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	<title>Arezzo Politica &#187; magistratura</title>
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	<description>Politica e Polis. Dibattito politico e passione civile</description>
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		<title>&#8220;Porte Aperte&#8221; di Leonardo Sciascia- ovvero quando la magistratura era liberale</title>
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		<pubDate>Sat, 03 Apr 2010 19:22:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Frabetti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href=http://www.arezzopolitica.it/2010/04/03/porte-aperte-di-leonardo-sciascia-ovvero-quando-la-magistratura-era-liberale/><img src=http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/04/Sciascia_palazzolo-150x150.jpg class=imgtfe hspace=5 align=left width=100  alt="" /></a>di Giorgio Frabetti- Per le festività pasquali 2010, che auspichiamo siano trascorse serenamente e nell&#8217;ambito della pace e dello svago domestico, credo sia quantomai opportuno riscoprire un piccolo gioiello della vasta produzione letteraria di Leonardo Sciascia (di cui a novembre scorso si è commemorato il ventennale della scomparsa, il 20 novembre 1989): sto parlando del [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-3844" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/04/Sciascia_palazzolo.jpg" alt="Sciascia_palazzolo" width="300" height="217" />di <strong>Giorgio Frabetti</strong>- Per le festività pasquali 2010, che auspichiamo siano trascorse serenamente e nell&#8217;ambito della pace e dello svago domestico, credo sia quantomai opportuno riscoprire un piccolo gioiello della vasta produzione letteraria di Leonardo Sciascia (di cui a novembre scorso si è commemorato il ventennale della scomparsa, il 20 novembre 1989): sto parlando del romanzo <em>Porte Aperte</em> del 1987 (quindi, tra gli ultimi della produzione sciasciana). Salutato all&#8217;uscita con grande successo,  il romanzo trovò una certa poplarità e fu percepito dai più come un&#8217;ennesima epopea di esaltazione/celebrazione della Magistratura: non dobbiamo dimenticare, infatti, che, negli anni in cui Sciascia scriveva il romanzo, infierivano i colpi finali della lotta al terrorismo (l&#8217;ultima importante legge sui &#8220;pentiti&#8221; è, infatti, del 1987!) e ferveva l&#8217;attesa per le condanne alla mafia del maxi-processo (il 16/12 dello stesso anno, infatti,  la fine del maxi-processo in primo grado). Ad avvallare poi questa percezione (riduttiva, come si vedrà) dell&#8217;opera (e a confermare quel luogo comune che voleva Sciascia una sorta di antesignano de &#8220;la piovra&#8221;), concorse poi il film di Gianni Amelio che, tratto dal romanzo, uscì poco dopo. La storia del &#8220;piccolo giudice&#8221;  antifascista (interpretato da un grandissimo Gian Maria Volontè) che si vendica del regime che vuole una &#8220;condanna a morte politica&#8221; per confermare davanti all&#8217;opinione pubblica la propria capacità di imporre l&#8217;ordine, si prestava alla &#8220;mitizzazione&#8221; della magistratura &#8220;militante&#8221;, all&#8217;epoca sulla breccia. In realtà, come succede per tutti i romanzi di Sciascia, i livelli di lettura sono più complessi e profondi. Innanzitutto, nulla era più lontano dalla cultura di Sciascia del concetto di &#8220;magistratura militante&#8221; portato avanti da una certa Sinistra negli anni &#8216;60/&#8217;70: di questo Sciascia aveva dato ampia prova nella polemica di inzio &#8216;87 contro i &#8220;professionisti dell&#8217;antimafia&#8221;, nella quale aveva stigmatizzato la tentazione giacobina di alcuni esponenti del movimento antimafia e di alcuni intellettuali che portava, secondo Sciascia, a teorizzare la mafia alla mafia in nome di un non ben precisato &#8220;stato di eccezione&#8221; e non all&#8217;interno delle garanzie costituzionali e nel rispetto delle specificità culturali della Sicilia (una tentazione che lo scrittore aveva già drammatizzato nel Capitano Bellodi ne <em>Il giorno della civetta</em> del 1963 e di cui Sciascia vedeva i deleteri precedenti nella campagna antimafia del Colonnello Mori agli albori del fascismo, negli anni 1925-28). Nel romanzo e nell&#8217;incedere nella sua semplice (e al limite povera) trama, possiamo, invece, riscontrare una dialettica affatto differente. Il &#8220;piccolo giudice&#8221;, protagonista della storia, è un magistrato anziano, prossimo alla pensione, formatosi nel periodo pre-fascista e di cultura e formazione liberale: si trova ad affrontare il pietosissimo caso di un funzionario delle Corporazioni fasciste (un repellente e sgradevole personaggio &#8220;umiliato e offeso&#8221; degno di Dostoewskij), già squadrista, che, scoperto il tradimento della moglie con il suo superiore (di lavoro e di partito), ammazza in un colpo solo moglie e amante. Uno smacco notevole per il PNF locale, che chiede come &#8220;pena esemplare&#8221; la pena di morte e rivolge espresse pressioni sulla Magistratura giudicante che dovrà occuparsi del caso. Offeso da tali pressioni nella sua dignità di magistrato , il &#8221;piccolo giudice&#8221; farà di tutto per evitare la pena di morte al soggetto (vincendo l&#8217;effettivo senso di repulsione per l&#8217;uomo) e ci riuscirà, riconoscendo i presupposti della &#8220;continuazione&#8221;. In questo modo, farà scattare la norma del <em>Codice Rocco</em> che, in quel caso, impediva la pena di morte (alla fine, comunque, le pressioni dell&#8217;ambiente fascista prevarranno e, in secondo grado, l&#8217;assassino sarà effettivamente condannato a morte). <strong>Il &#8220;piccolo giudice&#8221;, in questa chiave, non è altri che l&#8217;esponente rappresentativo di quella cultura giuridica tra le due guerre, formatasi nel mondo pre-fascista, che perseguì tenacemente l&#8217;obiettivo di evitare la politicizzazione della giurisdizione: di questo processo della cultura giuridica italiana, &#8220;Porte aperte&#8221; è una chiara e significativa parabola. </strong>Il cammino di questo filone della cultura giuridica italiana parte (relativamente) da lontano, ovvero parte come reazione alle istanze di &#8220;giurisprudenza sperimentale&#8221; avanzate tra fine 800 e inizio 900 da esponenti del positivismo criminologico come Enrico Ferri e si attesta nel chiedere al Magistrato la pura interpretazione della normativa vigente, con una metodologia di impronta nettamente esegetica (indirizzo tecnico-giuridico, vedi Prolusione del Prof. Rocco al Convegno di Sassari nel 1910). Una simile scuola, come noto, è stata criticata nel II dopoguerra: riducendo, cioè, il ruolo del giudice a custode del diritto vigente e togliendo al giudice la possibilità di attingere ad un superiore &#8220;dover essere&#8221; sociale incardinato nei diritti della persona e della Giustizia Sociale, la funzione giurisdizionale pareva uscirne svilita. Ebbene, non fu questo lo spirito con cui la migliore Magistratura ai primi del secolo e al tempo del fascismo operò e intese il proprio ruolo: Sciascia, con il suo romanzo, ha restituito il ritratto di una Magistratura rimasta liberale anche sotto il fascismo, per quanto &#8221;fiancheggiatrice&#8221;, che, negli anni del caos 1924-26 (dopo il marasma del delitto Matteotti) intese il proprio ruolo in funzione di ordine e di disciplinamento dello Stato, anche verso il fascismo, in nome di un &#8220;ritorno allo Statuto&#8221; (vedi teorie di Volt, i lavori della Commissione dei diciotto presieduta da Michele Bianchi etc.). In questo, pur nella Dittatura, la Magistratura (anche quella che giurò al regime negli anni 30) mantenne fermo il principio dello Statuto Albertino secondo cui le leggi emanano dal Re (non dal Primo Ministro), così come l&#8217;Amministrazione della Giustizia. Questo compromesso, se accettava, certamente, il superamento dei partiti e del parlamentarismo, e se implicava un pesante prezzo nei termini della limitazione della libertà politica parlamentare (per altro disciplinata in modo equivoco dallo Statuto), svolse una funzione di freno allo stravolgimento dello Stato di diritto che pure i fascisti più fanatici auspicavano: <strong>e</strong> <strong>se il fascismo non fu costellato di fatti di sangue e di arbitri come l&#8217;URSS sovietica e come la Germania Nazista, se fu impedito ai vari Farinacci e soci di dettar legge in Italia (alla pari del PCUS in URSS, così come della NSAP in Germania) e se durante il fascismo non ci furono gli spaventosi &#8220;processi-purghe&#8221; di Stalin, ciò lo si dovette ai Magistrati che, anche sotto la Dittatura, operarono affinchè la giurisdizione conservasse la sua autonomia rispetto al potere politico: come il &#8220;piccolo giudice&#8221; di Sciascia.</strong> Con il suo meraviglioso &#8220;Porte Aperte&#8221;, quindi, lo scrittore di Rocalmuto ci porta ad un &#8220;modo di intedere e fare magistratura&#8221; che, nel secondo dopoguerra, è stato liquidato, per lo più, come &#8220;fariseismo&#8221; o peggio &#8220;gesuitismo&#8221;. Certo, sotto il fascismo non c&#8217;era la Costituzione rigida, non c&#8217;era un controllo di costituzionalità che potesse permettere alla Magistratura di eliminare i provvedimenti più repressivi e liberticidi del regime; ma è altrettanto vero che, operando in chiave formalistica e tecnicistica, e preservando, così, la funzione giudicante da suggestioni e influenze &#8220;non giuridiche&#8221;, la Magistratura sotto il fascismo svolse una funzione liberale indiretta, ma certo non irrilevante, almeno di salvaguardia di quel residuo di liberalismo (almeno nei diritti dei cittadini) consentito dalla Dittatura. In questa distinzione tra politica e giurisdizione sta il lascito di riflessione di Sciascia sull&#8217;attualità presente: oggi noi abbiamo molti più strumenti per contrastare la Dittatura e per affermare le ragioni della libertà; ma c&#8217;è libertà compiuta solo in quello Stato dove politica e giurisdizione sono davvero distinti, ciascuno nel proprio ordine.</p>
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		<title>Intercettazioni: adesso basta!</title>
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		<pubDate>Fri, 12 Mar 2010 21:39:22 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<a href=http://www.arezzopolitica.it/2010/03/12/intercettazioni-adesso-basta/><img src=http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/03/santoro5b15d-150x150.jpg class=imgtfe hspace=5 align=left width=100  alt="" /></a>di Giorgio Frabetti- Viene ad un certo punto il momento di dire: BASTA. Basta contro una magistratura che usa le intercettazioni per ascoltare informazioni che non le competono; basta con un giornalismo a corto di idee e professionalità, che, per cavalcare la rendita dello scoop, del clamore e della dietrologia giudiziaria, pubblica conversazioni colte  in &#8220;viva [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-3622" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/03/santoro5b15d.jpg" alt="santoro5b15d" width="322" height="241" />di <strong>Giorgio Frabetti</strong>- Viene ad un certo punto il momento di dire: BASTA. Basta contro una magistratura che usa le intercettazioni per ascoltare informazioni che non le competono; basta con un giornalismo a corto di idee e professionalità, che, per cavalcare la rendita dello <em>scoop</em>, del clamore e della dietrologia giudiziaria, pubblica conversazioni colte  in &#8220;viva voce&#8221; dei personaggi pubblici; basta con una politica che, invece di fare opposizione anche dura in Parlamento, preferisce delegare l&#8217;opera ai giudici: &#8220;tanto -dicono- i discorsi, le interpellanze parlamentari non &#8220;bucano il video&#8221;, mentre le toghe, quelle sì&#8221;. Basta con il richiamo alla deontologia giornalistica &#8220;a senso unico&#8221;: si solleva l&#8217;azione disciplinare contro Feltri (e giustamente!) quando dice il falso sul &#8216;caso Boffo&#8217;; ora, quand&#8217;è che vedremo una medesima azione disciplinare contro la De Gregorio, contro Ezio Mauro e contro Antonio Padellaro? Abbiamo forse dimenticato la dubbia condotta professionale de &#8217;l'unità&#8217;, &#8216;repubblica&#8217;, &#8217;il fatto&#8217;, ad esempio, sulle intercettazioni <em>hard</em> di Berlusconi (quelle che accrediterebbero relazioni con Ministre)? Richiesti sulle fonti di queste intercettazioni, tutti questi signori hanno dichiarato che queste  sono arrivate alle redazioni solo trascritte: il che è quasi ammettere candidamente  che sono veline, compilate da chissà quale fonte compiacente e verosimilmente anonima (sull&#8217;argomento e sulle dichiarazioni degli interessati rinvio al mio <em>Le intercettazioni hard</em> &#8230; del 24 ottobre scorso su questo <em>Newsmagazine</em>). Lo <em>scoop</em> de <em>Il fatto quotidiano</em> di oggi 12 marzo è l&#8217;ennesima riprova di questo <em>modus agendi</em>, ma se possibile travalica ogni possibile limite della decenza; per non parlare della deontologia (se serve parlarne ancora!): la Procura di Trani ha aperto un fascicolo (non si sa per quali reati: concorso in corruzione, in minacce? Non è dato sapere!) contro Berlusconi che avrebbe istigato il Commissario Innocenzi dell&#8217;AGC (Autorità Garante della Concorrenza), affinchè (in concorso con terzi, verosimilmente Masi, Dg RAI) trovasse il modo per &#8220;silenziare&#8221; Michele Santoro: alla base, quindi, della delibera sulla <em>par condicio</em> (che a detta degli anti-berlusconiani avrebbe messo il &#8220;bavaglio&#8221; alle trasmissioni di approfondimento politico nel corso della campagna elettorale per le elezioni regionali 2010) non ci sarebbe altro che un &#8220;complotto contro Santoro&#8221; (anzi contro il &#8220;pluralismo&#8221; perchè  con Santoro &#8230; <em>simul stabunt, simul cadent</em>!), in pieno stile piduista! Ora, la gratuità e l&#8217;enormità dell&#8217;intervento della Procura Penale di Bari è circostanza nel caso specifico resa ancora più evidente dal fatto che l&#8217;AGC (proprio l&#8217;<em>Autority</em> infeudata di berlusconiani!) nella giornata di oggi ha dichiarato illegittima la delibera RAI sulla <em>par condicio</em>! Io non voglio in questa sede entrare nel merito del dibattito intra-RAI sull&#8217;applicazione della <em>par condicio</em>: per me, Santoro e i suoi possono anche avere ragione nel merito dell&#8217;applicazione delle disposizioni limitative dei <em>talk-show</em> in campagna elettorale, e la polemica fa parte della fisiologia del dibattito intra-aziendale; concedo anche che sia opportuno tenere alto il dibattito sulla par condicio, trattandosi di questione che inerisce ad un settore sensibile (e di pubblico interesse) come la libertà di informazione. Dov&#8217;è, allora, la patologia? In questo: mentre in Paesi &#8220;normali&#8221; (come gli USA, l&#8217;Inghilterra), queste materie vengono discusse nei Consigli d&#8217; Amministrazione, vengono riportate nella stampa, ovvero si risolvono nella normale dialettica deliberativa (sia essa societaria, sia essa parlamentare, sia essa mediatica), da Noi si deve mettere in mezzo la Magistratura Penale, che viene invocata (dalle minoranze che si sentono schiacciate e in difficoltà rispetto alle maggioranze) come &#8220;ago della bilancia&#8221; delle controversie. Dal punto di vista etico-politico, questo è il segno che nel Ns. Paese non c&#8217;è (o non c&#8217;è più) allenamento per una vera Democrazia Partecipativa; non c&#8217;è più il gusto del dibattito (sia esso societario, sia esso politico) e non si investe più (per dirimere le controversie) sulla funzione sociale della dialettica e della persuasione per sconfiggere un avversario; viceversa, per sconfiggere l&#8217;avversario ci si affida alla funzione infamante della magistratura penale: tanto, complice il Ns. <em>Codice Rocco</em>, basta un nulla per ascrivere rilevanza di reato ad una condotta umana, quantomeno per imbastire una notizia di reato. Che poi questa &#8220;notizia di reato&#8221; non porti a nulla di concreto, ma solo all&#8217;archiviazione, poco importa: tanto l&#8217;effetto di disarcionare l&#8217;avversario è già stato raggiunto con un avviso di garanzia (ma con Berlusconi non ci sono ancora riusciti!); tanto- si dice- al pubblico non interessano le ragioni, quanto sentire &#8230; &#8220;il tintinnar delle manette&#8221;! In tutto questo, poi, balza all&#8217;occhio la circostanza che un giornale come <em>Il Fatto Quotidiano</em> che fa dell&#8217;obiettività e della completezza dell&#8217;informazione un suo &#8220;principio supremo&#8221; non abbia chiarito l&#8217;origine di questa inchiesta: semplicemente si limita a dire che la GDF di Trani stava indagando su un giro di carte di credito usurarie e (guarda la combinazione!) arriva ad intercettare Innocenzi mentre conversa con il <em>premier</em>. Fortuna? Caso? Forse. Certo, un uomo normale, a questo punto, si chiederebbe: ma cosa c&#8217;entrano Berlusconi e Innocenzi con le carte di credito? Erano forse indagati? E perchè? Ma soprattutto: cosa c&#8217;era di tanto grave da indurre la Magistratura a proseguire nelle intercettazioni? Nessuno del <em>Fatto</em> lo spiega! Strana reticenza, perchè, scaratata l&#8217;ipotesi del segreto istruttorio (divenuto il &#8220;segreto di pulcinella&#8221; dopo la rivelazione dell&#8217;inchiesta!), resta un interrogativo inquietante: non è che forse le intercettazioni sono state disposte anche se giudiziariamente irrilevanti? Ovvero, a prescindere dal &#8220;merito&#8221; procedurale: non sarà che una &#8220;manina&#8221; ha provveduto a girare la &#8220;materia prima&#8221; a politici e giornalisti per &#8221;cucinare&#8221; l&#8217;ennesimo <em>scoop</em> anti-berlusconiano? Certo, è vero, come dicono i preti, che &#8221;a pensar male si fa peccato, ma ci si prende quasi sempre&#8221;; ma ricordo che non Berlusconi, ma il &#8220;giustizialista&#8221; Oscar Luigi Scalfaro ebbe a tuonare contro le &#8220;Procure colabrodo&#8221;: con ciò non rivelando nulla perchè sul rapporto stampa-procure esiste una nota e lunga consuetudine fin dai tempi degli anni di piombo (doverosamente documentata anche da una Ex-<em>Toga Rossa</em> come Luciano Violante!). Evidentemente, in questa &#8221;scatola nera&#8221; che, dal filone di indagine sulle carte di credito, ha portato a Berlusconi, il silenzio del <em>Fatto</em> può spiegarsi in un solo modo: coprire una fonte! Ora, la morale da trarre da questa vicenda è molto semplice. Ha un bel dire Rodotà, su <em>Micromega</em> di ottobre, che la Corte Europea dei diritti dell&#8217;uomo nel 2007 ha riconosciuto ai giornalisti il diritto di pubblicare intercettazioni riguardanti indagini (anche penali) sui politici. A parte che Liguori quando condusse quella memorabile e meravigliosa inchiesta (oggi giustamente riproposta) sull&#8217;<em>Irpinia Gate</em> che costò la Segreteria DC a De Mita non si sognò di pubblicare una riga di intercettazioni, resta a tutta evidenza un punto fermo: non basta pubblicare un testo gabbandolo come &#8220;intercettazione&#8221; per mettere il giornalista al riparo del &#8220;diritto&#8221;. Innanzitutto, il giornalista, in questo caso, deve essere obbligato a rivelare la fonte dell&#8217;intercettazione: a queste condizioni, si responsabilizza il giornalista (altrimenti, legittimando le &#8220;veline&#8221;, si legittima solo la disinformazione!) e, con esso, quegli operatori giudiziari che si risolvono ad un passo tanto grave e che creano i presupposti affinchè, a livello di stampa, sia anticipato il giudizio sulla rilevanza penale del fatto oggetto dell&#8217;intercettazione. In ogni caso, questi rischi sono prevenuti &#8220;a monte&#8221; da una riforma processuale penale che finalmente blindi il segreto istruttorio sulle indagini e disciplini in modo finalmente rigoroso le intercettazioni. Il Ministro Alfano ha annunciato che il Governo interverrà dopo la campagna elettorale: speriamo che anche l&#8217;opposizione potenzialmente (si badi l&#8217;avverbio!) responsabile (PD, UDC) si convinca dell&#8217;opportunità di collaborare costruttivamente affinchè questa legge venga finalmente la luce e sia posto fine al malcostume giornalistico-giudiziario di questi ultimi mesi.</p>
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		<title>Elezioni regionali 2010: il nuovo volto della politica italiana</title>
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		<pubDate>Tue, 02 Mar 2010 23:47:45 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<a href=http://www.arezzopolitica.it/2010/03/03/elezioni-regionali-2010-il-nuovo-volto-della-politica-italiana/><img src=http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/03/italia2-150x150.gif class=imgtfe hspace=5 align=left width=100  alt="" /></a>di Giorgio Frabetti- Per essere iniziata male, è iniziata male: la bocciatura delle liste del PDL nella Provincia di Roma (dove il partito sostiene la Polverini, UGL) e nella Provincia di Milano (dove sostiene Formigoni) indicano senza possibilità di equivoco che la campagna elettorale per le elezioni regionali 2010 non ha preso una bella piega. Anche se il PDL [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-3498" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/03/italia2.gif" alt="italia2" width="310" height="310" />di <strong>Giorgio Frabetti</strong>- Per essere iniziata male, è iniziata male: la bocciatura delle liste del PDL nella Provincia di Roma (dove il partito sostiene la Polverini, UGL) e nella Provincia di Milano (dove sostiene Formigoni) indicano senza possibilità di equivoco che la campagna elettorale per le elezioni regionali 2010 non ha preso una bella piega. Anche se il PDL vincerà in Lombardia e Lazio (Regioni decisive ed essenziali per il consolidamento politico del PDL), e anche se i primi sondaggi (vedi &#8216;Repubblica&#8217; di domenica) paiono confermare per il PDL alle prossime regionali un <em>trend</em> positivo e in linea con le consultazioni degli ultimi anni (circa un 36% nazionale), il rischio è che dalle elezioni di fine marzo escano Presidenze regionali di centro-destra politicamente deboli: facilmente soggette a ricorsi giurisdizionali al TAR per irregolarità elettorali (vedi precedenti di Alternativa Sociale in Lazio), ovvero a &#8220;manovre giudiziarie&#8221; di altro tipo (come pare profetizzare, neanche troppo tra le righe, Ilvo Diamanti su &#8216;la Repubblica&#8217; di domenica, ma ciò è conforme al precedente Marrazzo). Il centro-destra, quindi, dovrà affrontare le prossime elezioni, prendendo contemporaneamente le distanze sia dal catastrofismo e dalla sindrome &#8216;declinista&#8217;  paventata dalla Sinistra (e da certe frange dissidenti della PDL) sia dal facile trionfalismo: il quadro politico è in veloce mutamento, perchè la crisi economica accentua la mutazione della competizione politica; non è realistico, quindi, applicare alla lotta politica di oggi gli schemi strategici e tattici dei primi anni &#8216;90, pena il quasi sicuro fallimento (se non elettorale, a livello di consolidamento del potere regionale); viceversa,  se il centro-destra non si fossilizzera in schemi antiquati, ma saprà intercettare negli indiscutibili fattori di discontinuità economico-sociale vere e proprie &#8220;fintestre di opportunità&#8221;, allora non solo avrà assicurata la vittoria alle regionali, ma riuscirà a consolidare i successi, senza subire i purtroppo facili e prevedibili contraccolpi &#8220;giustizialisti&#8221;.  Anzitutto, i fattori di discontinuità  che marcano la distanza delle attuali elezioni regionali dalle elezioni politiche (2008) ed Europee (2009) sono due: <strong>01)</strong> il contesto politico nazionale, segnato dalla fine dell&#8217;antagonismo comunista di Bertinotti; <strong>02)</strong> la dimensione regionale delle elezioni (che interagisce con molta forza su un altro &#8220;convitato di pietra&#8221; di queste elezioni: la &#8220;crisi economica&#8221;). Non ci possiamo negare, in primo luogo, la &#8220;svolta epocale&#8221; che si è realizzata con le elezioni politiche 2008 e che ancora molti analisti (di destra, ma anche di sinistra e penso ancora a Diamanti) faticano a cogliere: ci si dimentica, cioè, troppo facilmente che nel 2008 in Italia è caduto finalmente il Muro di Berlino! Cosa intendo dire? Per la prima volta dopo 60 anni, dal 2008, nel Parlamento italiano non siedono più i Comunisti! Con la fine politica di Bertinotti, in Italia si è chiusa l&#8217;epoca del Comunismo e dei residuati &#8220;nostalgici&#8221; post 89, sopravvissuti (come nell&#8217;Est ex Comunista) grazie ai residui di sindacalismo molto forti nei settori del Pubblico Impiego. Con la fine di Bertinotti e dell&#8217;ultima estrema ipotesi di rinnovamento del Comunismo italiano (quale era il <em>Partito della Rifondazione Comunista)</em>, finisce l&#8217;epoca di una politica fissata su rigidi binari ideologici e classisti (tra gli ottimisti e fautori del libero mercato globalizzato e i catastrofisti della globalizzazione); e con questa epoca, cade ogni alibi residuo di &#8220;non decisione&#8221; politica. In primo luogo, è caduto l&#8217;alibi per i Comunisti ex-PDS e DS per la loro politica della &#8220;doppia morale&#8221;: sindacalista dura e pura in piazza e nei rapporti con la CGIL, filo-liberista nelle decisioni di Governo (spesso coperte da decisioni &#8216;tecniche&#8217; o imposte dalla UE, vedi Protocollo <em>Welfare</em> Prodi 2007); ma anche per il centro-destra è caduto l&#8217;alibi dello spauracchio dei Comunisti. Fino a che Bertinotti era presente sulla scena politica, il centro-destra poteva contare sul voto sicuro del ceto medio. Parliamoci chiaro: è almeno dal 2003-2004 che i distretti manifatturieri del Nord-Est (e in parte dell&#8217;Ovest), grande feudo dell&#8217;elettorato, prima leghista, e poi berlusconiano, accusano la crisi per la concorrenza della Cina e dell&#8217;Est e non nascondono lo scontento nemmeno per la politica economica berlusconiana (il convegno di <em>Confindustria</em> di fine marzo 2006 con il duro scontro tra Berlusconi, allora <em>premier</em> uscente e l&#8217;imprenditore Della Valle sono stati eloquenti!). Se questo elettorato settentrionale non ha mutato il proprio voto, è stato perchè l&#8217;alternativa a Berlusconi era rappresentata dalla politica classista di Bertinotti che proponeva la tassa di successione e la penalizzazione dei lavoratori autonomi. Oggi, Bertinotti non c&#8217;è più; ma c&#8217;è ancora la crisi che morde più di ieri specialmente nei Distretti berlusconiani e leghisti (vedi Varese, vedi Bergamo): per gli anti-berlusconiani (principalmente IDV e UDC), quindi, si apre un potenziale mercato politico per il &#8220;voto di protesta&#8221;, ieri sconosciuto (vedi Facci). Gli avvenimenti provvederanno a smentire o a confermare questa mia convinzione: certo, però, laddove il voto regionale, ad esempio in Lombardia, finisse per registrare un&#8217;affermazione (per quanto marginale e sensibile) di IDV, questa circostanza dovrà essere valutata come sintomo di una sostanziale vittoria dell&#8217;anti-politica sulla proposta politica PDL! Un altro fattore che può oltremodo favorire l&#8217;antipolitica è la dimensione localistica delle elezioni, quest&#8217;anno forse più forte di ieri (complice la crisi economica): questo perchè la crisi econiomica morde e l&#8217;Ente Regione (oggi al voto) è la prima referente delle decisioni relative alla crisi e alle Casse Integrazioni; è, quindi, naturale che siano le politiche regionali (più che quelle nazionali) oggetto della prevalente attenzione da parte degli elettori. Questo condiziona il <em>trend</em> della competizione politica: evidentemente,  per vincere non basterà esibire i volti dei leader politici nazionali più popolari. L&#8217;attuale dimensione locale e la centralità oggettiva delle Regioni nella <em>governance</em> della crisi economica e sociale, determina nei fatti un vantaggio competitivo notevole per quei politici capaci di coniugare la dimensione nazionale e locale della loro proposta politica. Ci ricordiamo ancora del braccio di ferro tra Direzione la Nazionale del PD e Niki Vendola sfociate poi nel plebiscito delle &#8220;primarie&#8221; a favore del Presidente uscente della Regione Puglia? Questa vicenda, quindi, basta da sola a dimsotrare come in questa campagna elettorale mal incoglierà a quei politici che intendessero &#8220;vivere di rendita&#8221; e sfruttare fattori di politica nazionale. Evidentemente, un tale marcato localismo rischia di indebolire ulteriormente i centri direzionali della politica nazionale ed accentuare gli attuali fattori di crisi della politica, che, in questi ultimi anni, complice la crisi economica, stanno spaventosamente galoppando, raggiungendo proporzioni inquietanti e perverse. In particolare, il fatto che, come ai tempi di <em>Tangentopoli</em>, si stia tornando ad una forte aggressività e visibilità della Magistratura sulla politica è eloquente della svolta epocale che stiamo attraversando: non è, cioè, da escludere che, qualunque Presidente di Regione noi eleggeremo, in non poche circostanze potrà essere rovesciato dalla Magistratura (vedi <em>mutatis mutandis</em> Del Bono a Bologna!). E questo perchè ormai, sia che si insedi un Esecutivo di Destra o un&#8217;Esecutivo di Sinistra, la politica &#8230; ha perso fiducia in sè stessa, nel proprio mandato, nella propria missione. In questo modo, l&#8217;opposizione non fa più lotta politica nelle Aule Consiliari o Parlamentari; preoccupata, cioè, di scoprirsi e di fare controlli su interessi personali o <em>mala gestio </em>amministrativa, l&#8217;Opposizione preferisce &#8220;mandare avanti&#8221; la Magistratura! Naturalmente, questo gioco è perverso in sè e chiama rappresaglie reciproche: e in effetti a tutt&#8217;oggi l&#8217;intera classe politica appare reciprocamente bloccata dai veti della Magistratura! Un&#8217;autentica <em>jattura</em> specie in una fase di crisi economica, come quella attuale, che richiede una <em>governance</em> politica di alto profilo! Ora, non vi è chi non veda che <strong>tanto più aumenterà questo &#8220;commissariamento giudiziale&#8221;  della Magistratura sulla Politica, tanto più le dinamiche della crisi (non governate) gioveranno ai ceti più ricchi e forti (marginalizzando i settori oggi in difficoltà e i giovani); e </strong><strong>tanto più fatalmente l&#8217;Italia si avvierà al  declino economico, sociale e politico</strong>! La storia insegna, infatti, che, laddove la politica si è trovata ingessata da congegni burocratici, come la Magistratura (vedi <em>ancième règime</em>),  lì c&#8217;è una società chiusa, paralizzata, in declino, incapace di rinnovarsi e di offrire &#8220;<em>chanches</em> di vita&#8221; ai cittadini (specie giovani). Ma questo &#8220;commissariamento della politica&#8221; è facilitato vieppiù se a monte sono in crisi e bloccati i meccanismi di dialettica politica propri delle democrazie partecipative! <strong>E&#8217; evidente, quindi, che è dai partiti e da una nuova etica della partecipazione che deve partire l&#8217;inversione di tendenza all&#8217;attuale involuzione della politica</strong>: un compito, quindi, che va ben oltre la scadenza immediata delle elezioni di fine marzo! A questo punto, potrà dirsi veramente vittoriosa (alle regionali e oltre) solo quella forza politica che, raccolta la sfida della crisi economica e il pericolo di una lacerazione definitiva del tessuto sociale ed economico della Nazione, saprà interpretare credibilmente una nuova missione per la politica in Italia.</p>
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		<title>Google: gli interrogativi su un processo che farà discutere</title>
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		<pubDate>Wed, 24 Feb 2010 22:35:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Frabetti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Costume e società]]></category>
		<category><![CDATA[comunicazione]]></category>
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		<description><![CDATA[<a href=http://www.arezzopolitica.it/2010/02/25/google-gli-interrogativi-su-un-processo-che-fara-discutere/><img src=http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/02/Google-text-links-evil-460-150x150.gif class=imgtfe hspace=5 align=left width=100  alt="" /></a>di Giorgio Frabetti-Quello che si è concluso ieri in primo grado davanti al giudice monocratico della quarta sezione penale del Tribunale di Milano, Oscar Magi, è il primo procedimento penale anche a livello internazionale che vede imputati responsabili di Google per la pubblicazione di contenuti sul web. I tre sono stati condannati per il capo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-3449" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/02/Google-text-links-evil-460.gif" alt="Google-text-links-evil-460" width="368" height="309" />di <strong>Giorgio Frabetti</strong>-Quello che si è concluso ieri in primo grado davanti al giudice monocratico della quarta sezione penale del Tribunale di Milano, Oscar Magi, è il primo procedimento penale anche a livello internazionale che vede imputati responsabili di <em>Google</em> per la pubblicazione di contenuti sul web. I tre sono stati condannati per il capo di imputazione di violazione della <em>Privacy</em>, mentre sono stati assolti per quello relativo alla diffamazione. La sentenza è di quelle che segneranno uno spartiacque nella storia di <em>Internet</em>: quasi certamente partirà da qui una nuova giurisprudenza che rivedrà il concetto di libertà della rete, finora considerata intoccabile, modificando la consueta immagine di Internet come spazio “franco” (<em>free</em>), libero. Nel caso di specie, i 3 dirigenti di <em>Google</em> sono condannati per non avere impedito, nel 2006, la pubblicazione sul motore di ricerca di un video che mostrava un minore affetto da sindrome di <em>Down</em> insultato e picchiato da quattro studenti di un istituto tecnico di Torino. Questo video incriminato venne girato da quattro studenti nel maggio 2006 e “caricato” su <em>Google</em> Video l&#8217;8 settembre, dove rimase nella sezione “video più divertenti”, fino al 7 novembre, prima di essere rimosso. Non si è fatta naturalmente attendere la reazione di <em>Google</em>, la quale, tramite il portavoce Andrea Pancini, ha reso noto di essere vittima di &#8220;un attacco ai principi fondamentali di libertà sui quali è stato costruito <em>Internet</em>&#8220;. <em>Google</em> ha chiarito che farà appello &#8220;contro questa decisione che riteniamo a dir poco sorprendente, dal momento che i nostri colleghi non hanno avuto nulla a che fare con il video in questione, poichè non lo hanno girato, non lo hanno caricato, non lo hanno visionato&#8221;. Non è allo stato attuale chiaro (e la lettura delle motivazioni complete della sentenza lo stabilirà) il titolo tecnico della responsabilità ravvisato dai Giudici per punire <em>Google</em>. Quale titolo di responsabilità era veramente esigibile da <em>Google</em>? Ed era esigibile al punto da far meritare una sanzione penale? La domanda diventa bruciante solo se si allarghi l’orizzonte e si consideri la fenomenologia della rete nella sua globalità: ma quanti fatti gravi, quanti insulti gratuiti, quante aberrazioni sessuali avvengono in rete, ormai? Nei tempi recenti, sono esplosi due casi clamorosi che hanno coinvolto <em>facebook</em>: la vicenda del gruppo che voleva la morte di Berlusconi e dell’ennesimo Gruppo che inneggiava contro i <em>Down</em>. In questi casi, dobbiamo applicare tante pene per tante teste? Ovvero per gli appartenenti ai Gruppi? In questo caso, dovremmo celebrare ogni volta dei Maxi-processi per migliaia di Utenti imputati in  numero molto superiore agli imputati del mitico maxi-processo contro la mafia di Palermo! Dobbiamo anche dire che quando l’azione penale diventa così “massiva”, inevitabilmente implode: basti ricordare il precedente delle Istruzioni impartite ai Prefetti Italiani il 21 dicembre 1921 dal Presidente del Consiglio italiano Ivanoe Bonomi contro le squadracce fasciste, le quali, stando alle istruzioni medesime, avrebbero dovuto sciogliersi tassativamente, pena il carcere; una misura che incassò la risposta del Direttorio dell’allora neo-nato PNF il quale pensò bene di beffarsi della misura, provvedendo ad inserire d’ufficio gli iscritti del Partito nelle sezioni di combattimento! Quali esiti sortirono queste misure, è noto e non richiede ulteriori spiegazioni. L’altra opzione tecnico-giuridica per &#8220;i crimini in rete&#8221; è quella di condannare i Responsabili dei Servizi di <em>Provider</em> per “mancata sorveglianza” (<em>culpa in vigilando</em>): il che è comunque una forzatura, perché determina a carico del <em>Provider </em>una stravagante responsabilità &#8220;per attività illecite commesse da terzi&#8221;, tanto più stravagante, se si considera che spesso i <em>Provider</em> sono situati all’estero, in zone free, che è difficile raggiungere con la sanzione penale: dalle fonti di informazioni disponibili, parrebbe di capire che il Tribunale di Milano abbia optato per quest&#8217;ultima ricostruzione tecnica della responsabilità di <em>Google</em>. Ora, se è vero che, tramite la rete, ogni giorno possono realizzarsi eventi criminosi come diffamazione, oltraggio al senso del pudore e via dicendo, ciò significa che questa eventualità è un rischio diffuso, un’esternalità professionale, che richiede metodiche di intervento apposite e complesse, alla pari di molte fonti di esternalità sociale (vedi la normativa anti-infortunistica) tipiche del sistema imprenditoriale. Occorre, cioè, una normativa <em>ad hoc</em>, debitamente concertata a livello internazionale per evidenti ragioni di tutela della concorrenza e del commercio mondiale, che accompagni la gestione del fenomeno con necessaria tempestività ed efficacia di intervento: ad esempio, sanzioni pecuniarie gravi (magari irrogate da un’<em>Autorithy</em> internazionale competente), ovvero misure sospensive o interdittive , capaci di penalizzare direttamente il <em>businnes</em>(es. chiusura sito e obbligo didivulgazione della notizia con penalizzazione commerciale annessa) possono essere più efficaci di un’azione penale classica, lenta, pesante e facile alla prescrizione (che potrebbe conservare un ruolo residuale, come deterrenza finale). Il caso <em>Google</em> è comunque un eclatante esempio di come in Italia la Magistratura Penale tenda a svolgere un peculiare ruolo di “supplenza” del legislatore. Questo perchè, complice la peculiare struttura del <em>Codice Rocco, </em>si è generata in varie generazioni di Giuristi e Magistrati penalisti la peculiare convinzione che il <em>Codice Penale</em> sia uno strumento onnipotente capace di gestire qualsiasi fenomeno, anche in assenza e in supplenza del legislatore. A quali risultati, questa mentalità ha portato nella lotta alla corruzione è noto; non vorremmo che altrettanti danni derivassero alla rete, che è bene pubblico strategico per la libertà e per la cittadinanza attiva delle comunicazioni globali. Auspichiamo, quindi, un intervento sollecito della politica e del Parlamento sulla complessa e delicata materia, piuttosto che altre sentenze penali (che verranno).</p>
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		<title>Grechi: ipotizzo una magistratura elettiva</title>
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		<pubDate>Wed, 10 Dec 2008 12:42:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>polcri</dc:creator>
				<category><![CDATA[Costume e società]]></category>
		<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Politica Nazionale]]></category>
		<category><![CDATA[magistratura]]></category>

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		<description><![CDATA[<a href=http://www.arezzopolitica.it/2008/12/10/grechi-ipotizzo-una-magistratura-elettiva/><img src=http://aurora86.ilcannocchiale.it/mediamanager/sys.user/33037/magistrati2.jpg class=imgtfe hspace=5 align=left width=100  alt="" /></a>da: www.ilgiornale.it
Il Presidente della Corte d’Appello di Milano interviene sulla crisi della giustizia e dice: &#8220;Non vorrei spararla grossa, ma credo che, a questo punto, bisognerebbe pensare a una magistratura elettiva come esiste già in altri Paesi&#8221;.
Per risolvere la perdurante crisi della giustizia il presidente della Corte d’Appello di Milano Giuseppe Grechi giunge ad ipotizzare [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>da: </strong><a href="http://www.ilgiornale.it"><strong>www.ilgiornale.it</strong></a></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><a href="http://aurora86.ilcannocchiale.it/mediamanager/sys.user/33037/magistrati2.jpg"><img class="alignleft" src="http://aurora86.ilcannocchiale.it/mediamanager/sys.user/33037/magistrati2.jpg" alt="" width="355" height="246" /></a>Il Presidente della Corte d’Appello di Milano interviene sulla crisi della giustizia e dice: &#8220;Non vorrei spararla grossa, ma credo che, a questo punto, bisognerebbe pensare a una magistratura elettiva come esiste già in altri Paesi&#8221;.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Per risolvere la perdurante crisi della giustizia il presidente della Corte d’Appello di Milano Giuseppe Grechi giunge ad ipotizzare la creazione di una magistratura elettiva. Grechi, che stamani interviene a Milano a una tavola rotonda sul tema &#8216;Rapporto sul processo penale&#8217;, ai cronisti che gli chiedevano quale potrebbe essere la soluzione per un miglior funzionamento dell’apparato giustizia, ha detto: &#8220;Non vorrei spararla grossa, ma credo che, a questo punto, bisognerebbe pensare a una Magistratura elettiva&#8221;. «Perchè ritengo che ci siano pochi spazi &#8211; ha proseguito &#8211; e che il paese non possa resistere a un periodo di crisi perdurante da quindici anni. A questo punto, si potrebbe ipotizzare, come già esiste in altri paesi, una magistratura elettiva».</p>
<p style="text-align: justify;">«Mi rendo conto &#8211; ha continuato Grechi &#8211; di spararla grossa, mi rendo altrettanto conto che il grande sogno di Calamandrei, durante l’inaugurazione dell’anno accademico a Siena nel 1921, di una magistratura impiegatizia, dotata di grandi garanzie, che riuscì a tradurre nella carta costituzionale pur con vari dissensi, non regga più. Non mi faccia dire per colpa di chi. Non credo però che i cittadini italiani possano essere contenti del funzionamento della giustizia».</p>
<p style="text-align: justify;">Quanto alla crisi della giustizia Grechi ha spiegato che &#8220;a proposito delle denunce più volte rappresentate in tema di carenza di mezzi e di personale non è accaduto nulla&#8221;. &#8220;Di fatto alla relazione dell’anno giudiziario scorso &#8211; ha proseguito Grechi &#8211; niente è stato fatto e le condizioni delle strutture rimangono preoccupanti. La crisi delle strutture è più pesante per il settore penale che per il civile. Per quanto riguarda il penale, infatti, devono funzionare le cancellerie e le notificazioni e, se le istituzioni preposte a questo non supportano, i risultati non potranno essere che negativi&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">Per Grechi la riforma, per come si legge sui giornali, si configura come una riforma della Costituzione per la parte che riguarda la magistratura. &#8220;Io non so &#8211; ha concluso &#8211; se possa migliorare il funzionamento della giustizia nel senso che mi sembra si lavori piuttosto a un’ingegneria costituzionale, sui rapporti tra Csm e ministro. Non so in quale misura possa migliorare il sistema giustizia&#8221;.</p>
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