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	<title>Arezzo Polis &#187; marcello dell&#8217;utri</title>
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	<description>Cultura politica, dibattito pubblico.</description>
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		<title>L&#8217;onore di Dell&#8217;Utri, presunto mafioso</title>
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		<pubDate>Wed, 24 Nov 2010 23:26:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Frabetti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica Nazionale]]></category>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.arezzopolitica.it/2010/11/25/lonore-di-dellutri-presunto-mafioso/"><img align="left" hspace="5" width="150" height="150" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/11/spatuzza-processo-04-large-150x150.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="spatuzza-processo-04-large" title="spatuzza-processo-04-large" /></a>di Giorgio Frabetti- Il reportage giornalistico dedicato domenica scorsa dal Fatto Quotidiano di Padellaro-Travaglio alla sentenza Dell’Utri costituisce un preclaro esempio di “duplicazione” giornalistica di inchiesta giudiziaria: un raffinato “gioco di specchi”, un sofisticato “teatrino” dove viene rifatto il processo a Dell’Utri, in un ideale “terzo grado” mediatico. In particolare, leggendo neanche troppo attentamente il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-5679" title="spatuzza-processo-04-large" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/11/spatuzza-processo-04-large.jpg" alt="spatuzza-processo-04-large" width="500" height="350" />di <strong>Giorgio Frabetti</strong>- Il <em>reportage</em> giornalistico dedicato domenica scorsa dal <em>Fatto Quotidiano</em> di Padellaro-Travaglio alla sentenza Dell’Utri costituisce un preclaro esempio di “duplicazione” giornalistica di inchiesta giudiziaria: un raffinato “gioco di specchi”, un sofisticato “teatrino” dove viene rifatto il processo a Dell’Utri, in un ideale “terzo grado” mediatico. In particolare, leggendo neanche troppo attentamente il <em>reportage</em> ci si accorge della tecnica (indubbiamente raffinata) di Padellaro &amp; co. di speculare sulle “asimmetrie informative” dell’Utente-Lettore. Mi riferisco non tanto all’<em>escamotage</em> (rozzo e grossolano) del titolo di apertura divenuto agevolmente famoso (<em>La mafia votò Forza Italia, avevano lo stesso programma politico</em>) quanto all’incedere del <em>reportage</em> tra stralci e riassunti della sentenza. Apparentemente, pubblicare la sentenza pare un contributo di verità e trasparenza; ma è evidente che diventa un abuso, un sofisma, quando sai in partenza che chi ti legge non sa nulla di legge e procedura penale! Con questa premessa, speculando sul lettore “pollo” ed ignorante, la mala fede giornalistica ha modo di spiegarsi pienamente e senza problemi, realizzando il curioso effetto di sovrapporre ad una “sentenza reale” (che ha assolto Dell’Utri) una “sentenza virtuale” di condanna. Come riuscirci? Scontato che l’articolo si rivolge a persone che nulla sanno di diritto (ma che verosimilmente confidano nella buona fede di chi li informa), Padellaro &amp; co. spacciano la sentenza di assoluzione per una sentenza cd “dubitativa”, le famose e infami sentenze con le quali un individuo, nel Codice fascista e fino al 1988, veniva assolto ma “per insufficienza di prove”, quindi senza raggiungere la vera riabilitazione civile. In questo copione di “duplicazione” delle sentenze, credo rivesta un ruolo-chiave l’intervista ad Ingroia uno dei PM più attivi nell’inchiesta su Dell’Utri, che nemmeno troppo implicitamente interpreta la sentenza di Appello nei termini su indicati. Un efficace congegno di influenza psicologica sui lettori, verosimilmente portati a ritenere che si Dell’Utri è stato assolto, ma è andato vicino alla condanna e solo per chissà quale cavillo (o corruzione) l’ha … “sfangata”! Per carità, non è mio interesse fare di Dell’Utri un “nuovo Tortora”, e nemmeno fare di Dell’Utri l’ennesima vittima di un errore giudiziario: non per razzismo, o classismo, ma può suscitare pietà un poveraccio (come il noto Girolimoni) che finisce stritolato nella macchina della giustizia, meno un potente che invece dispone di tutti i mezzi e influenze per uscirne. Il problema è iniziare a vedere il fatto del “processo Dell’Utri” con obiettività e senza i fumogeni della partigianeria mediatica. E l’obiettività ci riporta a ritenere che anche i passaggi di sentenza riportati da <em>Il Fatto</em> provano molto meno (in termini di rapporti Dell’Utri-mafia) di quanto lasciano intendere. Tralascierò i vari dettagli della sentenza e mi concentrerò sul passaggio-chiave che ha portato i giudici d’Appello ad assolvere Dell’Utri, la valutazione dei pentiti e specialmente le dichiarazioni di Spataro. Dice la Corte: “Le affermazioni dello Spataro risultano manifestamente connotate da un’evidente progressione accusatoria proprio nella parte in cui in dibattimento egli ha affermato, in totale e radicale contrasto con quanto invece riferito in sede di indagini preliminari, che il cognato d’Agostino si era recato a Milano sia per portare denaro a Giuseppe Graviano, sia perché cercava di inserire il figlio nel Milan e… avvicinare qualcuno in quanto i capomafia di Brancaccio ‘dicevano che avevano amicizie [Dell’Utri e Berlusconi]. Tale affermazione –prosegue la sentenza- ha ovviamente provocato l’immediato intervento della difesa dell’imputato che ha subito contestato l’insanabile divergenza di quanto dichiarato in dibattimento e quanto invece riferito … nelle indagini preliminari”. Questo passaggio ha permesso alla Corte palermitana di invalidare la testimonianza di d’Agostino (quella che era stata molto sostenuta fin dagli anni 90 da Gomez e Travaglio per provare i legami di Dell’Utri e la mafia) e di dare ascolto ad altre testimonianze, quella di certo Zagatti, frattanto morto (notare l’evidenza con cui <em>il Fatto</em> rimarca questa ferale circostanza … ). Un passaggio ineccepibile dal punto di vista procedurale: come noto, la procedura penale (art. 512 ss. C.P.P.) consente al Magistrato Giudicante di tener conto, ai fini del giudizio finale, del comportamento processuale dell’imputato (o testimone) che, in sede di indagini preliminari dichiari una cosa e in sede di dibattimento un’altra. Noi non possiamo sostituirci al Giudice ma non possiamo contestare che questo passaggio è proceduralmente ineccepibile ed è più che legittima la conclusione giudiziale di non avvalersi della testimonianza di d’Agostino: un personaggio non obiettivo, perché evidentemente troppo interessato, per la sua posizione di indagato, a dichiarazioni “sensazionali” e che, proprio per il suo ambiguo comportamento in giudizio, non ha convinto del tutto per la sua buona fede. Questo secondo me è il passaggio dirimente. L’altro aspetto è il reato di associazione mafiosa. In effetti, la prova dell’associazione mafiosa e del concorso ad esso è quanto mai difficile e problematica? Basta aver procurato “buoni uffici” per essere considerati, ai fini penali, “mafiosi” ovvero “favoreggiatori” dei mafiosi? La verità è che sul punto non è mai intervenuta una legge a specificare chiaramente i reati di mafia, né la magistratura (in sede di Cassazione) ha mostrato di saper dare indicazioni univoche. Ingroia oppone a Dell’Utri (e neanche troppo indirettamente a Berlusconi) l’argomento simile: “Se tu conoscevi con chi avevi a che fare, perché pagavi? E soprattutto, perché perseveravi?”. Io credo che sia una follia non tener conto dell’evoluzione del costume imprenditoriale e della sensibilità sociale verso la mafia. Non si può oggi imputare a Berlusconi di essersi trovato pronto a pagare alla prima estorsione (negli anni 70!), ovvero di cercare allora il “contatto”, quando serviva. Oggi, c’è una norma di <em>Confindustria</em> che espelle gli imprenditori del Sud che pagano il pizzo con l’argomento che, così facendo, mettono in atto un favoreggiamento con la mafia anche se sono succubi. Ma non è stato diverso il costume di tanti imprenditori specie negli anni ’70 davanti alle manifestazioni della criminalità? Pensiamo solo ai sequestri: prima della legge sul blocco dei beni le famiglie cercavano sempre di patteggiare con i rapitori, ma mai nessuno si è sognato di imputarle per “concorso in sequestro”! Lo stesso dicasi di Berlusconi e Dell’Utri. E’ pazzesco, quindi, valutare un comportamento di 40 anni fa (cui comunque si riferisce il processo) con parametri di valutazione sociale del presente e che allora non erano assolutamente attuali. La buona fede tecnico-giuridica porterebbe come minimo ad escludere il “dolo”! E poi, al reportage Dell&#8217;Utri manca la &#8220;prova regina&#8221;, la prova che Dell&#8217;Utri avrebbe tratto lucro dal rapporto con la mafia. Stranamente sull&#8217;argomento si tace; eppure è decisivo: una cosa, infatti è il comportamento dell&#8217;uomo siciliano che ha le &#8220;conoscenze giuste&#8221; per far tacere le estersioni, altro il soggetto che trae profitto da questa collusione: in una giurisprudenza seria, che davvero ha cuore la specificità penale delle condotte, è quest&#8217;ultima a poter essere penalmente rilevante, l&#8217;altra no. Ora come noto, l&#8217;argomento dei &#8220;soldi iniziali&#8221; di <em>Publitalia</em>, oggetto di un recentissimo aggiornamento de <em>L&#8217;odore dei Soldi</em> di Travaglio, è ormai trattato da Travaglio come fosse la &#8220;pietra filosofale&#8221; tanto è povero di riscontri e inconsistente! In conclusione, non guasta un&#8217;osservazione più generale, tratta dal &#8220;caso Dell&#8217;Utri&#8221;. Se proprio, cioè, vogliamo portare l’attenzione sul problema più vasto della lotta alla criminalità, a parziale attenuante di Ingroia e della stampa investigativa, deve dirsi che indagare in Sicilia sui politici (vedi Cuffarro) è effettivamente comodo per aprire varchi sui movimenti affaristici e finanziari della mafia. E questo non tanto per l’atavico costume dei politici di cercare voti alla mafia, quanto perché in fondo il politico, rispetto alla mafia, costituisce l’anello debole della catena, quello che spesso “crolla prima” (se non crolla lui, crolla lo <em>staff</em>) e può costituire una fonte informativa di primo interesse. Certo, in mancanza di altri filtri disponibili, l’emergenza di colpire la mafia può portare a questi procedimenti. Ma non è ora di interrogarsi se il prezzo dell’emergenza debba ricadere in larga parte non dico sui politici, quanto sulla rappresentatività delle Istituzioni elettive? Perché nessuno può negare il costo in termini di delegittimazione istituzionale è enorme. Non da oggi, siamo a raccomandare che il legislatore, recependo le buone prassi investigative emerse sappia “oliare” meglio il già esistente “doppio binario” tra misure antimafia penali e amministrative, colpendo la mafia nei suoi portafogli, nelle sue imprese, nella sua capacità di dare lavoro e apportando più severe misure (non penali, ma amministrative) contro la corruzione dei politici che intermediano affari ricorrendo a soggetti poco raccomandabili (Alfano sta oliando in questo senso il DDL Anticorruzione e quello sulla responsabilità penale delle imprese). Ma, per favore, smettiamola con la patetica e miseranda narrativa dello Stato-Mafia!</p>
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		<title>Dell’Utri e la questione meridionale</title>
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		<pubDate>Tue, 09 Feb 2010 01:40:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Armao</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica Arezzo]]></category>
		<category><![CDATA[leonardo sciascia]]></category>
		<category><![CDATA[marcello dell'utri]]></category>

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		<description><![CDATA[<a href="http://www.arezzopolitica.it/2010/02/09/dell%e2%80%99utri-e-troppo-per-arezzo/"><img align="left" hspace="5" width="150" src="http://speradisole.files.wordpress.com/2009/10/sciascia_palazzolo.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="" title="" /></a>di Antonino Armao &#8211; 
Se Leonardo Sciascia avesse conosciuto Marcello Dell’Utri lo avrebbe definito “un pezzo di questione meridionale”.
Come dire che non si comprendono i siciliani se non si conosce la Sicilia. E non si comprende la Sicilia non si conoscono i siciliani.  Per questo giudizio a Sciascia fu tirato addosso di tutto.
Accuse infamanti, affinate [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://speradisole.files.wordpress.com/2009/10/sciascia_palazzolo.jpg"><img class="alignleft" src="http://speradisole.files.wordpress.com/2009/10/sciascia_palazzolo.jpg" alt="" width="300" height="217" /></a>di Antonino Armao &#8211; </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Se Leonardo Sciascia avesse conosciuto Marcello Dell’Utri lo avrebbe definito “un pezzo di questione meridionale”.</p>
<p style="text-align: justify;">Come dire che non si comprendono i siciliani se non si conosce la Sicilia. E non si comprende la Sicilia non si conoscono i siciliani.  Per questo giudizio a Sciascia fu tirato addosso di tutto.</p>
<p style="text-align: justify;">Accuse infamanti, affinate negli anni, esplose ai tempi de “L&#8217;affaire Moro” e ribadite perfino l&#8217;indomani della sua scomparsa. Mafiosità simpatica di Sciascia (Sebastiano Vassalli). Scetticismo inattivo (Eugenio Scalfari). Nicodemismo vile (Giorgio Amendola) e via cantando.</p>
<p style="text-align: justify;">E così ancora oggi i soliti falsi intellettuali, damerini alto-borghesi che vivono di buone relazioni con i poteri forti e si atteggiano a classe dirigente moralizzatrice, si esercitano nel loro sport preferito: gettare fango sugli altri, sperando che attacchi.</p>
<p style="text-align: justify;">Scandalizza un convegno con Dell’Utri condannato in primo grado per concorso esterno in associazione mafiosa? Un reato che  Marco Pannella (Pannella!) definisce una contraddizione in termini, un mostro giuridico? E che per questo cade regolarmente in Cassazione?</p>
<p style="text-align: justify;">Eppure non è passato molto tempo da quando nel 2007, sotto il governo Prodi molti ex-br, condannati in via definitiva con sentenza passata in giudicato godevano di una rete solidale, pronta ad accompagnarli nel trovare soluzioni lavorative nel settore pubblico o in associazioni finanziate dagli enti locali, con dei picchi imbarazzanti nella rossa Toscana.</p>
<p style="text-align: justify;">A sinistra vale sempre il detto “il compagno è sempre compagno anche quelli che sbagliano o che hanno sbagliato”. Questa discutibile solidarietà politica-sociale di cui hanno usufruito gli ex brigatisti ricorda l&#8217;Organisation Der Ehemaligen SS-Angehörigen, più conosciuta nell&#8217;acronimo O.D.E.SS.A., l&#8217;organizzazione che ha permesso la messa in salvo di molti ex gerarchi nazisti fuggitivi.</p>
<p style="text-align: justify;">Molti ex-br (o presunti tali) sono stati inseriti come consulenti nelle Istituzioni locali e nazionali (Roberto Del Bello ha lavorato al Viminale come segretario particolare del sottosegretario agli Interni Francesco Bonato, la Baraldini nella giunta Veltroni).</p>
<p style="text-align: justify;">Alcuni lavorano, sempre utilizzando rigorosamente risorse pubbliche, presso associazioni sindacali (Susanna Ronconi collabora a Informazione &amp; Società per la Cgil), altri nelle Coop (Franco Bonisoli e Paolo Cassetta) o nei quotidiani della sinistra radicale (Piccioni e Colotti al Manifesto) ed altri, nonostante i rapporti dei servizi abbiano evidenziato l&#8217;elevata pericolosità della “vecchia guardia”, sono stati prontamente messi in libertà (la brigatista implicata nel sequestro Moro Barbara Balzerani e il neo-reclutatore Matteini). E c&#8217;è addirittura chi, come Renato Curcio, fondatore ed ideologo delle Brigate Rosse, viene spesso messo irresponsabilmente in cattedra ad impartire lezioni ai ragazzi nelle scuole e negli Atenei.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel febbraio del 2008 brigatisti in cattedra. Il caso più eclatante a Bologna: al Teatro Ridotto viene invitato Vittorio Antonini, nome sconosciuto ai più ma con un passato nelle Br e l’ergastolo sulle spalle. Mal di pancia e imbarazzo anche a Castiglione delle Stiviere, nel Mantovano: qui Rifondazione ha pensato bene di chiamare per un incontro sul precariato il solito Renato Curcio.</p>
<p style="text-align: justify;">A Lodi, forse, il caso più spinoso con la Provincia, targata centrosinistra, costretta a un affannoso balletto: Susanna Ronconi, caso unico di pendolarismo fra Br e Prima linea, viene inserita nel progetto Lavoro debole che punta al reinserimento dei detenuti nel mondo dell’occupazione.</p>
<p style="text-align: justify;">E ancora nel gennaio del 2009 l’annuncio di una &#8220;lezione&#8221; alla Sapienza dell&#8217;ex brigatista rosso Valerio Morucci, uno dei componenti del gruppo di fuoco responsabile della strage di via Fani. La controversa iniziativa è stata poi cancellata dal suo ideatore, Giorgio Mariani, ordinario di Letteratura angloamericana.</p>
<p style="text-align: justify;">Leonardo Sciascia, dopo una breve esperienza da consigliere comunale a Palermo nel 1975 nelle file del PCI, esce da quel partito per gravi contrasti con il gruppo dirigente e nel 1979 accetta la candidatura al Parlamento nelle liste radicali dove si occupa del sequestro e dell’assassinio di Aldo Moro. E da lì comincia il suo massacro morale da parte della sinistra (appunto).</p>
<p style="text-align: justify;">Se Sciascia fosse ancora vivo, da grande umanista e appassionato bibliofilo qual’era, giovedì siederebbe accanto a Dell’Utri per discutere dell’autenticità di quei diari e forse anche dell’irredimibilità della Sicilia. Veramente troppo per Arezzo.</p>
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