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	<title>Arezzo Politica &#187; leonardo sciascia</title>
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	<description>Politica e Polis. Dibattito politico e passione civile</description>
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		<title>&#8220;Porte Aperte&#8221; di Leonardo Sciascia- ovvero quando la magistratura era liberale</title>
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		<pubDate>Sat, 03 Apr 2010 19:22:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Frabetti</dc:creator>
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		<category><![CDATA[cultura giuridica]]></category>
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		<description><![CDATA[<a href=http://www.arezzopolitica.it/2010/04/03/porte-aperte-di-leonardo-sciascia-ovvero-quando-la-magistratura-era-liberale/><img src=http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/04/Sciascia_palazzolo-150x150.jpg class=imgtfe hspace=5 align=left width=100  alt="" /></a>di Giorgio Frabetti- Per le festività pasquali 2010, che auspichiamo siano trascorse serenamente e nell&#8217;ambito della pace e dello svago domestico, credo sia quantomai opportuno riscoprire un piccolo gioiello della vasta produzione letteraria di Leonardo Sciascia (di cui a novembre scorso si è commemorato il ventennale della scomparsa, il 20 novembre 1989): sto parlando del [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-3844" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/04/Sciascia_palazzolo.jpg" alt="Sciascia_palazzolo" width="300" height="217" />di <strong>Giorgio Frabetti</strong>- Per le festività pasquali 2010, che auspichiamo siano trascorse serenamente e nell&#8217;ambito della pace e dello svago domestico, credo sia quantomai opportuno riscoprire un piccolo gioiello della vasta produzione letteraria di Leonardo Sciascia (di cui a novembre scorso si è commemorato il ventennale della scomparsa, il 20 novembre 1989): sto parlando del romanzo <em>Porte Aperte</em> del 1987 (quindi, tra gli ultimi della produzione sciasciana). Salutato all&#8217;uscita con grande successo,  il romanzo trovò una certa poplarità e fu percepito dai più come un&#8217;ennesima epopea di esaltazione/celebrazione della Magistratura: non dobbiamo dimenticare, infatti, che, negli anni in cui Sciascia scriveva il romanzo, infierivano i colpi finali della lotta al terrorismo (l&#8217;ultima importante legge sui &#8220;pentiti&#8221; è, infatti, del 1987!) e ferveva l&#8217;attesa per le condanne alla mafia del maxi-processo (il 16/12 dello stesso anno, infatti,  la fine del maxi-processo in primo grado). Ad avvallare poi questa percezione (riduttiva, come si vedrà) dell&#8217;opera (e a confermare quel luogo comune che voleva Sciascia una sorta di antesignano de &#8220;la piovra&#8221;), concorse poi il film di Gianni Amelio che, tratto dal romanzo, uscì poco dopo. La storia del &#8220;piccolo giudice&#8221;  antifascista (interpretato da un grandissimo Gian Maria Volontè) che si vendica del regime che vuole una &#8220;condanna a morte politica&#8221; per confermare davanti all&#8217;opinione pubblica la propria capacità di imporre l&#8217;ordine, si prestava alla &#8220;mitizzazione&#8221; della magistratura &#8220;militante&#8221;, all&#8217;epoca sulla breccia. In realtà, come succede per tutti i romanzi di Sciascia, i livelli di lettura sono più complessi e profondi. Innanzitutto, nulla era più lontano dalla cultura di Sciascia del concetto di &#8220;magistratura militante&#8221; portato avanti da una certa Sinistra negli anni &#8216;60/&#8217;70: di questo Sciascia aveva dato ampia prova nella polemica di inzio &#8216;87 contro i &#8220;professionisti dell&#8217;antimafia&#8221;, nella quale aveva stigmatizzato la tentazione giacobina di alcuni esponenti del movimento antimafia e di alcuni intellettuali che portava, secondo Sciascia, a teorizzare la mafia alla mafia in nome di un non ben precisato &#8220;stato di eccezione&#8221; e non all&#8217;interno delle garanzie costituzionali e nel rispetto delle specificità culturali della Sicilia (una tentazione che lo scrittore aveva già drammatizzato nel Capitano Bellodi ne <em>Il giorno della civetta</em> del 1963 e di cui Sciascia vedeva i deleteri precedenti nella campagna antimafia del Colonnello Mori agli albori del fascismo, negli anni 1925-28). Nel romanzo e nell&#8217;incedere nella sua semplice (e al limite povera) trama, possiamo, invece, riscontrare una dialettica affatto differente. Il &#8220;piccolo giudice&#8221;, protagonista della storia, è un magistrato anziano, prossimo alla pensione, formatosi nel periodo pre-fascista e di cultura e formazione liberale: si trova ad affrontare il pietosissimo caso di un funzionario delle Corporazioni fasciste (un repellente e sgradevole personaggio &#8220;umiliato e offeso&#8221; degno di Dostoewskij), già squadrista, che, scoperto il tradimento della moglie con il suo superiore (di lavoro e di partito), ammazza in un colpo solo moglie e amante. Uno smacco notevole per il PNF locale, che chiede come &#8220;pena esemplare&#8221; la pena di morte e rivolge espresse pressioni sulla Magistratura giudicante che dovrà occuparsi del caso. Offeso da tali pressioni nella sua dignità di magistrato , il &#8221;piccolo giudice&#8221; farà di tutto per evitare la pena di morte al soggetto (vincendo l&#8217;effettivo senso di repulsione per l&#8217;uomo) e ci riuscirà, riconoscendo i presupposti della &#8220;continuazione&#8221;. In questo modo, farà scattare la norma del <em>Codice Rocco</em> che, in quel caso, impediva la pena di morte (alla fine, comunque, le pressioni dell&#8217;ambiente fascista prevarranno e, in secondo grado, l&#8217;assassino sarà effettivamente condannato a morte). <strong>Il &#8220;piccolo giudice&#8221;, in questa chiave, non è altri che l&#8217;esponente rappresentativo di quella cultura giuridica tra le due guerre, formatasi nel mondo pre-fascista, che perseguì tenacemente l&#8217;obiettivo di evitare la politicizzazione della giurisdizione: di questo processo della cultura giuridica italiana, &#8220;Porte aperte&#8221; è una chiara e significativa parabola. </strong>Il cammino di questo filone della cultura giuridica italiana parte (relativamente) da lontano, ovvero parte come reazione alle istanze di &#8220;giurisprudenza sperimentale&#8221; avanzate tra fine 800 e inizio 900 da esponenti del positivismo criminologico come Enrico Ferri e si attesta nel chiedere al Magistrato la pura interpretazione della normativa vigente, con una metodologia di impronta nettamente esegetica (indirizzo tecnico-giuridico, vedi Prolusione del Prof. Rocco al Convegno di Sassari nel 1910). Una simile scuola, come noto, è stata criticata nel II dopoguerra: riducendo, cioè, il ruolo del giudice a custode del diritto vigente e togliendo al giudice la possibilità di attingere ad un superiore &#8220;dover essere&#8221; sociale incardinato nei diritti della persona e della Giustizia Sociale, la funzione giurisdizionale pareva uscirne svilita. Ebbene, non fu questo lo spirito con cui la migliore Magistratura ai primi del secolo e al tempo del fascismo operò e intese il proprio ruolo: Sciascia, con il suo romanzo, ha restituito il ritratto di una Magistratura rimasta liberale anche sotto il fascismo, per quanto &#8221;fiancheggiatrice&#8221;, che, negli anni del caos 1924-26 (dopo il marasma del delitto Matteotti) intese il proprio ruolo in funzione di ordine e di disciplinamento dello Stato, anche verso il fascismo, in nome di un &#8220;ritorno allo Statuto&#8221; (vedi teorie di Volt, i lavori della Commissione dei diciotto presieduta da Michele Bianchi etc.). In questo, pur nella Dittatura, la Magistratura (anche quella che giurò al regime negli anni 30) mantenne fermo il principio dello Statuto Albertino secondo cui le leggi emanano dal Re (non dal Primo Ministro), così come l&#8217;Amministrazione della Giustizia. Questo compromesso, se accettava, certamente, il superamento dei partiti e del parlamentarismo, e se implicava un pesante prezzo nei termini della limitazione della libertà politica parlamentare (per altro disciplinata in modo equivoco dallo Statuto), svolse una funzione di freno allo stravolgimento dello Stato di diritto che pure i fascisti più fanatici auspicavano: <strong>e</strong> <strong>se il fascismo non fu costellato di fatti di sangue e di arbitri come l&#8217;URSS sovietica e come la Germania Nazista, se fu impedito ai vari Farinacci e soci di dettar legge in Italia (alla pari del PCUS in URSS, così come della NSAP in Germania) e se durante il fascismo non ci furono gli spaventosi &#8220;processi-purghe&#8221; di Stalin, ciò lo si dovette ai Magistrati che, anche sotto la Dittatura, operarono affinchè la giurisdizione conservasse la sua autonomia rispetto al potere politico: come il &#8220;piccolo giudice&#8221; di Sciascia.</strong> Con il suo meraviglioso &#8220;Porte Aperte&#8221;, quindi, lo scrittore di Rocalmuto ci porta ad un &#8220;modo di intedere e fare magistratura&#8221; che, nel secondo dopoguerra, è stato liquidato, per lo più, come &#8220;fariseismo&#8221; o peggio &#8220;gesuitismo&#8221;. Certo, sotto il fascismo non c&#8217;era la Costituzione rigida, non c&#8217;era un controllo di costituzionalità che potesse permettere alla Magistratura di eliminare i provvedimenti più repressivi e liberticidi del regime; ma è altrettanto vero che, operando in chiave formalistica e tecnicistica, e preservando, così, la funzione giudicante da suggestioni e influenze &#8220;non giuridiche&#8221;, la Magistratura sotto il fascismo svolse una funzione liberale indiretta, ma certo non irrilevante, almeno di salvaguardia di quel residuo di liberalismo (almeno nei diritti dei cittadini) consentito dalla Dittatura. In questa distinzione tra politica e giurisdizione sta il lascito di riflessione di Sciascia sull&#8217;attualità presente: oggi noi abbiamo molti più strumenti per contrastare la Dittatura e per affermare le ragioni della libertà; ma c&#8217;è libertà compiuta solo in quello Stato dove politica e giurisdizione sono davvero distinti, ciascuno nel proprio ordine.</p>
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		<title>Dell’Utri e la questione meridionale</title>
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		<pubDate>Tue, 09 Feb 2010 01:40:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Armao</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica Arezzo]]></category>
		<category><![CDATA[leonardo sciascia]]></category>
		<category><![CDATA[marcello dell'utri]]></category>

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		<description><![CDATA[<a href=http://www.arezzopolitica.it/2010/02/09/dell%e2%80%99utri-e-troppo-per-arezzo/><img src=http://speradisole.files.wordpress.com/2009/10/sciascia_palazzolo.jpg class=imgtfe hspace=5 align=left width=100  alt="" /></a>di Antonino Armao &#8211; 
Se Leonardo Sciascia avesse conosciuto Marcello Dell’Utri lo avrebbe definito “un pezzo di questione meridionale”.
Come dire che non si comprendono i siciliani se non si conosce la Sicilia. E non si comprende la Sicilia non si conoscono i siciliani.  Per questo giudizio a Sciascia fu tirato addosso di tutto.
Accuse infamanti, affinate [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://speradisole.files.wordpress.com/2009/10/sciascia_palazzolo.jpg"><img class="alignleft" src="http://speradisole.files.wordpress.com/2009/10/sciascia_palazzolo.jpg" alt="" width="300" height="217" /></a>di Antonino Armao &#8211; </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Se Leonardo Sciascia avesse conosciuto Marcello Dell’Utri lo avrebbe definito “un pezzo di questione meridionale”.</p>
<p style="text-align: justify;">Come dire che non si comprendono i siciliani se non si conosce la Sicilia. E non si comprende la Sicilia non si conoscono i siciliani.  Per questo giudizio a Sciascia fu tirato addosso di tutto.</p>
<p style="text-align: justify;">Accuse infamanti, affinate negli anni, esplose ai tempi de “L&#8217;affaire Moro” e ribadite perfino l&#8217;indomani della sua scomparsa. Mafiosità simpatica di Sciascia (Sebastiano Vassalli). Scetticismo inattivo (Eugenio Scalfari). Nicodemismo vile (Giorgio Amendola) e via cantando.</p>
<p style="text-align: justify;">E così ancora oggi i soliti falsi intellettuali, damerini alto-borghesi che vivono di buone relazioni con i poteri forti e si atteggiano a classe dirigente moralizzatrice, si esercitano nel loro sport preferito: gettare fango sugli altri, sperando che attacchi.</p>
<p style="text-align: justify;">Scandalizza un convegno con Dell’Utri condannato in primo grado per concorso esterno in associazione mafiosa? Un reato che  Marco Pannella (Pannella!) definisce una contraddizione in termini, un mostro giuridico? E che per questo cade regolarmente in Cassazione?</p>
<p style="text-align: justify;">Eppure non è passato molto tempo da quando nel 2007, sotto il governo Prodi molti ex-br, condannati in via definitiva con sentenza passata in giudicato godevano di una rete solidale, pronta ad accompagnarli nel trovare soluzioni lavorative nel settore pubblico o in associazioni finanziate dagli enti locali, con dei picchi imbarazzanti nella rossa Toscana.</p>
<p style="text-align: justify;">A sinistra vale sempre il detto “il compagno è sempre compagno anche quelli che sbagliano o che hanno sbagliato”. Questa discutibile solidarietà politica-sociale di cui hanno usufruito gli ex brigatisti ricorda l&#8217;Organisation Der Ehemaligen SS-Angehörigen, più conosciuta nell&#8217;acronimo O.D.E.SS.A., l&#8217;organizzazione che ha permesso la messa in salvo di molti ex gerarchi nazisti fuggitivi.</p>
<p style="text-align: justify;">Molti ex-br (o presunti tali) sono stati inseriti come consulenti nelle Istituzioni locali e nazionali (Roberto Del Bello ha lavorato al Viminale come segretario particolare del sottosegretario agli Interni Francesco Bonato, la Baraldini nella giunta Veltroni).</p>
<p style="text-align: justify;">Alcuni lavorano, sempre utilizzando rigorosamente risorse pubbliche, presso associazioni sindacali (Susanna Ronconi collabora a Informazione &amp; Società per la Cgil), altri nelle Coop (Franco Bonisoli e Paolo Cassetta) o nei quotidiani della sinistra radicale (Piccioni e Colotti al Manifesto) ed altri, nonostante i rapporti dei servizi abbiano evidenziato l&#8217;elevata pericolosità della “vecchia guardia”, sono stati prontamente messi in libertà (la brigatista implicata nel sequestro Moro Barbara Balzerani e il neo-reclutatore Matteini). E c&#8217;è addirittura chi, come Renato Curcio, fondatore ed ideologo delle Brigate Rosse, viene spesso messo irresponsabilmente in cattedra ad impartire lezioni ai ragazzi nelle scuole e negli Atenei.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel febbraio del 2008 brigatisti in cattedra. Il caso più eclatante a Bologna: al Teatro Ridotto viene invitato Vittorio Antonini, nome sconosciuto ai più ma con un passato nelle Br e l’ergastolo sulle spalle. Mal di pancia e imbarazzo anche a Castiglione delle Stiviere, nel Mantovano: qui Rifondazione ha pensato bene di chiamare per un incontro sul precariato il solito Renato Curcio.</p>
<p style="text-align: justify;">A Lodi, forse, il caso più spinoso con la Provincia, targata centrosinistra, costretta a un affannoso balletto: Susanna Ronconi, caso unico di pendolarismo fra Br e Prima linea, viene inserita nel progetto Lavoro debole che punta al reinserimento dei detenuti nel mondo dell’occupazione.</p>
<p style="text-align: justify;">E ancora nel gennaio del 2009 l’annuncio di una &#8220;lezione&#8221; alla Sapienza dell&#8217;ex brigatista rosso Valerio Morucci, uno dei componenti del gruppo di fuoco responsabile della strage di via Fani. La controversa iniziativa è stata poi cancellata dal suo ideatore, Giorgio Mariani, ordinario di Letteratura angloamericana.</p>
<p style="text-align: justify;">Leonardo Sciascia, dopo una breve esperienza da consigliere comunale a Palermo nel 1975 nelle file del PCI, esce da quel partito per gravi contrasti con il gruppo dirigente e nel 1979 accetta la candidatura al Parlamento nelle liste radicali dove si occupa del sequestro e dell’assassinio di Aldo Moro. E da lì comincia il suo massacro morale da parte della sinistra (appunto).</p>
<p style="text-align: justify;">Se Sciascia fosse ancora vivo, da grande umanista e appassionato bibliofilo qual’era, giovedì siederebbe accanto a Dell’Utri per discutere dell’autenticità di quei diari e forse anche dell’irredimibilità della Sicilia. Veramente troppo per Arezzo.</p>
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		<title>I ‘Professionisti dell&#8217;Antimafia’ secondo Leonardo Sciascia. A vent&#8217;anni dalla morte</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Nov 2009 16:53:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Frabetti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Costume e società]]></category>
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		<description><![CDATA[<a href=http://www.arezzopolitica.it/2009/11/23/i-%e2%80%98professionisti-dellantimafia%e2%80%99-secondo-leonardo-sciascia-a-ventanni-dalla-morte/><img src=http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2009/11/Sciascia_palazzolo1-150x150.jpg class=imgtfe hspace=5 align=left width=100  alt="" /></a>di Giorgio Frabetti- A vent’anni dalla scomparsa del grande Scrittore di Rocalmuto (20 novembre 1989), credo debbano ripercorrersi i passi di una delle sue più feroci polemiche, quella, cioè, da lui avviata nel 1987 sul Corriere della Sera contro i cd. “professionisti dell’Antimafia” (il termine non è usato da Sciascia). A chi legga oggi questi articoli, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="size-full wp-image-2463 alignleft" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2009/11/Sciascia_palazzolo1.jpg" alt="Sciascia_palazzolo" width="300" height="217" />di <strong>Giorgio Frabetti</strong>- A vent’anni dalla scomparsa del grande Scrittore di Rocalmuto (20 novembre 1989), credo debbano ripercorrersi i passi di una delle sue più feroci polemiche, quella, cioè, da lui avviata nel 1987 sul <em>Corriere della Sera</em> contro i cd. “professionisti dell’Antimafia” (il termine non è usato da Sciascia). A chi legga oggi questi articoli, pubblicati sul <em>Corriere</em> dal 10 al 26 gennaio 1987 (poi ripresi nel volume <em>A futura memoria-se la memoria ha un futuro</em>, Bompiani, 1988), resta di primo acchito la sensazione di una lettura ostica ed ermetica, al punto che si è tentati di sospettare che Sciascia si sia impelagato in un viluppo dialettico contorto e artificioso; detto in altre parole, la prima sensazione è che Sciascia stia “pirandelleggiando” (così per Pansa, che, dalle colonne di &#8216;Repubblica&#8217; dello stesso anno, fu uno dei critici più accesi delle sortite di Sciascia). Lungi dal ritenere le parole di Sciascia oscura e vuota dialettica, resta al lettore di oggi la grande testimonianza di un contributo assolutamente profetico ed anticipatore delle tendenze “giustizialiste” della politica dei giorni nostri. L’articolo del 10 gennaio 1987 (il più importante della serie, gli altri essendo repliche e precisazioni scritte da Sciascia per far fronte al vespaio di polemiche che  frattanto erano insorte) prendeva le mosse dal commento ad un libro di Dugan (discepolo del noto storico d’Italia Dennis Mack Smith) <em>La mafia durante il fascismo </em>in cui veniva trattato del “caso Alfredo Cuoco”, arrestato nel 1927 nell’ambito della campagna antimafia commissionata da Mussolini al ‘Prefetto di ferro’ Mori; additando come mafioso Cuoco, cioè, il regime scaricava uno degli esponenti più progressisti del fascismo siciliano, che più di tutti si stava opponendo all’allineamento tra fascismo e agrari in Sicilia: allineamento, invece, cercato da Mussolini e dai fiancheggiatori del fascismo per stabilizzare il regime da possibili velleità rivoluzionarie. Dopo aver additato il &#8216;caso Cuoco&#8217; come esempio conclamato di uso politico della lotta alla mafia, Sciascia giunge a denunciare le distorsioni di un movimento antimafia che diventa “strumento di potere” e “non ammette critiche, né dissensi”, in quanto facile dispositivo retorico per politici e funzionari in cerca di popolarità facile e di facile carriera: “Prendiamo- dice Sciascia- un Sindaco che per sentimento o per calcolo cominci ad esibirsi –in interviste televisive e scolastiche, in convegni, conferenze e cortei- come antimafioso: anche se dedicherà tutto il suo tempo a queste esibizioni e non ne troverà mai per occuparsi dei problemi del paese o della città che amministra […] si può considerare in una botte di ferro. Magari qualcuno, molto timidamente, oserà rimproverargli lo scarso impegno amministrativo: e dal di fuori. Ma dal di dentro, nel Consiglio Comunale o nel suo Partito, chi mai oserà promuovere un voto di sfiducia, un’azione che lo metta in minoranza e ne provochi la sostituzione? Può darsi che, alla fine, qualcuno ci sia: ma correndo il rischio di essere marchiato come mafioso e con lui quelli che lo seguiranno”. Chi non vede in queste parole, la coincidenza con l’avventura di Leoluca Orlando Sindaco della cd &#8220;primavera di Palermo&#8221; che, in nome della retorica antimafia, non solo si guadagnò l’inamovibilità dalla carica di Sindaco di Palermo per un lungo periodo, ma riuscì addirittura a portare la DC  alla maggioranza assoluta dei voti alle elezioni comunali del 1990? Di quel Leoluca Orlando che tuttora impazza nell’<em>Italia dei Valori</em> di Di Pietro, con pari demagogia giustizialista? Successivamente, l’articolo di Sciascia prosegue con la sezione tuttora più controversa (e parzialmente smentita da Sciascia negli anni successivi) quella riguardante la promozione alla Procura di Marsala del Giudice Paolo Borsellino, ritenuto dal CSM più idoneo all’incarico del concorrente Alcamo (più anziano) per specifica “esperienza nella lotta al crimine organizzato”. Ma su quale fondamento, dice Sciascia, è stata valutata questa &#8220;esperienza&#8221;? “Sul numero dei mandati di cattura o sull’esito dei processi dibattimentali?” Lo Scrittore di Rocalmuto, a questo punto, denuncia la strumentalità e l’inconsistenza di questo criterio di “specializzazione”, facendo presente come le principali istruttorie contro la mafia fin lì istruite da Borsellino siano state sempre smentite in sede dibattimentale. Come si diceva sopra, questa sezione degli interventi di Sciascia è stata la più controversa, proprio perché riguardava un Magistrato di specchiata fama antimafia, come Borsellino: successivamente, Sciascia ebbe a chiedere personalmente scusa al Magistrato per aver riferito inesattezze. In effetti, il discorso di Sciascia va contestualizzato e riferito ad un periodo in cui il maxi-processo non era concluso ancora in primo grado (sarà concluso al 16 dicembre 1987 per essere confermato in Cassazione al 30 gennaio 1992) e non poteva dirsi consolidato tutto l&#8217;insieme di tecniche istruttorie ed investigative che renderanno questo processo (di cui Borsellino sarà uno dei mentori) un piccolo classico della &#8216;procedura penale antimafia&#8217;. Inesattezze a parte, però, il discorso di Sciascia resta molto lucido e profetico su certi usi politici della funzione giudiziaria. Certo, quello che Sciascia temeva di più era che uno Stato, rimasto sin lì assente, per non dire indifferente alla lotta contro la mafia,  cominciando a distribuire facili “prebende antimafia”  a questo o a quello per lavarsi la coscienza davanti all&#8217;opinione pubblica, finisse anche per avallare e accreditare iniziative (giudiziarie, investigative e simili) avventate, immature, capaci di fare clamore ma poco concludenti quanto a risultati (un po’ come la lotta alla mafia del fascismo negli anni ’20). In realtà, Sciascia, con i suoi articoli, paventava l&#8217;insorgere, in nome della retorica antimafia, di situazioni come quella creatasi alla Procura di Catanzaro con il giudice Luigi De Magistris con le code che sono note. Sfrondato, quindi, ciò che è caduco da ciò che è tuttora valido, dagli articoli di Sciascia resta la testimonianza di un pensatore estremamente lucido, profetico, il cui contributo è da rileggere a distanza di tempo per comprendere a fondo le radici e le sorgenti del “giustizialismo”, come patologia della politica e della società italiana. Come dire: lo Stato giustizialista è come quei cattivi padri che, dopo essersi disinteressati per un lungo periodo dei propri figli, quando sono &#8220;colti in fallo&#8221; nei loro errori e responsabilità, si ergono a esempi di virtù.</p>
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