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	<title>Arezzo Polis &#187; libertà</title>
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		<title>&#8220;Due concetti di libertà&#8221;: la libertà &#8220;positiva&#8221; secondo Berlin</title>
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		<pubDate>Wed, 25 Jan 2012 11:02:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mugnai</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.arezzopolitica.it/2012/01/25/due-concetti-di-liberta-la-liberta-positiva-secondo-berlin/"><img align="left" hspace="5" width="150" height="150" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2012/01/Isaiah_Berlin-150x150.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="Isaiah_Berlin" title="Isaiah_Berlin" /></a>di Federico Mugnai- Il senso “positivo” della parola libertà deriva dal desiderio dell’individuo di essere padrone di se stesso, di essere soggetto e non oggetto, mosso da ragioni, propositi consapevoli appartenenti all’”io interiore” e non da cause e forze esterne che agiscono sullo stesso “io”. Essere agente, dirigere la propria vita, realizzare se stesso secondo la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-9354" title="Isaiah_Berlin" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2012/01/Isaiah_Berlin.jpg" alt="Isaiah_Berlin" width="379" height="292" />di <strong>Federico Mugnai-</strong> Il senso “positivo” della parola libertà deriva dal desiderio dell’individuo di essere padrone di se stesso, di essere soggetto e non oggetto, mosso da ragioni, propositi consapevoli appartenenti all’”io interiore” e non da cause e forze esterne che agiscono sullo stesso “io”. Essere agente, dirigere la propria vita, realizzare se stesso secondo la propria ragione, i propri desideri, etc.  La libertà che consiste nell’essere padroni di se stessi e quella che consiste nel non essere impediti da nessun altro nelle proprie scelte possono sembrare, a prima vista, due concetti logicamente abbastanza vicini.  La prima è quella della totale identificazione di sé con un principio o un ideale specifico per raggiungere determinati scopi, la seconda è quella della negazione di sé volta a conseguire l’indipendenza. Ma la concezione “positiva” della libertà come signoria di sé, con la sua immagine di uomo diviso e in lotta con se stesso, si è prestata facilmente sul piano storico e filosofico ad una scissione in due della personalità fra un’istanza di controllo trascendente e dominante e il garbuglio empirico dei desideri e delle passioni, che devono essere sottomesse e disciplinate. Ciò dimostra che qualsiasi concezione di libertà deriva necessariamente da una qualche idea di io, di persona, di uomo. Afferma a tal proposito Berlin, che insiste con vigore su questo punto: “Basta manipolare a sufficienza la definizione di uomo, e si può dare alla libertà qualsiasi significato voluto dal manipolatore.” Un modo per dire che l’evocazione della parola libertà può essere un mezzo per raggiungere obbiettivi che vanno nella direzione della schiavitù e dell’oppressione dell’individuo. Nelle puntate dedicate all’altro saggio di Berlin preso in esame, “La libertà e i suoi traditori”, abbiamo potuto constatare come grandi intellettuali e filosofi, partendo da nobili intenzioni si siano dimostrati con le loro teorie acerrimi nemici della libertà (vedi Rousseau, Saint-Simon, Helvetius, Hegel, Fichte). Il vero nodo da sciogliere è essenzialmente il contrasto tra la volontà individuale e quella della società. Io voglio essere libero di vivere come mi ordina la mia volontà razionale, ma lo stesso vale anche per gli altri: come posso evitare che vi siano collisioni con gli altri, cioè dov’è il confine che divide i miei diritti da quelli altrui?  E soprattutto chi deve porre il confine tra me e gli altri? Questo è il nodo cruciale su cui si sono dibattute le principali correnti filosofiche del XVIII E XIX secolo. Ciò ha portato i marxisti e i seguaci del comunismo ad immaginare un “paradiso terrestre”, partendo dall’asserzione che la giustizia e l’uguaglianza sono ideali che richiedono una certa coercizione, perché togliere i controlli sociali potrebbe condurre all’oppressione dei più deboli da parte dei più forti, o dei più capaci. Ma per questa dottrina è solo la loro irrazionalità che porta gli uomini a volersi opprimere, sfruttare e umiliare a vicenda. Una dottrina dunque quella marxista nata anche dalla paura della libertà “positiva” e che per la legge del contrappasso porta con sé i germi della più brutale oppressione e schiavitù. Ma non è solo Marx e i suoi seguaci a lasciare aperta la porta al dispotismo; anche Kant, Fichte e Socrate rischiano di esprimere un concetto di libertà che può essere fuorviante. Se i fini di tutti gli esseri razionali devono rientrare in un unico disegno armonioso, se ogni tragedia è dovuta allo scontro tra razionale e irrazionale e tutto sarà perfetto solo quando tutti gli uomini saranno resi razionali, è possibile che ci sia qualcosa che non vada bene nelle loro assunzioni di base. Berlin si domanda infatti se è vero o no “che la virtù non sia conoscenza e la libertà non si identifichi con nessuna delle due”. Questo immenso interrogativo ci pone di fronte ai limiti della libertà “negativa” e “positiva”, ma soprattutto alla grande questione sulla ricerca e la critica sulle forme di potere, democratiche e non.</p>
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		<title>Guai a chi tocca le Coop! Al rogo &#8220;Falce e carrello&#8221; di Caprotti</title>
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		<pubDate>Fri, 23 Sep 2011 15:22:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mugnai</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.arezzopolitica.it/2011/09/23/guai-a-chi-tocca-le-coop-al-rogo-falce-e-carrello-di-caprotti/"><img align="left" hspace="5" width="150" height="150" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2011/09/Falce-e-carrello2-150x150.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="Falce-e-carrello2" title="Falce-e-carrello2" /></a>di Federico Mugnai- “Nell’autunno del 2006, dopo due anni di attacchi da parte di Coop all’Esselunga ed alla mia persona, dei quali sul finire del testo daremo notizia, io, anzi noi, decidiamo di fare chiarezza, a mezzo stampa, dicendo le nostre ragioni. Nossignori: come definisce Giuliano Poletti, presidente di Legacoop il nostro chiarimento? “Un attacco (sic!, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-8375" title="Falce-e-carrello2" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2011/09/Falce-e-carrello2.jpg" alt="Falce-e-carrello2" width="321" height="494" />di <strong>Federico Mugnai-</strong> “Nell’autunno del 2006, dopo due anni di attacchi da parte di Coop all’Esselunga ed alla mia persona, dei quali sul finire del testo daremo notizia, io, anzi noi, decidiamo di fare chiarezza, a mezzo stampa, dicendo le nostre ragioni. Nossignori: come definisce Giuliano Poletti, presidente di Legacoop il nostro chiarimento? “Un attacco (sic!, ndr) ingiustificato, che non può restare senza risposta.”E Aldo Soldi, presidente dell’ANCC: La reazione di Esselunga è stata eccessiva, è una levata di scudi, per di più con toni arroganti e polemici….E allora nella mia lettera del 1° dicembre 2006 a Soldi ho scritto: “ La verità è che due anni di indecente gazzarra da Lei montata- a fini che a me son ben chiari-sulla nostra azienda e sul suo buon nome, hanno messo in allarme ministri, professori, presidenti, etc.. E noi abbiamo dovuto rispondere. La vostra capacita di mentire e di ribaltare la realtà è illimitata. A me spiace, mi spiace veramente che Lei mi costringa a fare qualcosa che non avrei mai immaginato. Rivelerò a molti ingenui, a tante persone in buona fede, chi veramente siete. Lei, Soldi, mi ci avrà costretto” Questa è la ragione del mio scritto, questa è la mia promessa.” A scrivere è Bernardo Caprotti, l’imprenditore a capo di Esselunga nel suo celebre libro “Falce e carrello” in cui denuncia il conflitto di interessi tra le giunte di sinistra e le cooperative rosse, documenta le licenze lasciate scadere (ma prontamente girate alle Coop), i terreni pagati sei volte il valore di mercato e vari altri atti di sabotaggio per non permettere alla sua Esselunga di espandersi e poter concorrere con le Coop. Un libro uscito nel 2007 che raccontava chiaramente lo strapotere di cui godevano le cooperative rosse, i privilegi fiscali che avevano, l’impossibilità da parte di Esselunga, soprattutto nelle regioni rosse di poter inserirsi e partecipare a gare pubbliche alla pari con le Coop, favorite da provvedimenti ad hoc da parte delle varie giunte di sinistra. L’appello di Caprotti era questo: tentare di dar vita alla libera concorrenza anche in Italia, in modo da favorire il libero mercato e abbattere i monopoli. Ciò che si evince dal libro è proprio la delusione di Caprotti nel constatare come in Italia tutto ciò sia difficile se non impossibile, perché troppi sono gli interessi che possono ruotare anche attorno a supermercati come le Coop, legate a doppio filo con la sinistra. Caprotti dimostra come laddove c’è la concorrenza i prezzi sui principali alimenti siano più bassi del 20%. Quella di Caprotti è, a nostro avviso, una denuncia e un atto di coraggio che merita rispetto. Non dello stesso avviso è stato il tribunale di Milano che ha condannato Esselunga al risarcimento di 300000 euro nei confronti della Coop e addirittura ha sentenziato che il libro in questione non possa essere più venduto. Insomma il libro è stato censurato e messo al rogo. Paradossalmente Caprotti e la sua Esselunga sono stati condannati per “concorrenza sleale nei confronti delle Coop.”; insomma la realtà dei fatti è stata rovesciata in modo incredibile! Non è comunque nostro compito vestire i panni dei giuristi e biasimare la sentenza del Tribunale di Milano; certamente nel 2011 si rimane perplessi che in uno Stato democratico un libro venga messo al rogo. In Germania è proibito vendere il “Mein Kampf” di Hitler; in Italia la stessa sorte è toccata a “Falce e carrello” di Bernardo Caprotti. C’è qualcosa che stride molto con i principi di libertà di pensiero ed espressione, con i principi democratici che ispirano la nostra Costituzione. Non vorremmo davvero pensare male e ad arrivare ad affermare che certi poteri non possono essere toccati, che Caprotti con il suo libro denuncia per alcuni ha oltrepassato la misura e abbia meritato la “giusta” condanna. Siamo tutti uguali, ma qualcuno è più uguale degli altri, affermava Orwell in un celebre suo romanzo. Caprotti, uomo che ha sempre amato la libertà, che sempre si è ispirato come modello agli Stati Uniti ed è sempre stato avverso a qualsiasi regime dittatoriale (nel suo libro condanna apertamente anche il fascismo e il suo corporativismo), merita la nostra stima  per i suoi successi imprenditoriali, per la sua tenace battaglia a favore della concorrenza, per le ingiustizie subite e per il suo coraggioso libro. Quando la libertà di un singolo, di un gruppo, di un’azienda, etc.. viene calpestata, siamo tutti un pò meno liberi. E se non c’è libertà spesso non c’è nemmeno giustizia. La storia dell’ottantacinquenne Caprotti ne è un triste esempio.</p>
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		<title>I nemici della libertà 06): Joseph De Maistre</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Sep 2011 22:04:51 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.arezzopolitica.it/2011/09/12/i-nemici-della-liberta-06-joseph-de-maistre/"><img align="left" hspace="5" width="150" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2011/09/Joseph_de_Maistre-8x6.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="Joseph_de_Maistre" title="Joseph_de_Maistre" /></a>di Federico Mugnai-De Maistre è forse l’intellettuale più controcorrente della sua epoca. Si tratta di uno strano personaggio, vissuto sempre al servizio del re di Sardegna e alla corte di San Pietroburgo. Era una di quelle persone che nei suoi scritti si professa intransigente, violento, dogmatico contro tutto il pensiero settecentesco che allora spopolava. La [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-8279" title="Joseph_de_Maistre" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2011/09/Joseph_de_Maistre-8x6.jpg" alt="Joseph_de_Maistre" width="399" height="602" />di <strong>Federico Mugnai-</strong>De Maistre è forse l’intellettuale più controcorrente della sua epoca. Si tratta di uno strano personaggio, vissuto sempre al servizio del re di Sardegna e alla corte di San Pietroburgo. Era una di quelle persone che nei suoi scritti si professa intransigente, violento, dogmatico contro tutto il pensiero settecentesco che allora spopolava. La sua fu proprio una crociata contro tutti quei principi che l’Illuminismo aveva posto come base per una società che ambiva a migliorare le proprie condizioni economiche e a tutelare i diritti individuali dell’uomo. Si scoprirà in seguito che non tutto ciò che il Settecento ha prodotto è stato positivo, che molti intellettuali partendo pure da lodevoli premesse hanno contribuito a generare mostri (pensiamo a Rousseau e a Voltaire). Non è però certo con la critica spietata di De Maistre all’Illuminismo che si può ricavare un modello di società moderno. Pare inoltre, leggendo De Maistre, che aleggi sempre lo spirito del Medioevo, dell’Inquisizione, dei momenti bui della storia mondiale. E’ bene tentare anche in questa sede di fare un rapido excursus sulle teorie maestriane. La rivoluzione francese fu un evento che scosse la sua coscienza: il Terrore giacobino del 1793, a suo avviso, derivava da tutte quelle idee liberali, democratiche, magnanime espresse negli anni precedenti dagli illuministi. In luogo degli ideali di progresso, libertà e perfettibilità predicò il carattere sacro del passato, la virtù e anzi l’assoggettamento integrale, perché la natura dell’uomo è incurabilmente malvagia e corrotta. In luogo della scienza predicò il primato dell’istinto, della superstizione; in luogo della pace eterna la necessità del conflitto. Alla pace e all’eguaglianza sociale oppose la diversità, l’ineguaglianza, il conflitto degli interessi; alla ragione, tanto conclamata in quell’epoca, contrappose l’irrazionalità. Secondo De Maistre basta analizzare la natura (che Rousseau identificava con l’armonia) per capire che il mondo si muove in direzione opposta rispetto ai principi della rivoluzione francese. Afferma De Maistre: “ egli [l’uomo] uccide per nutrirsi, uccide per vestirsi, uccide per ornarsi, uccide per attaccare, uccide per difendersi, uccide per istruirsi, uccide per uccidere…Quale essere sterminerà allora colui che tutti stermina? Egli stesso. E’ l’uomo che ha l’incarico di sgozzare l’uomo..Così si attua la grande legge della distruzione violenta degli esseri viventi, dall’animaletto quasi invisibile fino all’uomo.”  Eppure l’uomo è nato per amare, ma in ciò De Maistre trova ulteriore conferma che nell’uomo l’irrazionalità sia prevalente sulla razionalità. Per questo la società ha bisogno di una sovranità che contenga un principio di infallibilità, e l’unica cosa che sia assolutamente infallibile è la parola di Dio. Tutto ciò che gli esseri umani fanno, gli esseri umani possono guastarlo e perciò tutto ciò che la ragione edifica, la ragione abbatterà. La società quindi deve poggiare per De Maistre su due pilastri per poter contenere la bestialità dell’uomo: la religione e la schiavitù. Pilastri che devono essere sostenuti da una grande autorità e da un altrettanto grande obbedienza, necessarie per non far cadere in rovina e in caos tutta la società. La guerra, la tortura, la sofferenza sono l’ineluttabile destino dell’uomo, perché egli è sciocco, è folle e per questo va controllato e se necessario torturato. Chi sono i nemici da combattere secondo De Maistre? Oltre agli illuministi, egli fa un elenco in cui inserisce i giansenisti e calvinisti, gli avvocati, i metafisici, i giornalisti, gli scrittori, gli ebrei, i rivoluzionari americani, gli intellettuali, gli scienziati, i critici: in poche parole coloro che non accettano le premesse dogmatiche della società e che semmai credono in qualche verità astratta. De Maistre insiste sul passato, sulla tradizione, sul’inattaccabilità dell’autorità, sul fascino della violenza, sull’obbedienza. Forse una cosa ci ha insegnato: guardare al lato sgradevole delle cose, senza farci illusioni sui bei principi, senza alimentare in noi le utopie, l’ottimismo, ma avendo una visione delle cose più completa. Per quanto riguarda il suo pensiero, si può dire che fu l’ultimo grande difensore del feudalesimo e che per certi aspetti abbia influenzato il nazismo con quel culto nell’autorità “divina” del Fuhrer, con quei riti mistici, quell’amore incondizionato per la violenza, la guerra e l’obbedienza e soprattutto per l’ambizione nazista di opporsi al progresso, di voler tornare indietro nel tempo in nome della tradizione tedesca. Della libertà in De Maistre non c’è traccia, se non il rifiuto come principio e valore da diffondere e coltivare. Tra la libertà e la morte De Maistre rifiuta la libertà. Troverà i suoi discepoli nel Novecento in Charles Maurras ed Ezra Pound. La libertà per essere apprezzata ha bisogno pur sempre dei suoi critici e dei suoi feroci avversari: questo è un motivo in più per difenderla e sostenerla. E questo è stato il modesto intento delle sei puntate de “I nemici della libertà”.</p>
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		<title>I nemici della libertà 05): Saint-Simon e il culto delle èlite</title>
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		<pubDate>Sat, 03 Sep 2011 23:28:08 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.arezzopolitica.it/2011/09/04/i-nemici-della-liberta-05-saint-simon-e-il-culto-delle-elite/"><img align="left" hspace="5" width="150" height="150" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2011/09/size11-150x150.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="Saint-Simon" title="Saint-Simon" /></a>di Federico Mugnai -Il conte Saint-Simon se fosse oggi in vita si troverebbe a suo agio con gli intellettuali e i giornalisti di Repubblica e con tutta quella sinistra impegnata, che disprezza il popolo e l’individuo, ammaliata dalla tecnocrazia e dallo storicismo (di cui Saint Simon insieme ad Hegel fu il fondatore). Fu il padre dell’interpetazione [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-8238" title="Saint-Simon" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2011/09/size11.jpg" alt="Saint-Simon" width="343" height="480" />di <strong>Federico Mugnai</strong> -Il conte Saint-Simon se fosse oggi in vita si troverebbe a suo agio con gli intellettuali e i giornalisti di<em> Repubblica</em> e con tutta quella sinistra impegnata, che disprezza il popolo e l’individuo, ammaliata dalla tecnocrazia e dallo storicismo (di cui Saint Simon insieme ad Hegel fu il fondatore). Fu il padre dell’interpetazione “tecnologica” della storia che costituisce la radice di quella che fu l’interperetazione materialista di stampo marxista. Marx indubbiamente ha un debito verso Saint-Simon che , oltre all’interpetazione storica, come vedremo, tracciò un modello di società che molti spunti diede alla filosofia marxista e a quela che sarà l’ideologia comunista. Ovunque si parli di una società pianificata, di un’economia pianificata, di tecnocrazia, di dirigismo, di organizzazione razionale e scientifica dell’industria e del commercio, di uno Stato quindi in opposizione al libero mercato e alla libera impresa, Saint-Simon è sicuramente un intellettuale di riferimento. Di nuovo, fu Saint-Simon, più di chiunque altro, a inventare la nozione del governo sorretto da parte di èlite che usano una doppia morale, da persone illuminate che capiscono le esigenze della società; cioè che , dato che la maggior parte degli uomini sono stupidi, e obbediscono alle proprie emozioni, sarà compito dell’èlite illuminata praticare una morale e somministrarla un’altra al suo gregge. Fermiamoci un attimo: quanta influenza ha esercitato il pensiero di Saint-Simon in certa sinistra europea! Il razzismo morale nei confronti degli avversari politici, la passione per le èlite (Asor Rosa e il suo articolo delirante di qualche mese fa ne è un esempio) e il disprezzo per il popolo sovrano che sbaglia a votare, ma anche andando indietro nel tempo la doppia morale staliniana e del comunismo in generale, etc.. Alla fonte di questa ideologia illiberale parte della sinistra europea si è abbeverata ed ancora oggi si avvertono i sintomi di questo autentico veleno. Quella di Saint-Simon è tra le più energiche offensive sferrate contro la libertà civile, i diritti umani, i diritti naturali, la democrazia, il liberalismo, l’individualismo e il nazionalismo. Da dove nasce questa teoria? Saint-Simon è fra i delusi dell’esito della Rivoluzione francese e, attraverso la sua interpretazione “tecnologica” della storia afferma che la rivoluzione è scoppiata perché grandi mutamenti economici e industriali erano in atto in Francia e la classe dominante non era più idonea a far fronte ai nuovi bisogni del popolo francese. Se la rivoluzione non ha però dato i suoi frutti, se si è rivelata un fallimento, lo si deve soprattutto alla scarsa penetrazione di un èlite comprendente scienziati, banchieri, specialisti, gente che rappresenta in poche parole la scienza e l’industria, capace di prendere le redini della Francia. Per svilupparsi , l’umanità dispone di un unico mezzo: la concentrazione razionale delle sue risorse, in modo che niente e nessuno venga disperso, che tutto si unifichi. Niente deve essere lasciato al caso, al libero arbitrio. Di qui la sua concezione della società come una grande azienda e la sua avversione nei confronti dello Stato, ritenuto obsoleto ed inutile. Ai soldati, ai preti e ai re, dovranno far posto gli scienziati e gli industriali per costruire una società basata sull’autosviluppo, sulla soddisfazione dei bisogni umani. Basta con l’oppressione tra uomini, basta con la guerra fra gli stessi, quando secondo Saint-Simon basterebbe sfruttare la natura, costruendo, organizzando la società e coltivando una cultura materiale per accontentare l’intera umanità. E i diritti? Per Saint-Simon non esistono, perché è l’interesse ciò che sta a cuore agli uomini. In questo modo la miseria scomparirà e tutti i principali bisogni materiali dell’umanità saranno soddisfatti. L’importante è produrre, creare, inventare e questi sono compiti che spettano alle èlite che si divideranno in più camere o parlamenti a seconda della loro competenza.  Il compito però più importante che spetta all’èlite è quello di educare il popolo secondo le necessità della società, svezzandolo e dando ad esso un ruolo specifico nell’ordine industriale. “A ciascuno secondo le sue capacità…” afferma Saint-Simon, frase simbolo dell’ideologia comunista. La libertà per Saint-Simon è qualcosa di destabilizzante, di disordinato, qualcosa che distrugge e non crea; per questo deve essere soppressa. In letto di morte Saint-Simon disse ai suoi seguaci: “ tutta la mia vita può essere riassunta in un unico pensiero: assicurare a tutti gli uomini lo sviluppo più libero possibile delle loro facoltà. Il partito dei lavoratori verrà costruito, il futuro è con noi.” Isaiah Berlin analizzando il pensiero di Saint-Simon conclude: “ Il popolo vuole scarpe, e in seguito questo slogan-pane e scarpe più libertà e parole d’ordine liberali in piccole dosi-diventa il ritornello standard di tutti i partiti della sinistra intransigente, giù giù fino a Lenin e Stalin. Ebbene, anche questa nota piuttosto fosca può essere fatta risalire al gentile, umanitario, magnanimo Saint-Simon.”</p>
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		<title>I nemici della libertà 02): Jean-Jacques Rousseau</title>
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		<pubDate>Mon, 01 Aug 2011 12:29:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mugnai</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.arezzopolitica.it/2011/08/01/i-nemici-della-liberta-02-jean-jacques-rousseau/"><img align="left" hspace="5" width="150" height="150" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2011/08/FJJR-150x150.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="FJJR" title="FJJR" /></a>di Federico Mugnai- Jean-Jacques Rousseau fu uno dei massimi esponenti dell’Illuminismo, figura di spicco che esercitò una enorme influenza in più ambiti, dalla pedagogia fino alla politica. Le sue opere più famose , “Confessioni” e “Contratto sociale” hanno la grande capacità di rapire il lettore, ipnotizzarlo con una prosa sublime. Ciò che stava più a cuore [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-7972" title="FJJR" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2011/08/FJJR.jpg" alt="FJJR" width="372" height="391" />di <strong>Federico Mugnai-</strong> Jean-Jacques Rousseau fu uno dei massimi esponenti dell’Illuminismo, figura di spicco che esercitò una enorme influenza in più ambiti, dalla pedagogia fino alla politica. Le sue opere più famose , “Confessioni” e “Contratto sociale” hanno la grande capacità di rapire il lettore, ipnotizzarlo con una prosa sublime. Ciò che stava più a cuore a Rousseau era trovare un modo per rispettare l’autorità senza però calpestare minimamente la libertà individuale e la tutela dei diritti dell’uomo. Il rapporto tra autorità e libertà fu un tema molto discusso dai suoi predecessori come, ad esempio Hobbes, che avendo una visione alquanto fosca della natura umana, riteneva che un’autorità fosse necessaria per contenere gli impulsi bestiali dell’uomo, ma anche per citare un altro importante filosofo, Locke che sostenne invece che l’uomo possedesse dei diritti naturali già prima della nascita di aggregati sociali e di conseguenza optò più per la tutela della libertà individuale rispetto all’autorità. Tra Locke ed Hobbes la divergenza fondamentale è però su quale punto debba essere tracciato il confine tra libertà e autorità. Rousseau invece ha un approccio diverso; afferma che la libertà è un valore assoluto che essa stessa si identifica con lo stesso indivduo umano. Arriva persino a dire che se un uomo non è responsabile delle sue azioni, se non è libero, non è un essere umano, ma uno schiavo, un oggetto della natura! “Rinunziare alla libertà- dichiara Rousseau &#8211; vuol dire rinunziare alla propria qualità di uomo, ai diritti dell’umanità, persino ai propri doveri…Una tale rinuncia è incompatibile con la natura dell’ uomo.” Rousseau sa bene però che l’uomo vive in società con altri uomini e che quindi dovrà rispettare certe regole, certe leggi, etc.. La domanda che si pone Rousseau è la seguente: come può un uomo rimanere assolutamente libero e tuttavia essere impedito di fare assolutamente tutto ciò che vuole? E a questa domanda risponde in maniera paradossale, affermando che le leggi non sono convenzioni, non sono espedienti utilitari, ma la formulazione di norme che incarnano verità sacre, che non sono fatte dall’uomo, ma sono universali e assolute. Il problema per lui è quello di “trovare una forma di associazione mediante la quale ognuno unendosi a tutti non obbedisca tuttavia che a se stesso e resti libero come prima.” Nel “Contratto sociale” Rousseau individuò una specie di formula matematica che avrebbe salvato l’umanità dai suoi tormenti, dalle tragedie e dalle sofferenze. Qualunque compromesso tra libertà e autorità è fuori discussione, perché per Rousseau questi principi non possono confliggere, dato che sono UNA COSA SOLA; esse coincidono, sono il dritto e il rovescio della stessa medaglia. Quanto più siamo liberi tanto più grande è la nostra autorità; più libertà significa più controllo. Per Rousseau sono dunque liberi quegli uomini che non solo vogliono certe cose, ma sanno anche che cos’è che li potrà soddisfare. Premettendo che la natura è armonia, ciò che il singolo individuo vuole non può essere in collisione con ciò che qualcun altro realmente vuole. Il bene sarà rappresentato dalla soddisfazione reale di ogni singolo individuo; e se ciò non valesse per tutti allora significherebbe che la natura non è armonia (e per Rousseau ciò non è possibile) e quindi vuol dire che c’è una parte degli uomini che sono corrotti, perché non sono razionali, perché non sono naturali. Un uomo naturale è un uomo buono e se tutti gli uomini fossero naturali sarebbero anche tutti buoni e formerebbero così una totalità armoniosa. Bisogna allora ritornare a quello che per Rousseau è l’originario stato di natura in cui gli uomini non erano ancora divenuti preda delle torbide passioni, degli impulsi malvagi e perversi, per riscoprire la felicità e l’armonia. Ciò che occorre per raggiungere questo scopo, afferma Rousseau, è “l’alienazione totale di ciascun associato con tutti i suoi diritti a tutta la comunità”. Lo Stato finisce per coincidere con l’individuo stesso. Alla fine ciò di cui necessita una società è un contratto, un atto che stabilisca quali cose sono utili alla collettività, una specie di “volontà generale” che si immedesima con lo Stato. Rousseau arriva ad affermare che la società ha il diritto di costringere gli uomini ad essere liberi. Come? Se un uomo non vuole un fine razionale, non si può dire che voglia davvero e quindi non è libero. Allora io lo costringo a fare certe cose che lo renderanno felice. Isaiah Berlin nelle sue conferenze su “La Libertà e i suoi traditori” dice a tal proposito :“Quando piego degli esseri umani alla mia volontà, quando torturo e uccido, non sto semplicemente facendo qualcosa che è bene per loro (il che è abbastanza dubbio), ma faccio ciò che essi realmente vogliono, benché possano magari negarlo mille volte. Se lo negano, è perché non sanno ciò che sono, ciò che vogliono, com’è fatto il mondo.” E’ sotto gli occhi di tutti la torbida influenza che una simile dottrina ha avuto in più movimenti e ideologie: dai giacobini al nazismo, dal fascismo al comunismo fino ad arrivare ai giorni d’oggi con i no global che forse personificano al meglio, magari inconsapevolmente, il pensiero di Rousseau. Berlin meglio di chiunque altro condanna le teorie di Rousseau: “ secondo questo sinistro paradosso, nel perdere la sua libertà politica, nel perdere la sua libertà economica un uomo viene in effetti liberato in un senso più alto, più profondo, più razionale, più naturale, noto soltanto al dittatore, o soltanto allo Stato…., col risultato che la libertà più compiutamente libera da vincoli coincide con l’autorità più inflessibile e schiavizzatrice.” Rousseau, dedicando la sua vita a pensare a difendere la libertà assoluta del singolo individuo, con le sue teorie è deragliato arrivando, forse senza accorgersene, ad essere uno dei più grandi nemici della libertà che la storia ricordi. Echeggia ancora la famosa frase paradossale di George Orwell in un suo celebre romanzo, “1984”, che sintetizza forse al meglio la grande mistificazione e la tragedia del totalitarismo: “la libertà è schiavitù”. Ebbene questa frase può essere ricondotta anche a Rousseau.</p>
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		<title>I nemici della libertà 01)- Helvetius e l&#8217;utilitarismo</title>
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		<pubDate>Sun, 24 Jul 2011 11:51:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mugnai</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.arezzopolitica.it/2011/07/24/i-nemici-della-liberta-01-helvetius-e-lutilitarismo/"><img align="left" hspace="5" width="150" height="150" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2011/07/claude-adrien-helvetius-901-t-600x600-rw-150x150.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="claude-adrien-helvetius--901--t-600x600-rw" title="claude-adrien-helvetius--901--t-600x600-rw" /></a>di Federico Mugnai- Claude Helvetius è il primo filosofo preso in esame da Isaiah Berlin nelle sue celebri conferenze alla BBC su “La libertà e i suoi traditori” del 1952. Helvetius fu uno dei massimi esponenti dell’Illuminismo, condannato dalla Chiesa e dallo Stato per le sue opere ritenute eretiche ed empie. In quell’epoca di profondi cambiamenti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-7890" title="claude-adrien-helvetius--901--t-600x600-rw" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2011/07/claude-adrien-helvetius-901-t-600x600-rw.jpg" alt="claude-adrien-helvetius--901--t-600x600-rw" width="455" height="600" />di <strong>Federico Mugnai-</strong> Claude Helvetius è il primo filosofo preso in esame da Isaiah Berlin nelle sue celebri conferenze alla BBC su “La libertà e i suoi traditori” del 1952. Helvetius fu uno dei massimi esponenti dell’Illuminismo, condannato dalla Chiesa e dallo Stato per le sue opere ritenute eretiche ed empie. In quell’epoca di profondi cambiamenti sociali, di grande slancio intellettuale, ma anche di grandi illusioni, Helvetius si interroga su quale dovesse essere il fondamento della società, come l’uomo dovesse vivere, cosa dovesse fare, a che fine dovesse aspirare. Con un approccio scientifico tenta di mettere ordine  nell’immenso caos della morale e della politica, pensando che bastassero delle formule per poter regolare la vita umana come Newton aveva fatto con le leggi di gravitazione. Helvetius individua nell’uomo un desiderio che muove tutte le sue azioni, tutta la sua vita: la ricerca del piacere e la fuga dal dolore. A tal proposito Berlin dice: “Se vogliamo sapere che cosa fa si che gli uomini siano come sono, che i loro atti siano quelli che sono, che cosa è responsabile dei loro amori e dei loro odi, delle loro passioni……, si tratta appunto del perseguimento del piacere e della fuga dal dolore, consapevoli o inconsapevoli che siano.” Se tutto si riduce a questa contrapposizione piacere-dolore, la domanda da porsi è la seguente: “Perché gli uomini non sono felici?” “Perché c’è tanta miseria, ignoranza, inefficienza, tirannia, etc..?”  E’ nella natura dell’uomo la risposta a queste domande. L’uomo è di per sé ignorante, vile, cattivo secondo Helvetius, ciò a differenza di alcuni intellettuali contemporanei che pensavano che l’uomo nascesse buono e fosse la società a cambiarne il carattere. Ma se l’uomo rimane ignorante, abietto è colpa dei re, dei preti, dei soldati e delle autorità in generale ed è quindi seguendo certa letteratura contro l’ancient regime che intravede la possibilità di rovesciare questa condizione di perdizione dell’uomo. Helvetius morì nel 1777 e non ebbe quindi la possibilità di vivere gli anni della Rivoluzione francese, ma è certo che fu un precursore, che le sue teorie abbiano in parte influenzato i giacobini, sostenendoli nel porre le basi per una società nuova, libera e utopisticamente felice, tesa alla virtù e alla verità. Se gli uomini non hanno potuto assaporare la felicità, lo si deve esclusivamente alla malvagità di altri uomini (i potenti), alla fragilità della loro natura, alla loro ignoranza, insomma a malattie intellettuali di questo genere. Lo scopo del filosofo è quello di cambiare l’uomo, attuando una specie di igiene sociale, guarire l’uomo dai suoi terribili vizi, dalle sue malvagie tentazioni, plasmarlo secondo certi principi utili alla società. Ecco che l’etica diventa una specie di tecnologia, una formula matematica. L’arte di governare per Helvetius si riduce  alla ricerca della felicità e l’unico mezzo per raggiungerla è la manipolazione scientifica e quindi artificiale della natura dell’uomo. Come realizzare questo progetto? Non certo attraverso la predica, perché secondo Helvetius la Chiesa che ha fatto proprio questo metodo non ha reso gli uomini migliori, ma ha soltanto alleviato il dolore senza renderli felici. L’unico metodo percorribile è procedere secondo una legislazione, inventando dei metodi per premiare e castigare quell’essere abietto che è l’uomo. “Non mi importa- scrive Helvetius- se gli uomini sono corrotti, purché siano intelligenti….Le leggi risolveranno ogni cosa.”</p>
<p>Questa teoria troverà alleati nell’Ottocento con il razionalismo, il materialismo, l’edonismo, il positivismo e si plasmerà nell’utilitarismo del Novecento. Una conseguenza diretta di questa dottrina è l’avversità per i diritti naturali dell’uomo, per i diritti inalienabili o per essere concisi per i diritti in generale. Per Helvetius avere un diritto su cui nessuno può interferire è un ostacolo alla trasformazione della società nella direzione della felicità per l’umanità intera. Afferma a tal proposito Berlin nel criticare e metaforizzare la teoria di Helvetius: “ L’uomo è un pezzo di argilla nelle mani del vasaio, che può modellarlo a suo piacimento; ed è per questo che è un’irresponsabilità criminale abbandonarlo a se stesso e lasciare che gli ignoranti e i maligni l’inducano con l’inganno all’obbedienza.”  Non c’è spazio per la libertà individuale, perché è l’interesse che governa l’umanità.  Le conseguenze  delle teorie di Helvetius trovano il loro naturale sbocco nel dispotismo illuminato esercitato da un’elitè di scienziati. Forse le sue teorie avranno influenzato Robespierre nel 1793 durante il Terrore e il Governo di salute pubblica e tutti gli assertori della tirannide tecnocratica. Pensare di vivisezionare la società umana per farne una totalità vuol dire mettere all’uomo le catene per l’eternità, non lasciargli lo spazio per poter essere un uomo libero, affermare la propria libertà individuale senza per questo intralciare la libertà altrui. La totalità finisce sempre per calpestare il singolo e laddove l’uomo viene calpestato da una comunità, da una massa informe di uomini manipolati alla ricerca di una “qualche felicità”, finisce per soccombere l’essenza stessa dell’uomo, la sua razionalità, generando mostri come il comunismo e il nazismo che, seguendo le teorie di Helvetius vengono in parte giustificati. E questo, noi liberali, non possiamo accettarlo.</p>
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		<title>Considerazioni sulla libertà</title>
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		<pubDate>Sat, 09 Jul 2011 22:12:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mugnai</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.arezzopolitica.it/2011/07/09/considerazioni-sulla-liberta/"><img align="left" hspace="5" width="150" height="150" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2011/07/Thetrap_episode3_isaiah_berlin1-150x150.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="Thetrap_episode3_isaiah_berlin" title="Thetrap_episode3_isaiah_berlin" /></a>di Redazione-Esiste una parola al mondo che individua l&#8217;essenza della nostra vita: libertà! E&#8217; sulla bocca di tutti, specie dopo la Rivoluzione francese, evento storico che ha dato vita ad una nuova era socio-politica che ha richiesto  o se si preferisce sollecitato il pensiero filosofico di grandi pensatori nell&#8217;individuare i bisogni dell&#8217;uomo, il sistema ad egli [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-7776" title="Thetrap_episode3_isaiah_berlin" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2011/07/Thetrap_episode3_isaiah_berlin1.jpg" alt="Thetrap_episode3_isaiah_berlin" width="492" height="280" />di<strong> Redazione-</strong>Esiste una parola al mondo che individua l&#8217;essenza della nostra vita: libertà! E&#8217; sulla bocca di tutti, specie dopo la Rivoluzione francese, evento storico che ha dato vita ad una nuova era socio-politica che ha richiesto  o se si preferisce sollecitato il pensiero filosofico di grandi pensatori nell&#8217;individuare i bisogni dell&#8217;uomo, il sistema ad egli più adeguato e con ciò influenzato la concezione di libertà. La libertà come sappiamo, ha infiniti volti e per questo non ha una propria identità, ma rimane pur sempre un pensiero astratto che si concretizza solo nella vita reale. Resta però indubbio che la filosofia abbia esercitato un potere immenso in tutti coloro che hanno dato vita a nuovi sistemi politico-economici che si sono affermati nel mondo: pensiamo al liberalismo, al fascismo, al comunismo e quindi  alle passioni, allle suggestioni che vi stanno dietro e che hanno ineluttabilmente influenzato le varie ideologie. Tutte si sono proposte come obiettivo quello di migliorare il mondo, alcuni addirittura di renderlo perfetto! Nel Novecento abbiamo in realtà sperimentato, a costo di disumane tragedie, guerre, lacerazioni, terrore ciò che nell&#8217;Ottocentenso alcuni grandi filosofi avevano già teorizzato. Tante cose abbiamo imparato dall&#8217;esperienza della storia, ma una fra tutte oggi è proponderante: non si possono applicare formule fisiche-matematiche alla società, non si può cioè pensare che esista un teorema capace di modellare la libertà per tutti, dato che la libertà è di per sé soggettiva, aleatoria, infinita. Anche se l&#8217;argomento è complesso riteniamo opportuno pubblicare a brave nel Ns sito alcune considerazioni riguardo i &#8220;nemici della libertà&#8221; prendendo spunto dalle sei conferenza tenute da Isaiah Berlin alla radio, alla  BBC nel 1952. Esamineremo uno ad uno i sei filosofi che Berlin individuò come &#8220;traditori della libertà&#8221;, cercando di riallacciare le considerazioni di Berlin e il pensiero filosfico di ogni filosfo preso in esame, con la realtà odierna e con coloro che oggi minacciano la libertà. Con ciò non vogliamo affermare che il concetto di libertà espresso da Berlin sia più adeguato rispetto agli altri e che tale sia il &#8220;modello di libertà&#8221; da imporre. Ognuno di noi può essere portatore della propria libertà, senza ostruire quella altrui,perchè qualora qualcuno si considerasse un apostolo di essa, diverrebbe un piccolo tiranno. Lo scopo che ci poniamo nel Ns sito è quindi quello di sollecitare i nostri lettori ad una seria e profonda riflessione sulla libertà, al di là degli schemi precostituiti della società, al di là dei condizionamenti interni ed esterni che qualsiasi individuo subisce; in poche parole desideriamo che il lettore si isoli da tutto e da tutti, anche per un solo istante per capire la natura della propria libertà. E&#8217; forse ciò che Berlin stesso avrebbe voluto che si ricavasse dalle sue lezioni sulla libertà.</p>
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		<title>Gianfranco Fini visto da Alleanza Cattolica</title>
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		<pubDate>Sat, 14 Nov 2009 07:32:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Armao</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.arezzopolitica.it/2009/11/14/il-futuro-della-liberta-secondo-gianfranco-fini/"><img align="left" hspace="5" width="150" src="http://www.dios.com.ar/notas1/biografias/cientificos/introvigne/introvigne.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="" title="" /></a>Pubblichiamo integralmente per i nostri lettori il commento di Massimo Introvigne (Alleanza Cattolica) al libro di Gianfranco Fini &#8220;Il futuro della libertà&#8221; perchè riteniamo siano entrambi meritevoli di discussione. Sia il libro che il commento.
L’onorevole Gianfranco Fini non è il leader del centro-sinistra italiano. Con il libro Il futuro della libertà. Consigli non richiesti ai [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em><strong><a href="http://www.dios.com.ar/notas1/biografias/cientificos/introvigne/introvigne.jpg"><img class="alignleft" src="http://www.dios.com.ar/notas1/biografias/cientificos/introvigne/introvigne.jpg" alt="" width="206" height="279" /></a>Pubblichiamo integralmente per i nostri lettori il commento di Massimo Introvigne (Alleanza Cattolica) al libro di Gianfranco Fini &#8220;Il futuro della libertà&#8221; perchè riteniamo siano entrambi meritevoli di discussione. Sia il libro che il commento.</strong></em></p>
<p>L’onorevole Gianfranco Fini non è il leader del centro-sinistra italiano. Con il libro Il futuro della libertà. Consigli non richiesti ai nati nel 1989 (Rizzoli, Milano 2009) si colloca con chiarezza nell’ambito della destra. Avendo avuto la ventura, e la fortuna, di trovarmi negli Stati Uniti durante i funerali di Ronald Reagan (1911-2004), sono convinto che la posizione su questo quarantesimo presidente degli Stati Uniti definisca – come allora emergeva con chiarezza seguendo i media statunitensi e internazionali – la destra e la sinistra, almeno in prima approssimazione e tenendo conto che ogni giudizio tollera sempre infinite variazioni e sfumature. Ma, nell’essenziale, le cose sono abbastanza chiare. È di sinistra chi è contro Reagan. Chi è per Reagan è di destra. Fini parla del ruolo storico di Reagan, perfino della sua «tensione morale e ideale» (p. 43) con condivisione e anche con entusiasmo. Dunque, non è di sinistra.</p>
<p>Qui però la questione non finisce: piuttosto, comincia. Reagan infatti fu il geniale interprete del «fusionismo», cioè di quella pratica politica statunitense che consiste nel mettere insieme diverse «destre» intorno a obiettivi comuni. Il fatto che l’obiettivo di Reagan fosse grandioso – la spallata finale al comunismo – non toglie che le destre che risposero al suo richiamo fossero tra loro molto diverse. Ancora in prima approssimazione, si può dire che – non solo negli Stati Uniti – le destre siano sostanzialmente tre. La prima – su cui l’intera nozione di «destra» si fonda – è costituita dagli oppositori della Rivoluzione francese, e di tutto quanto questa Rivoluzione rappresenta, in nome della monarchia tradizionale (che, beninteso, è cosa diversa dalla monarchia assoluta) e della fede cristiana. La stessa parola «destra» nasce dal settore del Parlamento che gli oppositori intransigenti della Rivoluzione andarono a occupare quando in Francia fu restaurata la monarchia.</p>
<p>Dal momento, però, che il processo rivoluzionario di attacco ai valori tradizionali dell’Europa cristiana non si ferma alla Rivoluzione francese, ma continua, nel corso del secolo XIX emerge una seconda «destra», costituita da coloro che accettano i principi liberali nella loro versione del 1789 ma rifiutano il socialismo. E con l’affermazione del marxismo-leninismo nel secolo XX nasce anche una terza «destra», costituita da quei socialisti che rifiutano il comunismo, pur mantenendo fermi numerosi elementi del pensiero socialista. In Paesi come gli Stati Uniti, e non solo, per la verità, ciascuna destra andrebbe ancora distinta a seconda che il suo riferimento religioso sia cattolico o protestante: il discorso è tutt’altro che irrilevante, ma porterebbe troppo lontano.</p>
<p>I fascismi – pure diversi tra loro – sono a loro modo «fusionisti» perché mettono insieme contro l’avversario comunista sovietico le tre destre. Se però parliamo del fascismo italiano, nelle origini e nella fine (a Salò) della sua esperienza è per molti versi la terza delle tre destre – quella socialista anticomunista – a prevalere.</p>
<p>La premessa può sembrare inutilmente complessa. È al contrario essenziale per intendere la posizione di Fini. Questa è «fusionista», nel senso che tende la mano alla seconda destra, liberale, difendendo il «libero mercato» con l’argomento che in questa espressione quel che conta è più la libertà del mercato. Tende la mano anche alla prima destra, cattolica, ricordando che in tema di Costituzione europea Fini fu favorevole all’inserimento di un richiamo all’identità religiosa: «Riconoscere un’identità comune dell’Europa significa avere ben chiaro che, se c’è un luogo che può far sentire figli della medesima storia e della medesima comunità culturale un pescatore dell’Algarve e un contadino lituano, quel luogo è la cattedrale. Quella immagine di un’“Europa delle cattedrali” e un conseguente riconoscimento di un’identità religiosa nella tradizione ebraica e cristiana è la fotografia di un incontestabile dato storico, non è una scelta di campo politica e nemmeno un atto di fede» (p. 145). Parole, certo, condivisibili e opportune, in un momento storico in cui la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo vorrebbe vietare perfino i crocefissi nelle scuole. Così come è apprezzabile la chiarezza sul tema della droga: non si tratta, scrive Fini, di «limitare il danno» ma di affermare in modo «chiaro e forte […] che non esiste il diritto di drogarsi» (p. 72).</p>
<p>E tuttavia a chi percorra tutto il libro Fini appare per quello che è: un uomo della terza destra che tenta un’operazione «fusionista» nei confronti delle altre due. Che si tratti di una destra modernista (si sarebbe tentati di dire futurista) emerge dall’insofferenza verso il «dogmatismo […] di tipo religioso» (p. 118), dall’affermazione del diritto degli uomini e delle donne all’autodeterminazione in campo bioetico (il che mina, senza che la contraddizione sia risolta, anche il rigore proposto in tema di droga), dalla forte rivendicazione della posizione a suo tempo assunta da Fini in tema di procreazione assistita (cfr. p. 119), ma anche – perché non si tratta solo di bioetica – da un’idea di nazione, quindi di cittadinanza (con riflessi sulla sua concessione agli immigrati), come una realtà dinamica, plastica, plasmabile che continuamente muta e si ridefinisce nel tempo. Se Reagan è un test per sapere chi è di destra e di sinistra, in Italia è un test anche Eluana Englaro (1970-2009). Certamente chi plaude alla sua soppressione in nome di una presunta «sovranità del singolo […] su se stesso, sulla propria vita e sul proprio lasciare la vita» (p. 103) non fa parte della prima destra, e nemmeno può ragionevolmente pensare d’includerla in un progetto «fusionista» da lui egemonizzato. Né convince il richiamo alla «laicità positiva» del presidente francese Nicolas Sarkozy, diversa da quella di Fini in quanto aperta, almeno in linea di principio, a dialogare con i cattolici sull’esistenza di una legge naturale i cui principi non sono negoziabili.</p>
<p>L’appello a una riconciliazione dopo il caso Englaro è interessante, perché da una parte mostra i limiti del «fusionismo» di Fini, dall’altra ha un sapore antico – che si è ancora una volta tentati di definire futurista – quando invita a unirsi sul fare e non sull’essere. I sostenitori del mantenimento in vita di Eluana sarebbero prigionieri di vecchie «linee […] dell’“essere”, vale a dire le linee, in definitiva rassicuranti ma immobili, dell’“identità”», mentre si tratta di passare alle «linee contemporanee del “fare”», a una politica giudicata «per ciò che realizza» e non «per ciò che rappresenta» (p. 103). «In principio era l’azione», per dirla con il Faust di Johann Wolfgang von Goethe (1749-1832)? In ogni caso per la prima destra, cristiana, in principio era il Verbo, cioè la verità, e Faust non è un modello ma una semplice vittima del Diavolo.</p>
<p>Si trova qui anche il limite dell’appello di Fini alla libertà, e della sua celebrazione del 1989, che pure non è priva di una sua efficacia letteraria. Certamente il presidente della Camera è consapevole del fatto che la libertà, se non è collegata a contenuti, rischia di essere un guscio vuoto. Afferma che non basta la «libertà “da” (dall’oppressione, dalle barriere e dalle frontiere)» (p. 152), che l’Europa Centrale e Orientale ha conquistato nel 1989, ma occorre la «libertà “di”» (ibid.). Gli esempi di «libertà “di”» sono però piuttosto deludenti: libertà di «costruire la prosperità» (ibid.) o di promuovere «i diritti» (ibid.). Al massimo, il contenuto della libertà è una certa responsabilità: non si pesi sui genitori fino a trent’anni, si studi e si lavori seriamente, e così via. Non basta. La dottrina sociale della Chiesa non parla tanto di «libertà “di”» quanto di «libertà “per”»: per la verità e per il bene.</p>
<p>Qui si tocca il cuore del problema. Visitando la Repubblica Ceca a vent’anni dalla fine del comunismo nel 1989, Benedetto XVI ha ricordato che dopo la caduta dei regimi comunisti «l’euforia che ne seguì fu espressa in termini di libertà» (Incontro con le Autorità Politiche e Civili e con il Corpo Diplomatico al Palazzo Presidenziale di Praga, del 26 settembre 2009). Ma questa euforia fu e rimane ambigua, perché alcune domande rimangono per così dire in sospeso: «Per quale scopo si vive in libertà? Quali sono i suoi autentici tratti distintivi?» (ibid.). Richiamando la sua recente enciclica Caritas in veritate, Benedetto XVI ricorda che «la vera libertà presuppone la ricerca della verità» (ibid.), e che questo vale sia per il singolo sia per la società e la politica. «La verità, in altre parole, è la norma-guida per la libertà e la bontà ne è la perfezione» (ibid.). Il Papa sottolinea il nesso strettissimo fra «lotta per la libertà» e «ricerca della verità: o le due cose vanno insieme, mano nella mano, oppure insieme periscono miseramente» (ibid.).</p>
<p>Nello stesso viaggio, Benedetto XVI ha sottolineato il carattere inadeguato di molte ricostruzioni e celebrazioni del 1989. Il comunismo è un passato che non vuole passare, e che di fatto non passerà finché non sarà adeguatamente affrontato. Ma affrontarlo significherebbe fare i conti con le sue radici, che sono più antiche del comunismo e, in altre forme e modi, continuano a produrre ancora oggi frutti avvelenati.</p>
<p>Parole talora convincenti, quelle di Fini, sugli orrori del comunismo (e del nazional-socialismo). Tuttavia si ha l’impressione che la radice degli errori e degli orrori sia una semplice avversione ideologica per la libertà. Mentre per Benedetto XVI – cito ancora il viaggio nella Repubblica Ceca – quelle radici si riassumono nel rifiuto di Dio: «L’esperienza storica mostra a quali assurdità giunge l’uomo quando esclude Dio dall’orizzonte delle sue scelte e delle sue azioni» (Santa Messa nell’Aeroporto Tuřany di Brno, del 27 settembre 2009)). «Chi ha negato e ha continuato a negare Dio […] di conseguenza non rispetta l’uomo» (Santa Messa nella Ricorrenza Liturgica di San Venceslao, Patrono della Nazione, Spianata sulla Via di Melnik a Stará Boleslav, 28 settembre 2009).</p>
<p>Discorso evidente per un cattolico – e dunque anche per la prima delle tre destre che ho evocato, quella cattolica – ma discorso che non ha molto senso per una destra social-rivoluzionaria. Ma, si obietterà, non potrebbe il progetto «fusionista» di Fini avere successo? Non potrebbero, per battere la sinistra, esponenti delle diverse destre raccogliersi attorno al Presidente della Camera, una volta che fosse arrivata al termine l’avventura politica di Silvio Berlusconi? Sul piano fattuale tutto è possibile. Sul piano dei principi, un «fusionismo» dove la destra di Fini sia egemone sarebbe invece una iattura per i cattolici. Non vi è, anzitutto, nessuna ragione di concedere l’egemonia a chi su tutte le questioni sostanziali che prospetta – dall’immigrazione ai «nuovi diritti» – è in realtà minoritario nell’ambito del’elettorato di centro-destra italiano. Ma, soprattutto, non possumus. Benedetto XVI c’insegna che esistono da una parte principi su cui un legittimo pluralismo di opinioni politiche è possibile, dall’altra principi non negoziabili su cui si deve tracciare una linea che non può essere valicata: vita, famiglia, libertà di educazione.</p>
<p>Non si tratta di problemi secondari: anzi, secondo l’enciclica Caritas in veritate sono questi oggi i problemi cruciali della vita sociale e il terreno dove si gioca la battaglia per la definizione della libertà. «Campo primario e cruciale della lotta culturale tra l’assolutismo della tecnicità e la responsabilità morale dell’uomo è oggi – spiega l’enciclica – quello della bioetica, in cui si gioca radicalmente la possibilità stessa di uno sviluppo umano integrale. Si tratta di un ambito delicatissimo e decisivo, in cui emerge con drammatica forza la questione fondamentale: se l’uomo si sia prodotto da se stesso o se egli dipenda da Dio» (n. 74); «la questione sociale è diventata radicalmente questione antropologica» (n. 75). Nel momento in cui Fini ribadisce la sua posizione, antitetica a quella cattolica, sulla fecondazione assistita e sul caso Eluana Englaro non sta parlando di questioni marginali, ma del «campo primario e cruciale» dove oggi si deve valutare se una proposta politica è accettabile o meno.</p>
<p>Né si tratta solo di bioetica, perché quelle alla fecondazione assistita e al fine vita sono applicazioni di principi generali sull’autodeterminazione, e su una libertà svincolata da una legge morale naturale e non negoziabile, che emergono anche in altri campi. Per quanto le sue affermazioni su alcuni singoli temi siano talora condivisibili, il cattolico non può affidarsi alla guida di chi considera negoziabili i principi non negoziabili, e per di più vorrebbe negoziare da posizioni antitetiche alle sue. Ci sono epoche storiche in cui il «fusionismo» – Reagan insegna – è opportuno, di fronte alla malizia e alla preponderanza di uno specifico avversario. Ma è saggio perseguire il «fusionismo» cercando di proporre la propria egemonia, non rassegnandosi a quella altrui. Ed è obbligatorio mantenere fermo il principio secondo cui in nome del «fusionismo» si può cercare una mediazione su alcune questioni strettamente politiche, ma non è invece mai lecito valicare il limite dei principi non negoziabili.</p>
<p><strong>di Massimo Introvigne (Alleanza Cattolica)</strong></p>
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		<title>C&#8217;è una casa comune per i riformisti: il Popolo della Libertà</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Feb 2009 05:41:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Armao</dc:creator>
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Redazione
Ci sarebbero da fare molte considerazioni su ciò che avverrà il 27 marzo 2009 a Roma, quando sarà ufficialmente proclamata la nascita del Popolo delle Libertà. Ci sono, ovviamente, sentimenti di gioia, di soddisfazione per il percorso portato avanti in questi anni, di emozione per essere partecipi di un avvenimento che segnerà indelebilmente la storia [...]]]></description>
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<p class="MsoNormal"><strong><a href="http://www.sder.it/wp-content/immagini/parlamento.jpg"><img class="alignleft" src="http://www.sder.it/wp-content/immagini/parlamento.jpg" alt="" width="448" height="300" /></a>Redazione</strong></p>
<p class="MsoNormal">Ci sarebbero da fare molte considerazioni su ciò che avverrà il 27 marzo 2009 a Roma, quando sarà ufficialmente proclamata la nascita del Popolo delle Libertà. Ci sono, ovviamente, sentimenti di gioia, di soddisfazione per il percorso portato avanti in questi anni, di emozione per essere partecipi di un avvenimento che segnerà indelebilmente la storia della politica italiana. In attesa di iniziare le celebrazioni dell’evento che si andrà a consumare, però, è doveroso mettere bene in luce un aspetto che è stato sinora un po’ sottovalutato nelle analisi, nei discorsi e negli articoli che su questo tema sono stati pronunciati o pubblicati in questi mesi.</p>
<p class="MsoNormal">La nascita del partito dei moderati-riformisti, infatti, costituisce oggi più che mai una profonda svolta culturale e di linguaggio non solo politico, ma anche sociale: una svolta che va a colmare e a riparare quella che è stata da più parti indicata come una antica lacuna del centrodestra nel nostro Paese. Attraverso un’operazione di propaganda e di occupazione di molti dei gangli vitali della comunicazione, dell’istruzione e di parte della magistratura da parte della sinistra, un’operazione ben studiata e sviluppata nel tempo, aveva portato a “ghettizzare” qualsiasi tipo di linguaggio che non fosse allineato con quello della “sinistra illuminata”.</p>
<p class="MsoNormal">Per i mentori di quella operazione non importava che la realtà (per fortuna) vedesse la gente schierata in maggioranza contro quel modo di rappresentare il Paese, la storia, gli eventi. Con un costante lavoro di logoramento mediatico, gli alfieri di quella sinistra inconcludente ma rumorosissima sono riusciti a imporre per decenni un linguaggio che univa slogan estremi, chiacchiericcio radical-chic salottiero “politicamente corretto” e fintamente acculturato, demonizzazione di qualsiasi avversario e autocelebrazione della propria diversità (con annessa e nemmeno troppo sottintesa superiorità da parte della sinistra). Nemmeno dopo la caduta del Muro di Berlino, nemmeno con le cosiddette “svolte” che hanno portato dal Pci ai partiti che lo hanno di volta in volta sostituito (e perpetrato) la sinistra è stata capace di superare questa impostazione.</p>
<p class="MsoNormal">Nel frattempo le migliori tradizioni politiche italiane (cattolica, laica, socialista, liberale), unite da sempre in un comune afflato a favore della democrazia occidentale – difesa e promossa nel nostro Paese dal dopoguerra in poi a scapito di chi ci avrebbe condotti all’abbraccio mortale con la Russia comunista – hanno lavorato, grazie all’intuizione di Silvio Berlusconi, per costruire un fronte di centrodestra coeso e continuamente rinnovato da un sincero spirito riformista. Per questo siamo stati attaccati, spesso derisi e demonizzati. Ma abbiamo saputo resistere perché sapevamo di avere dalla nostra la forza della verità.</p>
<p class="MsoNormal">Ed è quella forza che, oggi, si afferma nei fatti. A sinistra si assiste al drammatico fallimento del “partito unico” creato in provetta, senza base e senza direzione politica, e all’emersione di tutte le contraddizioni e di tutte le falsità che proprio attraverso la presunta egemonia culturale ci sono state propinate sino all’ultimo. Nel centrodestra, invece, il linguaggio dei fatti, della verità e della libertà porta a una conquista politica di eccezionale valore.</p>
<p class="MsoNormal">Dal 27 marzo, ma già da oggi, la presunta egemonia culturale della sinistra è – per fortuna – solo uno sgradevole ricordo. Spazzato via, con un po’ di ritardo, dalla realtà della storia. E i nostri sforzi di questi anni, al contrario, trovano nella verità e nell’evidenza degli eventi la loro definitiva consacrazione.</p>
<p class="MsoNormal"> </p>
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