la polemica sulla presunta affiliazione massonica del numero uno di allora di BancaItalia, nell&#8217;ambito di una poco fortunata campagna complottista con la quale lo Scudo Crociato, ormai agonizzante, cerco&#8217; di attribuire la colpa dell&#8217;allora crisi economica ad oscuri burattinai. Una campagna denigratoria che per altro era indicativa della frustrazione DC la quale vedeva sottrarsi la &#8216;leadership&#8217; politica dell&#8217;emergenza economica a vantaggio di un Tecnico, senza cosi&#8217; poter bissare i vantaggi goduti in altri tempi ed in analoghe circostanze (vedi solidarietà nazionale 1976-79). Questo precedente credo dia ragione del vero contesto e della vera utilita&#8217; politica che il centrodestra potra&#8217; trarre da una speculazione anti-tremonti: logorare Tremonti sulla via di un possibile Governo di Unita&#8217; Nazionale, comprendente finiani, PD e parte del PDL. La circostanza poi che siano i media di Sinistra (Repubblica, il Fatto etc.) a cavalcare lo scandalo Milanese diverra&#8217; verosimilmente per Berlusconi e i suoi l&#8217;argomento fondamentale per addurre davanti all&#8217;opinione pubblica &#8216;d&#8217;ordine&#8217; l&#8217;argomento per dedurre l&#8217;impreparazione della Sinistra a fronteggiare l&#8217;emergenza e a farsi carico di un nuovo governo senza Silvio. Se quanto detto fosse vero, cio&#8217; la direbbe lunga sul &#8216;rinnovamento PDL&#8217; in atto, che a parole dice di voler andare &#8216;oltre Silvio&#8217;, ma che in realta&#8217; serve (gattopardescamente) la più&#8217; netta continuita&#8217; a Silvio, falciandone la concorrenza. Il punto pero&#8217; e&#8217; che se nel breve periodo questo &#8216;battage&#8217; scandalistico impedira&#8217; a Tremonti di emergere come leader di un nuovo Governo che faccia le scarpe a Silvio, nel lungo periodo il prestigio di Tremonti si rafforzera&#8217; oltre misura: allora la presenza di Giulio diverra&#8217; concorrenziale e non sara&#8217; facile per i dirigenti PDL disfarsene. Si sa, le crisi economiche conferiscono molto prestigio a chi le gestisce: si ricordino ad esempio, le vicende della &#8216;quota 90&#8242; che nel 1925-26 contribuirono a rafforzare la leadership di Mussolini addirittura prima e di più&#8217; delle leggi eccezionali del fascismo. Se Tremonti sapra&#8217; giocarsi bene la carta del rigore e della sana finanza in questo difficile frangente, allora nessuno nel PDL potra&#8217; fermarlo, sbilanciando fortemente su se stesso la leadership a spese di Silvio, di Alfano e del PDL. Sara&#8217; difficile fermarlo allora: specie se il Ns potra&#8217; apparire credibile e maturo per guidare un &#8216;governo d&#8217;affari&#8217; alternativo a Berlusconi, magari con l&#8217;opposizione.</p>
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		<title>Julius Evola e il fascismo</title>
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		<pubDate>Sat, 25 Jun 2011 21:14:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mugnai</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.arezzopolitica.it/2011/06/25/julius-evola-e-il-fascismo/"><img align="left" hspace="5" width="150" height="150" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2011/06/evola-150x150.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="evola" title="evola" /></a>di Federico Mugnai- Julius Evola è stato un intellettuale di riferimento per una parte del radicalismo di destra del secondo dopoguerra e per i movimenti extraparlamentari neofascisti costituitisi negli anni di piombo. Come è noto gli intellettuali che rifiutavano di sottomettersi all’egemonia culturale di stampo gramsciano e quindi di accettare le tesi dell’antifascismo militante furono bollati [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-7687" title="evola" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2011/06/evola.jpg" alt="evola" width="363" height="501" />di <strong>Federico Mugnai-</strong> Julius Evola è stato un intellettuale di riferimento per una parte del radicalismo di destra del secondo dopoguerra e per i movimenti extraparlamentari neofascisti costituitisi negli anni di piombo. Come è noto gli intellettuali che rifiutavano di sottomettersi all’egemonia culturale di stampo gramsciano e quindi di accettare le tesi dell’antifascismo militante furono bollati a quel tempo come fascisti. Tra questi si ritrova anche Evola, in compagnia di altri grandi intellettuali e giornalisti come Montanelli, Longanesi, Guareschi e Prezzolini. Oggi, a distanza di anni, depurati dalle scorie del secondo dopoguerra e con il tramonto delle grandi ideologie del Novecento, ci pare ovvio come i giornalisti e gli intellettuali sopra citati non fossero fascisti. Il lettore forse potrebbe obiettare sul fatto che anche Evola non rientri nella categoria degli intellettuali fascisti. Va detto, che sebbene Julius Evola più volte nelle sue opere abbia elogiato il fascismo italiano, è però anche vero come durante il regime mussoliniano Evola sia stato un emarginato, non abbia mai avuto un ruolo nel partito fascista e sia stato criticato e visto con sospetto da molti esponenti fascisti. A tal proposito sono chiare le parole di Renzo De Felice, il grande storico del fascismo, nel suo celebre libro “Intervista sul fascismo “: “Evola significa una forma di tradizionalismo, una sorta di concezione che da un lato è cosmo storia, e dall’altro grande catastrofismo. Tutte cose, queste che nel fascismo non ci sono, o rappresentano delle componenti estremamente marginali e minoritarie”. Evola è quindi riconducibile come intellettuale alla cultura di stampo nazista rispetto a quella fascista. Infatti tra il fascismo e il nazismo molte sono le differenze, sia per certi aspetti di tipo culturali, ideologici, ma anche per caratteristiche psicologicche-morali. In questa sede ci limitiamo ad un’analisi sintetica e se vogliamo semplicistica delle divergenze tra fascismo e nazismo. E’ indubbio come nei giornali fascisti, nella stessa pubblicistica trasudi un ottimismo vitalistico, che è la gioia, la speranza, la giovinezza, la lotta come la lotta per la vita. Una prospettiva quindi di progresso e modernizzazione che nel nazismo non si riscontra. Il nazismo nega infatti l’idea di progresso. Esiste si l’ottimismo anche nel nazismo, ma ha il sapore della tragedia, con la paura della degenerazione della civiltà europea, con la volontà di restaurare un’era precedente e in nome della tradizione sgomberare il terreno dagli acquisti del mondo industriale, del capitalismo e dell’urbanesimo. Tutto ciò nel fascismo è molto più sfumato e la stessa concezione della razza e la polemica antiborghese sono molto meno accentutati, perché trovano eco solo nella parte più radicale del fascismo (come ad esempio Farinacci e Preziosi). E’ per questi motivi che un intellettuale di spicco come Julius Evola è salito alla ribalta soprattutto nel dopoguerra per dar voce ad una parte minoritaria del fascismo italiano proveniente dalla Rsi che fa appunto riferimento a quella destra radicale che si nutre del pessimismo tragico, del senso della morte che incombe, di un superomismo che è un’affermazione della propria volontà per combattere il sistema. Una destra estremista questa che più che proporre combatte contro qualcosa, più che prospettare un futuro si addolora del presente, più che creare tende a distruggere rievocando vecchi miti e riti ancestrali.</p>
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		<title>Giovanni Gentile e la via negata dai &#8220;cultori dell&#8217;antifascismo&#8221;</title>
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		<pubDate>Sun, 24 Apr 2011 20:37:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mugnai</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.arezzopolitica.it/2011/04/24/giovanni-gentile-e-la-via-negata-dai-cultori-dellantifascismo/"><img align="left" hspace="5" width="150" height="150" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2011/04/GiovanniGentile-150x150.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="GiovanniGentile" title="GiovanniGentile" /></a>di Redazione-Prendiamo purtroppo atto che non sarà intitolata una via né sarà posta una lapide, a Firenze, per ricordare il filosofo Giovanni Gentile, ucciso in un agguato dai Gap partigiani il 15 aprile 1944. Lo ha stabilito il consiglio comunale bocciando, al termine dei lavori, un ordine del giorno presentato dal consigliere del Pdl, Francesco [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignleft size-full wp-image-7162" title="GiovanniGentile" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2011/04/GiovanniGentile.jpg" alt="GiovanniGentile" width="278" height="208" />di Redazione</strong>-Prendiamo purtroppo atto che non sarà intitolata una via né sarà posta una lapide, a Firenze, per ricordare il filosofo Giovanni Gentile, ucciso in un agguato dai Gap partigiani il 15 aprile 1944. Lo ha stabilito il consiglio comunale bocciando, al termine dei lavori, un ordine del giorno presentato dal consigliere del Pdl, Francesco Torselli. Sono stati 24 i voti contrari (tra i quali Pd, Sel, Per un&#8217;altra città), quattro i favorevoli (Pdl). Favorevole alla proposta anche lo storico Franco Cardini. &#8220;La mia proposta di intitolazione vuole essere un omaggio alla figura culturale di Gentile, e prescinde totalmente dalla solita polemica sulla sua uccisione da parte del partigiano Bruno Fanciullacci&#8221;, ha spiegato Torselli, presentando l&#8217;atto. Ma non è bastato. &#8220;Firenze è una città di profonda natura antifascista e di libertà &#8211; ha commentato l&#8217;assessore al traffico, Massimo Mattei &#8211; Mettere una lapide o intitolare una via a chi, comunque, con il suo supporto e i suoi scritti, stava in un partito che limitava la libertà, è qualcosa che ancora andrebbe ad offendere la memoria di tanti fiorentini&#8221;.  Riportiamo queste parole che ci inducono a pensare che ancora a 66 anni dalla Liberazione c’è chi si oopone ad una conciliazione tra gli italiani. Parliamoci chiaro: Giovanni Gentile, non può essere etichettato come fascista, perché dietro la sua figura c’è un uomo di grande spessore culturale ed intellettuale che ha contribuito con i suoi scritti, con le sue opere e con i suoi insegnamenti alla crescita dell’Italia e del suo prestigio nel mondo, al di là delle sue scelte politiche. Potremo fare un esempio, se vogliamo stupido, ma che rispecchierebbe la mentalità che sottende certe scelte discordanti con quella che è la “ratio umana”: anche Palmiro Togliatti fu collaboratore di Stalin e in un certo modo contribuì a limitare la libertà del popolo russo fu anche lui responsabile morale degli eccidi sistematici, dei Gulag, della deportazione forzata degli oppositori politici e dei kulaki. No, noi non siamo così cretini. Noi non ragioniamo in nome della “religione dell’antifascismo”; noi anteponiamo l’Italia a tutti quei valori che la rappresentano. Vogliamo condannare un’intera generazione di uomini, donne, intellettuali, soldati, piccoli borghesi, artisti, etc.. che hanno più o meno creduto che il fascismo fosse una via necessaria per lo sviluppo dell’Italia? Rischiamo così di &#8221;ghigliottinare&#8221; una buona parte degli italiani; questa logica risente del giudizio espresso da certa sinistra intellettuale sull’immaturità perenne del popolo italiano nelle scelte politiche. Non pensiamo di essere eretici affermando che certo “antifascismo bigotto” è l’ostacolo primario per una autentica e profonda unità d’Italia, che sia punto di riferimento primario per alimentare nel popolo italiano quel sano spirito nazionale e quel senso civico , necessario per lo sviluppo culturale e morale di un Paese. Ora, a conclusione di questa breve nota, ci pare opportuno ricordare, tra le tante cose, quale fu la ragione per cui Gentile si schierò con la Rsi. Riprendendo le parole di De Felice in “Rosso e Nero” ecco cosa afferma il famoso storico reatino: “Il filosofo era stato l’unico a parlare chiaro contro la pratica del terrore, fin dal momento in cui aveva accettato la presidenza dell’Accademia d’Italia saloina, esortando Mussolini alla “pacificazione degli italiani”, per preservare l’unità degli animi, evitare che la guerra civile arrivasse alle più estreme conseguenze. Un ragionamento cominciato con il Discorso agli Italiani, il 23 giugno  del 1943, a un mese dalla caduta del fascismo.. Un obiettivo difficile, come è facile immaginare, che forse, per il filosofo fu la vera ragione della sua uccisione: l’eventualità che l’idea di una pacificazione nazionale potesse trovare terreno fertile fra i giovani, al Nord come al Sud, preoccupava sommamente una parte dei vertici della Resistenza, soprattutto comunisti. Perciò: “Quanti oggi invitano alla concordia, sono complici degli assassini”, scriveva il latinista-stalinista Concetto Marchesi, in polemica con uno dei principali interventi conciliatori di Gentile, l’articolo “Ricostruire” uscito sul “Corriere della Sera” negli ultimi giorni del 1943, e concludeva così: “Per i manutengoli del tedesco invasore e dei suoi scherani fascisti, la giustizia del popolo ha emesso la sua sentenza: morte.“</p>
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		<title>Giuseppe Prezzolini e il sogno di una Destra italiana normale</title>
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		<pubDate>Thu, 03 Feb 2011 21:30:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Frabetti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.arezzopolitica.it/2011/02/03/giuseppe-prezzolini-e-il-sogno-di-una-destra-italiana-normale/"><img align="left" hspace="5" width="150" height="150" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2011/02/prezzolini-150x150.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="prezzolini" title="prezzolini" /></a>di Giorgio Frabetti- Nell’Intervista sulla Destra, che pubblicheremo a brani a partire da sabato 05 febbraio prossimo, ritroveremo la più piena e spassionata testimonianza culturale del grande Prezzolini, la cui autobiografia di uomo e scrittore si intreccia in modo singolarissimo con la politica e la cultura contemporanea. Prima di procedere nell’esposizione passo passo dell’Intervista, riteniamo opportuno [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-6312" title="prezzolini" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2011/02/prezzolini.jpg" alt="prezzolini" width="504" height="377" />di <strong>Giorgio Frabetti</strong>- Nell’<em>Intervista sulla Destra</em>, che pubblicheremo a brani a partire da sabato 05 febbraio prossimo, ritroveremo la più piena e spassionata testimonianza culturale del grande Prezzolini, la cui autobiografia di uomo e scrittore si intreccia in modo singolarissimo con la politica e la cultura contemporanea. Prima di procedere nell’esposizione passo passo dell’<em>Intervista</em>, riteniamo opportuno e necessario tracciare un breve profilo biografico, politico e culturale di Giuseppe Prezzolini (1882-1982), uno dei più grandi maestri della cultura e del conservatorismo italiani. Innanzitutto, riteniamo impossibile illustrarne la avvincente e complessa personalità, ignorando il maggiore contributo autobiografico offerto dall’Autore su sé stesso, ovvero l’<em>Italiano Inutile</em> (1950), ovvero la più grande prova autenticamente letteraria di Prezzolini scrittore. Non tragga in inganno l&#8217;aggettivo &#8216;inutile&#8217;: solo all&#8217;orecchio del &#8216;non iniziato&#8217; (alla letteratura) questo aggettivo può evocare un che di minimalista; solo ad un &#8216;non iniziato&#8217;, cioè, questo aggettivo potrà evocare l&#8217;idea di un libro di ricordi o testimonianze raccolte &#8216;alla buona&#8217;, in modo un pò improvvisato, un pò come oggi certi libri a buon mercato (vedi Lilli Gruber e simili). Certo, questa lettura è accreditata dallo stesso Prezzolini nella prefazione, quando dice: &#8220;l&#8217;editore mi ha chiesto qualcosa, io gli ho girato alcuni pezzi di ricordi già scritti”. Ma non dategli ascolto. Nell&#8217;aggettivo &#8216;inutile&#8217; è la chiave dove è riposta l&#8217;Intelligenza letteraria dell’opera, l’Intelligenza profonda che veicola il tema più segreto e vero dell&#8217;opera: l&#8217; &#8216;italiano&#8217; di Prezzolini è &#8216;inutile&#8217; come le memorie del Gozzi. Come Gozzi, Prezzolini è un letterato deluso dalle mode del tempo, è programmaticamente un Non Contemporaneo, un Antimoderno, un Inattuale; è soprattutto, un deluso dalla Cultura come Militanza. &#8216;Inutile&#8217; diventa da un lato la chiave per una decifrazione ironica e distaccata di un mondo di Militanza Culturale da cui l’Autore prende consapevolmente le distanze. In questo senso, il libro narra il cammino di Prezzolini dalla prima infanzia alle illusioni di militanza della giovinezza fino allo scoppio della II Guerra Mondiale, vissuta come un trauma, ovvero come la consumazione finale delle delusione di una generazione (quella &#8216;vociana&#8217;) approdata alle velleità del fascismo ovvero ad un inconcludente, ma settario e rancoroso anti-fascismo. &#8216;Inutile&#8217; come in Gozzi: alle falsità di un secolo che ha tradito le aspettative Prezzolini, infatti, contrappone un universo della Fantasia Letteraria a sfondo Autobiografico, attraverso cui, però, come Gozzi, il Nostro ritrova le sue radici profonde, ovvero il primato dell&#8217;Essere sul Divenire, ovvero la chiave per una sorta di Conversione Conservatrice. Dietro questa conversione al conservatorismo di Prezzolini, c’è tutta la consapevolezza degli errori insolubili di un liberalismo vissuto in gioventù nel segno del “radicalismo intransigente” (Croce), dietro ai sogni “eroici” del Risorgimento e al culto di un’èlites che, come la Destra Storica, sapesse farsi paladina della Civiltà e del Progresso Etico-Politico dell’Italia: dove Progresso significa una cosa sola, significa Stato Nazionale. Un vecchio vizio già della Destra Storica che Benedetto Croce nella sua <em>Storia d’Italia</em> del 1927 denuncerà come <em>tabe</em> “retorica” del liberalismo italiano e di cui il filosofo di Pescasseroli vedeva il principio prima nell’intransigenza dei superstiti della Destra Storica (come Sonnino e Franchetti), poi nell’interventismo fino al fascismo, visto come deragliamento “dannunziano” e “attivista” del liberalismo italiano (nelle cui risacche poi effettivamente il liberalismo classico post-risorgimentale in Italia naufragherà davvero). In effetti, deve dirsi che Prezzolini recepì non poco (e precocemente) questa lezione crociana della storia contemporanea. Lui, che aveva tanto calcato con la <em>Voce</em> i tasti del radicalismo interventista, ai tempi del fascismo vedeva nel movimento mussoliniano una diretta filiazione vociana (Mussolini era stato suo sostenitore ai tempi de <em>La Voce</em>), ma anche nell’antifascismo militante. Di qui, si deve la parte più controversa della sua vita, anche recentemente oggetto di reprimende severe (vedi ASOR ROSA, <em>Il Silenzio degli Intellettuali</em>, 2009). Molto criticato (e distorto) è stata l’interpretazione che gli storici e politici antifascisti hanno dato al celebre invito di Prezzolini agli intellettuali (in un articolo del 1922) a diventare, davanti al fascismo, &#8216;apoti&#8217;. Subito stigmatizzato da Piero Gobetti nel suo “Elogio della Ghigliottina”, nel tempo l’articolo ha fatto germogliare (specie nel cotè intellettuale comunista e azionista) un&#8217;interpretazione che ha cristallizzato in Prezzolini l’immagine dell’intellettuale machi avello e politicamente Agnostico, corruttore degli Intellettuali, portati così sulla “cattiva strada” di quel Rifiuto della Militanza, che avrebbe favorito il fascismo, favorendo così le note sciagure militari e sociali dell’Italia e impedendo l’evoluzione moderna e liberale dell’Italia. Un’interpretazione, per altro, ripresa e attualizzata da Eugenio Scalfari in un articolo di fondo pubblicato su <em>Repubblica</em> il 27/09/2009, a proposito del rapporto Berlusconi-Mondo della Cultura. Ora, una cosa deve essere assolutamente chiarita: con queste dichiarazioni, Prezzolini non intendeva fare pubblica apologia di fascismo: nessun dubbio, infatti, che Prezzolini ne presentisse chiaramente l’avventurismo (anche se di Mussolini restò buon amico, pur non approfittando di nulla). Prezzolini, però, si rendeva conto di avere avuto una parte di responsabilità non secondaria nel creare questo brodo di coltura del fascismo attraverso la &#8216;voce&#8217;; e onestamente e per senso di responsabilità verso la storia non intese disconoscere questo dato di fatto inoppugnabile: per questo, riteneva di non &#8216;poter bere&#8217; alla fonte dell&#8217;antifascismo (a-potos, dal greco, colui che non beve).  Più tardi, specificando questa sua posizione, e con molta lucidità, Prezzolini ebbe a far propria una frase di Curzio Malaparte, che disse della &#8216;voce&#8217;: &#8216;la voce ha creato il fascismo e l&#8217;antifascismo&#8217;. Prezzolini comunque si rirproponeva che la pregressa appartenenza “Vociana” e il richiamo ad essa anche da giovani militanti della cultura e della politica (come Gobetti) funzionasse come “fondo comune” di responsabilità e critica nazionale ed un freno contro la carica populista, demagogica e avventuriera che il fascismo stava conferendo alla vita politica italiana. Una posizione che oggi chiameremo “pre-revisionista”, per gli impressionanti punti di contatto che la visione prezzoliniana presentava con la visione politica di Rocca prima e poi di Bottai, espressa su <em>Critica Fascista</em> e poi da quest’ultimo proseguita sulla rivista <em>Primato</em> (ricordiamo che i compagni d’arme e di trincea di Bottai nella Grande Guerra ricordano che il Gerarca teneva nel suo zaino una pila di liberi di Papini, di Soffici, e di Prezzolini, a riprova del grande legame intellettuale tra questi personaggi). Dove, comunque, Prezzolini fu più lucido rispetto ai contemporanei, fu nel comprendere come la crisi dello Stato liberale non era solo una crisi sociale, ma anche una crisi di ricambio generazionale e che con la lotta fascismo/antifascismo si stava aprendo la lotta per la successione. Di qui, mentre tutti i commentatori (Croce, Gobetti) erano convinti che Mussolini sarebbe stato una semplice “parentesi autoritaria” alla Pelloux, ma destinata ad essere riassorbita dal gioco delle istituzioni liberali, Prezzolini comprese che il fascismo sarebbe durato vent’anni: il tempo di coprire una o due generazioni di classe dirigente. E non sbagliò previsione. E’ a questo punto che la testimonianza di Giuseppe Prezzolini si fa quanto mai attuale per noi, perché in fondo, il vuoto di classe dirigente che si è aperto in Italia nel primo dopoguerra, a causa di complesse vicende, non si è di fatto ancora colmato. Impressionante che questo problema fosse denunciato da Prezzolini nel 1922, come lo stesso problema fosse denunciato da Bottai prima durante il fascismo e poi nel post-fascismo nella rivista <em>ABC</em>. Una fragilità di classe dirigente, di cui la storia d’Italia ha espresso vari segni, specie nel II dopoguerra: dalla persistente prassi del “governo dei Direttori generali”, ovvero della prassi (di marca trasformistica e ministerialista) che vede le burocrazie ministeriali contare di più nel processo legislativo dello stesso parlamento (di qui, l’uso frequente del Decreto Legge o Delegato e la subalternità dei Parlamenti ai Governi, mai risolta dal fascismo ad oggi). L’altro segno è stato, nel secondo dopoguerra, il tentativo  di supplire l’assenza di un ceto politico conservatore prima (tra il 1948 e il 1974), chiamando i cattolici anche nella loro espressione gerarchica a surrogare, in chiave di stabilizzazione contro l’estremismo politico, l’assenza di un ceto politico conservatore. Con una Chiesa che ancora oggi diventa in modo non sempre acconcio pietra di paragone della legittimità delle proposte conservatrici (una prassi come dichiara Massimo Introvigne, comunque, non estranea al fusionismo conservatore che ha espresso Reagan e Bush Jr.). In secondo luogo, l’assenza di una classe dirigente conservatrice è stata resa evidente dal tentativo di supplire a questa mancanza con la costruzione del “carisma” di Silvio Berlusconi che ha dominato l’Italia per un ventennio, ma senza favorire il consolidamento di una classe dirigente liberale e conservatrice. <strong>Una cosa deve essere chiarita: l’assenza di una classe dirigente conservatrice non significa solo mancanza di questo o quel partito politico, significa tout court assenza di una classe dirigente che, pur nella varietà dei partiti e degli schieramenti, sappia guidare il Paese entro una visione coerente con la propria storia e i propri talenti! </strong>Una fragilità di ceto politico conservatore che, per altro, non è che il riflesso del fallimento di quella che (come diceva Bottai) avrebbe potuto essere la funzione storica più ovvia e naturale del fascismo: compiere il processo di unificazione nazionale, conferendo all’Italia un “nucleo duro” di classe dirigente all’altezza dei nuovi compiti “nazionali” e che, perdurando e <em>conservandosi</em> nel tempo, sola avrebbe potuto equiparare l’esperienza statuale italiana a quella europea. Fallendo il fascismo e così tragicamente, non meraviglia che il cammino politico e statuale dell’Italia si sia incagliato in modo così pesante. A conclusione di questo breve <em>excursus</em> e rimandando i lettori alle puntate dell’Intervista sulla Destra che da questo sabato e per 12 sabati usciranno nel Ns. <em>newsmagazine</em>, crediamo sia giusto porsi un’essenziale domanda: Tipi come Giuseppe Prezzolini non rinasceranno più? I tipi come Prezzolini, ma anche come gli amici Papini, Soffici &#8230; sono nati in un mondo che coltivava la serietà dell&#8217;Impegno Intellettuale, ovvero della Riflessione impegnata. Ma questo esigeva capacità di ascolto, di lettura in profondità, spirito critico. Forse che le attuali istituzioni scolastiche educano a saper leggere, allo spirito critico? Ai tempi di Prezzolini, c&#8217;erano molti analfabeti, che, però, sapevano il loro limite e contribuivano a che nella Società gli intellettuali (i &#8216;letterati&#8217;) fossero &#8216;portati&#8217; con rispetto. Oggi, c&#8217;è l&#8217; &#8216;analfabetismo di ritorno&#8217; di chi non sa effettivamente interpretare fatti ed avvenimenti, ma di chi magari è sempre stato promosso a scuola, e si crede di sapere. Forse la situazione attuale è paragonabile a quella dell&#8217;Atene classica, dominati dai Sofisti che commercializzavano le idee. Anche oggi (come in Atene), ci vorrebbe un Socrate che sa di non sapere e che ristabilisce le ragioni del &#8216;pensiero vero&#8217; e della &#8216;onesta ricerca&#8217; tra gli ignoranti e i finti sapienti. Come Prezzolini nei primi del secolo. Questo credo il contributo positivo che Prezzolini ha dato alla cultura italiana. Ha fatto onore a Prezzolini riconoscere gli errori di certo settarismo cui aveva dato luogo il movimento &#8216;vociano&#8217; e di aver sempre tenuto fede ad un rigore di critica intellettuale, specie con sé stesso.</p>
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		<title>Storia del fascismo 5a parte- Il Regime e il Vaticano</title>
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		<pubDate>Fri, 29 Oct 2010 22:03:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Frabetti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.arezzopolitica.it/2010/10/30/storia-del-fascismo-5a-parte-il-regime-e-il-vaticano/"><img align="left" hspace="5" width="150" height="150" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/10/Mussolini-_pope-_king_flag_56-150x150.png" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="Mussolini-_pope-_king_flag_56" title="Mussolini-_pope-_king_flag_56" /></a>di Giorgio Frabetti e Federico Mugnai- Il 24 marzo 1929, il regime fascista ottenne con il 99% dei “si” una legittimazione decisiva con il plebiscito della lista unica fascista designata dal Gran Consiglio per la Camera dei Deputati. Elezioni “farsa” fin che si vuole, ma comunque sintomatiche dell’effettiva volontà del popolo italiano, maturata specie a seguito [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-5452" title="Mussolini-_pope-_king_flag_56" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/10/Mussolini-_pope-_king_flag_56.png" alt="Mussolini-_pope-_king_flag_56" width="384" height="233" />di <strong>Giorgio Frabetti</strong> e <strong>Federico Mugnai</strong>- Il 24 marzo 1929, il regime fascista ottenne con il 99% dei “si” una legittimazione decisiva con il plebiscito della lista unica fascista designata dal Gran Consiglio per la Camera dei Deputati. Elezioni “farsa” fin che si vuole, ma comunque sintomatiche dell’effettiva volontà del popolo italiano, maturata specie a seguito della Conciliazione Stato-Chiesa del precedente 11 febbraio 1929, evento che legò in maniera decisiva il voto degli italiani al regime. Della diatriba Stato-Chiesa in Italia abbiamo dato sommariamente conto nel nostro post <em>Porta Pia, una breccia per l’Unità di Italia</em> del 20/09 u.s. su questo <em>newsmagazine</em>, cui si rinvia. Nell’ottica di queste puntate di storia del fascismo, però, ci preme evidenziare l’intero processo di inizio, ascesa, consolidamento e fine del fascismo: la Conciliazione del 1929, pertanto, sarà vista come un capitolo essenziale e decisivo delle fasi di consolidamento del regime. Che la Conciliazione Stato-Chiesa dopo l’unificazione nazionale sia avvenuta proprio sotto il regime fascista è circostanza che può apparire un “controsenso”: come avrebbe uno Stato dalle ambizioni totalitarie, quale fu quello fascista, accettare di legittimare, tramite il Concordato, una contro-parte scomoda come la Chiesa che, se sarebbe falso attribuirle finalità di “ingerenze”, non si sarebbe mai tirata indietro dall’esprimere il suo punto di vista “etico” sulla politica in strisciante concorrenza con il regime? E questo tanto più che il nuovo Stato fascista, costruito con ipoteche rivoluzionarie evidenti, inglobava in sé un evidente supplemento di legittimazione etica, non rinvenibile, ad esempio, nelle più neutrali democrazie liberali. Di questa contraddizione, si rese lucidamente conto un mèntore del fascismo come Giovanni Gentile, nel suo famoso discorso alla Casa del Fascio di Bologna il 18 ottobre 1926, il quale, interpretando coerentemente il fascismo come “Stato Etico”, rigettava decisamente la Conciliazione con il Vaticano. La risposta a questa apparente contraddizione va colta, non tanto rivitalizzando le fruste teorie del fascismo come “totalitarismo mancato” o come “totalitarismo monco”, quanto ponendo mente alle parole di Renzo De Felice e di Sabino Cassese, i quali hanno ritenuto immanente nel regime un certo quale pluralismo istituzionale (vedi Sindacati, Chiese etc.), inteso, da un lato, come “prezzo politico” pagato da Mussolini ai compromessi con i ceti economici, sociali che ne avevano consentito l’ascesa, e, dall’altro, accettato dal Duce per favorire il <em>divide et impera</em> tra le forze sociali, in modo da valorizzare al massimo il suo ruolo di mediatore/“decisore finale” delle controversie economiche, sociali … che, pur dietro l’apparenza monolitica del regime, tornavano comunque a manifestarsi (e che non avrebbero potuto più sfogarsi nella stampa e nella dialettica parlamentare). Di questo “metodo di Governo” (utilizzato anche verso l’industria, i Sindacati etc.), il rapporto Stato fascista-Chiesa costituisce un saggio esemplare. In questa sede, possiamo dire che, sul piano tattico e del rafforzamento personale, Mussolini utilizzerà il rapporto Stato-Chiesa e la Conciliazione per “dinamizzare” a suo favore i rapporti di forza all’interno del regime. Innanzitutto, la Conciliazione servirà a Mussolini per riallineare a sé l’opinione pubblica ben pensante e moderata, dopo la sterzata “giacobina” del regime con le leggi eccezionali del 1926 date in pasto agli “intransigenti” fascisti, per placarne l’arroganza. In secondo luogo, la Conciliazione accrebbe specie negli Stati Cattolici la credibilità e il prestigio internazionale del regime fascista. In un altro senso, colto lucidamente dallo storico Renzo De Felice, la Conciliazione segnò un punto essenziale nella strategia di Mussolini di fidelizzare i ceti conservatori e contribuì a confermarne nel <em>Duce</em> il monopolio della rappresentanza, arginando qualsivoglia concorrenza moderata e costituzionale “laica”: “Non è senza ragione- scrive De Felice nel suo terzo volume dedicato alla vita di Mussolini – se con la Conciliazione in poi sarà impossibile la formazione di un centro-destra moderato laico [alla Salandra, per intenderci NdA]”.E comunque con la Conciliazione il Regime giunse ad un enorme livello di prestigio, per la straordinaria prova di forza e di stabilità che il regime riuscì a dare di sé: in effetti, mai la Chiesa avrebbe compiuto un atto così importante se avesse avuto percezione di avere davanti un regime debole. Ma soprattutto, fedele al <em>modus</em> operandi tattico e “pendolare” che lo aveva contraddistinto fin dai primi anni di Governo, Mussolini sarà talmente abile dal non lasciarsi egemonizzare né in senso cattolico, né in senso conservatore, cosa che ci si sarebbe potuti aspettare a seguito della Conciliazione Stato-Chiesa.  Il <em>Duce,</em> infatti, ebbe sempre presente la strategia che la Chiesa di Papa Pio XI si prefigurava con il Concordato: senza nutrire troppe illusioni sul fascismo e le sue possibili “radici cristiane”, il Vaticano, cioè, volle approfittare dell’atteggiamento benevolo manifestato nei suoi confronti da Mussolini, per favorire la penetrazione delle Associazioni Cattoliche nella “società civile” italiana nell’ottica di favorirne una “restaurazione in senso cristiano” dopo lo strappo del Risorgimento. Il tutto, sotto l’egida vigile di un’<em>Azione Cattolica</em> di diretta emanazione pontificia con una rinnovata presenza cattolica nell’educazione della gioventù, dell’infanzia, in vista della formazione di una classe dirigente cattolica solidamente al centro dello Stato. Sarà facile per Mussolini moderare il Papa, giocando al <em>divide et impera</em> tra la Chiesa e i settori più intransigenti del fascismo (Farinacci, Starace) che, anche per contrastare il ridimensionamento/svuotamento imposto dal Duce al PNF dopo il 1926 enfatizzeranno la missione del PNF di “conquista dei giovani”, vedendo nei giovani il “semenzaio” ideale di quella “Rivoluzione fascista” promessa dal Duce con la riforma in senso fascista dello Stato attuata tra il 1926 e il 1928 (Tribunale Speciale, Gran Consilgio etc.), ma … “differita”. Non ci vuol molto a capire come fosse facile l’urto di queste file del PNF  con la Chiesa, essendo la Gioventù un fronte di comune interesse. Su questa chiave, quindi, i rapporti Chiesa-Fascismo restarono sempre in un ambito di sostanziale equilibrio, nonostante le successivi crisi (specie nel 1938) sulle leggi razziali e sull’<em>Azione Cattolica</em> (da ricordare la “battaglia contro le sale da ballo” intraprese dai preti contro i Dopolavoro del Regime). A questo punto, però, occorre precisare perché Papa Pio XI, per la sua strategia di riconquista cattolica dell’Italia, si affidasse ad un dispositivo giuridico (il Concordato, la Conciliazione, la Convenzione finanziaria) equivalente di per sé ad un trattato internazionale, che presupponeva un riconoscimento della Chiesa quasi come Stato di pari livello al fascismo. Ora, nulla di per sé obbligava i rapporti Stato-Chiesa a sfociare in questi atti: in effetti, dal 1919 era stata avviata da Vittorio Emanuele Orlando una trattativa con la S. Sede, ma allo scopo di ottenerne l’assenso per una riforma della legge sulle guarentigie del 1871 (atto unilaterale del Parlamento italiano) e non per concludere un accordo … tra Stati. Su questa linea del resto si era mosso anche il Governo Fascista prima con la proposta Santucci del 1925 e poi con la proposta Rocco del 1926. Non sembri questa opera di distinzione puramente formalistica e leguleia, perché questo passaggio assumerà per gli sviluppi successivi un significato politico sostanziale. Fu, infatti, Pio XI, nel 1926, nel corso delle trattative avviate da Rocco sul suo disegno di legge, ad imporre il negoziato e il trattato “internazionale”. Una mossa, che oltre ad essere decisiva nell’economia degli accordi del 1929, deve leggersi come sintomatica delle riserve del Pontefice sul Regime: in primo luogo, il Papa chiedeva tempo per verificare se il Regime sarebbe durato (si era nel 1926 con un regime messo alla prova dalla crisi economica che mordeva e che avrebbe portato alla vicenda della “quota 90”); in secondo luogo, il Papa temeva che una regolazione dell’Associazionismo Cattolico (e dell’<em>Azione Cattolica</em>) affidata alla legislazione statale non avrebbe sottratto le Associazioni dai rigori di una legge di pubblica sicurezza già molto severa e “ideologica” sui cd “enti di fatto” e di cui già il PPI e la CIL (specie dopo il 03 gennaio 1925 e dopo i provvedimenti a difesa dello Stato del novembre 1926) stavano pagando duramente dazio. In altre parole, Pio XI volle riprendere il filo dell’Associazionismo Cattolico, rilanciandone l’iniziativa dopo le sconfitte del 1922-24, mettendolo sotto un’ala protettiva più sicura, quella dell’<em>Azione cattolica</em> (riformata già dal 1922 con questo scopo di “recupero”), non escludendo un recupero dei quadri associativi cattolici per la politica in eventuali altri tempi migliori. Ma una simile “tutela” dell’Associazionismo cattolico già sturziano avrebbe richiesto un qualcosa in più: la tutela dell’<em>Azione cattolica</em> fu, quindi, assunta direttamente dal Papa, ma non da un Papa solo capo religioso, ma da un Papa … “capo di Stato” con il quale lo Stato fascista avrebbe dovuto trattare alla pari e non come un “suddito”! I due obiettivi, quindi, che il Duce e il Papa si proponevano erano antitetici e strumentali: il Duce voleva rafforzare il regime, conseguendo il consenso della Chiesa, il Papa voleva rafforzare l’associazionismo cattolico a danno (in prospettiva) del movimento fascista. Comunque, se nella congiuntura politica favorevole che abbiamo sopra descritto, tra il 1926 e il 1928 nelle trattative Stato-Chiesa (condotte da Barone e dall’Avv. Pacelli, rispettivamente per lo Stato Italiano e il Vaticano) non si registrarono particolari tensioni, queste si sarebbero, però, manifestate nel lungo periodo, facendo emergere le reciproche riserve mentali dei Contraenti. Una prima avvisaglia dello scontro fu nel 1927 l’istituzione dell’<em>Opera Nazionale Balilla</em>, che comportò l’abrogazione e la soppressione di qualsiasi altra organizzazione ricreativa e sportiva: a farne le spese fu soprattutto, l’<em>Associazione degli Esplotatori Cattolici</em> (gli <em>Scout</em>), duramente colpiti dal regime per il loro rigido inquadramento. Il colpo per la Chiesa e per le sue ambizioni di “influenza” sull’educazione cattolica della gioventù fu duro. L’irrigidimento del Vaticano sul punto fu comunque momentaneamente alleggerito in sede di stipula del Concordato dal riconoscimento dell’<em>Azione Cattolica</em>, come organizzazione principale di “collaborazione del laicato con la Gerarchia”. Una concessione di cui comunque ben presto apparve chiara la strumentalità da parte di Mussolini, non appena <em>l’Azione Cattolica</em> “riciclò” vecchi dirigenti popolari ai vertici e non placò quella propensione che Mussolini più temeva, ovvero la propensione ad invadere la società civile, lo sport giovanile, il mondo del lavoro, come una sorta di partito cattolico (sia pure “in frigorifero” come si esprime De Felice) del tutto in concorrenza con il PNF. Dopo le polemiche della S. Sede e dell’Arcivescovo di Milano Schuster contro il Dirigente fascista Mario Giuriati nel suo discorso a Milano il 21 aprile 1931 (Natale di Roma) dai toni accesamente anticlericali, seguirono proteste giornalistiche ed atti di aggressione ai circoli dell’<em>Azione Cattolica</em> che sfociarono il 29 maggio 1931 nei provvedimenti di polizia con i quali il Regime disponeva il sequestro e la chiusura dei Circoli cattolici. Il Papa reagì duramente a questa iniziativa del regime, accusando il fascismo di “statolatria pagana” (Enciclica <em>Non abbiamo bisogno!</em> del 29 giugno 1931). Ciononostante, il congegno dei rapporti creato da Mussolini, la forza di pressione di una reazione “quadristica” sul Vaticano favorirono gli accordi tra Vaticano e Duce assunti il 02 settembre 1931 (con i buoni Uffici di padre Tacchi Venturi) e che prevedevano la fine del dominio pontificio sull’<em>Azione Cattolica</em> del Papa tramite l’Ufficio Centrale, introducendo una nuova dimensione diocesana dell’Associazione, la fine di Reparti professionali e sportivi. Comunque, nonostante queste penalizzazioni, l’<em>Azione Cattolica</em> non uscì sbandata dal confronto come era capitato al vecchio <em>Partito Popolare</em>, potendo così vivere e crescere sotto il Regime, grazie soprattutto ad una leva di giovani dirigenti (vedi Luigi Gedda) del tutto “vergini” rispetto al popolarismo prefascista. . Una vitalità dell’<em>Azione cattolica</em>, che diede motivo a nuovi aspri scontri con il PNF nel 1938 in concomitanza delle leggi razziali, in occasione della ricostituzione degli Uffici Centrali (sul tipo della riforma del 1923) e che prefiguravano un’egemonia pontificia sull’Associazione non conforme agli accordi del 1931. In questa occasione, l’<em>Azione Cattolica</em> diede prova di una discreta capacità di “resistenza passiva” al Regime (anche se informale) grazie alla rete associativa e comunitaria creata attorno all’Associazionismo Cattolico (vedi MORO, <em>La formazione della classe dirigente cattolica</em>, Bologna, 1979), come attestò lo scontro sui “balli”, quando cioè i preti, come ripicca al regime, invitarono di fatto i fedeli a boicottare le sale da ballo, ovvero i Circoli ricreativi fascisti (dopolavoro e simili). In questo caso, però, Mussolini segnò il passo e dovette accettare il “fatto compiuto” dell’Ufficio Nazionale, nonostante gli impegni (generici e oscuri) espressi tra PNF e <em>Azione Cattolica</em> nel 1939 (Vignoli- Starace) per una conferma degli impegni del 1931 e pure recepiti, almeno nella forma, dai nuovi Statuti dell’<em>Azione Cattolica</em> approvati tra il 1938 e il 1939. Non si creda comunque che il Vaticano non abbia dovuto pagare dazio per questo nuovo “armistizio” con il Regime Fascista. In particolare, per quanto concerne le controversie conseguenti alle leggi razziali deve rimarcarsi come, ottenuta  parzialmente soddisfazione dal governo italiano con la soppressione dell&#8217;art. 2 del progetto di quello che fu poi il D.L 117 novembre 1938 n. 1728 (che in pratica definiva concubinato il matrimonio di un ebreo, anche convertito, con un ariano), davanti all&#8217;intransigenza di Mussolini verso le sue altre richieste (riguardanti soprattutto l&#8217;art.7), la Santa Sede non solo mantenne sempre la polemica sul terreno strettamente giuridico-concordatario, ma- pur avendo violato i fascisti il Concordato- si limitò ad una discreta e formale protesta diplomatica. In altre parole, pur di salvare la Conciliazione e tutto ciò che essa significava in Italia, in primo luogo l&#8217;<em>Azione Cattolica</em>, Pio XI subì una gravissima violazione del Concordato e avallò, se non nel diritto certo nelle coscienze di molti cattolici, il principio della discriminazione degli ebrei, con ciò che essa avrebbe tristemente comportato. Ovviamente la concomitante alleanza con la Germania e il sempre più evidente decorso dell’Europa verso una nuova guerra mondiale per le mire espansionistiche di Hitler, porterà  Mussolini a non insistere nei motivi di contrasto con il vaticano e a cercare nuovi consensi presso il mondo cattolico e soprattutto l’appoggio morale del Vaticano, indispensabile per i difficili momenti che la Pace Europea stava attraversando.</p>
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