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	<title>Arezzo Polis &#187; berlusconi</title>
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	<description>Cultura politica, dibattito pubblico.</description>
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		<title>Caro Della Valle, l&#8217;antipolitica non salverà l&#8217;Italia!</title>
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		<pubDate>Sat, 01 Oct 2011 22:48:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mugnai</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.arezzopolitica.it/2011/10/01/caro-della-valle-lantipolitica-non-salvera-litalia/"><img align="left" hspace="5" width="150" height="150" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2011/10/diego_della_valle_ansa-150x150.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="diego_della_valle_ansa" title="diego_della_valle_ansa" /></a>di Federico Mugnai- Sarà forse l’effetto della prolusione del Cardinal Bagnasco di pochi giorni orsono che criticava aspramente la classe politica, sottolineando la sua inadeguatezza a risolvere i problemi del Paese e soprattutto la totale mancanza di rettitudine morale nello svolgere il ruolo di politico, che ha spinto alcuni a salire in cattedra a guardare e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-8439" title="diego_della_valle_ansa" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2011/10/diego_della_valle_ansa.jpg" alt="diego_della_valle_ansa" width="478" height="300" />di <strong>Federico Mugnai-</strong> Sarà forse l’effetto della prolusione del Cardinal Bagnasco di pochi giorni orsono che criticava aspramente la classe politica, sottolineando la sua inadeguatezza a risolvere i problemi del Paese e soprattutto la totale mancanza di rettitudine morale nello svolgere il ruolo di politico, che ha spinto alcuni a salire in cattedra a guardare e giudicare dall’alto in basso i politici. E’ di ieri l’intervento dell’imprenditore Diego Della Valle che, dopo essersi comprato una pagina di giornale sui principali quotidiani ha tuonato contro l’attuale classe politica con un breve articolo intitolato: “ Politici ora basta”. Il contenuto della nota di Della Valle è pur condivisibile e rispecchia fedelmente quello che è l’attuale stato d’animo dei cittadini nei confronti della politica: una totale mancanza di fiducia nel sistema politico che va a ledere anche l’immagine del nostro Stato, quasi stessimo di nuovo vivendo inconsapevolmente un altro 8 Settembre, un’altra pagina nera della nostra storia. Ha ragione da vendere Della Valle quando ad esempio afferma: “Il vostro agire attento solo a piccoli o grandi interessi di partito, trascurando gli interessi del Paese, ci sta portando al disastro e sta danneggiando la reputazione dell’Italia nel mondo.”; avrebbe potuto aggiungere che è anche il non agire, il non saper prendere decisioni, questa inettitudine che ci ricorda ad esempio i protagonisti dei romanzi di Italo Svevo che forse contraddistingue in negativo la politica italiana. Non sono solo i politici ad essere criticati da Della Valle, ma anche quella parte di mondo economico che non vive di mercato e di concorrenza e che ha appoggiato i politici, non sollecitandoli mai all’interesse nazionale. Chi sono invece “i buoni” per Della Valle? Gli imprenditori, i lavoratori e tutti coloro che si sono stancati dell’attuale classe politica; tra questi si salva anche una minoranza di politici coscienti della gravità del momento. Ma alla fine dei conti, come interpretare lo sfogo di Della Valle? Personalmente, a parte il modo eclatante con cui l’imprenditore della Tods è sbottato e che francamente lo rende antipatico, perché rivela un atteggiamento di superiorità morale, quasi si trattasse di un “messia” che dal pulpito decanta la verità, Della Valle ha detto cose scontate e ha praticamente espresso ciò che l’italiano della strada voleva sentirsi dire. Ha recitato alla perfezione il ruolo che Berlusconi con maggior successo ha saputo interpretare andando incontro alle esigenze dei cittadini, con una differenza fondamentale però: Silvio si metteva nei panni dell’imprenditore che scende in politica e che parla di politica; Della Valle con la sua rabbiosa invettiva contro i politici ha vestito i panni dell’antipolitica, della protesta, ha gettato ulteriore benzina sul fuoco. In un clima così incandescente è chiaro come risulti un invito ulteriore a chi è ancora indeciso a scendere in piazza a protestare e magari a scaldare gli animi di chi già non nutre buone intenzioni. Avremo modo e tempo attraverso le urne di dimostrare la nostra delusione nei confronti di una classe politica così inadeguata; ora è il tempo però di tentare di salvare l’Italia con l’unità nazionale, con le proposte, con la partecipazione alla vita politica; non è il tempo di vestire i panni del Beppe Grillo di turno o di affiggere manifesti come “abbasso tutti”. In questo modo si rischia solo un ulteriore salto nel buio.</p>
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		<title>L&#8217;Italia, un Paese in continua &#8220;transizione&#8221;</title>
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		<pubDate>Thu, 26 May 2011 20:56:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mugnai</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.arezzopolitica.it/2011/05/26/litalia-un-paese-in-continua-transizione/"><img align="left" hspace="5" width="150" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2011/05/berlusconi-silvio-fini-gianfranco-ap-324x230.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="berlusconi-silvio-fini-gianfranco-ap--324x230" title="berlusconi-silvio-fini-gianfranco-ap--324x230" /></a>di Danilo Petri- “Concretezza vuol dire libertà, serenità. Tiriamo un gran respiro, ora possiamo tornare ad essere scientifici, come all’inizio delle nostre considerazioni. E ci chiediamo: che cos’è la politica?” (Thomas Mann – Considerazioni di un impolitico .. p. 235 – Adelphi – 1997).
 In fondo non sta accadendo nulla di particolarmente insolito. Il “Sistema” vince, perde colpi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignleft size-full wp-image-7434" title="berlusconi-silvio-fini-gianfranco-ap--324x230" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2011/05/berlusconi-silvio-fini-gianfranco-ap-324x230.jpg" alt="berlusconi-silvio-fini-gianfranco-ap--324x230" width="324" height="230" />di Danilo Petri-</strong> “Concretezza vuol dire libertà, serenità. Tiriamo un gran respiro, ora possiamo tornare ad essere scientifici, come all’inizio delle nostre considerazioni. E ci chiediamo: che cos’è la politica?” (Thomas Mann – Considerazioni di un impolitico .. p. 235 – Adelphi – 1997).</p>
<p> In fondo non sta accadendo nulla di particolarmente insolito. Il “Sistema” vince, perde colpi ma vince. E finché vince non cambia. Organizzazione sistemica orientata al perpetuarsi di convenzioni desuete che neutralizza ogni volontà innovativa. Da una parte dense ideologizzazioni di schemi superati che restano cornice di una perenne lotta contro il “tiranno” di turno, dall’altra farneticanti menzogne e truffaldine proposte studiate con l’apporto di speciali tecniche di marketing del popolo elettore. Non ci sono “visioni del mondo” a confrontarsi. L’Italia non è mai stata un laboratorio di idee innovative, fatto salvo l’impeto futurista degli inizi del ‘900; ieri ed oggi è sempre stata una nazione in perenne transizione: mai trovata una vera identità, una vera unità, un profondo senso democratico, un autentico rispetto dello Stato e delle sue istituzioni. L’Italia è un paese arrangiato. Soffre di torcipensiero e di una pigrizia immaginativa senza pari. Oggi più che mai il popolo è succube delle proprie paure e di una in particolare: la paura del futuro. Cosa assai equivoca se si considera l’abuso che in politica si fa di questo termine, del tutto inutile se non pernicioso malgrado le apparenze, nella competizione. Il Sistema regge anche se palesemente marcio, vecchio, ossidato, avvelenato. Se non ci fosse il Cavaliere con le macchie a proporre la lotta, contro o a favore di lui medesimo, le facce della medaglia destra/sinistra sarebbero speculari, identiche. Ancora una volta la competizione sarebbe fra le organizzazioni sistemiche e non fra le idee o “visioni” o proposte economiche, sociali, culturali. Comunque ancora c’è Lui e la convenzione destra/sinistra sembra mantenersi viva pur essendo morta da almeno due decenni. A Milano e a Napoli la battaglia è contro il Cavaliere e chi cerca ancora di difenderlo da la colpa ai candidati. Ma Pisapia è vecchio nella testa, è un mite ma non un moderato, come qualcuno vorrebbe descriverlo; è un uomo del passato e vincendo non darà grandi prospettive alla sua città. Ma la Moratti non è debole, è altezzosa e scostante, non è animale politico come non lo è Lettieri a Napoli; sono solo terminali del vuoto marketing destrorso. Vince Moratti solo quando è forte il Cav. e potrebbe vincere Lettieri solo se fosse forte il Cav. E la possibile vittoria di De Magistris? Povera Napoli! Quindi nulla cambia e cambierà. Come d’altronde ad Arezzo</p>
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		<title>Uno spettacolo desolante</title>
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		<pubDate>Sat, 12 Feb 2011 10:22:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Armao</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.arezzopolitica.it/2011/02/12/uno-spettacolo-desolante/"><img align="left" hspace="5" width="150" src="http://www.webalice.it/nbruni1/FRANCIA_2%20Ghigliottina%20e%20testa%20di%20Olympe%20315x289.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="" title="" /></a>
A cura di Joe Black.
Riportiamo un editoriale pubblicato il 10 settembre 2010 sul Corriere della Sera da Pietro Ostellino, ospite di Giuliano Ferrara oggi a Milano al teatro Dal Verme per la manifestazione destinata a restituire dignità liberale a quella città. Sono passati 5 mesi, la situazione è identica. L&#8217;articolo era profetico. Ma quando finirà? [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" src="http://www.webalice.it/nbruni1/FRANCIA_2%20Ghigliottina%20e%20testa%20di%20Olympe%20315x289.jpg" alt="" width="315" height="289" /></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>A cura di Joe Black.</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Riportiamo un editoriale pubblicato il 10 settembre 2010 sul Corriere della Sera da Pietro Ostellino, ospite di Giuliano Ferrara oggi a Milano al teatro Dal Verme per la manifestazione destinata a restituire dignità liberale a quella città. Sono passati 5 mesi, la situazione è identica. L&#8217;articolo era profetico. Ma quando finirà? Sarà davvero necessario scendere in Piazza Tahrir anche noi per per difendere la libertà e mandare a casa a calci nel culo non Berlusconi, ma i giacobini e i puritani ipocriti che da 20 anni dividono gli italiani e in buoni e cattivi e impediscono a questo Paese di essere una  normale democrazia liberale?<br />
</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Se si solleva lo sguardo dalla congiuntura delle cronache giornalistiche quotidiane, e si guarda al quadro d’insieme, lo spettacolo sovrastante gli avvenimenti degli ultimi mesi — crisi della maggioranza di governo, eventualità di elezioni anticipate, prospettive di evoluzione della situazione — è desolante. Solo l’insipienza della classe politica, la programmatica malafede di certi media, un’opinione pubblica frastornata, e ormai incapace di discernere, potevano ridurre a una questione fra berlusconismo e antiberlusconismo l’inattualità delle istituzioni, l’inconsistenza della cultura politica nazionale, la fragilità del sistema politico che ne sono emersi. L’intero spettro delle regole, dei principi e degli istituti che sono a fondamento della nostra vita politica si sono sfarinati, mentre troppi italiani si comportano come degli ultras in uno stadio di calcio. Non si illudano berlusconiani e antiberlusconiani di far uscire il Paese dal tunnel nel quale lo hanno cacciato semplicemente prevalendo gli uni sugli altri.</p>
<p style="text-align: justify;">Se Berlusconi vincesse anche le prossime elezioni, si riproporrebbe lo stesso scenario: gli italiani divisi non sul «che fare» e «come farlo », ma sulla persona del capo del governo e i suoi problemi personali. Se a vincere fosse l’opposizione, nulla cambierebbe ugualmente; si esaurirebbe, con la fine dell’antiberlusconismo, anche la sua stessa forza propulsiva e verrebbero a galla le sue carenze culturali e politiche. Che piaccia o no, la lunga, e sterile, contrapposizione frontale fra berlusconismo e antiberlusconismo è stata l’ultima versione della storica incapacità dell’Italia di essere popolo, nazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Anche la Francia e l’Inghilterra hanno vissuto periodi di aspre lotte interne che, a volte, hannomesso in discussione la legittimità del potere politico del momento, ma ne sono sempre uscite perché fondate sulle secolari tradizioni di una comunità che è, innanzi tutto, popolo, nazione, prima che Stato; comunità di fini etico-politici divisa solo sui mezzi tecnico-politici per raggiungerli. La Magna Charta inglese è del 1215! L’inattualità delle istituzioni — inadeguate a far fronte alle ricorrenti crisi del sistema politico con procedure chiare ed efficaci — è la bandiera del conservatorismo della sinistra. Che, per difendere lo status quo, si aggrappa alla difesa di regole antiquate, figlie di unmondo che non c’è più. Forse, la sinistra non ha neppure un reale interesse a vincere le elezioni perché già soddisfatta del controllo che esercita su alcuni dei settori chiave della società civile, come la scuola e l’università, lamagistratura, gran parte dei media e dell’editoria, nonché del mondo intellettuale. Una volta al governo, essa deve fare i conti col rivendicazionismo corporativo di quegli stessi settori che ne è la vera forza finché è all’opposizione.</p>
<p style="text-align: justify;">Alle doti di equilibrio del presidente della Repubblica si fa, così, carico della responsabilità di tenere in piedi il barcollante edificio democratico, attribuendogli poteri che non ha e una impropria funzione di supplenza della classe politica, incapace di assolvere la propria funzione. È la sostituzione della politica col diritto da parte dei nostri azzeccagarbugli istituzionali.</p>
<p style="text-align: justify;">L’inconsistenza della cultura politica nazionale è l’autentica cifra del centrodestra; ne condiziona la capacità di dar vita al cambiamento promesso, emai attuato, e di produrre «politiche» davvero modernizzatrici. È anche l’indotto delle corporazioni, degli interessi organizzati, ai quali il suo leader è tutt’altro che insensibile. Non condiziona il centrosinistra perché è proprio su tale inconsistenza culturale che esso fonda la difesa dello status quo in sintonia sia con la propria inclinazione anti-individualista e anti-capitalista, sia con la vocazione anti-modernista degli italiani. La diffusione di una cultura politica autenticamente liberal-democratica è bloccata perchémetterebbe a rischio gli interessi corporativi dell’establishment intellettuale. Che boicotta ancora la storiografia liberale (i libri di Rosario Romeo su Cavour e sul Risorgimento) anche alla vigilia delle celebrazioni per i 150 anni dell’Unità d’Italia, in nome di una sua lettura classista, come «rivoluzione contadina mancata», smentita già dal precedente della stessa Rivoluzione francese. Che fu cittadina, parigina, non contadina. La programmatica malafede di alcuni media a larga diffusione impedisce letteralmente la crescita di un’opinione pubblica bene informata e, soprattutto, capace di farsi un’idea fondata sui fatti e verificabile nella realtà. Il popolo di destra e quello di sinistra — che leggono più volentieri i giornali che li confermano nei loro pregiudizi, che gli stessi giornali hanno creato, in una sorta di circolo vizioso quanto surreale, già sperimentato dall’Unità, il quotidiano del Pci, quando era filo-sovietico — vivono una realtà «virtuale» rappresentata, per il popolo di centrodestra, dalle (continue) promesse e dalle (inespresse) virtù taumaturgiche del capo; l’altra, per il popolo di centrosinistra, dalla sua demonizzazione. È nata, così, una nuova figura di italiano che, oltre al proprio «particulare», ubbidisce a un riflesso condizionato di natura emotiva, pro o contro Berlusconi. Un perfetto prodotto del marketing ideologico da parte di un giornalismo che non si prefigge di informare, né di giudicare con onesta coerenza, ma di creare, e addestrare, l’uomo nuovo: l’idiota di parte. Che, a destra, non vota per «una certa idea dell’Italia», ma contro la sinistra, e a sinistra non vota contro la destra— che, forse, voterebbe volentieri se non ci fosse il Cavaliere e non fosse poi troppo innovativa — ma contro una persona, senza chiedersi quale sia il Paese nel quale vorrebbe vivere, quali siano i propri diritti, i propri interessi. Un suddito. Ma — ha scritto Norberto Bobbio — «la democrazia ha bisogno di cittadini attivi. Non sa che farsene di cittadini passivi, apatici e indifferenti». Di tutto ciò dovrebbero, dunque, discutere una classe politica e un sistema mediatico degni di questo nome. Invece, l’immagine che il Paese «ufficiale» proietta di sé —il Paese «qualunque», dell’uomo della strada, è migliore, anche se incapace di reagirvi— è quella di un mondo che degrada, più velocemente di quanto già non si pensasse, verso una sorta di versione (meta-politica, ontologica) dell’Antico Regime, pietrificato come è nel proprio conservatorismo e prigioniero dei propri ritardi culturali.</p>
<p style="text-align: justify;">10 Settembre 2010 &#8211; Piero Ostellino</p>
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		<title>Oh Capitano, mio Capitano&#8230;</title>
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		<pubDate>Wed, 26 Jan 2011 23:24:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonino Armao</dc:creator>
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		<category><![CDATA[berlusconi]]></category>

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		<description><![CDATA[<a href="http://www.arezzopolitica.it/2011/01/27/generale/"><img align="left" hspace="5" width="150" height="150" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2011/01/Robin_Williams1-150x150.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="Robin_Williams" title="Robin_Williams" /></a>
Mio Capitano,
hai avuto il merito storico di salvare il Paese nel 1994 dalla instaurazione di un regime autoritario ispirato alle ideologie del “secolo breve” e per fortuna, del passato.
Se quelle ideologie riescono ancora oggi ad avere un enorme potere di interdizione sui Governi sgraditi solo attraverso il controllo di alcuni settori strategici della pubblica amministrazione [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-large wp-image-6238" title="Robin_Williams" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2011/01/Robin_Williams1-682x1024.jpg" alt="Robin_Williams" width="275" height="412" /></p>
<p style="text-align: justify;">Mio Capitano,</p>
<p style="text-align: justify;">hai avuto il merito storico di salvare il Paese nel 1994 dalla instaurazione di un regime autoritario ispirato alle ideologie del “secolo breve” e per fortuna, del passato.</p>
<p style="text-align: justify;">Se quelle ideologie riescono ancora oggi ad avere un enorme potere di interdizione sui Governi sgraditi solo attraverso il controllo di alcuni settori strategici della pubblica amministrazione e della comunicazione, figuriamoci che cosa sarebbero state capaci di fare senza l’argine democratico rappresentato da Forza Italia prima e dal PdL poi.</p>
<p style="text-align: justify;">La Procura di Milano, come alcune altre Procure da 15 anni a questa parte, conduce una battaglia politica senza quartiere finalizzata toglierti dalla scena come l’uomo che ha saputo rappresentare (come ha potuto) i milioni di italiani resi orfani dalla apocalisse di “mani pulite” e dal boia Di Pietro, impedendo al “loro” blocco politico di governare il Paese.</p>
<p style="text-align: justify;">Queste procure si sono nascoste dietro la fandonia dell’obbligatorietà dell’azione penale per compiere la loro “missione”. Basta conoscere minimamente i meccanismi della giustizia penale per sapere che le notizie di reato che giungono alle Procure sono moltissime a fronte di scarsissime risorse giudiziarie e che i Procuratori, come qualsiasi manager pubblico, compiono una selezione indirizzando l’azione amministrativa verso quei reati che ritengono di maggiore allarme sociale e trascurando gli altri: la maggior parte.</p>
<p style="text-align: justify;">Per questo negli Stati Uniti, faro di democrazia, i Procuratori sono eletti dai cittadini.</p>
<p style="text-align: justify;">Sfido chiunque a dimostrare che i reati ipotizzati a carico di Silvio Berlusconi in quel di Milano siano tra quelli che allarmano maggiormente la comunità meneghina. Eppure, pare che per spiare il modo in cui Berlusconi occupava il suo tempo libero in casa propria siano stati impiegati in questi ultimi mesi qualcosa come 50 milioni di euro e centinaia di uomini delle forze dell’ordine. Risorse sottratte al perseguimento della criminalità organizzata e della ‘ndrangheta che in Lombardia imperversano, come ci “insegna” il dottor Saviano. Ma questo, il dottor Saviano non lo dice.</p>
<p style="text-align: justify;">Perciò, a questo punto, noi che sono 15 anni che votiamo Berlusconi, dobbiamo dirtelo che è ora di diventare grandi e di andare a vivere da soli. Magari realizzando senza più il tuo grande ombrello protettivo, quella rivoluzione federalista e liberale necessaria  per modernizzare un Paese stanco e dissanguato da una guerra fredda che non è mai finita. Magari guardando alla Lega come alla forza politica che può raccogliere la tua eredità e diventare il nuovo punto di riferimento per la maggioranza degli italiani che fino ad oggi ti ha dato fiducia.</p>
<p style="text-align: justify;">Oggi quella fiducia viene meno e lo diciamo con grande dolore. Ma quella fiducia viene meno perché un grande statista quale Berlusconi è stato ed è, non doveva esporre il fianco al nemico con tanta leggerezza. E questo non per moralismo peloso (la gnocca piace anche a noi, che credi?). Ma perchè in guerra si va con l’elmetto e non con la bandana. Perché là fuori è pieno di cecchini che tirano in testa e il Capitano deve stare coperto. Perché se il Capitano viene colpito, magari lui si salva con buoni medici e buoni avvocati, ma al macello (per non dire a puttane) ci vanno i milioni di elettori che lo hanno sostenuto e le migliaia di militanti che ci hanno messo (e rimesso) la faccia senza mai chiedere niente.</p>
<p style="text-align: justify;">In special modo in regioni rosse come la Toscana dove l’esposizione politica nel PdL può costare lacrime e sangue. E chi conosce queste zone, dominate dalle burocrazie di sinistra, sa di che si tratta.</p>
<p style="text-align: justify;">E concludo. Se chi vuole ucciderti pensa che togliendo di mezzo te, tornerà al potere si sbaglia di grosso e non vediamo l’ora di risvegliarlo dal suo sogno erotico.</p>
<p style="text-align: justify;">Perciò, Capitano, facciamoci tutti questo favore. Va su qualche isola a riposarti. Portati tutte le ragazze che vuoi. E visto che ci sei portati pure Emilio Fede e Lele Mora, che qui, adesso, ci pensiamo noi.</p>
<p style="text-align: justify;">Con eterna riconoscenza, un tuo elettore.</p>
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		<title>La missione del Pdl: andare oltre Berlusconi!</title>
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		<pubDate>Mon, 15 Nov 2010 06:54:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mugnai</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.arezzopolitica.it/2010/11/15/la-missione-del-pdl-andare-oltre-berlusconi/"><img align="left" hspace="5" width="150" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/11/pdl-avanti-popolo1-300x160.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="pdl-avanti-popolo1" title="pdl-avanti-popolo1" /></a>di Federico Mugnai  Domenica scorsa, a Perugia, Gianfranco Fini ha dichiarato che &#8220;Fli non va contro il Pdl, ma è oltre il Pdl&#8221;. Non possiamo dare torto a Fini. Oramai il suo è un partito trasversale, non più catalogabile con le categorie di destra e sinistra. Al di là di questo si fa fatica a rintracciare [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Federico Mugnai <img class="alignleft size-medium wp-image-5570" title="pdl-avanti-popolo1" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/11/pdl-avanti-popolo1-300x160.jpg" alt="pdl-avanti-popolo1" width="300" height="160" /></strong> Domenica scorsa, a Perugia, Gianfranco Fini ha dichiarato che &#8220;Fli non va contro il Pdl, ma è oltre il Pdl&#8221;. Non possiamo dare torto a Fini. Oramai il suo è un partito trasversale, non più catalogabile con le categorie di destra e sinistra. Al di là di questo si fa fatica a rintracciare nelle parole di Fini qualcosa che attenga alla famiglia dei partiti conservatori e popolari europei. D&#8217;altro lato, a parte l&#8217;antiberlusconismo cronico di gran parte degli aderenti a Fli, alcune critiche mosse da Fini al Pdl possono essere oggettive. E&#8217; palese come il Pdl sia oggi un partito costruito su un uomo, Berlusconi, e che quindi risenta al suo interno della mancanza di stimoli per dar vita a dibattiti, congressi che aprano la strada verso il futuro. Qualsiasi partito non può vivere di rendita, non può pensare che la sua missione si riduca a difendere ad oltranza il suo leader. Ciò non significa andare contro Berlusconi e il Governo e magari voler fare i rottamatori stlie Renzi con il Pd! Se mancano prospettive concrete un partito è destinato a morire lentamente. E&#8217; questa la sensazione che dà ultimamente il Pdl. Dispiace, perchè personalmente sono convinto che all&#8217;interno del Pdl converga la grande tradizione politico-culturale italiana che si ispira ai vari Gentile, Croce, Turati, Don Sturzo, De Gasperi, etc., grande patrimonio che non può essere trascurato, ma che deve rivivere ed essere trasmesso all&#8217;interno e fuori dal Pdl per trasmetere quella passione per la politica costruttiva che tanto manca all&#8217;Italia. Berlusconi ha avuto il grande merito di saper raccogliere intorno a sè queste forze politiche. Berlusconi merita quindi di essere sostenuto, anche se il Pdl non può e non deve trasformarsi in una specie di &#8220;Chiesa&#8221; dove si venera il fondatore del partito! Ora più che mai è necessario capire che è il giunto il momento di aprire una nuova stagione per il Pdl. Come? Iniziando magari a pensare alla successione della leadership del partito, dando vita ai congressi e facendo valere più che il numero di tessere la forza delle idee. Solo così il centro-destra potrà uscire dal tunnel della crisi in cui è entrato, soprattutto dopo la fuoriuscita di Fini. E  in questo momento tumultuso, con la sopravvenuta crisi di Governo e le incognite politiche ed economiche che si respirano in Italia, è necessario che il Pdl abbia il coraggio di cambiare. Cambiare uomini, non soltanto inserendo quote giovani per far numero come se fossero comparse in un film, per rinnovare finalmente il modo di intendere la politica. Se un partito vuole essere rivoluzionario non può sempre fermarsi a difendere qualcosa o qualcuno, ma deve essere pronto all&#8217;offensiva attraverso la proposizione di  nuove idee e  uomini che le sappiamo portare avanti con tenacia e con orgoglio. Il Pdl non è politicamente attraente proprio perchè all&#8217;esterno sembra un partito di cortigiani, pronti solo a servire Berlusconi. E&#8217; necessario quindi che il Pdl sappia andare oltre il suo leader, non per rinnegarlo, ma per dimostrare agli italiani che la sua avventura non si riduce all&#8217;esistenza di un uomo. Un uomo che ha avuto il grande merito di spazzare via la partitocrazia in Italia e che oggi molti dei suoi avversari di sempre e dei suoi ex alleati vorrebbero riproporre. Il ritorno al passato non lo possiamo scongiurare solo &#8220;pregando&#8221; che Berlusconi riesca ancora nel &#8220;miracolo&#8221; di vincere i suoi avversari. Gli uomini e le donne all&#8217;interno del Pdl abbiano l&#8217;audacia di prendere il testimone di Berlusconi e portare innanzi la missione storica di dar voce a quella maggioranza silenziosa, che per ragioni ideologiche e per il clima politico da guerra fredda è rimasta senza veri rappresentanti dal dopoguerra fino alla crisi della Prima Repubblica. Se quel giorno ci sarà, il nuovo delfino oscurerà per sempre la scialba figura di Fini, eterna promessa politica mancata.</p>
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		<title>Fiducia, tra gli equivoci</title>
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		<pubDate>Wed, 29 Sep 2010 20:13:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Frabetti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.arezzopolitica.it/2010/09/29/fiducia-tra-gli-equivoci/"><img align="left" hspace="5" width="150" height="150" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/09/848-silvio-berlusconi-thumb-150x150.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="848-silvio-berlusconi-thumb" title="848-silvio-berlusconi-thumb" /></a>di Giorgio Frabetti- Il Governo Berlusconi ha incassato la fiducia della Camera con 342 voti, con i voti determinanti dei finiani, cui si sono aggiunti i voti di Noi Sud, Transfughi UDC e API. Personalmente sono convinto che Silvio abbia invocato il voto, come fosse un “Giudizio divino”. In realtà, il voto, contro le intenzioni di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-5102" title="848-silvio-berlusconi-thumb" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/09/848-silvio-berlusconi-thumb.jpg" alt="848-silvio-berlusconi-thumb" width="404" height="302" />di <strong>Giorgio Frabetti</strong>- Il Governo Berlusconi ha incassato la fiducia della Camera con 342 voti, con i voti determinanti dei finiani, cui si sono aggiunti i voti di <em>Noi Sud</em>, Transfughi UDC e API. Personalmente sono convinto che Silvio abbia invocato il voto, come fosse un “Giudizio divino”. In realtà, il voto, contro le intenzioni di Silvio, ha certificato il “peso determinante” dei finiani nella maggioranza e ha rivelato la debolezza (momentanea) di Silvio, messo “sotto scacco” da FLI e incapace di sottrarsi alla morsa della “convivenza coatta” in cui lo vuole costringere Fini. Non tutto, però, è chiaro nelle vicende politiche di questi giorni: perché Berlusconi non ha tentato il colpo grosso e non ha sfidato Fini sul terreno che lui teme di più, le elezioni anticipate? E poi, un simile <em>test</em> di fedeltà sui finiani avrebbe potuto riuscire con maggiori probabilità, se Berlusconi avesse escluso il voto di fiducia: solo senza fiducia, i finiani avrebbero potuto parlare più liberamente, tradirsi più facilmente nella loro reale avversione a Berlusconi: cosa oggi rivelata da “scheggie impazzite” come l’ On. Barbareschi, ovvero l’On. Granata, che ha votato contro e ha preteso di cavarsi d’impaccio (maldestramente) motivando la sua sfiducia come “gesto simbolico” (se Fini non lo redarguisce certo i problemi con Silvio riprenderanno a breve …). Invece, con il voto di fiducia annunciato da ieri sera, i finiani si sono subito (e pelosamente!) allineati alla disciplina di maggioranza, vanificando alla fine la funzione di chiarificazione che Berlusconi si riprometteva di ottenere con il voto. Perché questo? Molto probabilmente, Berlusconi, mentre ostenta autoritarismo, in realtà piega la testa: e del resto, come potrebbe adesso dire di no a Fini che gli ha promesso lealtà nell’approvazione del lodo Alfano-bis in versione di legge costituzionale? Come può Berlusconi può dire di no, specie per la scadenza prossima del “legittimo impedimento”; sul quale, per di più pende il giudizio di costituzionalità davanti alla Consulta? Il voto di oggi, quindi, si è ritorto contro Berlusconi: d’ora in avanti, Fini potrà agire indisturbato nella sua strategia di di disturbo verso Berlusconi e il PDL, per conseguirne la <em>leadership</em>. Si sarebbe potuto evitare questa situazione? Credo che Berlusconi in questa vicenda non abbia brillato per capacità di sintesi politica: un guaio e una contraddizione in termini, perché se c’è un organismo che fin dal discorso del “Predellino” avrebbe questa vocazione alla sintesi è proprio il PDL! Un’impressione questa, decisamente palpabile anche nel discorso del <em>premier</em> oggi alla Camera: non era possibile, infatti, ascoltare i suoi discorsi sulla Salerno-Reggio Calabria, sulle “grandi opere”, sulle prospettive di rilancio dell’economia, senza avvertire almeno un certo quale “straniamento”. Certo, Berlusconi oggi è rimasto fedele a sé stesso, alla “narrativa del fare” e nessuno gli disconosce l’onestà e la buona fede di aver mantenuto fede, aldilà dei normali errori, a questo stile di governo. Ciononostante, mi sarebbe piaciuto un Berlusconi meno “Dirigente d’Azienda” e più “Aldo Moro”, più bizantino: perché oggi è sui bizantinismi e sui machiavellismi che Fini sta insidiando la <em>leadership</em> berlusconiana e la sta mettendo alla prova. E purtroppo, la sensazione è che Berlusconi, da quel bravo “imprenditore prestato alla politica”, oggi abbia accusato il colpo davanti al tatticismo finiano: i due ormai appartengono a mondi diversi e parlano linguaggi differenti, estranei. Fini, da “politico classico” ha nel suo DNA la logica “amico/nemico” nella conduzione del gioco politico; Berlusconi (che politico non è) quella stessa logica non la sa cogliere, se non per quanto gli è e gli è stato funzionale alla sua geniale “macchina spettacolare” (ad es. la mobilitazione contro i Comunisti, il “predellino” etc.). L’insofferenza di Silvio per le liturgie della politica (vissuta come eterno “teatrino”) forse spiega l’esito opaco e poco brillante della fiducia di oggi che chiude (per il momento in negativo per il <em>premier</em>) la controversia Fini-Berlusconi, nata il 22 aprile alla Direzione PDL. Non è il momento di fare previsioni e dire se questa crisi sia strutturale o solo di un momento. Certo, è che il Governo può solo dare una prova di forza deponendo le chiacchiere e le camarille politiche e mettersi al lavoro per il bene del Paese.</p>
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		<title>Il divorzio Berlusconi-Fini: la crisi del centrodestra italiano</title>
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		<pubDate>Sat, 31 Jul 2010 22:16:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mugnai</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.arezzopolitica.it/2010/08/01/il-divorzio-berlusconi-fini-la-crisi-del-centrodestra-italiano/"><img align="left" hspace="5" width="150" height="150" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/08/fini_berlusconi1-150x150.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="fini_berlusconi" title="" /></a>di Federico Mugnai Tra Fini e Berlusconi non si riesce a trovare alcun vincitore; da questo scontro che nel suo epilogo amaro ha visto l&#8217;espulsione di Fini e dei suoi fedelissimi dal Pdl, chi ne esce sconfitto è il centrodestra italiano. Da una parte i finiani, dall&#8217;altra i berlusconiani cantano la loro vittoria. Fini con il suo nuovo gruppo parlamentare [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-4618" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/08/fini_berlusconi1-300x187.jpg" alt="fini_berlusconi" width="300" height="187" />di<strong> Federico Mugnai</strong> Tra Fini e Berlusconi non si riesce a trovare alcun vincitore; da questo scontro che nel suo epilogo amaro ha visto l&#8217;espulsione di Fini e dei suoi fedelissimi dal Pdl, chi ne esce sconfitto è il centrodestra italiano. Da una parte i finiani, dall&#8217;altra i berlusconiani cantano la loro vittoria. Fini con il suo nuovo gruppo parlamentare &#8220;Futuro e libertà per l&#8217;Italia&#8221; si sentirà ora ancor più libero di sparare colpi pesanti verso il Governo, il suo premier e il Pdl; non dovrà più sentirsi minoranza in un partito, non dovrà più essere l&#8217;ombra di Silvio, mai più coabitare in un partito tra i quali ci sono alcuni indagati. Silvio invece si è come tolto un peso dallo stomaco; non riusciva più a sopportare il doppio gioco di Fini e dei suoi fedelissimi che, sputando nel piatto dove mangiavano, con la scusa della discussione in seno al partito martellavano continuamente il Governo e il Pdl tendendo a destabilizzare gli organi stessi del partito. Con la cacciata di Fini, Berlusconi pensa di aver risolto i problemi all&#8217;interno del Pdl. In realtà con questa scissione, il Pdl ha fatto un grosso passo indietro, perdendo gran parte del suo fascino politico e storico, nonchè il suo alone rivoluzionario. Rivoluzionario perchè per la prima volta nella storia politica italiana dall&#8217;Unità d&#8217;Italia fino ai giorni nostri, il Pdl aveva riunito in sè la grande tradizione italiana composta da moderati, liberali, cattolici, conservatori, socialisti. Si era aperta per il centrodestra una fase nuova e non più transitoria; non più solo legata allo slancio carismatico di Berlusconi (che è inevitabilmente destinato ad esaurirsi nel tempo), ma ad un progetto solido, stabile e di grandi prospettive. Ora del Pdl rimane davvero poco. Fini pur con tutte le sue incongruenze, i suoi tatticismi, tentava di mettere in moto quel processo democratico all&#8217;interno del partito che spesso veniva soffocato da una struttura interna paralizzata, monolitica ed eccessivamente verticista. Non si esagera se si afferma che forse il Pdl non era stato un partito al proprio interno &#8220;liberale&#8221;. Se pensiamo a quante battaglie esterne ha dovuto affrontare, era logico che fosse così. Durante le campagne elettorali bisognava infatti concentrare le proprie forze per sconfiggere la sinistra. Nel momento di riposo dopo la vittoria alle Regionali del Marzo scorso si doveva aprire un fronte interno. Un grande partito deve essere forte &#8220;in guerra&#8221; e &#8220;in pace&#8221;. Questo fronte interno avrebbe dovuto stabilire non solo i nuovi equilibri all&#8217;interno del partito stesso, ma anche nuove regole interne per poter legare al meglio il partito all&#8217;attività del Governo. La fase del rinnovamento, del graduale cambio generazionale nel territorio avrebbe potuto dare al partito quella dinamicità essenziale per trasmettere alla società civile quel senso del cambiamento, dell&#8217;arrivo di una nuova era che tutti attendono. Il trapasso berlusconiano sarebbe stato forse molto più sereno e meno scosso. Oggi il popolo di centrodestra è invece sconsolato e depresso. Al di là delle buone iniziative e riforme portate avanti dal Governo, questo popolo non riesce ad immaginare un futuro sicuro, perchè gli rimane difficile identificarsi in un progetto che adesso non c&#8217;è. Non basta governare bene, ci vuole un partito unitario che rispecchi i sentimenti, le passioni, i sogni e le speranze dell&#8217;elettorato di centrodestra. Oggi questo partito non c&#8217;è. E se c&#8217;è non rappresenta tutti o comunque scontenta tanti. Oggi il Pdl è un partito monco, un grande contenitore impoverito di contenuti, un grande albero a cui sono state spezzate alcune radici. Sono tanti coloro che nell&#8217;immobilismo del partito e nella decisione di espellere i dissidenti, vedono solo l&#8217;incapacità ad aprirsi alla pluralità interna; gli stessi che invece sono stati espulsi dal partito e che si sono illusi che bastava dar fiato alle correnti per fare una rivoluzione in seno al Pdl, hanno dimostrato tutto il loro dilettantismo. Altri invece fingono che non sia successo nulla di grave! Il Pdl era nato per unire, per articolare in modo armonioso le culture, le storie e i contenuti di vecchie esperienze politiche ed umane che avevano contribuito a fare grande l&#8217;Italia; non era nato per spezzare e far nuovamente precipitare nell&#8217;ignoto un popolo come quello di centrodestra che nella nostra storia ha quasi sempre rappresentato la maggioranza del Paese. Questo popolo in un futuro prossimo merita di essere nuovamente e definitivamente unificato sotto un unico simbolo che renda sacra ed intangibile la tradizione del centrodestra italiano. Anche se adesso è notte, attenderemo l&#8217;alba di un nuovo giorno.</p>
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		<title>Fini,  sulla &#8220;Questione Giustizia&#8221; non barare!</title>
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		<pubDate>Tue, 27 Apr 2010 11:13:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Frabetti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.arezzopolitica.it/2010/04/27/fini-sulla-questione-giustizia-non-barare/"><img align="left" hspace="5" width="150" height="150" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/04/fini-150x150.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="fini" title="" /></a>di Giorgio Frabetti- Cosa farà Fini dopo il “duello” con Berlusconi di giovedì scorso? Quali altre mosse starà studiando? Certo, alle volte per comprendere le mosse dei politici non è importante quello che dicono, quanto quello che … non dicono. Certo, scorrendo il discorso di Fini giovedì scorso alla Direzione PDL non può non stupire il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-4036" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/04/fini.jpg" alt="fini" width="313" height="402" />di <strong>Giorgio Frabetti</strong>- Cosa farà Fini dopo il “duello” con Berlusconi di giovedì scorso? Quali altre mosse starà studiando? Certo, alle volte per comprendere le mosse dei politici non è importante quello che dicono, quanto quello che … non dicono. Certo, scorrendo il discorso di Fini giovedì scorso alla Direzione PDL non può non stupire il  “basso profilo” dedicato sul rapporto politica-magistratura: &#8220;Sulle riforme della giustizia: il governo non fa leggi <em>ad personam</em>, ma talvolta da l&#8217;impressione di voler favorire qualcuno; so che il governo non ha operato in questo senso, ma l&#8217;impressione c&#8217;è stata&#8221;.  Cosa c’è dietro questo discorso da “uomo qualunque”? Certo, è “fantapolitica” dire che Fini sta strizzando l’occhio a Di Pietro! Nello stesso tempo, però, sforzandoci a leggere queste parole <em>in bonam partem</em> (ossia astenendoci dal presupporne significati “dietrologici”) il Presidente della Camera e <em>leader</em> di “area” AN pretende di leggere il rapporto politica-magistratura come se i problemi della giustizia derivassero da pretese di favoritismo e di (non detto) conflitto di interessi dell’attuale <em>premier</em>, ovvero da problemi “di opportunità” o “di stile”, non colti dall’attuale Presidente del Consiglio. Un modo per dire tra le righe a Silvio: “guarda che se ti fai da parte la questione giustizia si risolve da sola”? “Guarda che tu Silvio sei il problema giustizia”? Non è chiaro, ma è certo delle due l’una: o Fini pecca per ingenuità colossale (ma non è credibile), oppure cerca “benemerenze mediatiche” a spese di Berlusconi sul tema giustizia (cosa, per altro, in cui si è già impegnato Pier Ferdinando Casini, dopo anni di alleanze con il Silvio Nazionale). Comunque si giudichi le parole di Fini, è certo che il Gianfranco Nazionale si è concesso più di una licenza al “politicamente corretto”: è tipicamente <em>politically correct</em> la tendenza a ridurre a “chiacchiere da salotto” questioni complesse, come la questione giustizia che è la questione principe delle attuali istituzioni democratiche. Alla base della visibilità della Giustizia in Italia, non sta “l’anomalia Berlusconi”, quanto la crisi dei partiti e dei meccanismi di democrazia deliberativa; una crisi preoccupante di paralisi del governo della società che sta facendo scivolare l’Italia in una situazione buia paragonabile a quella dell’<em>ancième règime</em> pre-rivoluzione francese; è una crisi che affonda certamente nel malcostume politico (es. è più facile colpire l’avversario politico cavalcando il “sensazionalismo” dell’avviso di garanzia, anche se poi non si approda a nulla di rilevante, piuttosto che utilizzare le armi del confronto dialettico!), ma che ha radici istituzionali più ramificate: da un lato, l’opzione “mercatista” e liberista degli anni ’90 ha portato (in Italia, ma anche in Europa) alla devoluzione di alcune competenze regolatrici del mercato e delle vita sociale (WTO, UE) ad organizzazioni internazionali sostanzialmente giurisdizionali e para-giurisdizionali (vedi Commissione UE) svilendo il ruolo dei parlamenti; dall’altro, la crisi dei partiti tradizionali, che ha portato queste <em>èlites</em> dirigenti (in declino politico e prive di numeri in parlamento) a cercare sponde e “fiancheggiamenti” nella Magistratura (vedi teorizzazioni di Leopoldo Elia sul ruolo “militante” della giurisprudenza costituzionale; sul punto, leggere Loquenzi ne <em>L’Occidentale</em> del 25/09/2009), cercando di influire in questo modo trasversale sulla produzione del diritto (perso il potere di influire direttamente attraverso il Parlamento). Se Fini è convinto che le sue parole beneducate spese giovedì scorso certamente basteranno a rimuovere un simile macigno, si sbaglia di grosso! Ci provi Fini ad andare a Palazzo Chigi  e veda se basta mandar via Berlusconi per normalizzare la giustizia: forse che Gianfranco ha dimenticato che tutti i Presidenti del Consiglio di questo decennio (da Berlusconi a Prodi) hanno dovuto subire la delegittimazione del proprio Ministro Guardasigilli (Mastella, Prodi, con le vicende di Salerno e Alfano, Berlusconi con le vicende dell’omonimo “lodo”), nei momenti normali, tradizionale “punto di mediazione” tra Giustizia e Politica? E’ evidente che un tale livello di competitività politica-magistratura ha radici complesse e non nasce da una presunta “anomalia Berlusconi”, quanto da una degenerazione molto comune alle democrazie parlamentari (vedi Repubblica di Weimar) che, in tempi di crisi delle <em>èlites</em> dirigenti (vedi precedente della Repubblica di Weimar) tende ad appiattire il gioco politico sul piano orizzontale del rispetto delle regole formali, imbrigliando, invece, la dimensione verticale, “decisionista” della politica (Schmitt). Attenzione, non mi si faccia dire più di quello che ho detto; non si creda che intenda celebrare il processo sulle intenzioni di Fini e vederlo già nel campo dell’antiberlusconismo solo per queste dichiarazioni sulla Giustizia. Certo, la concessione al <em>politically correct</em> c’è ed è evidente, perché le parole di Fini sulla giustizia giovedì scorso sono sì utili a trovare l’applauso e l’apprezzamento dei giornali, ma non aiutano ad affondare il bisturi in un cancro che, non curato, rischia di assumere proporzioni preoccupanti. Dobbiamo riprendere a ricordarci che <strong>è la politica la sede dove si può discutere della distribuzione dei benefici e dei cicli economici sulle classi sociali, sui ceti svantaggiati e sui giovani e di chi … è senza diritti; mentre la Magistratura non può che agire sull’esistente e fatalmente favorire le posizioni di chi i diritti li ha già acquisiti!</strong> Se la politica è bloccata, l’economia (non governata) lascerà morti e feriti, tra i ceti che non godono di rendite acquisite (giovani etc.). Questo è il nocciolo del problema, almeno a mio avviso. Ora, bando alle chiacchiere e alle dietrologie, mi permetto di dire questo a Fini: vuoi davvero meritarti la palma di successore di Berlusconi, di futuro <em>premier</em> (in un periodo che si presume lungo dato lo stato comatoso del PD che non da segno di finire)? Allora, metti mano alla questione giustizia, in modo franco, senza ipocrisie e senza compromessi disonorevoli, cominciando ad affrontare il problema nelle sue cause, mettendo mano al riequilibrio dell’assetto istituzionale complessivo dello Stato nel senso del Presidenzialismo. In questo, si può anche valutare di concedere una sorta di “moratoria” sulle riforme dell’ordinamento giudiziario (separazione delle carriere, discrezionalità dell’azione penale), ma avendo di mira l’essenziale esigenza di rafforzare l’Esecutio, per controbilanciare la spinta “orizzontale” della Magistratura, mettendo, così, fine all’ibrido “condominio” Giustizia-Politica raggiunto in Italia negli anni 90 nel tentativo di “governare la globalizzazione” (sul punto, vedi il mio <em>Il ruolo di Berlusconi nella “transizione italiana”</em> del 25/10/2009 in questo <em>newsmagazine</em>). In questo, si può avere ragione nel criticare l’impostazione berlusconiana che fin qui ha sperato superare  l’attuale <em>impasse</em> istituzionale ricorrendo alla legge ordinaria, fatalmente condannata dal sindacato della Consulta (così per le riforme dell’ordinamento giudiziario del 2006, le riforme del “lodo Alfano” e del “legittimo impedimento”) e che non a caso ha prodotto risultati inferiori alle aspettative: così, infatti, sono stati curati i sintomi, non la malattia. Se Fini riuscirà ad impostare un serio percorso di riforme, meriterà fiducia; se no, dovremmo concludere che è un “uomo di paglia” come tanti!</p>
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		<title>Intercettazioni: adesso basta!</title>
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		<pubDate>Fri, 12 Mar 2010 21:39:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Frabetti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.arezzopolitica.it/2010/03/12/intercettazioni-adesso-basta/"><img align="left" hspace="5" width="150" height="150" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/03/santoro5b15d-150x150.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="santoro5b15d" title="" /></a>di Giorgio Frabetti- Viene ad un certo punto il momento di dire: BASTA. Basta contro una magistratura che usa le intercettazioni per ascoltare informazioni che non le competono; basta con un giornalismo a corto di idee e professionalità, che, per cavalcare la rendita dello scoop, del clamore e della dietrologia giudiziaria, pubblica conversazioni colte  in &#8220;viva [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-3622" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/03/santoro5b15d.jpg" alt="santoro5b15d" width="322" height="241" />di <strong>Giorgio Frabetti</strong>- Viene ad un certo punto il momento di dire: BASTA. Basta contro una magistratura che usa le intercettazioni per ascoltare informazioni che non le competono; basta con un giornalismo a corto di idee e professionalità, che, per cavalcare la rendita dello <em>scoop</em>, del clamore e della dietrologia giudiziaria, pubblica conversazioni colte  in &#8220;viva voce&#8221; dei personaggi pubblici; basta con una politica che, invece di fare opposizione anche dura in Parlamento, preferisce delegare l&#8217;opera ai giudici: &#8220;tanto -dicono- i discorsi, le interpellanze parlamentari non &#8220;bucano il video&#8221;, mentre le toghe, quelle sì&#8221;. Basta con il richiamo alla deontologia giornalistica &#8220;a senso unico&#8221;: si solleva l&#8217;azione disciplinare contro Feltri (e giustamente!) quando dice il falso sul &#8216;caso Boffo&#8217;; ora, quand&#8217;è che vedremo una medesima azione disciplinare contro la De Gregorio, contro Ezio Mauro e contro Antonio Padellaro? Abbiamo forse dimenticato la dubbia condotta professionale de &#8217;l'unità&#8217;, &#8216;repubblica&#8217;, &#8217;il fatto&#8217;, ad esempio, sulle intercettazioni <em>hard</em> di Berlusconi (quelle che accrediterebbero relazioni con Ministre)? Richiesti sulle fonti di queste intercettazioni, tutti questi signori hanno dichiarato che queste  sono arrivate alle redazioni solo trascritte: il che è quasi ammettere candidamente  che sono veline, compilate da chissà quale fonte compiacente e verosimilmente anonima (sull&#8217;argomento e sulle dichiarazioni degli interessati rinvio al mio <em>Le intercettazioni hard</em> &#8230; del 24 ottobre scorso su questo <em>Newsmagazine</em>). Lo <em>scoop</em> de <em>Il fatto quotidiano</em> di oggi 12 marzo è l&#8217;ennesima riprova di questo <em>modus agendi</em>, ma se possibile travalica ogni possibile limite della decenza; per non parlare della deontologia (se serve parlarne ancora!): la Procura di Trani ha aperto un fascicolo (non si sa per quali reati: concorso in corruzione, in minacce? Non è dato sapere!) contro Berlusconi che avrebbe istigato il Commissario Innocenzi dell&#8217;AGC (Autorità Garante della Concorrenza), affinchè (in concorso con terzi, verosimilmente Masi, Dg RAI) trovasse il modo per &#8220;silenziare&#8221; Michele Santoro: alla base, quindi, della delibera sulla <em>par condicio</em> (che a detta degli anti-berlusconiani avrebbe messo il &#8220;bavaglio&#8221; alle trasmissioni di approfondimento politico nel corso della campagna elettorale per le elezioni regionali 2010) non ci sarebbe altro che un &#8220;complotto contro Santoro&#8221; (anzi contro il &#8220;pluralismo&#8221; perchè  con Santoro &#8230; <em>simul stabunt, simul cadent</em>!), in pieno stile piduista! Ora, la gratuità e l&#8217;enormità dell&#8217;intervento della Procura Penale di Bari è circostanza nel caso specifico resa ancora più evidente dal fatto che l&#8217;AGC (proprio l&#8217;<em>Autority</em> infeudata di berlusconiani!) nella giornata di oggi ha dichiarato illegittima la delibera RAI sulla <em>par condicio</em>! Io non voglio in questa sede entrare nel merito del dibattito intra-RAI sull&#8217;applicazione della <em>par condicio</em>: per me, Santoro e i suoi possono anche avere ragione nel merito dell&#8217;applicazione delle disposizioni limitative dei <em>talk-show</em> in campagna elettorale, e la polemica fa parte della fisiologia del dibattito intra-aziendale; concedo anche che sia opportuno tenere alto il dibattito sulla par condicio, trattandosi di questione che inerisce ad un settore sensibile (e di pubblico interesse) come la libertà di informazione. Dov&#8217;è, allora, la patologia? In questo: mentre in Paesi &#8220;normali&#8221; (come gli USA, l&#8217;Inghilterra), queste materie vengono discusse nei Consigli d&#8217; Amministrazione, vengono riportate nella stampa, ovvero si risolvono nella normale dialettica deliberativa (sia essa societaria, sia essa parlamentare, sia essa mediatica), da Noi si deve mettere in mezzo la Magistratura Penale, che viene invocata (dalle minoranze che si sentono schiacciate e in difficoltà rispetto alle maggioranze) come &#8220;ago della bilancia&#8221; delle controversie. Dal punto di vista etico-politico, questo è il segno che nel Ns. Paese non c&#8217;è (o non c&#8217;è più) allenamento per una vera Democrazia Partecipativa; non c&#8217;è più il gusto del dibattito (sia esso societario, sia esso politico) e non si investe più (per dirimere le controversie) sulla funzione sociale della dialettica e della persuasione per sconfiggere un avversario; viceversa, per sconfiggere l&#8217;avversario ci si affida alla funzione infamante della magistratura penale: tanto, complice il Ns. <em>Codice Rocco</em>, basta un nulla per ascrivere rilevanza di reato ad una condotta umana, quantomeno per imbastire una notizia di reato. Che poi questa &#8220;notizia di reato&#8221; non porti a nulla di concreto, ma solo all&#8217;archiviazione, poco importa: tanto l&#8217;effetto di disarcionare l&#8217;avversario è già stato raggiunto con un avviso di garanzia (ma con Berlusconi non ci sono ancora riusciti!); tanto- si dice- al pubblico non interessano le ragioni, quanto sentire &#8230; &#8220;il tintinnar delle manette&#8221;! In tutto questo, poi, balza all&#8217;occhio la circostanza che un giornale come <em>Il Fatto Quotidiano</em> che fa dell&#8217;obiettività e della completezza dell&#8217;informazione un suo &#8220;principio supremo&#8221; non abbia chiarito l&#8217;origine di questa inchiesta: semplicemente si limita a dire che la GDF di Trani stava indagando su un giro di carte di credito usurarie e (guarda la combinazione!) arriva ad intercettare Innocenzi mentre conversa con il <em>premier</em>. Fortuna? Caso? Forse. Certo, un uomo normale, a questo punto, si chiederebbe: ma cosa c&#8217;entrano Berlusconi e Innocenzi con le carte di credito? Erano forse indagati? E perchè? Ma soprattutto: cosa c&#8217;era di tanto grave da indurre la Magistratura a proseguire nelle intercettazioni? Nessuno del <em>Fatto</em> lo spiega! Strana reticenza, perchè, scaratata l&#8217;ipotesi del segreto istruttorio (divenuto il &#8220;segreto di pulcinella&#8221; dopo la rivelazione dell&#8217;inchiesta!), resta un interrogativo inquietante: non è che forse le intercettazioni sono state disposte anche se giudiziariamente irrilevanti? Ovvero, a prescindere dal &#8220;merito&#8221; procedurale: non sarà che una &#8220;manina&#8221; ha provveduto a girare la &#8220;materia prima&#8221; a politici e giornalisti per &#8221;cucinare&#8221; l&#8217;ennesimo <em>scoop</em> anti-berlusconiano? Certo, è vero, come dicono i preti, che &#8221;a pensar male si fa peccato, ma ci si prende quasi sempre&#8221;; ma ricordo che non Berlusconi, ma il &#8220;giustizialista&#8221; Oscar Luigi Scalfaro ebbe a tuonare contro le &#8220;Procure colabrodo&#8221;: con ciò non rivelando nulla perchè sul rapporto stampa-procure esiste una nota e lunga consuetudine fin dai tempi degli anni di piombo (doverosamente documentata anche da una Ex-<em>Toga Rossa</em> come Luciano Violante!). Evidentemente, in questa &#8221;scatola nera&#8221; che, dal filone di indagine sulle carte di credito, ha portato a Berlusconi, il silenzio del <em>Fatto</em> può spiegarsi in un solo modo: coprire una fonte! Ora, la morale da trarre da questa vicenda è molto semplice. Ha un bel dire Rodotà, su <em>Micromega</em> di ottobre, che la Corte Europea dei diritti dell&#8217;uomo nel 2007 ha riconosciuto ai giornalisti il diritto di pubblicare intercettazioni riguardanti indagini (anche penali) sui politici. A parte che Liguori quando condusse quella memorabile e meravigliosa inchiesta (oggi giustamente riproposta) sull&#8217;<em>Irpinia Gate</em> che costò la Segreteria DC a De Mita non si sognò di pubblicare una riga di intercettazioni, resta a tutta evidenza un punto fermo: non basta pubblicare un testo gabbandolo come &#8220;intercettazione&#8221; per mettere il giornalista al riparo del &#8220;diritto&#8221;. Innanzitutto, il giornalista, in questo caso, deve essere obbligato a rivelare la fonte dell&#8217;intercettazione: a queste condizioni, si responsabilizza il giornalista (altrimenti, legittimando le &#8220;veline&#8221;, si legittima solo la disinformazione!) e, con esso, quegli operatori giudiziari che si risolvono ad un passo tanto grave e che creano i presupposti affinchè, a livello di stampa, sia anticipato il giudizio sulla rilevanza penale del fatto oggetto dell&#8217;intercettazione. In ogni caso, questi rischi sono prevenuti &#8220;a monte&#8221; da una riforma processuale penale che finalmente blindi il segreto istruttorio sulle indagini e disciplini in modo finalmente rigoroso le intercettazioni. Il Ministro Alfano ha annunciato che il Governo interverrà dopo la campagna elettorale: speriamo che anche l&#8217;opposizione potenzialmente (si badi l&#8217;avverbio!) responsabile (PD, UDC) si convinca dell&#8217;opportunità di collaborare costruttivamente affinchè questa legge venga finalmente la luce e sia posto fine al malcostume giornalistico-giudiziario di questi ultimi mesi.</p>
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		<title>La Privacy dei Politici secondo Stefano Rodotà (Micromega). Tra Berlusconi e Marrazzo</title>
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		<pubDate>Wed, 18 Nov 2009 22:18:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Frabetti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.arezzopolitica.it/2009/11/19/la-privacy-dei-politici-secondo-stefano-rodota-micromega-tra-berlusconi-e-marrazzo/"><img align="left" hspace="5" width="150" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2009/11/rodotà.bmp" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="rodotà" title="" /></a>di Giorgio Frabetti- Ad una (relativa) distanza dal &#8216;caso Marrazzo&#8217; e dalle polemiche che hanno accompagnato la presenza ad &#8216;Anno zero&#8217; di Patrizia D&#8217;addario (nota per le &#8216;rivelazioni intime&#8217; sul &#8216;premier&#8217;), credo sia quantomai opportuno procedere ad una serena e pacata disamina di queste vicende (obiettivamente scabrose e di difficile classificabilità politica), che renda ragione agli aspetti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="size-full wp-image-2410 alignleft" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2009/11/rodotà.bmp" alt="rodotà" width="260" height="180" />di <strong>Giorgio Frabetti</strong>- Ad una (relativa) distanza dal &#8216;caso Marrazzo&#8217; e dalle polemiche che hanno accompagnato la presenza ad &#8216;Anno zero&#8217; di Patrizia D&#8217;addario (nota per le &#8216;rivelazioni intime&#8217; sul &#8216;premier&#8217;), credo sia quantomai opportuno procedere ad una serena e pacata disamina di queste vicende (obiettivamente scabrose e di difficile classificabilità politica), che renda ragione agli aspetti di maggiore rilevanza politica (poco dibattuti), contro gli aspetti di <em>gossip</em> vacuo e caduco che, però, hanno maggiormente tenuto desta l&#8217;attenzione della Pubblica Opinione e della stampa . Trovo, al riguardo, particolarmente utile partire da un articolo scritto nell’ultimo numero di <em>Micromega</em> (05/20/09, in un momento in cui il &#8216;caso Marrazzo&#8217; non era ancora alle porte), dal Prof. Stefano Rodotà (già esponente PCI e poi PDS, già Vice-Presidente della Camera, già Presidente dell’Autorità Garante della <em>Privacy</em>). Al riguardo, lo Stimatissimo Professore ha discettato su quale sia livello di tutela della <em>Privacy</em> accettabile per i Politici, senza con ciò ostacolare la libera informazione sui medesimi necessaria per la vita democratica (art. 21 Cost.). Sul punto, il Prof. Rodotà ha espresso il parere secondo cui non è permesso al politico invocare il diritto della <em>privacy</em> nei termini classici, “in presenza di una sfera pubblica nutrita di spettacolo, di personalizzazione crescente”,  in cui “le figure pubbliche accettano questa logica che si presenta come una via obbligata per promuovere la propria immagine, … per guadagnare, consolidare e accrescere il consenso” (e qui Rodotà parla del libro “la storia italiana” con la quale Berlusconi intese promuovere la sua <em>premiership</em> alle elezioni 2001) . Secondo Rodotà, cioè,  il politico che chieda “di essere accettato, legittimato e giudicato” sulla sua persona,  non può più “tornare indietro”, perché non gli sarebbe più possibile “stabilire secondo convenienza fin dove può arrivare lo sguardo dei cittadini”. Da quel giurista di razza che è, l’Ex-Garante della <em>Privacy</em> ritiene, quindi, legittimo ostendere al pubblico le intercettazioni di Berlusconi sulle sue cd. ‘veline’, specie dopo che lui stesso ha &#8217;venduto&#8217; al pubblico le sue presunte prodezze di … <em>latin lover </em>come componente essenziale del suo personale &#8216;carisma&#8217; di Capo. E&#8217; da ritenere, poi, che il Professore avrebbe ritenuto altrettanto giusto ed opportuno ostendere al pubblico anche i &#8216;video bollenti&#8217; di Marrazzo (se avesse avuto modo di conoscere la vicenda). Addirittura, l’Esimio Giurista fonda il suo parere sulla sentenza 07 giugno 2007 della Corte europea dei diritti dell’Uomo, che ebbe a ritenere illegittima la condanna comminata dalla Magistratura francese a due giornalisti, rei di aver pubblicato un libro che riportava notizie relative al vicecapo di gabinetto dell’allora Presidente Mitterand tratte da intercettazioni telefoniche, allora disposte dalla magistratura e coperte da segreto istruttorio: nel caso di specie, cioè, in nome dell’art. 10 della Convenzione dei Diritti dell’Uomo,  la Corte ha ritenuto prevalente il diritto di informazione dei cittadini sul segreto istruttorio, in quanto il servizio giornalistico, oggetto della contesa, atteneva ad una vicenda rispetto a cui l&#8217;attenzione della Pubblica Opinione si era già autonomamente avviata. Senza procedere oltre, comunque, credo che questi brevi, ma densi passaggi portino ad evidenziare i forti limiti dell’analisi di Rodotà. Certo, Rodotà non manca di acutezza, quando evidenzia i limiti e le fragilità di una competizione politica di tipo carismatico, come quella che si è imposta in Italia dal 1994 in poi. Come noto, nel sistema bipolare italiano, l’investitura diretta del Premier esiste solo in via di fatto e in modo virtuale, perchè nessuna legge di riforma costituzionale ha effettivamente previsto tale procedura elettiva. In assenza, quindi, di risorse istituzionali, tale investitura diretta è stata  ‘creata’ dai <em>media </em>(e Berlusconi in questo ha effettivamente dettato legge!); ciò posto, quindi, è incontestabile che una politica tanto &#8230; ‘carismatica’ sia strutturalmente iper-sensibile e iper-ricettiva nei confronti di qualunque argomento, aspetto della vita dei politici, che possa &#8216;fare spettacolo&#8217; e attirare l&#8217;attenzione: quindi, anche la vita privata; da qui, allora, è evidente che basta una minima scalfitura del ‘carisma’ (tratta anche dalla vita personale) per incidere assai negativamente sulla fortuna di un ‘leader’ politico.  La vicenda Marrazzo, poi, se possibile, ha ampiamente dimostrato come un tale problema non riguardi solo Berlusconi: nella stessa situazione di  difficoltà mediatica di Berlusconi (indotta da rivelazioni privatissime), l&#8217;altro ieri si è trovato Marrazzo, ma domani o dopodomani potrebbero trovarsi (in teoria) anche  Bersani o Di Pietro, che, in fondo, ambiscono a competere sullo stesso piano &#8216;carismatico&#8217;; anche perchè la personalizzazione della politica, lungi dall&#8217;essere (come auspica Casini)  un aspetto solo effimero del gioco politico, ormai fa parte della &#8216;costituzione materiale&#8217; italiana (non è significativo, al riguardo, che il più grande partito d&#8217;opposizione, il PD, per eleggere il segretario abbia avuto bisogno della &#8216;primarie&#8217;, concepite in chiave di evidente democrazia diretta e &#8216;presidenzialista&#8217;?). E’ evidente, quindi, che l&#8217;esatta soluzione ai guasti della spettacolarizzazione della politica va colta  non tanto sul piano della normativa della <em>Privacy</em>, quanto a livello di riforme istituzionali, ovvero consacrando anche a livello costituzionale l’elezione diretta del <em>premier </em>(anche con adeguate immunità). Allo stesso modo, è  temerario (almeno questo è il mio giudizio) chiamare in causa i diritti dell’uomo per forme di comunicazione tanto &#8217;spinte&#8217; sulla vita privata dei politici. Pur dovendo esprimere qualche riserva sulla vicenda Marrazzo per la seria coda giudiziaria che l&#8217;ha accompagnata e per i sospetti sull&#8217;uso di coca, nessuna ragione può validamente legittimare la diffusione delle intercettazioni napoletane del 2008 su Berlusconi (come preteso da &#8216;micromega&#8217;, &#8216;l&#8217;unità&#8217;, &#8216;repubblica&#8217;),  perchè oltremodo dubbie quanto ad autenticità delle fonti e perchè, rispetto ad esse, ogni giornalista (anche il più accesamente antiberlusconiano come D&#8217;Avanzo) ha sempre riconosciuto l&#8217;irrilevanza penale: se questa fosse davvero la libertà di informazione richiesta dalla Costituzione e dalla Convenzione sui diritti dell&#8217;Uomo, allora dovremmo considerare legittima ogni forma di  vera e propria disinformazione  (vedi sul tema della disinformazione come tecnica distorta di comunicazione, il bell’articolo di Vilfredo Pisano su <em>L’Occidentale</em> del 17 ottobre u.s.)! A conclusione, credo sia quantomai doveroso citare il celebre sociologo tedesco Zygmunt Bauman: “Il privato ha invaso la scena che avrebbe dovuto essere pubblica, ma non per interagire con il &#8216;pubblico&#8217;. Nemmeno quando viene trascinato alla pubblica vista il ‘privato’ acquisisce una nuova qualità … Questo è il nodo gordiano che lega mani e piedi il futuro della democrazia: la crescente impotenza pratica delle Istituzioni pubbliche rende meno attraenti le tematiche e le prese di posizione comuni” (la società individualizzata, Mulino, 2003). Riallacciandomi alle acute osservazioni del grande sociologo tedesco, sono fermamente dell&#8217;opinione che il <em>voyerismo</em> mediatico scagliato negli ultimi tempi contro il ‘premier’ prima e poi contro Marrazzo vada soprattutto colto come la dimostrazione della sindrome ‘sfascista’ che alligna in molti italiani (dagli anni ’90 in poi) nei confronti della politica. E&#8217; buona norma, invece, reagire allo ‘sfascismo’, non assecondandolo, ma reagendo, in chiave propositiva, caricando i politici di responsabilità dirette e trasparenti verso il popolo.</p>
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