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	<title>Arezzo Polis &#187; europa</title>
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	<description>Cultura politica, dibattito pubblico.</description>
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		<title>L&#8217;ombra della dittatura in Europa</title>
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		<pubDate>Sun, 27 Nov 2011 10:08:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mugnai</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.arezzopolitica.it/2011/11/27/lombra-della-dittatura-in-europa/"><img align="left" hspace="5" width="150" height="150" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2011/11/bambini_europa_bandiereR439-150x150.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="bambini_europa_bandiereR439" title="bambini_europa_bandiereR439" /></a>di Federico Mugnai- Meglio essere liberi e poveri o schiavi e ricchi? Questa è la domanda che l’Italia e gran parte dell’Europa si deve porre. Stiamo assistendo ad una lenta ed inesorabile espropriazione della sovranità popolare da parte della Germania e dell’alta finanza senza nemmeno accorgersene. La democrazia quando deve rispondere alla tirannide dei mercati e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-8935" title="bambini_europa_bandiereR439" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2011/11/bambini_europa_bandiereR439.jpg" alt="bambini_europa_bandiereR439" width="450" height="290" />di <strong>Federico Mugnai-</strong> Meglio essere liberi e poveri o schiavi e ricchi? Questa è la domanda che l’Italia e gran parte dell’Europa si deve porre. Stiamo assistendo ad una lenta ed inesorabile espropriazione della sovranità popolare da parte della Germania e dell’alta finanza senza nemmeno accorgersene. La democrazia quando deve rispondere alla tirannide dei mercati e non alle esigenze di un popolo, quando cioè è sotto l’attacco dello spread, di quell’immensa forza impersonale, non è più reale e concreta, ma appare più come una grande finzione. Quando in ogni Paese in difficoltà le maggioranze di Governo sono costrette tramite voto popolare o come avvenuto in Italia cambio di Governo senza elezioni a lasciare il timone della propria Nazione, delegittimate sia all’interno che all’estero, c’è qualcosa che non va. Il problema è che chiunque vada al Governo è costretto dall’Ue e dai mercati ad applicare misure draconiane per il proprio Paese con conseguente perdita di consenso. E quindi non fa quasi più differenza se a capo di una Nazione ci sia la destra o la sinistra e le stesse elezioni perdono il loro profondo significato e valore, perché dietro la scelta del partito da votare c’è in realtà il plebiscito a favore dell’attuale sistema europeo. E’ come se ogni leader europeo (eccetto la Germania e in parte la Francia) avesse un fucile puntato alla tempia e fosse costretto sotto il ricatto dello spread e del rigore a dare un po’ di soldi e vettovaglie al soldato (L’Ue) a discapito della propria famiglia (la Nazione). Non era francamente questa l’Europa che sognavamo. Da tutto ciò è derivata gran parte della delegittimazione della politica e la grande speranza nella tecnocrazia. Attenzione però a non illuderci troppo presto. I tecnici sono abituati ad amministrare le cose e non le persone.  Da qui il pericolo di una deriva sansimoniana in Europa che può portare alla catastrofe. Ci potremmo trovare di fronte alla terrificante nozione di una grande gerarchia neofeudale, con i banchieri, gli industriale e i tecnici in cima, in cui tutto viene pianificato in un ordine rigoroso. Al centro dell’intera concezione sansimoniana sta la scienza, o lo scientismo- la convinzione che se le cose non si fanno obbedendo a una disciplina rigorosa, e se a farle non sono coloro che soli comprendono il materiale, umano e no, di cui il mondo è formato, il risultato saranno il caos e la frustrazione. Questo compito può essere assolto soltanto dall’èlite. E abissale infatti è oggi la distanza tra il comune cittadino e l’èlite mondiale che governa il mondo attraverso la speculazione finanziaria. Se in nome dello spread dobbiamo rinunciare ai diritti fondamentali e naturali, alla nostra sovranità nazionale, se dobbiamo piegarci alla volontà di istituzioni sovranazionali e invisibili subordinando tutto ciò che è immanente e trascendente in una Nazione, allora è la nostra libertà ad essere espropriata e con essa la nostra vita.  Allora si avvera quella terribile profezia di Saint-Simon: Le forze cosmiche (in questo caso l’alta finanza) sono considerate onnipotenti e indistruttibili; le speranze, i timori, le preghiere non valgono a farle scomparire. Alla fine rischiamo di vivere l’incubo in cui lo spread è superiore all’arte perché non dà luogo a fini indipendenti della vita umana, non fornisce esperienze che possano agire come criteri indipendenti del bene e del male, del vero e del falso. Il pericolo concreto è che se questa fase oscura che stiamo vivendo continuerà nel tempo, le forze radicali, ossia il nazionalismo e l’umanitarismo popolare potrebbero infiammare l’Europa intera. All’attuale dittatura mascherata subentrerebbe il volto cupo e rigido della dittatura vera e propria.</p>
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		<title>No al Fisco che espropria i cittadini- Contro il &#8220;pensiero unico&#8221; europeista del Governo Monti</title>
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		<pubDate>Wed, 23 Nov 2011 10:45:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Frabetti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.arezzopolitica.it/2011/11/23/no-al-fisco-che-espropria-i-cittadini-contro-il-pensiero-unico-europeista-del-governo-monti/"><img align="left" hspace="5" width="150" height="150" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2011/11/rubinetto_soldi-150x150.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="rubinetto_soldi" title="rubinetto_soldi" /></a>di Giorgio Frabetti- E’ immorale quello Stato che porta la pretesa tributaria ad un livello tale di pressione da annullare l’autonomia economica e di iniziativa dell’individuo e della società civile. Non è solo un libertarian come Antonio Martino a sostenere da sempre queste tesi, ma anche importanti frange del mondo cattolico. Sul pericolo che l’eccessiva fiscalità [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-8880" title="rubinetto_soldi" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2011/11/rubinetto_soldi.jpg" alt="rubinetto_soldi" width="410" height="263" />di <strong>Giorgio Frabetti</strong>- E’ immorale quello Stato che porta la pretesa tributaria ad un livello tale di pressione da annullare l’autonomia economica e di iniziativa dell’individuo e della società civile. Non è solo un <em>libertarian</em> come Antonio Martino a sostenere da sempre queste tesi, ma anche importanti frange del mondo cattolico. Sul pericolo che l’eccessiva fiscalità si traduca in una “socializzazione fredda”, ci ammonisce padre Eberhard Welty O.P.: “Se per socializzazione s’intende il passaggio della proprietà privata in proprietà pubblica&#8221;, &#8221;la socializzazione fredda è la socializzazione in forma larvata: non è operata attraverso l’espropriazione formale, ma mediante lo svuotamento e la privazione dei diritti, e <em>&#8220;questo &#8220;scalzamento&#8221; della proprietà privata conosce molte forme e vie&#8221;</em>, fra cui si possono rubricare la <em>partecipazione del potere pubblico al capitale azionario delle società anonime e di altre imprese</em>, il <em>risparmio forzato</em>— cioè la collezione di capitali in assicurazioni sociali e private, in enti, in base ai contributi —, e l’<em>accumulo di eccedenze di cassa</em>, attraverso tasse e altre contribuzioni<em>”. </em>Le parole di Padre Welty mantengono una straordinaria attualità. Magari in piena crisi finanziaria potrebbero sembrare utopistici e irrealistici questi discorsi: il “pareggio di bilancio” obbliga gli Stati a non andare per il sottile e la stessa Santa Romana Chiesa (aldilà delle critiche che le sono state rivolte) ha più volte ed energicamente invitato tutti gli italiani a non lesinare sulle tasse. Ciononostante, queste parole che ci invitano ad una ferma e severa vigilanza sui pericoli e sui potenziali ed abnormi riflessi espropriativi della fiscalità. Se, infatti, il Fisco arriva ad espropriare i cittadini, c’è qualcosa che non va “a monte” nell’edificio politico che tali prestazioni impone. Fino a non molto tempo fa, l’imputato numero uno della fiscalità arbitraria era considerato lo Stato (vedi ad esempio gli interventi di Pio XII che vedeva nell’uso distorto della fiscalità e della spesa pubblica l’anticamera dall’eresia comunista); oggi, l’imputato è l’Euro (e l’Europa). Se in nome della permanenza dell’Euro, se in nome del pericolo di <em>default</em> vengono imposti ai cittadini sacrifici depauperanti, tali da deprimerne ogni residuale capacità di consumo, sola speranza dell’economia, ciò significa una sola cosa: che l’Euro è un progetto fallimentare. Non cadiamo facili prede del “pensiero unico” europeista del Governo Tecnico, ma manteniamo vigile e ferma la critica: può darsi che se la moneta unica resta stabile, questo faciliti la stabilizzazione finanziaria dell’economia almeno sotto il profilo dell’<em>import-esport</em>. Ma ricordiamoci che l’Euro non è sopportato da economie omogenee e ognuna convergenti verso un certo livello di crescita: se il panico nei mercati finanziari sui debiti sovrani continua a diffondersi, nulla può escludere che anche l’Euro crolli e con esso l’Europa intera. Del resto, solo adesso iniziano a venire fuori falle e zone grigie nelle fasi di accettazione all’Euro delle economie europee: il caso clamoroso è proprio la Grecia, entrata nella moneta unica nel 2001, ma a seguito di accertamenti e verifiche contabili oggetto di pesanti critiche per presunte approssimazioni, omissioni (Loretta Napoleoni de <em>Il Contagio</em>, accusa apertamente la <em>Goldman Sachs</em> che all’epoca prestò la propria consulenza contabile e finanziaria per valutare la “convergenza” della Grecia nell’area Euro). Ecco perché oggi è quanto mai necessario, oltreché opportuno, che i cittadini non accettino i postulati europeisti del Governo Monti come un atto di fede, né accettino proni e come agnelli destinati al macello i sacrifici che il Governo proporrà in nome dell’Europa senza prima … vedere! Vedere, cioè, come al tavolo del <em>poker</em> se il gioco vale davvero la candela, vedere cioè se l’Euro è una prospettiva davvero vantaggiosa e realistica per cui vale la pena di sacrificarsi. Perché è evidente che se il prezzo da pagare è il dissanguare il potenziale di consumo e di risparmio dei cittadini italiani, se il prezzo da pagare è una “socializzazione fredda” dove a far la parte del leone sono solo le Banche, allora per l’Italia molto meglio uscire dall’Euro, e infischiarsene di FMI e UE scegliendo altre vie per la propria economia (soluzione islandese? Soluzione argentina?).</p>
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		<title>Fattori determinanti dell&#8217;attuale crisi</title>
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		<pubDate>Wed, 02 Nov 2011 19:42:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Armao</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.arezzopolitica.it/2011/11/02/fattori-determinanti-dellattuale-crisi/"><img align="left" hspace="5" width="150" src="http://intermarketandmore.finanza.com/files/2011/01/crisi-euro.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="" title="" /></a>di Francesco Checcacci da: www.lettotralerighe.it*
Sarebbe forse lecito aspettarsi da un economista un’analisi sulla situazione attuale del mercato, corredata da molti grafici e tabelle.
Quelle verranno (in realtà sono già pronte) ma al momento mi sembra più rilevante chiarificare due fattori importanti che, in combinazione, hanno portato l’attuale situazione europea ad un punto di difficile soluzione senza [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://intermarketandmore.finanza.com/files/2011/01/crisi-euro.jpg"><img class="alignleft" src="http://intermarketandmore.finanza.com/files/2011/01/crisi-euro.jpg" alt="" width="368" height="230" /></a>di Francesco Checcacci da: www.lettotralerighe.it*</strong></p>
<p>Sarebbe forse lecito aspettarsi da un economista un’analisi sulla situazione attuale del mercato, corredata da molti grafici e tabelle.</p>
<p>Quelle verranno (in realtà sono già pronte) ma al momento mi sembra più rilevante chiarificare due fattori importanti che, in combinazione, hanno portato l’attuale situazione europea ad un punto di difficile soluzione senza un cambiamento radicale di mentalità.</p>
<p>Il motto dei coloni americani durante la guerra d’indipendenza, recentemente usato ed abusato, era ‘no taxation without representation’, ovvero: nessuna tassazione senza rappresentanza. Gli americani non si lamentavano, come molti credono, del livello di tassazione troppo alto, anche perché pagavano molto meno dei cittadini inglesi. Volevano invece eleggere rappresentanti a Westminster, non un parlamento locale ma quello della madrepatria. Fu il rifiuto inglese a scatenare la guerra d’Indipendenza Americana. Molte altre guerre e rivoluzioni sono state scatenate dal fatto che chi pagava di più per il mantenimento del sistema non poteva prendere le decisioni più importanti, o perché completamente escluso dal processo decisionale o perché comunque in minoranza rispetto ai settori della società che stava effettivamente mantenendo.</p>
<p>Vi chiederete: cosa c’entra questo con la situazione attuale in Europa?</p>
<p>Ebbene ci sono due difetti di rappresentanza che rischiano di minare gli equilibri sociali, dato che hanno già minato quelli economici.</p>
<p>Il primo è comune a gran parte del mondo, e risulta proprio dalla democrazia a suffragio universale: in un mondo che invecchia i giovani che producono la maggior parte del reddito sono in minoranza rispetto alle generazioni più vecchie che più ricevono dallo Stato. Il risultato è una crescita di quelli che in Inglese si chiamano ‘entitlement’ proprio per distinguerli dai ‘right’. I ‘right’ sono diritti fondamentali, come quello alla sicurezza, gli ‘entitlement’ sono diritti accessori, che in italiano vengono spesso definiti ‘diritti acquisiti’. Per evitare la confusione in italiano useremo qui i termini inglesi. Chiaramente per mantenere ed aumentare gli entitlement, di cui per lo più godono i più anziani, bisogna aumentare le entrate dello Stato. Questo si può fare con un aumento delle tasse o del debito pubblico. L’aumento del debito è stato conseguenza della ricerca del consenso elettorale da parte dei partiti presso una popolazione in costante invecchiamento.</p>
<p>L’aumento del debito oggi, però, porta inevitabilmente a dover aumentare le tasse domani se i denari presi a prestito vengono utilizzati non per investimenti che potrebbero aumentare la ricchezza ma per pagare vari entitlement e la crescita degli apparati dello Stato ad essi preposti. Questo è il motivo principale che ha portato il debito di molti Stati a crescere in modo esponenziale dal secondo dopoguerra (in tempi passati gli Stati si indebitavano principalmente per sostenere guerre). Quest’analisi deve molto a quelle di Niall Ferguson, contenute specialmente in ‘The cash Nexus’ e ‘The ascent of money’. Un tipo di entitlement più tipicamente italiano, poi, sono le rendite di posizione di cui godono imprese monopolistiche od oligopolistiche statali o di proprietà di ambienti vicini alla politica. Anche questo è un privilegio che pagano tutti e di cui godono pochi.</p>
<p>Il secondo difetto di rappresentanza è invece tipico dell’Europa, dove le decisioni importanti vengono prese sempre più a Bruxelles e poi ratificate a livello nazionale, mentre gli elettori eleggono principalmente i governi nazionali e locali. Se è vero infatti che il Parlamento Europeo viene eletto, è altrettanto vero che la Commissione (sempre più un Governo) non viene eletta direttamente, ma nominata anche utilizzando logiche di interesse nazionale. In un vuoto di potere durante la crisi, poi, la Banca Centrale Europea ha dovuto prendere in mano la situazione più di una volta, dato che i meccanismi per le decisioni importanti richiedono in Europa molto tempo in quanto devono essere ratificate dai Parlamenti Nazionali. Ovviamente la BCE non è un organo elettivo.</p>
<p>Quest’ultimo difetto di rappresentanza sta creando disaffezione verso l’Europa in larga parte dell’opinione pubblica del Vecchio Continente.</p>
<p>Esistono modi per superare i due difetti che abbiamo individuato senza ricorrere a soluzioni radicali come la riduzione del suffragio, ma che hanno implicazioni molto forti dal punto di vista politico.</p>
<p>Per risolvere il problema generazionale è necessario introdurre un vincolo di bilancio non modificabile. Questo però deve andare oltre il pareggio, che può essere raggiunto con nuove tasse. Infatti le nuove tasse riducono la crescita mantenendo gli entitlement, essenzialmente penalizzando i giovani. Il vincolo necessario deve stabilire che una generazione non può lasciare più debito di quello che ha trovato (come sostiene Laurence Kotlikoff a proposito degli USA http://www.bloomberg.com/news/2011-08-03/generational-balance-not-budget-balance-laurence-kotlikoff.html). Esistono metodi in economia che permettono di misurare queste grandezze e che vertono intorno alla Contabilità Generazionale (Generational Accounting). L’unico modo equo per tutti di procedere è cioè ridurre gli entitlement e le rendite di posizione , di cui alla fine gode una minoranza ma che tutti pagano. Notiamo che in Italia in particolare il difetto di rappresentanza dei giovani si estende, per motivi simili, alla rappresentanza sindacale. La CGIL, principale sindacato italiano, riporta (http://www.cgil.it/tesseramento/default.aspx) nel 2010 una percentuale di pensionati di ben il 52.1%. Oltretutto la categoria di lavoratori attivi con percentuale più alta è quella della funzione pubblica, con il 7.1%. In sostanza quasi un 60% degli iscritti dipende da o lavora per gli entitlement. Un modo per risolvere questo difetto di rappresentanza è superare la contrattazione nazionale e concentrarsi su contratti aziendali. Passi incoraggianti sono stati compiuti in questo senso recentemente. Questi dati possono anche spiegare la forte resistenza al cambiamento da parte del sindacato.</p>
<p>Per risolvere il secondo problema è necessario, se si vuol continuare ad avere un’Unione Europea, accelerare l’integrazione politica dando però ai cittadini la possibilità di eleggere il Governo Europeo. E’ necessario cioè un ridimensionamento del livello decisionale nazionale e l’emergere di partiti Europei che riescano a proporre programmi coerenti per tutta l’Unione.</p>
<p>* <em>Francesco Checcacci è economista finanziario, si è laureato a Firenze e specializzato a Londra (Cass Business School). Ha inoltre ottenuto l&#8217;Investment Management Certificate e ricevuto la qualifica Chartered Financial Analyst (CFA). Dopo alcuni anni di esperienza internazionale tra la City di Londra e Parigi, dove ha lavorato tra gli altri per Morgan Stanley e Moody&#8217;s, ha deciso di tornare in Toscana, dove lavora presso una banca.<br />
Ha un suo blog: www.lettotralerighe.it da cui è tratto il presente articolo con il consenso dell&#8217;autore.</em></p>
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		<title>Euro e Grecia: il gioco vale la candela?</title>
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		<pubDate>Tue, 20 Sep 2011 17:06:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Frabetti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.arezzopolitica.it/2011/09/20/euro-e-grecia-il-gioco-vale-la-candela/"><img align="left" hspace="5" width="150" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2011/09/euro_salva_grecia_gif-580x425.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="euro_salva_grecia_gif-580x425" title="euro_salva_grecia_gif-580x425" /></a>Redazione- E&#8217; di ieri sera la notizia del cattivo esito dell&#8217;ispezione FMI in Grecia che ha gettato pesanti ombre sulla sostenibilita&#8217; del risanamento del deficit greco e ha avvicinato cupamente la prospettiva di un &#8216;default&#8217; ateniese. Anche perche&#8217; le fonti informative del Ministero delle Finanze greche hanno dichiarato che lo Stato greco puo&#8217; contare su [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignleft size-full wp-image-8333" title="euro_salva_grecia_gif-580x425" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2011/09/euro_salva_grecia_gif-580x425.jpg" alt="euro_salva_grecia_gif-580x425" width="464" height="340" />Redazione</strong>- E&#8217; di ieri sera la notizia del cattivo esito dell&#8217;ispezione FMI in Grecia che ha gettato pesanti ombre sulla sostenibilita&#8217; del risanamento del deficit greco e ha avvicinato cupamente la prospettiva di un &#8216;default&#8217; ateniese. Anche perche&#8217; le fonti informative del Ministero delle Finanze greche hanno dichiarato che lo Stato greco puo&#8217; contare su riserve di liquidita&#8217; solo fino a meta&#8217; ottobre. Grava sulla vicenda greca la pessimistica ed infausta previsione di Milton Freedman che, novella Cassandra, ritenne fin dal 1999 poco sostenibile la moneta unica, a causa del basso grado di integrazione fiscale e delle pesanti rigidita&#8217; nel mercato del lavoro. Una previsione parzialmente confermata dalla dura, ma drammatica dichiarazione della Cancelliera tedesca Angela Merkel, la quale ha fissato nel salvataggio greco la &#8216;linea del Piave&#8217; della tenuta dell&#8217;Euro. Davvero la vicenda greca si sta trasformando in un gioco a somma zero? Davvero tra salvezza dell&#8217;Euro e salvezza della Grecia c&#8217;e&#8217; incompatibilita&#8217;? Su questa lunghezza d&#8217;onda e&#8217; sintonizzato l&#8217;economista americano Desmond Lachman, il quale nel nr 52/2011 di Aspenia, ritiene irrealistico procedere alle cure draconiane imposte dal FMI senza permettere alla Grecia di uscire dall&#8217;Euro: con una moneta propria, infatti, la Grecia potra&#8217; operare con la leva della &#8217;svalutazione competitiva&#8217; e finanziare con una momentanea ripresa il rientro del deficit e degli aiuti FMI e UE. Una ricetta che funziono&#8217; per l&#8217;Italia del 1992, ma che non è chiaro se possa funzionare anche per la Grecia: per un paese, cioè, privo della forte riserva dell&#8217;industria artigianale e manifatturiera tipica dell&#8217;Italia e con un&#8217;economia fondata più&#8217; sul turismo (di qui la bolla immobiliare) e sul terziario (senza contare il pesante costo dei trasferimenti della pubblica amministrazione sotto forma di stipendi ai pubblici dipendenti). Con un&#8217;economia fatta di pubblici dipendenti, pare proprio non esserci alternativa ad una politica di riduzione del <em>deficit</em> e di privatizzazioni come indicato dal FMI e dalla UE: per ridurre prezzi e costi dei servizi e rilanciare la domanda interna ed estera. Ora e&#8217; la politica a recalcitrare, a non operare le necessarie privatizzazioni. E&#8217; una resistenza comprensibile da parte del Governo greco, ma che, a questo punto, deve essere colta più&#8217; in profondita&#8217; come sfiducia verso la UE come Istituzione, come valore. Abbiamo accettato l&#8217;Europa perche&#8217; doveva diventare lo scudo finanziario e monetario dei ns welfare: che fare quando tale scudo non funziona più&#8217;? E&#8217; evidente che la crisi attuale della Grecia e della UE deve diventare occasione per un complessivo esame di coscienza: se proprio ci si deve dissanguare per l&#8217;Europa, si pensi a crescere i poteri delle Istituzioni europee, in termini di performance di governo economico. Se il gioco vale la candela &#8230;</p>
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		<title>Intervista sulla destra, undicesima parte: Prezzolini e il &#8220;mito dell&#8217;Italia&#8221; terra d&#8217;incanto e culla dell&#8217;Europa</title>
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		<pubDate>Sat, 16 Apr 2011 11:00:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Frabetti</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-7033" title="made_in_italy" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2011/04/made_in_italy.jpg" alt="made_in_italy" width="420" height="350" />di <strong>Giorgio Frabetti</strong>- “L’Italia si svenò di uomini e di idee. Trasfuse in tutta Europa, e per conseguenza in tutto il mondo che ha adottato la civiltà occidentale, i propri concetti della Scienza …, dell’Arte …, del Pensiero. Nove decimi dei modi con i quali il mondo moderno ha coscienza di sé stesso, e che hanno servito alla sua grandezza derivano dall’Italia: salvo la democrazia e le libertà politiche, le leggi della ricchezza e dell’associazione umana, il valore del lavoro e della produzione meccanici”. Nelle precedenti puntate, abbiamo illustrato i giudizi sull’Italia di Prezzolini, essenzialmente su un versante (essenzialmente etico-politico): la constatazione del carattere “non moderno” dell’italiano, refrattario allo spirito liberale. Assenza da cui fa discendere il fallimento della Destra Storica, del radicamento del senso dello Stato tra gli italiani, la deriva trasformistica e autoritaria del fascismo, l’oscillazione degli italiani tra “una tendenza dispotica” ed una “tirannica”. In questo, Prezzolini si iscrive in un filone molto fortunato della letteratura politica italiana che va da Cuoco, a Melzi d’Eril, a Manzoni, a Gioberti ovvero la variazione sul tema, il “carattere degli italiani”. Ridurre però il giudizio di Prezzolini sull’Italia a questo (pure essenziale) aspetto sarebbe tragicamente riduttivo: in fondo, queste opere, come insegna Giulio Bollati, si inserivano in fondo in filoni politico-ideologici di stampo inconfondibilmente “giacobino”, nelle quali lo scrittore di turno, partendo dal presupposto di detenere il “marchio DOC” dell’italianità, si arrogava il diritto a stabilire “le norme di appartenenza”, le esclusioni e le promozioni o le esclusioni, in un’ottica essenzialmente politico-partigiana (con un continuum anche nelle invettive “anti italiane” di Calamandrei, Gobetti e Salvemini ai tempi del fascismo). In Prezzolini, invece, si trova tutt&#8217; altro spirito. In particolare, lo specifico e l’originalità della riflessione prezzoliniana risalta particolarmente (in confronto con una storia della letteratura italiana ancora troppo tarata su schemi “nazionalistici” alla De Sanctis) nella riscoperta delle figure dell’Avventuriero, dell’Artusi, del Galateo di Della Casa, della Commedia dell’Arte e dell’Opera Lirica, come “prototipi DOC” di italianità: con ciò appunto centrando un aspetto essenziale della cultura italiana, così incentrata sul <em>soft power</em> della “sociabilità”, anche letteraria, piuttosto che sull’<em>hard power</em> delle imprese militari e dello Stato, cogliendo con una straordinaria veduta di sintesi aspetti sociologici, di costume, storici e letterari insieme cui mai nessun Natalino Sapegno e Francesco De Sanctis erano mai giunti. In questo L’<em>Italia finisce</em> tra le varie opere di questo secondo dopoguerra che hanno ripercorso le file dell’ “Italianità letteraria” è di un livello tuttora insuperato, non raggiunto nemmeno dalla pur rilevante opera di Giulio Bollati che pure rappresenta il più maturo filone post-gramsciano. Prezzolini, in altre parole, ritrova una visione dell’Italia culturale del tutto affine alle cadenze del Viaggiatore goethiano in Italia, ritrovando cioè una visione dell’Italia propria, ad esempio, di certa <em>intellighenzia</em> settecentesca (essenzialmente massonica, ma anche oltre) e ritrovando così il “mito” dell’Italia come “luogo di sociabilità” culturale ed estetica. Ciò posto, si impone a chi oggi ripercorra la riflessione prezzoliniana su questo specifico punto, la singolare impressione di “inattualità” e di apparente “eccentricità” di questa singolare posizione. Un problema come vedremo che merita di essere scandagliato adeguatamente in una critica finalmente matura di Giuseppe Prezzolini. In effetti, a prima vista, la posizione di Prezzolini sulla cultura italiana restituisce un quadro “anni luce” distante e alternativo (se non antagonista) alla visione di cultura “impegnata” (vuoi nella versione illuministica, vuoi nella versione positivista, vuoi nella versione hegeliana) che sarà organica agli Stati Nazionali europei maturi (esperienza che in Italia in effetti fu lacunosa). Attenzione, però, a non lasciarsi troppo sopraffare dalle apparenze. Cominciamo con ordine. Anzitutto, l’opera prezzoliniana apre spunti di riflessione in molteplici e svariatissime direzioni (anche con il rischio di perdersi in mille rivoli). Da queste pagine, cioè, si può trarre spunto per un rinnovamento degli studi di letteratura italiana; ma si può trarre spunto per note di costume, ovvero per note di psicologia e spicciola aneddotica. Certo, Prezzolini illumina non poco il “colore” locale della vita italiana e spiega perché la stessa politica e vita sociale in Italia presenti una colorazione di un certo tipo rispetto ad un’altra; perché, ad esempio, il “carattere trasformista” vi abbia in Italia una netta prevalenza sulla classica lotta di partiti e di idee. Se infatti l’Italia ha dato il meglio di sé (il <em>made in Italy</em>) nel cibo, nell’eleganza, nella musica, nell’intrattenimento, ciò è indubbiamente anche il riflesso di un’indole di carattere dove gli affari sociali tendono in qualche modo a risolversi sempre nei <em>budoir</em> dei “piccoli circuiti” privati (più spesso familistici), piuttosto che nei dibattiti aperti e pubblici. Di qui, alcune caratteristiche contraddizioni italiane: dove a parole tutti sono cattolici e dove l’irreligiosità è diffusissima e con essa la più ampia libertà di costumi; segno, che ad esempio, la una religione che più spesso è vissuta come “cifra di <em>clan</em>”; ovvero come “protocollo di buone maniere sociali” (e talora di presentabilità sociale) che come progetto di vita e di impegno. Il discorso potrebbe continuare all’infinito, ma siamo costretti a fermarci a queste pallide esemplificazioni. Non possiamo comunque evitare di cogliere nella riflessione prezzoliniana alcuni aspetti, molto utili per tratteggiare i filoni “meta-politici”. Il carattere “universale” della “civiltà” italiana non può non portarci a considerare la parallela tesi di chi ravvisa nell’Italia una naturale “avanguardia europeista”, ovvero come Nazione che, non sviluppatasi come Stato Nazionale al passo degli altri Stati, era però, nel suo coacervo di dominazioni spagnole, francesi etc., avrebbe però “anticipato” come una specie di “laboratorio politico” l’idea politica “europea”: questo ad esempio è il filone sulla quale è sviluppata la riflessione storiografica di Rosario Romeo. Su un altro versante, si ritrova, però, lo stesso Prezzolini, quando ravvisa nel carattere universale dell’Italia la possibilità che il <em>BelPaese</em> ritrovi un sia pur residuale ruolo di “faro della civiltà” in un Occidente in crisi, motivando addirittura la stesura di un libro come L’<em>Italia finisce</em> alla concomitanza della partecipazione dell’Italia al consesso europeo: “L’Italia, partecipando allo sforzo di molte nazioni desiderose giustamente di non diventare asiatiche per forza della Russia, si unisce ad essere per fondarsi in un’Europa capace di resisterle. (…). E’ il solo modo che ha di salvare quel poco che salvò nel secolo XVII e XVIII, quando la sua soggezione politica ai Paesi europei più forti fu quasi completa, ma l’Italia restò diversa per cultura”. Scorrendo altri libri come il <em>Manifesto</em> ci si accorge (il tema è già trattato nella nona puntata) che Prezzolini, in questa parte, rivaluta moltissimo il ruolo del cattolicesimo romano come “fattore di civiltà”: e accentuerà questa riflessione, tanto più vedrà l’Europa aggredita dalla “catastrofe” del 1968. Ora, se è vero che, finita o declinante l’èra dei geni della letteratura, delle scienze, dei Condottieri etc. l’Italia sviluppò un precoce <em>made in Italy</em> in cui lo “stile italiano” inteso come stile, vagamente estetizzante, di coltivare il bello, l’arte, il mangiar bene, la buona tavola, le buone maniere, non si può con ciò cadere nell’illusione di fare dell’Italia una “nazione di esteti”. Come insegna, infatti, un grande politologo come Carl Schmitt, quando nella vita di una comunità civile i fattori estetici prendono il sopravvento, ciò prelude soltanto ad una prossima riorganizzazione dei rapporti sociali in termini più aggressivamente economicistici (e borghesi- capitalistici). Schmitt si riferiva soprattutto alla grande esperienza del romanticismo, da lui ritenuta prodromica alla grande espansione capitalistica e imperialistica del XIX secolo. Ma nulla impedisce il parallelismo con il XVIII secolo italiano che, come insegnano ormai gli storici, segnò l’indubbio convergere dello sviluppo economico e sociale della penisola su <em>standard</em> europei, pienamente sincroni, quindi, con le rivendicazioni che esploderanno con la Rivoluzione dell’89 (che altro non segnerà che il punto di non ritorno di una feudalità, incapace di reggere il tumultuoso cavalcare verso il capitalismo e la modernizzazione dell’Europa, anche a causa della Rivoluzione industriale inglese). Ed è ormai pacificamente riconosciuto che proprio questo allineamento sociale, economico, demografico dell’Italia all’Europa sarà alla base dell’unificazione statuale del 1861, la quale in quest’ottica perde quel carattere di “accidente” che Prezzolini e molti vi riconoscono. In questo, si può parzialmente recuperare il valore delle tesi di Romeo, tese a rivalutare l’allineamento dell’Italia, almeno nei suoi tratti fondamentali, allo sviluppo europeo, senza quindi costituire una vera “eccezione”, con buona pace degli “anti-italiani” Gobetti, Salvemini etc. Certo, l’Italia arriverà in ritardo all’appuntamento dell’unificazione con le altre Nazioni (ma anche la Germania); ma sulla crisi nazionale dell’Italia pesano sopratutto le peculiari vicende dell’08 settembre 1943. Lette in questo contesto, quindi, le riflessioni di Prezzolini certo si presentano molto meno inattuali e astrattamente letterarie di quanto sembrano in apparenza. Non può a questo punto ignorarsi il monito di Benedetto Croce sull’illusorietà di una storia solo erudita e staccata dall’attualità (anche per la sua severa adesione al realismo e all’ “utilitarismo” storiografico di Cuoco, De Sanctis): “Qual è il carattere di un popolo? La sua storia, tutta la sua storia nient’altro che la sua storia”. Senza poterci dilungare nell’esegesi di queste affascinanti parole, resta l’ammonimento del grande filosofo a trattenere come indicazione utile per la storia non gli aspetti di dettaglio di un’epoca, di un personaggio, quanto la direzione complessiva di un’epoca, colta sul lungo periodo. E il lungo periodo anche oggi appartiene all’idea liberale, come la storia europea continua a dimostrare: nella quale l’Italia si inserisce come condizione più adeguata e progredita di “società aperta”, con tutti gli impegni e le obbligazioni (non solo intellettuali, ma anche morali e politiche) che ne derivano per l’Italia di oggi e di domani. Per quanto riguarda Prezzolini, deve dirsi che fu proprio grazie a questa rivisitazione a 360° gradi della storia italiana che impedì al Ns., sempre pessimista sulle vicende italiane del XX Secolo, di deragliare in quegli atteggiamenti “anti-italiani” e disfattisti. Atteggiamenti cui invece aderirono, su posizioni antifasciste, altri amici (Gobetti, Salvemini) che pure condividevano la visione avanzata del liberalismo del Ns. Fu, quindi,  grazie a questo che Prezzolini riuscì a rimanere anche nel secondo dopoguerra testimone e riferimento credibile della storia e delle identità italiane, oltre le lotte ideologiche e non tra le fazioni che dilacerarono l’Italia nel XX Secolo.</p>
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		<title>Immigrazione: quando la casa brucia.</title>
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		<pubDate>Mon, 11 Apr 2011 22:45:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Armao</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.arezzopolitica.it/2011/04/11/immigrazione-quando-la-casa-brucia/"><img align="left" hspace="5" width="150" src="http://www.varese7press.it/wp-content/uploads/2011/03/guerra-libia.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="" title="" /></a>di Antonino Armao - Quando la casa brucia, prima di tutto spegni l’incendio; solo dopo si cerca chi lo ha causato. Se è la casa del tuo vicino che brucia, ti conviene aiutarlo a spegnere l’incendio anche se per questo non sarai pagato.
Queste sante parole forgiate da Pietro Ichino a proposito della crisi finanziaria, si [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://www.varese7press.it/wp-content/uploads/2011/03/guerra-libia.jpg"><img class="alignleft" src="http://www.varese7press.it/wp-content/uploads/2011/03/guerra-libia.jpg" alt="" width="388" height="241" /></a>di Antonino Armao -</strong> <em>Quando la casa brucia, prima di tutto spegni l’incendio; solo dopo si cerca chi lo ha causato. Se è la casa del tuo vicino che brucia, ti conviene aiutarlo a spegnere l’incendio anche se per questo non sarai pagato.</em></p>
<p>Queste sante parole forgiate da Pietro Ichino a proposito della crisi finanziaria, si adattano ora perfettamente alle sfide che la nuova emergenza immigrazione impone sia alla maggioranza che all&#8217;opposizione in Italia sia nei rapporti tra gli Stati europei.</p>
<p>La crisi mediterranea ha fatto deflagrare conflitti latenti e sempre sopiti in ragione di logiche mercantili ed economiche prevalenti.</p>
<p>Di fronte alle ondate migratorie, gestite malissimo, ed al rischio concreto che le contorsioni geopolitiche facciano esplodere i rapporti già precari tra le nazioni, è concreto il pericolo che si materializzi la balcanizzazione del Vecchio Continente (e del nostro Paese).</p>
<p>La piccola politica, davanti a tutto questo non serve più: anzi, al cospetto dei danni che ha prodotto, sarebbe bene che la si archiviasse con estrema urgenza.</p>
<p>I migranti, per quanto numerosi arrivati in Italia in questi mesi, fanno ridere se si pensa alle masse che potrebbero giungere dall&#8217;Africa e dall’Asia nei prossimi anni in un’Europa che ha rinunciato ad elaborare una politica demografica, preferendo concentrarsi sulla meschina conservazione dell&#8217;esistente che sarà travolto dai nuovi ingressi.</p>
<p>Mentre il fronte anglo-franco-tedesco ritiene di poter menare le danze in Europa, stringendo una miope alleanza sostanzialmente contro l&#8217;Italia, dalla sponda sud del Mediterraneo si stanno muovendo falangi di disperati che in tutti modi cercheranno di faranno valere la loro forza.</p>
<p>Come si comporteranno Cameron, Sarkozy, Merkel e compagnia cantante? Spareranno su chiunque voglia “sfondare” le loro frontiere? E&#8217; follia soltanto pensarlo.</p>
<p>Se l&#8217;Europa ha ancora un senso lo dimostri, senza che suoi membri si arrocchino nell&#8217;inutile difesa del loro egoismo: vi sono fenomeni, come l&#8217;immigrazione, che non possono essere respinti facendo finta che riguardino altri.</p>
<p>Di tutto questo dovrebbero esserne consapevoli soprattutto i politici italiani che in questi giorni di tormenti europei se le danno di santa ragione sulla questione della “patata bollente”. Ma tant&#8217;è. Dobbiamo rassegnarci.</p>
<p>Invece di fare fronte comune davanti ad un fenomeno destinato a cambiare l’Europa così come la conosciamo, i moribondi di Montecitorio mandano in onda (anche nel senso di diretta televisiva) il solito squallido show che abbiamo visto tante volte, nel tentativo di impedire l&#8217;approvazione di una qualsiasi legge voluta dalla maggioranza o di screditare chi Governa anche se questo espone il Paese al pubblico ludibrio in eurovisione.</p>
<p>Di questa miseria dovremo purtroppo occuparci, mentre le nostre frontiere tremano sotto l&#8217;onda dell&#8217;urto che viene dall&#8217;Africa. Ognuno ha quel che si merita. Ma c&#8217;è un limite a tutto. E credo, francamente, che sia stato abbondantemente superato.</p>
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		<title>Tremonti e l&#8217;Europa che verrà</title>
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		<pubDate>Wed, 12 Jan 2011 22:21:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mugnai</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.arezzopolitica.it/2011/01/12/tremonti-e-leuropa-che-verra/"><img align="left" hspace="5" width="150" height="150" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2011/01/tremonti_bruxelles-150x150.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="tremonti_bruxelles" title="tremonti_bruxelles" /></a>di Federico Mugnai &#8211; «Siamo sicuri che tutto sta andando bene?». L&#8217;interrogativo di Tremonti sull&#8217;attuale situazione economico-finanziaria apre a nuove prospettive per l&#8217;Europa. Non si tratta infatti della classica domanda tesa soltanto ad incutere paura; anzi si tratta di un interrogativo che propone nuovi scenari. Infatti, ha continuato Tremonti, si sta verificando una situazione per cui viene [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-6075" title="tremonti_bruxelles" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2011/01/tremonti_bruxelles-300x212.jpg" alt="tremonti_bruxelles" width="300" height="212" />di <strong>Federico Mugnai</strong> &#8211; «Siamo sicuri che tutto sta andando bene?». L&#8217;interrogativo di Tremonti sull&#8217;attuale situazione economico-finanziaria apre a nuove prospettive per l&#8217;Europa. Non si tratta infatti della classica domanda tesa soltanto ad incutere paura; anzi si tratta di un interrogativo che propone nuovi scenari. Infatti, ha continuato Tremonti, si sta verificando una situazione per cui viene attaccato (dai mercati finanziari &#8211; ndr) un paese dopo l&#8217;altro, «come accadde fra Orazi e Curiazi».«Se si guarda al futuro geopolitico è evidente che la competizione &#8211; ha sottolineato il ministro &#8211; è tra continenti» e per questo è necessario che l&#8217;Europa abbia un ruolo nel suo insieme. «La crisi &#8211; ha detto Tremonti parlando ancora dei suoi effetti sull&#8217;Europa &#8211; ha mantenuto i confini politici ma non ha mantenuto i confini economici e il rischio è senza confini. «Se si guarda alla mappa geopolitica del mondo &#8211; ha detto &#8211; è facile vedere che le interazioni e la competizione sono tra blocchi continentali: è la fine dell&#8217;era degli Stati nazione. Ma  l&#8217;Europa, nonostante sia il blocco più grande, più ricco e storicamente più forte, non è ancora un blocco».  Per Tremonti è quindi in atto un processo di cambiamento istituzionale e politico importante in Europa. «È in atto un processo che si fonda su quattro pilastri: ruolo più attivo della Bce, il Fondo di stabilizzazione finanziaria che dovrebbe essere completato con la proposta di Eurobond, disciplina di bilancio in tutti i paesi, il semestre europeo.&#8221; Infine il grande auspicio di Tremonti, riprendendo le parole di Winston Chuchill del 1946 che guardava alle macerie dell&#8217;Europa dopo il secondo conflitto mondiale: &#8220;Che l&#8217;Europa  risorga.&#8221; Nelle parole di Tremonti è facile cogliere l&#8217;auspicio per una fase nuova dell&#8217;Euoropa, finalmente protagonista e non subalterna a nessuno. La fine della seconda guerra mondiale aveva decretato la fine dell&#8217;Europa come centro geopolitico, a favore degli Stati Uniti e dell&#8217;Urss. La caduta del Muro di Berlino avrebbe dovuto ristabilire un equilibrio tra Usa ed Europa ed invece a causa della globalizzazione ha visto l&#8217;emergere della Cina ad est. E&#8217; partendo da questa considerazione di fondo che Tremonti richiede all&#8217;Europa la creazione di una unione federale tra gli stati per uscire finalmente dall&#8217;epoca della decadenza. E&#8217; la decadenza il tratto caratteristico dell&#8217;Europa e dell&#8217;Occidente moderno; un tramonto quello dell&#8217;Occidente già previsto da Spengler a partire dagli anni venti del XX secolo e che, seppur con sbocchi finali diversi e senza grossi spargimenti di sangue si sta avverando, con il lento ed inesorabile insorgere delle potenze asiatiche. E&#8217; anche vero che per creare una Europa federale ci vuole tempo e coraggio. L&#8217;attuale Europa è solo un aggregato economico e un insieme burocratico.  Come scrive Tremonti nel suo bestseller &#8220;La paura e la speranza&#8221;: &#8220;l&#8217;Europa non sopravvive se si ferma all&#8217;economia.&#8221; E sempre nello stesso libro, Tremonti fa una riflessione che mostra l&#8217;attuale stato di prostrazione dell&#8217;Europa: &#8220;In Cina la Bibbia diventa il bestseller dei giovani. Un Paese che ha praticato l&#8217;ateismo di Stato per quasi un secolo si apre al cristianesimo! L&#8217;Europa, invece, rinnega le proprie radici giudaico-cristiane, forse perchè non si tratta di valori espressi in euro! Chi non sa difendere le proprie idee ha già perso la sfida del confronto con gli altri. Gli islamici mettono in gioco la propria vita per l&#8217;Islam, noi non sappiamo neppure dirci cristiani. Un continente che parla con una sola voce di economia, ma non di valori spirituali, è un&#8217;entità solo nominale. Questo è un segno di decadenza, molto più degli indicatori di sviluppo dell&#8217;economia.&#8221; Siamo purtroppo figli della secolarizzazione e del 68&#8242;, che non poco hanno contribuito a far emergere il pensiero &#8220;debole&#8221; . Perchè l&#8217;essenza del 68&#8242; risiede precisamente nell&#8217;assenza dei valori, nel nichilismo e nella decivilizzazione prodotta dal relativismo. Sapremo risorgere da queste macerie? Si, solo se sapremo guardare avanti senza trascurare il patrimonio ideale, culturale e storico dell&#8217;Europa.</p>
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		<title>Le rivelazioni di Wikileaks: quando il Segreto di Stato è ridotto a burla</title>
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		<pubDate>Sun, 28 Nov 2010 00:43:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Frabetti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica Internazionale]]></category>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.arezzopolitica.it/2010/11/28/le-rivelazioni-di-wikileaks-quando-il-segreto-di-stato-e-ridotto-a-burla/"><img align="left" hspace="5" width="150" height="150" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/11/war_games_war_room-150x150.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="war_games_war_room" title="war_games_war_room" /></a>(Redazione) Pubblichiamo un commento sulla sconcertante notizia delle “informazioni riservate” relative alla Sicurezza USA pubblicate da Wikileaks. Internet è esaltato come spazio di comunicazione e di trasparenza. Ma è davvero così lecito per il mondo degli hacker sfidare le naturali esigenze di segretezza sugli affari di Stato e di difesa? Fino a prova contraria, in [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignleft size-full wp-image-5707" title="war_games_war_room" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/11/war_games_war_room.jpg" alt="war_games_war_room" width="373" height="280" />(Redazione) Pubblichiamo un commento sulla sconcertante notizia delle “informazioni riservate” relative alla Sicurezza USA pubblicate da <em>Wikileaks</em>. Internet è esaltato come spazio di comunicazione e di trasparenza. Ma è davvero così lecito per il mondo degli <em>hacker</em> sfidare le naturali esigenze di segretezza sugli affari di Stato e di difesa? Fino a prova contraria, in tutti gli Stati ci sono leggi a questo proposito. Crediamo che la prima seria riflessione da fare per regolamentare Internet (oggi spazio del tutto <em>free</em>) sia proprio questo delicatissimo e nevralgico settore. Altrimenti, al rete, da luogo di scambio e di libertà, diventa luogo di destabilizzazione dai più imprevedibili effetti.</strong></p>
<p>Wikileaks sta per pubblicare 2.7 milioni di documenti diplomatici statunitensi, puntanto così al cuore della proiezione internazionale degli Stati Uniti. Sottratti illegalmente (con l&#8217;aiuto di una persona già agli arresti secondo indiscrezioni) e trafugati dal <em>Secret Internet Protocol Router Network, </em>ovvero la rete di connessione integrata tra il Dipartimento di Stato USA e il Dipartimento della Difesa, la pubblicazione di questi documenti rischiano di trascinare il campo occidentale in una crisi internazionale maggiore. Dopo la messa in linea di documenti sensibili su Iraq e Afghanistan negli scorsi mesi, Wikileaks - il cui fondatore Julian Assange é ricercato dall&#8217;Interpol su mandato d&#8217;arresto delle autorità giudiziarie svedesi per molestie sessuali –  sta scatenando un putiferio internazionale. Di questi dispacci molto si è parlato in questi giorni. Molti riguarderebbero paesi alleati degli USA quali l&#8217;Australia, il Canada, Israele, la Norvegia, la Germania, l&#8217;Inghilterra, la Francia, l&#8217;Arabia Saudita solo per citarne alcuni. Ma anche India e Cina. L&#8217;eventualità di una loro pubblicazione ha spinto il Dipartimento di Stato USA a formulare preventive scuse su possibili “imbarazzanti rivelazioni”. Imbarazzanti, è proprio il caso di dirlo. Come quelle anticipate da un articolo comparso sul quotidiano londinese al-hayat, nel quale si afferma che il governo turco di Erdogan, alleato NATO degli USA, avrebbe aiutato elementi prossimi ad al-Qaida, favorendone lo smercio di armi in Iraq. Una rivelazione a cui farebbe da contro altare il sostengo politico che Washington avrebbe fornito al PKK, il partito curdo da decenni in guerra con Ankara. Non solo. Trapelerebbero infatti indiscrezioni anche sul presidente russo Vladimir Putin, il premier Netanyahu e il presidente pachistano al-Zardari e quello afghano Karzai.  Anche l&#8217;Italia sarebbe coinvolta. Ieri ministro Frattini ha dichiarato che, per quanto riguarda il nostro paese, secondo le informazioni fornitegli direttamente dal Dipartimento di Stato, quelli che trapelerebbero sarebbero solamente  dei “documenti di scenario”. Il ministro ha inoltre confermato che “gli USA non commenteranno i documenti, dato che classificati.”. Oggi il ministro della difesa La Russa ha voluto rasserenare quanti temono che la prossima pubblicazione possa avere delle conseguenze nei rapporti tra Washington e Roma: &#8220;Non credo che qualsiasi carteggio possa mettere a repentaglio la sicurezza dei nostri soldati nè mettere in discussione il nostro ruolo e la nostra amicizia con gli altri Stati della Nato e della missione internazionale in Afghanistan.&#8221;  Gli faceva eco il sen. del PDL Quagliariello il quale, rifiutando i tentativi di bassa strumentalizzazione politica che da qualche ora si susseguono sulla faccenda, ha fatto presente che “qualora dovessero essere divulgati i documenti da parte di wikileaks, sarebbe quanto mai importante che essi vengano contestualizzati nell&#8217;ambito dei rapporti fra gli Stati e della correlata attività diplomatica fatta anche di scenari, di indiscrezioni, di ipotesi.”. Il senatore ha ricordato inoltre che &#8220;chiunque abbia messo piede in un archivio diplomatico sa che questo è l&#8217;unico metro di lettura possibile. Ed è quello che fin da ora bisogna impegnarsi ad adottare contro il rischio di un voyeurismo teso a destabilizzare il rapporto tra Italia e Stati Uniti, un punto fermo che nessuno potrà mai mettere in discussione.&#8221;.  Nella fattispecie, il lasso temporale coperto dai dispacci diplomatici dovrebbe coprire il triennio 2006-2009. Si tratterebbe nel caso italiano dunque dell&#8217;ultimo governo Prodi e delle sue relazioni (spesso travagliate) con il presidente Bush da una parte, e le relazioni tra Berlusconi e il neo-presidente Obama dall&#8217;altra. Sul lato USA, all&#8217;ambasciata statunitense di Roma, le bocche sono cucite. Contattati ieri dall&#8217;Occidentale, membri della presidio diplomatico statunitense, hanno &#8216;cordialmente&#8217; minimizzato l&#8217;enfasi con cui ieri alcuni giornali italiani hanno aperto certe prime pagine, negando di aver passato le scorse notti a chiamare politici e giornalisti per scusarsi preventivamente. “No, niente di tutto questo. In più eravamo sotto <em>Thanksgiving</em>!”, ha dichiarato sorridendo un membro dell&#8217;ambasciata. Il messaggio è stato: &#8216;abbiamo delle regole e il nostro compito è tenere chiuse le bocche&#8217;. Da Washington è infatti partito un ordine di “no comment”,  <em>ante</em> e <em>post</em> pubblicazione. Ma allora, se questi documenti non sono stati ancora pubblicati da wikileaks, come se ne conoscono, ancorché vagamente, i contenuti? A rispondere a questa domanda è un pezzo comparso sul <em>Washington Post</em>. Si ricorda che già in passato wikileaks ha proposto ad alcune testate giornalistiche stralci dei documenti trafugati in cambio di un accordo di concordata pubblicazione dei documenti stessi e dei relativi pezzi a corredo. Non v&#8217;è dubbio che anche questa volta si sia verificato lo stesso basso mercanteggiamento al quale pare abbiano partecipato, a quanto se ne sa, tre “giornaloni” di fama internazionale: <em>Der</em> <em>Spiegel</em>, <em>The Guardian</em> e il <em>New York Times</em>. Quest&#8217;ultimo sarebbe reo, secondo <em>Wikileaks</em>, d&#8217;aver &#8216;rotto il patto&#8217; e d&#8217;aver conferito un sommario del contenuto dei documenti trafugati (e forse anche di più)  alla Casa Bianca, tanto da mandare su tutte le furie <em>Wikileaks</em>. Utilizzando <em>twitter</em>, la redazione di <em>Wikileaks</em> ha spedito un “cinguettio”, accusando il quotidiano di New York  “d&#8217;aver spiattellato tutti i dispacci d&#8217;ambasciata alla Casa Bianca, la quale a sua volta avrebbe spiattellato tutto a ogni dittatoruncolo di questo mondo prima della loro pubblicazione”. Ignoriamo le ragioni per le quali il NYTimes abbia &#8216;rotto&#8217; l&#8217;accordo. Forse per non urtare la Casa Bianca? Chissà! Quello che è certo, è che l&#8217;immagine degli USA che emerge da questa “terza crisi&#8221; <em>Wikileaks</em>, rischia di portare con sé un costo alto in termini politico-diplomatici. Molti giornalisti d&#8217;oltreoceano, soprattutto in campo conservatore, si pongono la seguente domanda: &#8217;si tratterà <em>solo</em> di un doloroso “danneggiamento degli interessi nazionali statunitensi”, come ha previsto Philip Crowley, portavoce del Dipartimento di Stato Usa, oppure <em>solo</em> di un vacuo (e disastroso) imbarazzo per il Dipartimento di Stato e il Dipartimento della Difesa?&#8217; Tra poco, purtroppo, sapremo la risposta.</p>
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		<title>Mai più le foibe: Giornata del Ricordo 2010</title>
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		<pubDate>Tue, 09 Feb 2010 23:20:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Frabetti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.arezzopolitica.it/2010/02/10/mai-piu-le-foibe-giornata-del-ricordo-2010/"><img align="left" hspace="5" width="150" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/02/foibe1.bmp" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="foibe" title="" /></a>di Giorgio Frabetti- In questa Giornata del Ricordo 2010, è doveroso fare memoria come delle “foibe italiane”, così di quelle che potremmo chiamare “foibe perenni”, ovvero di tutti i momenti della storia passata e presente (non solo italiana), in cui conflitti a sfondo etnico sono stati risolti con stragi ed eccidi, specie di civili indifesi. Innanzitutto, le [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-3359" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/02/foibe1.bmp" alt="foibe" />di <strong>Giorgio Frabetti</strong>- In questa <em>Giornata del Ricordo</em> 2010, è doveroso fare memoria come delle “foibe italiane”, così di quelle che potremmo chiamare “foibe perenni”, ovvero di tutti i momenti della storia passata e presente (non solo italiana), in cui conflitti a sfondo etnico sono stati risolti con stragi ed eccidi, specie di civili indifesi. Innanzitutto, le “foibe italiane”: una stagione unica nel suo orrore, che tante cicatrici ha lasciato nelle popolazioni istriane e della ex- Venezia Giulia, che hanno dovuto subire la morte dei loro cari per opera dei titini, la confisca dei loro beni e delle loro sostanze e l’emigrazione in Italia (per i più fortunati). A completamento, poi, di questa già tormentata <em>via crucis</em>, sulle “foibe” è, da ultimo, colpevolmente calata un’umiliante <em>damnatio memoriae</em>: per colpa dei comunisti, infatti, in Italia dell’Istria e delle razzie dei titini era vietato parlare (come per decenni, in Germania fu vietato parlare dei campi di sterminio). Sull’argomento, Aldo Bricco, partigiano bianco, deceduto nel 2005, superstite dal tremendo eccidio della Brigata Osoppo a Porzus ha lasciato una testimonianza agghiacciante: &#8220;tutti i rossi misero mano alle armi e fecero fuoco. Era un inferno, una strage, e noi non potevamo neanche reagire…”. Per quanto riguarda le responsabilità e le omertà che <em>in alto loco</em> hanno favorito l’impunità degli assassini italiani, molto è stato scritto. Tra i responsabili, alcuni hanno usufruito dell’amnistia di Togliatti  subito dopo la guerra, altri si sono rifugiati in Iugoslavia protetti dal governo di Belgrado, altri sono stati condannati all’ergastolo o a 30 anni di galera, ma sono stati aiutati dal partito comunista italiano a fuggire in Cecoslovacchia o in Unione sovietica e hanno poi ottenuto la grazia per l’amnistia di Pertini nel 1978; altri, addirittura, hanno ricevuto medaglie al valor militare e altri continuano a percepire pensioni dallo Stato Italiano. Sullo sfondo delle “foibe” italiane, quindi, agiscono gli <em>arcana imperii</em> della politica: le “foibe”, in particolare, sono la risultante di un <em>mix</em> sinistro e spaventoso di caos geopolitico (peculiare la situazione della Venezia Giulia, una specie di “zona pre-balcanica” Italiana) e di manipolazione ideologica (comunista), finalizzata a creare il caos e il terrore in vista della “soluzione rivoluzionaria finale”. Da un lato, il contesto geopolitico: rimarchevole, sul punto, la descrizione della Venezia Giulia degli anni delle “foibe” (dopo l’08 settembre 1943) del Gen. Marizza su <em>L’Occidentale</em> del 10/02/2009: “I tedeschi, reagendo alla defezione italiana, avevano costituito due regioni “speciali” al confine fra il <em>Reich</em> e la Repubblica sociale. Una, il “Territorio prealpino”, comprendeva le attuali province di Bolzano, Trento e Belluno, mentre l’altra era denominata “Litorale adriatico” e comprendeva le attuali province di Udine, Pordenone, Gorizia, Trieste, Lubiana, Fiume e Pola, compreso il golfo del Quarnaro con le isole di Cherso, Veglia e Lussino. Il “Litorale adriatico” era una zona di incontro fra varie etnie (italiani, friulani, tedeschi, sloveni, croati e addirittura 22.000 cosacchi antibolscevichi alleati dei tedeschi e trapiantati in Carnia), ma era anche una zona di scontro fra tendenze politiche diverse, addirittura opposte”. Se a questo “crogiuolo etnico” di pretto sapore balcanico, che già di per sé propizia la guerriglia più cruenta e violenta, aggiungiamo poi le “doppia morale” del PCI togliattiano che, mentre proclamava la “svolta di Salerno”, l’unità nazionale e il (provvisorio) compromesso con la Monarchia (pure responsabile del fascismo), nella realtà   speculava scientemente (su impulso di Mosca) sul caos geopolitico della Venezia Giulia, per dimostrare al mondo intero la forza della pressione dell’impero staliniano sull’Europa e sull’Occidente, il quadro si completa sinistramente: Togliatti, cioè, non escludeva la possibilità che l’iniziativa titina si sarebbe potuta collegare con iniziative insurrezionali nel Nord Italia, complicando oltremodo il quadro territoriale e ostac0lando i progetti degli Alleati (ormai suggellati a yalta) di assegnare Italia al blocco occidentale, anzichè al blocco sovietico (ricordiamo, però, che la presenza di &#8220;partigiani comunisti&#8221; rese incerta fino alla fine l&#8217;assegnazione dei balcani all&#8217;Occidente: pensiamo all&#8217;esempio greco!). In questo contesto, quindi, il già penoso quadro di guerra civile assunto dalla Resistenza in Italia, nella Venezia Giulia si tinge di livelli insuperati di brutalità ed efferatezza. In particolare, nell’azione dei comunisti titini gioca non solo il senso di appartenenza all’ideologia marxista, alla battaglia antifascista, alla vicinanza ideale con l’internazionalismo bolscevico, ma  anche un fattore propriamente patriottico, nazionalista e specificamente anti-italiano: molto forte, in particolare, è la voglia dei titini di vendicarsi degli italiani per la gestione ambigua dell’occupazione della Croazia, specie da parte del Gen. Roatta, il quale usò spesso gli <em>ustascia</em> (terroristi croati “fascisti” e nemici giurati dei “titini”) in funzione anticomunista, speculando sulle rivalità acerbissime tra le fazioni: le “foibe”, quindi, furono la prova massima e spaventosa di questo spirito di rappresaglia. Ci rendiamo certamente conto che ricondurre alla logica politica e militare atti efferati come quello delle &#8220;foibe&#8221; è quasi impossibile: atti del genere, più che di politica, sembrano espressione di malvagità inaudita, comprensibili forse solo facendo appello all’insondabile “mistero di iniquità” che aleggia negli abissi del cuore umano; è, però, altrettanto certo che, per contrastare tali scempi, oltre alla condanna e alla persecuzione giudiziaria, occorre una vigilanza critica e politica assidua per (tentare di) agire sulle possibili cause. E’, al riguardo,  necessario partire dall’esperienza delle “foibe” come un <em>exemplum</em>, allo scopo di far maturare (specie nelle giovani generazioni) una nuova e più avvertita consapevolezza etico-politica (italiana, europea e mondiale) delle degenerazioni degli odi etnici e ideologici: <strong>affinché le &#8220;foibe&#8221; non ritornino mai più, in nessun luogo della terra, in nessuna altra epoca storica.</strong> Al riguardo, la storia delle “foibe” costituisce il paradigma più nitido e trasparente di quel <em>mix</em> di “guerra partigiana” e “odio ideologico” individuato da Carl Schmitt come la versione più attuale ed inquietante della “lotta partigiana” contemporanea, la quale specie grazie all’aiuto dell’ideologia marxista (Lenin e Mao, ma anche Tito), ha saputo portare al massimo grado le potenzialità della guerra civile come &#8220;guerra totale&#8221;, senza regole e senza vincoli spaziali, dal raggio distruttivo di azione potenzialmente illimitato (vedi il libro <em>la teoria del partigiano</em>, Adelphi, 2005): è comunque molto inquietante che, finito il Comunismo, che, sulla carta avrebbe dovuto costituire la prima fonte del caos mondiale, i focolai di tensione, di terrorismo, di odio etnico etc. si siano ulteriormente diffusi, assumendo fattezze endemiche e incredibilmente brutali  (pensiamo alla lotta nella Ex-Jugoslavia, all’efferatezza della guerra di Cecenia, al conflitto Irak-Curdi etc.). Questa moltiplicazione del caos etnico-terroristico attesta senza possibilità di equivoco che non dobbiamo farci illusioni sulla <em>freddezza</em> della tecnica politica: infatti, molto più della tecnica politica (clausewitziana, della “sicurezza geopolitica” degli Stati e zone di influenza) può il <em>calore</em> delle idee e della appartenenze identitarie e nazionalistiche (la storia della Jugoslavia lo dimostra, data la forte recrudescenza dei conflitti etnici negli anni 90). Come segnale di netta (ma promettente) controtendenza, però, deve essere ricordato che proprio dal popolo che più ha sofferto gli orrori della II Guerra Mondiale, prima da parte dei Nazisti, poi da parte dei Comunisti, ovvero dalla Polonia, sia partita (grazie alla riflessione del movimento di Solidarnosh) la più acuta e consapevole sensibilità per un’Europa unita: dove per Europa unita non si intende solo l’attuale ibrido congegno dell’unità monetaria ed economica (pure importante ed utile per riscattare la volontà di lavoro e di rivincita di molti popoli slavi già sotto il gioco comunista), quanto un’ Unità nel comune patrimonio della Civiltà Cristiana e dei veri diritti umani (vedi intervista a Geremek, storico esponente di Solidarnosh in <em>I due angoli della tavola Rotonda</em>, in Limes 05/2009- <em>A Est di Berlino</em>). Crediamo sia questa la strada maestra affinché nell’avvenire dell’Italia e dell’Europa (e del mondo) di “foibe” non si possa parlare mai più.</p>
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		<title>La caduta del Muro di Berlino:storia della &#8220;catastrofe geopolitica&#8221; del comunismo</title>
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		<pubDate>Sat, 07 Nov 2009 20:19:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mugnai</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.arezzopolitica.it/2009/11/07/la-caduta-del-muro-di-berlinostoria-della-catastrofe-geopolitica-del-comunismo/"><img align="left" hspace="5" width="150" height="150" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2009/11/muro_di_berlino-150x150.gif" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="muro_di_berlino" title="" /></a>di Giorgio Frabetti La caduta del ‘Muro di Berlino’ del 09 novembre 1989 credo vada apprezzata, secondo le lucide parole di Valdimir Putin, come “catastrofe geopolitica” del Socialismo reale, con pesanti effetti di riallineamento degli equilibri politici europei. Dal canto suo, il processo di decomposizione del comunismo era già in atto almeno dal giugno 1989, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignleft size-medium wp-image-2328" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2009/11/muro_di_berlino-300x216.gif" alt="muro_di_berlino" width="300" height="216" />di Giorgio Frabetti</strong> La caduta del ‘Muro di Berlino’ del 09 novembre 1989 credo vada apprezzata, secondo le lucide parole di Valdimir Putin, come “catastrofe geopolitica” del Socialismo reale, con pesanti effetti di riallineamento degli equilibri politici europei. Dal canto suo, il processo di decomposizione del comunismo era già in atto almeno dal giugno 1989, con le prime dichiarazioni di ‘liberalizzazione’ del ‘patto di Varsavia’ passate alla storia come ‘dottrina Sinatra’ (della serie, my way, ‘ognuno faccia a modo suo&#8217;). In un altro senso, questo processo dissolutorio era stato agevolato (con l’eccezione della Romania) dalle èlites comuniste dirigenti che, nel generale discredito del ‘socialismo reale’, cercarono di ‘cavalcare la tigre’ del rinnovamento (al punto che, in seguito, funzionari di punta del vecchio regime si riproposero clamorosamente: vedi Putin!). Viceversa, la ‘caduta del Muro’ fu un vero e proprio ‘terremoto geopolitico’ che sconvolse gli equilibri europei con riflessi importanti sia nella politica estera, sia nella politica economica e interna degli Stati Europei. Il muro, comunque, più che cadere, fu … aggirato: nell’estate del 1989, l’Ungheria apre le proprie frontiere, facilitando l’accesso dei cittadini tedeschi della DDR: da lì, scaturisce un celebre ‘esodo biblico’ verso la Germania libera di tedeschi orientali insofferenti verso il regime Ddr. Queste migrazioni delegittimarono apertamente la funzione di barriera (fisica, morale, ideologica) del Muro di Berlino: così da rendere un mero ‘atto dovuto’ il provvedimento Ddr di liberalizzazione delle frontiere tra Berlino Est e Ovest, annunciato, il 09 novembre dello stesso anno, da Gunter Schabowski (Esponente politico Ddr). Di qui, una serie di “effetti domino”. Innanzitutto, la caduta del Muro rese superflua la divisione della Germania in due parti e, in effetti, di lì a poco la Germania si riunificò: sconvolgendo così uno dei capisaldi che, per ragioni complesse, e non solo ideologiche, erano scaturiti da Yalta (1945); in effetti, l’unificazione della Germania (che avvenne il 03 ottobre 1990) aumentò enormemente la pressione geopolitica del Mondo Occidentale (per il tramite della Germania) verso Est, generando ulteriori e più gravi esiti destabilizzanti verso l’URSS e gli Stati già comunisti: in primis, la dissoluzione della Jugoslavia (giugno 1991) e la successiva secessione cecoslovacca (giugno 1992) difficilmente si spiegano senza presupporre l’attrattiva economica e commerciale di una Germania unificata (eclatante, in questo, il caso di Slovenia e Croazia); in secondo luogo, senza presupporre questo, non si può spiegare la dissoluzione dell’URSS nella CSI (Comunità di Stati Indipendenti) e le dimissioni di Gorbaceev del 25 dicembre 1991; in questo senso, il ‘golpe bianco’ del 19 agosto 1991 fu l’estremo tentativo di reazione in un’ottica sovietica classica, ma senza successo. Né va dimenticato l’inusitato e nuovo dinamismo che assunse il processo di unificazione europea col trattato di Maastricht del 07 febbraio 1992 con il quale fu decretata l’unificazione monetaria (Euro): come noto, almeno nei primi tempi, la Germania Unificata, proiettò, in nome dell’Euro forte, propositi di disciplinamento monetario e finanziario interni, con l’intento di evitare cadute del marco indotte dalla stagnazione e inflazione ereditata all’Est. Pertanto, a guardarla con 20 anni di distanza, l’unificazione tedesca aprì spazi geopolitici e ne chiuse altri: a farne le spese fu anche l’Italia, la quale aveva raggiunto un singolare punto di equilibrio tra politica interna e politica estera; indubbiamente, la presenza del più forte partito comunista dell’Occidente, consentì ai partiti italiani di ‘scaricare’ sulla ‘guerra fredda’ gli oneri del ‘gioco politico’ interno (Virginio Ilari): il PCI (dopo la svolta di Salerno del 1944) si mimetizzò in partito democratico e ragionevole (vedi coalizione con Badoglio, art. 07 Cost. sul Concordato), lasciando all’alleato sovietico il ‘gioco sporco”; dall’altro, la DC e laici si garantirono per 50 anni l’inamovibilità dal potere, con l’argomento che il PCI non era allineato alle scelte internazionali dell’Italia. Come noto, la caduta del Muro delegittimò entrambe le parti e si creò la II Repubblica. Non è un caso, allora, che la leva di potere più importante dell’èlite politica della Prima Repubblica (il debito pubblico) andò in crisi anche a causa della speculazione tedesca sulla lira, costringendo l’Italia ad uscire dallo SME (settembre 1992): una ‘quarentena’ che l’Italia dovrà pagare con un pesante aggravio di tasse (Manovra Amato) e con la ‘rivolta fiscale’ dei ceti produttivi espressa prima attraverso la Lega e poi attraverso Forza Italia.</p>
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