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	<title>Arezzo Polis &#187; craxi</title>
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	<description>Cultura politica, dibattito pubblico.</description>
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		<title>La Germania ora forse capirà</title>
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		<pubDate>Fri, 25 Nov 2011 22:22:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Armao</dc:creator>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.arezzopolitica.it/2011/11/25/la-germania-ora-forse-capira/"><img align="left" hspace="5" width="150" height="150" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2011/11/Debito-150x150.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="Debito" title="Debito" /></a>di Francesco Checcacci da: www.lettotralerighe.it del 9 settembre 2011 -
Prima di entrare nel merito della mancanza di leadership tedesca, che è poi l’argomento del post, conviene fare una premessa: le mancanze degli altri non scusano l’incapacità della classe politica italiana degli ultimi 40 anni di fermare l’aumento della spesa pubblica e mettere in piedi le [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignleft size-full wp-image-8907" title="Debito" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2011/11/Debito.jpg" alt="Debito" width="414" height="299" />di Francesco Checcacci da: www.lettotralerighe.it del 9 settembre 2011 -</strong></p>
<p>Prima di entrare nel merito della mancanza di leadership tedesca, che è poi l’argomento del post, conviene fare una premessa: le mancanze degli altri non scusano l’incapacità della classe politica italiana degli ultimi 40 anni di fermare l’aumento della spesa pubblica e mettere in piedi le riforme necessarie per stimolare la crescita. Il grafico qui sotto proviene da uno studio di Banca d’Italia, organismo non di parte (Francese, M, Pace, A. ‘Il debito pubblico italiano dall’Unità a oggi. Una ricostruzione della serie storica’, Ottobre 2008. Il testo completo è scaricabile gratuitamente qui: http://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/econo/quest_ecofin_2/qef_31/QEF_31.pdf.</p>
<p>Si nota chiaramente come il debito abbia cominciato a salire oltre il 40% del PIL intorno al 1971. In questo periodo c’erano i cosiddetti Governi di Solidarietà Nazionale, a guida democristiana con appoggio esterno del PCI. Dato che i comunisti non potevano avere ministri, probabilmente per l’inquietudine che ciò avrebbe provocato in America, ottennero concessioni di spesa che hanno fatto contenti i loro iscritti a spese però dei loro figli e nipoti, che ora si trovano a pagare il conto (vedi post precedente). E’ stato quindi il consociativismo di marca sessantottina di centro-sinistra, iniziato con Andreotti e continuato con Craxi, ad iniziare una spirale di spesa, debito e mancate riforme che sarebbero costate in termini elettorali di cui oggi viene richiesto il corrispettivo. Speriamo che il pensionamento della generazione della spesa la interrompa.</p>
<p>E’ chiaro dunque che, qualunque cosa si decida a Berlino o Bruxelles, il tempo delle riforme impopolari non è rinviabile, a pena di tassi punitivi che rischiano di mandare fuori controllo le finanze pubbliche. E ora alla Germania.</p>
<p>Quando Goethe scrisse la sua famosa ballata Der Zauberlehrling (L’apprendista stregone) non immaginava forse che la morale in essa contenuta sarebbe stata dimenticata proprio dalla stessa Germania che tanto lo riverisce come poeta.</p>
<p>La Germania sembra oggi intrappolata nella maledizione dell’apprendista stregone, in cui il desiderio del maldestro mago diventa realtà ma il protagonista deve vivere con le conseguenze del suo potere ed affrontare le ire del Maestro al suo ritorno.</p>
<p>I tedeschi infatti hanno creato un sistema di export ad alto valore aggiunto, quindi non facilmente attaccabile da Paesi a basso costo. Questo sistema si è però tradotto in un grande successo anche per motivi di politica monetaria.</p>
<p>Con l’introduzione dell’Euro, infatti, i principali partner commerciali della Germania si sono trovati ad assorbire importazioni tedesche senza il contraltare di un apprezzamento del Marco. In altre parole, e semplificando al massimo, in tempi di valute indipendenti, se un francese comprava un’auto tedesca, comprava allo stesso tempo Marchi e vendeva Franchi con conseguente apprezzamento del Marco che rendeva la prossima auto più costosa in Francia.</p>
<p>Dopo l’introduzione dell’Euro questo non accade più: il francese compra l’auto ma la prossima auto non costa di più in Francia dato che la valuta è la stessa.</p>
<p>Il secondo effetto positivo per la Germania viene da una politica monetaria della Banca Centrale Europea che ha, per ora almeno, assecondato le richieste di Berlino in tutto e per tutto. La BCE ha infatti mandato di controllare l’inflazione, ma all’inizio del millennio (anno 2000 e seguenti) c’era un boom in Paesi periferici (soprattutto Irlanda e Spagna) e i tassi sono rimasti accomodanti, guarda caso proprio in un periodo in cui la Germania non cresceva molto.</p>
<p>Adesso che i periferici hanno posto in essere una politica fiscale restrittiva (lo Stato spende meno e tassa di più) ci sarebbe bisogno di una politica monetaria espansiva (la combinazione che hanno in Inghilterra per capirsi) ma i Tedeschi hanno ancora incubi dei francobolli da 1 milione di Marchi a causa dell’inflazione che costò la fine della Repubblica di Weimar e l’avvento del nazismo: quindi la BCE non può creare inflazione.</p>
<p>Fin qui la prima parte della storia dell’Apprendista Stregone. La seconda sta iniziando proprio adesso.</p>
<p>Infatti circa i 2/3 delle esportazioni tedesche vanno nella zona Euro. Il valore di queste esportazioni verso l’area Euro è di circa 650 miliardi di Euro all’anno. Avendo forzato una stretta fiscale nei mercati di esportazione, però, la Germania si trova a fronteggiare un calo della domanda per i propri beni, che si sta traducendo in minori esportazioni già adesso.</p>
<p>Cosa può fare quindi Berlino?</p>
<p>Essenzialmente si deve decidere dato che le strade, semplificando come al solito, sono essenzialmente 2:</p>
<p>1 &#8211; Maggior integrazione fiscale: se la Germania vuole continuare a godere dei benefici all’export (che proviamo a quantificare sotto) deve accettare questa strada, che poi è quello per cui è nato l’Euro.</p>
<p>Questo costerebbe alla Germania, nel caso peggiore, un 1.5-2% del PIL, ovvero circa 48 miliardi l’anno.</p>
<p>La stima effettuata dall’istituto tedesco IFO è pessimistica, ottenuta semplicemente come media ponderata dei tassi pagati da tutti i Paesi dell’Eurozona. La stima infatti non tiene conto di benefici derivanti da maggior liquidità di un mercato obbligazionario comune e, nella migliore delle ipotesi, passaggio dell’Euro a valuta di riserva mondiale . Nel secondo caso con ogni probabilità i tassi pagati sarebbero in linea con quelli della Germania se non inferiori.</p>
<p>2 &#8211; La Germania lascia l’Euro, probabilmente con Austria, Olanda, Finlandia e forse Francia, ma Parigi con ogni probabilità risponderebbe picche, dato che di certo i numeri li conoscono anche lì.</p>
<p>Quest’operazione porterebbe a dover subito ricapitalizzare le banche tedesche: il costo stimato è di 21 miliardi. Questo però sarebbe al limite un pagamento una tantum: il peggio verrebbe da una perdita di competitività sulle esportazioni.</p>
<p>Ricordiamo infatti che il surplus della bilancia commerciale tedesca è di circa 150 miliardi di Euro all’anno (dato Eurostat del 2010).</p>
<p>Molti economisti pensano che, se la Germania tornasse al Marco, si avrebbe un apprezzamento della valuta tedesca del 30-40%. Se il Marco si riportasse al suo valore stimato ce ne sarebbe abbastanza da mandare in deficit la bilancia commerciale (contando anche che il Marco si rafforzerebbe contro dollaro, essenzialmente svantaggiando Berlino in tutti i mercati mondiali), lasciando la Germania a fare quello che avrebbe dovuto da tempo, ovvero consumare una maggior percentuale di quello che produce, riducendo ulteriormente il surplus della bilancia commerciale. Il danno, secondo nostre stime, sarebbe intorno ai 190 miliardi nel primo anno ma poi resterebbe una minor competitività che richiederebbe tempo per essere riassorbita. Nel frattempo molto probabilmente ci sarebbe un aumento della disoccupazione in Germania: non è difficile che la cifra arrivi al doppio di adesso.</p>
<p>A quel punto ci sarebbe poca scelta, per contenere la ricaduta sull’occupazione, se non incrementare la spesa pubblica (non sostenendo però solo la produzione tedesca ma anche le importazioni) o effettuare un’espansione monetaria, con probabili spinte inflattive. Per gli incubi sul francobollo da un milione di Marchi ci sarebbe comunque la psicanalisi, altro export pangermanico di grande successo (Freud era austriaco, Jung svizzero ma entrambi erano di lingua tedesca).</p>
<p>C’è naturalmente l’opzione che è stata seguita finora, ovvero non fare niente e aspettare tempi migliori.</p>
<p>Quest’opzione sta svanendo dato che i mercati, che hanno colto la contraddizione, stanno domandando di ‘vedere il bluff’.</p>
<p>Il Cancelliere Angela Merkel, munita di PhD in Fisica, dovrebbe capire almeno lei gli effetti dell’interesse composto, parenti stretti della funzione esponenziale che non può ignorare.</p>
<p>Prenda dunque la decisione che ritiene opportuna e mostri un po’ di leadership prima che il Maestro Stregone ritorni e bacchetti l’apprendista.</p>
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		<title>Craxi, il Grande &#8220;eretico&#8221; della Sinistra Italiana (2a parte)</title>
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		<pubDate>Tue, 19 Jan 2010 19:06:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Frabetti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Appuntamenti con la Storia]]></category>
		<category><![CDATA[craxi]]></category>

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		<description><![CDATA[<a href="http://www.arezzopolitica.it/2010/01/19/craxi-il-grande-eretico-della-sinistra-italiana-2a-parte/"><img align="left" hspace="5" width="150" height="150" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/01/bettino-craxi-partito-socialista-150x150.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="bettino-craxi-partito-socialista" title="" /></a>(Redazione) Pubblichiamo la seconda ed ultima parte del post commemorativo di Craxi, nel decennale della scomparsa.
di Giorgio Frabetti- Bettino Craxi si è davvero conquistato “sul campo” il titolo di “grande eretico” della Sinistra Italiana, perché, con tenacia ed energia fuori del comune, ha sfidato la &#8220;Chiesa Comunista&#8221; italiana in frontiere storiche, mettendone in seria difficoltà l’egemonia nella [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignleft size-full wp-image-3240" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/01/bettino-craxi-partito-socialista.jpg" alt="bettino-craxi-partito-socialista" width="356" height="512" />(Redazione) <em>Pubblichiamo la seconda ed ultima parte del post commemorativo di Craxi, nel decennale della scomparsa.</em></strong></p>
<p>di<strong> Giorgio Frabetti- </strong>Bettino Craxi si è davvero conquistato “sul campo” il titolo di “grande eretico” della Sinistra Italiana, perché, con tenacia ed energia fuori del comune, ha sfidato la &#8220;Chiesa Comunista&#8221; italiana in frontiere storiche, mettendone in seria difficoltà l’egemonia nella società italiana: dai diritti civili (femminismo <em>in primis</em>), fino soprattutto  sul versante del lavoro, storica roccaforte dei Comunisti e del Sindacalismo collaterale della CGIL. Con grande tempismo ed in notevole avanguardia sul PCI e il Sindacalismo tradizionale, Craxi fu, infatti, il <em>leader</em> di Sinistra che colse con maggiore lucidità quel processo di “terziarizzazione” dell’economia che galoppava negli anni ’80, a spese dell’universo di “fabbrica” tradizionale: il PSI fu così favorevole ai “quarantamila” (impiegati di livello elevato e quadri) che marciarono nell’ottobre 1980 a Torino contro il “blocco della fabbrica” imposto alla FIAT dagli Operai contro i tagli per &#8220;esuberi&#8221; di personale; il PSI promosse ed incoraggiò, altresì, il mondo della “consulenza” (settore allora in ascesa dell’economia cd “immateriale”), arrivando a sfidare il PCI in uno scontro che pareva perso in partenza, ma che segnò un’epoca: il “taglio della scala mobile”. Quando il PCI chiese nel 1985 il <em>referendum</em> per ripristinare il conteggio ordinario della “scala mobile”, Craxi si oppose e mise in palio la propria Presidenza del Consiglio: ma alla fine trovò  l’opinione pubblica schierata con lui (contro tutte le previsioni della vigilia). Questi e altri fatti fecero meritare a Craxi la palma di “grande eretico” della Sinistra: in particolare, Craxi fu “eretico”, perché non riconobbe mai al PCI il ruolo di “Chiesa”, non riconoscendo, cioè, mai a Berlinguer e soci la qualifica di “pontefice infallibile” dell’ortodossia di Sinistra. Al riguardo, non possiamo dimenticare che essere “protestanti di sinistra”, negli anni 70-80, esponeva a non pochi rischi: non possiamo dimenticare come grandi esponenti del riformismo di sinistra non comunista come Tobagi furono uccisi dall’estremismo di Sinistra; senza contare che Marco Biagi (altro esponente del PSI storico) fu ucciso dalle BR per motivi politici solo nel 2002! Certo, lungi da noi dire che il PCI appoggiava l’estremismo e la lotta armata (cosa storicamente non vera!); certo, però, il richiamo all’ortodossia marxista-leninista, molto forte presso le masse (come un autentico&#8221;senso comune&#8221; comunista), era tale da spingerne alcune frange alla lotta armata; e ciò, del resto, in piena e lineare coerenza con i postulati di “lotta di classe”! Per questo motivo, il PCI aveva gioco facile nell’additare in Craxi il Negativo, per antonomasia; per questo motivo, il voto comunista non convogliò mai in numeri significativi nelle file del PSI, restando appannaggio di minoranze isolate (salvo il tentativo, ambizioso, nel gennaio 1992, della “scissione migliorista” dal PDS di Borghini e Soci nel Consiglio Comunale di Milano, ma che non potè produrre frutti per il sopraggiungere di <em>Mani Pulite</em>). Questo mancato “sfondamento” del PSI nei confronti del PCI impedì a Craxi di realizzare il suo principale sogno, diventare, cioè, il Mitterand italiano egemone della Sinistra, anche comunista (vedi il progetto “unità socialista” del 1990 che fu solo raccolta da una pattuglia scissionista, ma allo sbando, del PSDI). Certo, questa difficoltà di sfondare nell’universo comunista, alla fine, logorò Craxi e fu la causa remota della sua fine politica (mentre <em>Tangentopoli</em> e il “voto di protesta” del 1992 ne furono la causa prossima!). Chi ha descritto mirabilmente e con la massima lucidità questo processo politico è stato il politologo Giorgio Galli nella sua <em>Storia dei partiti politici</em> (Rizzoli, 1993): dopo le elezioni politiche del 1987, cioè, quando il PSI raggiunse il suo massimo storico (il 14,4% di fronte ad un PCI crollato dal 30 al 26%), c’erano, secondo Giorgio Galli, le condizioni per un’alternativa al sistema di governo DC, perché PSI, PCI, DP (Democrazia Proletaria), radicali, PSDI, Verdi raggiungevano il 51%; allora, l’occasione dell’aggregazione avrebbe potuto essere costituita da una piattaforma programmatica incentrata sui <em>referendum</em> contro nucleare, giustizia …  che si sarebbero celebrati di lì a poco e di cui Craxi fu un energico sostenitore. Ciononostante, Craxi non colse l’occasione, perpetuando la prassi dei governi pentapartito a guida DC, senza rivendicare una propria Presidenza del Consiglio. E certo alla base di tale stallo c’era effettivamente la reale condizione di isolamento di Craxi dalla base comunista, che rese il PSI di fatto incapace di aggregare formazioni “movimentiste” (come le forze ambientaliste), rispetto a cui, invece, il PCI era collaudato e consumato interlocutore, anche per la presenza più capillare dei Comunisti sul territorio. Non da ultimo, alla crisi del craxismo cospirò anche la circostanza che il PSI, incapace di sfondare elettoralmente sul PCI, si era viceversa sempre più consolidato al Sud: una tendenza che, come dimostrano i flussi elettorali del PSI (vedi volumi di politica in Italia de <em>Il Mulino</em>), a prescindere dal milanese, si era stabilizzata dagli anni 60 in poi, ma che, perdurando, aveva reso il Partito più condizionato dall’elettorato meno ricettivo ai programmi craxiani di rinnovamento e, viceversa, più sensibile e affine alle pratiche “ministerialiste” e “clientelari” di marca DC. Alla fine, cessata la competizione con l’eterno nemico De Mita (che auspicava una ripresa della “strategia dell’attenzione” della DC verso il PCI per marginalizzare il ruolo del PSI), Craxi si trovò a dipendere a “doppio filo” dal sistema di potere DC, offuscando, così, definitivamente la sua immagine di politico innovatore: nonostante per 20 anni avesse paventato di essere l’ago della bilancia tra DC e PCI,  Craxi finì per seguire la DC nello stesso declino politico che sfociò in <em>Tangentopoli</em>. Cosa resta oggi di Craxi? Certo, Craxi lascia un “sentiero interrotto” nella storia politica italiana, la via cioè della vera modernizzazione della Sinistra Socialista in senso liberale e, perciò, “eretica” rispetto ai dogmatismi tradizionali: modernizzazione rimasta incompiuta. Altre occasioni mancate, dopo la Segreteria Craxi, saranno la “svolta della Bolognina” del PCI (che nel 1991 muterà il nome in PDS, ma non la piattaforma politico-culturale ferma alla “questione morale” di Berlinguer) e la nascita del PD. Ciò che resta, invece, dell’eredità craxiana è uno stile politico positivo e combattivo, che non si tira indietro nel combattere da posizioni di avanguardia, non propenso al conformismo politico-culturale, generoso (anche se talvolta un po’ … garibaldino!), e disposto anche a pagare di persona la propria “diversità”: sto parlando, ad esempio, di personalità come l’attuale <em>premier</em> Silvio Berlusconi, ma anche come i Ministri Sacconi e Brunetta (già socialisti); non a caso le più agguerrite avanguardie nel sostenere una politica di “alto profilo”: è il vecchio insegnamento della <em>politique d’abord</em>? Io credo di sì.</p>
<p>(<em>Fine</em>)</p>
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		<title>Craxi, il Grande &#8220;Eretico&#8221; della Sinistra italiana (1a parte)</title>
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		<pubDate>Mon, 18 Jan 2010 20:11:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Frabetti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Appuntamenti con la Storia]]></category>
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		<category><![CDATA[mani pulite]]></category>
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		<category><![CDATA[questione morale]]></category>

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		<description><![CDATA[<a href="http://www.arezzopolitica.it/2010/01/18/craxi-il-grande-eretico-della-sinistra-italiana-1a-parte/"><img align="left" hspace="5" width="150" height="150" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/01/craxi_bettino-150x150.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="craxi_bettino" title="" /></a>
Redazione- Pubblichiamo, in due parti (la prima oggi, la seconda domani), un &#8216;post&#8217; commemorativo della figura politica di Bettino Craxi. A dieci anni dalla scomparsa, resta la testimonianza di un grande &#8220;eretico&#8221; che, con notevole lucidità e lungimiranza, provocò la Sinistra a rinnovarsi ed abbandonare l&#8217;angusto orizzonte comunista.  
di Giorgio Frabetti- In questi giorni, ricorre il decennale della scomparsa ad Hammamed di Bettino Craxi, Segretario del [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-3204" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/01/craxi_bettino.jpg" alt="craxi_bettino" width="375" height="333" /></p>
<p><strong>Redazione- <em>Pubblichiamo, in due parti (la prima oggi, la seconda domani), un &#8216;post&#8217; commemorativo della figura politica di Bettino Craxi. A dieci anni dalla scomparsa, resta la testimonianza di un grande &#8220;eretico&#8221; che, con notevole lucidità e lungimiranza, provocò la Sinistra a rinnovarsi ed abbandonare l&#8217;angusto orizzonte comunista.  </em></strong></p>
<p>di <strong>Giorgio Frabetti</strong>- In questi giorni, ricorre il decennale della scomparsa ad Hammamed di Bettino Craxi, Segretario del PSI dal luglio 1976 al febbraio 1993, quando fu costretto a dimettersi sulla scia delle inchieste di <em>Mani Pulite</em>. In tempi recentissimi, è esplosa una grande polemica, quando è stata comunicata la decisione della giunta Comunale di Milano guidata da Letizia Moratti di dedicare una via al politico scomparso, nell&#8217;anniversario della morte. Il che attesta, senza possibilità di dubbio alcuno, che pur a dieci anni dalla morte e a quasi venti dalle dimissioni da Segretario del PSI, la figura di Craxi è ancora oggetto di controversia: da un lato, non pochi politici (es. D&#8217;Alema), esponenti del mondo politico ex-comunista (già a suo tempo in aspro contrasto con Craxi), sono propensi a distinguere la vicenda penale del <em>leader</em> socialista (da biasimare, come espressione di “affrismo”) dalla vicenda politica (da rivalutare); dall’altro, una simile posizione è tenacemente avversata da Di Pietro, Travaglio e soci, per i quali tale distinzione non è possibile, e giungono, quindi, a dipingere Craxi come un volgare “affarista”, disconoscendone ogni dignità politica: non è un caso, quindi, che un quotidiano “giustizialista” <em>doc</em> come <em>Il Fatto quotidiano</em> accordi grande rilievo a presunte cointeressenze di Craxi specie con <em>leader</em> e dittatori del <em>Terzo Mondo</em>, per presunti inconfessabili, ma altrettanto non chiariti, interessi. Personalmente, crediamo che fare di Craxi un semplice “affarista” (o peggio “lobbysta”) significhi travisarne completamente la personalità, disconoscendo un dato essenziale: se in Italia c’era un politico “a 24 carati”, questo era proprio Craxi, figlio legittimo e coerente della “<em>politique d’abord!</em>” di nenniana memoria (la politica, prima di tutto!): di quel Nenni di cui era fidato e ligio discepolo; di quel Nenni che ne benedisse l’ascesa alla Segreteria PSI nel luglio 1976. Per Craxi, “primato della politica” significava a tutti i costi “autonomia”  del PSI e suo “peso determinante” nel governo: nei disegni di Craxi, cioè, il PSI doveva sfruttare al massimo grado la sua posizione di &#8220;ago della bilancia&#8221;, ovvero di partito essenziale sia per formare maggioranze con la DC sia per formare maggioranze senza DC (evidentemente con il PCI), con l&#8217;obiettivo ultimo di far guadagnare al Partito la guida del Governo (che otterrà, primo socialista nella storia italiana, nell’agosto 1983 e che manterrà fino all’aprile 1987, dopo un primo tentativo, abortito, nel luglio 1979). Si può condividere o non condividere questo aspetto, ma questo era il profilo caratterizzante la personalità politica di Bettino Craxi, dedito al partito in ogni momento fino a che gli fu possibile rimanere in Italia. Inoltre, senza la “<em>politique d’abord!</em>” noi non comprendiamo nemmeno l’uso “discreto” del denaro, di cui Craxi fu accusato, ma di cui, peraltro, lui stesso non fece mistero nel celebre discorso alla Camera del luglio 1992, quando sfidò gli altri partiti a giurare il contrario (una battuta che, lì per lì, fu scambiata per bieco cinismo o chiamata in correità). Recentemente un comunista <em>doc</em> come Giovanni Pellegrino nel libro <em>La guerra civile</em> (intervista di Govanni Fasanella, BUR, 2005) ha colto profondamente il senso e la portata storica di questo discorso: secondo Pellegrino, cioè, l’uso “discreto” del denaro da parte dei partiti faceva parte delle “regole del gioco” della <em>Guerra fredda</em> e della connessa contrapposizione ideologica. <em>Guerra fredda</em> cui Craxi, dal canto suo, aveva cercato di partecipare con un profilo più alto possibile (come nella decisione sui missili Cruise del 1983) per trarne il massimo vantaggio per il suo piccolo partito;  abbandonando, in questo modo, quella posizione di “neutralità” e di tendenziale pacifismo rispetto al blocco occidentale, che avevano caratterizzato la precedente Segreteria De Martino, da Craxi ritenuta troppo subalterna al PCI (per inciso, in questo <em>post</em>, non ci dilungheremo ad illustrare la politica estera di Craxi-<em>premier</em>, perché fu dettata prevalentemente da considerazioni autoreferenziali, interne, di partito, piuttosto che da visioni geopolitiche organiche: vedi la vicenda dell’<em>Achille Lauro</em> e di Sigonella in cui comunque venne a galla l’ambiguità del suo atlantismo che conviveva con simpatie verso Arafat e il movimento palestinese!). Tutti i partiti, come noto, avevano preso parte al banchetto del “finanziamento irregolare” e Craxi non sopportava di doverne sopportare gli oneri penali sostanzialmente da solo. In questo, Craxi pagò il cinismo di un mondo comunista che, in crisi dopo le falcidie del brigatismo,  si era trincerato in una generica ed astratta &#8220;intransigenza giustizialista&#8221; in nome della “questione morale” sollevata da Berlinguer: naturale, quindi, in questo orizzonte la demonizzazione di Craxi; demonizzazione, attraverso cui gli ex-comunisti videro l’occasione propizia  per rilegittimarsi, in nome dell’onestà, davanti all’opinione pubblica, dopo una lunga crisi! E quale occasione migliore che additare alla &#8220;pubblica gogna&#8221; Craxi ! Craxi, proprio lui, il “grande eretico”, colui che aveva sfidato il PCI, fin dai &#8220;caldi&#8221; anni 70, in frontiere storiche, dai diritti civili (femminismo <em>in primis</em>), fin soprattutto  sul versante del lavoro, trincea storica del PCI e del Sindacalismo collaterale.</p>
<p>(Fine prima parte-Continua)</p>
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		<title>Le ceneri di Craxi</title>
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		<pubDate>Sat, 11 Apr 2009 06:53:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Armao</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.arezzopolitica.it/2009/04/11/le-ceneri-di-craxi/"><img align="left" hspace="5" width="150" src="http://media.libero.it/c/img66/fg/09/9550/2008/12/craxi_fini_1991.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="" title="" /></a>
di Edoardo Crisafulli (Edizioni Rubbettino, 2008)
«Un periodo storico può essere giudicato dal suo stesso modo di considerare il periodo da cui è stato preceduto. Una generazione che deprime la generazione precedente, che non riesce a vederne la grandezza e il significato necessario, non può che essere meschina e senza fiducia in sé stessa. Nella svalutazione del [...]]]></description>
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<p class="MsoNormal"><strong><a href="http://media.libero.it/c/img66/fg/09/9550/2008/12/craxi_fini_1991.jpg"><img class="alignleft" src="http://media.libero.it/c/img66/fg/09/9550/2008/12/craxi_fini_1991.jpg" alt="" width="400" height="260" /></a>di Edoardo Crisafulli <span style="font-weight: normal; ">(Edizioni Rubbettino, 2008)</span></strong></p>
<p class="MsoNormal">«Un periodo storico può essere giudicato dal suo stesso modo di considerare il periodo da cui è stato preceduto. Una generazione che deprime la generazione precedente, che non riesce a vederne la grandezza e il significato necessario, non può che essere meschina e senza fiducia in sé stessa. Nella svalutazione del passato è implicita una giustificazione della nullità del presente».</p>
<p class="MsoNormal">Molto probabilmente, Massimo D’Alema aveva presente questa acuta osservazione di Antonio Gramsci quando dichiarò: «Dobbiamo cominciare a vedere nella vicenda del cattolicesimo democratico e nel partito socialista italiano qualcosa di più che una lunga preparazione di Tangentopoli; altrimenti consegniamo alle nuove generazioni l’immagine di 50 anni della nostra storia come una storia di ladri e di assassini».</p>
<p class="MsoNormal">Parole sacrosante, quelle di D’Alema, che tutti – soprattutto i disinvolti teorici del ‘doppio Stato’ e i giustizialisti – dovrebbero meditare con attenzione, prima di sentenziare sulla vicenda storica della Repubblica e dei suoi protagonisti. Fra i quali, un ruolo fondamentale è stato svolto dai democristiani e dai socialisti. Un ruolo che non può essere ridotto alla costruzione di Tangentopoli, senza, con ciò stesso, consegnare alle nuove generazioni una immagine al tempo stesso falsa e deprimente del percorso compiuto dall’Italia repubblicana. Quale storico, per fare solo un esempio, oggi sarebbe disposto a presentare il periodo giolittiano come tutto ed esclusivamente caratterizzato dalla corruzione? Eppure la celebre definizione di Giovanni Giolitti coniata da Gaetano Salvemini – “il Ministro Introduzione della malavita” – non era certo una pura invenzione polemica. Al contrario: Giolitti quella definizione se l’era ampiamente meritata. E ciò non di meno, i primi 15 anni del secolo scorso sono stati un periodo storico contrassegnato da grandi progressi in tutti i campi.</p>
<p class="MsoNormal">Si dirà: bisognerà attendere almeno 50 anni per formulare un apprezzamento oggettivo su quella che molti abusivamente chiamano ‘la Prima Repubblica’. Troppe e troppo intense sono, ancora oggi, le passioni etico-politiche che animano la scena perché sia possibile formulare giudizi sereni ed equi. Non di questo avviso è Edoardo Crisafulli. Il quale, a 15 anni dal terremoto politico-istituzionale prodotto dalle inchieste sulla corruzione dei partiti condotte dal pool di magistrati di Mani Pulite, ha scritto un libro tanto ambizioso quanto coraggioso il cui obiettivo è documentare in maniera puntigliosa quale è stato il ruolo effettivo svolto da Bettino Craxi nella storia del nostro Paese.</p>
<p class="MsoNormal">Un ruolo di fondamentale importanza – questa la sua tesi di fondo – poiché quando Craxi fu eletto segretario del psi la democrazia italiana stava attraversando una preoccupante crisi morale. Erano gli ‘anni di piombo’, succeduti alla contestazione studentesca; gli anni durante i quali, mentre le Brigate Rosse, in nome della rivoluzione marx-leninista, lanciavano i loro attacchi terroristici contro il sistema, autorevoli ‘progressisti’ firmavano manifesti nei quali dichiaravano che la Repubblica non meritava di essere difesa. Ed erano anche gli anni in cui il segretario del pci Enrico Berlinguer non perdeva occasione per esaltare la “ricca lezione leniniana”; per affermare, con stupefacente candore, che nei Paesi comunisti era “universalmente riconosciuto che esisteva un clima morale superiore, mentre le società capitalistiche erano sempre più colpite da una decadenza di idealità e di valori etici e da processi sempre più ampi di corruzione e disgregazione”; per ribadire che era cosa di evidenza solare che “nel mondo capitalistico c’era crisi, nel mondo socialista no”; infine, per denunciare l’“opportunismo” della social-democrazia europea, colpevole di aver rinunciato alla meta finale: la fuoriuscita dal sistema occidentale e la costruzione di un ordine nuovo basato sul piano unico di produzione e di distribuzione.</p>
<p class="MsoNormal">È stato detto più volte che il conflitto fra Craxi e Berlinguer, che dominò la scena italiana dal 1976 al 1984, era un conflitto di personalità: aggressiva e spregiudicata quella del segretario socialista, tutta pervasa da un moralismo quasi ascetico quella del segretario comunista. In realtà, il conflitto era, fondamentalmente, di natura politico-ideologica. Berlinguer era un ‘uomo di fede’, tutto immerso nella teologia marx-leninista; il che gli impediva di percepire la realtà così come essa era. Talché egli proponeva come modello – sia pure con qualche integrazione e correzione – quel tipo di società – il sistema sovietico – che stava sprofondando nel nulla storico a motivo delle sue insanabili contraddizioni.</p>
<p class="MsoNormal">Radicalmente altra – come Crisafulli documenta con ammirevole acribia – la concezione del socialismo di Craxi: essa si richiamava esplicitamente alla tradizione riformista – dunque all’insegnamento di Turati e di Matteotti – e vedeva nella socialdemocrazia europea il modello da tenere costantemente presente. E, coerentemente a questa visione, rivendicava, a petto del pci, la piena e totale autonomia del psi nello stesso momento in cui denunciava la natura intrinsecamente e irrimediabilmente totalitaria del comunismo. Peraltro, la linea politica assunta da Craxi era perfettamente in linea con i grandi dibattiti che – a partire dal 1975, l’anno in cui fu pubblicato il saggio di Norberto Bobbio sulla (inesistente) teoria marxista dello Stato – si svolsero sulle colonne di «Mondoperaio». Da essi era emersa impietosamente la ‘miseria’ dell’ideologia comunista. Ma il pci di Berlinguer, invece di assecondare il revisionismo socialista, si chiuse a riccio. E così fu sprecata una occasione storica: quella di costruire un grande partito social-democratico recuperando la tradizione riformista, l’unica capace di dare alla sinistra una cultura di governo in armonia con i valori fondamentali della civiltà occidentale. E ciò accadde perché il pci non ruppe quello che Togliatti chiamava il ‘legame di ferro’ con l’Unione Sovietica. È vero che Berlinguer alzò il vessillo della così detta Terza Via, ma essa rimase una scatola vuota. Né avrebbe potuto essere diversamente, poiché davanti alla sinistra c’era una scelta secca: o il socialismo liberale o il socialismo totalitario. Rifiutandosi pervicacemente di compiere tale scelta, il pci si condannò all’opposizione permanente e alla altrettanto permanente sterilità politica e culturale.</p>
<p class="MsoNormal">Questi i fatti storici che vanno tenuti costantemente presenti quando si esamina il ruolo che il psi ha avuto nella storia della Repubblica. Fatti che l’ondata giustizialista – cavalcata dai post-comunisti con il preciso obiettivo di annientare il psi per prenderne il posto – ha cancellato, ma che opportunamente Crisafulli riporta puntigliosamente alla memoria non solo perché la deontologia dei cultori di Clio lo esige, ma anche – anzi: soprattutto – perché in essi è racchiusa una lezione di fondamentale importanza; e cioè che la sinistra italiana, se non vuole rimanere una permanente anomalia, deve imboccare la via indicata da Craxi: la via del socialismo liberale.</p>
<p class="MsoNormal">(dall&#8217;introduzione di Luciano Pellicani)</p>
<p class="MsoNormal">
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