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	<title>Arezzo Polis &#187; leonardo sciascia</title>
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		<title>Quando Mussolini cancellò la Provincia di Caserta</title>
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		<pubDate>Wed, 24 Aug 2011 22:05:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Frabetti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.arezzopolitica.it/2011/08/24/quando-mussolini-cancello-la-provincia-di-caserta/"><img align="left" hspace="5" width="150" height="150" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2011/08/Censura_Fascismo_2-150x150.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="Censura_Fascismo_2" title="Censura_Fascismo_2" /></a>di Giorgio Frabetti- In tempi di pubblicistica anticamorra e anticasalesi, è ritornato all&#8217;attenzione mediatica un avvenimento fino ad allora poco ricordato. Con regio decreto del 02 gennaio 1927, Mussolini procedette a cancellare con un tratto di penna la Provincia di Caserta; avendo poi cura di lodare, nel discorso dell&#8217;Ascensione del 26 maggio successivo, la disciplina con [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-8104" title="Censura_Fascismo_2" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2011/08/Censura_Fascismo_2.jpg" alt="Censura_Fascismo_2" width="402" height="366" />di <strong>Giorgio Frabetti</strong>- In tempi di pubblicistica anticamorra e anticasalesi, è ritornato all&#8217;attenzione mediatica un avvenimento fino ad allora poco ricordato. Con regio decreto del 02 gennaio 1927, Mussolini procedette a cancellare con un tratto di penna la Provincia di Caserta; avendo poi cura di lodare, nel discorso dell&#8217;Ascensione del 26 maggio successivo, la disciplina con cui la popolazione casertana aveva accolto il provvedimento. Una decisione controversa, su cui pesano molte ombre e dispute, tra chi (come Saviano e Di Fiore) attribuisce la decisione ad una punizione di Mussolini contro i dissidenti campani (Padovani in testa) e le loro clientele locali, ritenute pericolose per il Duce per l&#8217;aggancio con la Camorra e chi, invece, motiva la decisione di Mussolini con un più diverso orientamento di risistemazione territoriale, di una Provincia (La Terra di Lavoro, grosso modo corrispondente all&#8217;attuale casertano), ritenuta troppo ampia e disfunzionale, sia per le ambizioni di espansione territoriale del Napoletano (attraversato da pesanti tensioni demografiche), sia per le ambizioni fasciste di risistemazione e di bonifica delle Paludi del Basso Lazio. Come al solito, ognuna di queste interpretazioni contiene un pezzo di verità. Le motivazioni di ristrutturazione territoriale ebbero certo un rilievo decisivo: per non farsi bloccare dai &#8220;veti&#8221; e dalle &#8220;camarille&#8221; dei <em>clan</em> in un provvedimento tanto importante come la Bonifica dell&#8217;Agro Romano, Mussolini creò, infatti, la Provincia di Frosinone, inglobandovi la parte nord della Terra di Lavoro (Sora, Gaeta etc.), prefigurando così  l&#8217;inserimento della parte settentrionale della Terra di Lavoro nel Basso Lazio (come poi sarebbe avvenuto nel 1970 con l&#8217;itituzione formale delle Regioni). Non è comunque da escludere che in quello scorcio 1926, anno di tre attentati alla persona del Duce e anno del &#8220;diciotto Brumaio&#8221; di Mussolini e della conseguente stretta sui partiti di opposizione e dei dissidenti, abbia anche pesato nella ristrutturazione dell&#8217;Ex- Terra di Lavoro la volontà di Mussolini di difendersi da eventuali altri attentati, che avrebbero forse potuto avvenire più facilmente da una zona considerata &#8220;infida&#8221;: in questo, quindi, non è da escludere che, smembrando di fatto la storica &#8220;Terra di Lavoro&#8221;, il Duce abbia operato ad hoc per creare  una specie di &#8220;zona cuscinetto&#8221; (attraverso i nuovi distretti del Basso Lazio), ovvero l&#8217;equivante del &#8220;Rubicone&#8221;, del &#8220;Pomerio&#8221; per gli antichi romani (è curioso comunque che una delle celebri località create dal fascismo con la Bonifica si chiami proprio &#8230; Pomezia!). Come nel caso della lotta alla mafia, in Mussolini giocarono comunque anche altre decisive considerazioni di prestigio. In quello scorcio 1925-26, con un&#8217;opinione pubblica fiancheggiatrice ancora diffidente verso il fascismo per il velleitarismo violento do Farinacci e dei suoi (ricordiamo che tra il 1925 e il 26 era Segretario del PNF proprio Roberto Farinacci), Mussolini aveva assolutamente bisogno di dimostrare la massima affidabilità nella gestione dell&#8217;ordine pubblico. La vicenda casertana porta indubbiamente lo stigma di un modus operandi tipico della prima fase della gestione dell&#8217;ordine pubblico mussoliniano, ancora legato a specifiche &#8221;emergenze&#8221; (il caso Girolimoni, la mafia, la camorra etc.), ma non ancora capace di organizzare una politica dell&#8217;ordine pubblico organica (e si direbbe &#8220;scientifica&#8221;) come sotto Leto e Bocchini. Dal punto di vista della politica criminale, comunque, si deve dire che l&#8217;azione mussoliniana fu una specie di &#8220;lato B&#8221; della clamorosa azione anticamorra realizzata nell&#8217;immediato anteguerra contro la Bella Società Riformata (che causò l&#8217;emigrazione in USA di boss di rilievo come Michele Aria e Giuseppe  Barracano: vedi <a href="http://www.bibliocamorra.it">www.bibliocamorra.it</a>). Nel vuoto di <em>leadership</em> napoletana, fu, infatti, facile per la camorra casertana rendersi autonoma e in grado di dare &#8221;filo da torcere&#8221; allo Stato; come fu relativamente facile per lo Stato reagire. Di qui, sorge in Campania l&#8217;epopea della lotta della Polizia fascista contro i &#8220;mazzoni&#8221; (la criminalità di alora) che portò decine e centinaia di arresti e condanne e la diaspora dei boss locali. Come noto, l&#8217;azione antimafia del regime fascista è stata oggetto di deplorazione: da Mack Smith a Sciascia, ad esempio, l&#8217;azione del Duce fu letta come azione strumentale e tesa a riequilibrare con la forza equilibri politici tra fascisti intransigenti e fiancheggiatori, in difficoltà nella crisi post-Matteotti: ad esempio, Sciascia vide nell&#8217;azione antimafia in Sicilia di Mussolini un tentativo del Duce di ingraziarsi gli Agrari, che, alle elezioni municipali del luglio 1925 (tra le ultime libere prima dell&#8217;avvento del regime), aveva regalato una dote non irrilevante di voti alla lista liberale di opposizione di Vittorio Emanuele Orlando (oltre a punire fascisti scomodi per gli interessi agrari come Cuoco, o fiancheggiatori infidi come il Ministro Gen. Di Giorgio, tutti coinvolti nelle inchieste di Mori). C&#8217;è qualcosa di vero in questo, anche se non può sfuggire la particolarità del contesto: la fase di &#8220;nazionalizzazione&#8221; di massa che allora l&#8217;Italia stava attraversando come frutto della partecipazione alla Prima Guerra Mondiale, stava facendo fare allo Stato italiano &#8220;passi da gigante&#8221;: basti pensare che sotto il fascismo, nasce il primo ebrione di <em>Welfare State</em>, come nasce una prima base di imposizione tributaria moderna, ovvero funzionale ad uno Stato &#8220;interventista&#8221; che opera tendenzialmente in <em>deficit</em>. Un processo che, unito al &#8220;disciplinamento militare e patriottico&#8221; auspicato da Mussolini, avrebbe dovuto portare l&#8217;Italia ad un &#8220;senso dello Stato&#8221; adeguato alla coscienza moderna, come era stato per la Francia Napoleonica e per la Germania bismarkiana. Un processo invece bloccato con la crisi della coscienza nazionale seguita alla disfatta militare e alla guerra civile tra il 1940 e il 1945: nel lungo periodo, l&#8217;interruzione di questo processo, rallentando la nazionalizzazione degli italiani, ha aggravato gli storici e cronici problemi della criminalità organizzata.</p>
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		<title>Cinema d&#8217;estate 2011-06)/Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto (1969) di Elio Petri</title>
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		<pubDate>Sat, 06 Aug 2011 11:00:10 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.arezzopolitica.it/2011/08/06/cinema-destate-2011-06indagine-su-un-cittadino-al-di-sopra-di-ogni-sospetto-1969-di-elio-petri/"><img align="left" hspace="5" width="150" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2011/08/indagine.bmp" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="indagine" title="indagine" /></a>di Giorgio Frabetti- Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto di Elio Petri con Gian Maria Volontè e Florinda Bolkan, Nastro d’argento 1970, è passato alla storia come un apologo sul “doppio Stato”. Nella vicenda dell’Ispettore Capo della Squadra Omicidi (Gian Maria Volontè), che, in occasione della promozione all’Ufficio Politico, ammazza la propria [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-8005" title="indagine" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2011/08/indagine.bmp" alt="indagine" width="448" height="256" />di <strong>Giorgio Frabetti</strong>- <em>Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto </em>di Elio Petri con Gian Maria Volontè e Florinda Bolkan, Nastro d’argento 1970, è passato alla storia come un apologo sul “doppio Stato”. Nella vicenda dell’Ispettore Capo della Squadra Omicidi (Gian Maria Volontè), che, in occasione della promozione all’Ufficio Politico, ammazza la propria amante Augusta Terzi (Florinda Bolkan), riuscendo rimanere impunito perché <em>a priori</em> “insospettabile”, nonostante indizi e prove evidenti, non sono mancati i critici che oggi e ieri hanno ritrovato nel film la parabola rigorosamente lucida delle degenerazioni della Polizia politica, in netto anticipo sulle polemiche relative alla “strategia della tensione” di Piazza Fontana e della vicenda Pinelli-Calabresi. Una lettura che fa parte della storia del film, ma che, letta con gli occhi di oggi, ne impoverisce la ricchezza espressiva: nessun dubbio cioè che il film sia dedicato al tema della Polizia in “stato di eccezione”, ma le sfumature sono molto più ricche e sfaccettate rispetto a film banalmente e istantaneamente politici (tipo Giuseppe Ferrara o certo Damiano Damiani). Un’esaltazione della Sovranità dello Stato, che deve ritenersi assoluto e al di sopra della morale in qualunque momento? Sicuramente, il film marca un “segno dei tempi” e indubbiamente si interroga sulle evoluzioni impreviste della politica e dell’ordine pubblico che degenereranno di lì a poco nel terrorismo e nello spontaneismo armato e corre in parallelo ad un romanzo coevo come <em>Il Contesto</em> (1971) di Sciascia: “Ogni delitto anche il più comune deve essere letto come avente una finalità di sovversione dell’ordine politico”, dice il Protagonista nel suo discorso di insediamento (in modo del tutto analogo a quanto dirà Sciascia nel suo romanzo). Come nei film “politici” ricorre uno dei luoghi comuni: l’associazione tra Politica degenerata e Perversione sessuale (vedi <em>La caduta degli Dei</em>, <em>Salò</em> e altri). <em>Indagine</em>, però, rivela una sua specificità stilistica. Innanzitutto, colpisce l’associazione dell’enfasi e della solennità dei discorsi reazionari di Volontè, intercalati nel più classico e borbonico accento meridionale (idioma della Polizia), con l’infantilismo delle azioni che commette (“Sei come un bambino” è lo scherno ricorrente dell’amante): non certo di un Superuomo aldisopra del Gregge. Gli stessi “giochi sessuali” a sfondo poliziesco tra Volontè e l’Amante, nonostante tutto, non si riesce ad associarli alle nefandezze da Marchese De Sade: come la mania di ritrarre l’amante nelle pose più invereconde delle vittime da lui ritrovate nel corso del servizio (riverse sulla tazza del <em>water</em>, con i dischi addosso etc.); come la meschinità di compiacere l’amante, che si eccita al pensiero delle trasgressioni che può realizzare l’Amante Poliziotto nell’esercizio delle sue funzioni (come passare con il rosso). Ma è anche infantile pensare il Ns. che, pur in un momento di obiettive tensioni politiche e sociali, si dedica a mansioni marginali e sceme, come quella di calcolare quante scritte “W Mao” si trovano per strada e simili. C’è un evidente e insistente cifra ironica e satirica nel film, che cadenza ogni scena. Quasi che il Delitto Terzi alla fine non fosse che una colossale “burla” giocata dal Poliziotto-Volontè ai colleghi e alla cittadinanza di un Narciso immaturo e viziato: come la scena in cui Volontè confessa di essere un assassino all’ignaro “stagnaro” che poi si reca in questura, ma si guarda bene poi dall’identificare l’assassino, passando per pazzo e mitomane. Come la scena finale, dove (in una generale auto-assoluzione a sfondo corporativo) i Colleghi della Questura, riuniti davanti ad un Volontè improvvisamente reo confesso, dichiarano irrilevanti i pur pesanti indizi di colpevolezza, per il semplice motivo che … anche loro stessi potrebbero aver realizzato le stesse tracce. Ma anche il movente politico è messo platealmente alla berlina: nonostante “il contesto” incandescente pre-anni di piombo, i reali moventi del delitto sono passionali e personali. La gelosia per Augusta, che frattanto si è carnalmente concessa ad un giovane studente estremista di Sinistra; e la voglia (infantile) di dimostrare alla donna sia pure <em>post mortem</em> la propria “maturità” contro le accuse (di lei) di infantilismo. Alla fine, il film restituisce in Volontè un “uomo senza qualità” alla Kafka, alla Musil, alla Svevo, che sarà sì coperto nelle sue responsabilità dalla corporazione e dalla funzione, ma che è oggettivamente debole e inadeguato al ruolo. Nonostante il film ami occhieggiare al pericolo di una Polizia che cavalchi il “Colpo di Stato” in nome dello Stato di eccezione, si fatica davvero a ravvisare in un mediocre simile un aspirante Kerenskij o Himmler. Più che il carattere machiavellico e totalitario della Polizia, sembra che Petri ne metta a nudo la corruttibilità e in fondo la ricattabilità per la debolezza e la pochezza dei suoi funzionari, l&#8217;incapacità di divenire classe dirigente e nucleo duro dello Stato, e la disponibilità corriva a compromessi e a opportunistiche capitolazioni. Anche perché il Poliziotto Volontè si trova a pagare la propria insospettabilità, trovandosi costretto a non poter colpire nessuno per il Delitto, quindi, precludendosi la possibilità di indagare su altri possibili criminali, paralizzando le indagini del Delitto (cosa che gli causerà un’inchiesta disciplinare e il rischio di rinvio a giudizio): quindi, depotenziando quella stessa funzione repressiva, cui pure con tanta solennità il Protagonista si  dichiara consacrato. In questo, il film rivela con tutta evidenza un peculiare “doppio livello” di lettura. Da un lato, la lettura storica, a cavallo degli avvenimenti, con la lucida e netta visione che comunque coglieva nel segno molti guasti e inefficienza (paternalismi, facili corporativismi etc.) della Polizia che, proprio negli anni ’70, verranno a nudo imponendo di lì a poco una drastica riforma. Ma c’è un lato meta-storico: quando l’Uomo di legge pretende di porsi al di sopra di essa lì inizia la vera anarchia, la vera capitolazione: per l’assenza di punti fermi con cui colpire il crimine. In questo la vicenda erotica Volontè-Bolkan diventa la poetica prefigurazione della Pornocrazia dove ogni vizio e capriccio è permesso, e dove ogni idea di legge e ordine è violata.</p>
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		<title>I classici della Tv-02) Qui Squadra Mobile (1973) di Anton Giulio Majano</title>
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		<pubDate>Wed, 13 Jul 2011 21:27:58 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-7792" title="polizia_davanti_ambasciata_usa" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2011/07/polizia_davanti_ambasciata_usa.jpg" alt="polizia_davanti_ambasciata_usa" width="462" height="301" />di <strong>Giorgio Frabetti</strong>- La serie Tv &#8216;<em>Qui Squadra Mobile</em>&#8216; gode di un primato tutto suo: e&#8217; la prima serie di giallo poliziesco televisiva ambientata in Italia e aderente all&#8217;attualità della cronaca italiana; in questo, il film-Tv e&#8217; il degno antenato de <em>&#8216;La Squadra</em>&#8216;, &#8216;<em>Distretto di Polizia</em>&#8216; che godranno successivamente (e godono tutt&#8217;ora) di grande e incontrastato successo. Non ci vuole molto a comprendere il perche&#8217; del successo di serie siffatte: come spiega Leonardo Sciascia in quello squisito saggio sul romanzo giallo pubblicato per &#8216;<em>Cruciverba</em>&#8216; (1983), le vicende del Poliziotto che indaga e da la caccia agli assassini genera facile &#8216;<em>transfert</em>&#8216;; ma genera anche più&#8217; sottilmente un oscuro fascino per quella sensazione di &#8216;razionalita&#8217; pura&#8217; e di &#8216;onniscienza&#8217; che grava attorno alle operazioni del &#8216;detective&#8217;. Questo indubbiamente ha contribuito, ai tempi di &#8216;<em>Qui squadra mobile</em>&#8216; a incollare al video e ad appassionare milioni di spettatori (pure ai tempi del monopolio RAI) non certo abituati a pensare che i propri Distretti di Polizia potessero possedere cervelloni elettronici o di zelanti funzionari di Polizia Scientifca (come il bravo De Maria della serie) capaci di venire a capo dei delitti apparentemente più&#8217; insolubili: roba che pereva appannaggio della sola polizia USA! Si perche&#8217; &#8216;<em>Squadra Mobile</em>&#8216; segna nell&#8217;immaginario collettivo italiano il desiderio di rappresentare la Polizia Anticrimine con una veste moderna, umana, soprattutto professionale: per sbloccare gli stereotipi di una Polizia inefficiente, borbonica e corriva alle oscure mene del potere politico (e&#8217; poco lontana la strage di Piazza Fontana e l&#8217;omicidio Calabresi), anche per compensare almeno a livello di immaginario collettivo un&#8217;aspirazione al rinnovamento dell&#8217;Istituzione di Polizia (che sara&#8217; attuato solo tra il 1978 e il 1981). <em>Squadra Mobile</em> nel suo genere è quasi una risposta al nichilismo violento dei<em> BMovies</em> polizieschi italiani che allora gia&#8217; impazzavano, e che squadernavano truculenze e un&#8217;idea della &#8216;Giustizia-fai-da-te&#8217; rasente il &#8216;Far West&#8217;. Contro i carismatici &#8216;eroi-giustizieri privati&#8217; del tempo come Maurizio Merli e Franco Nero, però, il film-tv di Majano propone &#8230; una &#8216;Squadra&#8217;, un gruppo di lavoro che agisce coordinato e professionalmente contro il crimine. Con &#8216;Qui Squadra mobile&#8217; compare per la prima volta il poliziotto istituzionalizzato, nella persona del Commissario Capo della Squadra Omicidi Lorenzi (Giancarlo Sbragia) che rompe con gli stereotipi letterari (Maigret, Nero Wolf) e gli esotismi televisivi (Tenente Sharidan) e con l&#8217;idea del giallo come diversivo letterario e da salotto. Non solo, le indagini di Lorenzi non indugiano nell&#8217;effettismo o nel melodramma, non solo sono improntate al massimo rigore procedurale, e sopratutto sono tratte dalla realta&#8217; di casi realmente risolti dai migliori commissariati di polizia dell&#8217;Italia di allora. Sì perche&#8217; fino a &#8216;Squadra Mobile&#8217; il giallo in RAI era un &#8216;taboo&#8217;: un po&#8217; come se la RAI di Bernabei avesse perpetuato le regole del Minculpop fascista, tendente ad una censura velata e indiretta del romanzo giallo, affinchè non diventasse il pretesto per racconti &#8220;immorali&#8221; su droga, prostituzione e simili; argomenti che, comunque, in nome di una stolida ipocrisia &#8216;nazionalistica&#8217;, venivano &#8220;accettati&#8221;, se ambientati all&#8217;estero (vedi la serie del Commissario De Vincenzi di De Angelis scritta negli anni &#8216;30). Cosi&#8217; anche nella RAI di Bernabei, e&#8217; fatto divieto di far trapelare la &#8216;cronaca nera&#8217; italiana nelle <em>fiction</em> gialle della TV, in omaggio indubbiamente alla &#8216;missione familiare ed educativa&#8217; della Tv pubblica; missione rispetto a cui pure qualche Autore si prendera&#8217; qualche licenza, come Daniele Danza che dovra&#8217; adattarsi ad ambientare in Inghilterra una delle sue più celebri <em>spy story</em> a base di <em>escort</em> e ricatti  (<em>Giocando a golf una mattina</em> del 1969). Con <em>Squadra mobile</em> cade finalmente questo &#8216;taboo&#8217; della Tv verso l&#8217; attualita&#8217; della cronaca nera in<em> fiction</em>. Certo, non siamo ancora al crudo realismo di &#8216;Dov&#8217;e&#8217; Anna&#8217; (1976), ne&#8217; al <em>trush</em> aperto da Bmovies de &#8216;La Piovra&#8217;, ma certo lo sceneggiato segna una svolta, sia pure nell&#8217;ambito di una cautela moralistica che porta Majano a rappresentare si&#8217; l&#8217;attualita&#8217; (droga, sequestri etc.), ma a condizione di rappresentare indagini vere andate a buon fine. Una &#8216;pruderie&#8217; moralistica che potra&#8217; far sorridere lo spettatore di oggi, ma che pero&#8217; è anche alla base della caratteristica cifra narrativa del Film-tv asciutta, sglabra, antispettacolare,  per altro modernissimo e confrontabilissimo con gli attuali e asciutti &#8216;RIS&#8217;, &#8216;NCSI&#8217;. E che rende &#8216;Qui squadra mobile&#8217; un prodotto RAI modernissimo, fruibilissimo anche dal pubblico più&#8217; giovane di oggi.</p>
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		<title>Berlusconi, la ghigliottina è servita!</title>
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		<pubDate>Tue, 15 Feb 2011 21:34:41 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.arezzopolitica.it/2011/02/15/berlusconi-la-ghigliottina-e-servita/"><img align="left" hspace="5" width="150" height="150" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2011/02/848-silvio-berlusconi-thumb1-150x150.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="848-silvio-berlusconi-thumb" title="848-silvio-berlusconi-thumb" /></a>di Giorgio Frabetti- “Se lo avessi tra le mani per ventiquattrore, ad interrogarlo come dico io, come so io, [Berlusconi] vomiterebbe l’anima sua … se anima ha! E non pensi, per carità a maltrattamenti, torture … Lo farei soltanto scendere dal piedistallo, gli farei soltanto sentire che per me lui sta alla pari del ladro di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-6451" title="848-silvio-berlusconi-thumb" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2011/02/848-silvio-berlusconi-thumb1.jpg" alt="848-silvio-berlusconi-thumb" width="404" height="302" />di <strong>Giorgio Frabetti</strong>- “Se lo avessi tra le mani per ventiquattrore, ad interrogarlo come dico io, come so io, [Berlusconi] vomiterebbe l’anima sua … se anima ha! E non pensi, per carità a maltrattamenti, torture … Lo farei soltanto scendere dal piedistallo, gli farei soltanto sentire che per me lui sta alla pari del ladro di galline, del debosciato pescato coi suo tre grammi di eroina in tasca … Quando uno che si crede potente, entra in un posto di polizia e si sente dire di togliersi le stringhe delle scarpe e la cintura dai pantaloni crolla, mio caro amico […]. Provi ad immaginare la scena: il posto di polizia, una stanza squallida come la mia, quel tipico odore che Gadda fa sentire così indelebilmente e che assale le narici ogni volta che si parla di polizia […]; dietro la scrivania il Commissario che non si alza, che non fa il minimo gesto non dico di ossequio, ma di saluto; il brigadiere in piedi, che con indifferenza o addirittura disprezzo dice ‘Signor [Berlusconi] si tolga le stringhe dalle scarpe e la cintura dai pantaloni’ … La fine, mio caro amico, la fine” (Leonardo Sciascia, <em>Todo Modo</em>, Bompiani, Tutte le opere, 2001). I periodi dei “grandi processi” della cultura occidentale coincidono con momenti di crisi, di dissoluzione. Non è questo vero solo per la politica (es. lo scandalo della Banca Romana chiuse una fase del trasformismo, quello elitario, tra il 1882 e il 1892; ovvero Tangentopoli per la <em>Prima Repubblica</em>), ma anche per la letteratura. Come non dimenticare il grande Processo Karamazov del celebre romanzo di Fedor Dostojeskij in cui, dietro il velo della vicenda di parricidio tra i Fratelli omonimi, si celebra la crisi, la dissoluzione dell’Ottocento idealistico e delle sue illusioni di equilibrio, dietro le maschere del superomismo nicciano (impersonato da Ivan, “mente spirituale” dell’omicidio) e dalla viltà e dall’abbruttimento proto-comunista di Smerdjakov, ovvero della massa e dei suoi bassi istinti non domati. Ecco perché, aldilà dei fatti processuali di Silvio (gravi, ma lievi se confrontati con gli addebiti a Minetti, Mora etc.) il rinvio a giudizio per “direttissima”, comunque vada a finire, è il segno della crisi e forse della fine di un’epoca, la <em>Seconda Repubblica</em>. Non era mai capitato un processo ad un <em>Premier</em> in carica: era capitato a personaggi politici importanti, mai ad un … Capo di Stato! La “ghigliottina virtuale” è servita. Ma fino a quando la Politica, come Classe, come Casta, sarà disposta a farsi processare? Non vi è chi non veda, infatti, come, processando e forse condannando il <em>Premier</em>, si costituisce un imbarazzante precedente. Vada per adesso, dove a Milano, per quanto ne so, ci sono dei Magistrati che (simpatici o meno) sono preparati e responsabili; ma se domani, un’iniziativa contro un Premier o addirittura contro un Capo di Stato fosse avviata da un Magistrato come lo era De Magistris? Di un magistrato spregiudicato e arrivista che, per coprire la strumentalità e la pochezza delle proprie indagini, aveva sfruttato inchieste politiche per la facile popolarità? Chi ha dimenticato la “luna di miele” con un Magistrato che, prima di farsi “ridere dietro” con le vicende dell’IDV, era arrivato a rappresentarsi mediaticamente come un Paolo Borsellino, riuscendo, per di più, a trascinare con sé la piazza al grido: “Ammazzate de Magistris, ammazzateci tutti!”. Purtroppo, il moralismo esasperato, la voglia di forca diventano l’alibi di una classe politica autoreferenziale e bloccata che, non riuscendo più ad attivare compensazioni sociali ed economiche, realizza solo “compensazioni” virtuali e moralistiche. Già adesso questa è la vera realtà della Politica e abbiamo seri motivi per ritenere che, di qui in avanti, non possa che degenerare (se non si porrà rimedio): anche nel “cattivo uso” politico della Magistratura. La Ns. politica, purtroppo, non ha gli anticorpi necessari per reagire: non ce l’ha Berlusconi, per ragioni che sono ovvie e che sono già state spiegate; non ce l’ha la restante classe politica. Non possiamo avere una classe politica capace di vincere la sfida dell’attuale imbarbarimento (di cui la Ghigliottina Giudiziaria è solo un simbolo), perché la Ns. politica ha finora solo protetto rendite; per l’evidente ragione di costituirsi a sua volta una facile rendita elettorale e di potere. Se vogliamo deporre la frettolosa demagogia, è qui che il discorso di Giuliano Ferrara di lanciare l’economie e le riforme come antidoto alla Barbarie Giudiziaria, può ritrovare una sua dignità di riflessione: se la politica inizia a creare compensazioni economiche e sociali adeguate alla crisi, finirà, si ridurrà non dico l’azione dei giudici sulla Politica, ma la pressione Antipolitica di invocare la Giustizia come “palliativo” dei problemi. Ricordiamo, al riguardo, le parole profetiche di Giulio Tremonti ne Lo Stato Criminogeno (Laterza, 1997), dove profetava: “Tangentopoli ritornerà se lo Stato italiano fallirà le fondamentali riforme economiche di cui il Paese ha bisogno”. All’Italia non serve una “lenzuolata” un tanto al metro (su cellulare, assicurazioni), ma occorre un <em>Welfare</em> che dia davvero risposte ai giovani, alle donne, alle famiglie, un sistema che tuteli il merito contro i corporativismi e i favoritismi a sfondo politico familiare. “Ha da passà ‘a nuttata!” diceva Eduardo De Filippo. Ma poi alla fine, verrà l’alba di un nuovo avvenire per l’Italia?</p>
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		<title>Il &#8216;De Bello Fallico&#8217; di Berlusconi (e Ruby)</title>
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		<pubDate>Wed, 19 Jan 2011 22:38:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Frabetti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.arezzopolitica.it/2011/01/19/il-de-bello-fallico-di-berlusconi-e-ruby/"><img align="left" hspace="5" width="150" height="150" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2011/01/Silvio-Berlusconi-Ruby-e-le-altre_o_ah-150x150.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="Silvio-Berlusconi-Ruby-e-le-altre_o_ah" title="Silvio-Berlusconi-Ruby-e-le-altre_o_ah" /></a>di Giorgio Frabetti- Credevo di aver ripercorso à rebour –come il grande Leonardo Sciascia nel suo prologo di Todo Modo- tutta una “catena di causalità”. Credevo di aver compreso la politica, la società, la storia italiana entro una paziente congerie di classificazioni e distinzioni che non lasciassero nulla al caso, in una lunga, indissolubile catena di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-6122" title="Silvio-Berlusconi-Ruby-e-le-altre_o_ah" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2011/01/Silvio-Berlusconi-Ruby-e-le-altre_o_ah.jpg" alt="Silvio-Berlusconi-Ruby-e-le-altre_o_ah" width="507" height="380" />di <strong>Giorgio Frabetti</strong>- Credevo di aver ripercorso <em>à rebour</em> –come il grande Leonardo Sciascia nel suo prologo di <em>Todo Modo</em>- tutta una “catena di causalità”. Credevo di aver compreso la politica, la società, la storia italiana entro una paziente congerie di classificazioni e distinzioni che non lasciassero nulla al caso, in una lunga, indissolubile catena di “causalità” e di ferree leggi di “necessità”. Un po’ come quando leggi la storia del liberalismo italiano nella versione di Benedetto Croce nel suo celebre e omonimo volume: una serie chiusa, oltre cui non c’è nulla da dire, se non prendere atto della razionalità e inevitabilità storica di quanto riportato, come per il passato, così per il presente, così per il futuro. Senonchè, con le recenti vicende politiche e giudiziarie di Ruby-Rubacuori, ho dovuto rivedere le mie convinzioni di intellettuale, di teorico della politica. E questo a causa dell’enigmatica e sconcertante presenza politica di Silvio Berlusconi. Che cos’è Silvio Berlusconi in fondo? Come dice Sciascia in <em>Todo Modo</em>, “a somiglianza di una celebre definizione che fa dell’universo kantiano una catena di causalità sospesa ad un atto di libertà, si potrebbe (…) riassumere l’universo pirandelliano (e Berlusconiano, aggiungo io, NdA) come un diuturno servaggio in un mondo senza musica, sospeso all’infinita possibilità musicale: all’intatta e appagata musicalità dell’<em>uomo solo</em>”. Che con Berlusconi, la politica italiana abbia toccato il culmine di questa estetica dell’<em>uomo solo </em>credo nessuno possa più metterlo in dubbio: Silvio con la sua straordinaria capacità di affabulazione politico-mediatica (con cui ha costruito un’esperienza politica del tutto nuova come il centro-destra) esprime, infatti, al massimo grado, come dice lo stesso Sciascia, “l’infinita possibilità musicale di certi momenti dell’infanzia e dell’adolescenza” (quando prosegue l’io narrante Sciascia “in campagna, lungamente, mi appartavo in un luogo che mi fingevo remoto e inaccessibile di alberi e di acqua; e tutta la vita, il breve passato e il lunghissimo avvenire, musicalmente si fondevano e infinitamente alla libertà del presente”). Sì, perchè un eterno “fanciullino” lo è davvero Silvio: in Silvio, infatti, rivendicare il liberismo economico va di pari passo con la rivendicazione della più assoluta libertà di ostentare la propria vitalità sessuale, come se entrambi facessero parte di un unico patrimonio di valori liberali. Certo, l’uomo risente ancora del ’68: di quando la libertà di pensiero andava di pari passo con la “libertà di scopare” ed entrambe erano rivendicate con pari solennità e enfasi nelle manifestazioni. In questo, poi, mi sembra che l’uomo solo- Silvio (pirandellianamente parlando) risenta anche di un’inconfondibile <em>background</em> roussouviano: per lui la libertà da rivendicare è quella del “buon selvaggio”, del “bambino” che può dar corso a tutto ciò che vuole, tanto è naturalmente buono (mentre è la società a renderlo cattivo). Anche per questo tratto di “innocenza originaria”, si stenta a immaginare in Silvio i tratti del Girolimoni depravato: e questo, anche nel caso fosse confermato che è andato davvero a letto con Minorenni. Con quel sorriso così empatico, con quella parlantina sciolta e allegra, come non farsi scappare (come davanti ad un figlio impenitente, ma che si ama tanto) una pacca sulla spalla, un tono di indulgenza rassegnata? Con quel sorriso ammaliante e i suoi modi suadenti da seduttore, il Silvio Nazionale può permettersi quello che vuole: poco importa se per le ostentate <em>avanches</em> a qualche <em>premier</em> donna dell’Est si sfiora la crisi diplomatica (come nel 2009 verso la Finlandia). Poco importa se finisce per offendere i cittadini della minoranza omosessuale, come successe  il 02 novembre 2010, quando Silvio, per togliersi di dosso l’incipiente caso Ruby, chiosò: “E poi insomma a me piacciono le donne, non sono mica <em>gay</em>!”. E poco importa se quel giorno correva il 35° anniversario della morte di Pier Paolo Pasolini! Sbagliava, comunque, il roccioso e arcigno Vittorio Feltri quando, il 04 luglio 2008, su <em>Repubblica</em> additava nella “gnocca” il “problema politico” di Berlusconi; il vero problema politico di Silvio, invece, è … altro. A nessuno, cioè, può sfuggire che la <em>kermesse</em> politico-erotico-boccaccesca del Silvio Nazionale, oggi ma anche negli ultimi anni, è entrata nel vivo di quella che potremmo chiamare in modo grottesco la “fase fallica”. Novello Giulio Cesare, <em>uomo solo</em> della politica, per Silvio in questi giorni si sono aperti i cimenti di quello che senza troppo sbagliare si potrebbe chiamare il suo <em>de bello fallico</em>. E’ qui che Berlusconi si trova davanti ad un bivio; forse il vero “punto di non ritorno” della sua strategia d’immagine e di affabulazione politica; forse il punto in cui il giocattolo mediatico fin qui abilmente oliato rischia di esplodere addosso al <em>premier</em> mettendo forse per la prima volta davvero a rischio il suo carisma personale e (non escluso) il suo futuro politico. Mi dispiace andare contro corrente rispetto alle diffuse opinioni di centro-destra, ma in questa vicenda di Ruby (come per gli altri “scandali” sessuali di Casoria e della d’Addario) la Magistratura, l’Opposizione c’entrano, ma fino ad un certo punto. La vera causa dei guai risiede … in Silvio  sé stesso; Silvio, cioè, pur nella sua infinita capacità di “recitare a soggetto” nel complicato “teatrino della politica” italiana, è come dire rimasto impigliato nella narrativa che esso stesso si è creato di <em>tombeur de femme</em>, di <em>macho</em>. Berlusconi cioè è rimasto vittima della sua stessa (e ostentata) “esuberanza fallica” (pare un modo di esorcizzare la vecchiaia e la prospettiva della morte!). Chi è stato ad attirare l’attenzione sul “caso Casoria” con gli annessi pettegolezzi, se non Silvio stesso, che si è fatto fotografare con “cani e porci” per la rivista <em>Chi?</em> Chi è stato ad attirare l’attenzione su un possibile coinvolgimento nel caso Ruby del <em>premier</em> se non … il <em>premier</em> stesso con  l’incredibile telefonata alla Questura di Milano, in occasione della quale Silvio ha inventato per la malcapitata l’inusuale appellativo di “Nipote di Mubarack” ? Fosse vivo Mussolini, chiedetegli se ebbe tanto riguardo verso Anita Dasler che lo ricattava addirittura con un figlio! Chi è che si è attirato in casa le intercettazioni se non Berlusconi medesimo? Evidente che, accogliendo tipi come Lele Mora (con perenni indagini addosso), il premier ha finito per portare anche le sue stesse vicende piccanti nel calderone delle intercettazioni! Sì è vero, Silvio si giustifica dicendo che ama trascorrere serate rilassanti e divertenti; e c’è da credergli, perché se c’è una cosa che con certezza si può ricostruire dalle sue serate ad Arcore e altrove, è il clima spensierato, un po’ <em>bohèmienne</em>, godereccio, puttaniere, un po’ cinico magari, che trasuda la sventatezza goliardica e un po’ irresponsabile dell’adolescenza, ovvero di certi vitelloni di provincia così ben descritti da Piero Chiara; e anche un po’ forse la cinica, impenitente, ma irresistibile cialtroneria di <em>Amici Miei</em> (ecco qui, in questa leggerezza, “l’atto di libertà” di cui parla Sciascia in <em>Todo Modo</em>). Ma è una leggerezza, una spensieratezza, le cui conseguenze si pagano inevitabilmente (ecco ritrovata la “catena di causalità”). Se questo, infatti, è il clima scamiciato e un po’ irresponsabilmente adolescenziale della vita privata del <em>premier</em> non c’è da meravigliarsi, se a casa sua possono passare “cani e porci” senza controllo (ammissione anche del Ministro della Giustizia Alfano, ieri sera a <em>Ballarò</em>). E comunque non si sarebbe arrivati alla grottesca <em>kermesse</em> del <em>bunga bunga</em> (passando per Noemi, d’Addario) se questi scandali non avessero trovato terreno fertile (e una subdola complicità) nella loro stessa vittima, Silvio Berlusconi. In effetti, Berlusconi, in questa situazione, è oggettivamente debole, è inutile che fingiamo di non accorgercene. A rendere debole Silvio è il “dilemma fallico”, dal quale, neanche volendolo può sottrarsi. Il “dilemma fallico” di Berlusconi oggi si decide attorno a questa semplice domanda: “Ha consumato o no con Ruby?”. Davanti ad un’accusa obiettivamente infamante (per chiunque), davanti ad un quadro indiziario, comunque lo si valuti, difficile (altrimenti, la Boccassini non avrebbe chiesto il “giudizio per direttissima” che presuppone una specie di “flagranza di reato”), un uomo, al posto di Silvio, troverebbe un solo modo per difendersi: dichiarsi impotente. Glielo aveva già suggerito Vittorio Feltri, in un’intervista del 2009 (dopo il caso d’Addario) che fu ben replicata da <em>Anno Zero</em> e che fece sghignazzare molti in Italia e all’estero. Del resto, a quasi 75 anni, non ci sarebbe nulla di male, sarebbe un decorso fisiologico, plausibile, non certo infamante. Penalmente, poi, per la vicenda Ruby sarebbe la scappatoia più facile: il reato sarebbe automaticamente insabbiato, o comunque (in caso di accertata responsabilità) valutato con molte, molte attenuanti. Quale via più comoda per far uscire sé stesso (e l’Italia) dal “vicolo cieco” in cui si è cacciato? Eppure, Silvio Berlusconi, presta  un decisivo vantaggio a chi oggi lo vuole vedere alla gogna come vizioso e corruttore di “minorenni”. <strong>Qualcosa, in particolare, mi dice che Berlusconi, nel dilemma, preferisca correre il rischio di passare per un “Girolimoni”, per un corruttore di minorenni, piuttosto che apparire impotente!</strong> Lui che tante volte ha detto e smentito tutto e il contrario di tutto su una cosa non può contraddirsi, la sua virilità, ostentata con tanta sfrontatezza, quasi come un <em>totem</em>, un caposaldo di legittimazione personale e morale. Non riteniamo casuale, in questo senso, che, per smentire le voci sui rapporti con Ruby, abbia accreditato l’esistenza di una nuova compagna con la quale avrebbe intrapreso una relazione stabile. Giunti al “punto di non ritorno”, giunti alla “fase fallica” del Berlusconismo,  non è più possibile giocare, introdurre diversivi. E’ a questo punto, che la commedia del <em>bunga bunga</em> ritrova toni e pieghe inconfondibilmente pirandelliane: la “catena di causalità”, infatti, pirandellianamente parlando, finirà per prevalere sull’anarchia creativa di Silvio, con leggi ferree e implacabili.  A questo punto, cioè, Berlusconi dovrà comprendere di non poter “giocare” all’infinito, di non poter recitare a soggetto, variando all’infinito il copione delle battute e dei ruoli da recitare nella <em>kermesse</em> mediatica. Se non cambia copione, e se non muta il “registro fallico” fin qui seguito, Silvio si ritroverà impigliato in un “vicolo cieco”: come i <em>Sei personaggi </em>di Pirandello, che, pur improvvisando, erano fissati indelebilmente ad un destino cui mai riuscivano a sfuggire! Ora, io non voglio ripetere il “trauma a sfondo pirandelliano” patito da Leonardo Sciascia, quando ha visto prefigurarsi in <em>Todo Modo</em> l’omicidio politico di Aldo Moro; così oggi, io non voglio affatto presentire la morte (politica) di Silvio Berlusconi, nel quale continuo a sperare come unico riferimento dell’unità del centro-destra italiano. Ma è evidente che Silvio, se vuole uscire dall’attuale marasma, dovrà uscire dalla logica della personalizzazione della politica e dalla logica “fallica” fin qui seguita. Perché se davvero ci tiene al centro-destra, deve impegnarsi a salvarlo non tanto e non solo dall’accusa giudiziaria di prostituzione minorile a suo carico (che può anche essere un incidente di percorso), quanto salvarlo dal ridicolo. Gettato un personaggio, una coalizione nel ridicolo, lì non c’è speranza, è la fine politica (e con che faccia affrontare Casini e l’elettorato cattolico, ad esempio?). Nulla, comunque, è perduto: se la politica e il centro-destra non hanno definitivamente perduto il senso della dignità del proprio ruolo, tutto è ancora recuperabile. Diversamente, i nostri discendenti, dopo queste vicende diranno: “E fu così che la storia del centro-destra in Italia finì tutta … a puttane”. E non solo in senso figurato.</p>
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		<title>Il Giudice, l&#8217;Imprenditore, la Escort: quando il cinema italiano è profetico</title>
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		<pubDate>Sun, 16 Jan 2011 01:02:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Frabetti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.arezzopolitica.it/2011/01/16/il-giudice-limprenditore-la-escort-quando-il-cinema-italiano-e-profetico/"><img align="left" hspace="5" width="150" height="150" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2011/01/in-nome-del-popolo-italiano1-150x150.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="in nome del popolo italiano" title="in nome del popolo italiano" /></a>di Giorgio Frabetti- Questa sera, uscito di casa per la mia passeggiata serale consueta, ho trovato una cosa che non vedevo da molto tempo, le lucciole. Erano date per sparite secondo le celebri parole di Pier Paolo Pasolini, eppure io le ho ritrovate. No, non è un impazzimento momentaneo dello Scrivente (le lucciole in gennaio, ma [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-6094" title="in nome del popolo italiano" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2011/01/in-nome-del-popolo-italiano1.jpg" alt="in nome del popolo italiano" width="440" height="295" />di <strong>Giorgio Frabetti</strong>- Questa sera, uscito di casa per la mia passeggiata serale consueta, ho trovato una cosa che non vedevo da molto tempo, le lucciole. Erano date per sparite secondo le celebri parole di Pier Paolo Pasolini, eppure io le ho ritrovate. No, non è un impazzimento momentaneo dello Scrivente (le lucciole in gennaio, ma quando mai?). Queste sono le parole con cui Leonardo Sciascia, con il suo stile lirico eppure miracolosamente antiretorico, iniziava il suo <em>Affaire Moro</em> nel 1978. Cosa motivava questa celebre operina dello scrittore di Rocalmuto? Solo l’intenzione di predisporre un’analisi della tragica vicenda dello statista democristiano, ma avendo come filo conduttore, non l’analisi politica, né storica, quanto lo specialissimo punto di vista (a mò di “io lirico”, di “io narrante”) del Medesimo Sciascia. Sciascia sentiva la maledizione di Moro misteriosamente legata alla sua opera, specialmente all’ultimo romanzo di massimo successo <em>Todo Modo</em> scritto nel 1974. Nell’incredibile vicenda dei notabili cattolici che si ritrovano quasi ad uno ad uno impallinati mentre all’Eremo Zalfer svolgono gli esercizi spirituali (fino all’incredibile finale dove viene ucciso il Padre Spirituale di tutti don Gaetano), Sciascia vedeva con sgomento la parabola della fine e del declino inesorabile dell’ultimo riferimento tradizionale che aveva sin lì accompagnato l’Italia, dopo lo sfacelo del post-fascismo, la Chiesa Cattolica. Nella vicenda della morte e dell’omicidio Moro e nel conseguente travaglio democristiano, nel 1978, Sciascia intuì che la DC stava conoscendo il suo … Eremo Zalfer, ovvero la sua fine. In questo, mai fu più appropriato quell’esordio così terso e limpido delle lucciole, ripreso ironicamente e affettuosamente da Pasolini. Se le “lucciole” servivano a Pasolini da metafora per parlare di un mondo italiano tradizionale e contadino allora in declino, in Sciascia le “lucciole” sembrano ricordare (come la “luna” del “pastore errante” di leopardiana memoria) la timida luce della ragione rischiarata dalla corretta riflessione. Perché una cosa è certa: quando l’arte, la letteratura arrivano alle vette, al culmine delle loro possibilità espressive, esse diventano profezia del presente. Anche Brecht ha molto sognato di coltivare un’arte simile: dove la narrazione dei drammi, delle commedie escono dalla scena, e prefigurano eventi o narrazioni di eventi della storia reale, incisa nella carne del Pubblico (che, in questo modo, diventava soggetto vivo e non soggetto esterno all’opera d’arte). Questo è stato <em>Todo Moro</em> per Sciascia  (e lui, consapevole e anche sconvolto, ne diede testimonianza con l’Appendice dell’Affaire Moro). Ma questo è anche il caso del film <em>In nome del popolo italiano</em> (1970) di Dino Risi con Ugo Tognazzi e Vittorio Gassman. Film sconvolgente, perché porta in finzione una vicenda che ieri sembrava appartenere al novero della sola finzione grottesca da Commedia all’Italiana: nella vicenda di Vittorio Gassman <em>businnes man</em> di successo immanicato con la politica condannato dal Giudice Istruttore (ideologicamente orientato) Ugo Tognazzi a causa dello sfruttamento sessuale di una <em>escort</em> (poi morta in circostanze misteriose), è infatti impressionante ritrovare (nella trama di un film di 40 anni fa) la trama dell’attuale vicenda Ruby. No, non è il mio il solito “pistolotto” Politica-Magistratura Comunista; come non intendo assolutamente prendere posizione nella vicenda Ruby, nella quale io non so dire nulla. Mi permetto solo di dire che Gasmman-l’Imprenditore di Successo e Tognazzi-Giudice Ideologizzato diventano i due “poli simbolici” di una lotta all’ultimo sangue tra due tipi ideali e costanti della storia politica e sociale italiana recente degli ultimi quarant’anni, prima e dopo la fine dei partiti e dei riferimenti tradizionali (vedi la Chiesa e la DC in <em>Todo Modo</em>). Declinata prima e poi crollata la Politica con la P maiuscola, in Italia in fondo hanno preso piede solo due forme di Antipolitica: l’Antipolitica che esalta l’Economico, la logica del <em>laissez-faire</em>, del “far soldi” (anche “ungendo le ruote”) come panacea di tutti i problemi sociali (quanto della mitologia del “miracolo economico” degli anni ‘60, quanto del mito della “Milano da Bere” degli anni ’80, quanto dello spirito leghista e settentrionale in particolare si ritrova?); dall’altro, l’Antipolitica Giustizialista, che affonda per lo più nel senso di impotenza dell’Uomo della Strada che si sente dominato da un sistema affaristico senza scrupoli e da un sistema politico e legislativo capace solo di favorire i furbi, gli <em>insiders</em>, anziché essere al servizio dei cittadini, degli <em>outsiders</em>. I riferimenti nel presente di queste due tendenze sono noti e non mette conto di illustrarli. Ma il film è qualcosa di più: il film è il disperato e folle “sogno ad occhi aperti” (che allora pareva “fantapolitica” ma oggi è tragica realtà) del Giudice Bonifazi-Tognazzi di “dare una spallata” al sistema attraverso “pene esemplari”. E’ il sogno degli eterni Masanielli, degli eterni Cola di Rienzo della storia italiana, dell’Italiano-Bertoldo che sogna la rivincita dai Potenti, con … una “spallata”. Che porta il Giudice-Tognazzi alla folle speranza di condannare Gassman per sfruttamento della prostituzione di una delle sue <em>escort</em>, nonostante le prove contrarie, dopo aver addirittura distrutto le prove dell’innocenza di Gassman (e addirittura enfatizzandone il coinvolgimento nell’omicidio della stessa), nella speranza di liberare le leggi e lo Stato dalla sudditanza degli eterni “padroni del vapore” italiani. Una decisione disperata e drastica che il Giudice prende dopo una celeberrima e memorabile <em>kermesse</em> romana, ovvero l’allucinata visione di Gassman, moltiplicato in un’incredibile carosello di tipici e “trucidi” personaggi dell’Italia del <em>Boom</em> (un modo per dire che la corruzione dei dirigenti dell’Italia è lo specchio della corruzione della sua gente: il solito mito dell’inferiorità etico-politico dell’Italia, qui reso comunque con una evidenza artistica notevole!).  Uno stravolgimento artistico e grottesco del mito dell’imparzialità del Giudice: ma in quel momento, Tognazzi non è tanto un Giudice, ma un cittadino indignato e disperato che cerca un Nemico rappresentativo dell’infamia e della corruzione del sistema Italia, in modo da colpirlo, ma non tanto sulla base di una colpevolezza fondata sui fatti, ma con l’infamia e la denigrazione morale. Ditemi: quanti non sognano (in Italia e non) che i potenti facciano una simile fine? Quanto questa “mitologia della forca” può allignare nel popolo specie nei momenti di crisi? Un decorso, come si vede, non tanto dissimile dal Colonnello Bellodi de <em>Il Giorno della Civetta</em> di Leonardo Sciascia che, per sconfiggere una mafia, ritenuta parte integrante ed ineliminabile di un “sistema”, sogna leggi eccezionali e la sospensione della Costituzione. Ma come Sciascia insegna, l’unica via per uscire dall’Antipolitica (nelle due forme: economicistica e Giustizialista); e l’unica luce che abbiamo il dovere di cercare è quella della Politica, della Partecipazione, della Critica; della fede nel dibattito, nel Dialogo e nella Razionalità come strumenti per costruire nonostante tutto una convivenza e un destino comune.</p>
<p> </p>
<p><em> </em></p>
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		<title>Roberto Saviano: storia di un &#8220;professionista dell&#8217;antimafia&#8221;</title>
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		<pubDate>Wed, 10 Nov 2010 23:28:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Frabetti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.arezzopolitica.it/2010/11/11/roberto-saviano-storia-di-un-professionista-dellantimafia/"><img align="left" hspace="5" width="150" height="150" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/11/roberto_saviano3-150x150.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="roberto_saviano3" title="roberto_saviano3" /></a>(Redazione) Pubblichiamo l&#8217;intervento sul Blog di Filippo Facci del 10/11/2010 con cui il giornalista de Il Giornale ha messo in luce strane omissioni e amnesie nella ricostruzione della cd &#8220;macchina del fango&#8221; oggetto della declamazione di Roberto Santoro nella trasmissione di Fabio Fazio lunedì scorso su Raitre. E&#8217; il solito circuito televisivo: la realtà dei fatti, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignleft size-full wp-image-5535" title="roberto_saviano3" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/11/roberto_saviano3.jpg" alt="roberto_saviano3" width="490" height="327" />(Redazione) Pubblichiamo l&#8217;intervento sul Blog di Filippo Facci del 10/11/2010 con cui il giornalista de <em>Il Giornale</em> ha messo in luce strane omissioni e amnesie nella ricostruzione della cd &#8220;macchina del fango&#8221; oggetto della declamazione di Roberto Santoro nella trasmissione di Fabio Fazio lunedì scorso su Raitre. E&#8217; il solito circuito televisivo: la realtà dei fatti, della cronaca (politica, criminale) non &#8221;buca il video&#8221;, la dietrologia sì (vedi <em>Report</em>). Di qui, la cronaca tendenza del cd &#8220;giornalismo civile&#8221; a sconfinare almeno in Italia nel vieto spettacolo. </strong><strong>E ciò purtroppo concorre a fare di Roberto Saviano un ennesimo &#8220;professionista dell&#8217;antimafia&#8221;, nei tratti benissimo delineati tra il 1987 e 1988 dal Leonardo Sciascia-</strong></p>
<p>Caro Roberto Saviano,<br />
il tuo racconto sulla macchina del fango che non risparmiò Giovanni Falcone, lunedì sera, era infarcito di omissioni: nel senso, proprio, di nomi che non hai fatto o hai preferito non fare. Per farli hai avuto a disposizione una clamorosa mezz’ora televisiva, quindi è stata una scelta deliberata. E a me spiace, sia perché sono uno dei pochi che ti difende – da queste parti -  sia perché in questo modo si accredita chi dice che il tuo punto debole sia un certo paraculismo: non una tendenza vera e propria all’intruppamento nella sinistra politically correct – quella no -  ma quantomeno una propensione a non fartela nemica. Dalle parti di certi sancta sanctorum, diciamo così, il passo ogni tanto ti si fa felpato.</p>
<p>Tu hai parlato subito dell’Addaura, cioè un primo e sottovalutato attentato a Falcone: era il 20 luglio 1989 e il magistrato si trovava nella sua casa al mare, presa in affitto, in compagnia dei colleghi svizzeri Carla Del Ponte e Claudio Lehman, impegnati in un’inchiesta sul narcotraffico che tu hai definito «riciclaggio». Hai detto che «tutti, a destra e sinistra» fecero capire che Falcone quella bomba poteva essersela messa da solo. Ma non è preciso. Gerardo Chiaromonte, comunista, defunto presidente dell’Antimafia, persona perbene e tu sai perché, scrisse che «i seguaci di Leoluca Orlando sostennero che era stato lo stesso Falcone a organizzare il tutto per farsi pubblicità».  In prima fila c’era quella sinistra lì, oltre a <em>il Giornale</em> di Montanelli (dove ai tempi scriveva l’incolpevole Marco Travaglio) e altri personaggi menzionati da una sentenza della Cassazione: tra questi i giudici Domenico Sica, il defunto magistrato Francesco Misiani e il colonnello dei carabinieri Mario Mori, futuro capo del Sisde: chi più e chi meno, misero tutti in dubbio un attentato che in troppi cercarono di derubricare a semplice avvertimento. Già, perché un processo per i fatti dell’Addaura, appunto, c’è già stato, anche se nessuno lo nomina mai: il 19 ottobre 2004 la Cassazione ha confermato condanne a 26 anni per Totò Riina, Salvatore Biondino e Antonino Madonia; 9 anni e 4 mesi per Francesco Onorato e 2 anni e mezzo per Giovanni Battista Ferrante. La Suprema Corte, in 89 pagine, ha pure detto che i servizi segreti non c’entrano niente perché la responsabilità fu di Cosa Nostra, e, come era accaduto in primo e secondo grado, la sentenza ha ricostruito l’attentato nei particolari: lo chiamano «l’infame linciaggio», però adesso quella sentenza andrebbe dimenticata dopo l’annuncio di una nuova e fumosissima inchiesta della Procura di Caltanissetta, subito cavalcata da Repubblica e da Annozero. «Perché», è giunta a chiedersi Repubblica, «le indagini sull’attentato al giudice sono partite con vent’anni di ritardo?». In realtà partirono puntualissime.</p>
<p>Ma dicevamo della macchina del fango: tu, poi, hai parlato del «corvo» che scriveva lettere anonime per danneggiare Falcone, una dinamica che con la macchina del fango in effetti ebbe molto a che fare. Ma la stessa macchina, e tu non l’hai detto, colpì anche più gravemente il magistrato Alberto Di Pisa che fu accusato ingiustamente di essere il corvo: e proprio Giuseppe D’Avanzo, un altro che parla sempre di fango e dintorni, scrisse che «Di Pisa è soltanto un uomo frollato dalla lunga attesa di un pubblico riconoscimento, di popolarità e potere, un piccolo uomo sbriciolato dall’invidia e dalla gelosia, precipitato nel gorgo di un risentito rancore». Perché non ricordarlo? Alberto Di Pisa è stato assolto da ogni accusa: ma la macchina del fango, per lui, non si è fermata mai. Marco Travaglio, ancora nel marzo 2009, definiva Di Pisa nemico acerrimo di Falcone» e tutto perché aveva soffiato il posto di procuratore capo a Marsala – su decisione del Csm – battendo Alfredo Morvillo, amico di Giancarlo Caselli e dello stesso Travaglio.</p>
<p>La macchina del fango, già: hai ricordato quando Falcone accettò l’invito del Guardasigilli Claudio Martelli a dirigere gli Affari penali, quando cioè la gragnuola delle accuse si fece ancora più infame. Il pool di Falcone e Borsellino era stato praticamente cancellato e le istruttorie antimafia erano tornate all’età della pietra. Hai fatto vedere un filmato di una serata di Samarcanda (in abbinata col Maurizio Costanzo Show) ma non hai citato o mostrato la puntata di Samarcanda del 24 maggio 1990, quella in cui Leoluca Orlando disse che Falcone aveva una serie di documenti sui delitti eccellenti ma li teneva chiusi nei cassetti, anzi, in otto scatole chiuse in un armadio. L’accusa verrà ripetuta a ritornello anche da molti uomini del movimento di Orlando, tra i quali l’avvocato Alfredo Galasso. personaggio che tu hai fatto vedere nel filmato, come no, senza neppure spiegare chi era: lo hai soltanto definito «perbene». Ma allora lo erano tutti, perbene. La sinistra in sostanza accusava Falcone di connivenze pericolose solo perché aveva fiutato alcune calunnie del pentito Pellegriti ai danni di Salvo Lima e Giulio Andreotti: l’11 settembre Falcone 1991 dovette addirittura discolparsi davanti al Csm dopo un esposto di Orlando, sodale di Galasso: ma erano persone perbene, giusto? Hai detto che qualcuno definì Falcone «guitto televisivo»: era un giornalista di Repubblica, e allora perché non nominarlo? Ecco la frase precisa, Roberto: «Non si capisce come mai Falcone non abbandoni la magistratura… s’avverte l’eruzione d’una vanità, d’una spinta a descriversi, a celebrarsi, come se ne colgono nelle interviste dei guitti televisivi». Sempre nel filmato con l’avvocato Galasso, poi, Falcone si spingeva a dirsi favorevole alla responsabilità civile dei giudici, eresia per cui oggi qualche deficiente gli attribuirebbe direttamente qualche vicinanza alla P2. E qui capisco che tu abbia preferito trasvolare.</p>
<p>E così hai fatto con tutti gli articoli dell’Unità contro Falcone, titoli come «Falcone superprocuratore? Non può farlo, vi dico perché», scritto dal membro pidiessino del Csm Alessandro Pizzorusso; parlo della stessa Unità che poco tempo prima aveva titolato «Falcone preferì insabbiare tutto». Hai citato le parole dolorose di Ilda Boccassini, e hai fatto bene, ma ne hai menzionato solo una parte. C’erano anche queste: «Avete fatto morire Giovanni Falcone, lo avete fatto morire con la vostra indifferenza… a Palermo non poteva più lavorare, per questo ha scelto la strada del ministero… Lui non voleva essere lasciato solo ed essere… Due mesi fa ero a Palermo in un’assemblea dell’Associazione nazionale magistrati. Non dimenticherò quel giorno. Le parole più gentili erano queste: Falcone si è venduto al potere politico… L’ultima ingiustizia l’ha subita proprio da voi di Milano… Mi telefonò quel giorno, e mi disse “che tristezza, non si fidano del direttore degli Affari Penali”».</p>
<p>Certo, Roberto, non potevi citare tutto e tutti, lo so. La tv è maledetta, il tempo è sempre poco: e pensa che tu ne hai avuto come nessuno.  Il problema è che altri nomi, altri personaggi, altre testate, altri presunti e più recenti macchinatori del fango, tu li hai invece pronunciati o fatti intuire con furba chiarezza. Un filo troppa, secondo me.</p>
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		<title>&#8220;Porte Aperte&#8221; di Leonardo Sciascia- ovvero quando la magistratura era liberale</title>
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		<pubDate>Sat, 03 Apr 2010 19:22:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Frabetti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.arezzopolitica.it/2010/04/03/porte-aperte-di-leonardo-sciascia-ovvero-quando-la-magistratura-era-liberale/"><img align="left" hspace="5" width="150" height="150" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/04/Sciascia_palazzolo-150x150.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="Sciascia_palazzolo" title="" /></a>di Giorgio Frabetti- Per le festività pasquali 2010, che auspichiamo siano trascorse serenamente e nell&#8217;ambito della pace e dello svago domestico, credo sia quantomai opportuno riscoprire un piccolo gioiello della vasta produzione letteraria di Leonardo Sciascia (di cui a novembre scorso si è commemorato il ventennale della scomparsa, il 20 novembre 1989): sto parlando del [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-3844" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/04/Sciascia_palazzolo.jpg" alt="Sciascia_palazzolo" width="300" height="217" />di <strong>Giorgio Frabetti</strong>- Per le festività pasquali 2010, che auspichiamo siano trascorse serenamente e nell&#8217;ambito della pace e dello svago domestico, credo sia quantomai opportuno riscoprire un piccolo gioiello della vasta produzione letteraria di Leonardo Sciascia (di cui a novembre scorso si è commemorato il ventennale della scomparsa, il 20 novembre 1989): sto parlando del romanzo <em>Porte Aperte</em> del 1987 (quindi, tra gli ultimi della produzione sciasciana). Salutato all&#8217;uscita con grande successo,  il romanzo trovò una certa poplarità e fu percepito dai più come un&#8217;ennesima epopea di esaltazione/celebrazione della Magistratura: non dobbiamo dimenticare, infatti, che, negli anni in cui Sciascia scriveva il romanzo, infierivano i colpi finali della lotta al terrorismo (l&#8217;ultima importante legge sui &#8220;pentiti&#8221; è, infatti, del 1987!) e ferveva l&#8217;attesa per le condanne alla mafia del maxi-processo (il 16/12 dello stesso anno, infatti,  la fine del maxi-processo in primo grado). Ad avvallare poi questa percezione (riduttiva, come si vedrà) dell&#8217;opera (e a confermare quel luogo comune che voleva Sciascia una sorta di antesignano de &#8220;la piovra&#8221;), concorse poi il film di Gianni Amelio che, tratto dal romanzo, uscì poco dopo. La storia del &#8220;piccolo giudice&#8221;  antifascista (interpretato da un grandissimo Gian Maria Volontè) che si vendica del regime che vuole una &#8220;condanna a morte politica&#8221; per confermare davanti all&#8217;opinione pubblica la propria capacità di imporre l&#8217;ordine, si prestava alla &#8220;mitizzazione&#8221; della magistratura &#8220;militante&#8221;, all&#8217;epoca sulla breccia. In realtà, come succede per tutti i romanzi di Sciascia, i livelli di lettura sono più complessi e profondi. Innanzitutto, nulla era più lontano dalla cultura di Sciascia del concetto di &#8220;magistratura militante&#8221; portato avanti da una certa Sinistra negli anni &#8216;60/&#8217;70: di questo Sciascia aveva dato ampia prova nella polemica di inzio &#8216;87 contro i &#8220;professionisti dell&#8217;antimafia&#8221;, nella quale aveva stigmatizzato la tentazione giacobina di alcuni esponenti del movimento antimafia e di alcuni intellettuali che portava, secondo Sciascia, a teorizzare la mafia alla mafia in nome di un non ben precisato &#8220;stato di eccezione&#8221; e non all&#8217;interno delle garanzie costituzionali e nel rispetto delle specificità culturali della Sicilia (una tentazione che lo scrittore aveva già drammatizzato nel Capitano Bellodi ne <em>Il giorno della civetta</em> del 1963 e di cui Sciascia vedeva i deleteri precedenti nella campagna antimafia del Colonnello Mori agli albori del fascismo, negli anni 1925-28). Nel romanzo e nell&#8217;incedere nella sua semplice (e al limite povera) trama, possiamo, invece, riscontrare una dialettica affatto differente. Il &#8220;piccolo giudice&#8221;, protagonista della storia, è un magistrato anziano, prossimo alla pensione, formatosi nel periodo pre-fascista e di cultura e formazione liberale: si trova ad affrontare il pietosissimo caso di un funzionario delle Corporazioni fasciste (un repellente e sgradevole personaggio &#8220;umiliato e offeso&#8221; degno di Dostoewskij), già squadrista, che, scoperto il tradimento della moglie con il suo superiore (di lavoro e di partito), ammazza in un colpo solo moglie e amante. Uno smacco notevole per il PNF locale, che chiede come &#8220;pena esemplare&#8221; la pena di morte e rivolge espresse pressioni sulla Magistratura giudicante che dovrà occuparsi del caso. Offeso da tali pressioni nella sua dignità di magistrato , il &#8221;piccolo giudice&#8221; farà di tutto per evitare la pena di morte al soggetto (vincendo l&#8217;effettivo senso di repulsione per l&#8217;uomo) e ci riuscirà, riconoscendo i presupposti della &#8220;continuazione&#8221;. In questo modo, farà scattare la norma del <em>Codice Rocco</em> che, in quel caso, impediva la pena di morte (alla fine, comunque, le pressioni dell&#8217;ambiente fascista prevarranno e, in secondo grado, l&#8217;assassino sarà effettivamente condannato a morte). <strong>Il &#8220;piccolo giudice&#8221;, in questa chiave, non è altri che l&#8217;esponente rappresentativo di quella cultura giuridica tra le due guerre, formatasi nel mondo pre-fascista, che perseguì tenacemente l&#8217;obiettivo di evitare la politicizzazione della giurisdizione: di questo processo della cultura giuridica italiana, &#8220;Porte aperte&#8221; è una chiara e significativa parabola. </strong>Il cammino di questo filone della cultura giuridica italiana parte (relativamente) da lontano, ovvero parte come reazione alle istanze di &#8220;giurisprudenza sperimentale&#8221; avanzate tra fine 800 e inizio 900 da esponenti del positivismo criminologico come Enrico Ferri e si attesta nel chiedere al Magistrato la pura interpretazione della normativa vigente, con una metodologia di impronta nettamente esegetica (indirizzo tecnico-giuridico, vedi Prolusione del Prof. Rocco al Convegno di Sassari nel 1910). Una simile scuola, come noto, è stata criticata nel II dopoguerra: riducendo, cioè, il ruolo del giudice a custode del diritto vigente e togliendo al giudice la possibilità di attingere ad un superiore &#8220;dover essere&#8221; sociale incardinato nei diritti della persona e della Giustizia Sociale, la funzione giurisdizionale pareva uscirne svilita. Ebbene, non fu questo lo spirito con cui la migliore Magistratura ai primi del secolo e al tempo del fascismo operò e intese il proprio ruolo: Sciascia, con il suo romanzo, ha restituito il ritratto di una Magistratura rimasta liberale anche sotto il fascismo, per quanto &#8221;fiancheggiatrice&#8221;, che, negli anni del caos 1924-26 (dopo il marasma del delitto Matteotti) intese il proprio ruolo in funzione di ordine e di disciplinamento dello Stato, anche verso il fascismo, in nome di un &#8220;ritorno allo Statuto&#8221; (vedi teorie di Volt, i lavori della Commissione dei diciotto presieduta da Michele Bianchi etc.). In questo, pur nella Dittatura, la Magistratura (anche quella che giurò al regime negli anni 30) mantenne fermo il principio dello Statuto Albertino secondo cui le leggi emanano dal Re (non dal Primo Ministro), così come l&#8217;Amministrazione della Giustizia. Questo compromesso, se accettava, certamente, il superamento dei partiti e del parlamentarismo, e se implicava un pesante prezzo nei termini della limitazione della libertà politica parlamentare (per altro disciplinata in modo equivoco dallo Statuto), svolse una funzione di freno allo stravolgimento dello Stato di diritto che pure i fascisti più fanatici auspicavano: <strong>e</strong> <strong>se il fascismo non fu costellato di fatti di sangue e di arbitri come l&#8217;URSS sovietica e come la Germania Nazista, se fu impedito ai vari Farinacci e soci di dettar legge in Italia (alla pari del PCUS in URSS, così come della NSAP in Germania) e se durante il fascismo non ci furono gli spaventosi &#8220;processi-purghe&#8221; di Stalin, ciò lo si dovette ai Magistrati che, anche sotto la Dittatura, operarono affinchè la giurisdizione conservasse la sua autonomia rispetto al potere politico: come il &#8220;piccolo giudice&#8221; di Sciascia.</strong> Con il suo meraviglioso &#8220;Porte Aperte&#8221;, quindi, lo scrittore di Rocalmuto ci porta ad un &#8220;modo di intedere e fare magistratura&#8221; che, nel secondo dopoguerra, è stato liquidato, per lo più, come &#8220;fariseismo&#8221; o peggio &#8220;gesuitismo&#8221;. Certo, sotto il fascismo non c&#8217;era la Costituzione rigida, non c&#8217;era un controllo di costituzionalità che potesse permettere alla Magistratura di eliminare i provvedimenti più repressivi e liberticidi del regime; ma è altrettanto vero che, operando in chiave formalistica e tecnicistica, e preservando, così, la funzione giudicante da suggestioni e influenze &#8220;non giuridiche&#8221;, la Magistratura sotto il fascismo svolse una funzione liberale indiretta, ma certo non irrilevante, almeno di salvaguardia di quel residuo di liberalismo (almeno nei diritti dei cittadini) consentito dalla Dittatura. In questa distinzione tra politica e giurisdizione sta il lascito di riflessione di Sciascia sull&#8217;attualità presente: oggi noi abbiamo molti più strumenti per contrastare la Dittatura e per affermare le ragioni della libertà; ma c&#8217;è libertà compiuta solo in quello Stato dove politica e giurisdizione sono davvero distinti, ciascuno nel proprio ordine.</p>
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		<title>Dell’Utri e la questione meridionale</title>
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		<pubDate>Tue, 09 Feb 2010 01:40:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Armao</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica Arezzo]]></category>
		<category><![CDATA[leonardo sciascia]]></category>
		<category><![CDATA[marcello dell'utri]]></category>

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		<description><![CDATA[<a href="http://www.arezzopolitica.it/2010/02/09/dell%e2%80%99utri-e-troppo-per-arezzo/"><img align="left" hspace="5" width="150" src="http://speradisole.files.wordpress.com/2009/10/sciascia_palazzolo.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="" title="" /></a>di Antonino Armao &#8211; 
Se Leonardo Sciascia avesse conosciuto Marcello Dell’Utri lo avrebbe definito “un pezzo di questione meridionale”.
Come dire che non si comprendono i siciliani se non si conosce la Sicilia. E non si comprende la Sicilia non si conoscono i siciliani.  Per questo giudizio a Sciascia fu tirato addosso di tutto.
Accuse infamanti, affinate [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://speradisole.files.wordpress.com/2009/10/sciascia_palazzolo.jpg"><img class="alignleft" src="http://speradisole.files.wordpress.com/2009/10/sciascia_palazzolo.jpg" alt="" width="300" height="217" /></a>di Antonino Armao &#8211; </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Se Leonardo Sciascia avesse conosciuto Marcello Dell’Utri lo avrebbe definito “un pezzo di questione meridionale”.</p>
<p style="text-align: justify;">Come dire che non si comprendono i siciliani se non si conosce la Sicilia. E non si comprende la Sicilia non si conoscono i siciliani.  Per questo giudizio a Sciascia fu tirato addosso di tutto.</p>
<p style="text-align: justify;">Accuse infamanti, affinate negli anni, esplose ai tempi de “L&#8217;affaire Moro” e ribadite perfino l&#8217;indomani della sua scomparsa. Mafiosità simpatica di Sciascia (Sebastiano Vassalli). Scetticismo inattivo (Eugenio Scalfari). Nicodemismo vile (Giorgio Amendola) e via cantando.</p>
<p style="text-align: justify;">E così ancora oggi i soliti falsi intellettuali, damerini alto-borghesi che vivono di buone relazioni con i poteri forti e si atteggiano a classe dirigente moralizzatrice, si esercitano nel loro sport preferito: gettare fango sugli altri, sperando che attacchi.</p>
<p style="text-align: justify;">Scandalizza un convegno con Dell’Utri condannato in primo grado per concorso esterno in associazione mafiosa? Un reato che  Marco Pannella (Pannella!) definisce una contraddizione in termini, un mostro giuridico? E che per questo cade regolarmente in Cassazione?</p>
<p style="text-align: justify;">Eppure non è passato molto tempo da quando nel 2007, sotto il governo Prodi molti ex-br, condannati in via definitiva con sentenza passata in giudicato godevano di una rete solidale, pronta ad accompagnarli nel trovare soluzioni lavorative nel settore pubblico o in associazioni finanziate dagli enti locali, con dei picchi imbarazzanti nella rossa Toscana.</p>
<p style="text-align: justify;">A sinistra vale sempre il detto “il compagno è sempre compagno anche quelli che sbagliano o che hanno sbagliato”. Questa discutibile solidarietà politica-sociale di cui hanno usufruito gli ex brigatisti ricorda l&#8217;Organisation Der Ehemaligen SS-Angehörigen, più conosciuta nell&#8217;acronimo O.D.E.SS.A., l&#8217;organizzazione che ha permesso la messa in salvo di molti ex gerarchi nazisti fuggitivi.</p>
<p style="text-align: justify;">Molti ex-br (o presunti tali) sono stati inseriti come consulenti nelle Istituzioni locali e nazionali (Roberto Del Bello ha lavorato al Viminale come segretario particolare del sottosegretario agli Interni Francesco Bonato, la Baraldini nella giunta Veltroni).</p>
<p style="text-align: justify;">Alcuni lavorano, sempre utilizzando rigorosamente risorse pubbliche, presso associazioni sindacali (Susanna Ronconi collabora a Informazione &amp; Società per la Cgil), altri nelle Coop (Franco Bonisoli e Paolo Cassetta) o nei quotidiani della sinistra radicale (Piccioni e Colotti al Manifesto) ed altri, nonostante i rapporti dei servizi abbiano evidenziato l&#8217;elevata pericolosità della “vecchia guardia”, sono stati prontamente messi in libertà (la brigatista implicata nel sequestro Moro Barbara Balzerani e il neo-reclutatore Matteini). E c&#8217;è addirittura chi, come Renato Curcio, fondatore ed ideologo delle Brigate Rosse, viene spesso messo irresponsabilmente in cattedra ad impartire lezioni ai ragazzi nelle scuole e negli Atenei.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel febbraio del 2008 brigatisti in cattedra. Il caso più eclatante a Bologna: al Teatro Ridotto viene invitato Vittorio Antonini, nome sconosciuto ai più ma con un passato nelle Br e l’ergastolo sulle spalle. Mal di pancia e imbarazzo anche a Castiglione delle Stiviere, nel Mantovano: qui Rifondazione ha pensato bene di chiamare per un incontro sul precariato il solito Renato Curcio.</p>
<p style="text-align: justify;">A Lodi, forse, il caso più spinoso con la Provincia, targata centrosinistra, costretta a un affannoso balletto: Susanna Ronconi, caso unico di pendolarismo fra Br e Prima linea, viene inserita nel progetto Lavoro debole che punta al reinserimento dei detenuti nel mondo dell’occupazione.</p>
<p style="text-align: justify;">E ancora nel gennaio del 2009 l’annuncio di una &#8220;lezione&#8221; alla Sapienza dell&#8217;ex brigatista rosso Valerio Morucci, uno dei componenti del gruppo di fuoco responsabile della strage di via Fani. La controversa iniziativa è stata poi cancellata dal suo ideatore, Giorgio Mariani, ordinario di Letteratura angloamericana.</p>
<p style="text-align: justify;">Leonardo Sciascia, dopo una breve esperienza da consigliere comunale a Palermo nel 1975 nelle file del PCI, esce da quel partito per gravi contrasti con il gruppo dirigente e nel 1979 accetta la candidatura al Parlamento nelle liste radicali dove si occupa del sequestro e dell’assassinio di Aldo Moro. E da lì comincia il suo massacro morale da parte della sinistra (appunto).</p>
<p style="text-align: justify;">Se Sciascia fosse ancora vivo, da grande umanista e appassionato bibliofilo qual’era, giovedì siederebbe accanto a Dell’Utri per discutere dell’autenticità di quei diari e forse anche dell’irredimibilità della Sicilia. Veramente troppo per Arezzo.</p>
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		<title>I ‘Professionisti dell&#8217;Antimafia’ secondo Leonardo Sciascia. A vent&#8217;anni dalla morte</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Nov 2009 16:53:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Frabetti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Costume e società]]></category>
		<category><![CDATA[antimafia]]></category>
		<category><![CDATA[leonardo sciascia]]></category>
		<category><![CDATA[mafia]]></category>
		<category><![CDATA[professionisti]]></category>

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		<description><![CDATA[<a href="http://www.arezzopolitica.it/2009/11/23/i-%e2%80%98professionisti-dellantimafia%e2%80%99-secondo-leonardo-sciascia-a-ventanni-dalla-morte/"><img align="left" hspace="5" width="150" height="150" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2009/11/Sciascia_palazzolo1-150x150.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="Sciascia_palazzolo" title="" /></a>di Giorgio Frabetti- A vent’anni dalla scomparsa del grande Scrittore di Rocalmuto (20 novembre 1989), credo debbano ripercorrersi i passi di una delle sue più feroci polemiche, quella, cioè, da lui avviata nel 1987 sul Corriere della Sera contro i cd. “professionisti dell’Antimafia” (il termine non è usato da Sciascia). A chi legga oggi questi articoli, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="size-full wp-image-2463 alignleft" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2009/11/Sciascia_palazzolo1.jpg" alt="Sciascia_palazzolo" width="300" height="217" />di <strong>Giorgio Frabetti</strong>- A vent’anni dalla scomparsa del grande Scrittore di Rocalmuto (20 novembre 1989), credo debbano ripercorrersi i passi di una delle sue più feroci polemiche, quella, cioè, da lui avviata nel 1987 sul <em>Corriere della Sera</em> contro i cd. “professionisti dell’Antimafia” (il termine non è usato da Sciascia). A chi legga oggi questi articoli, pubblicati sul <em>Corriere</em> dal 10 al 26 gennaio 1987 (poi ripresi nel volume <em>A futura memoria-se la memoria ha un futuro</em>, Bompiani, 1988), resta di primo acchito la sensazione di una lettura ostica ed ermetica, al punto che si è tentati di sospettare che Sciascia si sia impelagato in un viluppo dialettico contorto e artificioso; detto in altre parole, la prima sensazione è che Sciascia stia “pirandelleggiando” (così per Pansa, che, dalle colonne di &#8216;Repubblica&#8217; dello stesso anno, fu uno dei critici più accesi delle sortite di Sciascia). Lungi dal ritenere le parole di Sciascia oscura e vuota dialettica, resta al lettore di oggi la grande testimonianza di un contributo assolutamente profetico ed anticipatore delle tendenze “giustizialiste” della politica dei giorni nostri. L’articolo del 10 gennaio 1987 (il più importante della serie, gli altri essendo repliche e precisazioni scritte da Sciascia per far fronte al vespaio di polemiche che  frattanto erano insorte) prendeva le mosse dal commento ad un libro di Dugan (discepolo del noto storico d’Italia Dennis Mack Smith) <em>La mafia durante il fascismo </em>in cui veniva trattato del “caso Alfredo Cuoco”, arrestato nel 1927 nell’ambito della campagna antimafia commissionata da Mussolini al ‘Prefetto di ferro’ Mori; additando come mafioso Cuoco, cioè, il regime scaricava uno degli esponenti più progressisti del fascismo siciliano, che più di tutti si stava opponendo all’allineamento tra fascismo e agrari in Sicilia: allineamento, invece, cercato da Mussolini e dai fiancheggiatori del fascismo per stabilizzare il regime da possibili velleità rivoluzionarie. Dopo aver additato il &#8216;caso Cuoco&#8217; come esempio conclamato di uso politico della lotta alla mafia, Sciascia giunge a denunciare le distorsioni di un movimento antimafia che diventa “strumento di potere” e “non ammette critiche, né dissensi”, in quanto facile dispositivo retorico per politici e funzionari in cerca di popolarità facile e di facile carriera: “Prendiamo- dice Sciascia- un Sindaco che per sentimento o per calcolo cominci ad esibirsi –in interviste televisive e scolastiche, in convegni, conferenze e cortei- come antimafioso: anche se dedicherà tutto il suo tempo a queste esibizioni e non ne troverà mai per occuparsi dei problemi del paese o della città che amministra […] si può considerare in una botte di ferro. Magari qualcuno, molto timidamente, oserà rimproverargli lo scarso impegno amministrativo: e dal di fuori. Ma dal di dentro, nel Consiglio Comunale o nel suo Partito, chi mai oserà promuovere un voto di sfiducia, un’azione che lo metta in minoranza e ne provochi la sostituzione? Può darsi che, alla fine, qualcuno ci sia: ma correndo il rischio di essere marchiato come mafioso e con lui quelli che lo seguiranno”. Chi non vede in queste parole, la coincidenza con l’avventura di Leoluca Orlando Sindaco della cd &#8220;primavera di Palermo&#8221; che, in nome della retorica antimafia, non solo si guadagnò l’inamovibilità dalla carica di Sindaco di Palermo per un lungo periodo, ma riuscì addirittura a portare la DC  alla maggioranza assoluta dei voti alle elezioni comunali del 1990? Di quel Leoluca Orlando che tuttora impazza nell’<em>Italia dei Valori</em> di Di Pietro, con pari demagogia giustizialista? Successivamente, l’articolo di Sciascia prosegue con la sezione tuttora più controversa (e parzialmente smentita da Sciascia negli anni successivi) quella riguardante la promozione alla Procura di Marsala del Giudice Paolo Borsellino, ritenuto dal CSM più idoneo all’incarico del concorrente Alcamo (più anziano) per specifica “esperienza nella lotta al crimine organizzato”. Ma su quale fondamento, dice Sciascia, è stata valutata questa &#8220;esperienza&#8221;? “Sul numero dei mandati di cattura o sull’esito dei processi dibattimentali?” Lo Scrittore di Rocalmuto, a questo punto, denuncia la strumentalità e l’inconsistenza di questo criterio di “specializzazione”, facendo presente come le principali istruttorie contro la mafia fin lì istruite da Borsellino siano state sempre smentite in sede dibattimentale. Come si diceva sopra, questa sezione degli interventi di Sciascia è stata la più controversa, proprio perché riguardava un Magistrato di specchiata fama antimafia, come Borsellino: successivamente, Sciascia ebbe a chiedere personalmente scusa al Magistrato per aver riferito inesattezze. In effetti, il discorso di Sciascia va contestualizzato e riferito ad un periodo in cui il maxi-processo non era concluso ancora in primo grado (sarà concluso al 16 dicembre 1987 per essere confermato in Cassazione al 30 gennaio 1992) e non poteva dirsi consolidato tutto l&#8217;insieme di tecniche istruttorie ed investigative che renderanno questo processo (di cui Borsellino sarà uno dei mentori) un piccolo classico della &#8216;procedura penale antimafia&#8217;. Inesattezze a parte, però, il discorso di Sciascia resta molto lucido e profetico su certi usi politici della funzione giudiziaria. Certo, quello che Sciascia temeva di più era che uno Stato, rimasto sin lì assente, per non dire indifferente alla lotta contro la mafia,  cominciando a distribuire facili “prebende antimafia”  a questo o a quello per lavarsi la coscienza davanti all&#8217;opinione pubblica, finisse anche per avallare e accreditare iniziative (giudiziarie, investigative e simili) avventate, immature, capaci di fare clamore ma poco concludenti quanto a risultati (un po’ come la lotta alla mafia del fascismo negli anni ’20). In realtà, Sciascia, con i suoi articoli, paventava l&#8217;insorgere, in nome della retorica antimafia, di situazioni come quella creatasi alla Procura di Catanzaro con il giudice Luigi De Magistris con le code che sono note. Sfrondato, quindi, ciò che è caduco da ciò che è tuttora valido, dagli articoli di Sciascia resta la testimonianza di un pensatore estremamente lucido, profetico, il cui contributo è da rileggere a distanza di tempo per comprendere a fondo le radici e le sorgenti del “giustizialismo”, come patologia della politica e della società italiana. Come dire: lo Stato giustizialista è come quei cattivi padri che, dopo essersi disinteressati per un lungo periodo dei propri figli, quando sono &#8220;colti in fallo&#8221; nei loro errori e responsabilità, si ergono a esempi di virtù.</p>
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