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	<title>Arezzo Polis &#187; elezioni regionali 2010</title>
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		<title>Berlusconi verso l&#8217;implosione politica?</title>
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		<pubDate>Fri, 28 Jan 2011 22:46:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Frabetti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.arezzopolitica.it/2011/01/28/berlusconi-verso-limplosione-politica/"><img align="left" hspace="5" width="150" height="150" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2011/01/848-silvio-berlusconi-thumb-150x150.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="848-silvio-berlusconi-thumb" title="848-silvio-berlusconi-thumb" /></a>di Giorgio Frabetti- Apertosi l’anno in modo tutto sommato tranquillo e con la prospettiva di un assestamento politico, dopo il terremoto di novembre e dopo il fallimento dell’assalto finiano alla diligenza berlusconiana con la fiducia (di misura) del 14 dicembre, a metà gennaio Berlusconi è entrato nel ciclone del RubyGate. Gli eventi (inutile ricordarlo) hanno scosso [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-6259" title="848-silvio-berlusconi-thumb" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2011/01/848-silvio-berlusconi-thumb.jpg" alt="848-silvio-berlusconi-thumb" width="404" height="302" />di <strong>Giorgio Frabetti</strong>- Apertosi l’anno in modo tutto sommato tranquillo e con la prospettiva di un assestamento politico, dopo il terremoto di novembre e dopo il fallimento dell’assalto finiano alla diligenza berlusconiana con la fiducia (di misura) del 14 dicembre, a metà gennaio Berlusconi è entrato nel ciclone del <em>RubyGate</em>. Gli eventi (inutile ricordarlo) hanno scosso tutti, generando disagio e di scoramento. Disagio per la malinconica (l’aggettivo è di Roberto Formigoni) pubblicità delle vicende tutte personali e tutte senili di Berlusconi; scoramento per la sensazione del ridicolo che stava avvolgendo l’esperienza politica del centro-destra. Un ridicolo che ci ha fatto disperare circa la sostanziale e brusca fine non solo di Berlusconi ma (in assenza di alternative) di tutto il centro-destra e delle grandi speranze di una vera <em>Rivoluzione Liberale</em> dell’Italia. Passato lo scossone iniziale, e a mente fredda, non deve, comunque, meravigliare più di tanto quanto è successo. Mi spiego meglio: il “ciclone Ruby” (che io sostengo essere avvenuto per iniziativa autonoma dei magistrati e non per “complotto politico”!) è stata un’ affezione patogena che ha agito dall’esterno su un organismo, la coalizione berlusconiana, già comunque debole. Già nel <em>post</em> del 05/01 us certficammo come, all’inizio del 2011, il “ciclo berlusconiano” stava sì uscendo rafforzato dalla prova della dissidenza finiana e del voto del 14 dicembre, ma il “ciclo della politica” ne risultava gravemente in crisi e danneggiato. I motivi sono noti e sono già stati enunciati. Innanzitutto, la maggioranza del 13-14 aprile 2008 praticamente non esisteva più (salvo la pallida e inaffidabile “ombra” dei cd “responsabili”), il PDL, dopo la dissidenza finiana, ne usciva distrutto e la figura di Berlusconi veniva fatto oggetto di una recrudescenze campagna di odio che era addirittura sfociata negli scontri di Piazza del Popolo a Roma del 14 dicembre (in contemporanea con la fiducia al Governo) lasciavano trasparire scontri tipo Tunisia o Egitto. Chi ripercorra i Ns. <em>post</em> di commento alla situazione politica del 2010, trova la linea diretta e trasparente che (Ruby o non Ruby) aveva tracciato l’indebolimento del centro-destra: specialmente dopo le elezioni regionali 2010, è mancato a Berlusconi la capacità di gestire in modo politicamente accorto la propria reale posizione di forza. Così la dissidenza finiana della direzione PDL del 22 aprile 2010 è sfociata nella scissione di luglio (con la creazione di Futuro e Libertà) e successivamente nell’abbandono da parte dei finiani della maggioranza: che al momento è decisamente sguarnita! Con un centro-destra così provato, evidentemente il <em>RubyGate</em> ha potuto solo accelerare es esasperare fattori di crisi, il cui decorso, però, doveva ritenersi già in atto prima! Fosse caduto in un momento di maggiore solidità politica … forse il decorso sarebbe stato diverso e forse il <em>Ruby Gate</em> sarebbe stato un incidente di percorso, più gestibile! Alla fine, tutto questo discorso, mi serve solo per asseverare un aspetto che io ritengo essenziale e che ritengo sfugga troppo all’analisi di giornalisti e commentatori politici Tv. <strong>Il problema che per Berlusconi si apre con il<em> RubyGate</em> non è giudiziario, ma politico! Fosse la vicenda solo giudiziaria</strong> (come di fatto cercano di metterla sbagliando anche i vari Romani, Alfano etc.)<strong> sarebbe una bazzecola!</strong> E’ evidente che nel conto del giudizio sull’ipotesi di reato verrebbe a pesare l’età dell’indagato (Berlusconi) e forse anche una certa quale componente di fisiologico degrado psichico legato alla vecchiaia; cosa che attenuerebbe inevitabilmente eventuali responsabilità di Silvio, guadagnandogli la “clemenza della corte” e anche il perdono dei cittadini (anche perché nella sua vita ha sempre dimostrato estrema correttezza nei confronti dell’altro sesso!). Ma se oggi il “perdono” dei cittadini è difficile, ciò lo si deve allo scontento diffuso verso la coalizione. Uno scontento che affonda nel fisiologico scontento dei Governati verso i Governanti in periodi di crisi economica grave; uno scontento che comunque deriva dal basso profilo riformatore (Giuliano Ferrara) che ha accompagnato il Governo Berlusconi in quest’ultimo periodo: riformismo che, nonostante la riforma dell’Università molto importante, sembra troppo condizionato dalla politica di esclusiva razionalizzazione del bilancio. Uno scontento che infine deriva dalla impropria personalizzazione della battaglia politica attorno a Silvio Berlusconi, che oggi effettivamente con il <em>Ruby Gate</em> è sconfinata francamente più nel ridicolo che nell’infamia da “Girolimoni”. Aldilà di aspetti morali, però, come dicevamo, sono gli aspetti prettamente politici ad essere decisivi in questa complicata e defatigante vicenda. Aldilà, cioè, dei giudizi immediati sul <em>RubyGate</em>, una cosa è certa:  questa sensazione di immobilismo del Governo è destinata a crescere oggi che l’Esecutivo non ha maggioranza e dopo che, con il <em>Ruby Gate</em>, sono tramontate le reali e concrete prospettive di intese di Berlusconi vuoi con i finiani vuoi con i casiniani. Davanti a questa obiettiva situazione di svantaggio, come sta reagendo Berlusconi? Apparentemente nel modo più inopinato possibile. Iniziando una campagna mediatica di inusitata e gravissima aggressività (si vedano le parole pronunciate nell’intervento telefonico nella trasmissione <em>L’Infedele</em> di Gad Lerner); nella (solo apparentemente) gratuita offensiva contro Fini (che pare il classico “colpo di pugnale ad un uomo a terra”); e nell’organizzazione della manifestazione del 13 febbraio prossimo, che dovrebbe essere il “bagno di folla”, il “plebiscito” a favore di Silvio. Aldilà dell’apparenza, occorre porsi un’essenziale domanda: a cosa serve questa manovra? Quale risultato politico, Silvio si ripromette? Non è semplice rispondere, anche se un’illazione è più che giustificata. Ossia quella che Silvio stia puntando addosso a alleati e oppositori della stessa area politica la pistola delle elezioni anticipate.  Di qui, si spiegherebbe l’importanza che il <em>premier</em> sta riponendo sulla manifestazione del 13 prossimo, per accreditare un seguito elettorale. I moventi di questa minaccia sono chiari: Silvio cerca di fare quadrato attorno a sé, facendo leva sulle (realistiche) paure della “casta parlamentare”; prospettando, cioè, avanti i deputati critici o dissidenti che, andando ad elezioni, per loro non ci sarà spazio: vuoi perché, se si presenteranno da soli, non avranno lo sbarramento; vuoi perché i critici e dissidenti non saranno ricandidati con il sistema delle liste bloccate. Non è chiaro al punto in cui siamo arrivati se Silvio abbia intenzione di cavalcare nella stessa chiave la prossima consultazione referendaria sul “legittimo impedimento”: è probabile, cioè, che, prospettando l’abrogazione del “legittimo impedimento”, intenda condizionarne le sue dimissioni e lo scioglimento delle Camere. Chi siano i destinatari di questa minaccia non ci vuol molto a dirlo: i cd “deputati responsabili” innanzitutto e, in second’ordine, i finiani, tutti potenziali candidati per un “salto della quaglia” che isserebbe un nuovo governo (magari Tremonti) appena la fiducia parlamentare dovesse mancare. Non è poi da escludere che il rincaro delle polemiche e dei veleni addosso a Fini (con deplorevole ripresa della querelle di Montecarlo, per altro già archiviata dai Giudici, tramite i <em>dossier</em> di Frattini) sia giustificato per “stanare” Fini come potenziale leader della fronda parlamentare; indebolita il 14 dicembre, ma in ripresa dopo il <em>Ruby Gate</em>. Posta in questi termini, la strategia berlusconiana recupera una sua coerenza di fondo. Il punto, però, è un altro: è davvero pronto Silvio ad andare ad elezioni anticipate? E’ evidente che, solo a queste condizioni la sua strategia potrebbe conseguire quell’efficacia di minaccia e di deterrenza che pure a tutta evidenza si ripropone. Ora, al momento, si deve dire che per Silvio è prioritario … durare, anche per un periodo lungo; e si deve altresì ritenere il leader di Arcore di fatto indisponibile alle elezioni anticipate. Che questa indisponibilità sia reale (aldilà delle parole spese) è circostanza che è facilmente arguibile. Basta considerare il voto che, complice il PDL e parte dei finiani, è stato deliberato sul caso Ruby da parte della Giunta per le Autorizzazioni a Procedere, la rimessione degli atti alla Procura, come le carte fossero irricevibili! Un segno chiaro dell’intenzione della Giunta di precostituire l’argomento della “incompetenza funzionale” del Tribunale di Milano; un segno chiaro dell’intenzione della Giunta di sollevare conflitto di attribuzione avanti alla Corte Costituzionale. Al momento, è molto dubbio che la Consulta possa dare ragione alla Giunta e contestare (per altro in modo trasversale) l’incompetenza di Milano a favore del Tribunale dei Ministri. Ma certo, tale mossa consentirebbe a Berlusconi di guadagnare al massimo un anno. Dietro questo atto contemporaneamente politico ed istituzionale credo sia l’esemplificazione più viva dell’attuale strategia berlusconiana del … <em>durare</em>! Silvio, cioè, ha effettivamente bisogno della continuità della Legisaltura, per continuare a mantenere la carica di Presidente del Consiglio e per continuare ad essere protetto dallo “scudo” del “legittimo impedimento” (per aggiornato e limitato dalla Corte Costituzionale). Di elezioni, quindi, a breve (a primavera) non se ne parla (nonostante i  sondaggi non siano sfavorevoli)! Ma, facendo così, Silvio rischia di far perdere al centro-destra tempo politico prezioso, rischierebbe di “farsi scoprire” (come un “pollo”) il proprio <em>bluff</em> davanti agli elettori e agli alleati, diminuendo così la sua influenza verso di loro; e logorandosi irrimediabilmente. Non si può dire “gatto” (promettere elezioni) quando “non ce l’hai nel sacco” (perché interessato a durare). Posta in questi termini, alla lunga, la strategia berlusconiana rischia l’implosione; con implosione (non escluso) dell’intero partito.</p>
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		<title>Gianfranco, a che gioco giochiamo?</title>
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		<pubDate>Sat, 17 Apr 2010 23:08:18 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.arezzopolitica.it/2010/04/18/gianfranco-a-che-gioco-giochiamo/"><img align="left" hspace="5" width="150" height="150" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/04/gianfranco-fini-scettico1-150x150.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="gianfranco-fini-scettico" title="" /></a>di Giorgio Frabetti- E finalmente venne l&#8217;aprile, il tempo nel quale alla fine Ganfranco e Silvio sono arrivati al redde rationem: finita la congiuntura pre-elettorale, è finita la “convivenza coatta” tra i due co-fondatori del PDL ed è arrivato il momento della &#8220;resa dei conti&#8221;. Intendiamoci: la ruggine viene da lontano, almeno da dicembre, quando già, per le sue dichiarazioni [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-full wp-image-3968" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/04/gianfranco-fini-scettico1.jpg" alt="gianfranco-fini-scettico" width="269" height="340" />di <strong>Giorgio Frabetti</strong>- E finalmente venne l&#8217;aprile, il tempo nel quale alla fine Ganfranco e Silvio sono arrivati al <em>redde rationem</em>:<em> </em>finita la congiuntura pre-elettorale, è finita la “convivenza coatta” tra i due co-fondatori del PDL ed è arrivato il momento della &#8220;resa dei conti&#8221;. Intendiamoci: la ruggine viene da lontano, almeno da dicembre, quando già, per le sue dichiarazioni sui riflessi politici dei processi di mafia contro il <em>premier</em>, il Presidente della Camera fu accusato dai maggiorenti di <em>Forza Italia</em> (Scajola <em>in primis</em>) di essere già fuori dal PDL (sula crisi di dicembre si ripercorra il post <em>I nostalgici del &#8216;Ribaltone&#8217;: a volte ritornano!</em> pubblicato in questo <em>news-magazine</em> il 05 dicembre scorso). Una simile resa dei conti, diciamocelo subito, avviene però in un contesto del tutto surreale: parrebbe che Fini abbia tutto da perdere dall&#8217;attuale &#8220;braccio di ferro&#8221; con Berlusconi; non è semplice per l&#8217; &#8220;uomo della strada&#8221; comprendere i moventi e gli obiettivi di una simile polemica, che presenta più di un elemento di contraddizione e di non congruità: al punto da legittimare il sospetto che si tratti di una schermaglia innaturale, in qualche modo, artificiosa, &#8220;costruita&#8221;. Un dato, anzitutto, balza all&#8217;occhio: se, cioè, il PDL sceglie di andare avanti fino in fondo, e, quindi, sciogliersi, le elezioni anticipate diventano una prospettiva certa, anche se magari non dietro l&#8217;angolo. Lo  sfaldamento del partito-perno dell&#8217;attuale maggioranza, infatti, porterebbe con sè  automaticamente un  <em>vulnus</em> della maggioranza e prima o poi farà inevitabilmente scaturire spinte centrifghe e disgregatrici: la crisi, quindi, da virtuale neanche troppo avanti diverrebbe sostanziale. Ma siamo sicuri che sia proprio questo che Fini vuole? Siamo proprio sicuri che anche Berlusconi si rassegnerà tanto facilmente a correre questo rischio? Personalmente credo di no. Se Fini oggi si stacca dal PDL, non potrebbe che accettare il rischio di correre da solo con una forza politica che godrebbe (come preventivano i sondaggi) di scarsissimo seguito popolare; una forza che per di più, se corresse da sola, con l&#8217;attuale legge a premio di maggioranza,  sarebbe tagliata fuori da tutte le combinazioni parlamentari e sarebbe condannata ad un rapido esaurimento: è disposto Fini a correre il rischio della sua fine politica? Credo di no. Ma non sottovalutiamo le incognite che si profilerebbero anche all&#8217;orizzonte di Berlusconi: un&#8217;eventuale corsa elettorale senza Fini riproporrebbe (rovesciato) lo schema del centro-destra del 1996: allora monco per mancanza della Lega, oggi monco per mancanza di AN: la coalizione sarebbe evidentemente sbilanciata e priva di forti basi rappresentative in vaste aree sociali italiane. Non solo: non è da escludere che la fuori-uscita di Fini possa determinare un tale sbandamento dell&#8217;elettorato e dei quadri locali ex-AN da fomentare, specie nel Sud, il sorgere di liste civiche, liste civetta, formazioni localiste che, contribuendo a frammentare il quadro politico, riprodurrebbero un assetto elettorale di divisione Nord-Sud nè più nè meno come nel 1992-93, restituendo quindi un quadro di totale ingovernabilità per una forza come il PDL a &#8220;vocazione maggioritaria&#8221; e egemonica sul centro-destra.  A rendere ancora meno congruo uno scenario di crisi politica a breve sta anche la circostanza che un simile &#8220;battibecco&#8221; Fini-Berlusconi avviene non dopo una sconfitta (come sarebbe stato più logico), ma dopo una vittoria, quella del 28-29 marzo. In fondo, il malumore di Fini prima delle elezioni regionali avrebbe potuto anche essere comprensibile, come manifestazione di insofferenza verso un <em>premier</em> (Berlusconi) che, con la scusa delle &#8220;liste bloccate&#8221;, aveva blindato la rappresentanza parlamentare, imponendo deputati e senatori secondo una propria graduatoria, e non secondo la normale dinamica delle preferenze: in effetti, la mancanza di preferenza avrebbe potuto costituire per un partito tradizionale come AN un motivo di frustrazione reale, perchè le &#8220;liste bloccate&#8221; avrebbero comprensibilmente potuto essere lette come segno di uno sbilanciamento dell&#8217;asse del Partito sul Gruppo Parlamentare (manovrato da Berlusconi &#8220;a colpi di fiducia&#8221;) a scapito di Direzione, Segreteria, articolazioni periferiche; le quali, viceversa, con i voti di preferenza, avrebbero effettivamente avuto un loro ruolo e un loro peso. Ma anche accettando come reale questo contesto (parziale precedente in queso senso è il conflitto Mussolini-PNF alle elezioni politiche del 1924), tali motivi di frizione avrebbero dovuto venir meno in occasione delle Regionali e a maggior ragione dopo la conquista di molte nuove regioni da parte del PDL. Nelle elezioni regionali caratterizzate dal voto di preferenza i quadri AN hanno, infatti, svolto un ruolo non indifferente di supporto al PDL nelle verie regioni e addirittura un feudo storico AN (già MSI) come Latina ha indubbiamente garantito al PDL l&#8217;elezione di Renata Polverini a Governatore del Lazio, in una sofferta battaglia contro Emma Bonino. Perchè aprire una crisi proprio adesso, in fondo, quando i giochi interni al partito si sono riaperti con prospettive effettivamente vantaggiose per AN?  Inoltre, non può farsi a meno di notare come,  a livello di vita politica locale tra gli aennini, almeno in queste elezioni politiche regionali 2010, non era infrequente ritrovare un atteggiamento ambiguo, contraddittorio, surreale, che ricordava quello dei liberali al tempo del fascismo: come i liberali, nel 1925-26 hanno accettato di mettere l&#8217;aggettivo &#8220;fascista&#8221; su tutti gli Enti e istituzioni dell&#8217;italia giolittiana (fianche nella nettezza urbana!), ma con l&#8217;obiettivo di non cedere neppure un centimetro del potere, così non era infrequente che molti aennini, dietro il &#8220;viva Silvio!&#8221; in realtà lavoravano ed operavano per la vittoria di uomini del loro apparato e non di Silvio! Certo, non mancavano, nemmeno a livelli periferici, le deplorazioni contro Fini da arte degli aennini, ma queste suonavano stonate o quantomeno strane: Fini o non Fini, l&#8217;impressione più credibile (che almeno un uomo della strada come me ha potuto ricavare), dal comportamento dei quadri aennini alle elezioni regionali 2010 è stata quella di un gruppo critico verso Fini, ma tutt&#8217;altro che intenzionato a diventare Berlusconiano, anzi deciso a far pesare il proprio ruolo e la propria vocazione territoriale. A questo punto, credo si viene ad un nodo cruciale: credo che, se c&#8217;è stata elezione in cui gli elettori hanno testimoniato la loro voglia di &#8220;politica radicata sul territorio&#8221;, questa è stata proprio quella trascorsa (come anticipato in parte nel mio <em>Elezioni regionali 2010: il nuovo volto della politica </em>del 03 marzo, in questo <em>newsmagazine</em>): credo che in questo senso vadano interpretati singolari riposizionamenti elettorali tra i partiti della coalizione di centro-destra e tra gli stessi candidati nelle liste PDL, che hanno visto molti quadri &#8220;forzitalioti&#8221; classici schiacciati tra la Lega e AN! Verrebbe a questo punto la tentazione di applicare a Fini lo stesso schema con cui gli analisti usano interpretare il comportamento di un politico di razza come Clemente Mastella: il quale (almeno così la tradizione giornalistica insegna) è solito &#8220;piantare grane&#8221; e ostentare scontento, quando ha già incassato un obiettivo lungamente coltivato! A mio modesto giudizio, se (come è verosimile) i motivi dello scontento finiano risiedono principalmente nella spartizione del potere interno al PDL proposta da Berlusconi (70% a FI-30% a AN), non è da escludere che gli incoraggianti risultati elettorali del PDL abbiano spinto Fini a &#8220;presentarsi all&#8217;incasso&#8221; presso Berlusconi e a rivendicare i meriti per la propria organizzazione, per il suo radicamento sul territorio (più discontinua in <em>Forza Italia</em>). Ma cosa potrebbe chiedere a questo punto Fini, scadute le 48 ore di riflessione? Secondo me, secondo il mio modesto giudizio, non è da escludere che Fini chiederà un drastico ridimensionamento della divisione 70-30, chiedendo per sè un ruolo primario nella conduzione del Partito (Segretario, Presidente) per consolidare il PDL e diventarne a breve scadenza l&#8217;effettivo <em>leader</em>. Di più non è lecito dire, nell&#8217;attuale nebulosa politica; posso dire, però, che auspico un decorso costruttivo dell&#8217;attuale crisi, che possa condurre ad esiti politici più consolidati: qualunque sia l&#8217;esito della divisione del potere interno al PDL, il partito deve ritrovare l&#8217;unità delle sue forze, deve trovare un saggio equilibrio tra quadri nazionali e quadri locali, perchè solo unito e così riequilibrato può esprimere al massimo livello le proprie potenzialtà di grande partito popolare e nazionale; solo, così, il PDL può &#8220;vincere la pace&#8221;, dopo che, alle regionali 2010, ha &#8220;vinto la guerra&#8221; contro l&#8217;opposizione.</p>
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		<title>PDL-cattolici: ma le aperture non bastano!</title>
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		<pubDate>Mon, 29 Mar 2010 13:18:03 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.arezzopolitica.it/2010/03/29/pdl-cattolici-ma-le-aperture-non-bastano/"><img align="left" hspace="5" width="150" height="150" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/03/ansa_10072359_18140-150x150.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="ansa_10072359_18140" title="" /></a>di Giorgio Frabetti- Dopo 15 anni di fine dell&#8217;unità politica dei cattolici occorre  avviare finalmente una riflessione corretta sul rapporto Stato-Chiesa in Italia. Questa esigenza di riflessione a mio avviso è stata resa attuale in questi giorni dall&#8217;anomala e ingiustificata polarizzazione della campagna elettorale per la Regione Lazio sui temi della bioetica tra cattolicesimo e laicismo: polarizzazione anomala, dato che la Regione non ha [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-3723" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/03/ansa_10072359_18140.jpg" alt="ansa_10072359_18140" width="280" height="368" />di <strong>Giorgio Frabetti</strong>- Dopo 15 anni di fine dell&#8217;unità politica dei cattolici occorre  avviare finalmente una riflessione corretta sul rapporto Stato-Chiesa in Italia. Questa esigenza di riflessione a mio avviso è stata resa attuale in questi giorni dall&#8217;anomala e ingiustificata polarizzazione della campagna elettorale per la Regione Lazio sui temi della bioetica tra cattolicesimo e laicismo: polarizzazione anomala, dato che la Regione non ha i poteri per legiferare sui temi come aborto, eutanasia, testamento biologico, unioni omosessuali (sui cui da sempre si concentra l&#8217;attenzione della Chiesa); con ciò, a livello mediatico, è rimasto del tutto oscrurato il vero e proprio confronto programmatico amministrativo. In particolare, è parso in questa campagna elettorale che fossero i due &#8220;colossi&#8221; mediatici dell&#8217;anticlericalismo (<em>Repubblica</em>) e del cattolicesimo militante (<em>Avvenire</em>) a dettare, a mò di <em>spin doctor</em>, il confronto elettorale tra le candidate alla carica di Governatore; al punto che, ad esempio,  gli stessi toni della polemica PDL contro la Bonino (specie per bocca dell&#8217;On. Roccella) a tratti parevano toni più consoni al <em>lobbyng</em> etico che ad una campagna elettorale! A rendere, poi, più aspro il clima polemico e ad aggravare quello che è stato un vero e proprio &#8220;corto circuito&#8221; mediatico per la Regione Lazio, si è anche aggiunta la presa di posizione del Card. Angelo Bagnasco, Presidente della CEI, le cui parole di raccomandazione ai fedeli cattolici, (affinchè non diano il proprio voto a quei politici che non diano garanzia di sostenere i &#8220;valori non negoziabili&#8221;) sono state interpretate come netta stroncatura della candidata PD, Emma Bonino (dichiarazioni che puntualmente hanno ripaerto la miseranda e mai esecrata polemica sulle cd &#8221;ingerenze del Vaticano nella politica italiana&#8221;). Ora, a mio modesto avviso, questa &#8221;polarizzazione anomala&#8221; è stata favorita dalla debole e carente elaborazione politico-culturale da parte del sistema politico del rapporto Chiesa-Stato: la responsabilità del centro-destra (rispetto alla sinistra) è però nel medio periodo più rilevante, considerando che, nel rapporto Chiesa-politica negli ultimi anni, è stato il centro-destra a tenere di fatto &#8220;le bocce in mano&#8221; e a condizionare anche la posizione del centro-sinistra: se, cioè, negli anni 90, crollata la DC, la Sinistra non ha avuto problemi con la Chiesa, perchè ha potuto contare sulla continuità dei rapporti intessuti dalla DC (che in buon parte si è integrata nell&#8217;<em>Ulivo</em>), la situazione è cambiata all&#8217;inizio degli anni 2000, quando per la non indifferente e imprevista trasmigrazione del voto cattolico in una collocazione di destra non democristiana classica come <em>Forza Italia</em>, la Sinistra, perso il vechio referente post-democristiano per il mondo cattolico, per &#8220;riflesso condizionato&#8221;, ha corretto il tiro puntando sui temi della laicità e dell&#8217;anticlericalismo, nella speranza di spiazzare il centro-destra nel suo elettorato laico. Oggi, la strategia, fin qui vincente e dominante, con la quale la destra si è fin qui accattivata la simpatia di non poco elettorato cattolico mostra la corda e deve essere rivista, perchè non più utilmente sostenibile, come attesta la campagna elettorale del Lazio. A riassumere la strategia di quasi un ventennio di rapporti centro-destra/Chiesa valgano per tutte le parole pronunciate dal Sen. Gaetano Quagliariello ne <em>L&#8217;Occidentale</em> del 17/02 scorso (<em>Nel Lazio, la Bonino mette alla prova la laicità del voto cattolico</em>): &#8221;i candidati dicano come la pensano su sanità, educazione, famiglia, biopolitica, restituendo ai principi lo spazio che spetta loro, e garantendosi di poter scegliere a viso aperto quale persona, quale coalizione, quale programma li rappresenta di più&#8221;. Parole ragionevoli, ma superate e ormai obsolete: se, infatti, fino ad oggi con questa strategia (influenzata da Introvigne e Stark e dalle loro teorie sull&#8217;analogia tra &#8220;mercato religioso&#8221; e &#8220;mercato economico&#8221;)  il centro-destra (e <em>Forza Italia</em>, in particolare), formalmente laico, ha dato una grande prova di &#8220;apertura&#8221; verso il mondo cattolico (al contrario della Sinistra, almeno attualmente), oggi tale &#8220;strategia delle aperture&#8221;  verso i cattolici &#8230; non paga più. Se, cioè, negli anni 90, appena finita la DC, un tale &#8220;aperturismo&#8221; era utile per intercettare il voto cattolico (onde spostarlo da Sinistra a Destra) e per scongiurare l&#8217;attrattiva di un &#8220;grande centro&#8221; sul modello del PPI di Martinazzoli, oggi questa strategia appare abbastanza &#8221;suicida&#8221;. In effetti, oggi questa strategia avvantaggia più il &#8220;centrismo&#8221; di Casini e meno la PDL; e, per riflesso, l&#8217; apertura (tramite l&#8217;UDC) di un &#8220;cartello elettorale cattolico&#8221; (indipendente dal PDL) ha consentito alla Bonino di realizzare un simmetrico &#8220;cartello elettorale anticlericale&#8221;, all&#8217;evidente scopo di &#8220;parassitare&#8221; lo scontento indotto nei laici di centro-destra dallo sbilanciamento del PDL sui cattolici! Evidentemente, sia Bonino che Casini (su fronti opposti) sono i &#8220;vincitori morali&#8221; della campagna elettorale, perchè, pur nel marginale apporto dei loro partiti, hanno saputo catturare l&#8217;attenzione nazionale e sbilanciare realmente (con le loro <em>issues</em> trasversali) gli schieramenti. Ma se Casini e Bonino possono cantare vittoria, la PDL deve già leccarsi le ferite: sbilanciandosi, infatti, troppo verso le ragioni &#8220;cattoliche&#8221; del voto in Lazio, il partito berlusconiano ha pagato un prezzo troppo alto a Casini (coalizzato per la Polverini), mettendo a dura prova quell&#8217;ambizione egemonica e maggioritaria per cui la PDL è nata (il che è simmetricamente vero anche per il PD nei confronti della Bonino, ma si sa ormai il PD non ha storia)! La sconfitta del centro-destra, in questo senso, almeno in termini di equilibri dei poteri, è sensibile. Ecco, perchè, a causa di queste recenti vicende, ritengo che i tempi siano maturi affinchè il PDL riveda i termini del rapporto con l&#8217;elettorato cattolico, affinchè intraprenda una serena riflessione politico-culturale, capace di andare aldilà della logora strategia delle mere &#8220;aperture&#8221;, onde approdare verso un confronto più denso sui contenuti delle proposte cattoliche.  In particolare, credo che il centro-destra possa ritrovare nelle parole di Marcello Veneziani  (<em>Religione e Cittadinanza) </em>spunti utili di riflessione; secondo Veneziani, cioè, nel rapporto Chiesa-politica, &#8221;il vero problema non è l&#8217;invadenza della religione nella politica, ma l&#8217;opposto: la debolezza della politica e della cultura civile che non è in grado di veicolare valori condivisi, regole comuni, orientamenti etici; non è l&#8217;ingerenza clericale ma il <em>deficit</em> politico il vero problema&#8221; (debolezza, per altro, oggi esemplificata dal &#8221;basso profilo politico&#8221;  della campagna elettorale del Lazio). Affinchè una simile subalternità non si ripeta, occorre un&#8217;elaborazione politico-culturale del PDL più vasta e profonda, che sappia raccogliere il meglio delle sollecitazioni offerte dalla Chiesa Cattolica, ma senza per questo diventare clericale e senza stravolgere la propria identità di partito laico.  Innanzitutto, i tempi sono maturi affinchè il PDL prenda atto dell&#8217; eccellente provocazione che viene dalla Chiesa su temi come aborto, bioetica etc.,, affinchè la politica scopra il fondamento meta-legislativo della vita e di alcuni valori morali essenziali, &#8220;non negoziabili&#8221; perchè strettamente connessi al DNA di una convivenza civile nel segno della libertà e del pluralismo (sul punto, vedi il mio <em>Il crocifisso &#8230;</em> del 10/11 scorso su questo <em>news-magazine</em>). Ma se la Chiesa fornisce solo alcuni paletti etico-morali (lei ama dire &#8220;principi di riflessione&#8221;), compete poi all&#8217;autonomia, alla necessaria creatività e progettualità dei politici fare la propria parte. Il politico, infatti, è chiamato ad essere un profeta-poeta, con la vocazione di interpretare la realtà presente con lo scopo di gettare un ponte verso il futuro della Nazione, per intercettare in anticipo sugli altri segmenti della società opportunità, rischi, potenzialità progettuali; una vocazione nella quale risiede, ci si passi il termine, la &#8220;religiosità intrinseca&#8221; della politica stessa: &#8220;Non si tratta -continua Veneziani- di abbracciare una scelta culturale di tipo neo-guelfo&#8221;. Viceversa, il PDL deve assecondare la naturale vocazione della destra politica affine a &#8221;una visione più ghibellina o dantesca, ovvero religiosa ma non clericale, cattolica ma non confessionale, ove permane la distinzione delle sfere temporale e spirituale; ma in una prospettiva tutt&#8217;altro che laicista o irreligiosa.&#8221; Aggiungo, poi, che, sul piano operativo, la politica deve essere consapevole della sua specificità rispetto alla Chiesa: ad es. per gestire i problemi della crisi economica o dell&#8217;immigrazione, non basta delegare il volontariato (che pure la Chiesa meritoriamente può garantire come una grande ONLUS e sul quale politici ed amministratori scaricano volentieri le incombenze di provvedere!), ma occorre tutta una capacità di regolazione e di progettazione che solo lo Stato e la politica possono garantire, con la dovuta attenzione alle prospettive future dei cittadini. Questa è la via maestra per consentire al PDL di recuperare un &#8221;alto profilo politico-culturale&#8221; nei riguardi dell&#8217;elettorato cattolico contro il <em>filybustering</em> di Casini o Bonino: è questa la via di un partito aperto sì ai valori cattolici, ma non clericale.</p>
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		<title>Intercettazioni: adesso basta!</title>
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		<pubDate>Fri, 12 Mar 2010 21:39:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Frabetti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica Nazionale]]></category>
		<category><![CDATA[berlusconi]]></category>
		<category><![CDATA[elezioni regionali 2010]]></category>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.arezzopolitica.it/2010/03/12/intercettazioni-adesso-basta/"><img align="left" hspace="5" width="150" height="150" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/03/santoro5b15d-150x150.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="santoro5b15d" title="" /></a>di Giorgio Frabetti- Viene ad un certo punto il momento di dire: BASTA. Basta contro una magistratura che usa le intercettazioni per ascoltare informazioni che non le competono; basta con un giornalismo a corto di idee e professionalità, che, per cavalcare la rendita dello scoop, del clamore e della dietrologia giudiziaria, pubblica conversazioni colte  in &#8220;viva [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-3622" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/03/santoro5b15d.jpg" alt="santoro5b15d" width="322" height="241" />di <strong>Giorgio Frabetti</strong>- Viene ad un certo punto il momento di dire: BASTA. Basta contro una magistratura che usa le intercettazioni per ascoltare informazioni che non le competono; basta con un giornalismo a corto di idee e professionalità, che, per cavalcare la rendita dello <em>scoop</em>, del clamore e della dietrologia giudiziaria, pubblica conversazioni colte  in &#8220;viva voce&#8221; dei personaggi pubblici; basta con una politica che, invece di fare opposizione anche dura in Parlamento, preferisce delegare l&#8217;opera ai giudici: &#8220;tanto -dicono- i discorsi, le interpellanze parlamentari non &#8220;bucano il video&#8221;, mentre le toghe, quelle sì&#8221;. Basta con il richiamo alla deontologia giornalistica &#8220;a senso unico&#8221;: si solleva l&#8217;azione disciplinare contro Feltri (e giustamente!) quando dice il falso sul &#8216;caso Boffo&#8217;; ora, quand&#8217;è che vedremo una medesima azione disciplinare contro la De Gregorio, contro Ezio Mauro e contro Antonio Padellaro? Abbiamo forse dimenticato la dubbia condotta professionale de &#8217;l'unità&#8217;, &#8216;repubblica&#8217;, &#8217;il fatto&#8217;, ad esempio, sulle intercettazioni <em>hard</em> di Berlusconi (quelle che accrediterebbero relazioni con Ministre)? Richiesti sulle fonti di queste intercettazioni, tutti questi signori hanno dichiarato che queste  sono arrivate alle redazioni solo trascritte: il che è quasi ammettere candidamente  che sono veline, compilate da chissà quale fonte compiacente e verosimilmente anonima (sull&#8217;argomento e sulle dichiarazioni degli interessati rinvio al mio <em>Le intercettazioni hard</em> &#8230; del 24 ottobre scorso su questo <em>Newsmagazine</em>). Lo <em>scoop</em> de <em>Il fatto quotidiano</em> di oggi 12 marzo è l&#8217;ennesima riprova di questo <em>modus agendi</em>, ma se possibile travalica ogni possibile limite della decenza; per non parlare della deontologia (se serve parlarne ancora!): la Procura di Trani ha aperto un fascicolo (non si sa per quali reati: concorso in corruzione, in minacce? Non è dato sapere!) contro Berlusconi che avrebbe istigato il Commissario Innocenzi dell&#8217;AGC (Autorità Garante della Concorrenza), affinchè (in concorso con terzi, verosimilmente Masi, Dg RAI) trovasse il modo per &#8220;silenziare&#8221; Michele Santoro: alla base, quindi, della delibera sulla <em>par condicio</em> (che a detta degli anti-berlusconiani avrebbe messo il &#8220;bavaglio&#8221; alle trasmissioni di approfondimento politico nel corso della campagna elettorale per le elezioni regionali 2010) non ci sarebbe altro che un &#8220;complotto contro Santoro&#8221; (anzi contro il &#8220;pluralismo&#8221; perchè  con Santoro &#8230; <em>simul stabunt, simul cadent</em>!), in pieno stile piduista! Ora, la gratuità e l&#8217;enormità dell&#8217;intervento della Procura Penale di Bari è circostanza nel caso specifico resa ancora più evidente dal fatto che l&#8217;AGC (proprio l&#8217;<em>Autority</em> infeudata di berlusconiani!) nella giornata di oggi ha dichiarato illegittima la delibera RAI sulla <em>par condicio</em>! Io non voglio in questa sede entrare nel merito del dibattito intra-RAI sull&#8217;applicazione della <em>par condicio</em>: per me, Santoro e i suoi possono anche avere ragione nel merito dell&#8217;applicazione delle disposizioni limitative dei <em>talk-show</em> in campagna elettorale, e la polemica fa parte della fisiologia del dibattito intra-aziendale; concedo anche che sia opportuno tenere alto il dibattito sulla par condicio, trattandosi di questione che inerisce ad un settore sensibile (e di pubblico interesse) come la libertà di informazione. Dov&#8217;è, allora, la patologia? In questo: mentre in Paesi &#8220;normali&#8221; (come gli USA, l&#8217;Inghilterra), queste materie vengono discusse nei Consigli d&#8217; Amministrazione, vengono riportate nella stampa, ovvero si risolvono nella normale dialettica deliberativa (sia essa societaria, sia essa parlamentare, sia essa mediatica), da Noi si deve mettere in mezzo la Magistratura Penale, che viene invocata (dalle minoranze che si sentono schiacciate e in difficoltà rispetto alle maggioranze) come &#8220;ago della bilancia&#8221; delle controversie. Dal punto di vista etico-politico, questo è il segno che nel Ns. Paese non c&#8217;è (o non c&#8217;è più) allenamento per una vera Democrazia Partecipativa; non c&#8217;è più il gusto del dibattito (sia esso societario, sia esso politico) e non si investe più (per dirimere le controversie) sulla funzione sociale della dialettica e della persuasione per sconfiggere un avversario; viceversa, per sconfiggere l&#8217;avversario ci si affida alla funzione infamante della magistratura penale: tanto, complice il Ns. <em>Codice Rocco</em>, basta un nulla per ascrivere rilevanza di reato ad una condotta umana, quantomeno per imbastire una notizia di reato. Che poi questa &#8220;notizia di reato&#8221; non porti a nulla di concreto, ma solo all&#8217;archiviazione, poco importa: tanto l&#8217;effetto di disarcionare l&#8217;avversario è già stato raggiunto con un avviso di garanzia (ma con Berlusconi non ci sono ancora riusciti!); tanto- si dice- al pubblico non interessano le ragioni, quanto sentire &#8230; &#8220;il tintinnar delle manette&#8221;! In tutto questo, poi, balza all&#8217;occhio la circostanza che un giornale come <em>Il Fatto Quotidiano</em> che fa dell&#8217;obiettività e della completezza dell&#8217;informazione un suo &#8220;principio supremo&#8221; non abbia chiarito l&#8217;origine di questa inchiesta: semplicemente si limita a dire che la GDF di Trani stava indagando su un giro di carte di credito usurarie e (guarda la combinazione!) arriva ad intercettare Innocenzi mentre conversa con il <em>premier</em>. Fortuna? Caso? Forse. Certo, un uomo normale, a questo punto, si chiederebbe: ma cosa c&#8217;entrano Berlusconi e Innocenzi con le carte di credito? Erano forse indagati? E perchè? Ma soprattutto: cosa c&#8217;era di tanto grave da indurre la Magistratura a proseguire nelle intercettazioni? Nessuno del <em>Fatto</em> lo spiega! Strana reticenza, perchè, scaratata l&#8217;ipotesi del segreto istruttorio (divenuto il &#8220;segreto di pulcinella&#8221; dopo la rivelazione dell&#8217;inchiesta!), resta un interrogativo inquietante: non è che forse le intercettazioni sono state disposte anche se giudiziariamente irrilevanti? Ovvero, a prescindere dal &#8220;merito&#8221; procedurale: non sarà che una &#8220;manina&#8221; ha provveduto a girare la &#8220;materia prima&#8221; a politici e giornalisti per &#8221;cucinare&#8221; l&#8217;ennesimo <em>scoop</em> anti-berlusconiano? Certo, è vero, come dicono i preti, che &#8221;a pensar male si fa peccato, ma ci si prende quasi sempre&#8221;; ma ricordo che non Berlusconi, ma il &#8220;giustizialista&#8221; Oscar Luigi Scalfaro ebbe a tuonare contro le &#8220;Procure colabrodo&#8221;: con ciò non rivelando nulla perchè sul rapporto stampa-procure esiste una nota e lunga consuetudine fin dai tempi degli anni di piombo (doverosamente documentata anche da una Ex-<em>Toga Rossa</em> come Luciano Violante!). Evidentemente, in questa &#8221;scatola nera&#8221; che, dal filone di indagine sulle carte di credito, ha portato a Berlusconi, il silenzio del <em>Fatto</em> può spiegarsi in un solo modo: coprire una fonte! Ora, la morale da trarre da questa vicenda è molto semplice. Ha un bel dire Rodotà, su <em>Micromega</em> di ottobre, che la Corte Europea dei diritti dell&#8217;uomo nel 2007 ha riconosciuto ai giornalisti il diritto di pubblicare intercettazioni riguardanti indagini (anche penali) sui politici. A parte che Liguori quando condusse quella memorabile e meravigliosa inchiesta (oggi giustamente riproposta) sull&#8217;<em>Irpinia Gate</em> che costò la Segreteria DC a De Mita non si sognò di pubblicare una riga di intercettazioni, resta a tutta evidenza un punto fermo: non basta pubblicare un testo gabbandolo come &#8220;intercettazione&#8221; per mettere il giornalista al riparo del &#8220;diritto&#8221;. Innanzitutto, il giornalista, in questo caso, deve essere obbligato a rivelare la fonte dell&#8217;intercettazione: a queste condizioni, si responsabilizza il giornalista (altrimenti, legittimando le &#8220;veline&#8221;, si legittima solo la disinformazione!) e, con esso, quegli operatori giudiziari che si risolvono ad un passo tanto grave e che creano i presupposti affinchè, a livello di stampa, sia anticipato il giudizio sulla rilevanza penale del fatto oggetto dell&#8217;intercettazione. In ogni caso, questi rischi sono prevenuti &#8220;a monte&#8221; da una riforma processuale penale che finalmente blindi il segreto istruttorio sulle indagini e disciplini in modo finalmente rigoroso le intercettazioni. Il Ministro Alfano ha annunciato che il Governo interverrà dopo la campagna elettorale: speriamo che anche l&#8217;opposizione potenzialmente (si badi l&#8217;avverbio!) responsabile (PD, UDC) si convinca dell&#8217;opportunità di collaborare costruttivamente affinchè questa legge venga finalmente la luce e sia posto fine al malcostume giornalistico-giudiziario di questi ultimi mesi.</p>
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		<title>Emma Bonino tra politica ed antipolitica</title>
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		<pubDate>Thu, 11 Mar 2010 12:13:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Frabetti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.arezzopolitica.it/2010/03/11/emma-bonino-tra-politica-ed-antipolitica/"><img align="left" hspace="5" width="150" height="150" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/03/emma-bonino-150x150.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="emma-bonino" title="" /></a>di Giorgio Frabetti- Diciamocelo pure fuori dai denti: Emma Bonino è forse l&#8217;unica vera sorpresa di queste elezioni regionali 2010. Bisogna dire che, dopo quasi due decenni di opacità (eccezion fatta per l&#8217;exploit della &#8220;lista Bonino&#8221; alle elezioni europee 1999), la candidatura Bonino alla Presidenza della Regione Lazio (piaccia o non piaccia) costituisce la proposta politica [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-3585" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/03/emma-bonino.jpg" alt="emma-bonino" width="400" height="300" />di <strong>Giorgio Frabetti</strong>- Diciamocelo pure fuori dai denti: Emma Bonino è forse l&#8217;unica vera sorpresa di queste elezioni regionali 2010. Bisogna dire che, dopo quasi due decenni di opacità (eccezion fatta per l&#8217;<em>exploit</em> della &#8220;lista Bonino&#8221; alle elezioni europee 1999), la candidatura Bonino alla Presidenza della Regione Lazio (piaccia o non piaccia) costituisce la proposta politica più originale a ardita che i Radicali italiani hanno saputo proporre. Dopo anni di &#8220;spinelli liberi&#8221; e sceneggiate varie, i radicali tentano con la candidatura Bonino il &#8220;colpo grosso&#8221;: portare i radicali nelle &#8220;stanze dei bottoni&#8221;, al centro della scena politica, come ai tempi di Ernesto Nathan, (Sindaco di Roma ai primi del secolo) e come ai tempi di Nitti, unico Presidente del Consiglio italiano radicale, per di più nel cruciale &#8220;biennio rosso&#8221; 1919-20. Quali prospettive in caso di insediamento di una giunta Bonino? Diverrebbe il Lazio una sorta di &#8220;repubblica libertaria&#8221; alla Zapatero? E poi: questa affermazione di un&#8217;esponente così esposta sul fronte laico e anticlericale che riflessi avrebbe sull&#8217;elettorato cattolico del PD? Si accentuerebbe il processo di attuale diaspora dei cd teo-dem Binetti e Carra (con la prospettiva di un sostanziale ritorno del PD ai DS), ovvero il rapporto Bonino-cattolici finirebbe per stabilizzarsi come sostiene il cattolico democratico Franco Marini? Ora, io sono convinto che, complice la loro storia, i radicali sono un movimento dalle mille risorse, dalle &#8220;sette vite&#8221; con risorse insospettate di adattamento e di rinnovamento. Se scorriamo, infatti, la loro storia ci accorgiamo che i radicali &#8230; sono tante cose. Noi dai tempi del divorzio, a causa della <em>leadership</em> di Marco Pannella, abbiamo conosciuto i radicali come movimento sostanzialmente anti-politico, difensore dei &#8220;diritti della secolarizzazione&#8221; (divorzio, aborto, femminismo, diritti degli omosessuali) in una società che stava perdendo i riferimenti tradizionali e stava trasformandosi: un ruolo, quest&#8217;ultimo che Pannella ha giocato per tutti gli anni 70, ma che negli anni 80 è risultato appannato dalla concorrente presenza politica di Bettino Craxi, che ha meglio incarnato le istanze della modernizzazione incalzante. Questo volto è il volto direi classico con cui i radicali (dall&#8217;Inghilterra alla Francia) si sono presentati sullo scenario politico a partire dal XIX secolo (vedi teorie morali si Stuart Mill etc.); ma non è il solo. Innanzitutto,  accanto ai radicali che hanno condotto sì battaglia parlamentare per un programma di diritti civili, nello stile dell&#8217;intransigenza &#8220;giurisdizionalista&#8221; e senza mai cercare sbocchi di governo (vedi la testimonianza di Felice Cavallotti nel 1877, fondatore del cd Partito Radicale Storico, con programma assai avanzato di riforme sociali e di diritto di libertà, non nazionalista e acerrimo nemico del trasformismo parlamentare di Depretis e di Crispi), si ritrova lo stile politico dei dirigenti radicali che nel 1906 accettarono di andare al governo con Giovanni Giolitti, rompendo con la tradizionale collocazione sull&#8217;Estrema parlamentare, condivisa con altre formazioni italiane di tradizione &#8220;astensionista&#8221; (come il Partito Repubblicano, insediatosi per la prima volta al Parlamento italiano nel 1895) ed iniziando una consuetudine di governo che culminerà nella Presidenza Nitti nel fatidico &#8220;biennio rosso&#8221; 1919-20. Questi precedenti storici dovrebbero indurci alla prudenza e a ritenere i radicali un movimento non del tutto assimilabile all&#8217;anti-politica, almeno per come noi la conosciamo oggi nel volto dell&#8217;anti-berlusconismo militante (&#8221;popolo viola&#8221; e simili!): e non è un caso che i radicali non abbiano mai espresso la loro avversione a Berlusconi nei modi violenti di Di Pietro e dei Comunisti. In particolare, una grande prova di transigenza politica fu offerta dal <em>premier</em> radicale Nitti: proprio ad un anticlericale in odore di Massoneria, infatti, la storia italiana deve la fine dell&#8217;astensionismo politico dei cattolici (iniziato con il <em>non expedit</em> di Pio IX nel 1873); fu, cioè, Nitti a legittimare politicamente Don Sturzo e il suo <em>Partito Popolare</em>, per farne una forza di massa concorrente con il socialismo e uno dei partiti-cardine di quel breve scorcio di Italia pre-fascista. E&#8217; proprio questo precedente a farci riflettere e a farci ritenere possibilisti sulle previsioni di Franco Marini: cosa vieta, infatti, sul piano politico ad Emma Bonino, una volta assurta alla Presidenza della Regione Lazio, di recidere i legami con l&#8217;intransigenza pannelliana classica e intrattenere con i cattolici rapporti di assoluta comprensione? Anche perchè -lo ricordiamo- aborto, eutanasia, DICO non rientrano tra le materie di competenza regionale (anche se indubbiamente un Presidente di Regione che governa la Sanità che è pro-eutanasia &#8230; quanto meno stona!). Certo, non c&#8217;è una garanzia matematica che ciò avvenga; ma questo è nell&#8217;ordine delle cose che possono accadere ad un movimento che dalle piazze assurge a ruoli di governo! Del resto, i radicali, in nome delle loro cause (diritti civili, fame nel mondo), hanno sempre proclamato la strategia degli &#8220;accordi trasversali&#8221; anche con collocazioni francamente oblique e discutibili. Inoltre, non è da escludere che una Presidenza Bonino possa svolgere un ruolo di stabilizzazione politica dell&#8217;eventuale maggioranza di centro-sinistra del Lazio: non affetta dal &#8220;virus-Casini&#8221; e dalla sua strategia dei &#8220;due forni&#8221;, la maggioranza laziale potrebbe essere più protetta da &#8220;ribaltoni&#8221; che non un&#8217;eventuale Giunta Polverini (o Bresso in Piemonte). Io non credo, quindi, che il punto debole di un&#8217;eventuale Giunta Bonino sia costituito dai cattolici: piuttosto, il suo vero punto debole risiede nella connotazione ultra-elitaria e talora un pò settaria  che deriva ai radicali dalla mutazione che il movimento ha subito dopo l&#8217;ascesa del fascismo, prima con il magistero Gobettiano e poi con l&#8217;esperienza di <em>Giustizia e libertà. </em>Una mutazione, quest&#8217;ultima, che non è solo di carattere culturale e dottrinale, ma è anche di estrazione sociale: fino al fascismo, cioè, il radicalismo era stato un movimento minoritario certo, ma pur sempre popolare, che, insieme al movimento repubblicano, al movimento anarchico (almeno in certe regioni italiane), era espressione dei ceti borghesi più marginali, i piccoli commercianti, i piccoli artigiani (oggi diremo i &#8220;padroncini&#8221;, le Partite IVA), che nei primi del secolo costituivano la spina dorsale dell&#8217;Italia nascente. Con l&#8217;ascesa al Governo di Mussolini (e con la forte diaspora verso Mussolini e il PNF di esponenti politici radicali di ascendenza nittiana), il radicalismo diventa appannaggio della grande borghesia super-capitalistica ed industriale del Nord (ultra-minoritaria e poco rappresentativa): i radicali, cioè, diventano l&#8217;avanguardia &#8216;illuminata&#8217; di un&#8217;Italia che si sente più moderna del resto del Paese e che si sente &#8220;stretta&#8221; prima l&#8217;Italia  di Mussolini e poi della DC, viste come l&#8217;eterna riproposizione dell&#8217;Italietta cialtrona dei Bertoldo e dei Guicciardini! Ora, con questo, non si intende sminuire i pregi che il mondo radicale ha rivelato in chiave di competenza tecnica e anche di capacità di sacrificio (specie negli anni del fascismo!). Si vuole soltanto dire che, in questa condizione minoritaria, il mondo radicale ha purtroppo sviluppato in anticipo sugli altri partiti alcune delle disposizioni all&#8217;anti-politica, che oggi sono malcostume diffuso e quasi scontato: ovvero, la tendenza a fare politica con i <em>dossier</em> (vedi la pur pregevole opera di Ernesto Rossi), la tendenza a cavalcare lo scandalo anche cospargendo a piene mani la dietrologia a sfondo giudiziario (vedi le opere di Giorgio Galli, vedi le campagne distorte sulla P2 di &#8216;Repubblica&#8217; degli anni 80); forse ad attenuante dei radicali può dirsi che a loro era quasi inibito percorrere altre strade per incidere sulla scena politica, data la costante esiguità dei numeri parlamentari: certo, però, oggi questo costume è divenuto appannaggio di tutti i partiti, con le degenerazioni che sono note! Emma Bonino purtroppo viene da questa tradizione, che non giova al progresso politico del Paese, specie in questo momento. Di qui, è prevedibile una Presidenza improntata ad un &#8220;basso profilo politico&#8221;, di marca tecnocratica e &#8220;commissariale&#8221;(tipo Prodi ultimo governo e &#8220;governi tecnici&#8221;), improntato al puro rispetto di decisioni UE o della Corte dei Conti, al di fuori di quei canoni di democrazia partecipativa, che, al momento, costituiscono l&#8217;unica via di rilancio e di riforma della politica e l&#8217;unico vero argine con i <em>virus</em> dell&#8217;antipolitica e del &#8220;giustizialismo&#8221;.</p>
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		<title>Il Quirinale e il &#8220;Decreto Regionali&#8221;: una prova di &#8220;buon senso&#8221;</title>
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		<pubDate>Sun, 07 Mar 2010 14:37:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Frabetti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica Nazionale]]></category>
		<category><![CDATA[bipartisan]]></category>
		<category><![CDATA[decreto liste]]></category>
		<category><![CDATA[di pietro]]></category>
		<category><![CDATA[elezioni regionali 2010]]></category>

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		<description><![CDATA[<a href="http://www.arezzopolitica.it/2010/03/07/il-quirinale-e-il-decreto-regionali-una-prova-di-buon-senso/"><img align="left" hspace="5" width="150" height="150" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/03/200px-Presidente_Napolitano-150x150.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="200px-Presidente_Napolitano" title="" /></a>(Redazione) A seguito delle discussioni insorte sulla legittimità/opportunità che un Decreto-legge del Governo intervenisse sulle regole di presentazione delle liste in corso d&#8217;opera, a seguito della decisione del Governo Berlusconi di favorire la riammissione delle liste escluse con un proprio &#8220;decreto interpretativo&#8221; (sul quale si sono anche aperte molte discussioni sul versante tecnico-giuridico), siamo a [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="background: #f3f3f3"><span style="font-size: 9.5pt;color: black;font-family: 'Arial','sans-serif'"><img class="alignleft size-full wp-image-3563" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/03/200px-Presidente_Napolitano.jpg" alt="200px-Presidente_Napolitano" width="200" height="261" /><strong>(Redazione) A seguito delle discussioni insorte sulla legittimità/opportunità che un Decreto-legge del Governo intervenisse sulle regole di presentazione delle liste in corso d&#8217;opera, a seguito della decisione del Governo Berlusconi di favorire la riammissione delle liste escluse con un proprio &#8220;decreto interpretativo&#8221; (sul quale si sono anche aperte molte discussioni sul versante tecnico-giuridico), siamo a riportare e motivazioni che hanno spinto il Quirinale alla promulgazione del Decreto stesso, sotto forma di risposta a istanze e obiezioni di cittadini perplessi. La lettura del testo originale del Presidente Napolitano vale di più di qualsiasi commento: finalmente una prova di &#8220;buon senso&#8221; come auspicato. </strong></span></p>
<p style="background: #f3f3f3"><span style="font-size: 9.5pt;color: black;font-family: 'Arial','sans-serif'"><span style="font-size: 9.5pt;color: black;font-family: 'Arial','sans-serif'">Signor Presidente della Repubblica, <span style="font-size: 9.5pt;color: black;font-family: 'Arial','sans-serif'">le chiedo di non firmare il decreto interpretativo proposto dal governo in quanto in un paese democratico le regole non possono essere cambiate in corso d&#8217;opera e a piacimento del governo, ma devono essere rispettate da tutte le componenti politiche e sociali per la loro importanza per la democrazia e la vita sociale dei cittadini italiani.<br />
Confidando nella sua serenità e capacità di giudizio per il bene del Paese e nel suo alto rispetto per la nostra Costituzione.<br />
Cordiali saluti<br />
<strong><span style="font-family: 'Arial','sans-serif'">Alessandro Magni</span></strong></span><br />
</span></span></p>
<p style="background: #f3f3f3"><span style="font-size: 9.5pt;color: black;font-family: 'Arial','sans-serif'">Signor Presidente Napolitano,<br />
sono a chiederle di fare tutto quello che lei può per lasciarci la possibilità di votare in Lombardia chi riteniamo che ci possa rappresentare. Se così non fosse, sarebbe un grave attentato al diritto di voto.<br />
In fede<br />
<strong><span style="font-family: 'Arial','sans-serif'">M. Cristina Varenna</span></strong></span></p>
<p style="background: #f3f3f3"><em><span style="font-size: 9.5pt;color: black;font-family: 'Arial','sans-serif'">Egregio signor Magni, gentile signora Varenna,</span></em><em><span style="font-size: 9.5pt;color: black;font-family: 'Arial','sans-serif'"><br />
<em><span style="font-family: 'Arial','sans-serif'">ho letto con attenzione le vostre lettere e desidero, vostro tramite, rispondere con sincera considerazione per tutte le opinioni dei tanti cittadini che in queste ore mi hanno scritto. </span></em><br />
<em><span style="font-family: 'Arial','sans-serif'">Il problema da risolvere era, da qualche giorno, quello di garantire che si andasse dovunque alle elezioni regionali con la piena partecipazione dei diversi schieramenti politici. Non era sostenibile che potessero non parteciparvi nella più grande regione italiana il candidato presidente e la lista del maggior partito politico di governo, per gli errori nella presentazione della lista contestati dall&#8217;ufficio competente costituito presso la corte d&#8217;appello di Milano. Erano in gioco due interessi o &#8220;beni&#8221; entrambi meritevoli di tutela: il rispetto delle norme e delle procedure previste dalla legge e il diritto dei cittadini di scegliere col voto tra programmi e schieramenti alternativi. Non si può negare che si tratti di &#8220;beni&#8221; egualmente preziosi nel nostro Stato di diritto e democratico. </span></em><br />
<em><span style="font-family: 'Arial','sans-serif'">Si era nei giorni scorsi espressa preoccupazione anche da parte dei maggiori esponenti dell&#8217;opposizione, che avevano dichiarato di non voler vincere &#8211; neppure in Lombardia &#8211; &#8220;per abbandono dell&#8217;avversario&#8221; o &#8220;a tavolino&#8221;. E si era anche da più parti parlato della necessità di una &#8220;soluzione politica&#8221;: senza peraltro chiarire in che senso ciò andasse inteso. Una soluzione che fosse cioè &#8220;frutto di un accordo&#8221;, concordata tra maggioranza e opposizioni?</span></em><br />
<em><span style="font-family: 'Arial','sans-serif'">Ora sarebbe stato certamente opportuno ricercare un tale accordo, andandosi al di là delle polemiche su errori e responsabilità dei presentatori delle liste non ammesse e sui fondamenti delle decisioni prese dagli uffici elettorali pronunciatisi in materia. In realtà, sappiamo quanto risultino difficili accordi tra governo, maggioranza e opposizioni anche in casi particolarmente delicati come questo e ancor più in clima elettorale: difficili per tendenze all&#8217;autosufficienza e scelte unilaterali da una parte, e per diffidenze di fondo e indisponibilità dall&#8217;altra parte.</span></em><br />
<em><span style="font-family: 'Arial','sans-serif'">Ma in ogni caso &#8211; questo è il punto che mi preme sottolineare &#8211; la &#8220;soluzione politica&#8221;, ovvero l&#8217;intesa tra gli schieramenti politici, avrebbe pur sempre dovuto tradursi in soluzione normativa, in un provvedimento legislativo che intervenisse tempestivamente per consentire lo svolgimento delle elezioni regionali con la piena partecipazione dei principali contendenti. E i tempi si erano a tal punto ristretti &#8211; dopo i già intervenuti pronunciamenti delle Corti di appello di Roma e Milano &#8211; che quel provvedimento non poteva che essere un decreto legge.</span></em><br />
<em><span style="font-family: 'Arial','sans-serif'">Diversamente dalla bozza di decreto prospettatami dal Governo in un teso incontro giovedì sera, il testo successivamente elaborato dal Ministero dell&#8217;interno e dalla Presidenza del consiglio dei ministri non ha presentato a mio avviso evidenti vizi di incostituzionalità. Né si è indicata da nessuna parte politica quale altra soluzione &#8211; comunque inevitabilmente legislativa &#8211; potesse essere ancora più esente da vizi e dubbi di quella natura.</span></em><br />
<em><span style="font-family: 'Arial','sans-serif'">La vicenda è stata molto spinosa, fonte di gravi contrasti e divisioni, e ha messo in evidenza l&#8217;acuirsi non solo di tensioni politiche, ma di serie tensioni istituzionali. E&#8217; bene che tutti se ne rendano conto. Io sono deciso a tenere ferma una linea di indipendente e imparziale svolgimento del ruolo, e di rigoroso esercizio delle prerogative, che la Costituzione attribuisce al Presidente della Repubblica, nei limiti segnati dalla stessa Carta e in spirito di leale cooperazione istituzionale. Un effettivo senso di responsabilità dovrebbe consigliare a tutti i soggetti politici e istituzionali di non rivolgersi al Capo dello Stato con aspettative e pretese improprie, e a chi governa di rispettarne costantemente le funzioni e i poteri.</span></em><br />
<em><span style="font-family: 'Arial','sans-serif'">Cordialmente</span></em></span></em></p>
<p style="background: #f3f3f3"><em><strong><span style="font-size: 9.5pt;color: black;font-family: 'Arial','sans-serif'">Giorgio Napolitano</span></strong></em></p>
<p style="background: #f3f3f3"><strong><span style="font-size: 9.5pt;color: black;font-family: 'Arial','sans-serif'">PS. Inquietanti ed eversive appaiono le parole di Antonio Di Pietro, leader IDV, quando chiede la &#8220;messa in stato d&#8217;accusa&#8221; del Presiente Napolitano (cosa surreale, perchè in una democrazia come la Nostra, il Decreto può benissimo essere sottoposto al sindacato della Consulta se lo si ritiene illegittimo). Purtroppo, le dichiarazioni di Di Pietro ci convincono che l&#8217;anti-politica in Italia, dopo aver puntato ad erigere una &#8220;grande muraglia&#8221; tra maggioranza ed opposizione, punta all&#8217;<em>esclation</em> del <em>filybustering</em> e alla delegittimazione del Capo dello Stato per ragioni di parte (dopo non essere riuscita a delegittimare il Presidente del Consiglio). Vigiliamo, perchè questo scempio alle Istituzioni Rappesentative non sia perpetrato.</span></strong></p>
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		<title>Formignoni-Polverini: saniamo le irregolarità con il voto regolare</title>
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		<pubDate>Thu, 04 Mar 2010 21:16:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Frabetti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica Nazionale]]></category>
		<category><![CDATA[elezioni regionali 2010]]></category>
		<category><![CDATA[formigoni]]></category>
		<category><![CDATA[polverini]]></category>

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		<description><![CDATA[<a href="http://www.arezzopolitica.it/2010/03/04/formignoni-polverini-saniamo-le-irregolarita-con-il-voto-regolare/"><img align="left" hspace="5" width="150" height="150" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/03/elezioni_jpg_17444042972-150x150.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="elezioni_jpg_1744404297" title="" /></a>di Giorgio Frabetti- E&#8217; di mercoledì sera la notizia dell&#8217; esclusione dei &#8216;listini&#8217; di Roberto Formigoni in Lombardia e di Renata Polverini in Lazio, per irregolarità nelle firme e nelle autentiche che avrebbero reso impossibile il raggiungimento del quorum di presentazione delle liste. Tale esclusione porta con sè l&#8217;esclusione del PDL dalla competizione alle elezioni regionali, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-3530" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/03/elezioni_jpg_17444042972.jpg" alt="elezioni_jpg_1744404297" width="331" height="265" />di <strong>Giorgio Frabetti</strong>- E&#8217; di mercoledì sera la notizia dell&#8217; esclusione dei &#8216;listini&#8217; di Roberto Formigoni in Lombardia e di Renata Polverini in Lazio, per irregolarità nelle firme e nelle autentiche che avrebbero reso impossibile il raggiungimento del <em>quorum</em> di presentazione delle liste. Tale esclusione porta con sè l&#8217;esclusione del PDL dalla competizione alle elezioni regionali, lasciando campo libero agli avversari. A Roma, ciò significa lasciare la vittoria a Emma Bonino, candidata pressocchè unica. Richiesto di rimediare al &#8220;pateracchio&#8221;, il Ministro dell&#8217;Interno Roberto Maroni, ha dichiarato l&#8217;indisponibilità propria e del Governo a provvedere d&#8217;urgenza. Il Presidente della Repubblica ha deplorato l&#8217;episodio; il Presidente del Senato, Sen. Renato Schifani, pur dispiaciuto, ha tenuto a precisare che, quando sono in gioco procedure elettorali, dove è in gioco l&#8217;esercizio della &#8220;sacra&#8221; svranità popolare, il rispetto delle forme è sostanza; viceversa, il Presidente della Camera dei Deputati, On. Gianfranco Fini, non ha mancato di lanciare frecciate velenose al coordinamento PDL (&#8221;Questa PDL non mi piace&#8221;, ha detto). Che lezione trarre da un simile incidente abbastanza inconsueto? Naturalmente, non sono mancate le tesi volte ad accreditare un &#8220;complotto&#8221; interno al PDL tra fautori e dissidenti dell&#8217;attuale dirigenza; senza scomodare tesi così impegnative, è comunque più che probabile, come dice su &#8216;Repubblica&#8217; di mercoledì uno dei Vice-Coordinatori Ignazio La Russa, che i responsabili della raccolta delle firme siano stati più che leggeri, per non aver raccolto firme oltre la cd &#8220;soglia di sicurezza&#8221;; come meritano considerazione le opinioni di Ignazio La Russa che addebita la circostanza alla mancanza di &#8220;buon senso&#8221; degli Uffici Elettorali, che in altri tempi avevano consentito ai partiti un margine operativo maggiore. Una riflessione che è certamente apprezzabile, considerato il sostanziale &#8220;ostruzionismo&#8221; esercitato dai Radicali, che ha condizionato non poco i Giudici nel &#8220;prendere alla lettera&#8221; le norme di legge. Ci sia consentita una piccola riflessione: davvero un simile stato di cose non è rimediabile con il &#8220;buon senso&#8221;? E&#8217; davvero così impossibile per il Governo intervenire? Non potrebbe prevalere anche nella legge elettorale regionale un concetto di &#8220;rappresentatività effettiva&#8221; (analoga a quella dei sindacati nello <em>Statuto dei Lavoratori</em>)? E non va già in questa direzione la l. 250/2005 (legge elettorale per Camera e Senato) che esonera dalla raccolta delle firme le formazioni che hanno già rappresentanti in Parlamento?Va bene che Franceschini e Rutelli dicano: &#8220;le leggi elettorali si fanno e poi si aggirano&#8221;; ma, anche ammettendone l&#8217; &#8220;aggiramento&#8221;, dovrebbe prevalere la razionalità politico-costituzionale (il &#8220;buon senso&#8221; di cui parla l&#8217;On. Ignazio La Russa). Se prevalesse il senso di responsabilità e non la demagogia (come purtroppo parrebbe succedere adesso), dovrebbe essere il PD, il principale partito di opposizione, il primo interessato a soprassedere, affinchè le elezioni si tengano regolarmente in Lazio e Lombardia, accordandosi con i Ministeri competenti, affinchè, in via di disposizioni amministrative, si rimedi al danno, ristabilendo &#8230; il &#8220;buon senso&#8221;. E&#8217; evidente a tutti, infatti, che un Presidente PD in Lazio o Lombardia sarebbe un Presidente dimezzato, perchè la sua elezione sarebbe esposta all&#8217;annullamento in via amministrativa (come successe nel 2005 per la Basilicata). Non è, quindi, &#8220;incicio&#8221; un&#8217;intesa tra PDL e PD per recuparare la Polverini e Formignoni nelle elezioni del Lazio e della Lombardia. Solo una setta marginale e acefala come il Partito Radicale di Emma Bonino e Marco Pannella può illudersi di avere successo, confidando in questi metodi. Ma se è scontato comprendere i motivi che hanno spinto un partitino come i Radicali italiani a simili gesti (in fondo, più un partito è piccolo e marginale, più è pressocchè costetto al <em>filybustering</em> politico-giudiziario, per guadagnarsi spazio e visibilità), meno comprensibile è che il PD si accodi senza fare nulla; ovvero un partito che sulla carta, resta il più importante partito di opposizione e che non è condizionato dall&#8217;ossessione dello &#8220;sbarramento&#8221;. Qui sta la miopia del PD che, preso dalla facile rendita elettorale del <em>filybustering</em> politico, sembra adbicare al compito (elementare in una democrazia bipolare) di stabilizzare il bipolarismo: in una democrazia maggioritaria seria, cioè, il PD (partito di opposizione) dovrebbe condividere, insieme al PDL (partito di maggioranza), l&#8217;interesse ad isolare i concorrenti dei &#8216;partitini&#8217;; e non lasciarli fare, come oggi con i Radicali. Ecco, perchè l&#8217;esclusione della Polverini e di Formignoni dalle elezioni regionali  rappresenta forse la prima e più pesante sconfitta del bipolarismo che l&#8217;Italia abbia conosciuto dagli anni &#8216;90 a questa parte: non c&#8217;è bipolarismo funzionante, laddove piccoli partiti marginali possono mettere sotto scacco per fatti puramente formali partiti rappresentativi come il PDL. Noi abbiamo conosciuto una stagione politica in cui hanno dominato le &#8220;formazioni marginali&#8221;: era la <em>Prima Repubblica</em>. Questa &#8220;democrazia proporzionalista&#8221; ha potuto tenere finchè partiti come la DC, il PSI e il PCI (fondatori della Repubblica) detenevano da soli i due terzi e oltre del Parlamento e una larghissima base di insediamento sociale: finchè questi partiti erano forti, le strategie di partiti marginali come Pannella e simili, di puntare alla destabilizzazione del gioco politico (allora tramite <em>referendum</em>) non ebbero seguito. Possibile che PD e PDL che insieme detegono più dei 2/3 dei voti e dei seggi non riescano ad esercitare un simile ruolo moderatore e regolatore del gioco politico contro il filybustering dei Radicali? Altrettanto, vero che nella Prima Repubblica una simile possibilità di regolazione del gioco politico implose, quando DC, PSI e PCI, alle elezioni politiche del 1992, raccolsero da soli meno dei due quinti dei voti, lasciando un buon terzo dei voti a formazioni di protesta e ultra-marginali come Lega, Lista Pannella, <em>Rete</em>, Verdi e simili. Una simile frammentazione ed una simile preponderanza di formazioni politiche marginali agevolò <em>Tangentopoli</em> e i guasti giustizialisti che tutti conoscono. Forse uno scenario simile si produrrà dopo le Regionali; forse su uno scenario del genere qualcuno spera e specula. In ogni caso, bando ai formalismi, facciamo prevalere sulla forma delle leggi elettorali, la sostanza; saniamo, quindi, le irregolarità formali con il voto regolare.</p>
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		<title>Elezioni regionali 2010: il nuovo volto della politica italiana</title>
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		<pubDate>Tue, 02 Mar 2010 23:47:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Frabetti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.arezzopolitica.it/2010/03/03/elezioni-regionali-2010-il-nuovo-volto-della-politica-italiana/"><img align="left" hspace="5" width="150" height="150" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/03/italia2-150x150.gif" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="italia2" title="" /></a>di Giorgio Frabetti- Per essere iniziata male, è iniziata male: la bocciatura delle liste del PDL nella Provincia di Roma (dove il partito sostiene la Polverini, UGL) e nella Provincia di Milano (dove sostiene Formigoni) indicano senza possibilità di equivoco che la campagna elettorale per le elezioni regionali 2010 non ha preso una bella piega. Anche se il PDL [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-3498" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/03/italia2.gif" alt="italia2" width="310" height="310" />di <strong>Giorgio Frabetti</strong>- Per essere iniziata male, è iniziata male: la bocciatura delle liste del PDL nella Provincia di Roma (dove il partito sostiene la Polverini, UGL) e nella Provincia di Milano (dove sostiene Formigoni) indicano senza possibilità di equivoco che la campagna elettorale per le elezioni regionali 2010 non ha preso una bella piega. Anche se il PDL vincerà in Lombardia e Lazio (Regioni decisive ed essenziali per il consolidamento politico del PDL), e anche se i primi sondaggi (vedi &#8216;Repubblica&#8217; di domenica) paiono confermare per il PDL alle prossime regionali un <em>trend</em> positivo e in linea con le consultazioni degli ultimi anni (circa un 36% nazionale), il rischio è che dalle elezioni di fine marzo escano Presidenze regionali di centro-destra politicamente deboli: facilmente soggette a ricorsi giurisdizionali al TAR per irregolarità elettorali (vedi precedenti di Alternativa Sociale in Lazio), ovvero a &#8220;manovre giudiziarie&#8221; di altro tipo (come pare profetizzare, neanche troppo tra le righe, Ilvo Diamanti su &#8216;la Repubblica&#8217; di domenica, ma ciò è conforme al precedente Marrazzo). Il centro-destra, quindi, dovrà affrontare le prossime elezioni, prendendo contemporaneamente le distanze sia dal catastrofismo e dalla sindrome &#8216;declinista&#8217;  paventata dalla Sinistra (e da certe frange dissidenti della PDL) sia dal facile trionfalismo: il quadro politico è in veloce mutamento, perchè la crisi economica accentua la mutazione della competizione politica; non è realistico, quindi, applicare alla lotta politica di oggi gli schemi strategici e tattici dei primi anni &#8216;90, pena il quasi sicuro fallimento (se non elettorale, a livello di consolidamento del potere regionale); viceversa,  se il centro-destra non si fossilizzera in schemi antiquati, ma saprà intercettare negli indiscutibili fattori di discontinuità economico-sociale vere e proprie &#8220;fintestre di opportunità&#8221;, allora non solo avrà assicurata la vittoria alle regionali, ma riuscirà a consolidare i successi, senza subire i purtroppo facili e prevedibili contraccolpi &#8220;giustizialisti&#8221;.  Anzitutto, i fattori di discontinuità  che marcano la distanza delle attuali elezioni regionali dalle elezioni politiche (2008) ed Europee (2009) sono due: <strong>01)</strong> il contesto politico nazionale, segnato dalla fine dell&#8217;antagonismo comunista di Bertinotti; <strong>02)</strong> la dimensione regionale delle elezioni (che interagisce con molta forza su un altro &#8220;convitato di pietra&#8221; di queste elezioni: la &#8220;crisi economica&#8221;). Non ci possiamo negare, in primo luogo, la &#8220;svolta epocale&#8221; che si è realizzata con le elezioni politiche 2008 e che ancora molti analisti (di destra, ma anche di sinistra e penso ancora a Diamanti) faticano a cogliere: ci si dimentica, cioè, troppo facilmente che nel 2008 in Italia è caduto finalmente il Muro di Berlino! Cosa intendo dire? Per la prima volta dopo 60 anni, dal 2008, nel Parlamento italiano non siedono più i Comunisti! Con la fine politica di Bertinotti, in Italia si è chiusa l&#8217;epoca del Comunismo e dei residuati &#8220;nostalgici&#8221; post 89, sopravvissuti (come nell&#8217;Est ex Comunista) grazie ai residui di sindacalismo molto forti nei settori del Pubblico Impiego. Con la fine di Bertinotti e dell&#8217;ultima estrema ipotesi di rinnovamento del Comunismo italiano (quale era il <em>Partito della Rifondazione Comunista)</em>, finisce l&#8217;epoca di una politica fissata su rigidi binari ideologici e classisti (tra gli ottimisti e fautori del libero mercato globalizzato e i catastrofisti della globalizzazione); e con questa epoca, cade ogni alibi residuo di &#8220;non decisione&#8221; politica. In primo luogo, è caduto l&#8217;alibi per i Comunisti ex-PDS e DS per la loro politica della &#8220;doppia morale&#8221;: sindacalista dura e pura in piazza e nei rapporti con la CGIL, filo-liberista nelle decisioni di Governo (spesso coperte da decisioni &#8216;tecniche&#8217; o imposte dalla UE, vedi Protocollo <em>Welfare</em> Prodi 2007); ma anche per il centro-destra è caduto l&#8217;alibi dello spauracchio dei Comunisti. Fino a che Bertinotti era presente sulla scena politica, il centro-destra poteva contare sul voto sicuro del ceto medio. Parliamoci chiaro: è almeno dal 2003-2004 che i distretti manifatturieri del Nord-Est (e in parte dell&#8217;Ovest), grande feudo dell&#8217;elettorato, prima leghista, e poi berlusconiano, accusano la crisi per la concorrenza della Cina e dell&#8217;Est e non nascondono lo scontento nemmeno per la politica economica berlusconiana (il convegno di <em>Confindustria</em> di fine marzo 2006 con il duro scontro tra Berlusconi, allora <em>premier</em> uscente e l&#8217;imprenditore Della Valle sono stati eloquenti!). Se questo elettorato settentrionale non ha mutato il proprio voto, è stato perchè l&#8217;alternativa a Berlusconi era rappresentata dalla politica classista di Bertinotti che proponeva la tassa di successione e la penalizzazione dei lavoratori autonomi. Oggi, Bertinotti non c&#8217;è più; ma c&#8217;è ancora la crisi che morde più di ieri specialmente nei Distretti berlusconiani e leghisti (vedi Varese, vedi Bergamo): per gli anti-berlusconiani (principalmente IDV e UDC), quindi, si apre un potenziale mercato politico per il &#8220;voto di protesta&#8221;, ieri sconosciuto (vedi Facci). Gli avvenimenti provvederanno a smentire o a confermare questa mia convinzione: certo, però, laddove il voto regionale, ad esempio in Lombardia, finisse per registrare un&#8217;affermazione (per quanto marginale e sensibile) di IDV, questa circostanza dovrà essere valutata come sintomo di una sostanziale vittoria dell&#8217;anti-politica sulla proposta politica PDL! Un altro fattore che può oltremodo favorire l&#8217;antipolitica è la dimensione localistica delle elezioni, quest&#8217;anno forse più forte di ieri (complice la crisi economica): questo perchè la crisi econiomica morde e l&#8217;Ente Regione (oggi al voto) è la prima referente delle decisioni relative alla crisi e alle Casse Integrazioni; è, quindi, naturale che siano le politiche regionali (più che quelle nazionali) oggetto della prevalente attenzione da parte degli elettori. Questo condiziona il <em>trend</em> della competizione politica: evidentemente,  per vincere non basterà esibire i volti dei leader politici nazionali più popolari. L&#8217;attuale dimensione locale e la centralità oggettiva delle Regioni nella <em>governance</em> della crisi economica e sociale, determina nei fatti un vantaggio competitivo notevole per quei politici capaci di coniugare la dimensione nazionale e locale della loro proposta politica. Ci ricordiamo ancora del braccio di ferro tra Direzione la Nazionale del PD e Niki Vendola sfociate poi nel plebiscito delle &#8220;primarie&#8221; a favore del Presidente uscente della Regione Puglia? Questa vicenda, quindi, basta da sola a dimsotrare come in questa campagna elettorale mal incoglierà a quei politici che intendessero &#8220;vivere di rendita&#8221; e sfruttare fattori di politica nazionale. Evidentemente, un tale marcato localismo rischia di indebolire ulteriormente i centri direzionali della politica nazionale ed accentuare gli attuali fattori di crisi della politica, che, in questi ultimi anni, complice la crisi economica, stanno spaventosamente galoppando, raggiungendo proporzioni inquietanti e perverse. In particolare, il fatto che, come ai tempi di <em>Tangentopoli</em>, si stia tornando ad una forte aggressività e visibilità della Magistratura sulla politica è eloquente della svolta epocale che stiamo attraversando: non è, cioè, da escludere che, qualunque Presidente di Regione noi eleggeremo, in non poche circostanze potrà essere rovesciato dalla Magistratura (vedi <em>mutatis mutandis</em> Del Bono a Bologna!). E questo perchè ormai, sia che si insedi un Esecutivo di Destra o un&#8217;Esecutivo di Sinistra, la politica &#8230; ha perso fiducia in sè stessa, nel proprio mandato, nella propria missione. In questo modo, l&#8217;opposizione non fa più lotta politica nelle Aule Consiliari o Parlamentari; preoccupata, cioè, di scoprirsi e di fare controlli su interessi personali o <em>mala gestio </em>amministrativa, l&#8217;Opposizione preferisce &#8220;mandare avanti&#8221; la Magistratura! Naturalmente, questo gioco è perverso in sè e chiama rappresaglie reciproche: e in effetti a tutt&#8217;oggi l&#8217;intera classe politica appare reciprocamente bloccata dai veti della Magistratura! Un&#8217;autentica <em>jattura</em> specie in una fase di crisi economica, come quella attuale, che richiede una <em>governance</em> politica di alto profilo! Ora, non vi è chi non veda che <strong>tanto più aumenterà questo &#8220;commissariamento giudiziale&#8221;  della Magistratura sulla Politica, tanto più le dinamiche della crisi (non governate) gioveranno ai ceti più ricchi e forti (marginalizzando i settori oggi in difficoltà e i giovani); e </strong><strong>tanto più fatalmente l&#8217;Italia si avvierà al  declino economico, sociale e politico</strong>! La storia insegna, infatti, che, laddove la politica si è trovata ingessata da congegni burocratici, come la Magistratura (vedi <em>ancième règime</em>),  lì c&#8217;è una società chiusa, paralizzata, in declino, incapace di rinnovarsi e di offrire &#8220;<em>chanches</em> di vita&#8221; ai cittadini (specie giovani). Ma questo &#8220;commissariamento della politica&#8221; è facilitato vieppiù se a monte sono in crisi e bloccati i meccanismi di dialettica politica propri delle democrazie partecipative! <strong>E&#8217; evidente, quindi, che è dai partiti e da una nuova etica della partecipazione che deve partire l&#8217;inversione di tendenza all&#8217;attuale involuzione della politica</strong>: un compito, quindi, che va ben oltre la scadenza immediata delle elezioni di fine marzo! A questo punto, potrà dirsi veramente vittoriosa (alle regionali e oltre) solo quella forza politica che, raccolta la sfida della crisi economica e il pericolo di una lacerazione definitiva del tessuto sociale ed economico della Nazione, saprà interpretare credibilmente una nuova missione per la politica in Italia.</p>
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		<title>I nostalgici del &#8216;Ribaltone&#8217;: a volte ritornano!</title>
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		<pubDate>Sat, 05 Dec 2009 01:03:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Frabetti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.arezzopolitica.it/2009/12/05/i-nostalgici-del-ribaltone-a-volte-ritornano/"><img align="left" hspace="5" width="150" height="150" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2009/12/Fini-150x150.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="Fini" title="" /></a>di Giorgio Frabetti- Ci risiamo: andato al Governo il centro-destra, si ritorna a parlare di &#8216;ribaltone&#8217;. L&#8217;abbiamo capito da un pezzo che la politica italiana è monotona, ma ora la misura è colma, perchè, con le recenti polemiche Fini-Berlusconi, il livello di dietrologia e fantasia politica ha superato ogni possibile immaginazione, sconfinando nel &#8220;non senso&#8221; (politico!).
Una [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-4045" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2009/12/Fini.jpg" alt="Fini" width="351" height="255" />di <strong>Giorgio Frabetti</strong>- Ci risiamo: andato al Governo il centro-destra, si ritorna a parlare di &#8216;ribaltone&#8217;. L&#8217;abbiamo capito da un pezzo che la politica italiana è monotona, ma ora la misura è colma, perchè, con le recenti polemiche Fini-Berlusconi, il livello di dietrologia e fantasia politica ha superato ogni possibile immaginazione, sconfinando nel &#8220;non senso&#8221; (politico!).</p>
<p>Una breve digressione storico-politico-culturale: il perchè dell&#8217; &#8220;eterno ritorno&#8221; della sindrome del &#8220;Ribaltone&#8221; nella Sinistra è presto spiegato se si considera il retroterra politico-culturale della Sinistra medesima. Tra le &#8220;cause prossime&#8221; di questa voglia di &#8216;ribaltone&#8217; troviamo certamente lo storico complesso di inferiorità politica e lo spirito di rivalsa contro Berlusconi che induce l&#8217;opposizione di Sinistra a cercare a tutti i costi di conquistare il potere, forzando l&#8217;esito negativo delle urne. Se poi, si vuole indagare sulle &#8220;cause remote&#8221;  che stanno alla base del motivo per cui la Sinistra tenda a ritornare &#8220;eternamente&#8221; su questi passi nei rapporti con il centro-destra, queste cause sono presto spiegate, considerando il <em>pedegree</em> etico-politico elitista della classe politica azionista e comunista, portato agli estremi del &#8220;razzismo politico&#8221;(1), come ha limpidamente spiegato il grande storico Renzo De Felice, in una celebre intervista al Corriere della Sera nel 1993, dedicata cinquantesimo anniversario della proclamazione dell&#8217;Armistizio di Cassibile (08 settembre 1943): partendo dal presupposto (ideologico) che la borghesia moderata italiana, non riconoscendosi direttamente nella &#8221;Resistenza&#8221;, sia costitutivamente immatura dal punto di vista etico-politico (2), la Sinistra è portata a ritenere parzialmente invalido il voto dato alle forze conservatrici e a ritenere, per converso, che tali espressioni di voto debbano essere, per così dire, educate, indirizzate, meglio &#8220;commissariate&#8221; dall&#8217;<em>èlite</em> azionista e comunista che, avendo &#8220;fatto la Resistenza&#8221; ha le carte in regola per guidare seriamente la società verso la democrazia. E&#8217; presto spiegata, allora, la base dell&#8217; &#8220;eterno ritorno&#8221; al &#8220;ribaltone&#8221;: nell&#8217;ottica &#8220;elitista&#8221; e &#8220;razzista&#8221; della Sinistra è perfettamente lecito e democratico pretendere il rovesciamento (anche per complotti giudiziari e mediatici) di una maggioranza di centro-destra, pure eletta regolarmente e democraticamente dal popolo (ecco, l&#8217; &#8220;elitismo&#8221;). Comunque, la Sinistra, sconta la sua impreparazione alla competizione elettorale aperta, almeno nelle condizioni imposte da Silvio Berlusconi con la sua &#8220;discesa in campo&#8221;.</p>
<p>Nello stessa chiave di &#8221;non senso politico&#8221;, nella stessa tendenza al &#8220;corto circuito&#8221; dell&#8217;antiberlusconismo di Sinistra, credo vadano inquadrate le polemiche (e le previsioni) che ravvisano la possibilità concreta che il Presidente della Camera sia pronto a dare una &#8220;spallata&#8221; all&#8217;attuale maggioranza di governo, divenendo punto di aggregazione di una maggioranza parlamentare anti-berlusconiana:  in altre parole, Gianfranco Fini, il Presidente della Camera, sarebbe pronto a raccogliere lo scettro della successione alla Presidenza del Consiglio (e alla Presidenza della PDL), nel caso Berlusconi dovesse subire una grave condanna giudiziaria (si pensa, per lo più, al caso Mills e ai presunti coinvolgimenti in fatti di mafia adombrati dal pentito Spatuzza). Facile, quindi, che l&#8217;opposizione abbia interpretato in questo senso le polemiche scaturite tra il premier e Fini su molte questioni, sulle &#8220;veline&#8221; in politica, sui condizionamenti alla libertà della Camera derivanti dai continui voti di fiducia, la polemica sul voto agli immigrati e sul testamento biologico: della serie, &#8220;Fini sta facendo le scarpe a Berlusconi&#8221;. Dietrologia su dietrologia, poi, in questi giorni è subentrata un&#8217;altra polemica a causa delle dichiarazioni del Presidente della Camera Gianfranco Fini, che hanno mandato su tutte le furie un maggiorente di primo piano dell&#8217;ex-<em>Forza Italia</em>, come Claudio Scajola che il 02 dicembre scorso ha dichiarato: &#8220;con le sue dichiarazioni, Fini è fuori dalla PDL&#8221;. E tutto questo perchè Fini avrebbe detto che le dichiarazioni di Spatuzza sarebbero una &#8220;bomba&#8221; contro il <em>premier</em> e che, a fronte dei processi, il premier non può pretendere troppe immunità (questa ultima dichiarazione è stata captata in un &#8220;fuori onda&#8221;).</p>
<p>Con ciò, però, restano da interpretare e da comprendere le possibili implicazioni e i possibili sviluppi politici delle mosse del Presidente Fini: Ci sarà ribaltone o no? Ci sarà scissione sì o no?</p>
<p>Per quanto riguarda la concreta possibilità di un &#8216;ribaltone&#8217;, aldilà dei malumori personali di Berlusconi, aldilà delle reazioni negative del Giornale (vedi Marcello Veneziani, che, sul <em>Giornale</em> del 04 dicembre u.s. ci delizia con un gustoso gioco lingustico&#8217;: &#8220;Finì. Il sostantivo, rivelatosi senza sostanza, mutò in verbo&#8221;) ritengo un cambio di maggioranza da parte di Fini sia quantomai dubbio, se non impossibile.</p>
<p>La situazione deve essere valutata in modo molto più articolato di quanto comunemente si fa nella stampa.</p>
<p>Ora, la prima cosa da chiedersi è: <em>cui prodest</em>, a chi giovano questi &#8216;bisticci&#8217; interni alla PDL? A prima vista, parrebbero non giovare alla PDL, per ragioni di evidente buon senso; in realtà, però, parrebbero poi non giovare nemmeno all&#8217;opposizione. Significativo, ad esempio, che un antiberlusconiano verace della prima ora come Antonio Padellaro non esulti per le dichiarazioni di Fini; le parole espresse dal Direttore de <em>Il fatto Quotidiano</em> nell&#8217;editoriale del 02 dicembre u.s. esprimono frustrazione, nervosismo più che soddisfazione per la sortita di Fini, vista come una sottrazione alla Sinistra della causa antiberlusconiana: in altre parole, la Sinistra antiberlusconiana, si sente scavalcata in punto di antiberlusconismo &#8230; da Fini! Il Direttore non si dilunga in analisi particolari, ma è facile e verosimile leggere tra le righe la consapevolezza che, se anche Fini esce dalla PDL e fonda un suo partito, alla fine non può che fondare l&#8217;ennesimo &#8216;partitino personale&#8217;, stile Casini e stile Di Pietro, capace alla fine solo di alimentare la frammentazione e la concorrenza tra le forze antiberlusconiane, aumentando i colonnelli e gli aspiranti ai &#8230; &#8216;galloni&#8217;: difficile, se non impossibile, che un politico esperto e navigato come Gianfranco Fini intenda davvero fare concorrenza a Di Pietro e  scendere al suo livello (dopo la carriera che ha fatto!).  Senza voler improvvisarmi nella (perigliosa) professione del &#8220;futurologo&#8221;, personalmente, rispetto al dibattito sulla prospettiva di divorzio Berlusconi-Fini, non escludo che in prospettiva Berlusconi possa anche acconsiscendere (ovvero possa anche esservi costretto!) ad adattarsi ad un simile <em>modus vivendi</em> con Fini come possibile ed utile diversivo politico per rimediare al possibile logoramento d&#8217;immagine derivante, presso la pubblica opinione, dai processi Mills e Dell&#8217;Utri (vedi le dichiarazioni di Spatuzza, che, pur non chiamando in causa Berlusconi per fatti penalmente rilevanti, certo &#8230; non giovano al profilo d&#8217;immagine del <em>premier</em>!). Dico questo, non per aggiungere dietrologia alla dietrologia, ma perchè in questa svolta &#8220;antiberlusconiana&#8221; di Fini è implicito un vantaggio politico-strategico di primo piano per Berlusconi: ovvero, la possibilità di logorare Di Pietro e Bersani sul loro stesso terreno, rendendone più difficile il radicamento presso l&#8217;elettorato: un argomento che, almeno in vista delle regionali 2010, ritengo finisca verosimilmente per pesare e per indirizzare i due &#8216;leader&#8217; a non rompere e a soprassedere per il divorzio &#8230; almeno fino al post-elezioni. Si sa quanto Berlusconi tenga alle regionali 2010: come noto, l&#8217;esito favorevole, ma non trionfale delle elezioni europee del 2009 (che, a fronte del calo del PD ha visto l&#8217;esplosione della Lega, IDV, tutti sparati verso il 10%, senza contare il buon successo di Casini) ha interrotto la sequenza dei successi trionfali conseguiti prima alle elezioni regionali dell&#8217;Abruzzo  (2008) e della Sardegna poi (febbraio 2009): è evidente che Berlusconi conta di avvantaggiarsi molto dello &#8217;sbandamento&#8217; della truppa di centro-sinistra (che nel febbraio 2009, dopo la sconfitta del PD, alle elezioni regionali sarde costarano addirittura la poltrona al neo-segretario Walter Veltroni). E&#8217; chiaro che Berlusconi, per acquisire respiro dalle polemiche di questi ultimi mesi (e dall&#8217;indubbio schiaffo politico della bocciatura del &#8220;lodo Alfano&#8221;) sia disposto a tentarle tutte per &#8220;bissare&#8221; i risultati di Abruzzo e Sardegna, strappando alla Sinistra più Regioni possibile. E&#8217; evidente, allora, che per Berlusconi &#8220;strappare più Regioni possibile&#8221; significa soprattutto conquistare le regioni del Sud, in primis, il Lazio, la Campania, la Puglia, la Calabria, la Basilicata: tutte Regioni in cui il radicamento di AN è forte. Basta questo argomento, per ritenere allo stato attuale impossibile una scissione tra Berlusconi e Fini, almeno in questa fase pre-elettorale: perchè se è vero che i sondaggi accreditano un possibile partito di Fini a non più del 05% a livello nazionale, è altrettanto evidente che una scissione di Fini (e verosimilmente di una parte non piccola anche se non totalitaria di ex-AN), in una fase come quella attuale in cui la fusione FI-AN non è ancora un fatto compiuto dal punto di vista organizzativo in molte località italiane, significherebbe molto probabilmente gettare allo sbando l&#8217;intera PDL. E questa è una prospettiva che pesa enormemente sulla delicata congiuntura delle elezioni amministrative, dove (specie nel Sud) è decisivo il radicamento delle forze politiche sul territorio e dove il &#8216;carisma&#8217; del Capo conta meno; e dove, viceversa, i localismi e gli interessi particolari (più radicati sul territorio) possono più agevolmente spingere i partiti come la PDL verso spinte centrifughe, dando la stura  a defezioni personali verso liste civiche e simili: un&#8217;eventualità che aprirebbe un serio problema al centro-destra nazionale. Certo, l&#8217;idillio tra Berlusconi e Fini è finito, ma questa congiuntura pre-elettorale delicatissima condanna i due <em>leader</em> alla &#8220;convivenza coatta&#8221;; un pò come Mimì e Rodolfo nella &#8216;Bohème&#8217; di Puccini, che, finito il loro amore, si sono trovati costretti a rimandare alla primavera (alla &#8220;stagion de&#8217; fior&#8221;) il loro addio. Di conseguenza, per Fini e Berlusconi, se divorzio ci sarà, ci sarà alla &#8220;stagion dei fior&#8221;: ovvero dopo le elezioni regionali della primavera 2010.</p>
<p>Comunque, ammesso e non concesso che quanto qui detto abbia fondamento, la mia conclusione è la seguente: allo stato attuale, non ci sono le condizioni politiche per parlare nè di ribaltone (ovvero di associazione di Fini e parte della PDL a Bersani, Di Pietro e Casini) nè di scissione tra Fini e Berlusconi.</p>
<p><strong>Note:</strong> (1)La tesi di De Felice e&#8217; che &#8220;nel settembre del &#8216; 43 e&#8217; la stessa nazione che sprofonda nella voragine e non si risolleva piu&#8217;. [Dice lo storico reatino, NdA] &#8220;Qui e&#8217; il vizio d&#8217; origine che poi la Repubblica non ha sanato, anche perche&#8217; la guerra civile &#8216; 43 45 ha coinvolto solo le minoranze, il grosso della popolazione ne e&#8217; rimasto estraneo. Poi, nel dopoguerra, il paese non ha piu&#8217; ritrovato una reale identita&#8217; nazionale, si e&#8217; diviso in varie famiglie politiche oppure si e&#8217; racchiuso dentro le &#8220;piccole patrie&#8221; locali. (&#8230;) &#8220;Se l&#8217; Italia rischia -scrive l&#8217; autorevole storico- come suona il titolo di un recentissimo libro sulla sua crisi attuale, di cessare di essere una nazione, la causa prima, ma ancora operante, di cio&#8217; va ricercata nella condizione morale evidenziata dall&#8217; 8 settembre e nel rifiuto della classe dirigente postfascista di riconoscerlo e, peggio, nel tentativo di parte di essa di spiegarla &#8220;storicamente&#8221; con argomentazioni di un elitismo che, rifiutando di fare seriamente i conti col vissuto collettivo, ha in qualche caso sfiorato i confini di una sorta di razzismo moralistico&#8221;. Non pare siano scritte oggi queste parole del grande De Felice?</p>
<p>(2) Le teorie sull&#8217;immaturità etico-politica della borghesia italiana non sono state enunciate in un&#8217;opera specifica, ma sono enunciate a piene mani nella pubblicista di stampo laico-azionista (dall&#8217;Europeo degli anni &#8216;50 fino a &#8216;Repubblica&#8217; nei giorni nostri). Sull&#8217;argomento, eistono lucidissime riflessioni dello storico Rosario Romeo e del giornalista Arnaldi (nell&#8217;articolo <em>Dall&#8217;Unità d&#8217;Italia all &#8216;Europa Unita</em> ne <em>Il giornale nuovo</em> del 17 marzo 1987) i quali evidenziano come, a differenza dei patrioti liberaldemocratici ottocenteschi, gli antifascisti liberali, insieme al regime del fascismo, disprezzarono il popolo italiano (qui, le radici del &#8220;razzismo politico&#8221; di cui parla De Felice). Per la spiegazione della sua genesi, si leggano comunque le illuminanti pagine di Renzo De Felice sull&#8217;evoluzione in questa direzione dei leader del mondo azionista e di &#8216;Giustizia e libertà&#8217; (specie Calamandrei e Rosselli). Vedi, sul punto, DE FELICE, <em>Mussolini l&#8217;Alleato</em>, Tomo I <em>L&#8217;Italia in guerra</em>, nr. 2 <em>Crisi e agonia del regime</em>, Cap. IV, p. 913).</p>
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