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	<title>Arezzo Polis &#187; giovani</title>
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	<description>Cultura politica, dibattito pubblico.</description>
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		<title>GMG 2011: il festival dell&#8217;amore e della speranza</title>
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		<pubDate>Tue, 30 Aug 2011 17:30:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mugnai</dc:creator>
				<category><![CDATA[Costume e società]]></category>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.arezzopolitica.it/2011/08/30/gmg-2011-il-festival-dellamore-e-della-speranza/"><img align="left" hspace="5" width="150" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2011/08/P1040792.JPG" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="Cuatro Vientos-GMG Madrid 2011" title="Cuatro Vientos-GMG Madrid 2011" /></a>di Federico Mugnai- Mi rimarrà impressa per sempre nella mia mente quella folla oceanica che liberamente ha deciso di riversarsi all’aeroporto militare di Cuatro Vientos a Madrid il 20 e 21 Agosto per accogliere il Papa e celebrare insieme la Giornata Mondiale della Gioventù. Così, la Veglia insieme al Sommo Pontefice e la successiva Messa [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-8186" title="Cuatro Vientos-GMG Madrid 2011" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2011/08/P1040792.JPG" alt="Cuatro Vientos-GMG Madrid 2011" width="420" height="315" />di <strong>Federico Mugnai-</strong> Mi rimarrà impressa per sempre nella mia mente quella folla oceanica che liberamente ha deciso di riversarsi all’aeroporto militare di Cuatro Vientos a Madrid il 20 e 21 Agosto per accogliere il Papa e celebrare insieme la Giornata Mondiale della Gioventù. Così, la Veglia insieme al Sommo Pontefice e la successiva Messa del mattino seguente, momento culminante di un raduno e di una festa che ha visto protagonisti due milioni di giovani provenienti da tutto il mondo. Certo, alla fine però l’obiettivo da raggiungere era quello di condividere insieme al Sommo Pontefice la Gmg! Cosa non si farebbe, a cosa non si rinuncerebbe per avere l’onore di partecipare ad un evento del genere? La Gmg è stata indubbiamente una specie di Woodstook del cristianesimo, uno spettacolo unico, impressionante nelle sue dimensioni, immenso nei suoi profondi significati teologici e spirituali in generale. Erano milioni di giovani che si stringevano in una grandiosa comunità, superando le differenze etniche, di lingua, culturali e sociali, uniti dall’amore per Gesù Cristo e per il Papa. Una folla accorsa lì, nonostante i sacrifici, le rinunce materiali: i panini con il salame preconfezionati, le docce gelide nei vari istituiti che ospitavano i giovani pellegrini, il dormire per oltre due settimane per terra con il sacco a pelo, etc.. A tutto ciò si aggiunga il giorno della Veglia con 50 bagni per 2 milioni di persone, tutti che dormivano per terra, file immense che si creavano per bere un po’ di acqua, il caldo del pomeriggio e la tempesta di pioggia con vento, non poche difficoltà hanno arrecato. Quale tenacia e costanza questi giovani, sospinti dalla fede in Cristo e nella fede dell’Amore Cristiano, aldilà delle razze e delle religioni. Se si guarda attentamente le immagini e i video di Cuatro Vientos del 20-21 Agosto scorgiamo solo sorrisi, entusiasmo,  magari anche un po’ di sofferenza, ma mai tristezza e angoscia sul viso dei giovani pellegrini. Quando nel proprio animo si accende la passione e l’entusiasmo nemmeno ci si accorge degli ostacoli materiali che siamo chiamati a superare. Questo è uno di quei “miracoli” che solo negli eventi straordinari avvengono. Tutto si può dire dei giovani della GMG, ma non che non avessero in sé la forte consapevolezza del nocciolo del messaggio cristiano: amare incondizionatamente senza attendere di essere amati, senza rifugiarsi a pensare solo esclusivamente a sé stessi, aiutare gli altri, a accogliere chi ci sta accanto come una risorsa e non un problema: questa è l’intima essenza della vita. Anche per questo le difficoltà patite durante il lungo cammino spagnolo prima della veglia con il Papa i giovani pellegrini le hanno superate senza lamentele e con facilità. La GMG è stata anche uno straordinario “crogiuolo” di esperienze, nazioni, mondi, dove potevi toccare con mano l’Universalità e Mondialità del Cristianesimo: l’atmosfera che aleggiava all’aeroporto di Cuatro Vientos, dove si affollavano immense schiere umane contraddistinte dalle varie bandiere di ciascuna Nazione e intanto si intonavano cori per il Papa, per Gesù e per la propria Patria era quella delle occasioni speciali, uniche ed irripetibili. Potevi cioè toccare con mano come nella GMG coesiste in poche parole il particolare (la Nazione, la Patria, la propria origine) e l’universale, espresso nella devozione in Gesù Cristo, nella fede cattolica che ispira i giovani pellegrini che, colmi di gioia, si scambiavano oggetti religiosi, con una grandiosa carica umana. La Gmg è stata, in ultima istanza, un grande Festival dell’Amore, della speranza e della giovinezza. I liturgisti mi perdoneranno se sembriamo “fare il verso” alla Liturgia cattolica pre-conciliare: quando venni in possesso di un vecchio messale, utilizzato cioè quando la messa era ancora in latino, scorsi un verso dei salmi di introduzione che recitava “Ad Deum qui laetificat iuventutem meam”. Alla lettera il testo significa più o meno “al Dio che è mia gioia e conforto”, ma mi ha sempre colpito questa metafora della liturgia latina tra l’idea di gioia spirituale e l’idea di giovinezza. Oggi, dopo aver vissuto la GMG 2011, mi sono reso conto che questo accostamento non è solo letteratura, ma è realtà.</p>
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		<title>&#8220;Stringiamoci a coorte&#8221;</title>
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		<pubDate>Wed, 15 Jun 2011 15:08:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Buracchi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Costume e società]]></category>
		<category><![CDATA[Varie]]></category>
		<category><![CDATA[comunità]]></category>
		<category><![CDATA[giovani]]></category>
		<category><![CDATA[identità]]></category>
		<category><![CDATA[italia]]></category>

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		<description><![CDATA[<a href="http://www.arezzopolitica.it/2011/06/15/stringiamoci-a-coorte/"><img align="left" hspace="5" width="150" height="150" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2011/06/inno_mameli2-150x150.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="inno_mameli" title="inno_mameli" /></a>di Andrea B. &#8211; La storia romana c&#8217;insegna che la coorte è la decima parte della Legione: una minoranza compatta il cui successo in battaglia determina in maniera essenziale il successo o la sconfitta dell&#8217;intero schieramento. Per la coorte quel che conta non è il successo della propria azione bensì quello della Legione intera. Se [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-7620" title="inno_mameli" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2011/06/inno_mameli2-224x300.jpg" alt="inno_mameli" width="224" height="300" />di<strong> </strong>Andrea B. &#8211; La storia romana c&#8217;insegna che la coorte è la decima parte della Legione: una minoranza compatta il cui successo in battaglia determina in maniera essenziale il successo o la sconfitta dell&#8217;intero schieramento. Per la coorte quel che conta non è il successo della propria azione bensì quello della Legione intera. Se ne tragga che il nostro Inno patrio è qui che invita a stringerci, non a &#8220;corte&#8221;, come qualcuno invece vorrebbe.<br />
Perchè questa sottile distinzione di non facile comprensione?<br />
La peculiarità di una legione è un comandante, la peculiarità di una corte è il suo signore; alcuni di voi potrebbero ravvedere in questa distinzione lo stesso presupposto di fondo: un &#8220;capo&#8221; al quale consacrare la propria totale dedizione e fedeltà, non sempre è così. Si tratta (analizzando ciò che la storia ci tramanda) di un errore di sovrapposizione indebita di termini; i termini in questione sono <strong>autorità</strong> ed <strong>autorevolezza</strong>. Da un punto di vista pedagogico si tratta di un inganno che può passare in una sola direzione (va bene per i fedelissimi in questione, ma non va altrettanto bene per il capo di turno che &#8211; come c&#8217;insegna Machiavelli &#8211; dovrebbe vivere nella paura del suo popolo, guardarsi le spalle e tenere almeno un occhio aperto quando dorme). Da un punto di vista invece più ampio si tratta di un errore tremendo: mai paragonare il valore in guerra di un esercito che rischia la vita per qualcosa (sia esso giusto o sbagliato) ed una corte dove il massimo del rischio è restare senza un&#8217;ala di pollo a cena: il capo in questione è spesso un serbatoio di presunzione, manie, rozzezza, egotismo e un falso carisma dovuto al potere che esercita con la forza sul suo territorio. Quelli che, per abitudine consideriamo capi sono nella maggior parte dei casi meno capaci, meno all&#8217;altezza, meno autorevoli di un cittadino qualunque&#8230;ma in Italia si sa che &#8211; a dispetto di quel che proclama questa riscoperta sinistra tristemente populista &#8211; non ci siamo ancor destati.<br />
Tutto questo vale anche in politica e mai come adesso può fornire interessanti spunti per valutare l&#8217;attualità.<br />
La Legione era una comunità, la corte al massimo può esser considerata un plotone di cicisbei, una élite di funzionari svirilizzati, preposti all&#8217;adorazione di colui la cui fortuna è stata l&#8217;albero genealogico. Non son più i tempi dei cicli cavallereschi e gli eroi ce li hanno voluti far passare di moda. &#8220;<em>Una èlite o è esempio o non è assolutamente niente</em>&#8221; scriveva La Rochelle. Abbiamo sufficienti elementi per calare questa frase nell&#8217;<em>hic et nunc</em>.<br />
Nel sistema sociale e politico dei nostri giorni ha perso valore una tra le più fondamentali parole del nostro dizionario, la parola <strong>Comunità</strong>, a discapito di parole quali élite, masse, classe dirigente, base, vertici. La storia in tal senso ci aiuta a riscoprirne il valore, ed ai &#8220;più&#8221; dovrebbe far fischiare le orecchie. L&#8217;esercito era una comunità nella quale l&#8217;individuo si formava strettamente a contatto con gli altri esseri umani, cresceva col presupposto di essere un ingranaggio importante di un sistema nel quale ogni parte, anche la più piccola, era fondamentale al raggiungimento di uno scopo e vedeva nel suo &#8220;capo&#8221; quella guida etica e spirituale che potesse condurlo al compimento dei presupposti che costituivano il fine della comunità stessa. Una comunità, al giorno d&#8217;oggi rappresenta un luogo in cui l&#8217;individuo si forma acquisendo e fortificando dentro di se il senso politico (da <em>Polis</em>) mantenendo saldi i principi che lo legano al suo luogo d&#8217;origine ma ben oltre, affinchè una comunità sia tale essa deve esser capace di edificare nei propri appartenenti un forte sentimento d&#8217;identità, senza costringerli a chiudersi in un ghetto e soprattutto senza educarli in modo piatto ad una obbedienza di rito che produrrebbe soltanto larve svirilizzate asservite al conformismo contemporaneo e ad un &#8220;capo&#8221; che è stato investito come tale da fortuite circostanze. &#8220;<em>Beato quel popolo che non ha bisogno d&#8217;eroi</em>&#8221; scriveva Brecht, io piuttosto oggi direi &#8220;<em>beato quel paese che fa di ogni proprio individuo un eroe</em>&#8221; &#8211; oppure, se preferite &#8211; &#8220;<em>beato quel capo che ci riesce</em>!&#8221;. Il conato di banalizzazione al quale abbiamo tragicamente assistito nella storia recente ha avuto origine dalla demonizzazione delle strutture del passato: bollate come &#8220;superate&#8221;, &#8220;obsolete&#8221;, nel peggiore dei casi &#8220;negative a prescindere&#8221;; questo ha fatto sì che ogni popolo s&#8217;allontanasse dalla propria naturale pulsione eroica, dall&#8217;istinto ad unirsi in una comunità, dallo spirito critico, per accettare passivamente uno status pietrificante, quell&#8217;&#8221;essere vissuti&#8221; da chi sta un gradino in alto al suo. Si tratta di un sistema gerarchico fasullo, non autentico perchè non riflette una situazione d&#8217;autorevolezza ma d&#8217;autorità. E come ben c&#8217;insegna Machiavelli, se vacilla un solo gradino della scala la distruzione del sistema è imminente.<br />
Ancora nessuno a cui fischino le orecchie?<br />
Per spiegarmi ancor meglio, quello che si verifica conseguentemente a questa fase è un momento nel quale ognuno dei precedenti sottoposti ad un tale sistema ma anche ognuno dei precedenti affiancatori inizia a spendere ben troppe parole, a dire la sua in maniera polemica, a recriminare ed a rivendicare un ventaglio di diritti che si era negato in precedenza rinunciando allo spirito critico nel momento in cui ha aderito a tale sistema. Il plotone di funzionari ammaestrati al silenzio si sveglia e comincia a lamentarsi di quello che prima faceva passare come verbo divino. Attenzione: si sveglia&#8230;ma non si desta!</p>
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		<title>I pilastri della conservazione</title>
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		<pubDate>Sun, 12 Jun 2011 22:00:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Armao</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.arezzopolitica.it/2011/06/12/i-pilastri-della-conservazione/"><img align="left" hspace="5" width="150" src="http://www.stardustmovies.com/gallery_film/I_pilastri_della_terra(101010221056)The_Pillars_of_the_Earth_5.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="" title="" /></a>A cura di Antonino Armao &#8211; Riportiamo testualmente l&#8217;articolo pubblicato oggi da Ernesto Galli della Loggia su www.corriere.it che contiene una intuizione semplice quanto geniale: privilegio, corporativismo e demagogia sono le cause che impediscono sia alla Destra che alla Sinistra di fare le riforme di cui l&#8217;Italia ha un disperato bisogno ma sono anche gli [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://www.stardustmovies.com/gallery_film/I_pilastri_della_terra(101010221056)The_Pillars_of_the_Earth_5.jpg"><img class="alignleft" src="http://www.stardustmovies.com/gallery_film/I_pilastri_della_terra(101010221056)The_Pillars_of_the_Earth_5.jpg" alt="" width="425" height="283" /></a>A cura di Antonino Armao &#8211; Riportiamo testualmente l&#8217;articolo pubblicato oggi da Ernesto Galli della Loggia su www.corriere.it che contiene una intuizione semplice quanto geniale: privilegio, corporativismo e demagogia sono le cause che impediscono sia alla Destra che alla Sinistra di fare le riforme di cui l&#8217;Italia ha un disperato bisogno ma sono anche gli stessi pilastri su cui si fonda la società italiana. L&#8217;analisi del giornalista del Corriere però si ferma a un passo dalla sua naturale conclusione: le vittime di questa situazione sono i giovani a cui i padri hanno rubato il futuro. E allora, che fare? A questo punto si ha l&#8217;impressione che senza la rivolta morale di una intera generazione, per questo Paese non c&#8217;è speranza. E che la rivolta non sia solo morale.</strong></p>
<p>&#8220;Da più di vent&#8217;anni le «riforme» sono il grande mito della politica italiana. Invocate da tutti, promesse da tutti, dalla destra, dalla sinistra, quasi mai realizzate da nessuno. Ma regolarmente, imperturbabilmente, promesse sempre di nuovo da tutti. Sono il grande mito perché per giudizio unanime (ultimo quello del governatore Draghi: <strong>«L&#8217;Italia ha un disperato bisogno di riforme»</strong>) sono la sola cosa da cui il Paese può sperare la salvezza: e cioè di riguadagnare il terreno che stiamo perdendo in tutti settori, di riacquistare efficienza, di ricominciare a crescere, di tenere insieme le sue varie parti.</p>
<p>Che cos&#8217;è che in Italia impedisce di «fare le riforme»? La risposta è semplicissima: la loro impopolarità. Ci troviamo ad essere strangolati da un paradosso micidiale: proprio perché sono così vitalmente necessarie, le «riforme» suscitano un&#8217;opposizione fortissima in grado di bloccarle. Enormemente più forte che in altri Paesi, questo è il punto. Ciò accade perché altrove, in genere, una riforma vuol dire un provvedimento impopolare sì, ma che non cambia le regole del gioco, non cambia il principio sul quale la società è costruita. Da noi invece no. Le riforme di cui noi abbiamo più bisogno, infatti, sono quelle che dovrebbero rompere proprio il meccanismo con cui funziona la nostra società, mutarne alla radice lo spirito e la mentalità. Quando in Italia si dice «riforme», bisogna esserne consapevoli, si dice in realtà «rivoluzione». E la più difficile tra le rivoluzioni: quella culturale.</p>
<p>Qualunque sia il provvedimento a cui si pensi per modernizzare il Paese, per rimetterlo in carreggiata, ci si accorge subito, infatti, che esso va immancabilmente a colpire uno dei tre pilastri sui quali si regge gran parte della società italiana: <strong>il privilegio, il corporativismo, la demagogia.</strong> Certo: bisogna scorgere i concreti, concretissimi interessi particolari, settoriali, che ognuna di queste cose alimenta e tutela. Ma tali interessi, però, non avrebbero mai potuto costituirsi e solidificarsi come hanno fatto, senza una premessa di tipo essenzialmente culturale condivisa dall&#8217;intera società italiana. Che qui ha la sua anima, la sua più vera antropologia.</p>
<p>In Italia qualunque individuo così come qualunque istituzione, qualunque impresa capitalistica non sopporta né il merito, né la concorrenza, né controlli indipendenti. Qualunque categoria, qualunque organismo non sogna altro che monopoli, numeri chiusi, carriere assicurate, condoni, esenzioni, ope legis, proroghe, trattamenti speciali, pensioni ad hoc, comunque condizioni di favore. E quasi sempre ottiene quanto desidera. Ricorrendo, come ho detto, all&#8217;arma vincente della demagogia. Specie a partire dagli anni Settanta, infatti, corporativismo e privilegi hanno progressivamente soffocato la società italiana costruendo (o avvalendosi di già pronte) costruzioni ideologiche menzognere, le quali avevano regolarmente al proprio centro i «diritti», la «democrazia», la «solidarietà»: parole d&#8217;ordine, discorsi, che agitando ogni volta la bandiera del bene e del giusto in realtà sono serviti unicamente a promuovere il più spietato particolarismo o a saccheggiare le casse pubbliche. Spessissimo a tutte e due le cose insieme.</p>
<p>È contro questa autentica muraglia socio-culturale &#8211; la quale nella sua essenza non è né di destra né di sinistra, potendo essere indifferentemente entrambe le cose &#8211; che da decenni s&#8217;infrange, o meglio si spegne appena levatosi, qualsiasi vento riformatore italiano. L&#8217;imponenza di quella muraglia, infatti, ha l&#8217;effetto di porre in una condizione di eterna minoranza la dimensione del bene comune, dell&#8217;interesse collettivo, che in tal modo non riesce ad avere alcun peso politico determinante. È per questo che le riforme non si fanno, e in particolare non si possono fare proprio quelle che ci servirebbero di più.</p>
<p>Il dispositivo corporativistico-demagogico-antimeritocratico è divenuto lo strumento grazie al quale da due decenni il cuore maggioritario della società italiana reale neutralizza la sfera della politica, imponendo in cambio del proprio consenso la sua impotenza. Lo strumento grazie al quale essa neutralizza di fatto tanto la destra che la sinistra all&#8217;insegna della loro comune, certificata, impotenza; grazie al quale, infine, ne cancella i profili, ne vanifica identità e programmi. L&#8217;iperpoliticismo resta sì, dunque, come un carattere tipico della sfera pubblica italiana. Ma esso non è più il predominio del comando politico sulla società, com&#8217;è stato fino alla fine della prima Repubblica. Ora è piuttosto la penetrazione/subordinazione capillare e diffusa, l&#8217;uso continuo della politica da parte delle infinite articolazioni corporativo-antimeritocratiche della società. La quale realizza per questa via una sua antica vocazione: servirsi del potere, disprezzandolo&#8221;.</p>
<p><strong>Ernesto Galli Della Loggia<br />
www.corriere.it<br />
12 giugno 2011</strong></p>
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		<title>&#8220;Arezzo Domani&#8221;: un programma ispirato ai giovani e al rinnovamento</title>
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		<pubDate>Mon, 02 May 2011 11:23:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mugnai</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica Arezzo]]></category>
		<category><![CDATA[Arezzo domani]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Macrì]]></category>
		<category><![CDATA[giovani]]></category>

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		<description><![CDATA[<a href="http://www.arezzopolitica.it/2011/05/02/arezzo-domani-un-programma-ispirato-ai-giovani-e-al-rinnovamento/"><img align="left" hspace="5" width="150" height="150" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2011/05/001-150x150.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="001" title="001" /></a>Ufficio Stampa Arezzo Domani- E’ mai possibile che i giovani, vengano trattati nei programmi elettorali, come una sorta di cittadini minori? A loro viene dedicato sempre un capitoletto del programma solo perché ogni sondaggio d’opinione rileva che la “questione” interessa gran parte dell’elettorato. Forse anche nell’elettorato “adulto” è invalsa la convinzione che i giovani siano poveretti da [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignleft size-full wp-image-7239" title="001" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2011/05/001.jpg" alt="001" width="400" height="571" />Ufficio Stampa Arezzo Domani- </strong>E’ mai possibile che i giovani, vengano trattati nei programmi elettorali, come una sorta di cittadini minori? A loro viene dedicato sempre un capitoletto del programma solo perché ogni sondaggio d’opinione rileva che la “questione” interessa gran parte dell’elettorato. Forse anche nell’elettorato “adulto” è invalsa la convinzione che i giovani siano poveretti da aiutare, una specie in via d’evoluzione da proteggere, incoraggiare; una “categoria” a cui servire intrattenimento e luoghi “appositi” di aggregazione. I giovani sono il presente e il futuro di un paese, di una città, sono la speranza della civiltà, sono l’antidoto al declino. I giovani servono. Detengono biologicamente le due migliori virtù dell’uomo: la creatività e l’energia. Gli “adulti” dovrebbero tener di conto questi aspetti e invece sono fermi come paracarri e si trincerano dietro la fallacia di certe frasi popolari che nascondono pregiudizio e ignoranza: bamboccioni, vagabondi, “gioventù bruciata”; e ancora desueti slogan come: disagio giovanile, vuoto esistenziale e così via. Questa breve premessa per poi riassumere, estrapolando dall’intero programma (non solo dal capitoletto di prassi) di AREZZO DOMANI quello che deve e può essere fatto per i giovani dall’ Amministrazione Comunale di Arezzo. Premetterò quattro principi “guida”. E’ indispensabile ad Arezzo “creare, con ogni mezzo e tramite progetti mirati, una “città aperta della conoscenza”; scovare le risorse nascoste e migliorare le occasioni di studio, informazione e formazione”; “scongiurare l’abbandono della città dei giovani più promettenti offrendo loro una speranza solida e concreta per un futuro migliore nella loro terra”; “ricostituire l’incanto della solidarietà, dell’impegno comune, di un moderno sentire la collettività”. “Noi pensiamo che il ricambio generazionale della classe dirigente della nostra città debba essere una delle assolute priorità a cui far fronte: i giovani detengono biologicamente creatività ed energia, ed è quello che serve per muovere lunghi passi verso il Domani”. Il programma di AREZZO DOMANI è fatto per i cittadini tutti ma è condizionato, se così si può dire, dai principi sopra esposti ed è quindi a misura dei giovani in molti aspetti. Ogni cosa utile al domani della città dovrebbe essere necessaria al presente dei suoi giovani. Faccio seguire estrapolandoli, cosi come sono esposti nel programma, alcuni punti importanti nella convinzione che possa apparire chiara la sincerità e la concretezza dei nostri propositi. “L’industria turistica sarà prevalentemente di tipo culturale, quindi lo sviluppo della cultura aretina si rivela essenziale”. “Sarà organizzato un grande e moderno Festival Internazionale affidandone la realizzazione a tutte le realtà associative culturali che operano in città. Un evento che avrà il triplice obbiettivo di facilitare la presenza di turisti, ottenere il massimo rendimento dall’opera dei nostri migliori animatori culturali e favorire l’apertura al mondo della nostra città”. “Piazza Grande ospiterà, nel vecchio palazzo del tribunale e nell’adiacente palazzo di Fraternita, un vero e proprio Palazzetto della Cultura. Il Palazzetto ospiterà al piano seminterrato il Museo dell’Oro e al piano superiore un Outlet dell’oreficeria. La funzione del luogo sarà polivalente: Bar, libreria, bookshop, sale per mostre, sala convegni, laboratori, mostre permanenti ecc. Il luogo potrà essere, data anche la magnificenza della piazza, l’elemento caratterizzante la vocazione turistica della città e parimenti il fulcro delle attività culturali espressione della vitalità e del fermento giovanile”. “Sarà potenziata l’attività del Polo Universitario cercando di attivare collaborazioni e scambi con Università e Centri di Studi Superiori internazionali così promuovendo proficue contaminazioni di studio e reciprocità di viaggi di studio”. “Nuova organizzazione informatica della “macchina comunale (…) con uso di Open source e con la possibilità di avere adeguate implementazioni del software attraverso il lavoro di “Hacklab autogestiti da esperti informatici aretini in collaborazione con il comune”. “Attuazione sperimentale di un “piano casa” per giovani coppie. Si tratta di mettere in atto la possibilità di costruire abitazioni e venderle a prezzo “di costo”alle coppie giovani che potranno farvi fronte con mutui agevolati. Per far questo il nostro impegno sarà quello di individuare terreni di proprietà comunale edificabili e realizzare sinergie positive con costruttori e istituti di credito”. “Completare la copertura di connessione ADSL anche nelle frazioni, persuadendo Telecom ad interventi risolutivi oppure adottando sistemi WI-FI. “Individuare un edificio moderno e funzionale dove trasferire la Biblioteca Città di Arezzo”“Valorizzare l’importante movimento musicale aretino, fatto di ottimi strumentisti, solisti, cantanti, coristi, direttori, musicisti sperimentali e avanguardie; fornire spazi, occasioni, risorse”.“Realizzare un tabellone annuale di concerti di vario genere eseguiti dalle realtà suddette, creando sinergie e contaminazioni che nel futuro potrebbero dar vita ad una Orchestra Aretina, magari non “stabile”, in grado di riunirsi nella produzione di concerti ed opere di alto profilo (vendibili)”“Modernizzare Informagiovani affiancando alle sue peculiarità odierne nuove e più attuali forme di aggregazione, studio, confronto.”“Sostenere, in coerenza con le recenti modifiche del Regolamento, la Giostra del Saracino, con un duplice obbiettivo: ampliare l’autonomia dei Quartieri e favorire la crescita di una giovane e competente “dirigenza della giostra”, con l’auspicio che diventi sempre di più “Giostra di tutto l’anno” e simbolo attivo di appartenenza e strumento di aggregazione sociale e di promozione della città.” In coda al nostro programma, che potrete leggere nella sua interezza nel sito www.macrisindaco.it c’è scritto: “Resta un programma aperto al confronto con la cittadinanza e suscettibile di miglioramenti derivanti da tale confronto”. Danilo Petri Capolista della lista AREZZO DOMANI / MACRI’ SINDACO</p>
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		<title>Ispirarsi a Bottai per salvare la cultura e dare nuove speranze ai giovani</title>
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		<pubDate>Mon, 21 Feb 2011 21:32:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mugnai</dc:creator>
				<category><![CDATA[Costume e società]]></category>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.arezzopolitica.it/2011/02/21/ispirarsi-a-bottai-per-salvare-la-cultura-e-dare-nuove-speranze-ai-giovani/"><img align="left" hspace="5" width="150" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2011/02/studenti-esami1-300x200.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="studenti-esami" title="studenti-esami" /></a>di Redazione- Su questo newsmagazine abbiamo sempre cercato di rivolgerci al mondo giovanile, non con la retorica vendoliana della &#8220;precarizzazione della vita&#8221; e nemmeno con lo stile del Prof. Vecchioni, che nella sua canzone &#8220;Chiamami ancora amore&#8221;, vincitrice a San Remo,  distingue i giovani in buoni (quelli delle piazze) e negli ignoranti che accettano e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignleft size-medium wp-image-6524" title="studenti-esami" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2011/02/studenti-esami1-300x200.jpg" alt="studenti-esami" width="300" height="200" />di Redazione- Su questo <em>newsmagazine </em>abbiamo sempre cercato di rivolgerci al mondo giovanile, non con la retorica vendoliana della &#8220;precarizzazione della vita&#8221; e nemmeno con lo stile del Prof. Vecchioni, che nella sua canzone &#8220;Chiamami ancora amore&#8221;, vincitrice a San Remo,  distingue i giovani in buoni (quelli delle piazze) e negli ignoranti che accettano e si sottomettono ad un presunto &#8220;pensiero unico&#8221;. Noi abbiamo preferito invece rivolgerci ai giovani, invitandoli a proporre una scuola diversa, più vicina al mondo del lavoro e che non sia soltanto un elenco di materie da studiare, ma sia semmai l&#8217;inizio della propria carriera, l&#8217;inizio delle scelte, la consapevolezza che ognuno possa scegliere il proprio futuro, sia responsabile ed artefice del proprio destino. Quanto è rivoluzionaria questa idea e allo stesso tempo antica! Come non ricordare la riforma della scuola di Giuseppe Bottai che andava verso questa direzione. Riforma promossa nel 1939 e che, a causa della guerra non ebbe modo di germogliare. Arrivò poi il 68&#8242; che portò con sè quella malsana idea dell&#8217;egualitarismo, degli studenti costretti ad imparare tutto per ritrovarsi a non sapere niente e soprattutto ad essere impreparati al mondo lavorativo. Ed eccoli qua i giovani di oggi: bamboccioni e tristi, alla ricerca delle speranze e dei sogni perduti, incompresi dalla scuola che non li valorizza, ma che preferisce creare degli standard, come descrive bene un pregevolissimo articolo de &#8220;Il Foglio&#8221; di Annalena Benini che di seguito vi proponiamo- </strong>Paola Mastrocola, insegnante di Lettere in un liceo scientifico e scrittrice, pensa a una fuga verso la libertà. Un mondo dove i ragazzi siano felici perché hanno potuto scegliere di cosa davvero vogliono occuparsi. Studiare Torquato Tasso o diventare una guardia forestale, inventare un nuovo computer o leggere Tolstoj (sarebbe bellissimo che le due cose potessero andare a braccetto, a volte succede, ma più spesso davanti al liceo la mattina ci sono studenti tristi, con i capelli stanchi e i brufoli apatici, la vita appesantita dal dovere di studiare l’“Edipo Re”, per poi fare scena muta all’interrogazione e prendere 4). Paola Mastrocola insegna al biennio della scuola superiore, e su venticinque alunni usciti dalla terza media due al massimo prendono la sufficienza al test d’ingresso, che non è tradurre Tacito, ma scrivere frasi in italiano corretto con la punteggiatura giusta (la sera guardo mia figlia di quasi cinque anni scrivere il suo nome sull’iPad, e il piccolino fare i puzzle sempre sull’iPad e colorare con il touch screen, prevedo che non sapranno mai tenere una penna in mano, ma nemmeno allacciarsi le scarpe). In questo ultimo libro, “Togliamo il disturbo” (Guanda, 17 euro), un saggio sconsolato ma ottimista, Paola Mastrocola scrive una cosa chiara: “Sono stanca di avere davanti a me ragazzi infelici, che non vorrebbero fare quel che sono costretti a fare, e non vorrebbero essere lì dove noi li costringiamo a essere”. Racconta che un giorno in classe ha chiesto ai suoi allievi: vi piacerebbe se all’interno del vostro corso di studi fossero previsti ogni tanto degli stage lavorativi, dei periodi in cui andate a provare un lavoro, pizzaiolo, meccanico, fotografo?, e finalmente i loro occhi si sono illuminati, e anche quelli che stavano sempre zitti sono usciti con un fiume di parole. “Io temo davvero che abbiamo imprigionato i nostri ragazzi, con un’idea che era pur buona ma che abbiamo estremizzato, e snaturato. Credo che la follia iperegualitarista di volerci ad ogni costo tutti uguali abbia creato questa massa infinita di giovani ‘forzati’ e snaturati che ci sta di fronte. Liberiamoli!”. Liberi di non studiare Petrarca, di scegliere la vita giusta per sé. Tre tipi di scuole: una per il lavoro, una per la comunicazione (multitasking, problem solving, cooperazione, flessibilità), e una per lo studio (“quella per gli albatros, isolati, diversi, portati allo studio e negletti”, con la speranza che la scelgano in tanti e che la cultura non abbandoni la nostra vita). Non un enorme liceo-carrozzone a chiazze, ma la possibilità di scegliere. Il problema sarebbe, poi, solo saper scegliere. Che è la cosa più difficile, la responsabilità più grande, il coraggio che bisogna tirar fuori per non mescolarsi alla folla.</p>
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		<title>Intervista sulla Destra, Terza parte. &#8220;La Voce&#8221; e Benedetto Croce pongono la &#8220;questione morale&#8221; agli italiani</title>
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		<pubDate>Fri, 18 Feb 2011 23:02:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Frabetti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.arezzopolitica.it/2011/02/19/intervista-sulla-destra-terza-partela-voce-pone-la-questione-morale-agli-italiani/"><img align="left" hspace="5" width="150" height="150" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2011/02/3090420517_c849e5d9d1_o-150x150.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="3090420517_c849e5d9d1_o" title="3090420517_c849e5d9d1_o" /></a>(Redazione) Pubblichiamo la terza puntata della Ns. Intervista sulla Destra, nella piena certezza di fare cosa perfettamente inutile per i Ns. lettori, cui certo non gliene frega una &#8216;beata minchia&#8217; di Prezzolini e compagnia bella. L&#8217;Autore conviene, rassegnato.- di Giorgio Frabetti- “Per risolvere le crisi morali non ci sono medicine che valgono, se non quelle che bruciano, ma guariscono, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong><img class="alignleft size-full wp-image-6475" title="3090420517_c849e5d9d1_o" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2011/02/3090420517_c849e5d9d1_o.jpg" alt="3090420517_c849e5d9d1_o" width="346" height="342" />(Redazione) Pubblichiamo la terza puntata della Ns. <em>Intervista sulla Destra</em>, nella piena certezza di fare cosa perfettamente inutile per i Ns. lettori, cui certo non gliene frega una &#8216;beata minchia&#8217; di Prezzolini e compagnia bella. L&#8217;Autore conviene, rassegnato.-</strong> di <strong>Giorgio Frabetti</strong>- “Per risolvere le crisi morali non ci sono medicine che valgono, se non quelle che bruciano, ma guariscono, e che andiamo sempre adoperando per quello che possiamo: Verità, Verità, Verità (…) Nostro scopo non è primeggiare. <em>La Voce</em> deve agevolare al pubblico l’avvicinamento alle fonti più sincere della cultura. Il suo primo compito è quello del risanamento morale della vita intellettuale e del miglioramento degli strumenti pratici del sapere. Perciò, la Ns. è principalmente una rivista di propaganda”. Crediamo non esistano parole migliori per presentare la rivista <em>La Voce</em> di Giuseppe Prezzolini, se non quella di far parlare il suo creatore e di mettere l’accento sulla “questione morale” che allora l’Autore pose a sé stesso e all’Italia, fare uscire la Penisola da una condizione di mediocrità culturale, sociale, politica, economica avvertita allora come premonitrice di un declino italiano tragicamente rapido e veloce, quanto rapido e veloce era stato il processo di unificazione. Parrebbero scritte per oggi queste parole del grande Prezzolini, quando la “vera questione morale” non sono solo le questioni giudiziarie di questo o quel politico, ma quanto l’Italia, il popolo, i politici, le professioni, tutte le articolazioni, stanno valorizzando ciascuno i propri talenti e i talenti di tutti per far progredire la Nazione. Parrebbe che, per Prezzolini, il peccato più grave di cui potrebbe macchiarsi una Nazione è quello di … non usare la propria intelligenza; la mancanza di Cultura e di retto pensiero (e conseguentemente di retto agire) parrebbe il primo reato: premessa di ogni altra malefatta pubblica e sociale! Non potrebbe trovarsi, in questo senso, dichiarazione più eloquente: “Crediamo che l’Italia abbia più bisogno di carattere, di sincerità, di apertezza, di serietà, che di intelligenza e di spirito. Non è il cervello che manca, ma si pecca perché lo si adopera per fini frivoli e bassi: per l’amore della notorietà e delle gloria, per il tormento del guadagno e del lusso e non dell’esistenza, per la frode voluttuosa e non per nutrire la mente” (<em>La Voce</em>, nr. 08/1908). Ancora più esplicitamente nel suo celebre <em>La Voce e l’età giolittiana</em> del 1972, lo storico Emilio Gentile enuncerà così il “problema morale” sollevato all’Italia dalla <em>Voce</em> di Prezzolini: “Per Prezzolini il problema che travagliava la Nazione era esemplificato nell’esigenza di un nuovo costume civile, di una mentalità più severa, di uno spirito individuale più fattivo e pratico, pur se meno brillante. Era un’esigenza di educazione, per formare gli italiani come uomini moderni, ispirando in loro un concetto più alto della vita civile”. Con tutto questo, comunque, colpisce il sostanziale silenzio di Prezzolini- Quarantotto nell’<em>Intervista sulla Destra</em> sull’esperienza de <em>La Voce</em>, che pure giocò una parte essenziale negli avvenimenti che Prezzolini narra (intervento nella Grande Guerra. E in effetti, se si scorre l’<em>Intervista</em>, ad esempio nella “Giornata Terza”, si parla di tutt’altro (del negativo influsso che, a dire di Prezzolini, ha avuto il cattolicesimo italiano sul “carattere degli italiani”, reso così durevolmente immaturo alla vita nazionale). Come vedremo, questo silenzio è collegato ad un altra secondo noi più grave omissione dell’<em>Intervista</em>: quello sul rapporto Benedetto Croce- Giuseppe Prezzolini che ebbe un influsso decisivo per la nascita de <em>La Voce</em>. Un influsso che per altro è già evidente nel debito che Prezzolini contrae con Croce, nel porre la “questione morale” dell’Italia in termini di “un nuovo umanesimo etico” (Emilio Gentile cit.). Il silenzio de <em>L’Intervista</em> su Croce, comunque, è tanto più strano perché omette un passaggio fondamentale nell’economia della storia della Destra in Italia. Data quindi l’importanza che l’influsso crociano rivestì non solo per la <em>Voce</em> ma per la stessa storia della Destra in Italia, è necessario su di esso soffermarcisi, sia pure nel modo più rapido, quanto più esaustivo possibile. Innanzitutto, Croce rappresenta (insieme a Giustino Fortunato, ma ancora di più Sidney Sonnino) l’eredità culturale ed etico-politica della Destra Storica. Lo zio, Silvio Spaventa (cui Benedetto si legò quasi morbosamente per la tragica e immatura perdita dei genitori nel terremoto di Ischia) era un <em>guru</em> della generazione di Sella, Minghetti &amp; co. ed era stato Ministro dei Lavori Pubblici, nonché Relatore di quella fatale relazione sulla nazionalizzazione delle ferrovie che, sia pure per poco, costò la caduta del Governo Minghetti e la fine dell’esperienza della Destra come formazione parlamentare autonoma. Abbiamo visto nella prima puntata, come, successivamente alla caduta di Minghetti e all’ascesa di Depretis, i <em>leader</em> storici che avevano animato la Destra parlamentare non daranno mai vita ad un autonomo partito conservatore, non intraprenderanno mai un’offensiva frontale sul fronte parlamentare per conquistare l’Alternanza di Governo, ma preferiranno combattere una battaglia di retroguardia politico-culturale, specie avvalendosi della stampa (vedi <em>Rassegna Settimanale</em> fondata a Firenze nel 1878 da Sonnino) per riproporre per lo più inchieste e <em>dossier</em> raccolti per il Parlamento (vedi l’inchiesta di Sonnino-Franchetti sulla condizione del meridione, vedi inchiesta Jacini sull’agricoltura). Croce, in questo panorama, tenta di riallacciarsi alla tradizione della Destra storica nel modo che si addice alla sua professione di filosofo e uomo di cultura, ossia rilanciando il programma storicista ed hegeliano della Scuola Napoletana, ritenendolo parte integrante del rilancio della vita politica, culturale, morale dell’Italia. Solo l’educazione storica, secondo Benedetto Croce, avrebbe indicato ai politici e alla Pubblica Opinione la via del “vero bene” e della “vera missione” dell’Italia (come già, secondo Croce, aveva ispirato l’azione di Cavour e dei successori al tempo dell’unificazione italiana). Ora, tra il 1890 e il 1910 l’opera filosofica ed editoriale di Benedetto Croce prima corse parallela all’opera di Giuseppe Prezzolini e dei Vociani poi (sull’onda dell’insoddisfazione giovanile). Entrambi i movimenti, quello idealistico-filosofico di Croce e quello giovanile di Prezzolini nascevano da uno scontento per lo scarto tra Promesse dell’Unificazione e Risultati. Entrambi i movimenti (come già visto nel saggio della MANCONI nella puntata precedente) nascevano dal disagio non solo per il fallimento dell’Unificazione (certo, i liberali italiani scontavano il monito di Massimo d’Azeglio: “Fatta l’Italia” si sarebbero dovuti “fare gli Italiani”), quanto dalle distorsioni della classe media del nuovo stato Post-unitario, che, lungi dall’essere quella classe di piccoli proprietari-sodati auspicata da Vincenzo Cuoco, per l’estensione dell’Impiego Pubblico e della Burocrazia, per l’evoluzione del trasformismo e delle sue pratiche non sempre limpide, divenne ricettacolo di borghesi letterati, anche colti, ma per lo più servili al potere e senza autonoma posizione politica. Con basi sociali ed etico-politiche tanto fragili, l’Italia pareva preda di una crisi contemporaneamente economica, politica (con il trasformismo), sociale, per l’esplosione da un lato della “questione operaia” (Moti delle Romagne di Bakunin del 1873; nascita del Partito Socialista nel 1891) e per la crisi giovanile e delle classi medie esplosa a cavallo degli anni ’90 (già descritta nella puntata precedente con gli interventi di Morasso nel 1897 e di Papini nel 1906). In tutto questo, Croce interpreta la crisi dell’Italia, il tragico <em>gap</em> tra Promesse e Risultati dell’Italia Unita in termini essenzialmente di Crisi di Cultura e Politica insieme, in termini affini a quelli che abbiamo visto di Prezzolini in apertura. A cosa si deve se non l’incontro, quantomeno la fondamentale e decisiva convergenza tra Croce e Prezzolini? Essenzialmente a due motivi: uno personale e uno oggettivo-organizzativo. Innazitutto, alla base dell’incontro Prezzolini-Croce ci fu una crisi personale e professionale molto forte di Prezzolini medesimo (crisi del rapporto tra Prezzolini e il <em>Leonardo</em>;sul rapporto col <em>Regno</em> di Corradini si dirà nella prossima puntata; crisi mistica in concomitanza con il primo matrimonio nel 1905 e nel soggiorno a Perugia), che portò Prezzolini fuori dalle “provocazioni estetizzanti” e “solipsistiche” del <em>Leonardo</em>, verso una “religione dell’impegno” e del “lavoro” che proprio in Croce troverà il suo riferimento: “La sua operosità e il consiglio di affogare tutti i tormenti nell’esistenza del lavoro accettato umilmente mi furono a quell’epoca di esempio”. Di qui, veniamo presto a comprendere il secondo motivo da noi citati, i cui tratti essenziali li ritroviamo ben delineati in uno dei primi articoli di Croce scritti per la sua celebre rivista <em>La Critica</em>, quando Croce definisce sé e i suoi adepti “non taumaturghi, ma operai; e come operai, costretti a delimitare prosaicamente il nostro campo di lavoro”. Dietro questa metafora del “filosofo-operaio” sta, oltreché una buona dose di autoironia e civetteria, anche una visione modernissima che Croce ebbe della filosofia liberale che, da affare accademico avrebbe dovuto diventare “progetto culturale” tramite una capillare rete di propaganda fatta di riviste, case editrici, capaci di raggiungere la borghesia pubblica, ma anche le Scuole, ovvero i cittadini istruiti laddove essi operarono. Avanguardia editoriale di questo progetto fu, oltreché <em>La Critica</em>, la Casa Editrice Laterza di Bari. Ognuno può apprezzare la modernità di Croce, teso a disegnare una “politica della cultura” del tutto affine a quella che progetterà Gramsci in carcere (e che realizzerà il PCI nel dopoguerra): una rete che di fatto resisterà anche sotto il fascismo (dove la <em>Critica</em> di Croce potè continuare a vivere anche con abbonamenti di Licei e Università, nonostante la professione di antifascismo del loro fondatore); un sistema cui Gramsci si ispirerà apertamente, nell’intento di egemonizzare la cultura già crociana a quella comunista in nome dell’ … “antifascismo” (Laterza diverrà una delle più eminenti Case editrici di Sinistra!). Senza scomodare Croce e Gentile, anche oggi abbiamo editori, gruppi che, oltre a piazzare certi autori, intendono anche fare politica: basta vedere i libri che vengono presentati da Fazio a <em>Che tempo che fa</em> per averne una chiara idea (unico, solo Silvio Berlusconi, pur disponendo di un immenso potere finanziario, non è riuscito –o forse non ha voluto-usare la sua <em>Mondadori</em> in chiave di propaganda: vedi Mondadori che ospita Gervaso insieme a Saviano e Ginsborg!). Con ciò, abbiamo delineato il contesto in cui nasce La Voce. Quando <em>La Voce</em> nasce, cioè, questa si inserisce deliberatamente nell’orbita di questo circuito politico-editoriale allora di prima importanza (Papini scherzosamente dirà che ‘La Voce’ è una ‘Critica 2’). Un tentativo, comunque, in controtendenza con l’alta mortalità delle riviste come<em> Leonardo</em>, <em>Il Regno</em>, <em>Hermes</em> etc. e che non a caso guadagnerà alla Voce un naturale “primato” sulle altre riviste. In effetti, con <em>La Voce</em>, aldilà dello stile di scrittura certo molto maturo, Prezzolini segna il passo di un lucido programma professionale ed editoriale e non più condizionato da effimere intuizioni o ingenui entusiasimi individuali e giovanili (come il<em> Leonardo</em>), guadagnandosi se non una collocazione politica un radicamento più solido nel panorama delle famiglie culturali dell’Italia di allora (facendo anche tesoro della lezione de <em>Il Regno</em> di Corradini e delle sue ambizioni politiche fallite). Prezzolini, quindi, riuscirà a stringere rapporti (oltreché con Croce e il circuito della <em>Critica</em>), anche con Gaetano Salvemini, allora animatore e <em>leader</em> della <em>Federazione Insegnanti</em> per lo più orientata al Socialismo. Successivamente, con Casati (che sarà poi Ministro di Mussolini al tempo del Delitto Matteotti e poi fiero antifascista e membro CLN) che servirà a Prezzolini a radicare <em>La Voce</em> presso il circuito di cattolici liberali e modernisti della rivista “Il rinnovamento” di cui facevano parte Gallarati Scotti, Boine e altri. Né può essere dimenticato lo specialissimo rapporto con Benito Mussolini, il quale oltre ad offrire alla <em>Voce</em> alcune delle migliori prove della sua vita giornalistica (lo vedremo nelle prossime puntate), sarà il tramite essenziale (specie da Direttore de <em>L’Avanti</em>) tra <em>La Voce</em>, il gruppo dei “socialisti eretici” di Salvemini (e poi <em>L’Unità</em>) e personaggi allora sconosciuti ma di successiva enorme rilevanza per la politica italiana: Antonio Gramsci, Amadeo Bordiga. In chiusa di questa terza puntata, è inevitabile porsi questa domanda? Mantenne <em>La Voce</em> le promesse? Allo stato attuale, possiamo rispondere sì e no. Innanzitutto, <em>La Voce</em>, specie nella prima annata tra il 1908 e il 1911, diede prova di alcune tra le migliori inchieste che il giornalismo italiano allora sapesse realizzare, per di più con il massimo di oggettività e precisione documentale: stiamo parlando del Reportage <em>Il trentino visto da un Socialista</em> di Benito Mussolini, gli articoli di Giustino Fortunato e di Salvemini sulla Questione Meridionale, gli articoli sulla riforma della Scuola di Gentile etc. Purtroppo, <em>La Voce</em> mancò la maturità di giungere ad uno stile politico moderato veramente consolidato, rimanendo presto prigioniera dell’intransigenza e della “politica delle estreme” …: in particolare, quando finirà l’èra dei Governi Giolitti, i “vociani” si troveranno effettivamente in difficoltà perché, messi alla prova, riveleranno molto della loro fondamentale acerbità politica. Di qui, alcune scelte politicamente velleitarie e discutibili, un po’ oscillanti tra Estrema Destra ed Estrema Sinistra: ad esempio, l’opzione interventista nel 1914 dopo l’acceso neutralismo della guerra di Libia); ma anche le prese di posizione di Prezzolini sul socialismo, specie ai tempi della Settimana Rossa, che costò al Direttore de <em>La Voce</em> il sostegno finanziario di Casati. Nessuno però può mettere in dubbio la “lezione morale” della <em>Voce</em> di Giuseppe Prezzolini: invertire la tendenza umanistica che vedeva negli intellettuali italiani dei “topi da biblioteca” per farne a tutti i livelli degli intellettuali <em>engagèè</em>, impegnati. Certo, in tempi vicini a noi sono stati commessi non pochi abusi in nome dell’ “impegno politico della cultura”, ma è certo che ancora qui risiede il nodo della “questione morale” italiana: una nuova alleanza Politica e Pensiero Critico. E Dio sa se di questo c’è bisogno ancora oggi.</p>
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		<title>Intervista sulla Destra seconda parte. Quale Destra possibile? Prezzolini giovane sfida il suo tempo</title>
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		<pubDate>Fri, 11 Feb 2011 23:09:36 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.arezzopolitica.it/2011/02/12/intervista-sulla-destra-02a-parte-quale-destra-possibile-prezzolini-giovane-sfida-il-suo-tempo/"><img align="left" hspace="5" width="150" height="150" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2011/02/prezzolini1-150x150.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="prezzolini" title="prezzolini" /></a>di Giorgio Frabetti- “L’aristocrazia francese aveva creduto nella ‘ragione’ e non nell’esperienza dei secoli … Era stata vile la classe dirigente e bestiale il popolo, appena scompariva la guardia e non era più creduto il prete; e ingenui i filosofi che avevan sedotto l’aristocrazia ed eccitato la plebe … Fu il primo libro serio che mi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-6406" title="prezzolini" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2011/02/prezzolini1.jpg" alt="prezzolini" width="448" height="335" />di <strong>Giorgio Frabetti</strong>- “L’aristocrazia francese aveva creduto nella ‘ragione’ e non nell’esperienza dei secoli … Era stata vile la classe dirigente e bestiale il popolo, appena scompariva la guardia e non era più creduto il prete; e ingenui i filosofi che avevan sedotto l’aristocrazia ed eccitato la plebe … Fu il primo libro serio che mi aprì la strada alla critica della mia società, corrotta dall’umanitarismo e dalla grossolanità delle masse e dall’ingenuità dei ‘positivisti’ (alleati del socialismo), degni eredi delle astrattezza dell’Illuminismo”. Così Prezzolini il capitolo ne <em>Il Manifesto dei Conservatori</em> (Mondadori, 1994)  ricorda l&#8217;impressione enorme che, adolescente, gli suscitò la lettura di Taine sulla crisi della Francia ottocentesca. Da qui, il Ns. riferisce della prima precoce illuminazione che lo porterà alla visione della conservazione (ricordiamoci di questo riferimento, la Francia, che sarà comune a tutti i giovani che con Prezzolini condivideranno il travaglio di un movimento per una “nuova Italia”). Come anticipato nella puntata precedente (e come diremo anche successivamente), questo passo ci rivela la lucida consapevolezza di come Prezzolini avverta (in termini estremamente attuali, per altro) il problema della Destra: non  semplicemente come un problema “partitico”, quanto come un problema di “classi dirigenti”, davvero conservatrici. E qui davvero i problemi sono assolutamente aperti e vivi (nonostante dal 1994 in Italia sia nato una coalizione di centro-destra esplicita dopo decenni di silenzio e ostracismo). Ciò posto, dobbiamo introdurre nella Ns. esposizione dell&#8217;<em>Intervista sulla Destra</em> una premessa essenziale, senza la quale non si potrebbe comprendere l&#8217;<em>Intervista</em> stessa. E&#8217;, cioè, sostanzialmente impossibile trattare della Destra in Italia senza trattare della persona di Prezzolini, senza farne la biografia: essenzialmente perché sulla scia del “mito” di Prezzolini e  della Destra Storica (in una chiave comunque ancora ambigua non poco “rivoluzionaria”) dal gruppo di Prezzolini e <em>La Voce</em> partì una fiumana di uomini e idee che sfociò prima nell’interventismo e poi nel fascismo, vissuto questo, in larga parte, come consapevolezza (vera o falsa lo si vedrà poi) di una nuova “Destra Storica” (vedi Massimo Rocca). Diremmo come questa “manifestazione storica” di Destra di non pochi intellettuali vociani o simpatizzanti genererà una decisa “crisi” in Prezzolini che non riconoscerà il fascismo, vedendolo come creatura “degenere”, anche se non vi si oppose (una crisi che è ben testimoniata dal suo disincantato e sconsolato <em>Machiavelli</em> del 1927). Ma questa sarà una storia a tappe. Nella prima tappa, quella che tratteremo in questa puntata, sarà essenziale parlare del “contesto” che favorì quel clima che poi generò le riviste, La Voce e poi il “mito” di Giuseppe Prezzolini: ci preme, cioè, ritrovare il travaglio di una generazione, giovane, cresciuta nel mito del Risorgimento, ma schifata delle realizzazioni ambigue e compromissorie del trasformismo e che sognò … un’evasione. Ci fu chi cercò l’evasione nella letteratura (Morasso, Borgese, in parte Papini); ci fu chi cercò l’evasione nella costruzione di una nuova Italia: Prezzolini. La vicenda di Prezzolini, quindi, per i giovani di oggi, perché la vicenda di Prezzolini è esemplare di come un gruppo di <em>outsider</em> giovani si impose, riscrivendo di fatto la storia d’Italia (anche se con esiti discutibili: vedi grande guerra, fascismo), riuscendo indubbiamente a porre e a vincere con una forza straordinaria una propria battaglia generazionale (oggi parleremo di “coalizione generazionale”. Ognuno può capire come parlare di questa generazione e del suo travaglio, è essenziale per lanciare un facile messaggio ai giovani di oggi, in un tempo in cui si invoca tanto una <em>Rivincita degli Outsider</em> (Padrone, 2009). I giovani di oggi (quelli dei <em>Blog</em> o dei <em>Centri Sociali</em>), infatti, potranno trovare molte analogie con la crisi di allora (anni 1890-1900) e con la condizione dei giovani di allora e per interpretare la crisi di oggi (come quella di inizio secolo) come un’occasione per “sedersi” disperati, né per andare a schiamazzare a vuoto nelle piazze, ma come occasione per “elaborare” una nuova identità non solo personale, ma anche culturale, politica e sociale. La morale comunque è chiara, implacabile: oggi, come ai tempi di Prezzolini, dalla crisi potrà sopravvivere quella minoranza più lucida, culturalmente forte e politicamente pugnace. Ma è questa anche una sfida che va raccolta: diversamente, si resterà sommersi. A questo punto, però, credo sia mio preciso dovere fermarmi, perché sono assolutamente convinto che chi ha letto <em>L’Intervista sulla Destra</em> farà fatica a ritrovarsi nei passaggi appena citati: ma quale “battaglia generazionale”, quali <em>outsider</em>? Nel libro di Prezzolini e specialmente nella “seconda giornata” (quella di cui ora tratteremo) non troviamo nulla di tutto questo! In effetti, la “seconda giornata” è densamente dedicata al travaglio culturale dell’Italia dal trasformismo fino alla rinascita dell’inizio secolo, con l’esposizione della personale storia culturale di Prezzolini: della sua generazione e del suo “movimento”, Prezzolini non vi fa alcun cenno. Vi si parla della scoperta dell’idealismo, di Bergson, di Croce, di Sorel, Pareto e Oriani, ma di “giovani” nemmeno una parola. Il taglio di Prezzolini, infatti, è molto intellettuale, culturale; mai si dice che la sua opera fu un rapporto dialettico con le problematiche della sua generazione. Di qui, i costanti silenzi, reticenze, sottovalutazione di altre esperienze che pure furono importanti e contemporanee: segno della non risolta competitività e forse anche settarismo che il Ns. ebbe con altre riviste concorrenti (<em>Il Regno</em>, <em>Hermes</em>, <em>L’Anima</em>, <em>Unità</em> etc.). In realtà, come vedremo, perdendo questo rapporto dialettico, ci si preclude la capacità di comprendere non solo la reale portata della presenza prezzoliniana (diversamente troppo astratta e un po’ fumosa), ma ci si preclude anche il contatto con quella parte di esperienza in fondo più accessibile al presente (vedi giovani) e, quindi, più viva. Ecco perché questa parte (particolarmente questa) de <em>L’Intervista sulla Destra</em> è quella che merita il maggiore sforzo di approfondimento e di esegesi, valorizzando nel debito conto sia quello che Prezzolini dice, sia quello … che non dice. Che questa parte de<em> L’Intervista</em> sia … “monca”, lo si capisce da più di un passaggio. Innanzitutto, dalla disordinata mescolanza che Prezzolini realizza quando cita i riferimenti filosofici della sua opera. In particolare, Prezzolini tende a sopravvalutare l&#8217;influenza delle idee di Papini nel racconto della propria vicenda entro la cultura italiana e delle riviste: e poi sottovaluta il rapporto dialettico con le altre riviste &#8220;giovanili&#8221; entro cui la sua opera effettivamente si sviluppò, amplificando la propria &#8230; iniziativa e il proprio &#8220;genio&#8221;. Di qui, questo atteggiamento lo porta costantemente a silenzi, reticenze, sottovalutazione di altre esperienze che pure furono importanti e contemporanee: segno della non risolta competitività e forse anche settarismo che il Ns. ebbe con altre riviste concorrenti (<em>Il Regno</em>, <em>Hermes</em>, <em>L’Anima</em>, <em>Unità</em> etc.). Innanzitutto, Prezzolini rivendica a sé e ai suoi il merito di aver contribuito, dopo anni di sudditanza della cultura italiana alla cultura tedesca, all’elaborazione dell’idealismo, ovvero di una cultura italiana finalmente originale. Su questo “idealismo” di Prezzolini, occorrono le dovute cautele e i dovuti distinguo. Un po’ perché il percorso che Prezzolini dichiara di compiere dal punto di vista teoretico passa per Berkeley, Hume, Kant. Una via (come lui e Quarantotto precisano) del tutto eterodossa rispetto a quella di Croce e Gentile, che ritrovano l’idealismo dopo Marx (vedi anche le parole di Massimo Cacciari nella post-fazione all’ultima edizione de <em>Il problema dell’ateismo</em> di Augusto del Noce per <em>Il Mulino</em>). Come ebbe a dire Giovanni Papini già nelle pagine de <em>L’Uomo finito</em>, il percorso che Prezzolini (e lui stesso) seguirono fu un idealismo tinto di “magia”, ovvero di lati estetizzanti, misticheggianti e attivistici, che entrambi ameranno definire come “pragmatismo magico” che per altro ebbe nell’esperienza del Leonardo la punta più avanzata di espressione. Come del resto oggi riconosce la stessa Luisa Mangoni nel saggio <em>Gli intellettuali alla prova dell’Italia Unita</em>, in nome di questo “idealismo magico” (che per Prezzolini si collegava anche a Novalis, grande amore adolescenziale), nasce un “nuovo letterato”: “Non poeta, non creatore, non filosofo, ma ognuna di queste cose, in un suo modo approssimativo”. Una posizione che del resto si trova spiegata dallo stesso Prezzolini in due passaggi che pure a prima vista parrebbero contraddittori, se letti in chiave di filosofia ortodossa. Innanzitutto, la netta rivendicazione della posizione “pragmatista” di Prezzolini (autore di un famoso articolo sul <em>Leonardo</em>) subito spiegato dall’Autore in questi termini: “Il fondamento del pragmatismo mi parve questo: la volontà agisce sulla credenza, ossia lo sviluppo dell’idea schopenaueriana della superiorità del volere sull’intelligenza. La volontà sceglie, opera; e l’intelligenza fabbrica le motivazioni e le giustificazioni”. Un altro passaggio rivelatore di come Prezzolini intendesse in senso “magico” il suo idealismo/pragmatismo è rivelato dalle parole di ammirazione che spende per le dottrine filosofiche di Bergson. Qui, il lettore ingenuo può farsi traviare molto facilmente (come vedremo, è Prezzolini stesso ad indurre il lettore in … “fallo”, deliberatamente!). A prendere, infatti, alla lettera questo riferimento, si dovrebbe concludere per un’influenza di Papini su Prezzolini molto forte, condizionante tutte le sue scelte culturali. Senonchè, quando prosegue il discorso della “Giornata” e si parla della scoperta di Sorel, Oriani e Pareto si fa riferimento ad un’esperienza della vita culturale di Prezzolini dove (la storia lo attesta) l’influenza di Papini è già scemata ed è subentrata l’influenza di Benedetto Croce. Eppure, in questa, ma anche nelle altre Giornate, su Croce e sulla sua influenza sul suo percorso personale, Prezzolini non spende una parola! Nonostante l’apporto crociano sia stato decisivo nell’esperienza prezzoliniana (come l’Autore stesso dichiara ne <em>L’Italiano inutile</em> e ancora più esplicitamente nel <em>Manifesto dei Conservatori</em>). Ma a colpire ancora di più oltre al silenzio su Croce (i cui motivi spiegheremo specificatamente nella prossima puntata), ancora più assordante è il silenzio di Prezzolini sui giovani, scrittori che composero quel disagio, quella “massa critica” giovanile che fu a capo dalla transizione italiana tra la fine degli anni ’90 dell’800 e il primo decennio del ‘900. E questo, nonostante sia effettivamente impossibile comprendere la posizione personale, culturale e politica di Prezzolini senza questi apporti e contributi (pure da lui sistematicamente ignorati) che insieme costituiscono una sinfonia armoniosa di un’epoca, del suo fermento e della sua crisi. In questo senso, non si finirà mai abbastanza di lodare il saggio <em>Gli intellettuali alla prova dell’Italia Unita</em> di Luisa Mangoni nel volume 06 della <em>Storia d’Italia</em> (<em>Liberalismo e Democrazia. Le borghesie e gli intellettuali</em>) uscito nell’edizione Laterza per <em>il Sole 24 Ore</em> tra ottobre e dicembre 2010. Come vedremo meglio nella prossima puntata, Prezzolini in questa Intervista accredita (complice il parallelismo con Papini) in modo molto forte e un po’ “radicale” il proprio “mito” di personaggio-riferimento della cultura (in parallelo con il <em>Camelot</em> nella Giornata Prima sulla Destra Storica). Questo è un passaggio essenziale, che troveremo ancora nella prossima puntata e getta luce sul lato “professionale” e &#8220;organizzativo&#8221; (più che idealistico) con il quale Prezzolini gettò le basi di quella che in effetti sarà la rivista del primo del secolo che avrà la vita più lunga e gli effetti più influenti, <em>La Voce</em>: non più concepita come “genialata” di giovani idealisti improvvisati, ma come impresa editoriale di tutto rispetto. Un’operazione che avvenne sotto la protezione culturale, ma anche editoriale di Benedetto Croce e che fu decisiva per il distacco effettivo di Prezzolini da Papini e dallo stile del Leonardo. Ciononostante, Prezzolini opererà sempre affinchè questo lato “pratico” fosse poco conosciuto e cercherà di mantenere presso i giovani quella fama di “genio ribelle” e “uomo unico” che era tanto essenziale al suo “carisma”: e che farà su di lui proiettare l’ombra di Papini (molto amato dai giovani), nonostante da questi Prezzolini si fosse già staccato, almeno culturalmente. Attenzione, però: anche l’oscuramento degli … “altri” e del travaglio dei contemporanei fa parte dello stesso disegno prezzoliniano di … costruzione del proprio “mito”. In questa sede, non possiamo però fare a meno di notare l’ insistenza sul lato “spirituale” e “idealistico”,con cui Prezzolini parla della sua esperienza culturale che finisce Prezzolini finisce per accreditare solo a sé (e a non al suo rapporto dialettico con i propri coetanei). Si direbbe anzi, che da questo, nasce una vera “maniera” nello stesso racconto: così ne <em>L’Intervista</em>, così anche in altre opere. Prendiamo ad esempio i passi de <em>L’Italiano Inutile</em> dove Prezzolini narra di come gli venne l’idea de <em>La Voce</em>: colpisce ad esempio il tratto un po’ leccato e fin stucchevole con cui il Ns. racconta della sua visita in bicicletta (insieme al pittore Ghiglia) all’amico Papini, appena sposato, presso il gioco della Cosumma, vicino alla Verna, nell’aretino. Un idillio di foreste, boschi, ruscelli, in cui la quiete e la bellezza della natura suggeriscono al Ns. la Rivelazione fatale. Ancora più smaccato il taglio narrativo adottato per spiegare il perché del titolo “la Voce”. Nel capito <em>Come convissi con una malattia di nervi</em>, dove Prezzolini narra le sue crisi depressive, si racconta: “Ero nato evidentemente introverso … Diventai un ascoltatore di me stesso, aspettando ‘le voci’ che mi parlassero, con il loro carico di ispirazioni e di soluzioni, di giudizi, di aperture e di decisioni”. Queste fantasie oniriche furono poi riprese in un racconto (inedito) Il sarto spirituale. In questo racconto, però, “vi è una confessione di pensiero onirico intitolata <em>La Voce</em>. Quando nel 1908 si trattò di pubblicare una rivista di cultura, andammo alla ricerca di un titolo e vari furono proposti, finchè a Soffici –curioso non a me- venne in mente quel nome. Mi parve un figliolo che fosse tornato a casa, dopo essere stato smarrito e dimenticato”. Questo clima tra il “magico” e il “dogmatico”, questa tendenza a narrare le proprie intuizioni come fossero una “rivelazione” si ritrovano in vari altri passaggi dell’opera prezzoliniana: troppo insistiti, a questo punto, da potersi ritenere casuali e non frutto di un disegno e di una narrativa preordinata. Addirittura, Prezzolini tende ad accentuare (in fondo contro sé stesso) i tratti umorali ed eccentrici del suo carattere (es. la scelta di non studiare, né di accedere ad un impiego pubblico), attribuendo ad essi le sue intuizioni e la sua storia: in questo utilizzando, ai fini narrativi e autobiografici, la comoda copertura della grande amicizia-affinità con Giovanni Papini, forse assimilandosi ad esso più del dovuto! La “maniera” è tutta qui: quando Prezzolini narra i passaggi più cruciali della sua carriera (quella da cui è dipesa la “creazione” del suo personaggio) tende sempre a rappresentarsi … “da solo”: uno stereotipo che accredita il Camelot dell’Uomo Solo che si è “sollevato dal gregge” del trasformismo, del socialismo per portare la Cultura a livelli più alti! Più tardi, ci soffermeremo a trarre le conclusioni da queste tinte un po’ “razzistiche” che sorgono da questo ennesimo <em>Camelot</em> prezzoliniano. Per adesso, ci basterà confutare Prezzolini, ricorrendo al fondamentale contributo di analisi di Luisa Mangoni. Da questa Autrice, infatti, oggi possiamo sapere che di riviste in quel periodo dove visse Prezzolini ce ne furono tante, tutte motivate da un fermento esistenziale e culturale specialissimo e caratteristico di un periodo di trasformazione. Che la ricostruzione “personale” di quegli anni e del fervore culturale operata da Prezzolini sia falsa, è circostanza facilmente appurabile, senza andare troppo lontano dai luoghi (Firenze) e dai tempi dello stesso. In questo senso, sarà interessante ed utile ricordare il celebre articolo scritto per la rivista<em> Marzocco</em> da Morasso <em>Ai nati dopo il ’70 </em>(Morasso che nel Manifesto sarà fugacemente liquidato da Prezzolini come esteta innamorato delle auto), il quale per primo porrà il problema del “disagio generazionale” dei giovani in termini del tutto affini a quelli che saranno prima del Leonardo (vedi manifesto di Papini nel 1906) e poi de <em>La Voce</em>. Un tratto comune che si coglie nella messa in stato d’accusa dei “nostri padri e i sopravviventi delle generazioni passate con i loro entusiasmi quarantotteschi, con la loro retorica politica e la corrispettiva ignoranza sociale”. Come recentemente messo in luce dal bel saggio di Luisa Mangoni, Prezzolini, dal punto di vista delle coordinate esistenzial-culturali, è tutt’altro che … unico. La sua, in particolare, è una vicenda paradigmatica dei giovani nati dopo il 1870 (anno della fine dell’epopea risorgimentale) che si sentiva particolarmente affine alla generazione dei <em>Deracinès</em> (titolo di un allora celebre romanzo di Barrèes), che evidenziava un fenomeno del tutto nuovo (comparso all’attenzione pubblica con l’èra crispina), quella del cd <em>proletariato intellettuale</em> (in parte espressione della dilatazione dell’Impiego Pubblico, frutto del trasformismo e connesso con le aspettative di <em>status</em> e del titolo di studio). Con straordinario parallelismo rispetto a quanto capiterà nel ’68 e ai giorni nostri, questa nuova “mobilità culturale” manifestò i suoi primi e più clamorosi effetti proprio nei giovani: in questo senso, molto indicativi sono i conati del primo “dissenso studentesco” che viene a segnalarsi nelle Università italiane negli anni ’90 e che nasceva dalla sempre più diffusa constatazione (ben messa in rilievo da Luisa Mangoni) della diffusa “percezione dell’esistenza di un ceto intellettuale, i ‘letterati’, che non coincideva più con la classe politica e dirigente”. Questa condizione diffusa delle classi medie è alla base di alcuni sviluppi della vita italiana di quegli anni. Anzitutto, come anticipato, nel diffuso costume della “contestazione” giovanile: ad esempio, il rifiuto dello studio e dell’impiego (es. di Prezzolini e di Papini) erano gesti tutt’altro che infrequenti tra i giovani di allora. Così come la tendenza a costituire riviste, che, pur con pochi lettori, fioccarono in tutta Italia, come segno della tendenza di questa “nuova generazione” di costruire una propria identità, una condivisione intra-generazione che escludesse gli adulti e desse ai rapporti con questi un’accezione della politica “conflittualista” (vedi la teoria di Sorel della “violenza levatrice della storia”). Dietro poi a questo spostamento di asse culturale, si coglie chiaramente il motivo reale per cui la generazione di Prezzolini e dei suoi finirono via via per rifiutare il riferimento culturale privilegiato con la Germania (che era stato delle generazioni precedenti), verso un maggiore attaccamento alla Francia (vedi riferimento all’inizio del Ns., post), sentita per altro come più affine (coi i suoi <em>deracinès</em>, creati dalla sconfitta del 1870 a Sèdan) ai problemi della media borghesia giovanile italiana. A proposito di questa “massa critica giovanile”, nelle prossime puntate, diremo che queste saranno il “trampolino” di lancio per le ambizioni di una nuova Destra e per un passaggio politico epocale nella storia dell’Italia contemporanea. Su questa “massa critica” diremo poi anche come si insinuerà dapprima, l’opera crocio-gentiliana che, con la mirabile costruzione del “neoidealismo” italiano, sarà essenziale per la formazione di nuovi quadri intellettuali e dirigenti. Su questa “massa giovanile critica” si insinuerà poi l’ultima suggestione di quanto restava allora della Destra Storica, ovvero di Sidney Sonnino divenuto (complice soprattutto la rivista <em>Il Regno</em> di Enrico Corradini) un nuovo riferimento “tradizionale”, ma capace di compendiare le più ardite e innovative riforme per un’Italia moderna e industrializzata: sarà Sonnino a parlare di disciplina dei Sindacati e dei contratti di lavoro, ponendo le premesse di un programma che sarà fatto proprio prima dal partito nazionalista e poi dal partito fascista con il suo “corporativismo” (di qui, il singolare paradosso in Italia di un “nuovo” che si afferma in nome di quanto più vecchio allora ci fosse in Italia, un residuato della vecchia Destra Storica!). Diremo poi infine come sarà la politologia assolutamente innovativa di Pareto e dei suoi seguaci a dare, con il proprio “elitismo”, una veste di sintesi teorica e pratica delle aspirazioni di questa nuova generazione di borghesi, favorendo in queste la più decisa e coerente maturazione verso lo sbocco più naturale delle loro inquietudini, la creazione di una nuova classe dirigente, all’altezza dei compiti (che avrà ancora come riferimento la Destra Storica). Arrivati, però, a questo punto e in chiusura di questa seconda puntata de <em>L’Intervista sulla Destra</em>, non può che sorgere spontanea una domanda: perché Prezzolini, ha dato della realtà degli anni 1890-1905 un taglio narrativo così capzioso e fazioso? Non è impossibile rispondere: Prezzolini con <em>L’Intervista</em> cerca di prendere il lettore … dal lato della Retorica! Nella stessa insistenza su stereotipi “idealistici”, “Individualistici”, apertamente “romantici” si coglie poi la stessa consumata e spregiudicata abilità del Retore Prezzolini, del manipolatore dei media nel fare appello ai giovani, alla loro sensibilità. Il che non può meravigliare: siamo nel 1977, c&#8217;è una gioventù studentesca militante e idealistica &#8230; quale migliore pubblico per temi ideologici? Come di Sinistra, così di Destra. E oggi? Ci sono ancora riserve di idealismo giovanile cui Prezzolini può fare appello per il rinnovamento civile e politico? Diamo per scontato che la risposta sia affermativa&#8230;</p>
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		<title>Quando la Sinistra &#8220;giacobina&#8221; cavalca il disagio giovanile</title>
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		<pubDate>Sat, 18 Dec 2010 23:04:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Frabetti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.arezzopolitica.it/2010/12/19/quando-la-sinistra-giacobina-cavalca-il-disagio-giovanile/"><img align="left" hspace="5" width="150" height="150" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/12/manifestazione-roma-14-12-10-150x150.png" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="manifestazione-roma-14-12-10" title="manifestazione-roma-14-12-10" /></a>di Giorgio Frabetti-  &#8220;Se il divario [tra potenti e cittadini] diventa molto profondo vuol dire che la società non ha altri luoghi e modi di manifestare sè stessa e i propri disagi diversi dalla piazza. I moti violenti sono pericolosissimi. Ma sono anche un monito che la classe politica deve ascoltare, pena la propria sconfitta. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-5849" title="manifestazione-roma-14-12-10" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/12/manifestazione-roma-14-12-10.png" alt="manifestazione-roma-14-12-10" width="468" height="312" />di <strong>Giorgio Frabetti</strong>-  &#8220;Se il divario [tra potenti e cittadini] diventa molto profondo vuol dire che la società non ha altri luoghi e modi di manifestare sè stessa e i propri disagi diversi dalla piazza. I moti violenti sono pericolosissimi. Ma sono anche un monito che la classe politica deve ascoltare, pena la propria sconfitta. Lo si è visto nella rivolta dei ghetti neri di Los Angeles nel &#8216;92: fu allora che venne coniata una parola nuova, &#8220;sottoveglianza&#8221; cioè l&#8217;inverso della sorveglianza denunciata da Foucault. La società cominciava a sorvegliare il potere dal basso verso l&#8217;alto, era soggetto non più oggetto di un controllo. La novità in Italia è che questa sottoveglianza esiste. E la politica deve tenerne conto, sapere che è sotto controllo costante. [...] I luoghi cui accedono i politici devono accogliere anche i giovani, gli stessi che avranno come pensione 360 euro al mese [...] Oggi, c&#8217;è una forma di ghettizzazione: è come se una generazione intera fosse chiamata negra. In queste parole di Barbara Spinelli, pubblicate in un&#8217;intervista del <em>Fatto Quotidiano</em> di ieri, si coglie una lettura tesa ad accreditare un &#8221;complotto anti-giovani&#8221; molto familiare nel mondo della Sinistra (vedi ASGI), di una politica che incombe in nome della &#8220;repressione&#8221; ad affamare i giovani e a togliere loro diritti e prospettive di futuro (&#8221;Chiedevamo il futuro, ci hanno riempiti di botte&#8221;, titola un melodrammatico titolo apparso oggi su <em>Repubblica</em>). Al riguardo, la Spinelli dice: &#8221;Quando ho visto l&#8217;immagine di quel ragazzo picchiato in piazza del Popolo, l&#8217;altro giorno mi è tornato alla mente il filmino sul pestaggio di Rodney King nel 1991&#8230;&#8221;. Su estremizzazioni di questo genere, forse, si potrebbe soprassedere accreditandole al solito accademismo forcaiolo dell&#8217;intellettuale di Sinistra più o meno estrema. Peccato, però, che Barbara Spinelli abbia utilizzato queste parole a commento degli avvenimenti degli scontri polizia-manifestanti a Roma, nei pressi del Senato, in occasione del voto di fiducia al Governo Berlusconi, che ha visto registrare 50 feriti tra le forze dell&#8217;ordine oltrechè numerosi fermi ed arresti tra i manifestanti. Dove fino a prova contraria non c&#8217;erano negri del Sud, emarginati nel Bronx etc., ma ricercatori, precari, ceti medi, forse anche figli di dirigenti politici: in una parola, borghesi. Certo, nulla toglie ai giovani, ai precari, ai ricercatori etc di manifestare, ci mancherebbe altro, i diritti e la manifestazione del pensiero sono sacrosanti! Personalmente, però, andrei piano prima di &#8220;bollare&#8221; come &#8220;emarginati&#8221; (ovvero &#8220;minorati sociali&#8221;) delle persone (come dice la Spinelli) che verosimilmente riceveranno una pensione più bassa dei loro genitori: numeri a parte (le certezze sono poche!), il raffronto è per altro sporco, perchè il Ns. <em>Welfare</em> nel passato era eccezionalmente generoso e non paragonabile agli <em>standard</em> europei! E poi perchè giovani, ricercatori sono categorie troppo disomogenee per poter operare una <em>reductio ad unum</em>, anche per quella tragica dispersione delle classi sociali e per la cronica difficoltà di rappresentanza unitaria (vedi l&#8217;ultimo pregevole saggio di VIDOTTO, La nuova Società in Storia d&#8217;Italia, Vol. 11, Laterza). Siamo al solito copione del &#8216;68 quando la borghesia protestava rubando la scena agli operai? E per di più contro i poliziotti, ovvero contro proletari? La lettura mi tenta, ma è troppo impegnativo per me soffermarmici adesso. Per il momento, mi è sufficiente rilevare che quando la teoria più o meno antagonistica (fin qui praticata dai <em>media</em> di Sinistra) genera (come martedì scorso) il &#8220;salto qualitativo&#8221; della violenza politica , è evidente che siamo alla deriva del &#8220;giacobinismo politico&#8221;, ultima frontiera di una Sinistra allo sbando. In questo senso, il copione è lo stesso del 1968-70: una classe dirigente &#8220;progressista&#8221; forte nelle Università, nei Giornali, ma non nel Paese &#8220;cavalca&#8221; le violenze di piazza per orientare &#8221;dall&#8217;alto&#8221; il Palazzo ai suoi desideri: come Barbara Spinelli che, nel passo sopra citato, &#8221;sociologizza&#8221; ambiguamente la violenza. In politica fanno più male le parole che le azioni: le parole evocano suggestioni, stati d&#8217;animo che conducono all&#8217;azione, come mise ben in luce Cochin, grande storico del &#8220;giacobinismo&#8221; in cui vide il <em>clou</em> della &#8220;meccanica&#8221; della Rivoluzione Francese del 1789. A questo riguardo, è eloquente come l’intervista della Spinelli ne <em>Il Fatto Quotidiano</em> fosse accompagnato da un simile “occhiello”: &#8220;Chi condivide la violenza può parlare?&#8221;. Non so cosa direbbe un maestro della <em>politesse</em> politica come Jurgen Habermas, ovvero se riterrebbe un simile tema degno di una fisiologica argomentazione politica liberale. Come tutti i &#8220;giacobinismi&#8221; (la storia lo dimostra), schiavi della loro stessa dinamica che suscita l&#8217;emozione senza riuscire a tradursi nella politica concreta (dove altrimenti &#8220;si sporca&#8221;), anche questo &#8220;giacobinismo&#8221;  (come il &#8216;68) non riesce ad esprimere alcuna progettualità politica: non è, infatti, assolutamente chiaro a cosa intenda ambire questa nuova &#8220;contestazione&#8221;, a quali &#8220;sbocchi politici&#8221;: Vendola? PD? Più modestamente, credo che simili parole siano il segno di una Politica, di una <em>Intellighenzia</em> che 364 giorni all&#8217;anno &#8220;se ne frega&#8221; dei giovani e che occasionalmente, per &#8220;lavarsi la coscienza&#8221;, si presta a dare qualche &#8220;contentino&#8221; ai giovani, qualche &#8220;pacca sulla spalla&#8221;. Ma i giovani hanno bisogno di esempi, di fatti e non di &#8220;pacche sulle spalle&#8221; (in tutti i sensi!). Nè era, comunque, chiaro il tema: era una manifestazione per volere la caduta del Governo? Era contro il precariato, la riforma Gelmini e per la Gestione L&#8217;Aquila? E in ogni caso su molte di quelle proposte, come avrebbe potuto influire la caduta del Governo Berlusconi? Evidente, e permettetemi questa illazione maliziosa, che nesso si sarebbe potuto cogliere tra la caduta del Governo Berlusconi e il problema del precariato? Forse che la caduta di Silvio fosse il &#8220;toccasana&#8221; contro il precariato? Nessun dubbio, quindi, che parole-slogans come &#8221;Repressione&#8221;, il &#8220;Precariato&#8221; nella loro suggestività di &#8220;concetti pigliatutto&#8221; funzionavano come armi esclusivamente demagogiche e politiche, funzionali alla protesta contro Berlusconi, nel quale ogni argomento di protesta veniva impunemente strumentalizzato. La tragedia, però, è che martedì, in nome di questa ribellione, ci sono stati 50 feriti tra le forze dell&#8217;Ordine! Un caso? Un effetto collaterale non voluto? Se può sembrare azzardato parlare di &#8220;dolo eventuale&#8221;, ovvero di &#8220;messa in conto&#8221;  delle violenze, certamente gli organizzatori della manifestazione non sono esenti da &#8220;colpa grave&#8221;, perchè la comprensione/indulgenza verso la violenza della manifestazione può favorire la legittimazione della violenza politica; e questo in perfetta corrispondenza all&#8217;antiberlusconismo radicale. Se Silvio, infatti, è una specie di &#8220;bandito&#8221;, se davvero ha importato uno Stato-Mafia nel territorio italiano, ogni mezzo di resistenza è lecito e consentito. Purtroppo, sono convinto che la manifestazione abbia segnato un &#8220;punto di non ritorno&#8221; nel senso dell&#8217;emulazione della violenza nelle manifestazioni politiche: non lo dico per invocare un nuovo &#8220;03 gennaio&#8221;, ma certo si sa i <em>media</em> hanno le loro esigenze e se la &#8220;violenza politica&#8221; rende dal punto di vista mediatico &#8230; è fatta! Già ci sono precedenti inquietanti come i lacrimogeni contro Bonanni alla festa del PD di Torino &#8230; Credo, quindi, che questa demagogia sta fruttando dei perversi risultati, e forse siamo solo all&#8217;inizio di una spirale che temiamo non finirà.  Certo, se abbiamo deciso di segnare per il Paese un passo avanti verso la barbarie, lo abbiamo fatto, siamo sinceri.  Anche perchè la morale che un cittadino comune può trarre da avvenimenti come quello di martedì è una sola: in politica conta chi sa usare la violenza. Un <em>modus agendi</em> che in fondo legittima indirettamente la Camorra, la Mafia etc. come possibili &#8220;interlocutori sociali&#8221;: chi meglio di loro può essere bravo nell&#8217;usare la violenza e la guerriglia? Forse che abbiamo dimenticato che la Camorra (lo insegna Saviano) nelle minime proteste dei cittadini contro lo Stato (vedi rifiuti) è sempre in lizza nel caricare i facinorosi in manifestazioni di protesta? Abbiamo dimenticato che la <em>jacquerie</em> è una potente arma che la Camorra, ad esempio, usa per trovare seguito popolare? E&#8217; buffo che questa imitazione della Camorra venga da giovani che verosimilmente ammirano Saviano e il suo impegno anti-camorra. Ma si sa: una volta entrati nella spirale della &#8220;manipolazione ideologica&#8221; e deposto lo spirito critico, tutto è possibile.</p>
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		<title>Firenze, la carica dei &#8216;peones&#8217;</title>
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		<pubDate>Mon, 08 Nov 2010 23:46:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Frabetti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.arezzopolitica.it/2010/11/09/firenze-la-carica-dei-peones/"><img align="left" hspace="5" width="150" height="150" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/11/renzi1-150x150.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="renzi" title="renzi" /></a>di Giorgio Frabetti- Tra gli eventi di questo tumultuoso inizio novembre, siamo profondamente convinti che il primato dell’inutilità e dell’autoreferenzialità politica spetti alla Convention di sabato scorso dei “rottamatori” del PD (eccezion fatta per la kermesse di Bastia Umbra di FLI). Davvero dobbiamo credere alla narrativa donchisciottesca con cui il Sindaco PD di Firenze ama [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-5517" title="renzi" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/11/renzi1.jpg" alt="renzi" width="400" height="317" />di <strong>Giorgio Frabetti</strong>- Tra gli eventi di questo tumultuoso inizio novembre, siamo profondamente convinti che il primato dell’inutilità e dell’autoreferenzialità politica spetti alla <em>Convention</em> di sabato scorso dei “rottamatori” del PD (eccezion fatta per la <em>kermesse</em> di Bastia Umbra di FLI). Davvero dobbiamo credere alla narrativa donchisciottesca con cui il Sindaco PD di Firenze ama auto-celebrarsi? Davvero dobbiamo credere che Renzi è fuori dagli apparati? Davvero dobbiamo ritenere casuali le convergenze di Veltroni e dei suoi all’iniziativa di Firenze (per altro in competizione con l’Assemblea dei Circoli PD indetta da Bersani)? La risposta (scontata) è no. Ma non è questo il punto che riteniamo fare oggetto della Ns. analisi. La <em>convention</em> si lascia apprezzare come motivo di riflessione sull&#8217;appropriazione da parte della politica di una narrativa incentrata sui giovani. Il XX Secolo ha conosciuto due essenziali narrative sui &#8221;giovani&#8221;: da un lato, i giovani, come &#8220;pegno&#8221; del &#8220;mondo nuovo&#8221; promesso dall&#8217;Ideologia (nazista, comunista, fascista, sessantottina) &#8221;pegno&#8221; di una  Rivoluzione che viene differita dalla <em>real-politik</em>, ma che viene annunciata prossima nelle &#8220;giovani generazioni&#8221; (scaricando su di essi l&#8217;onere); dall&#8217;altro, i &#8220;giovani&#8221; come &#8220;cavallo di Troia&#8221; dei capi-partito: potenti &#8220;teste di ariete&#8221; delle <em>èlites</em>, dietro la parvenza delle organizzazioni giovanili (sempre solo indipendenti in apparenza). Potente “arma di illusione”per tutti i partiti a sfondo “ideologico” o comunque “progressista-nuovista” del XX Secolo, oggi il mito della “giovinezza” si presenta declinato nel PD come &#8220;ultima spiaggia&#8221; per salvaguardare la tenuta dell&#8221;immagine &#8220;progressista&#8221; della Sinistra: un&#8217;immagine sempre più sfilacciata, dopo la crisi di tutte le proposte “progressive” degli ultimi 20 anni (da Clinton, Blair e Jospin) a causa dell’infatuazione “mercatista” degli anni ’90. Questa è la storia di Matteo Renzi, di Giuseppe Civati, di Deborah Serrachiani, di Scalfarotto: si fa presto a “vendere” una faccia pulita, da bravi ragazzi. E così ecco creato <em>in vitro</em> l’immagine simbolica di una politica “nuova”; dove “nuova”, nella semiotica “nuovista” significa automaticamente e naturalmente, “più giusta”. Parliamoci chiaro: davvero basta esibire le facce da “bravi ragazzi” di Renzi, Civati e simili per accreditare nel PD credenziali progressiste (cui nessuno pare più credere)? Fossero soggetti tipo Martin Luther King o come Obama, che vengono dall’emarginazione alle stanze dei bottoni, allora sì la presenza politica acquisterebbe una fortissima carica simbolica di riscatto e di lotta. Nulla di questo nei giovani PD, i quali per lo più sono o figli di dirigenti già comunisti o democristiani, o soggetti già ampiamente integrati nel ceto politico e sociale che fa capo al PD. A questo punto, quindi, l’esaltazione giovanilistica di Firenze non sarebbe altro che la riproposizione di una narrativa molto calcata negli anni ’80 quella degli <em>yuppies</em>, dei “giovani leoni”, dei “giovani di successo”: un mito tipicamente “berlusconiano”, con buona pace di un Partito che pure ancora occhieggia all’austerità berlingueriana e pasoliniana. Bando alle chiacchiere inutili, è evidente a tutti che il balletto di Firenze è stato solo un semplice riposizionamento interno al gioco di correnti PD, con la compiacenza ma anche con la consapevolezza di Renzi e co., i quali così hanno indubbiamente incassato un “risultato politico” (l’attenzione ufficiale della minoranza veltroniana) che è da credere frutterà dividendi in termini di “poltrone”, sia nelle Direzioni romane del PD, sia alla Camera e al Senato. Perché, non facciamoci illusioni: i “giovani leoni” hanno bisogno di crescere e di costruirsi una cuccia nel sistema politico “romano” la più possibile solida, prima che il PD si liquefaccia (come pessimisticamente previsto dai più) e prima che il pubblico si renda conto della nullaggine di alcuni di loro (vedi Renzi, sempre più criticato e isolato come Sindaco di Firenze come attesta <em>Il Fatto Quotidiano</em>). Per dovere di cronaca, comunque, deve anche dirsi che la retorica “nuovista”-“giovanilista” sta prendendo piede anche a Destra: chi legga <em>Fare Futuro</em>, il <em>think thank</em> ufficiale di <em>Futuro e Libertà</em>, la nuova formazione di Gianfranco Fini, non può che trovare grande interesse ai problemi giovanili, all’Università, al Precariato etc. Che dire di tutto ciò? Siamo in presenza di una politica mediatica in cui, rovesciando le lucide parole di Carlo Freccero a <em>L’Infedele</em> di lunedì scorso, la narrativa virtuale prevale sulla narrativa reale delle realizzazioni politiche. In questo grave momento in cui l’Italia rischia dal momento all’altro di finire nel baratro di una “crisi greca” abbiamo bisogno di ben altra concretezza e aderenza al reale. La “narrativa” che si sostituisce alla politica, la “mitologia” (giovanilista etc.) che si sostituisce alla fredda analisi politica, che sottrae vigore all’arma che dovrebbe essere regina in Politica, ovvero la Critica, sono tutti l’alibi di una Politica che cerca di nascondere, come con una foglia di fico, il suo vuoto di risposte e di responsabilità. Ai politici, quindi, diciamo: basta con i bamboleggiamenti, rimbocchiamoci le maniche.</p>
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		<title>Nessuno monta porte e finestre</title>
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		<pubDate>Sun, 24 Oct 2010 22:28:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Armao</dc:creator>
				<category><![CDATA[Varie]]></category>
		<category><![CDATA[artigiani]]></category>
		<category><![CDATA[giovani]]></category>
		<category><![CDATA[porte e finestre; disoccupazione]]></category>

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		<description><![CDATA[<a href="http://www.arezzopolitica.it/2010/10/25/nessuno-monta-porte-e-finestre/"><img align="left" hspace="5" width="150" src="http://www.sbportefinestre.it/home_file/porte_finestre.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="" title="" /></a>A cura della Redazione.  Parliamo anche di questo, vista la crisi che c&#8217;è in giro, e domandiamoci che cosa sta succedendo al sistema scolastico e formativo italiano. 
Le figure introvabili: primi tra tutti gli installatori di infissi (83,3%) seguono panettieri e pastai (39,4).
Mancano installatori di infissi, panettieri, pasticceri, sarti ma anche falegnami e cuochi: per [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.sbportefinestre.it/home_file/porte_finestre.jpg"><img class="alignleft" src="http://www.sbportefinestre.it/home_file/porte_finestre.jpg" alt="" width="405" height="290" /></a><strong>A cura della Redazione.  Parliamo anche di questo, vista la crisi che c&#8217;è in giro, e domandiamoci che cosa sta succedendo al sistema scolastico e formativo italiano. </strong></p>
<p>Le figure introvabili: primi tra tutti gli installatori di infissi (83,3%) seguono panettieri e pastai (39,4).</p>
<p>Mancano installatori di infissi, panettieri, pasticceri, sarti ma anche falegnami e cuochi: per le aziende italiane nel 2010 sarà difficile reperire il 26,7% delle figure professionali delle quali hanno bisogno: è quanto emerge da uno studio della Confartigianato che elabora i dati del Rapporto 2010 Excelsior-Unioncamere secondo il quale a fronte di circa 550.000 nuove assunzioni previste per l&#8217;anno le aziende avranno difficoltà a coprire oltre 147.000 posti.</p>
<p>Nonostante la crisi economica e l&#8217;aumento della disoccupazione, soprattutto giovanile, (in Italia ricorda Confartigianato nei due anni di crisi i disoccupati tra i 15 e i 34 anni sono aumentati di 216.000 unità) ci sono mestieri quindi per i quali il posto di lavoro è sostanzialmente assicurato e questo avviene prevalentemente per le attività tipicamente artigiane. Su circa 1.500 nuovi installatori di infissi necessari alle aziende &#8211; si legge nella ricerca &#8211; ne mancano all&#8217;appello oltre l&#8217;83% mentre per i panettieri artigianali (attività faticosa soprattutto per gli orari notturni) è difficile coprire il 39,4% dei 1.040 nuovi posti. Senza considerare attività comunque richiestissime come quella dell&#8217;infermiere, la Confartigianato, guardando alle proprie aziende, sottolinea la carenza di gelatai e pasticceri (mancano il 29,1% dei 1.750 cercati dalle imprese) ma anche di sarti e tagliatori artigianali (manca il 21,9% dei 1.960 specialisti richiesti dalle aziende). Difficile anche reperire estetisti e parrucchieri (vuoti il 21% dei posti) e falegnami specializzati (mancano il 19,8%). Meno complicato trovare baristi (mancano il 14,2% dei 7.030 posti disponibili) e camerieri (resta vuoto il 14,1% dei posti offerti dalle aziende).</p>
<p>Per i giovani insomma restano poco appetibili i cosiddetti «posti in piedi» ovvero quelli tipicamente manuali e senza una scrivania. Mancano il 13,3% dei 26.900 muratori chiesti dalle aziende mentre per i macellai i posti che restano vuoti sono il 10,3%. E se come ha sottolineato ieri il ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi il mercato è ancora «opaco» per quanto riguarda la possibilità di conoscere le offerte delle aziende e i profili disponibili resta quella delle «conoscenze» la strada maestra per entrare in azienda. Secondo lo studio Confartigianato che elabora su questo dati Istat l&#8217;aiuto di amici, parenti e conoscenti è stato determinante per l&#8217;ingresso nel lavoro del 55,3% dei giovani tra i 15 e i 34 anni nuovi occupati. La richiesta diretta al datore di lavoro ha riguardato il 16,6% dei nuovi assunti mentre il 6,8% è entrato in azienda grazie a inserzioni sulla stampa e alla ricerca sul web. Il 6,1% dei giovani nuovi occupati ha iniziato una attività autonoma mentre il 4% si è fatto conoscere in azienda tramite uno stage o un tirocinio. Il 3,8% dei nuovi assunti è stato segnalato da scuole e università mentre il 3,1% è passato attraverso una agenzia per il lavoro. I centri per l&#8217;impiego pubblici sono stati decisivi solo per l&#8217;1,5% dei nuovi occupati giovani. Sono passati per «altri canali» il 2,9% dei nuovi assunti.</p>
<p>Fonte: <a href="http://www.corriere.it/economia/10_ottobre_23/mestieri-introvabili-studio_12d15cc0-deda-11df-99d6-00144f02aabc.shtml">http://www.corriere.it/economia/10_ottobre_23/mestieri-introvabili-studio_12d15cc0-deda-11df-99d6-00144f02aabc.shtml</a></p>
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