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	<title>Arezzo Polis &#187; foibe</title>
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	<description>Cultura politica, dibattito pubblico.</description>
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		<title>Napolitano e Josipovic uniti in nome dell&#8217;antifascismo</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Sep 2011 21:26:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mugnai</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.arezzopolitica.it/2011/09/06/napolitano-e-josipovic-uniti-in-nome-dellantifascismo/"><img align="left" hspace="5" width="150" height="150" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2011/09/1279044202153_esodo3-150x150.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="1279044202153_esodo3" title="1279044202153_esodo3" /></a>Redazione- Pubblichiamo questo articolo tratto dal sito online di ispirazione cattolica la bussola quotidiana.it che trae un bilancio della visita di Napolitano a Pola (cittadina croata che faceva parte del Regno d’Italia) dove ha incontrato il presidente croato Josipovic. Un incontro quello tra i due presidenti significativo, teso a lenire le ferite della seconda guerra mondiale, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignleft size-full wp-image-8255" title="1279044202153_esodo3" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2011/09/1279044202153_esodo3.jpg" alt="1279044202153_esodo3" width="480" height="320" />Redazione- Pubblichiamo questo articolo tratto dal sito online di ispirazione cattolica la bussola quotidiana.it che trae un bilancio della visita di Napolitano a Pola (cittadina croata che faceva parte del Regno d’Italia) dove ha incontrato il presidente croato Josipovic. Un incontro quello tra i due presidenti significativo, teso a lenire le ferite della seconda guerra mondiale, ancora non rimarginate né da una parte né dall’altra. Ciò che dispiace constatare è che nel comunicato comune uscito dall’incontro, i due presidenti entrambi provenienti dalle fila della sinistra postcomunista, abbiano più volte condannato il fascismo, ma abbiano sottaciuto sulle atrocità commesse dal comunismo in Jugoslavia e anche in Italia (pensiamo solo a Trieste). Parlando di “fratellanza e unità” pare riecheggi più il culto dell’antifascismo che una vera concordia ispirata dalla fede cristiana o dai principi democratici (non giacobini però!) della rivoluzione francese. Forse pensiamo male, ma non vorremmo che la pace tra i popoli si costituisse tramite l’antifascismo militante, divenuta oramai una religione secolare per molti postcomunisti. In questo modo si rischierebbe di ridurre in banalità il comunismo, di non condannarlo alla radice come ideologia avversa all’uomo, oscurando o giustificando in parte anche i molteplici ed efferati crimini contro l’umanità perpetrati dal comunismo per mano dei vari Tito, Lenin, Stalin, Mao e via discorrendo. -</strong></p>
<p> La visita del presidente della repubblica italiana Giorgio Napolitano a Pola sabato 3 settembre non ha rappresentato solamente un motivo di grande conforto e di gioia per i nostri connazionali residenti in Istria, a Fiume e nel Quarnero &#8211; questa è stata solamente la seconda visita di un capo di Stato all’unica minoranza nazionale italiana al di fuori dei confini dello Stato -, ma ha anche segnato, pur in presenza di contraddizioni non di poco conto, un’importante tappa nel cammino di riavvicinamento e di riconciliazione tra italiani e croati.</p>
<p> </p>
<p>Nella loro dichiarazione congiunta, Napolitano e il presidente croato, Ivo Josipovic, hanno manifestato la fiducia che la comunanza fondata sulle istituzioni democratiche dei due Paesi e sul futuro cammino comune in Europa possa sempre più unire il popolo italiano e quello croato. Senza dimenticare i lati oscuri della storia comune, hanno affermato i due presidenti, «nel perdonarci reciprocamente il male commesso, volgiamo il nostro sguardo all&#8217;avvenire che con il decisivo apporto delle generazioni più giovani vogliamo e possiamo edificare in un&#8217;Europa sempre più rappresentativa delle sue molteplici tradizioni e sempre più saldamente integrata dinanzi alle nuove sfide della globalizzazione».</p>
<p> </p>
<p>L’elemento positivo di questa dichiarazione è il riconoscimento dell’esistenza di gravi violenze che questi popoli si sono inferti reciprocamente nell’ultimo secolo sotto l’influenza di regimi totalitari nemici dell’umanità. In Italia, infatti, troppo spesso si tende a dimenticare il tentativo del regime fascista, in alcuni casi purtroppo con la collaborazione o il silenzio della Chiesa cattolica italiana, di italianizzare forzatamente le minoranze nazionali &#8211; sudtirolese, slovena e croata &#8211; presenti sul territorio del Regno d’Italia, e talvolta di espellerle dalle terre che abitavano. Da parte croata, invece, si minimizzano le violenze e i soprusi che portarono all’esodo in massa degli italiani dall’Istria, dal Quarnero e da Zara, considerato come frutto di una libera scelta di non accettare la cittadinanza jugoslava loro offerta.</p>
<p> </p>
<p>La dichiarazione di Napolitano e Josipovic non manca tuttavia di contraddizioni, poiché il vero perdono reciproco e la riconciliazione possono sussistere solamente dal totale rinnegamento di quelle che sono state la radice delle violenze, il totalitarismo fascista e comunista.</p>
<p>In Italia lo Stato e la società hanno definitivamente tagliato tutti i ponti con l’oscuro passato fascista. Al contrario, fa parte della quotidianità politica della Croazia l’esaltazione da parte della sinistra, culturalmente egemone in questo Paese e della quale Josipovic fa parte a pieno titolo, della cosiddetta &#8220;lotta antifascista&#8221;, la quale non ha portato, come in Italia, alla democrazia, ma a quasi cinquant’anni di feroce dittatura comunista, e ha provocato ferite nel popolo croato che ancora oggi non sono rimarginate. Vale la pena infatti ricordare che l’esclusivo interprete di questa lotta, il movimento partigiano di ispirazione comunista guidato dal maresciallo Tito, non si è reso responsabile solamente dei massacri degli italiani residenti nei territori da esso occupati, ma anche dell’uccisione a sangue freddo di decine di migliaia di croati non militari, e di una feroce persecuzione religiosa che durante la guerra e nei primi anni del regime ha portato in tutto il Paese all’uccisione di centinaia di sacerdoti e religiosi cattolici &#8211; il sito Internet del santuario dei martiri croati di Udbina rileva, per la sola zona di Karlovac, una sessantina di foibe nelle quali sono state gettate vittime del comunismo titino. Sulle violenze perpetrate dai partigiani titini e dal regime comunista da essi fondato la sinistra croata, ma anche quella slovena, respingono con indignazione ogni possibilità di discussione o indagine.</p>
<p> </p>
<p>È interessante anche notare come nel comunicato vi sia la condanna esplicita delle violenze compiute dal fascismo, il comunismo venga menzionato solo indirettamente quando si parla della «folle vendetta delle autorità postbelliche dell&#8217;ex Jugoslavia». Evidentemente Napolitano e Josipovic non hanno ancora il coraggio di chiamare per nome l’ideologia totalitaria alla quale essi hanno contribuito personalmente e di fare pubblica ammenda a tale proposito.</p>
<p> </p>
<p>Riponendo la propria speranza nel cammino comune nelle istituzioni europee, che di per sé favorirebbe la riconciliazione tra i popoli, i due presidenti sorvolano inoltre sul fatto che l’attuale politica dell’Unione Europea, caratterizzata da una sempre più manifesta normalizzazione in senso anticristiano, può al massimo portare a una versione più edulcorata delle famose &#8220;fratellanza e unità&#8221; (bratstvo i jedinstvo) che stavano alla base del totalitarismo comunista jugoslavo, per l’attuazione delle quali il regime cercò di cancellare la cultura, la lingua, la fede religiosa e la stessa coscienza nazionale del popolo croato.</p>
<p> </p>
<p>Solamente la comune fede cristiana e cattolica di questi popoli, colpevolmente ignorata nel comunicato dei due Capi di Stato, se purificata da eccessi nazionalistici che sono per propria natura anticristiani, può portare al perdono reciproco e a una vera unità, permeata dall’amore, che rispetta le peculiarità di ogni popolo e le rende fondamenta per una reciproca elevazione e progresso.</p>
<p> </p>
<p>Non possiamo quindi nascondere l’amarezza per il fatto che mentre un ateo e un agnostico parlano di perdono reciproco &#8211; pur con le contraddizioni espresse in precedenza, non possiamo dubitare della loro sincerità -, in queste terre un vescovo cattolico e il suo braccio destro, sacerdoti del Signore, gettano sale sulle ferite dei popoli che vivono in quest’area, risvegliando artificiosamente nel popolo croato sentimenti di ostilità contro gli italiani. Se degli uomini di Chiesa, anziché portare amore, diventano strumenti di odio, non possiamo che temere per il nostro futuro.</p>
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		<title>Quando i Comunisti italiani uccidevano gli avversari politici. La morte di don Pessina</title>
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		<pubDate>Sun, 06 Mar 2011 17:51:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Frabetti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.arezzopolitica.it/2011/03/06/quando-i-comunisti-italiani-uccidevano-gli-avversari-politici-la-morte-di-don-pessina/"><img align="left" hspace="5" width="150" height="150" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2011/03/partigiani-150x150.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="partigiani" title="partigiani" /></a>(Redazione) La vicenda della morte di Don Umberto Pessina, Parroco di S. Martino di Correggio (Mo) è emblematica di un modus operandi delle bande comuniste partigiane, che non si facevano scrupolo di uccidere gli avversari politici, anche nella prospettiva di seminare terrore e violenza in modo da propiziare e favorire l&#8217;avvento della Rivoluzione proletaria sul [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignleft size-full wp-image-6634" title="partigiani" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2011/03/partigiani.jpg" alt="partigiani" width="416" height="299" />(Redazione) La vicenda della morte di Don Umberto Pessina, Parroco di S. Martino di Correggio (Mo) è emblematica di un modus operandi delle bande comuniste partigiane, che non si facevano scrupolo di uccidere gli avversari politici, anche nella prospettiva di seminare terrore e violenza in modo da propiziare e favorire l&#8217;avvento della Rivoluzione proletaria sul modello di Tito. Di questo modus operandi costituiscono lucida testimonianza le parole di Ermanno Gorrieri: «Io so che molte federazioni provinciali (comuniste) erano divise. Però spesso hanno tollerato e coperto i delitti, aiutando magari i colpevoli a fuggire all’Est (principalmente in Cecoslovacchia) e tacendo su chi era in carcere innocente. Tutti, anche chi non era d’accordo, hanno tenuto un atteggiamento per lo meno ambiguo». </strong><strong><span style="font-size: x-small;">Di qui, gli insabbiamenti, le omertà protette dall&#8217;alto: sia nelle tragiche vicende delle foibe, sia nelle tragiche vicende (prodromi di guerra civile) del cd &#8220;Triangolo della morte&#8221; in Emilia Romagna.- </span></strong>Alle ore 22.30 del 18 Giugno di sessant’anni fa Don Umberto Pessina, Parroco di San Martino di Correggio, veniva aggredito da tre persone a pochi metri dalla sua Canonica in cui stava rientrando. Vennero esplosi due colpi di rivoltella, uno dei quali mortale,e Don Pessina riuscì a giungere al portone per accasciarsi nell’ingresso ove gran parte della dirigenza comunista reggiana non riusciva ad accettare le regole di una compiuta democrazia pluripartitica e pertanto chi non era comunista era necessariamente, e perciò stesso, un nemico da controllare o un fascista, anche se spesso si trattava di persone che con il fascismo non aveva avuto niente da spartire. E Don Pessina non fu purtroppo l’ultimo a soccombere in questo clima d’odio e di violenza. Il 24 Agosto di quell’anno a San Michele dei Mucchietti, frazione di Sassuolo sita nella destra del Secchia proprio di fronte a Castellarano <em>(Morini è stato per anni sindaco di questo paese)</em>, venne ucciso nella sua residenza di campagna l’Avv. Ferdinando Ferioli, appartenente ad una nota famiglia reggiana di professionisti liberali ed antifascisti. E due giorni dopo, sempre nella sua casa tra Boglioni di Casalgrande e Salvaterra venne ucciso Umberto Farri, socialista prampoliniano (socialista e antifascista), da due mesi rieletto a stragrande maggioranza Sindaco di Casalgrande in una lista unitaria socialcomunista. Anche per questi due delitti,il cui mandante era il Sindaco comunista del vicino comune di Castellarano, Domenico Braglia (“Il piccolo padre” comandante partigiano) la verità era ben nota alla dirigenza comunista reggiana ma ivi rimase in omertà per quasi cinquant’anni sino a quando Aldo Magnani nel 1991 non ha reso noto che allora aveva convocato a Reggio in Federazione il Braglia per intimargli “Basta!”.  Ma dovette scomodarsi da Roma Palmiro Togliatti (era anche Ministro di Grazia e Giustizia sotto la Presidenza del Consiglio affidata a De Gasperi) che convocò a Reggio Emilia nel Settembre del 1946 i massimi dirigenti delle Federazioni comuniste emiliane per dire loro che questi delitti politici e le violenze in genere dovevano cessare, e questo anche nell’interesse dell’immagine dello stesso partito. E in questa veste fece adottare il Decreto Presidenziale n. 4 del 22 Giugno 1946, pubblicato nella G.U. del successivo 23 Giugno con efficacia (retroattiva) dal 18 !!!!, che recava amnistia ed indulto per reati comuni politici e militari. Nella relazione introduttiva scriveva: <em>“Per i reati politici ci si è trovati di fronte a esigenze in parte e talora contrastanti, di cui si è dovuto tener conto nel determinare il contenuto e i limiti dell’atto di clemenza. Giusta e profondamente sentita, da un lato, la necessità di un rapido avviamento del Paese a condizioni di pace politica e sociale. La Repubblica, sorta dalla aspirazione al rinnovamento della nostra vita nazionale, non può non dare soddisfazione a questa necessità, presentandosi così sin dai primi suoi passi come il regime della pacificazione e riconciliazione. Un atto di clemenza è per essa in pari tempo atto di forza e di fiducia nei destini del Paese.</em> La coincidenza con l’omicidio di Don Pessina è un fatto meramente casuale oppure ben voluto da Togliatti?. Dobbiamo inoltre ricordare che nella notte del 26 Marzo 1947 l’Assemblea Costituente votò con 350 SÌ e 149 NO l’art.7 della tuttora vigente Costituzione che prevede che lo Stato e la Chiesa Cattolica,sono, ciascuno, nel proprio ordine indipendenti e sovrani e che i loro rapporti sono regolati dai Patti Lateranensi dell’11.02.1929. Togliatti portò tutto il PCI al voto a favore di questo testo unitamente alla DC (Don Rossetti) che lo aveva proposto. Votarono invece contro sia socialisti di Nenni che altri Deputati appartenenti ai partiti laici minori. Il voto favorevole del PCI era tutt’altro che scontato e la scelta sicuramente giusta di Togliatti è tuttora fonte di diverse interpretazioni. Ne diede una con una sua vignetta Giovanni Guareschi nel suo settimanale “Candido”, allora di grande successo, nel numero 14 dell’Aprile immediatamente successivo sia al voto favorevole del PCI all’art. 7 che all’arresto di Nicolini avvenuto il 13 dello stesso Marzo 1947. Ripresentiamo la vignetta il cui commento alla luce dei fatti, oggi noti nella loro interezza, lasciamo ai nostri lettori. Resta il fatto che Togliatti, dotato di grande intuito,votò l’art.7 per non riaprire un dissidio tra Stato e Chiesa Cattolica;resta il fatto della responsabilità del PCI reggiano e correggese nell’omicidio di Don Pessina; resta il fatto che Mons. Socche non è il responsabile dell’errore della Giustizia penale ai danni di Germano Nicolini. In questo clima politico di prepotenza settaria, che oggi è difficile credere che abbia caratterizzato la ora paciosa e sazia provincia reggiana,maturò il sacrificio di una nobile figura di sacerdote qual’era Don Umberto Pessina, zelante nel suo ministero parrocchiale e nello stesso tempo, attento alla giustizia sociale a favore del gregge affidatogli. In questi ultimi anni più che dell’omicidio di Don Pessina si è parlato e scritto della revisione della condanna a suo tempo inflitta a Nicolini che si è sempre dichiarato innocente dello stesso. Nicolini nel 1993 ha pubblicato un corposo libro dal titolo volutamente polemico “Nessuno vuole la verità”.  &#8211; Nicolini (classe 1919, cattolico, comandante del terzo battaglione Sap della 77ª brigata Manfredi con il nome di «Diavolo», fu arrestato poco dopo essere stato eletto <span style="text-decoration: underline;">sindaco anche con i voti D</span><span style="text-decoration: underline;">c</span>. Dopo la condanna come mandante dell&#8217;omicidio, fu radiato dall&#8217;esercito e interdetto dai pubblici uffici.  Assolto 45 anni dopo il delitto<em> ( ha ottenuto la medaglia d&#8217;argento al valore militare, una pensione e un sostanzioso assegno)</em> imputa il suo caso ad un complotto ordito ai suoi danni dal Vescovo Beniamino Socche su istigazione del sacerdote correggese Don Neviani e dal Capitano dei Carabinieri, Vesce. Di certo non si può dimenticare la immediata reazione di Mons. Socche all’omicidio di Don Pessina;fu indomita, suscitò l’interesse di tutta la nazione sul clima di odio e di violenza che caratterizzava l’egemonia della struttura partitica comunista sulla provincia reggiana,pretese che venissero individuati e condannati i colpevoli anche allo scopo di tutelare i suoi parroci nel loro ministero religioso. Mons.Socche tramite Don Enzo Neviani aveva sì raccolto la denuncia di una donna di Correggio, denuncia contro Nicolini che aveva, dato il clima politico del tempo, una sua credibilità, ma la condanna spettava ai giudici ed i giudici, e non il Vescovo Socche, condannarono Nicolini. La condanna si è dimostrata ingiusta e sbagliata e questo solo grazie alla fine dell’omertà del PCI nell’uccisione di Don Pessina ed i giudici hanno nel 1993 restituito la sua onorabilità a Germano Nicolini. Don Pessina invece non può ottenere purtroppo alcuna revisione giudiziaria;rimane un martire della fede ed un esempio di testimonianza per i sacerdoti e le generazioni future e deve essere ricordato oggi, in occasione del sessantennio del suo sacrificio,ma dovrà essere ricordato anche in futuro come modello di coraggiosa coerenza nella fede nel Cristo risorto.</p>
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		<title>L&#8217;antifascismo non può offuscare le Foibe!</title>
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		<pubDate>Thu, 10 Feb 2011 09:15:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mugnai</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.arezzopolitica.it/2011/02/10/lantifascismo-non-puo-offuscare-le-foibe/"><img align="left" hspace="5" width="150" height="150" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2011/02/foiba-150x150.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="foiba" title="foiba" /></a>di Federico Mugnai- In modo sobrio ci accingiamo a ricordare le migliaia di vittime delle Foibe e i tantissimi italiani che abitavano in Istria e Dalmazia, costretti ad abbandonare la propria casa, la propria terra, per la loro nazionalità e per la loro volontà di non sottomettersi al regime comunista instaurato da Tito in Jugoslavia. Quell&#8217;esodo e quelle [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-6394" title="foiba" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2011/02/foiba.jpg" alt="foiba" width="410" height="307" />di <strong>Federico Mugnai-</strong> In modo sobrio ci accingiamo a ricordare le migliaia di vittime delle Foibe e i tantissimi italiani che abitavano in Istria e Dalmazia, costretti ad abbandonare la propria casa, la propria terra, per la loro nazionalità e per la loro volontà di non sottomettersi al regime comunista instaurato da Tito in Jugoslavia. Quell&#8217;esodo e quelle immagini tetre delle cavità carsiche sommerse da miriadi di cadaveri sono oramai sotto gli occhi di tutti, nonostante le reticenze di decenni passati a negare l&#8217;evidenza. Ed anche chi ha ancora il coraggio di chiudere gli occhi dinanzi ad una simile tragedia o chi ancora tende a relativizzare e/o giustificare quanto accaduto dovrà prima o poi fare i conti con la coscienza e chiedersi se sia giusto che ancora oggi ci siano morti innocenti che meritano di essere ricordati ed altrettanti innocenti a cui spetta solo l&#8217;oblio. Noi non ci facciamo condizionare dalla forza delle ideologie per strumentalizzare le tragedie o accusare di &#8220;fascismo&#8221; chi vuole ricordare i nostri connazionali barbaramente uccisi dai titini. Entrando nel merito della triste vicenda delle Foibe, credo sia necessario fare chiarezza sul perchè ancora in molti siano reticenti nel voler concedere agli italiani infoibati un sincero ricordo. Prima di tutto gioca il fattore dell&#8217;antifascismo. Il ragionamento è il seguente: siccome i titini combattevano contro il fascismo, anche se hanno ecceduto, combattevano comunque per una causa giusta. Noi ci domandiamo: quale causa giusta può esserci da chi ha saputo solamente incutere terrore laddove ha preso il potere? Credo non ci sia bisogno in questa sede di spiegare cosa sia stato e cosa sia il comunismo. Ed ecco perchè riteniamo che sia assolutamente necessario, quando ci si professa antifascisti, dichiarare con altrettanta forza la propria avversione al comunismo. Purtroppo non è così. Ho partecipato Sabato scorso a Firenze ad una manifestazione per ricordare i martiri delle Foibe. Eravamo scortati da tanti poliziotti, nonostante la nostra manifestazione fosse assolutamente pacifica, silenziosa e solenne, cosparsa dalle sole bandiere tricolori, proprio come si addice a tutte quelle marce che rievocano un passato triste per la propria Nazione. Ebbene, perchè tanta polizia? Perchè purtroppo altre persone inebriate dal loro antifascismo militante e dalla loro passione e simpatia per il comunismo avevano organizzato un contro corteo. Volevano negare alle migliaia di infoibati il diritto alla memoria, dimostrando di non aver rispetto e pietas per una storia dolorosa, quando semmai dovrebbe essere un dovere di ciascun italiano ricordare, specialmente nel 150° dell&#8217;Unità d&#8217;Italia, tutti coloro che sono morti in nome dell&#8217;Italia libera; tutti coloro cioè che non si sono prostrati dinanzi alla tirannide titina.  La seconda giustificazione che si pone per tentare di annebbiare il ricordo delle foibe, è storica. Si dice giustamente che la Jugoslavia fu occupata dai nazisti e dai fascisti e che in quelle terre furono compiuti degli orrori nei confronti della popolazione civile. E&#8217; pur vero che durante una guerra il sangue chiama altrettanto sangue; ed è vero anche che ci può essere un nesso causale tra il dramma vissuto dagli slavi durante l&#8217;occupazione delle potenze dell&#8217;Asse e le Foibe. Però in questo caso si tralascia un particolare di non poco conto: quella di Tito fu un tentativo di pulizia etnica e di classe coniugato all&#8217;intento di &#8220;slavizzazione&#8221; dell&#8217;Istria e della Dalmazia. Fu la volontà da parte di Tito di far pressione, anche macchiandosi dei più atroci orrori per ottenere anche Trieste e parte della Venezia Giulia, a guerra conclusa. Fu infine, e questo in combutta con il Pci italiano, la volontà di aiutare i comunisti italiani per dare avvio anche in Italia alla rivoluzione comunista. Non possiamo tralasciare questi intenti se vogliamo essere onesti nei confronti della storia. Dovremo in futuro arrivare alla comprensione delle Foibe, come già altri grandi storici (ad esempio Nolte) hanno tentato di comprendere Auschwitz. Non si può però tentare di annacquare tutto in nome di interessi politici o ideologici. Ancora in Italia, sembra paradossale, non siamo ancora uniti nel ricordare i martiri delle foibe. Per troppo tempo c&#8217;è chi ha tentato di cancellare una triste vicenda, di mettere in silenzio chi poteva raccontare il dramma vissuto, magari considerandoli come estranei nella propria Patria. Ed allora come è possibile comprendere le Foibe se ancora c&#8217;è chi nega  e ne offusca il ricordo? Possiamo dirci di essere un popolo maturo, di essere una Nazione, se ci dimentichiamo dei nostri fratelli uccisi? Credo purtroppo di no.</p>
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		<title>Mai più le foibe: Giornata del Ricordo 2010</title>
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		<pubDate>Tue, 09 Feb 2010 23:20:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Frabetti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Appuntamenti con la Storia]]></category>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.arezzopolitica.it/2010/02/10/mai-piu-le-foibe-giornata-del-ricordo-2010/"><img align="left" hspace="5" width="150" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/02/foibe1.bmp" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="foibe" title="" /></a>di Giorgio Frabetti- In questa Giornata del Ricordo 2010, è doveroso fare memoria come delle “foibe italiane”, così di quelle che potremmo chiamare “foibe perenni”, ovvero di tutti i momenti della storia passata e presente (non solo italiana), in cui conflitti a sfondo etnico sono stati risolti con stragi ed eccidi, specie di civili indifesi. Innanzitutto, le [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-3359" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/02/foibe1.bmp" alt="foibe" />di <strong>Giorgio Frabetti</strong>- In questa <em>Giornata del Ricordo</em> 2010, è doveroso fare memoria come delle “foibe italiane”, così di quelle che potremmo chiamare “foibe perenni”, ovvero di tutti i momenti della storia passata e presente (non solo italiana), in cui conflitti a sfondo etnico sono stati risolti con stragi ed eccidi, specie di civili indifesi. Innanzitutto, le “foibe italiane”: una stagione unica nel suo orrore, che tante cicatrici ha lasciato nelle popolazioni istriane e della ex- Venezia Giulia, che hanno dovuto subire la morte dei loro cari per opera dei titini, la confisca dei loro beni e delle loro sostanze e l’emigrazione in Italia (per i più fortunati). A completamento, poi, di questa già tormentata <em>via crucis</em>, sulle “foibe” è, da ultimo, colpevolmente calata un’umiliante <em>damnatio memoriae</em>: per colpa dei comunisti, infatti, in Italia dell’Istria e delle razzie dei titini era vietato parlare (come per decenni, in Germania fu vietato parlare dei campi di sterminio). Sull’argomento, Aldo Bricco, partigiano bianco, deceduto nel 2005, superstite dal tremendo eccidio della Brigata Osoppo a Porzus ha lasciato una testimonianza agghiacciante: &#8220;tutti i rossi misero mano alle armi e fecero fuoco. Era un inferno, una strage, e noi non potevamo neanche reagire…”. Per quanto riguarda le responsabilità e le omertà che <em>in alto loco</em> hanno favorito l’impunità degli assassini italiani, molto è stato scritto. Tra i responsabili, alcuni hanno usufruito dell’amnistia di Togliatti  subito dopo la guerra, altri si sono rifugiati in Iugoslavia protetti dal governo di Belgrado, altri sono stati condannati all’ergastolo o a 30 anni di galera, ma sono stati aiutati dal partito comunista italiano a fuggire in Cecoslovacchia o in Unione sovietica e hanno poi ottenuto la grazia per l’amnistia di Pertini nel 1978; altri, addirittura, hanno ricevuto medaglie al valor militare e altri continuano a percepire pensioni dallo Stato Italiano. Sullo sfondo delle “foibe” italiane, quindi, agiscono gli <em>arcana imperii</em> della politica: le “foibe”, in particolare, sono la risultante di un <em>mix</em> sinistro e spaventoso di caos geopolitico (peculiare la situazione della Venezia Giulia, una specie di “zona pre-balcanica” Italiana) e di manipolazione ideologica (comunista), finalizzata a creare il caos e il terrore in vista della “soluzione rivoluzionaria finale”. Da un lato, il contesto geopolitico: rimarchevole, sul punto, la descrizione della Venezia Giulia degli anni delle “foibe” (dopo l’08 settembre 1943) del Gen. Marizza su <em>L’Occidentale</em> del 10/02/2009: “I tedeschi, reagendo alla defezione italiana, avevano costituito due regioni “speciali” al confine fra il <em>Reich</em> e la Repubblica sociale. Una, il “Territorio prealpino”, comprendeva le attuali province di Bolzano, Trento e Belluno, mentre l’altra era denominata “Litorale adriatico” e comprendeva le attuali province di Udine, Pordenone, Gorizia, Trieste, Lubiana, Fiume e Pola, compreso il golfo del Quarnaro con le isole di Cherso, Veglia e Lussino. Il “Litorale adriatico” era una zona di incontro fra varie etnie (italiani, friulani, tedeschi, sloveni, croati e addirittura 22.000 cosacchi antibolscevichi alleati dei tedeschi e trapiantati in Carnia), ma era anche una zona di scontro fra tendenze politiche diverse, addirittura opposte”. Se a questo “crogiuolo etnico” di pretto sapore balcanico, che già di per sé propizia la guerriglia più cruenta e violenta, aggiungiamo poi le “doppia morale” del PCI togliattiano che, mentre proclamava la “svolta di Salerno”, l’unità nazionale e il (provvisorio) compromesso con la Monarchia (pure responsabile del fascismo), nella realtà   speculava scientemente (su impulso di Mosca) sul caos geopolitico della Venezia Giulia, per dimostrare al mondo intero la forza della pressione dell’impero staliniano sull’Europa e sull’Occidente, il quadro si completa sinistramente: Togliatti, cioè, non escludeva la possibilità che l’iniziativa titina si sarebbe potuta collegare con iniziative insurrezionali nel Nord Italia, complicando oltremodo il quadro territoriale e ostac0lando i progetti degli Alleati (ormai suggellati a yalta) di assegnare Italia al blocco occidentale, anzichè al blocco sovietico (ricordiamo, però, che la presenza di &#8220;partigiani comunisti&#8221; rese incerta fino alla fine l&#8217;assegnazione dei balcani all&#8217;Occidente: pensiamo all&#8217;esempio greco!). In questo contesto, quindi, il già penoso quadro di guerra civile assunto dalla Resistenza in Italia, nella Venezia Giulia si tinge di livelli insuperati di brutalità ed efferatezza. In particolare, nell’azione dei comunisti titini gioca non solo il senso di appartenenza all’ideologia marxista, alla battaglia antifascista, alla vicinanza ideale con l’internazionalismo bolscevico, ma  anche un fattore propriamente patriottico, nazionalista e specificamente anti-italiano: molto forte, in particolare, è la voglia dei titini di vendicarsi degli italiani per la gestione ambigua dell’occupazione della Croazia, specie da parte del Gen. Roatta, il quale usò spesso gli <em>ustascia</em> (terroristi croati “fascisti” e nemici giurati dei “titini”) in funzione anticomunista, speculando sulle rivalità acerbissime tra le fazioni: le “foibe”, quindi, furono la prova massima e spaventosa di questo spirito di rappresaglia. Ci rendiamo certamente conto che ricondurre alla logica politica e militare atti efferati come quello delle &#8220;foibe&#8221; è quasi impossibile: atti del genere, più che di politica, sembrano espressione di malvagità inaudita, comprensibili forse solo facendo appello all’insondabile “mistero di iniquità” che aleggia negli abissi del cuore umano; è, però, altrettanto certo che, per contrastare tali scempi, oltre alla condanna e alla persecuzione giudiziaria, occorre una vigilanza critica e politica assidua per (tentare di) agire sulle possibili cause. E’, al riguardo,  necessario partire dall’esperienza delle “foibe” come un <em>exemplum</em>, allo scopo di far maturare (specie nelle giovani generazioni) una nuova e più avvertita consapevolezza etico-politica (italiana, europea e mondiale) delle degenerazioni degli odi etnici e ideologici: <strong>affinché le &#8220;foibe&#8221; non ritornino mai più, in nessun luogo della terra, in nessuna altra epoca storica.</strong> Al riguardo, la storia delle “foibe” costituisce il paradigma più nitido e trasparente di quel <em>mix</em> di “guerra partigiana” e “odio ideologico” individuato da Carl Schmitt come la versione più attuale ed inquietante della “lotta partigiana” contemporanea, la quale specie grazie all’aiuto dell’ideologia marxista (Lenin e Mao, ma anche Tito), ha saputo portare al massimo grado le potenzialità della guerra civile come &#8220;guerra totale&#8221;, senza regole e senza vincoli spaziali, dal raggio distruttivo di azione potenzialmente illimitato (vedi il libro <em>la teoria del partigiano</em>, Adelphi, 2005): è comunque molto inquietante che, finito il Comunismo, che, sulla carta avrebbe dovuto costituire la prima fonte del caos mondiale, i focolai di tensione, di terrorismo, di odio etnico etc. si siano ulteriormente diffusi, assumendo fattezze endemiche e incredibilmente brutali  (pensiamo alla lotta nella Ex-Jugoslavia, all’efferatezza della guerra di Cecenia, al conflitto Irak-Curdi etc.). Questa moltiplicazione del caos etnico-terroristico attesta senza possibilità di equivoco che non dobbiamo farci illusioni sulla <em>freddezza</em> della tecnica politica: infatti, molto più della tecnica politica (clausewitziana, della “sicurezza geopolitica” degli Stati e zone di influenza) può il <em>calore</em> delle idee e della appartenenze identitarie e nazionalistiche (la storia della Jugoslavia lo dimostra, data la forte recrudescenza dei conflitti etnici negli anni 90). Come segnale di netta (ma promettente) controtendenza, però, deve essere ricordato che proprio dal popolo che più ha sofferto gli orrori della II Guerra Mondiale, prima da parte dei Nazisti, poi da parte dei Comunisti, ovvero dalla Polonia, sia partita (grazie alla riflessione del movimento di Solidarnosh) la più acuta e consapevole sensibilità per un’Europa unita: dove per Europa unita non si intende solo l’attuale ibrido congegno dell’unità monetaria ed economica (pure importante ed utile per riscattare la volontà di lavoro e di rivincita di molti popoli slavi già sotto il gioco comunista), quanto un’ Unità nel comune patrimonio della Civiltà Cristiana e dei veri diritti umani (vedi intervista a Geremek, storico esponente di Solidarnosh in <em>I due angoli della tavola Rotonda</em>, in Limes 05/2009- <em>A Est di Berlino</em>). Crediamo sia questa la strada maestra affinché nell’avvenire dell’Italia e dell’Europa (e del mondo) di “foibe” non si possa parlare mai più.</p>
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		<title>Il Giorno del ricordo: Arezzo commemora i martiri delle foibe</title>
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		<pubDate>Tue, 10 Feb 2009 05:45:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Armao</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica Nazionale]]></category>
		<category><![CDATA[Varie]]></category>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.arezzopolitica.it/2009/02/10/il-giorno-del-ricordo-arezzo-ricorda-le-vittime-delle-foibe/"><img align="left" hspace="5" width="150" src="http://i11.photobucket.com/albums/a188/laterradimezzo/foibe_civ.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="" title="" /></a>
di Antonino Armao
“La Repubblica riconosce il 10 febbraio quale Giorno del ricordo al fine di conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale”. Così recita l’art. 1 [...]]]></description>
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<p class="MsoNormal"><strong><a href="http://i11.photobucket.com/albums/a188/laterradimezzo/foibe_civ.jpg"><img class="alignleft" src="http://i11.photobucket.com/albums/a188/laterradimezzo/foibe_civ.jpg" alt="" width="433" height="270" /></a>di Antonino Armao</strong></p>
<p class="MsoNormal">“La Repubblica riconosce il 10 febbraio quale Giorno del ricordo al fine di conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale”. Così recita l’art. 1 della Legge 30 marzo 2004 n° 92. C’è voluta una legge del precedente Governo Berlusconi per istituire il giorno del ricordo per le vittime delle foibe, ma ancora c’è chi minimizza o addirittura giustifica quei massacri.<span id="more-763"></span></p>
<p class="MsoNormal">Con il termine &#8220;foibe&#8221; si intendono le uccisioni di migliaia di cittadini italiani compiute per motivi etnici-politici alla fine (e durante) la seconda guerra mondiale in Venezia Giulia e Dalmazia, per lo più compiuti dall&#8217;Armata Popolare di Liberazione della Jugoslavia. In misura minore e con diverse motivazioni furono coinvolti nei massacri anche cittadini italiani di nazionalità slovena e croata, oltre che alcuni cittadini di nazionalità tedesca e ungherese residenti a Fiume.</p>
<p class="MsoNormal">Nelle foibe sono stati gettati molti dei cadaveri delle persone eliminate dai partigiani jugoslavi. Le vittime civili e militari sono state fucilate e gettate in foiba. In alcuni casi, come è stato possibile documentare, furono precipitate nell&#8217;abisso non colpite o solo ferite.</p>
<p class="MsoNormal">Sebbene quest&#8217;ultima modalità di esecuzione fosse solo uno dei modi con cui vennero uccise le vittime dei partigiani di Tito, nella cultura popolare divenne il metodo di esecuzione per eccellenza ed un simbolo del massacro.</p>
<p class="MsoNormal">In realtà la maggior parte delle vittime, date per infoibate, sono stati inviate nei campi di concentramento jugoslavi dove molte furono uccise o morirono di stenti o malattia.</p>
<p class="MsoNormal">Tra i caduti figurano membri del Partito nazionale fascista, ufficiali e funzionari pubblici, parte dell’alta dirigenza italiana contraria sia al comunismo, sia al fascismo (tra cui compaiono numerosi capi di organizzazioni partigiane anti-fasciste) sloveni e croati anti-comunisti, collaboratori e nazionalisti radicali e semplici cittadini.</p>
<p class="MsoNormal">Nel dopoguerra e dopo, non furono mai effettuate stime scientifiche del numero delle vittime, che venivano usualmente indicate in 15.000 (e talvolta 20.000). Studi rigorosi sono stati effettuati solo a partire dagli anni &#8216;90. Una quantificazione precisa è impossibile, vi è infatti una generale mancanza di documenti, che spesso non furono nemmeno emanati dalle autorità jugoslave. Il governo jugoslavo (e successivamente quello croato) non ha inoltre mai accettato di partecipare a inchieste per determinare il numero di decessi. Gli studi effettuati valutano il numero delle vittime come compreso tra le 5.000 e le 11.000.</p>
<p class="MsoNormal">Negli anni successivi il P.C.I. contribuì a dare una visione alterata degli avvenimenti, volta a minimizzare e a giustificare le azioni dei comunisti jugoslavi. Di questo atteggiamento ne fecero le spese i profughi, ai quali fu ingiustamente cucita addosso l&#8217;odiosa nomea di &#8220;fascisti in fuga&#8221;.</p>
<p class="MsoNormal">A tutt&#8217;oggi, è diffuso in taluni ambienti comunisti e post-comunisti un atteggiamento che tende a minimizzare se non a giustificare gli eccidi.</p>
<p class="MsoNormal">Ed infatti questo, è il laconico comunicato emanato sabato scorso dal servizio comunicazione del Comune di Arezzo, senza una parola per commemorare davvero quei morti, ma solo per ottemperare ad un obbligo burocratico: “Anche Arezzo ricorderà le vittime delle foibe e l’esodo italiano da Fiume, dall’Istria e dalla Dalmazia. La cerimonia, con la deposizione di una corona di alloro si svolgerà martedì 10 febbraio alle ore 12 in Largo Martiri delle Foibe, all’angolo tra Via Petrarca e Via Leone Leoni. Alla cerimonia parteciperanno le autorità cittadine e verrà così onorato il Giorno del Ricordo istituito dalle legge n. 92 del 30 marzo 2004”.</p>
<p class="MsoNormal">E’ proprio vero che i morti non sono tutti uguali.</p>
<p class="MsoNormal"> </p>
<p><!--EndFragment--></p>
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