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	<title>Arezzo Polis &#187; giuliano ferrara</title>
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		<title>Berlusconi, Game Over!</title>
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		<pubDate>Mon, 07 Nov 2011 18:44:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mugnai</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.arezzopolitica.it/2011/11/07/berlusconi-game-over/"><img align="left" hspace="5" width="150" height="150" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2011/11/berlusconi-game-over-2518961_0x410-150x150.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="berlusconi-game-over-2518961_0x410" title="berlusconi-game-over-2518961_0x410" /></a>Redazione-Se c&#8217;è stata (come probabile) una manovra speculativa (geo-economica) dell&#8217;asse Franco-Tedesco sull&#8217;Italia che ha mandato lo spread e il rischio default a picchi impressionanti, come sostiene Giuliano Ferrara, è cosa che dovranno acclarare gli apparati di Sicurezza dello Stato Italiano. Ma che ci sia un problema politico che va incancrenendosi e questo cancro si chiami [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignleft size-full wp-image-8742" title="berlusconi-game-over-2518961_0x410" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2011/11/berlusconi-game-over-2518961_0x410.jpg" alt="berlusconi-game-over-2518961_0x410" width="509" height="328" />Redazione-</strong>Se c&#8217;è stata (come probabile) una manovra speculativa (geo-economica) dell&#8217;asse Franco-Tedesco sull&#8217;Italia che ha mandato lo spread e il rischio <em>default</em> a picchi impressionanti, come sostiene Giuliano Ferrara, è cosa che dovranno acclarare gli apparati di Sicurezza dello Stato Italiano. Ma che ci sia un problema politico che va incancrenendosi e questo cancro si chiami Silvio Berlusconi, ormai nessuno può nutrire più dubbi. Dopo il Ns. sito (che aveva preso posizione già ad aprile), dopo Matteo Renzi, anche Giuliano Ferrara si pronuncia per la &#8220;crisi di governo&#8221; pilotata e per le elezioni anticipate. Cerchiamo di essere chiari e di comprendere che oggi vengono al pettine nodi critici che erano già venuti al pettine da tempo: almeno da gennaio, quando, decapitato il Governo dei deputati finiani e fallito l&#8217;allargamento all&#8217;UDC ai tempi dello scandalo <em>Ruby</em>, era chiaro che il Governo si stava condannando ad un logoramento che sarebbe stato fatale al primo impatto grave: come è stato con la tempesta finanziaria di quest&#8217;estate. Un governo paralizzato, che qualunque Scilipoti avrebbe potuto mettere sotto scacco, non avrebbe mai potuto essere in grado di gestire una situazione tanto complessa. Questo tentammo di fare capire attraverso il Ns. sito già da tempo; ma il PDL reagì prima con l&#8217;arroganza, poi facendo il &#8220;replicante&#8221; degli slogans di &#8220;rinnovamento&#8221;&#8230; ma senza mai venire a capo del vero problema della maggioranza, l&#8217;assenza di numeri e con essa l&#8217;assenza di prospettive politiche. Siamo arrivati al capolinea, ormai nessuno può più metterlo in dubbio: il Berlusconi abbandonato dai deputati, ovvero oggetto di richieste di dimissioni da alcuni dei più risalenti sostenitori è il Berlusconi avviato a sicuro tramonto. Nella difficoltà, gli amici abbandonano, cercano di costruirsi benemerenze per approdare ad altri lidi politici e alleanze: è il segno della fine. Il Pdl abbia almeno la dignità di non gridare al tradimento, perché la stragnade maggioranza degli elttori del centrodestra del 2008 non si immaginava e non avrebbe desiderato un Governo così inetto, tenuto in vita dallo Scilipoti di turno. E’ finito il vostro tempo e abbiate la decenza di tacere, mentre il Paese è sull’orlo del baratro. Il tempo dirà se è questione di ore, giorni, mesi: ma l&#8217;approdo è segnato.  Come scrive Renzi sul suo profilo Fb, “siamo ai titoli di coda. L&#8217;importante è che con il prossimo film possiamo migliorare. Anche perché peggiorare sarebbe difficile&#8230;”</p>
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		<title>Muoia la Seconda Repubblica, si salvi l&#8217;italia!</title>
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		<pubDate>Fri, 04 Nov 2011 12:35:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mugnai</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.arezzopolitica.it/2011/11/04/muoia-la-seconda-repubblica-si-salvi-litalia/"><img align="left" hspace="5" width="150" height="150" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2011/11/politici_zombie_birilli400_za-150x150.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="politici_zombie_birilli400_za" title="politici_zombie_birilli400_za" /></a>di Federico Mugnai- Leggo esterrefatto l&#8217;editoriale di Giuliano Ferrara su &#8220;Il Foglio&#8221; dove si accusano di tradimento uomini all&#8217;interno della maggioranza che hanno impedito a Berlusconi di mettere in pratica la lettera della Bce! Caro Giuliano, l&#8217;amore cieco per Berlusconi a volte ottenebra anche la tua intelligenza e va a ledere la tua grande professionalità di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-8723" title="politici_zombie_birilli400_za" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2011/11/politici_zombie_birilli400_za.jpg" alt="politici_zombie_birilli400_za" width="400" height="400" />di <strong>Federico Mugnai-</strong> Leggo esterrefatto l&#8217;editoriale di Giuliano Ferrara su &#8220;Il Foglio&#8221; dove si accusano di tradimento uomini all&#8217;interno della maggioranza che hanno impedito a Berlusconi di mettere in pratica la lettera della Bce! Caro Giuliano, l&#8217;amore cieco per Berlusconi a volte ottenebra anche la tua intelligenza e va a ledere la tua grande professionalità di intellettuale e giornalista. Se avesse voluto Silvio quella lettera della Bce l&#8217;avrebbe messa in pratica già a partire da Agosto, ma è incapace ed inetto perchè deve salvaguardare l&#8217;unità della sua scricchiolante maggioranza, è succube di un sistema oligarchico che lui stesso ha creato. Ma allora a quale gioco stiamo giocando? Si può forse pensare che gli italiani siano ancora disposti a credere alle favole, dopo 17 anni di farsa, di governi Berlusconi contraddistinti da leggi ad personam, bunga bunga, guerra alla magistratura, riforme promesse e non mantenute,  e dall&#8217;altra parte governicchi di centrosinistra tanto inconcludenti quanto disomogenea ed instabile era la maggioranza che li reggeva? Se si va ad elezioni e Berlusconi si ripresenta come candiadato premier, Silvio sarà paradossalmente il principale alleato della sinistra populista incarnata da Vendola e Di Pietro, dei centri sociali, degli antagonisti per definizione. Dopo il 25 Luglio che si sta compiendo in questi giorni, verrà pure il 25 Aprile, non solo per Silvio, ma per l&#8217;Italia intera. Per amor di patria che Silvio non si ricandidi! Non gli sono bastate le sberle prese alle recenti amministrative e ai referendum? Non hanno ancora capito quelli del Pdl, gli intellettuali a loro vicini che con la crisi che morde e l&#8217;erosione del berlusconismo, in Italia è in corso un cambiamento di fare e pensare la politica? Sta prendendo forma un modello completamente diverso da quello  berlusconiano. Il movimento di &#8220;Arezzo Domani&#8221; aveva provato durante le amministrative ad anticipare i tempi e porre su nuovi termini la questione politica. Il tempo è galantuomo e ci sta dando ragione. A morte quindi la politica basata sul consenso, sui sondaggi: questo è il tempo dei leader che sono pronti a fare scelte coraggiose, a sacrificarsi per amor di Patria e non a rinunciare a prendere decisioni per salvaguardare gli interessi del proprio elettorato, a vestire i panni dell&#8217;imperatore acclamato dai cortigiani! E quindi a morte la politica che premia i più fedeli e non i più meritevoli, preparati, capaci e onesti, a morte gli idoli, le icone e largo alle idee e a chi ha il coraggio di metterle in partica!. A morte gli illiberali, i monopolisti, i corporativisti,gli statalisti , i demagoghi e i populisti, i secessionisti, gli affabulatori e i conservatori di destra e sinistra (Vendola, Bossi, Di Pietro). A morte la Seconda repubblica, il berlusconismo, l&#8217;antiberlusconismo e i residui della Prima Repubblica. Insomma, muoia una volta per tutte, questo sistema malato. Lunga vita, invece all&#8217;Italia!</p>
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		<title>Barbara Spinelli &#8216;Savonarola&#8217; scomunica Berlusconi</title>
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		<pubDate>Thu, 22 Sep 2011 12:13:55 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.arezzopolitica.it/2011/09/22/barbara-spinelli-savonarola-scomunica-berlusconi/"><img align="left" hspace="5" width="150" height="150" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2011/09/berlusconi-visita-papa-150x150.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="berlusconi-visita-papa" title="berlusconi-visita-papa" /></a>di Giorgio Frabetti- La Chiesa cattolica scomunichi ufficialmente Berlusconi e il premier non potra&#8217; restare in carica un giorno di più&#8217;. A parlare la sempreverde Barbara Spinelli su &#8216;Repubblica&#8217;. Un&#8217;iperbole, come giustamente l&#8217;ha definita su &#8216;Radio Londra&#8217;, l&#8217;ennesima &#8217;sparata&#8217; di una giornalista che da mesi sembra scientificamente perseguire un linguaggio agitatorio, estremista. Non servirebbero grandi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-8364" title="berlusconi-visita-papa" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2011/09/berlusconi-visita-papa.jpg" alt="berlusconi-visita-papa" width="461" height="347" />di <strong>Giorgio Frabetti</strong>- La Chiesa cattolica scomunichi ufficialmente Berlusconi e il premier non potra&#8217; restare in carica un giorno di più&#8217;. A parlare la sempreverde Barbara Spinelli su &#8216;Repubblica&#8217;. Un&#8217;iperbole, come giustamente l&#8217;ha definita su &#8216;Radio Londra&#8217;, l&#8217;ennesima &#8217;sparata&#8217; di una giornalista che da mesi sembra scientificamente perseguire un linguaggio agitatorio, estremista. Non servirebbero grandi commenti. E&#8217; fin troppo ovvio che a sfiduciare Berlusconi, ad obbligarlo alle dimissioni sono le Camere, non la scomunica del Papa. Come non e&#8217; vero che il mondo cattolico sia schierato supinamente con Berlusconi: le posizioni critiche di &#8216;Famiglia Cristiana&#8217; e di &#8216;Avvenire&#8217; lo attestano. Si sa, la via dell&#8217;Inferno e&#8217; lastricata di buone intenzioni. E in effetti, il ragionamento della Spinelli, in linea con &#8216;Repubblica&#8217;, parte da buone intenzioni, ma arriva a effetti e direzioni perverse e controprucenti. Che in Italia ci sia una questione morale, di conclamata pornocrazia e&#8217; cosa fin troppo nota ed evidente (di &#8216;rinnovamento etico&#8217; dell&#8217;Italia ha parlato il Papa Benedetto XVI in una missiva a Napolitano prima di partire per il viaggio in Germania). D&#8217;accordo, le vicende delle &#8216;patonze&#8217; di Berlusconi non ci piacciono; d&#8217;accordo, le varie Terry de Nicolo&#8217; non incarnano certo il modello della brava massaia. Ma sarebbe ingiusto addebitare tout court al berlusconismo queste degenerazioni, che partono ben più&#8217; da lontano, dalla secolarizzazione e dal collasso della morale tradizionale del &#8216;68, di cui la Sinistra radical chic e&#8217; stata sostenitrice entusiasta. Siamo anche d&#8217;accordo che su questi argomenti, la Chiesa (che gia&#8217; opera su questo fronte) deve accentuare la sua presenza: non si limiti cioe&#8217; a teorizzare la purezza, ma gridi che il sesso a pagamento non puo&#8217; essere chiave di affermazione sociale e di arricchimento. Su questo, un supplemento di predicazione della Chiesa e&#8217; certamente utile e gradito. Ma e&#8217; altrettanto evidente che sono proprio le prese di posizione di &#8216;Repubblica&#8217; a impacciare la Chiesa, a costituire motivo di imbarazzo. La questione e&#8217; evidentemente metapolitica come le grandi questioni che la Chiesa agita; non puo&#8217; diventare una questione di parte. Perche&#8217; la Chiesa dovrebbe intervenire nei termini della Spinelli? La quale auspica una presa di posizione di Oltretevere anche sul piano partitico? Siamo tutti d&#8217;accordo che, anche complice l&#8217;invito del Santo Padre, occorra tra cattolici e laici una riflessione più&#8217; profonda su etica e politica, che rilanci l&#8217;alleanza (prima culturale e poi politica) tra cattolicesimo tradizionale e laici moderati non radicali, che ha retto l&#8217;Italia fino al centrismo degasperiano, esprimendo il meglio del riformismo italiano e il meglio di etica pubblica (specie nella congiuntura drammatica del dopoguerra). Ma certo la via di questo &#8216;rinnovamento etico&#8217;, di un simile nuovo &#8216;patto Gentiloni&#8217; non passa per la via dell&#8217;uso agitatorio del cattolicesimo di Spinelli e co.</p>
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		<title>Silvio, fu vera gloria?</title>
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		<pubDate>Fri, 16 Sep 2011 15:20:53 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.arezzopolitica.it/2011/09/16/silvio-fu-vera-gloria/"><img align="left" hspace="5" width="150" height="150" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2011/09/berlusconi_fornaio-150x150.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="berlusconi_fornaio" title="berlusconi_fornaio" /></a>di Giorgio Frabetti- A margine della discussione seguita sull&#8217;onda del dibattito condotto da Enrico Mentana su La7 &#8216;Silvio forever&#8217;, che ha visto confrontarsi Paolo Mieli, Giuliano Ferrara e Eugenio Scalfari, riteniamo opportuno puntualizzare alcuni aspetti. Eugenio Scalfari non ha mancato di chiosare l&#8217;avvento del berlusconismo come secolare tendenza antipolitica degli italiani (vedi Craxi); ravvisando in [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-8311" title="berlusconi_fornaio" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2011/09/berlusconi_fornaio.jpg" alt="berlusconi_fornaio" width="424" height="289" />di <strong>Giorgio Frabetti</strong>- A margine della discussione seguita sull&#8217;onda del dibattito condotto da Enrico Mentana su La7 &#8216;Silvio forever&#8217;, che ha visto confrontarsi Paolo Mieli, Giuliano Ferrara e Eugenio Scalfari, riteniamo opportuno puntualizzare alcuni aspetti. Eugenio Scalfari non ha mancato di chiosare l&#8217;avvento del berlusconismo come secolare tendenza antipolitica degli italiani (vedi Craxi); ravvisando in queste profonde radici del ventennio berlusconiano, sostanziale riedizione del ventennio fascista, che avrebbe dato vita ad un nuovo corso politico di culto della personalita&#8217;, favorito dal dominio berlusconiano dei media. Abbiamo più&#8217; volte ripercorso nel sito questi temi, confutandoli volta per volta. Ora, la trasmissione de La7 ha dato l&#8217;occasione di fare una &#8217;summa&#8217; di questi temi, e questo ci da l&#8217;opportunita&#8217; di un riepoligo complessivo. Innanziutto, sfatiamo il mito del ventennio berlusconiano: un mito che porta con se&#8217; la (sospetta) narrativa di una Sinistra fermata nell&#8217;avanzata del potere da Silvio. Il che non e&#8217; vero: &#8216;quella&#8217; Sinistra che nel 1994 sfido&#8217; Silvio alle elezioni politiche e le perse e&#8217; poi quella che, pur con qualche aggiustamento, governo&#8217; per tutti gli anni &#8216;90, dopo la breve parentesi del Governo Berlusconi. Sono gli &#8216;anni zero&#8217; del 2000 il &#8216;decennio Berlusconi&#8217;. Ma aldila&#8217; di questa precisazione temporale, bisogna intendersi: Berlusconi ha posseduto lo scettro del potere ma non dell&#8217;egemonia. Egemonia che gli Scalfari ritengono scontata e naturale in capo al berlusconismo in nome della riedizione del mito del &#8216;berlusconismo come autobiografia degli italiani&#8217; (in analogia con quanto diceva Gobetti del fascismo). Egemonia in realta&#8217; inesistente, almeno nei termini classici (ne parlano Brunetta e Crespi): Silvio possiede tv, potere, ma senza il Governo sarebbe politicamente nulla; nonostante le tv non ha un&#8217;editoria, un rapporto economico di &#8216;corporate&#8217; paragonabile a quello delle coop rosse, con l&#8217;indotto di banche, associazioni etc. Del resto, se davvero Silvio avesse posseduto quell&#8217;egemonia di cui tanto parlano, non sarebbe stato attaccato come e&#8217; stato attaccato: il possesso delle tv non ha impedito il formarsi di &#8216;girotondi&#8217; e simili, ne&#8217; e&#8217; valsa la censura verso Santoro, Biagi etc.: segno di un radicamento dell&#8217;antiberlusconismo troppo profondo e stridente con la teoria scalfariana del &#8216;berlusconismo trionfante&#8217;. E del resto, poco fu (politicamente parlando) il berlusconismo prima dell&#8217;ascesa al potere del 2001: prima del 2001, infatti, Forza Italia fu &#8216;movimento sociale&#8217; di piccoli imprenditori, Partite IVA etc., sublimazione nazionale della formula politica leghista (depurata dalle tendenze secessioniste). Questo fu forza e debolezza insieme del berlusconismo: l&#8217;assenza del potere diede alla leadrship berlusconiana un&#8217;enorme credibilita&#8217;, che valse ad alimentare il mito del &#8216;nuovo miracolo&#8217; italiano (ne parla Aldo Schiavone) e che pote&#8217; alimentarsi e prosperare grazie alla progressiva implosione della Sinistra di Governo (proseguito anche oltre fino all&#8217;attuale stallo del PD): questo, prima della tv fu la chiave del successo berlusconiano.Ma questa estraneita&#8217; al Palazzo fu la causa della debolezza e delle degenerazioni del berlusconismo, oscillante tra istrionismi mediatici e gestione personalistica delle leve di Palazzo Chigi (vedi l&#8217;enorme sviluppo della Protezione Civile) per compensare l&#8217;isolamento della formazione berlusconiana dalla societa&#8217; civile &#8216;che conta&#8217; e dai territori. Un sistema che ha reso Silvio ricattabile in una rete di faccendieri, mediatori discutibili (Tarantini, Lele Mora), in analogia con quanto avvenne ad un altro grande &#8216;outsider&#8217; del potere Benito Mussolini con il &#8216;comitato d&#8217;affari&#8217; di Cesare Rossi, poi smantellato col Delitto Matteotti. Il berlusconismo, quindi, fu certamente antipolitica come dicono Scalfari e Flores d&#8217;Arcais, ma attenzione a non sopravvalutarlo. Come e&#8217; anche temerario sopravvalutare il passato Fininvest ed il &#8216;conflitto di interesse&#8217; nelle degenerazioni del potere berlusconiano: più&#8217; che le cd &#8216;leggi ad personam&#8217; (per altro spesso aggirate dai giudici e dalla Consulta) poterono le frequentazioni personali: caso emblenatico la triste vicenda del caso Ruby, che vide Berlusconi imputato per fatti non gravi, senza pero&#8217; che il premier riuscisse a recuperare le forze per smantellare quella limacciosa rete di corrivita&#8217; e ricatti costruita attorno al bunga bunga. L&#8217;unica voce che nella trasmissione di Mentana ha cercato di portare la discussione ad un piano meno angusto della polemica politica immediata e&#8217; stato Paolo Mieli, il quale si e&#8217; posto il quesito dell&#8217;eredita&#8217; berlusconiana: solo se qualcuno, nel lungo periodo della storia, recuperera&#8217; la lezione berlusconiana, si potra&#8217; dire che Silvio e&#8217; passato alla storia. E&#8217; presto per dire questo, ma e&#8217; certo che Forza Italia e&#8217; stato il parto di un brevetto politico che restera&#8217; nella memoria: se qualcuno vorra&#8217; rilanciare un partito dei ceti medi dovra&#8217; percorrere quella strada. Qui resta la grande eredita&#8217; di Silvio, grande &#8216;tycoon&#8217; della comunicazione politica in Italia.</p>
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		<title>Questioni di quorum</title>
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		<pubDate>Sat, 11 Jun 2011 09:39:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Frabetti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.arezzopolitica.it/2011/06/11/questioni-di-quorum/"><img align="left" hspace="5" width="150" height="150" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2011/06/referendum-small-150x150.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="referendum-small" title="referendum-small" /></a>di Giorgio Frabetti- Fughiamo subito l&#8217;equivoco secondo il quale, il referendum acquisterebbe valore politico solo con il raggiungimento del quorum. Niente di più&#8217; errato, in verita&#8217;. Certo, nessuno potrebbe negare l&#8217;irrilevanza del referendum nel caso andasse a votare (come da tendenza nell&#8217;ultimo quinquennio) meno del 25-30 per cento degli elettori. Ma se andasse al voto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-7573" title="referendum-small" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2011/06/referendum-small.jpg" alt="referendum-small" width="377" height="336" />di <strong>Giorgio Frabetti</strong>- Fughiamo subito l&#8217;equivoco secondo il quale, il referendum acquisterebbe valore politico solo con il raggiungimento del quorum. Niente di più&#8217; errato, in verita&#8217;. Certo, nessuno potrebbe negare l&#8217;irrilevanza del referendum nel caso andasse a votare (come da tendenza nell&#8217;ultimo quinquennio) meno del 25-30 per cento degli elettori. Ma se andasse al voto un&#8217;aliquota di elettori pari ad un 40-45 per cento il problema politico si porrebbe comunque, a prescindere dall&#8217;efficacia del referendum. Un simile voto sarebbe la prova che esiste in Italia una forte fetta di elettorato antiberlusconiano; che domani in caso di voto politico non farebbe fatica a divenire maggioranza. D&#8217;accordo, la personalizzazione del voto non ci e&#8217; piaciuta, ma nessuno puo&#8217; negare che questa percezione nell&#8217;elettorato e&#8217; diffusa e consolidata: e&#8217; un dato di fatto e &#8216;cosa fatta, capo ha&#8217;. E poi, non si puo&#8217; negare che i precedenti ci sono tutti: gia&#8217; le elezioni amministrative sono state vissute come un voto pro-contro Berlusconi (per imposizione dello stesso premier); e l&#8217;elettorato ha risposto alla sfida. Perche&#8217; non potrebbe l&#8217;elettorato essere incentivato ad andare alle urne ancora per punire Silvio? Fossimo in Silvio e nel centrodestra non ci faremmo eccessive illusioni: puo&#8217; darsi che il governo non cada, ma la situazione generale e&#8217; gia&#8217; molto precaria e lo sara&#8217; probabilmente ancora di più&#8217; dopo il referendum. Il punto e&#8217; che dallo stallo e dalla precarieta&#8217; il Governo puo&#8217; uscirne soltanto recuperando un profilo riformatore degno delle speranze di rivoluzione conservatrice suscitate dal 1994 in avanti da Silvio Berlusconi con la sua &#8216;discesa in campo&#8217;. Sotto questo aspetto, l&#8217;appello di Giuliano Ferrara assume un valore drammatico e ultimativo che e&#8217; difficile ignorare. Lo abbiamo detto tante volte: il tempo e&#8217; poco; cerchiamo di sfruttarlo al meglio, almeno finche&#8217; c&#8217;e&#8217;.</p>
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		<title>La metamorfosi di Nichi Vendola:da &#8220;poeta&#8221; politico a inquisitore &#8220;dipietrista&#8221;</title>
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		<pubDate>Mon, 28 Mar 2011 21:22:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mugnai</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.arezzopolitica.it/2011/03/28/la-metamorfosi-di-nichi-vendolada-poeta-politico-a-inquisitore-dipietrista/"><img align="left" hspace="5" width="150" height="150" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2011/03/vendola1-150x150.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="vendola1" title="vendola1" /></a>di Redazione- I valori e la cultura cui fa riferimento questo sito sono sempre stati molto divergneti rispetto a quelli di Nichi Vendola, il Governatore della Puglia, divenuto oramai famoso per essere riuscito a dar voce ad una sinistra alternativa rispetto al Pd (spesso scombussolandone i piani e le strategie elettorali) . Però, nonostante questo, stimavamo Vendola, perchè poneva le questioni politiche [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignleft size-full wp-image-6851" title="vendola1" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2011/03/vendola1.jpg" alt="vendola1" width="400" height="301" />di</strong> <strong>Redazione</strong>- <strong>I valori e la cultura cui fa riferimento questo sito sono sempre stati molto divergneti rispetto a quelli di Nichi Vendola, il Governatore della Puglia, divenuto oramai famoso per essere riuscito a dar voce ad una sinistra alternativa rispetto al Pd (spesso scombussolandone i piani e le strategie elettorali) . Però, nonostante questo, stimavamo Vendola, perchè poneva le questioni politiche condendo i suoi discorsi di poesia, letteratura, rendendo il suo eloquio piacevole. L&#8217;ultimo Vendola ha assunto invece i toni del novello inquisitore, del politico che, magari montatosi un pò la testa, ha perso un pò l&#8217;equilibrio, rischiando così di trasmettere ai suoi elettori e specialmente ai giovani messaggi nocivi per loro e per tutta l&#8217;Italia. Francamente di persone che soffiano sul fuoco, in un momento di crisi economica e geopolitica, non ne sentiamo  ilbisogno. Invitiamo quindi Vendola a più miti consigli. Di seguito pubblichiamo un editoriale di Giuliano Ferrara, apparso su &#8220;Il Foglio&#8221;, che descrive egregiamente la metamorfosi kafkiana di Vendola- </strong> Questo Vendola sta rivelandosi un tipaccio. Aveva cominciato altrimenti, con l’esibizione magari stucchevole di una filialità e di una universale disponibilità all’amicizia che complicava in modo interessante le regole della politica. Era un dolce prodotto mediterraneo, un segugio del consenso incapace di strapparsi dai propri ideali molto cantati e vantati, sul modello tenero e lirico del cerasiano Nichi-ma che-stai-a-di’. Era un igenuo cantastorie del solito mondo debole e tirannico evocato per demagogia grossolana dalla sinistra pauperista e cattolico comunista, magari sfruttato dai cinici e incline anche lui a un inconsapevole cinismo, ma eccelleva in tatto e furbizia politica, distillava una certa buona educazione, portava orecchino e cultura gay come un certificato di autenticità e di nonviolenza, con un’aria domestica, di famiglia, che a tratti incantava. Che gli è successo? Ora cammina con le scarpe chiodate di un Di Pietro qualsiasi, avvampa di banalità inquisitoriale come un qualunque Saviano di passaggio, trasforma la sua vitalità in vitalismo negativo, in attacchi ad personam, in spropositata ambizione personale. Ha lasciato a sé stessa la regione-laboratorio in cui sembrava volesse sperimentare gli effetti di buongoverno di un potere benedetto dalle mamme. Si è disincagliato da un sistema di potere che lo stava attirando nel solito gorgo delle pratiche spregiudicate di clientelismo e affarismo, ma solo per sentirsi self righteous, al di sopra degli altri umanamente e moralmente, e comportarsi di conseguenza. La sua oratoria sghemba e un tanto ridicola si è rinsecchita, ha perso quella piccola aura di simpatia e di dedizione, se non di devozione, che faceva di lui e del suo giro un caso a sé. Si è in un torno troppo breve di tempo grottescamente omologato agli stilemi del gruppo burocratico che diceva di voler combattere. Ad Annalena e a me era molto piaciuta la foto pubblicata dal Giornale, la festa dei corpi in vacanza sulla spiaggia, nudi e spavaldi. Ma la reliquia parla di una allegra santità passata, smentita da pratiche attuali di consunta e convenzionale laicità del discorso politico effettivo. Sicché tutti quegli aggettivi roboanti e trasversali, che parlano di ideologia e di polvere della storia, sono diventati piccoli veleni del quotidiano politico, tentativi di gareggiare sulla via del peggio con la piccola folla di demagoghi che si battono per spartirsi la memoria di una leadership piddì ormai virtualmente estinta. Nichi-ma-che-stai-a-fa’. Il lascito di Bertinotti, gran signore di un comunismo surreale, era pur sempre ricco: la nonviolenza, prima di tutto verbale, e il garantismo giuridico sempre coltivato con cura meticolosa e sovrano disdegno per gli arruffapopoli in toga. Bertinotti ha fallito un cartello elettorale e dissipato una forza potenziale, ragion per cui ha con eleganza ritirato sé stesso dalla pugna, riservandosi un ruolo magisteriale autorevole negli ambienti che lo hanno seguito e amato per anni nelle sue traiettorie non senza importanza per la politica italiana di questi anni. Ma una battaglia perduta non autorizza gli eredi del capo a cambiare natura, basta cambiare tattica o aggiustare anche radicalmente la strategia. In Vendola si nota invece una mutazione genetica che può avere esiti autolesionistici e maleducare ancora una volta giovani generazioni di italiani invitati a un party ribaldo con l’ideologia, sconsigliati alla pratica di una libera e responsabile lotta politica senza il trucco brutale della diffamazione, della sparata grossa, della character assassination. Forse Vendola, che si proclama pasoliniano ogni due per tre, soffre della stessa sindrome finale di PPP, la disperazione di vivere unita a una caparbia volontà di potenza, tutt’uno di corpo e anima, di desiderio e psiche. Caro Nichi, vatti a rivedere “La ricotta” e riprenditi dal tuo poeta preferito le doti di ironia e di scrittura corsara che in rari ma sicuri momenti della sua vita lo hanno reso ricco di amore e di senso di giustizia, e dismetti la torvaggine culturale e civile del pasolinismo e dei pasolinidi pieni di orrore per la vita e di pietà per gli altri e per se stessi. Nichi-cerca-de-rinsavi’.</p>
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		<title>Berlusconi, la ghigliottina è servita!</title>
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		<pubDate>Tue, 15 Feb 2011 21:34:41 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.arezzopolitica.it/2011/02/15/berlusconi-la-ghigliottina-e-servita/"><img align="left" hspace="5" width="150" height="150" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2011/02/848-silvio-berlusconi-thumb1-150x150.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="848-silvio-berlusconi-thumb" title="848-silvio-berlusconi-thumb" /></a>di Giorgio Frabetti- “Se lo avessi tra le mani per ventiquattrore, ad interrogarlo come dico io, come so io, [Berlusconi] vomiterebbe l’anima sua … se anima ha! E non pensi, per carità a maltrattamenti, torture … Lo farei soltanto scendere dal piedistallo, gli farei soltanto sentire che per me lui sta alla pari del ladro di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-6451" title="848-silvio-berlusconi-thumb" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2011/02/848-silvio-berlusconi-thumb1.jpg" alt="848-silvio-berlusconi-thumb" width="404" height="302" />di <strong>Giorgio Frabetti</strong>- “Se lo avessi tra le mani per ventiquattrore, ad interrogarlo come dico io, come so io, [Berlusconi] vomiterebbe l’anima sua … se anima ha! E non pensi, per carità a maltrattamenti, torture … Lo farei soltanto scendere dal piedistallo, gli farei soltanto sentire che per me lui sta alla pari del ladro di galline, del debosciato pescato coi suo tre grammi di eroina in tasca … Quando uno che si crede potente, entra in un posto di polizia e si sente dire di togliersi le stringhe delle scarpe e la cintura dai pantaloni crolla, mio caro amico […]. Provi ad immaginare la scena: il posto di polizia, una stanza squallida come la mia, quel tipico odore che Gadda fa sentire così indelebilmente e che assale le narici ogni volta che si parla di polizia […]; dietro la scrivania il Commissario che non si alza, che non fa il minimo gesto non dico di ossequio, ma di saluto; il brigadiere in piedi, che con indifferenza o addirittura disprezzo dice ‘Signor [Berlusconi] si tolga le stringhe dalle scarpe e la cintura dai pantaloni’ … La fine, mio caro amico, la fine” (Leonardo Sciascia, <em>Todo Modo</em>, Bompiani, Tutte le opere, 2001). I periodi dei “grandi processi” della cultura occidentale coincidono con momenti di crisi, di dissoluzione. Non è questo vero solo per la politica (es. lo scandalo della Banca Romana chiuse una fase del trasformismo, quello elitario, tra il 1882 e il 1892; ovvero Tangentopoli per la <em>Prima Repubblica</em>), ma anche per la letteratura. Come non dimenticare il grande Processo Karamazov del celebre romanzo di Fedor Dostojeskij in cui, dietro il velo della vicenda di parricidio tra i Fratelli omonimi, si celebra la crisi, la dissoluzione dell’Ottocento idealistico e delle sue illusioni di equilibrio, dietro le maschere del superomismo nicciano (impersonato da Ivan, “mente spirituale” dell’omicidio) e dalla viltà e dall’abbruttimento proto-comunista di Smerdjakov, ovvero della massa e dei suoi bassi istinti non domati. Ecco perché, aldilà dei fatti processuali di Silvio (gravi, ma lievi se confrontati con gli addebiti a Minetti, Mora etc.) il rinvio a giudizio per “direttissima”, comunque vada a finire, è il segno della crisi e forse della fine di un’epoca, la <em>Seconda Repubblica</em>. Non era mai capitato un processo ad un <em>Premier</em> in carica: era capitato a personaggi politici importanti, mai ad un … Capo di Stato! La “ghigliottina virtuale” è servita. Ma fino a quando la Politica, come Classe, come Casta, sarà disposta a farsi processare? Non vi è chi non veda, infatti, come, processando e forse condannando il <em>Premier</em>, si costituisce un imbarazzante precedente. Vada per adesso, dove a Milano, per quanto ne so, ci sono dei Magistrati che (simpatici o meno) sono preparati e responsabili; ma se domani, un’iniziativa contro un Premier o addirittura contro un Capo di Stato fosse avviata da un Magistrato come lo era De Magistris? Di un magistrato spregiudicato e arrivista che, per coprire la strumentalità e la pochezza delle proprie indagini, aveva sfruttato inchieste politiche per la facile popolarità? Chi ha dimenticato la “luna di miele” con un Magistrato che, prima di farsi “ridere dietro” con le vicende dell’IDV, era arrivato a rappresentarsi mediaticamente come un Paolo Borsellino, riuscendo, per di più, a trascinare con sé la piazza al grido: “Ammazzate de Magistris, ammazzateci tutti!”. Purtroppo, il moralismo esasperato, la voglia di forca diventano l’alibi di una classe politica autoreferenziale e bloccata che, non riuscendo più ad attivare compensazioni sociali ed economiche, realizza solo “compensazioni” virtuali e moralistiche. Già adesso questa è la vera realtà della Politica e abbiamo seri motivi per ritenere che, di qui in avanti, non possa che degenerare (se non si porrà rimedio): anche nel “cattivo uso” politico della Magistratura. La Ns. politica, purtroppo, non ha gli anticorpi necessari per reagire: non ce l’ha Berlusconi, per ragioni che sono ovvie e che sono già state spiegate; non ce l’ha la restante classe politica. Non possiamo avere una classe politica capace di vincere la sfida dell’attuale imbarbarimento (di cui la Ghigliottina Giudiziaria è solo un simbolo), perché la Ns. politica ha finora solo protetto rendite; per l’evidente ragione di costituirsi a sua volta una facile rendita elettorale e di potere. Se vogliamo deporre la frettolosa demagogia, è qui che il discorso di Giuliano Ferrara di lanciare l’economie e le riforme come antidoto alla Barbarie Giudiziaria, può ritrovare una sua dignità di riflessione: se la politica inizia a creare compensazioni economiche e sociali adeguate alla crisi, finirà, si ridurrà non dico l’azione dei giudici sulla Politica, ma la pressione Antipolitica di invocare la Giustizia come “palliativo” dei problemi. Ricordiamo, al riguardo, le parole profetiche di Giulio Tremonti ne Lo Stato Criminogeno (Laterza, 1997), dove profetava: “Tangentopoli ritornerà se lo Stato italiano fallirà le fondamentali riforme economiche di cui il Paese ha bisogno”. All’Italia non serve una “lenzuolata” un tanto al metro (su cellulare, assicurazioni), ma occorre un <em>Welfare</em> che dia davvero risposte ai giovani, alle donne, alle famiglie, un sistema che tuteli il merito contro i corporativismi e i favoritismi a sfondo politico familiare. “Ha da passà ‘a nuttata!” diceva Eduardo De Filippo. Ma poi alla fine, verrà l’alba di un nuovo avvenire per l’Italia?</p>
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		<title>Ferrara, parliamoci chiaro: Tremonti non si tocca!</title>
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		<pubDate>Mon, 14 Feb 2011 23:51:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Frabetti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.arezzopolitica.it/2011/02/15/ferrara-parliamoci-chiaro-tremonti-non-si-tocca/"><img align="left" hspace="5" width="150" height="150" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2011/02/giulianoferrara-150x150.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="giulianoferrara" title="giulianoferrara" /></a>(Redazione) Ha fatto molto scalpore la polemica tra Il Foglio (per bocca del suo Direttore Giuliano Ferrara) e il Ministro Giulio Tremonti, accusato in due editoriali di &#8220;mettere il freno&#8221; alle riforme liberalizzatrici ritenute mature dal premier. Che sia auspicabile che il Governo metta davvero mano  alle riforme, scrollandosi di dosso la &#8220;morta gora&#8221; del Bunga [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignleft size-full wp-image-6447" title="giulianoferrara" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2011/02/giulianoferrara.jpg" alt="giulianoferrara" width="430" height="317" />(Redazione) Ha fatto molto scalpore la polemica tra <em>Il Foglio</em> (per bocca del suo Direttore Giuliano Ferrara) e il Ministro Giulio Tremonti, accusato in due editoriali di &#8220;mettere il freno&#8221; alle riforme liberalizzatrici ritenute mature dal <em>premier</em>. Che sia auspicabile che il Governo metta davvero mano  alle riforme, scrollandosi di dosso la &#8220;morta gora&#8221; del Bunga Bunga e tornando come dice Ferrara allo &#8220;spirito del 1994&#8243; è cosa troppo auspicabile per meritare di essere riportata. L&#8217;impressione fondata, però, è che la campagna intentata da Ferrara sull&#8217;economia sia sostanzialmente demagogica, avventata, alla lunga pericolosa. Evidente che Tremonti sta diventando il facile capro espiatorio (forse anche perchè malvisto da Silvio come potenziale <em>competitor</em> a Palazzo Chigi); ma è altrettanto evidente che, se le bocce legislative, sono ferme ciò non è dovuto ai tecnici di XX Settembre, quanto al clima sostanzialmente pre-elettorale che dal 2009 in poi Berlusconi ha imposto al Governo: un clima, che, purtroppo, favorisce le posizioni di rendita e i potenti per ovvie ragioni e non favorisce certo riforme. Quindi, la colpa della stagnazione legislativa e politica è del ceto politico non di Tremonti. Purtroppo, non possiamo escludere che il Governo Berlusconi, ritenendo la propria sorte incerta, sia tentato di giocare (tramite Giuliano Ferrara) la politica del &#8220;tanto peggio, tanto meglio&#8221;, delle riforme demagogiche, prive di compatibilità finanziaria, fatte al solo scopo di rincorrere le &#8220;promesse elettorali&#8221; e di fare &#8221;terra bruciata&#8221; ai possibili successori (magari nella speranza che i &#8220;buchi&#8221; li colmi un altro governo, cui addossare magari tutte le colpe e l&#8217;impopolarità). Aldilà delle dietrologie, cerchiamo per favore di fissare alcuni paletti certi. Allo stato attuale, la politica di rigore sui conti pubblici e di stabilità finanziaria di Tremonti non ha alternative, perchè, allo stato attuale, è l&#8217;unica che possa proteggere il risparmio privato (che per lo più si alimenta tramite i BOT, ovvero il debito pubblico) e l&#8217;unica leva per la ripresa economica: come insegna la tradizione Einaudi-De Gasperi, confermata anche dalla &#8220;politica dei redditi&#8221; di Ciampi-Giugni nel 1993, non c&#8217;è altra via per favorire la possibile ripresa passa attraverso la tutela del potere di acquisto dei redditi fissi e dei risparmiatori. Con buona pace delle polemiche di Ferrara sullo scetticismo di Tremonti sulla ripresa. Pensiamoci due volte, quindi, prima di abbandonare Tremonti al suo destino e consserviamocelo caro: la politica di Tremonti al momento è l&#8217;unica alternativa alla &#8220;stangata&#8221; della &#8220;patrimoniale&#8221;. Diversamente, la &#8220;patrimoniale&#8221; non potrà essere evitata, se l&#8217;avventurismo finanziario e la &#8220;finanza allegra&#8221; pre-elettorale teorizzata da Ferrara dovessero prevalere. Basta intendersi. Per mettere comunque il pubblico in grado di formarsi l&#8217;opinione più obiettiva possibile pubblichiamo l&#8217;articolo di Giuliano Ferrara, uscito su Il Foglio del 10 febbraio 2011 (Ministro Tremonti, parliamoci chiaro!).-  </strong><strong><span style="FONT-SIZE: 12pt">Gentile ministro Tremonti, </span></strong><span style="FONT-SIZE: 12pt">il Foglio non teme smentita quando afferma di avere sempre rispettato e spesso sostenuto il suo lavoro al Tesoro, specialmente nella gestione del debito pubblico. Ora, però, non ci sfugge – non ci è sfuggito da subito – il suo freddo disimpegno dai contenuti del Piano per la crescita di cui si è discusso ieri nel Consiglio dei ministri; e di cui ha dato conto il premier Berlusconi in una conferenza stampa alla quale lei ha partecipato come un passante (cinque minuti di eloquio e arrivederci a tutti), riuscendo tuttavia a omaggiarci di una frase raggelante: la nostra agenda economica “è dettata, è definita dall’Europa, in Europa”. <strong>Ne deduciamo –</strong> ma lo avevamo sospettato dalla turba dei suoi impegni che avevano indotto a far slittare il Cdm – che lei, signor ministro, non crede affatto sia possibile portare la crescita italiana al 3-4 per cento in cinque anni, come ha sostenuto il Cav. sul Corriere. Lei sembra non credere nemmeno all’idea di convocare gli stati generali dell’economia, coinvolgere di slancio le anime dell’intrapresa nazionale, galvanizzarle a forza di liberalizzazioni e riduzioni fiscali rese possibili dallo snellimento di uno stato dal patrimonio ciclopico e inerte (sempre una promessa del Cav. cui s’è aggiunto ieri sul Foglio l’appoggio disincantato del professor Monti). Lei, signor ministro, crede nell’incoercibilità dell’euroburocrazia, della quale si è fatto col tempo naturale e autorevole portavoce. E deve credere anche nelle sue legittime facoltà di guida d’una maggioranza la cui leadership istituzionale, quella berlusconiana, appare infragilita per ragioni contingenti di cui tutti sappiamo. <strong>Le stiamo ricordando, </strong>signor ministro, ciò che già sa: le linee d’indirizzo del governo sono nelle sue mani e nella sua capacità di visione già così desolidarizzante nei confronti dell’ultimo guizzo berlusconiano. Se il suo orizzonte di pensiero e di volontà è quello che abbiamo descritto, sarebbe giusto che lei lo dicesse a noi e all’Italia con la stessa chiarezza usata da Amato e da Capaldo per preannunciare la patrimoniale che verrà, se verrà, quando l’Europa ci detterà la stangata di marzo. Dopodiché ognuno – noi, gli italiani e lei, signor ministro – saprà trarre le proprie conseguenze. Vai al link:<a href="http://www.ilfoglio.it/soloqui/7684">http://www.ilfoglio.it/soloqui/7684</a></span></p>
<p style="TEXT-ALIGN: justify; BACKGROUND: white"><span style="COLOR: #333333; FONT-SIZE: 12pt"><strong> </strong></span></p>
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		<title>In mutande ma vivi! Diciamo no ai moralisti!</title>
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		<pubDate>Sun, 13 Feb 2011 22:24:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mugnai</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.arezzopolitica.it/2011/02/13/in-mutande-ma-vividiciamo-no-ai-moralisti/"><img align="left" hspace="5" width="150" height="150" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2011/02/ferrara_in_mutande-2-e3e48-150x150.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="ferrara_in_mutande-2-e3e48" title="ferrara_in_mutande-2-e3e48" /></a>Redazione &#8211; Pubblichiamo un prevegevole editoriale di Giuliano Ferrara apparso in questi giorni su &#8220;Il Foglio&#8221; che riassume bene perchè sia necessario guardare con sospetto chi si erge sul &#8220;piedistallo della purezza&#8221;. La critica al Presidente del Consiglio per il suo stile di vita e per certi suoi comportamenti è necessaria (e anche su questo newsmagazine abbiamo in tal senso [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong><img class="alignleft size-full wp-image-6438" title="ferrara_in_mutande-2-e3e48" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2011/02/ferrara_in_mutande-2-e3e48.jpg" alt="ferrara_in_mutande-2-e3e48" width="300" height="204" />Redazione &#8211; Pubblichiamo un prevegevole editoriale di Giuliano Ferrara apparso in questi giorni su <em>&#8220;Il Foglio&#8221;</em> che riassume bene perchè sia necessario guardare con sospetto chi si erge sul &#8220;piedistallo della purezza&#8221;. La critica al Presidente del Consiglio per il suo stile di vita e per certi suoi comportamenti è necessaria (e anche su questo <em>newsmagazine</em> abbiamo in tal senso preso le distanze da Berlusconi sul caso Ruby), ma non deve essere il pretesto per far emergere in Italia quella minoranza elitaria, costituita da alcuni intellettuali, che in totale disprezzo per il popolo e la democrazia, propongono una &#8220;repubblica della virtù&#8221; come panacea di ogni male. Noi da liberali, non crediamo nella purezza della società, nella rigenerazione di una Nazione attraverso l&#8217;esempio di alcuni illuminati, ma semmai crediamo prima di tutto nell&#8217;individuo e gli chiediamo soltanto di rispettare le Istituzioni, non infrangere la legge, avere il senso dello Stato, amare e difendere la  democrazia. Crediamo che sia il popolo a dover giudicare l&#8217;operato del Presidente del Consiglio quando ci saranno nuove elezioni; non spetta certo a quel ceto intelletuale radical che spesso si erge da moralizzatore e che crede di avere la verità in tasca, di decidere le sorti di una legislatura. Il messaggio dei vari Eco, Saviano, Scalfari ed Ezio Mauro dobbiamo fare in modo, per il bene dell&#8217;italia che non passi. Ecco perchè, abbiamo sostenuto la manifestazione di Giuliano Ferrara, &#8220;In mutande ma vivi&#8221;, tenutasi Sabato al Teatro &#8220;Dal Verme&#8221; a Milano, che secondo noi, contrappone al gruppo editoriale &#8220;La Repubblica-L&#8217;espresso&#8221; una visione più liberale e meno giacobina della vita e più rispettosa nei confronti dell&#8217;individuo e della società. </strong>Chi è un moralista? Un moralista è colui che conosce l’umanità, sa che il legno storto dell’umanità non lo si può raddrizzare, e fa di tutto perché le persone siano dolorosamente consapevoli di questo, si emendino per il possibile, e per il resto lascino alla giustizia di essere giusta e alla morale di essere una faticosa conquista (come ha scritto Piero Ostellino nel Corriere), non una bandiera faziosa impugnata dai partiti. Il grande filosofo tedesco Immanuel Kant era un moralista, e alla sera Umberto Eco può andare a dormire con le galline, tanto il far tardi in compagnia della “Metafisica dei costumi” non gli giova se non per la vanità di esibirsi da erudito al Palasharp, il suo moralismo sa di portineria, paura della brutta figura dell’italiano all’estero, è materia non pregiata, conversazione da treno. Il moralista vero, classico, rispettabile, da cui si può imparare qualcosa e che si rende compatibile con le regole liberali e una democrazia non radicale, non utopistica, non ipocrita, è colui che conosce la politica con le sue regole, l’impasto di bene e di male necessario al governo degli uomini.</p>
<p style="text-align: justify;">Niccolò Machiavelli era un moralista, cercava di mettere un argine massiccio contro la prepotenza dei suoi tempi, l’anarchia, lo spirito di fazione distruttivo, e predicava una modernità atea, discutibile nelle conseguenze secolari ma così distante dagli illusionismi spirituali e politici dei Savonarola dell’epoca. Moralista era Montaigne, che sapeva tutto e non voleva insegnare nulla, se non il fatto che vivere è un “imparare a morire”. Moralista era Cervantes, che rese eroiche e buffe le passioni dell’amore e della stessa giustizia nella figura immortale del Cavaliere dalla faccia triste, il Don Chisciotte.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma questi insigni leader dell’establishment riuniti al Palasharp li chiamo moralisti in tutt’altro senso. Sono azionisti, per rifarsi alla matrice grande del Partito d’azione ma tenendo conto del dislivello storico e culturale che i tempi hanno scavato: azionisti, cioè una classe di minoranza eticizzante, colta, bene intenzionata e benpensante, che ha il brutto vizio di odiare le maggioranze, di tenere in sommo spregio il popolo e specie quello italiano e cattolico, di lavorare per una politica dei piccoli club militanti contro la logica di sovranità e libertà delle democrazie liberali moderne, gente che impugna la legge non per fare giustizia e realizzare stato di diritto e libertà ma per “ripulire la società”, progetto sommamente reazionario, utopia regressiva di sfondo totalitario.</p>
<p style="text-align: justify;">L’incontro del moralizzatore fanatico, inconsapevole della bellezza e complicata trasversalità del reale, con il pubblico ministero e con una classe di giudici educati da quindici anni e più al disprezzo per la politica, alla guerra contro le istituzioni elettive, qualche volta colpendo a sinistra e sempre e sistematicamente accaniti contro Berlusconi e il fenomeno che rappresenta: ecco il morbo fatale di cui è ammalata l’Italia, ecco il vero ostacolo alla governabilità, ai programmi di crescita e di sviluppo e di riforma, qui affondano le radici del nostro possibile declino. Al quale è giusto ribellarsi.</p>
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		<title>Intervista sulla Destra seconda parte. Quale Destra possibile? Prezzolini giovane sfida il suo tempo</title>
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		<pubDate>Fri, 11 Feb 2011 23:09:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Frabetti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.arezzopolitica.it/2011/02/12/intervista-sulla-destra-02a-parte-quale-destra-possibile-prezzolini-giovane-sfida-il-suo-tempo/"><img align="left" hspace="5" width="150" height="150" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2011/02/prezzolini1-150x150.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="prezzolini" title="prezzolini" /></a>di Giorgio Frabetti- “L’aristocrazia francese aveva creduto nella ‘ragione’ e non nell’esperienza dei secoli … Era stata vile la classe dirigente e bestiale il popolo, appena scompariva la guardia e non era più creduto il prete; e ingenui i filosofi che avevan sedotto l’aristocrazia ed eccitato la plebe … Fu il primo libro serio che mi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-6406" title="prezzolini" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2011/02/prezzolini1.jpg" alt="prezzolini" width="448" height="335" />di <strong>Giorgio Frabetti</strong>- “L’aristocrazia francese aveva creduto nella ‘ragione’ e non nell’esperienza dei secoli … Era stata vile la classe dirigente e bestiale il popolo, appena scompariva la guardia e non era più creduto il prete; e ingenui i filosofi che avevan sedotto l’aristocrazia ed eccitato la plebe … Fu il primo libro serio che mi aprì la strada alla critica della mia società, corrotta dall’umanitarismo e dalla grossolanità delle masse e dall’ingenuità dei ‘positivisti’ (alleati del socialismo), degni eredi delle astrattezza dell’Illuminismo”. Così Prezzolini il capitolo ne <em>Il Manifesto dei Conservatori</em> (Mondadori, 1994)  ricorda l&#8217;impressione enorme che, adolescente, gli suscitò la lettura di Taine sulla crisi della Francia ottocentesca. Da qui, il Ns. riferisce della prima precoce illuminazione che lo porterà alla visione della conservazione (ricordiamoci di questo riferimento, la Francia, che sarà comune a tutti i giovani che con Prezzolini condivideranno il travaglio di un movimento per una “nuova Italia”). Come anticipato nella puntata precedente (e come diremo anche successivamente), questo passo ci rivela la lucida consapevolezza di come Prezzolini avverta (in termini estremamente attuali, per altro) il problema della Destra: non  semplicemente come un problema “partitico”, quanto come un problema di “classi dirigenti”, davvero conservatrici. E qui davvero i problemi sono assolutamente aperti e vivi (nonostante dal 1994 in Italia sia nato una coalizione di centro-destra esplicita dopo decenni di silenzio e ostracismo). Ciò posto, dobbiamo introdurre nella Ns. esposizione dell&#8217;<em>Intervista sulla Destra</em> una premessa essenziale, senza la quale non si potrebbe comprendere l&#8217;<em>Intervista</em> stessa. E&#8217;, cioè, sostanzialmente impossibile trattare della Destra in Italia senza trattare della persona di Prezzolini, senza farne la biografia: essenzialmente perché sulla scia del “mito” di Prezzolini e  della Destra Storica (in una chiave comunque ancora ambigua non poco “rivoluzionaria”) dal gruppo di Prezzolini e <em>La Voce</em> partì una fiumana di uomini e idee che sfociò prima nell’interventismo e poi nel fascismo, vissuto questo, in larga parte, come consapevolezza (vera o falsa lo si vedrà poi) di una nuova “Destra Storica” (vedi Massimo Rocca). Diremmo come questa “manifestazione storica” di Destra di non pochi intellettuali vociani o simpatizzanti genererà una decisa “crisi” in Prezzolini che non riconoscerà il fascismo, vedendolo come creatura “degenere”, anche se non vi si oppose (una crisi che è ben testimoniata dal suo disincantato e sconsolato <em>Machiavelli</em> del 1927). Ma questa sarà una storia a tappe. Nella prima tappa, quella che tratteremo in questa puntata, sarà essenziale parlare del “contesto” che favorì quel clima che poi generò le riviste, La Voce e poi il “mito” di Giuseppe Prezzolini: ci preme, cioè, ritrovare il travaglio di una generazione, giovane, cresciuta nel mito del Risorgimento, ma schifata delle realizzazioni ambigue e compromissorie del trasformismo e che sognò … un’evasione. Ci fu chi cercò l’evasione nella letteratura (Morasso, Borgese, in parte Papini); ci fu chi cercò l’evasione nella costruzione di una nuova Italia: Prezzolini. La vicenda di Prezzolini, quindi, per i giovani di oggi, perché la vicenda di Prezzolini è esemplare di come un gruppo di <em>outsider</em> giovani si impose, riscrivendo di fatto la storia d’Italia (anche se con esiti discutibili: vedi grande guerra, fascismo), riuscendo indubbiamente a porre e a vincere con una forza straordinaria una propria battaglia generazionale (oggi parleremo di “coalizione generazionale”. Ognuno può capire come parlare di questa generazione e del suo travaglio, è essenziale per lanciare un facile messaggio ai giovani di oggi, in un tempo in cui si invoca tanto una <em>Rivincita degli Outsider</em> (Padrone, 2009). I giovani di oggi (quelli dei <em>Blog</em> o dei <em>Centri Sociali</em>), infatti, potranno trovare molte analogie con la crisi di allora (anni 1890-1900) e con la condizione dei giovani di allora e per interpretare la crisi di oggi (come quella di inizio secolo) come un’occasione per “sedersi” disperati, né per andare a schiamazzare a vuoto nelle piazze, ma come occasione per “elaborare” una nuova identità non solo personale, ma anche culturale, politica e sociale. La morale comunque è chiara, implacabile: oggi, come ai tempi di Prezzolini, dalla crisi potrà sopravvivere quella minoranza più lucida, culturalmente forte e politicamente pugnace. Ma è questa anche una sfida che va raccolta: diversamente, si resterà sommersi. A questo punto, però, credo sia mio preciso dovere fermarmi, perché sono assolutamente convinto che chi ha letto <em>L’Intervista sulla Destra</em> farà fatica a ritrovarsi nei passaggi appena citati: ma quale “battaglia generazionale”, quali <em>outsider</em>? Nel libro di Prezzolini e specialmente nella “seconda giornata” (quella di cui ora tratteremo) non troviamo nulla di tutto questo! In effetti, la “seconda giornata” è densamente dedicata al travaglio culturale dell’Italia dal trasformismo fino alla rinascita dell’inizio secolo, con l’esposizione della personale storia culturale di Prezzolini: della sua generazione e del suo “movimento”, Prezzolini non vi fa alcun cenno. Vi si parla della scoperta dell’idealismo, di Bergson, di Croce, di Sorel, Pareto e Oriani, ma di “giovani” nemmeno una parola. Il taglio di Prezzolini, infatti, è molto intellettuale, culturale; mai si dice che la sua opera fu un rapporto dialettico con le problematiche della sua generazione. Di qui, i costanti silenzi, reticenze, sottovalutazione di altre esperienze che pure furono importanti e contemporanee: segno della non risolta competitività e forse anche settarismo che il Ns. ebbe con altre riviste concorrenti (<em>Il Regno</em>, <em>Hermes</em>, <em>L’Anima</em>, <em>Unità</em> etc.). In realtà, come vedremo, perdendo questo rapporto dialettico, ci si preclude la capacità di comprendere non solo la reale portata della presenza prezzoliniana (diversamente troppo astratta e un po’ fumosa), ma ci si preclude anche il contatto con quella parte di esperienza in fondo più accessibile al presente (vedi giovani) e, quindi, più viva. Ecco perché questa parte (particolarmente questa) de <em>L’Intervista sulla Destra</em> è quella che merita il maggiore sforzo di approfondimento e di esegesi, valorizzando nel debito conto sia quello che Prezzolini dice, sia quello … che non dice. Che questa parte de<em> L’Intervista</em> sia … “monca”, lo si capisce da più di un passaggio. Innanzitutto, dalla disordinata mescolanza che Prezzolini realizza quando cita i riferimenti filosofici della sua opera. In particolare, Prezzolini tende a sopravvalutare l&#8217;influenza delle idee di Papini nel racconto della propria vicenda entro la cultura italiana e delle riviste: e poi sottovaluta il rapporto dialettico con le altre riviste &#8220;giovanili&#8221; entro cui la sua opera effettivamente si sviluppò, amplificando la propria &#8230; iniziativa e il proprio &#8220;genio&#8221;. Di qui, questo atteggiamento lo porta costantemente a silenzi, reticenze, sottovalutazione di altre esperienze che pure furono importanti e contemporanee: segno della non risolta competitività e forse anche settarismo che il Ns. ebbe con altre riviste concorrenti (<em>Il Regno</em>, <em>Hermes</em>, <em>L’Anima</em>, <em>Unità</em> etc.). Innanzitutto, Prezzolini rivendica a sé e ai suoi il merito di aver contribuito, dopo anni di sudditanza della cultura italiana alla cultura tedesca, all’elaborazione dell’idealismo, ovvero di una cultura italiana finalmente originale. Su questo “idealismo” di Prezzolini, occorrono le dovute cautele e i dovuti distinguo. Un po’ perché il percorso che Prezzolini dichiara di compiere dal punto di vista teoretico passa per Berkeley, Hume, Kant. Una via (come lui e Quarantotto precisano) del tutto eterodossa rispetto a quella di Croce e Gentile, che ritrovano l’idealismo dopo Marx (vedi anche le parole di Massimo Cacciari nella post-fazione all’ultima edizione de <em>Il problema dell’ateismo</em> di Augusto del Noce per <em>Il Mulino</em>). Come ebbe a dire Giovanni Papini già nelle pagine de <em>L’Uomo finito</em>, il percorso che Prezzolini (e lui stesso) seguirono fu un idealismo tinto di “magia”, ovvero di lati estetizzanti, misticheggianti e attivistici, che entrambi ameranno definire come “pragmatismo magico” che per altro ebbe nell’esperienza del Leonardo la punta più avanzata di espressione. Come del resto oggi riconosce la stessa Luisa Mangoni nel saggio <em>Gli intellettuali alla prova dell’Italia Unita</em>, in nome di questo “idealismo magico” (che per Prezzolini si collegava anche a Novalis, grande amore adolescenziale), nasce un “nuovo letterato”: “Non poeta, non creatore, non filosofo, ma ognuna di queste cose, in un suo modo approssimativo”. Una posizione che del resto si trova spiegata dallo stesso Prezzolini in due passaggi che pure a prima vista parrebbero contraddittori, se letti in chiave di filosofia ortodossa. Innanzitutto, la netta rivendicazione della posizione “pragmatista” di Prezzolini (autore di un famoso articolo sul <em>Leonardo</em>) subito spiegato dall’Autore in questi termini: “Il fondamento del pragmatismo mi parve questo: la volontà agisce sulla credenza, ossia lo sviluppo dell’idea schopenaueriana della superiorità del volere sull’intelligenza. La volontà sceglie, opera; e l’intelligenza fabbrica le motivazioni e le giustificazioni”. Un altro passaggio rivelatore di come Prezzolini intendesse in senso “magico” il suo idealismo/pragmatismo è rivelato dalle parole di ammirazione che spende per le dottrine filosofiche di Bergson. Qui, il lettore ingenuo può farsi traviare molto facilmente (come vedremo, è Prezzolini stesso ad indurre il lettore in … “fallo”, deliberatamente!). A prendere, infatti, alla lettera questo riferimento, si dovrebbe concludere per un’influenza di Papini su Prezzolini molto forte, condizionante tutte le sue scelte culturali. Senonchè, quando prosegue il discorso della “Giornata” e si parla della scoperta di Sorel, Oriani e Pareto si fa riferimento ad un’esperienza della vita culturale di Prezzolini dove (la storia lo attesta) l’influenza di Papini è già scemata ed è subentrata l’influenza di Benedetto Croce. Eppure, in questa, ma anche nelle altre Giornate, su Croce e sulla sua influenza sul suo percorso personale, Prezzolini non spende una parola! Nonostante l’apporto crociano sia stato decisivo nell’esperienza prezzoliniana (come l’Autore stesso dichiara ne <em>L’Italiano inutile</em> e ancora più esplicitamente nel <em>Manifesto dei Conservatori</em>). Ma a colpire ancora di più oltre al silenzio su Croce (i cui motivi spiegheremo specificatamente nella prossima puntata), ancora più assordante è il silenzio di Prezzolini sui giovani, scrittori che composero quel disagio, quella “massa critica” giovanile che fu a capo dalla transizione italiana tra la fine degli anni ’90 dell’800 e il primo decennio del ‘900. E questo, nonostante sia effettivamente impossibile comprendere la posizione personale, culturale e politica di Prezzolini senza questi apporti e contributi (pure da lui sistematicamente ignorati) che insieme costituiscono una sinfonia armoniosa di un’epoca, del suo fermento e della sua crisi. In questo senso, non si finirà mai abbastanza di lodare il saggio <em>Gli intellettuali alla prova dell’Italia Unita</em> di Luisa Mangoni nel volume 06 della <em>Storia d’Italia</em> (<em>Liberalismo e Democrazia. Le borghesie e gli intellettuali</em>) uscito nell’edizione Laterza per <em>il Sole 24 Ore</em> tra ottobre e dicembre 2010. Come vedremo meglio nella prossima puntata, Prezzolini in questa Intervista accredita (complice il parallelismo con Papini) in modo molto forte e un po’ “radicale” il proprio “mito” di personaggio-riferimento della cultura (in parallelo con il <em>Camelot</em> nella Giornata Prima sulla Destra Storica). Questo è un passaggio essenziale, che troveremo ancora nella prossima puntata e getta luce sul lato “professionale” e &#8220;organizzativo&#8221; (più che idealistico) con il quale Prezzolini gettò le basi di quella che in effetti sarà la rivista del primo del secolo che avrà la vita più lunga e gli effetti più influenti, <em>La Voce</em>: non più concepita come “genialata” di giovani idealisti improvvisati, ma come impresa editoriale di tutto rispetto. Un’operazione che avvenne sotto la protezione culturale, ma anche editoriale di Benedetto Croce e che fu decisiva per il distacco effettivo di Prezzolini da Papini e dallo stile del Leonardo. Ciononostante, Prezzolini opererà sempre affinchè questo lato “pratico” fosse poco conosciuto e cercherà di mantenere presso i giovani quella fama di “genio ribelle” e “uomo unico” che era tanto essenziale al suo “carisma”: e che farà su di lui proiettare l’ombra di Papini (molto amato dai giovani), nonostante da questi Prezzolini si fosse già staccato, almeno culturalmente. Attenzione, però: anche l’oscuramento degli … “altri” e del travaglio dei contemporanei fa parte dello stesso disegno prezzoliniano di … costruzione del proprio “mito”. In questa sede, non possiamo però fare a meno di notare l’ insistenza sul lato “spirituale” e “idealistico”,con cui Prezzolini parla della sua esperienza culturale che finisce Prezzolini finisce per accreditare solo a sé (e a non al suo rapporto dialettico con i propri coetanei). Si direbbe anzi, che da questo, nasce una vera “maniera” nello stesso racconto: così ne <em>L’Intervista</em>, così anche in altre opere. Prendiamo ad esempio i passi de <em>L’Italiano Inutile</em> dove Prezzolini narra di come gli venne l’idea de <em>La Voce</em>: colpisce ad esempio il tratto un po’ leccato e fin stucchevole con cui il Ns. racconta della sua visita in bicicletta (insieme al pittore Ghiglia) all’amico Papini, appena sposato, presso il gioco della Cosumma, vicino alla Verna, nell’aretino. Un idillio di foreste, boschi, ruscelli, in cui la quiete e la bellezza della natura suggeriscono al Ns. la Rivelazione fatale. Ancora più smaccato il taglio narrativo adottato per spiegare il perché del titolo “la Voce”. Nel capito <em>Come convissi con una malattia di nervi</em>, dove Prezzolini narra le sue crisi depressive, si racconta: “Ero nato evidentemente introverso … Diventai un ascoltatore di me stesso, aspettando ‘le voci’ che mi parlassero, con il loro carico di ispirazioni e di soluzioni, di giudizi, di aperture e di decisioni”. Queste fantasie oniriche furono poi riprese in un racconto (inedito) Il sarto spirituale. In questo racconto, però, “vi è una confessione di pensiero onirico intitolata <em>La Voce</em>. Quando nel 1908 si trattò di pubblicare una rivista di cultura, andammo alla ricerca di un titolo e vari furono proposti, finchè a Soffici –curioso non a me- venne in mente quel nome. Mi parve un figliolo che fosse tornato a casa, dopo essere stato smarrito e dimenticato”. Questo clima tra il “magico” e il “dogmatico”, questa tendenza a narrare le proprie intuizioni come fossero una “rivelazione” si ritrovano in vari altri passaggi dell’opera prezzoliniana: troppo insistiti, a questo punto, da potersi ritenere casuali e non frutto di un disegno e di una narrativa preordinata. Addirittura, Prezzolini tende ad accentuare (in fondo contro sé stesso) i tratti umorali ed eccentrici del suo carattere (es. la scelta di non studiare, né di accedere ad un impiego pubblico), attribuendo ad essi le sue intuizioni e la sua storia: in questo utilizzando, ai fini narrativi e autobiografici, la comoda copertura della grande amicizia-affinità con Giovanni Papini, forse assimilandosi ad esso più del dovuto! La “maniera” è tutta qui: quando Prezzolini narra i passaggi più cruciali della sua carriera (quella da cui è dipesa la “creazione” del suo personaggio) tende sempre a rappresentarsi … “da solo”: uno stereotipo che accredita il Camelot dell’Uomo Solo che si è “sollevato dal gregge” del trasformismo, del socialismo per portare la Cultura a livelli più alti! Più tardi, ci soffermeremo a trarre le conclusioni da queste tinte un po’ “razzistiche” che sorgono da questo ennesimo <em>Camelot</em> prezzoliniano. Per adesso, ci basterà confutare Prezzolini, ricorrendo al fondamentale contributo di analisi di Luisa Mangoni. Da questa Autrice, infatti, oggi possiamo sapere che di riviste in quel periodo dove visse Prezzolini ce ne furono tante, tutte motivate da un fermento esistenziale e culturale specialissimo e caratteristico di un periodo di trasformazione. Che la ricostruzione “personale” di quegli anni e del fervore culturale operata da Prezzolini sia falsa, è circostanza facilmente appurabile, senza andare troppo lontano dai luoghi (Firenze) e dai tempi dello stesso. In questo senso, sarà interessante ed utile ricordare il celebre articolo scritto per la rivista<em> Marzocco</em> da Morasso <em>Ai nati dopo il ’70 </em>(Morasso che nel Manifesto sarà fugacemente liquidato da Prezzolini come esteta innamorato delle auto), il quale per primo porrà il problema del “disagio generazionale” dei giovani in termini del tutto affini a quelli che saranno prima del Leonardo (vedi manifesto di Papini nel 1906) e poi de <em>La Voce</em>. Un tratto comune che si coglie nella messa in stato d’accusa dei “nostri padri e i sopravviventi delle generazioni passate con i loro entusiasmi quarantotteschi, con la loro retorica politica e la corrispettiva ignoranza sociale”. Come recentemente messo in luce dal bel saggio di Luisa Mangoni, Prezzolini, dal punto di vista delle coordinate esistenzial-culturali, è tutt’altro che … unico. La sua, in particolare, è una vicenda paradigmatica dei giovani nati dopo il 1870 (anno della fine dell’epopea risorgimentale) che si sentiva particolarmente affine alla generazione dei <em>Deracinès</em> (titolo di un allora celebre romanzo di Barrèes), che evidenziava un fenomeno del tutto nuovo (comparso all’attenzione pubblica con l’èra crispina), quella del cd <em>proletariato intellettuale</em> (in parte espressione della dilatazione dell’Impiego Pubblico, frutto del trasformismo e connesso con le aspettative di <em>status</em> e del titolo di studio). Con straordinario parallelismo rispetto a quanto capiterà nel ’68 e ai giorni nostri, questa nuova “mobilità culturale” manifestò i suoi primi e più clamorosi effetti proprio nei giovani: in questo senso, molto indicativi sono i conati del primo “dissenso studentesco” che viene a segnalarsi nelle Università italiane negli anni ’90 e che nasceva dalla sempre più diffusa constatazione (ben messa in rilievo da Luisa Mangoni) della diffusa “percezione dell’esistenza di un ceto intellettuale, i ‘letterati’, che non coincideva più con la classe politica e dirigente”. Questa condizione diffusa delle classi medie è alla base di alcuni sviluppi della vita italiana di quegli anni. Anzitutto, come anticipato, nel diffuso costume della “contestazione” giovanile: ad esempio, il rifiuto dello studio e dell’impiego (es. di Prezzolini e di Papini) erano gesti tutt’altro che infrequenti tra i giovani di allora. Così come la tendenza a costituire riviste, che, pur con pochi lettori, fioccarono in tutta Italia, come segno della tendenza di questa “nuova generazione” di costruire una propria identità, una condivisione intra-generazione che escludesse gli adulti e desse ai rapporti con questi un’accezione della politica “conflittualista” (vedi la teoria di Sorel della “violenza levatrice della storia”). Dietro poi a questo spostamento di asse culturale, si coglie chiaramente il motivo reale per cui la generazione di Prezzolini e dei suoi finirono via via per rifiutare il riferimento culturale privilegiato con la Germania (che era stato delle generazioni precedenti), verso un maggiore attaccamento alla Francia (vedi riferimento all’inizio del Ns., post), sentita per altro come più affine (coi i suoi <em>deracinès</em>, creati dalla sconfitta del 1870 a Sèdan) ai problemi della media borghesia giovanile italiana. A proposito di questa “massa critica giovanile”, nelle prossime puntate, diremo che queste saranno il “trampolino” di lancio per le ambizioni di una nuova Destra e per un passaggio politico epocale nella storia dell’Italia contemporanea. Su questa “massa critica” diremo poi anche come si insinuerà dapprima, l’opera crocio-gentiliana che, con la mirabile costruzione del “neoidealismo” italiano, sarà essenziale per la formazione di nuovi quadri intellettuali e dirigenti. Su questa “massa giovanile critica” si insinuerà poi l’ultima suggestione di quanto restava allora della Destra Storica, ovvero di Sidney Sonnino divenuto (complice soprattutto la rivista <em>Il Regno</em> di Enrico Corradini) un nuovo riferimento “tradizionale”, ma capace di compendiare le più ardite e innovative riforme per un’Italia moderna e industrializzata: sarà Sonnino a parlare di disciplina dei Sindacati e dei contratti di lavoro, ponendo le premesse di un programma che sarà fatto proprio prima dal partito nazionalista e poi dal partito fascista con il suo “corporativismo” (di qui, il singolare paradosso in Italia di un “nuovo” che si afferma in nome di quanto più vecchio allora ci fosse in Italia, un residuato della vecchia Destra Storica!). Diremo poi infine come sarà la politologia assolutamente innovativa di Pareto e dei suoi seguaci a dare, con il proprio “elitismo”, una veste di sintesi teorica e pratica delle aspirazioni di questa nuova generazione di borghesi, favorendo in queste la più decisa e coerente maturazione verso lo sbocco più naturale delle loro inquietudini, la creazione di una nuova classe dirigente, all’altezza dei compiti (che avrà ancora come riferimento la Destra Storica). Arrivati, però, a questo punto e in chiusura di questa seconda puntata de <em>L’Intervista sulla Destra</em>, non può che sorgere spontanea una domanda: perché Prezzolini, ha dato della realtà degli anni 1890-1905 un taglio narrativo così capzioso e fazioso? Non è impossibile rispondere: Prezzolini con <em>L’Intervista</em> cerca di prendere il lettore … dal lato della Retorica! Nella stessa insistenza su stereotipi “idealistici”, “Individualistici”, apertamente “romantici” si coglie poi la stessa consumata e spregiudicata abilità del Retore Prezzolini, del manipolatore dei media nel fare appello ai giovani, alla loro sensibilità. Il che non può meravigliare: siamo nel 1977, c&#8217;è una gioventù studentesca militante e idealistica &#8230; quale migliore pubblico per temi ideologici? Come di Sinistra, così di Destra. E oggi? Ci sono ancora riserve di idealismo giovanile cui Prezzolini può fare appello per il rinnovamento civile e politico? Diamo per scontato che la risposta sia affermativa&#8230;</p>
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