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	<title>Arezzo Polis &#187; augusto del noce</title>
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		<title>Intervista sulla destra, undicesima parte: Prezzolini e il &#8220;mito dell&#8217;Italia&#8221; terra d&#8217;incanto e culla dell&#8217;Europa</title>
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		<pubDate>Sat, 16 Apr 2011 11:00:32 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-7033" title="made_in_italy" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2011/04/made_in_italy.jpg" alt="made_in_italy" width="420" height="350" />di <strong>Giorgio Frabetti</strong>- “L’Italia si svenò di uomini e di idee. Trasfuse in tutta Europa, e per conseguenza in tutto il mondo che ha adottato la civiltà occidentale, i propri concetti della Scienza …, dell’Arte …, del Pensiero. Nove decimi dei modi con i quali il mondo moderno ha coscienza di sé stesso, e che hanno servito alla sua grandezza derivano dall’Italia: salvo la democrazia e le libertà politiche, le leggi della ricchezza e dell’associazione umana, il valore del lavoro e della produzione meccanici”. Nelle precedenti puntate, abbiamo illustrato i giudizi sull’Italia di Prezzolini, essenzialmente su un versante (essenzialmente etico-politico): la constatazione del carattere “non moderno” dell’italiano, refrattario allo spirito liberale. Assenza da cui fa discendere il fallimento della Destra Storica, del radicamento del senso dello Stato tra gli italiani, la deriva trasformistica e autoritaria del fascismo, l’oscillazione degli italiani tra “una tendenza dispotica” ed una “tirannica”. In questo, Prezzolini si iscrive in un filone molto fortunato della letteratura politica italiana che va da Cuoco, a Melzi d’Eril, a Manzoni, a Gioberti ovvero la variazione sul tema, il “carattere degli italiani”. Ridurre però il giudizio di Prezzolini sull’Italia a questo (pure essenziale) aspetto sarebbe tragicamente riduttivo: in fondo, queste opere, come insegna Giulio Bollati, si inserivano in fondo in filoni politico-ideologici di stampo inconfondibilmente “giacobino”, nelle quali lo scrittore di turno, partendo dal presupposto di detenere il “marchio DOC” dell’italianità, si arrogava il diritto a stabilire “le norme di appartenenza”, le esclusioni e le promozioni o le esclusioni, in un’ottica essenzialmente politico-partigiana (con un continuum anche nelle invettive “anti italiane” di Calamandrei, Gobetti e Salvemini ai tempi del fascismo). In Prezzolini, invece, si trova tutt&#8217; altro spirito. In particolare, lo specifico e l’originalità della riflessione prezzoliniana risalta particolarmente (in confronto con una storia della letteratura italiana ancora troppo tarata su schemi “nazionalistici” alla De Sanctis) nella riscoperta delle figure dell’Avventuriero, dell’Artusi, del Galateo di Della Casa, della Commedia dell’Arte e dell’Opera Lirica, come “prototipi DOC” di italianità: con ciò appunto centrando un aspetto essenziale della cultura italiana, così incentrata sul <em>soft power</em> della “sociabilità”, anche letteraria, piuttosto che sull’<em>hard power</em> delle imprese militari e dello Stato, cogliendo con una straordinaria veduta di sintesi aspetti sociologici, di costume, storici e letterari insieme cui mai nessun Natalino Sapegno e Francesco De Sanctis erano mai giunti. In questo L’<em>Italia finisce</em> tra le varie opere di questo secondo dopoguerra che hanno ripercorso le file dell’ “Italianità letteraria” è di un livello tuttora insuperato, non raggiunto nemmeno dalla pur rilevante opera di Giulio Bollati che pure rappresenta il più maturo filone post-gramsciano. Prezzolini, in altre parole, ritrova una visione dell’Italia culturale del tutto affine alle cadenze del Viaggiatore goethiano in Italia, ritrovando cioè una visione dell’Italia propria, ad esempio, di certa <em>intellighenzia</em> settecentesca (essenzialmente massonica, ma anche oltre) e ritrovando così il “mito” dell’Italia come “luogo di sociabilità” culturale ed estetica. Ciò posto, si impone a chi oggi ripercorra la riflessione prezzoliniana su questo specifico punto, la singolare impressione di “inattualità” e di apparente “eccentricità” di questa singolare posizione. Un problema come vedremo che merita di essere scandagliato adeguatamente in una critica finalmente matura di Giuseppe Prezzolini. In effetti, a prima vista, la posizione di Prezzolini sulla cultura italiana restituisce un quadro “anni luce” distante e alternativo (se non antagonista) alla visione di cultura “impegnata” (vuoi nella versione illuministica, vuoi nella versione positivista, vuoi nella versione hegeliana) che sarà organica agli Stati Nazionali europei maturi (esperienza che in Italia in effetti fu lacunosa). Attenzione, però, a non lasciarsi troppo sopraffare dalle apparenze. Cominciamo con ordine. Anzitutto, l’opera prezzoliniana apre spunti di riflessione in molteplici e svariatissime direzioni (anche con il rischio di perdersi in mille rivoli). Da queste pagine, cioè, si può trarre spunto per un rinnovamento degli studi di letteratura italiana; ma si può trarre spunto per note di costume, ovvero per note di psicologia e spicciola aneddotica. Certo, Prezzolini illumina non poco il “colore” locale della vita italiana e spiega perché la stessa politica e vita sociale in Italia presenti una colorazione di un certo tipo rispetto ad un’altra; perché, ad esempio, il “carattere trasformista” vi abbia in Italia una netta prevalenza sulla classica lotta di partiti e di idee. Se infatti l’Italia ha dato il meglio di sé (il <em>made in Italy</em>) nel cibo, nell’eleganza, nella musica, nell’intrattenimento, ciò è indubbiamente anche il riflesso di un’indole di carattere dove gli affari sociali tendono in qualche modo a risolversi sempre nei <em>budoir</em> dei “piccoli circuiti” privati (più spesso familistici), piuttosto che nei dibattiti aperti e pubblici. Di qui, alcune caratteristiche contraddizioni italiane: dove a parole tutti sono cattolici e dove l’irreligiosità è diffusissima e con essa la più ampia libertà di costumi; segno, che ad esempio, la una religione che più spesso è vissuta come “cifra di <em>clan</em>”; ovvero come “protocollo di buone maniere sociali” (e talora di presentabilità sociale) che come progetto di vita e di impegno. Il discorso potrebbe continuare all’infinito, ma siamo costretti a fermarci a queste pallide esemplificazioni. Non possiamo comunque evitare di cogliere nella riflessione prezzoliniana alcuni aspetti, molto utili per tratteggiare i filoni “meta-politici”. Il carattere “universale” della “civiltà” italiana non può non portarci a considerare la parallela tesi di chi ravvisa nell’Italia una naturale “avanguardia europeista”, ovvero come Nazione che, non sviluppatasi come Stato Nazionale al passo degli altri Stati, era però, nel suo coacervo di dominazioni spagnole, francesi etc., avrebbe però “anticipato” come una specie di “laboratorio politico” l’idea politica “europea”: questo ad esempio è il filone sulla quale è sviluppata la riflessione storiografica di Rosario Romeo. Su un altro versante, si ritrova, però, lo stesso Prezzolini, quando ravvisa nel carattere universale dell’Italia la possibilità che il <em>BelPaese</em> ritrovi un sia pur residuale ruolo di “faro della civiltà” in un Occidente in crisi, motivando addirittura la stesura di un libro come L’<em>Italia finisce</em> alla concomitanza della partecipazione dell’Italia al consesso europeo: “L’Italia, partecipando allo sforzo di molte nazioni desiderose giustamente di non diventare asiatiche per forza della Russia, si unisce ad essere per fondarsi in un’Europa capace di resisterle. (…). E’ il solo modo che ha di salvare quel poco che salvò nel secolo XVII e XVIII, quando la sua soggezione politica ai Paesi europei più forti fu quasi completa, ma l’Italia restò diversa per cultura”. Scorrendo altri libri come il <em>Manifesto</em> ci si accorge (il tema è già trattato nella nona puntata) che Prezzolini, in questa parte, rivaluta moltissimo il ruolo del cattolicesimo romano come “fattore di civiltà”: e accentuerà questa riflessione, tanto più vedrà l’Europa aggredita dalla “catastrofe” del 1968. Ora, se è vero che, finita o declinante l’èra dei geni della letteratura, delle scienze, dei Condottieri etc. l’Italia sviluppò un precoce <em>made in Italy</em> in cui lo “stile italiano” inteso come stile, vagamente estetizzante, di coltivare il bello, l’arte, il mangiar bene, la buona tavola, le buone maniere, non si può con ciò cadere nell’illusione di fare dell’Italia una “nazione di esteti”. Come insegna, infatti, un grande politologo come Carl Schmitt, quando nella vita di una comunità civile i fattori estetici prendono il sopravvento, ciò prelude soltanto ad una prossima riorganizzazione dei rapporti sociali in termini più aggressivamente economicistici (e borghesi- capitalistici). Schmitt si riferiva soprattutto alla grande esperienza del romanticismo, da lui ritenuta prodromica alla grande espansione capitalistica e imperialistica del XIX secolo. Ma nulla impedisce il parallelismo con il XVIII secolo italiano che, come insegnano ormai gli storici, segnò l’indubbio convergere dello sviluppo economico e sociale della penisola su <em>standard</em> europei, pienamente sincroni, quindi, con le rivendicazioni che esploderanno con la Rivoluzione dell’89 (che altro non segnerà che il punto di non ritorno di una feudalità, incapace di reggere il tumultuoso cavalcare verso il capitalismo e la modernizzazione dell’Europa, anche a causa della Rivoluzione industriale inglese). Ed è ormai pacificamente riconosciuto che proprio questo allineamento sociale, economico, demografico dell’Italia all’Europa sarà alla base dell’unificazione statuale del 1861, la quale in quest’ottica perde quel carattere di “accidente” che Prezzolini e molti vi riconoscono. In questo, si può parzialmente recuperare il valore delle tesi di Romeo, tese a rivalutare l’allineamento dell’Italia, almeno nei suoi tratti fondamentali, allo sviluppo europeo, senza quindi costituire una vera “eccezione”, con buona pace degli “anti-italiani” Gobetti, Salvemini etc. Certo, l’Italia arriverà in ritardo all’appuntamento dell’unificazione con le altre Nazioni (ma anche la Germania); ma sulla crisi nazionale dell’Italia pesano sopratutto le peculiari vicende dell’08 settembre 1943. Lette in questo contesto, quindi, le riflessioni di Prezzolini certo si presentano molto meno inattuali e astrattamente letterarie di quanto sembrano in apparenza. Non può a questo punto ignorarsi il monito di Benedetto Croce sull’illusorietà di una storia solo erudita e staccata dall’attualità (anche per la sua severa adesione al realismo e all’ “utilitarismo” storiografico di Cuoco, De Sanctis): “Qual è il carattere di un popolo? La sua storia, tutta la sua storia nient’altro che la sua storia”. Senza poterci dilungare nell’esegesi di queste affascinanti parole, resta l’ammonimento del grande filosofo a trattenere come indicazione utile per la storia non gli aspetti di dettaglio di un’epoca, di un personaggio, quanto la direzione complessiva di un’epoca, colta sul lungo periodo. E il lungo periodo anche oggi appartiene all’idea liberale, come la storia europea continua a dimostrare: nella quale l’Italia si inserisce come condizione più adeguata e progredita di “società aperta”, con tutti gli impegni e le obbligazioni (non solo intellettuali, ma anche morali e politiche) che ne derivano per l’Italia di oggi e di domani. Per quanto riguarda Prezzolini, deve dirsi che fu proprio grazie a questa rivisitazione a 360° gradi della storia italiana che impedì al Ns., sempre pessimista sulle vicende italiane del XX Secolo, di deragliare in quegli atteggiamenti “anti-italiani” e disfattisti. Atteggiamenti cui invece aderirono, su posizioni antifasciste, altri amici (Gobetti, Salvemini) che pure condividevano la visione avanzata del liberalismo del Ns. Fu, quindi,  grazie a questo che Prezzolini riuscì a rimanere anche nel secondo dopoguerra testimone e riferimento credibile della storia e delle identità italiane, oltre le lotte ideologiche e non tra le fazioni che dilacerarono l’Italia nel XX Secolo.</p>
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		<title>Intervista sulla Destra, settima parte: la &#8220;traversata nel deserto&#8221; della Destra contro l&#8217;egemonia culturale di Sinistra</title>
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		<pubDate>Sat, 19 Mar 2011 11:11:27 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-6746" title="mostra_forattini_ussel_dadario_ForattiniBerlinguer2" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2011/03/mostra_forattini_ussel_dadario_ForattiniBerlinguer2.jpg" alt="mostra_forattini_ussel_dadario_ForattiniBerlinguer2" width="480" height="281" />di <strong>Giorgio Frabetti</strong>- Nell’ultima fase della sua vita, nel 1977 in occasione de <em>L’Intervista sulla Destra</em>, Giuseppe Prezzolini elaborò e affinò una “visione politico-culturale” molto rigorosa capace di sfidare la cultura di Sinistra (progressista e comunista) dilagante negli anni 60-70, in nome della trasversalità della logica &#8220;conservatrice&#8221; alle ideologie e ai fenomeni politici, sociali e culturali. “La conservazione- diceva Prezzolini- è comune a diverse religioni, società, nazioni. Perché non è semplicemente un partito, è una struttura della mente umana”. L&#8217;opera del Ns., quindi, da apprezzarsi più&#8217; sul piano della “rieducazione culturale e concettuale” di un mondo che dominato da anni di egemonia di Sinistra aveva comune “naturalizzato” il bagaglio ideologico del Progressismo e del Buonismo comunista, segna una netta demarcazione sia con l&#8217;esperienza del &#8216;borghese&#8217; sia del &#8216;manifesto dei conservatori&#8217;. Innanzitutto, vine spontaneo chiedersi: ma perché nel 1977, Prezzolini e Quarantotto preferirono affidare la loro lotta politica ad una “costruzione teorica”, anziché alla lotta politica vera e propria? Perché scrivere libri e costruire sistemi di pensiero, quando sarebbe stato più logico animare partiti e conquistare voti? Una simile posizione fu ad esempio quella di Indro Montanelli ed Enzo Bettiza che si faranno promotori nelle elezioni politiche del 1976 (quelle del “sorpasso”) di un’intensa attività politica all’interno della DC, favorendo l’elezione dei cd “cento” (per lo più tecnici, imprenditori lombardi vicini al <em>Giornale</em> come Mazzotta etc.), ovvero favorendo la cd <em>Alleanza Laica</em>, la coalizione di liste liberali, repubblicane e affini (nel 1976 Enzo Bettiza fu eletto Senatore). Ora, Prezzolini non ignora questi sforzi a lui tanto contemporanei e si esprime in modo molto lucido e lineare: “Sono tentativi lodevoli, ma frammentari e dispersi. I conservatori italiani sono divisi, purtroppo. Non concordano né sulle cause, né sui rimedi della crisi. Inoltre, si sono fatti precedere in velocità dalla Democrazia Cristiana, che continua a raccogliere voti conservatori, pur essendo solo in parte un partito conservatore e dal Partito Comunista che conservatore non è né può essere, se non per motivi tattici e per breve tempo”. Forse si può oggi ritenere troppo severo il giudizio sulla DC che (come vedremo nelle prossime puntate) sconta un giudizio troppo duro e anche datato sul mondo cattolico (colpevole, secondo il Ns., non del tutto a torto, di non aver instillato nell’Italia sufficienti anticorpi “nazionali” essendo il cattolicesimo “universale”). Scontato però questo “eccesso” nei confronti della DC, queste poche parole contengono una chiara e lucida motivazione del perché il Ns. preferisca, alla lotta “aperta” e di “avanguardia” politica per il Conservatorismo, la battaglia di “retroguardia” nel mondo della Cultura: la &#8221;naturalizzazione&#8221; dell&#8217;ideologia comunista di Sinistra (denunciata anche da Del Noce nel coevo <em>Il suicidio della Rivoluzione</em>) <em> </em>era arrivata al punto che Il PCI si stava camuffando da conservatore!<em> </em>Questa frase, pronunciata oggi, forse farà ridere, ma si spiega molto bene se si considera la strategia di Berlinguer di quegli anni (ricordiamo siamo nel 1977 in pieno eurocomunismo) tesa ad accreditare il PCI come “forza d’ordine” nel panorama italiano. Innanzitutto, Prezzolini  fa proprie le osservazioni sociologiche di Shumpeter che, lungi dal luogo comune &#8220;progressista&#8221;, ravvisava nel mondo operaio sindacalizzato dai Partiti Comunisti europei una potente &#8220;forza inerziale&#8221; di per sè oggettivamente conservatrice sia nella distribuzione dei redditi sia nell&#8217;innovazione tecnologica. Ma non è solo in relazione a questi aspetti che Prezzolini arriva a denunciare la &#8220;dissimulazione conservatrice&#8221; del Comunismo italiano. Abbiamo forse dimenticato le parole di Berlinguer sull’ “ombrello NATO”, le (finte) schermaglie su Mosca, il <em>Camelot</em> del “Socialismo dal volto umano” …? A questa complesso filone della politica berlingueriana abbiamo dedicato un post <em>Berlinguer, la Grande Illusione</em> sul Ns. sito e ad esso rinviamo per gli aspetti più minuti. In questa sede, basterà ricordare come la forza ed il successo del PCI all’apogeo della sua storia (coevi all&#8217;<em>Intervista</em>: 1977), ai tempi del cd “eurocomunismo” fosse la capacità di “far apparire” il mondo comunista un “faro” posto al centro della civiltà italiana punto di approdo e di sviluppo rigoroso e coerente di tutte le culture politiche popolari che avevano caratterizzato la storia italiana (cattolicesimo, socialismo, repubblicanesimo), in modo da rendere la “rivoluzione” un evento da sprigionarsi da solo, per sviluppo naturale, senza violenza. E anche un modello per l’Europa perché al Comunismo addivenivano culture popolari (cattolicesimo etc.) che non avevano mai riconosciuto l’idolo dello Stato Nazionale, ma la forza dell’appartenenza globale, anche se diversamente articolata (Chiesa, Classe etc.). Ognuno può intendere che questo <em>modus operandi</em> fu qualcosa in più di una semplice azione politica, ma fu una vera e propria “meta-politica” capace di stabilire ponti e affinità aldilà dei confini stretti del partito e di generare consenso (es. sul mondo cattolico o liberaldemocratico di Sinistra): pensiamo alla mobilitazione per la Pace nel Vietnam, pensiamo alla mobilitazione libertaria contro il Golpe di Pinochet in Cile nel 1973, al dispiegamento di protesta che si realizzò in Italia ai tempi delle Stragi di Brescia e dell’<em>Italicus</em> del 1974 etc. Una mobilitazione politica che di fatto sterilizzò e costrinse alla ritirata i conservatori che pure, sull’onda del 1968, avevano preso a vincere qua a là in Europa: pensiamo a Giscard d’Estaing in Francia, alla vittoria dei liberali e del MSI nelle elezioni politiche del 1972 che portarono al Governo Malagodi-Andreotti (breve parentesi di centrodestra nella lunga stagione dei governi DC-PSI), alla vittoria di Nixon alla Casa Bianca nello stesso anno, senza dimenticare in Italia il movimento della &#8216;maggioranza silenziosa&#8217;. Non è un caso, quindi, che Prezzolini rivaluti la “battaglia culturale”, vista la sterilità delle vittorie elettorali. Un simile stallo politico condannava negli anni 70 all&#8217;inutilita&#8217; un&#8217;operazione politico culturale come quella del &#8216;borghese&#8217; che in fondo faceva pur sempre appello a elementi tradizionali della borghesia. Facciamo attenzione, perché, in questa posizione e in questo “genere letterario”, il Ns. si trovò in piena sintonia con le valutazioni di Alain de Benoist, grande scrittore francese di Destra (giovane ai tempi de <em>L’Intervista</em>) che appunto auspicava per il rilancio della Destra francese e internazionale la nascita di una “meta-politica” di Destra, ovvero una solida politica culturale che andasse oltre la semplice mobilitazione dell’anonimo elettorato d’ordine, ma sapesse lanciare, tramite le posizioni chiave nel mondo delle Cultura e dei <em>media</em>, battaglie trasversali. Per avere un&#8217;idea esemplificativa di come Prezzolini sfidò in concreto il &#8220;pensiero unico progressista&#8221;, basterà in questa sede ricordare come Prezzolini motivò l&#8217;attualità del pensiero conservatrice adducendo l&#8217;insostituibilità di alcune “forme elementari” (basiche, cioè) della vita sociale, come lo Stato, la Proprietà, la Famiglia, la Guerra: istituzioni, da sole capaci di indurre in contraddizione la allora dominante visione politico-sociale  visione progressistica e buonistica dell&#8217;uomo e della Società (“il conservatore pone più l’accento sull’<em>essere</em> che sul <em>divenire</em>” dice il Ns. già dai tempi del <em>Manifesto</em>). Dice, a questo proposito, Prezzolini: “Se gli uomini fossero naturalmente onesti, non ci sarebbe bisogno dello Stato per ricordare loro che debbon rispettare gli impegni, debbon mantenere la famiglia, pagare per chi lavora per loro e lavorare per chi li paga. Tutti noi, cento volte al giorno, ricordiamo ai Ns. simili –estranei, conoscenti ed amici- che non sono onesti e gli altri lo ricordano a noi. Ogni volta che pretendiamo una ricevuta diamo della persona indegna a chi la chiediamo; tutte le volte che firmiamo un contratto, chi ce lo propone ci tratta da persona di poca fiducia. E noi accettiamo questa definizione di imbroglioni –in atto o in potenza- ogni giorno dagli organi dello Stato. E la sfiducia generale di tutti verso tutti coinvolge anche il matrimonio, che è infatti un contratto, con tanto di firma e testimoni. Anche gli essere innamorati non si fidano delle loro rispettive parole. Vogliono un documento”. Dalla permanenza di questa realtà sociologica di fatto, dalla convinzione dell’indefettibilità di un ordine che faccia premio sull’impossibilità di una Giustizia perfetta (vedi Goethe), Prezzolini fonda i postulati di una “visione politica” conservatrice, dalla densità profondissima e getta un’ <em>identikit</em> della categoria “conservazione” che ben può competere con le ambizioni “meta-politiche” di Benoist, di Del Noce (sul versante cattolico) e di Gramsci (sul versante comunista). In questo “fondamento sociologico e antropologico” della conservazione, Prezzolini getta ponti verso la Scienza e la Biologia (in fondo, rieditando in modo inedito l’argomentazione dello “Stato di Natura” classica per Hobbes e altri): in primo luogo, Jacques Monod (“nel suo libro <em>Il caso e la necessità</em> dimostra che la regola universale della vita non è l’evoluzione, ma la conservazione. Il cambiamento è l’eccezione; anzi è considerato dai biologi un errore”); in secondo luogo, Konrad Lorenz (ravvisando la pulsione degli animali alla difesa del territorio e la loro conseguente “pulsione alla lotta” come un’ulteriore riprova). Aldilà e a prescindere dalle indubbie suggestioni con la teoria hobbesiana dello Stato di Natura e dell’<em>homo homini lupus </em>(che rende necessaria l&#8217;opera dello Stato, altrimenti  la competitività tra gli uomini è destintata a deflagrare in uno stato di guerra permanente), Prezzolini, con queste parole, traccia la via di un’ermeneutica conservatrice di fortissima densità, capace di &#8221;rileggere&#8221; appunto in senso “conservatore” i grandi miti di Libertà, Solidarietà, Distribuzione dei beni in una chiave certamente eterodossa rispetto al Socialismo preteso “scientifico” che allora dominava. Primo fra tutti, il valore della libertà, vista, contro i desiderata socialisti, come fattore che “produce la diseguaglianza, non l’egauglianza”. Certo, si stenterebbe a trovare in Prezzolini (come in Von Hayek, come in Dahrendorf) una “ricetta politico- sociale” spendibile sul piano dell&#8217;azione politico (lo abbiamo detto e lo ripetiamo: Prezzolini è un letterato e non un politico, né un sociologo). A parte comunque l&#8217;autorevolezza intrinseca delle parole di Prezzolini (che gli derivano dall&#8217;onestà dell&#8217;uomo che è arrivato a certe idee perchè le ha &#8220;pagate&#8221; sulla sua vita), come non riscontrare affinità profonde tra la visione realistica dell’<em>homo homini lupus</em> di Prezzolini con molti Autori del conservatorismo europeo ed USA? Prendiamo ad esempio Ralf Dahrendorf che, sul limitare degli anni ’70, si impegnerà a demolire le due grandi costruzioni “buoniste” della Società “dell’ordine e dell’armonia garantita” (Marx e Parsons) elaborando una teoria della società fondata sulla coercizione, la conflittualità, in termini certo molto tecnici e specialistici: ricordiamo la grande silloge del sociologo tedesco uscita negli anni ’70 in Italia per <em>Il Mulino</em>, <em>Uscire dall’Utopia</em>! Per altro verso, non si può dimenticare l’altra grande creazione socio-politico di Dahl (autore pur non esattamente ascrivibile all’universo conservatore) che tracciò con la sua <em>Poliarchia</em> una prima grande critica al mito delle Democrazie fondate sull’Uguaglianza sostanziale dei cittadini, mettendo in rilievo la tensione che questa aspirazione crea nelle società e come sia lo stesso Stato Democratico, a fomentare la diseguaglianza, paradossalmente grazie alle Agenzie Sociali che custodisce e promuove (Partiti, Sindacati, Associazioni di categoria) la cui forza e dimensione (necessariamente sovrastimata dall’organizzazione democratica) è destinata a dividere i cittadini tra <em>insider</em> e <em>outsider</em>, a seconda che siano dentro e integrati in simili organizzazioni. Una visione dirompente e molto controcorrente, eretica negli anni &#8216;70, ma che di lì a poco assesterà quei “pugni nello stomaco” alla visione idillica della Democrazia e lo Stato Sociale, e sarà alla base della grande rinascita conservatrice degli anni &#8216;80 con Ronald Reagan  e Margaret Thacher.  Come si può vedere, proprio mentre il comunismo toccava l&#8217;apogeo, gli intellettuali conservatori elaboravano teorie, idee preziose sia per demolire l&#8217;impianto politico-culturale comunista, sia per dare l&#8217;avvio di una nuova fase del conservatorismo. <em>L’Intervista sulla Destra</em> uscita nel 1977 partecipa a pieno diritto a questo clima di fermento e di grande lavorio intellettuale che circolava attorno al mondo conservatore italiano ed europeo e che sarà alla base del grande rinnovamento degli anni 80 e successivi.</p>
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		<title>Augusto del Noce. A vent&#8217;anni dalla scomparsa e a cento dalla nascita</title>
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		<pubDate>Sat, 16 Jan 2010 14:16:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Frabetti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.arezzopolitica.it/2010/01/16/augusto-del-noce-a-ventanni-dalla-scomparsa-e-a-cento-dalla-nascita/"><img align="left" hspace="5" width="150" height="150" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/01/delnoce-150x150.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="delnoce" title="" /></a>di Giorgio Frabetti-Questo post intende commemorare la figura del grande filosofo cattolico/tradizionalista Augusto del Noce di cui ricorre contemporaneamente il  ventennale della scomparsa (30 dicembre 1989, nemmeno due mesi dopo la caduta del Muro di Berlino, di cui il filosofo era stato lucido profeta nel suo Suicidio della Rivoluzione, edito nel 1978) e il centenario [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-3178" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/01/delnoce.jpg" alt="delnoce" width="250" height="402" />di <strong>Giorgio Frabetti</strong>-Questo <em>post </em>intende commemorare la figura del grande filosofo cattolico/tradizionalista Augusto del Noce di cui ricorre contemporaneamente il  ventennale della scomparsa (30 dicembre 1989, nemmeno due mesi dopo la caduta del Muro di Berlino, di cui il filosofo era stato lucido profeta nel suo <em>Suicidio della Rivoluzione</em>, edito nel 1978) e il centenario della nascita (11 agosto 1910). Del Noce ha dedicato tutta la vita a rovesciare/confutare un dato primo della cultura moderna, ovvero la convinzione che l’evoluzione della storia e della filosofia conducessero inevitabilmente verso la secolarizzazione e l&#8217;ateismo come condizione normale della vita dell’uomo. In che modo, secondo Del Noce una filosofia cattolica degna di questo nome può ritrovare forza e vigore verso il mondo moderno? La risposta è la seguente: solo insinuando il dubbio che tale processo di secolarizzazione non sia inevitabile, ovvero solo intendendo l&#8217;ateismo come &#8220;problema&#8221; (di qui il titolo della sua più importante opera), si può rendere plausibile razionalmente la dimensione della fede, almeno a livello di <em>preambula fidei </em>(non pare di sentire il monito di Giovanni Paolo II nell’enciclica <em>Fides et ratio</em> del 1998: “Ragione e fede sono due ali che conducono alla Verità”?). Viceversa, laddove non riesca almeno ad insinuare questo dubbio,  la filosofia cattolica resta condannata alla debolezza e allo scacco verso la cultura moderna: in questo, Del Noce vede il limite della filosofia di Jacques Maritain, che, dopo aver aperto molte speranze di “riconquista cattolica” del mondo moderno, negli anni 50-60 ha fatto naufragio verso marxismo e neoilluminismo (vedi lo scritto dedicato a Giacomo Noventa ne <em>Il suicidio della Rivoluzione</em> cit.); allo stesso modo, Del Noce vedeva la debolezza del cattolicesimo democratico, proteso ad un vago e confuso modernismo (teorico e pratico), in nome di una riconciliazione acritica con la cultura moderna (vedi scritti di Del Noce per il Convengo DC di Santa Margherita Ligure). Come si diceva all’inizio, qui risiede l’enorme modernità e il carattere eminentemente profetico dell’opera delnociana: carattere profetico tanto più evidente, soltanto se si considera che, al tempo in cui  Del Noce scriveva (anni 60-70), la cultura media religiosa (vedi COX, <em>La città secolare, trad. it. </em>Vallecchi, Firenze 1968) era attestata nella convinzione che il progressismo fosse il decorso inevitabile per tutte le religioni e le loro organizzazioni secolari; previsione poi clamorosamente smentita dal risveglio dei movimenti religiosi, tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90 (vedi l’indagine di INTROVIGNE-STARK, <em>Dio è tornato, </em>Elledici<em> </em>2005). Quali i passaggi essenziali di questa confutazione? Qui, in breve, se ne possono indicare solo alcuni cenni. <em>In primis</em>, Del Noce individua la “forma filosofica compiuta” della secolarizzazione nella filosofia classica tedesca e nell’idealismo hegeliano (sul punto v. <em>Il problema dell’ateismo</em>, Mulino, 1964): forma che risulterà ancora più compiuta teoreticamente, nell’attualismo gentiliano, il quale, sorto in reazione alla crisi dell’idealismo indotta dal marxismo, porterà alle estreme conseguenze teoretiche il postulato idealistico dell’identità (dialettica) tra soggetto pensante e oggetto pensato con l’abolizione della classica ontologia di derivazione aristotelica e tomistica dell’essere-presupposto-del pensiero; con l’attualismo, quindi, la filosofia moderna realizza il salto qualitativo definitivo, ovvero sostituisce al primato dell’essere (tradizionale) il primato del divenire, del vitalismo, dell’azione (vedi il postumo <em>Giovanni Gentile</em>, Il Mulino, 1990, specie capitolo primo). Questa via dell’abolizione della tradizionale ontologia classico-cristiana apre, poi, a Del Noce un’insinuante via di confutazione: incentrandosi, cioè, sul “divenire”,  la filosofia moderna è tecnicamente costretta a cercare nell’azione la riprova della sua verità, ovvero è costretta a scommettere sulla sua capacità di trasformare il mondo, anzichè di comprenderlo (come da tradizione). E’ sui risultati storici , allora, che Del Noce incentra la sua critica delle filosofie atee: allontanandosi, cioè, dall’ontologia tradizionale, la filosofia moderna ha prodotto una cultura che ha giustificato prima il totalitarismo marxista di Lenin, poi il totalitarismo fascista, nazifascista e la ripresa europea del marxismo con Gramsci e il comunismo italiano, fino ad arrivare agli esiti neo-illuministici e nichilistici della società opulenta e del consumismo, devastanti per le basi morali ed etiche dell’Europa Occidentale. La filosofia di Del Noce, a questo punto, approda ad una fenomenologia “transpolitica” (termine che il filosofo amava) dei totalitarismi assolutamente interessante e da riscoprire in chiave di ermeneutica, sia politica, sia culturale, e che in parte riprende la celebre tesi di Maritain del totalitarismo come “religione secolare” (socialismo reale, fascismo e nazismo sarebbero stati cioè tentativi di supplire al vuoto della vera fede con una fede nel cambiamento palingenetico del mondo attraverso la politica): per questo motivo, pur nella mia modestissima posizione, ritengo che Del Noce vada riscoperto come “filosofo classico dei totalitarismi”, capace di &#8221;tener testa&#8221; a pensatori del calibro di Hanna Arendt, Ernst Nolte e Eric Voegelin. Fin qui, la <em>pars denstruens</em>. Ma qual&#8217;è allora, secondo Del Noce, la via per la ripresa religiosa della filosofia? Del Noce parte da un presupposto molto semplice: l&#8217;idea secondo cui la secolarizzazione sia un processo irreversibile (posizione ferma della filosofia classica tedesca), è posizione smentita dalla presenza di una via franco-italiana del pensiero, che, al contrario della filosofia classica tedesca, giustifica la riconciliazione tra filosofia e fede (quella di Lammenais, Rosmini e Gioberti): questo, perché sia in Francia sia in Italia, prima della penetrazione massiccia del marxismo, la filosofia, anche laica,  non aveva mai rinnegato l’ontologia classica e la razionalità tradizionale; e non aveva inaridito, quindi, la “basi razionali” per la riscoperta della fede (i <em>preambula fidei</em>, appunto). L&#8217;esempio dell&#8217;esplosione di Maritain e della &#8220;riscoperta del religioso&#8221; nella Francia laica culla dell&#8217;Illuminismo dei primi del XX secolo, costituisce per Del Noce l&#8217;esempio più chiaro ed evidente di questa possibilità. Ripercorrendo, quindi,“a ritroso” questa via, la filosofia cattolica, secondo Del Noce,  può riacquistare vigore e aprire  quantomeno il &#8220;ragionevole dubbio&#8221; della fede nell&#8217;uomo moderno.</p>
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