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		<title>Sfida alla Democrazia, la critica alla Democrazia del Liberalismo Storico: nona parte</title>
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		<pubDate>Tue, 07 Feb 2012 12:15:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Frabetti</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-9458" title="4ed5114eeaf5399c480b142314aa38e6" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2012/02/4ed5114eeaf5399c480b142314aa38e6.jpg" alt="4ed5114eeaf5399c480b142314aa38e6" width="410" height="282" />di <strong>Giorgio Frabetti</strong>- La Ns. critica al paradigma interpretativo del Politologo Giorgio Galli sulle attuali sfide alla Democrazia Occidentale, chiarite nella settima e ottava puntata alcune premesse fondamentali, può a questo punto entrare nel vivo. Riepilogate nelle prime sei parti della Ns. serie alcune delle principali sfide poste alla Democrazia contemporanea, Giorgio Galli riassume in questi termini i postulati del vero liberalismo: <strong>01)</strong> Massima garanzia dei diritti e delle libertà individuali; <strong>02)</strong> L’eguaglianza giuridico-politica non è messa in discussione dalla disparità di posizione economica; <strong>03)</strong> Lo stato di diritto e la rappresentanza in un Parlamento espresso da libere elezioni (come forma istituzionale più consona delle società industriali); <strong>04)</strong> Decisiva iniziativa personale (individuale o collettiva) contro l’invadenza dello Stato e dei poteri anonimi. Ciò posto, la critica più semplice che si può sviluppare partendo da questa posizione parrebbe essere una sola: constatare come vera la realtà del punto 04) e declinare la crisi della Democrazia (come usualmente si fa nella pubblicistica). In realtà, questo livello coglie solo il lato più superficiale della posizione di Galli (e del problema). Innanzitutto, per il Prof. Giorgio Galli: “Il diritto-dovere [di Rappresentanza] nasce da un mutuo accordo, il contratto [leggi: Costituzione Politica, NdA], il cui scopo è evitare il conflitto permanente e/o favorire la naturale tendenza cooperativa ed associativa degli uomini. Una volta definiti diritti e doveri politici sulla base del contratto, la forma specifica della sua attuazione assume la forma della Rappresentanza: un mandato temporaneo conferito ad alcuni di governare a nome di altri”. Posta nel suffragio e nella delega, i cardini del liberalismo, si giunge ad un ulteriore passaggio. Da qui, infatti, Galli ritiene che sulla linea liberale e democratica da Locke a Mazzini, a Duverger, non vi sarebbero mutamenti e variazioni di ordine qualitativo, ma solo mutamenti e variazioni di ordine quantitativo. Il liberalismo, cioè, si evolverebbe in una linea che parte dal suffragio ristretto dei “possidenti” e arriva al suffragio universale per il tramite delle lotte sindacali, ma senza che al fondo mutino i meccanismi contrattualistica e di Rappresentanza di fondo. La Democrazia è un corollario inevitabile dell’Idea Liberale ed è già contenuta <em>in nuce</em> nelle idee liberali di Locke e Montesquieu che ignoravano il suffragio universale. “Il concetto che sta alla base del diritto di voto, attivo e passivo (essere rappresentati e rappresentanti) – dice Giorgio Galli- è quello che può far concorrere alla direzione politica della società chi è interessato alla sua stabilità (i proprietari) e non chi non vi è interessato (chi non ha nulla da perdere). In seguito, lo sviluppo del reddito, reso possibile dalla società industriale aumenterà grandemente il numero dei cittadini interessati alla stabilità e permetterà l’estensione del diritto di voto sino al suffragio detto universale”. Senza nulla togliere alla teoria galliana che fonda sulla Rappresentanza hobbesianamente intesa la base della Liberaldemocrazia moderna, questa visione tradisce, in primo luogo, una linea di facile progressismo storico e teoretico e di correlativo anacronismo. E’ arduo infatti comparare teorici liberali come Locke e Montesquieu ai pensatori democratici del XX Secolo: ma questa operazione è possibile solo postulando (arditamente) l’idea che il Liberalismo sia solo una dottrina incentrata sulla Rappresentanza. Una dottrina le cui varianti alla fine sarebbero di ordine “classistico” ed economico (prima il voto dei possidenti, poi il voto di tutti). Uno strano miscuglio in cui, a lungo andare, la Liberal-Democrazia si identifica con una discutibile teoria che esalta l’auto-decisione dei popoli, decisamente piatta e poco utile per la comprensione della realtà politica concreta (sia passata, sia presente), che si caratterizzano sempre per complessità e multidimensionalità. Di questo possiamo renderci agevolmente conto nei Ns. discorsi quotidiani: pensare che possano essere un’adeguata risposta alla crisi della Democrazia l’incremento della partecipazione tramite <em>Internet</em>, più garanzie costituzionali più attivismo democratico nel Terzo Mondo o per l’autodeterminazione delle Nazioni etc. è dire evidentemente poco (col rischio di equiparare i movimenti per i &#8220;diritti civili&#8221; agli <em>Indignados</em>!). Senza contare che, nella versione galliana, la variante economicistica e classistica alla teoria democratica introdotta dall’Autore, parrebbe generare, a rigore in coerenza alle proprie premesse, una proiezione “previsionale” della Democrazia come Istituzione in arretramento, con grave pericolo per la missione della Liberal-Democrazia, che è di tutela della Libertà ( e forse qui alleggia la degenerazione tecnocratico-elitista delle democrazie mature). Se, infatti, l’estensione della povertà indotta dalla crisi deve leggersi come massiva e inevitabile, allora in futuro potrebbe registrarsi una nuova restrizione del diritto di voto ai “possidenti”. E’ possibile tutelare la Libertà, anche e contro l’avanzata della povertà? La risposta è sì, considerando, però, secondo il meglio della lezione liberale, che l’attuale <em>stress</em> delle Ns. Democrazie non è solo frutto di diseguaglianze sociali, ma è anche frutto di una strozzatura del potere economico degli Stati moderni, incapaci di essere il baricentro per bilanciare i cicli economici. Una realtà, che coglie meglio chi è sintonizzato, senza preconcetti e semplicismi sulla lezione più autentica e profonda dei precedenti liberali. Si consideri una cosa: se da un lato chi predica la Democrazia come vangelo della più ampia auto-decisione dei popoli, rimane spiazzato dalla contrazione delle classiche istituzioni parlamentari, a causa della situazione degli Stati moderni (schiacciati tra localismi al limite del tribale e concentrazioni sovranazionali vedi UE), i precedenti della teoria e della pratica liberale ci portano a considerare che questa situazione ha il suo precedente nello sconvolgimento degli ordinamenti (tra il XVII e il XVIII Secolo) indotto dalla crisi della feudalità e del consolidamento degli Stati liberali e di diritto. Una visione liberale dovrebbe renderci più aggiornati rispetto alla realtà che, se la libertà è un valore sacro e inviolabile, gli Stati, le Istituzioni non sono “date” una volta per tutte, ma sono oggetto di adattamenti e di trasformazioni. In questo senso, soccorre la profonda lezione storicistica del liberalismo da Burke a Croce, che non concepisce in modo astratto le Istituzioni, ma le considera un prodotto storico, prodotto di complessi fattori dall’ambiente alla cultura (ma vedi l’ambigua formulazione di Montesquieu sullo “spirito” delle leggi). Una lezione aperta sulla complessità e sulla multidimensionalità della politica. Un esempio valga per tutti, la fondazione del diritto di voto attivo e passivo in capo ai Proprietari: lungi dall’essere  una teoria “alla Marx”che legittima la supremazia dei borghesi sui proletari, con questa elaborazione il liberalismo moderno fondò una base di legittimazione per ripartire il potere in società (la società inglese del XVII Secolo: Locke, la società francese del XVIII Secolo: Montesquieu) in transizione e con un mondo feudale che, dal 1300 in poi, con la Rivoluzione Mercantile prima e con la Rivoluzione Industriale dopo, è soggetto ad un processo lento, ma costante di erosione delle proprie prerogative. Ma è frequente negli Stati che la spoliazione di prerogative feudali “compensata” consentendo ai feudatari di trasformarsi in “privati proprietari”, con parziale traslazione del potere del vecchio notabilato da potere pubblico e politico in senso proprio a potere economico. Anche per compensare questa <em>deminutio</em> feudale, a cavallo o dopo la Rivoluzione Francese del 1789, verranno emanate Costituzioni cd “liberali” che per lo più convoglieranno verso le nuove Assemblee elettive i nobili già defeudalizzati, complice anche il suffragio ristretto  tardivo omaggio ad una consuetudine medievale che vedeva i Nobili sedere in Assemblee proprio per limitare i Poteri del Sovrano. Il liberalismo, quindi, lungi dall’essere una mera dottrina dell’ auto-decisione dei popoli è una realtà più complessa, che ha guidato la difficile arte del Governo nel passaggio dalla feudalità all’organizzazione moderna dello Stato. Il rischio di compiere salti nel presente è troppo facile, ma non si può fare a meno a questo punto di rilevare la grande lezione che il liberalismo riserva a Noi, come bagaglio di esperienze di duttilità, di pragmatismo politico teorico e pratico, per lasciarci guidare anche nelle complesse sfide attuali, in cui le Istituzioni e la Società sono soggette a forte <em>stress</em>, a forti scompensi. In conclusione di questa nona puntata, e con un occhio fisso alla crisi attuale della Democrazia possiamo dire questo. Non crediamo che il <em>deficit</em> attuale della Democrazia si combatta solo facendo leva sulla partecipazione e sulla cittadinanza attiva. La svolta attuale che stiamo vivendo è paragonabile (già lo diceva Giulio Tremonti) al marasma e al rivolgimento che attraversò l’Europa nel XVII Secolo. Inutile sottrarsi all’analogia: la fiscalità esosa di Luigi XIV e dei Sovrani successivi attestò l’impotenza di un mondo feudale, incapace di governo e portò alla Rivoluzione Francese. Allo stesso modo, oggi, la paralisi degli Stati europei bloccati dal vincolo del “pareggio di bilancio” ne segna la quasi completa abdicazione di ogni capacità decisionale (senza governo della fiscalità, non c’è governo dell’economia). Possiamo reagire a questa crisi in due modi: o limitandoci ad invocare un’astratta “partecipazione” e chiamando a castigamatti il “popolo sovrano” (incrementando ma con incerto futuro gli istituti di democrazia diretta, con facile caduta nel populismo); oppure iniziando a pensare che il marasma attuale sia indice dell’insufficienza dello Stato italiano, che deve “fondersi” in una realtà più ampia (l’Europa), in cui riporre poteri di governo dell’economia più stabili e sicuri: e senza cadere nella facile sirena della tecnocrazia, iniziare a pensare a costruire in questa sede nuove modalità di confronto, di dialettica e di partecipazione. E’ il dilemma delle Democrazie di oggi, cui pochi, se non nessuno è riuscito a dare compiuta risposta.</p>
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		<title>Mercato del lavoro, la riforma parta dall&#8217;Europa</title>
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		<pubDate>Mon, 06 Feb 2012 13:20:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Frabetti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.arezzopolitica.it/2012/02/06/mercato-del-lavoro-la-riforma-parta-dalleuropa/"><img align="left" hspace="5" width="150" height="150" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2012/02/elsa-fornero-governo-home-150x150.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="elsa-fornero-governo-home" title="elsa-fornero-governo-home" /></a>di Giorgio Frabetti-Personalmente, sono contento quando la politica e il dibattito mediatico è alimentato da proposte, discussioni su temi tanto importanti, come il mercato del lavoro. Quello che a me spaventa, però, sono i toni da Lions Club (senza nulla togliere all&#8217;Associazione), che mi pare di sentire in certe prese di posizione: dei Giornali, ma [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-9449" title="elsa-fornero-governo-home" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2012/02/elsa-fornero-governo-home.jpg" alt="elsa-fornero-governo-home" width="442" height="291" />di <strong>Giorgio Frabetti</strong>-<span style="color: #333333; background-color: white; line-height: 14.25pt; text-align: justify;">Personalmente, sono contento quando la politica e il dibattito mediatico è alimentato da proposte, discussioni su temi tanto importanti, come il mercato del lavoro. Quello che a me spaventa, però, sono i toni da <em>Lions Club</em> (senza nulla togliere all&#8217;Associazione), che mi pare di sentire in certe prese di posizione: dei Giornali, ma anche dei Politici, con buona pace del premier Mario Monti, secondo il quale il &#8220;buonismo&#8221; sarebbe prerogativa dei &#8220;governi politici&#8221; e non del suo &#8220;governo tecnico&#8221;. E quando dico &#8220;discorsi da <em>Lions Club</em>&#8221; penso a quei sontuosi<em> happening</em> mondani con i &#8220;ricconi&#8221; che una volta tanto si ricordano del &#8220;sociale&#8221;,</span><span style="color: #333333; background-color: white; line-height: 14.25pt; text-align: justify;"> che si lavano la bocca con bei gesti, belle elemosine e tutto finisce lì. Si parla, si propongono cose, ma io mi chiedo: si considerano i prezzi che certe scelte implicano? Non è chiaro. Si considerano ad esempio le parole del Ministro Fornero:</span><span style="color: #333333; background-color: white; line-height: 14.25pt; text-align: justify;"> &#8220;Facciamo in modo che i contratti cd precari costino più dei contratti a tempo indeterminato&#8221;. Ma anche qui, non posso esimermi dal fare notare, da ignorante, una cosa: la riforma del mercato del lavoro deve considerare delicate pre-condizioni di compatibilità che non solo solo &#8220;lavoristiche&#8221;, ma anche &#8220;fiscali&#8221;.</span><span style="background: #EDEFF4;"> </span><span style="color: #333333; background-color: white; line-height: 14.25pt; text-align: justify;">Consideriamo che viviamo in UE. Quando negli anni 60-70 fu varata la libertà di circolazione delle merci, si pensò subito a uniformare a livello europeo la tassazione dei consumi (ne nacque) l’IVA, per rendere la concorrenza sulle merci reale e non distorta da fattori “artificiali” come la fiscalità. E’ evidente, infatti, che se in altri Paesi UE la fiscalità del lavoro è più conveniente che in Italia, lì si crea un &#8216;dumping&#8217; a danno dell&#8217;Italia. Quindi, prima cosa &#8220;fiscalità uniforme&#8221;. Secondo, la rimodulazione delle tutele deve avvenire non solo in Italia, ma anche in UE. Ci siamo tanto scandalizzati quando Landini ha denunciato da Santoro il dumping di Società italiane che assumono magari in Romania finti lavoratori autonomi per non pagare gli oneri previdenziali ed assicurativi dei lavoratori dipendenti. Ma rendiamoci conto che nel benedetto regime di &#8220;libera circolazione delle persone&#8221; di cui la UE va fiera, assumere finti &#8220;prestatori di servizi&#8221; da un Paese all&#8217;altro è meno gravoso dal punto di vista amministrativo che assumere un Dipendente (con quale nascono infiniti problemi di coordinamento tra discipline previdenziali, fiscali etc.). Non dimentichiamo che tra le &#8220;finte Partite IVA&#8221; non ci sono solo italiani, ma anche rumeni, polacchi, che lavorano in edilizia, nel turismo, nel metalmeccanico. Oggi come oggi il Trattato UE è l&#8217;incentivo del &#8216;dumping&#8217; sui costi del lavoro. Lungi da noi moralismi e scomuniche stile CGIL del &#8220;lavoro autonomo&#8221; che va tutelato e riconosciuto secondo la sua specificita&#8217;, senza arbitrarie e mortificanti assimilazioni al lavoro dipendente. Ma e&#8217; evidentemente irrealistico non pensare che la regolazione UE del lavoro (dipendente ed autonomo) non debba passare anche per una fiscalita&#8217; europea uniforme (ed equa). D&#8217;accordo, non facciamo indebitamente del lavoro autonomo un arbitrario fascio comune col lavoro dipendente; ma smettiamo di ignorare il problema e ascoltiamo il monito del Sen. Ichino al riguardo. La riforma del lavoro o sara&#8217; europea o non sara&#8217;. Con la cessione della fiscalita&#8217; all&#8217;UE, l&#8217;UE dispone di una fondamentale leva di politica economica, capace di influire sui redditi di aziende e dipendenti. Per questo le riforme ormai partono dall&#8217;UE: come potremmo ad esempio, come da più&#8217; parti si sostiene, operare una seria riforma della Sicurezza Sociale (secondo i moduli previdenza complementare più&#8217; mutualità privata), senza una politica di defiscalizzazione dei Fondi Pensioni e della mutualità privata? E come fare a meno dell&#8217;apporto UE? </span><em>placet</em><span style="color: #333333; background-color: white; line-height: 14.25pt; text-align: justify;"> UE. La sovranita&#8217; fiscale comune, come si vede, apre a scenari di rischio, ma anche di positiva opportunita&#8217;. Quindi, bando ai luoghi comuni e all&#8217;aria fritta. Ricordi il Governo Monti che fino a quando lui stesso non inizierà a ragionare in questi termini, non si farà mai nulla, salvo &#8230; bei discorsi! Fino a quando i lavoratori si sentiranno &#8220;menati per il naso&#8221; con parole vuote e fumose, non faranno altro che alimentare i massimalisti della CGIL, i quali, aldilà delle loro &#8220;sparate&#8221; demagogiche, promettono almeno tutela e assistenza legale.</span></p>
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		<title>Generazione EMO: quando la Tv deforma il problema</title>
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		<pubDate>Sun, 05 Feb 2012 13:25:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Frabetti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.arezzopolitica.it/2012/02/05/generazione-emo-quando-la-tv-deforma-il-problema/"><img align="left" hspace="5" width="150" height="150" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2012/02/EMO-150x150.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="EMO" title="EMO" /></a>Redazione- Un pezzo di  Chiara Bini (Direttrice di Profiling, nr. 04/2011, rivista ONAR specializzata in problemi minorili) dedicato al problema EMO e alle falsificazioni su di esso costruito dai media. Pubblichiamo il pezzo per doverosa e necessaria divulgazione nell&#8217;interesse dei minori e delle famiglie, convinti che solo la corretta informazione sia utile per le famiglie [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignleft size-full wp-image-9435" title="EMO" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2012/02/EMO.jpg" alt="EMO" width="442" height="354" />Redazione- Un pezzo di  Chiara Bini (Direttrice di <em>Profiling</em>, nr. 04/2011, rivista ONAR specializzata in problemi minorili) </strong><strong>dedicato al problema EMO e alle falsificazioni su di esso costruito dai media. Pubblichiamo il pezzo per doverosa e necessaria divulgazione nell&#8217;interesse dei minori e delle famiglie, convinti che solo la corretta informazione sia utile per le famiglie per la prevenzione e la gestione di queste problematiche. Tratto dal link: <a style="color: #1155cc; font-family: arial, sans-serif; line-height: normal; background-color: rgba(255, 255, 255, 0.917969);" href="http://www.onap-profiling.org/" target="_blank">http://www.onap-profiling.org/</a></strong><span style="color: #222222; font-family: arial, sans-serif; line-height: normal; background-color: rgba(255, 255, 255, 0.917969);">-</span><span style="color: #333333; font-family: georgia, 'times new roman', verdana; font-size: 1.1em; text-align: justify;">Ebbene sì, anch’io faccio parte di quei quasi 5 milioni di italiani che la domenica sera si adagiano sul divano davanti alla </span><em>fiction</em><span style="color: #333333; font-family: georgia, 'times new roman', verdana; font-size: 1.1em; text-align: justify;"> “Tutti pazzi per amore 3”. E, pur facendo zapping durante le scene musicali che trovo insopportabili, un po’ per pigrizia un po’ per relax un po’ perché acciambellata nella mia narcosi pre-piumone, me lo sciroppo quasi fino alla fine, se non mi addormento prima. </span><span style="color: #333333; font-family: georgia, 'times new roman', verdana; font-size: 1.1em; text-align: justify;">A risvegliarmi dal torpore però l’altra sera è arrivata l’ultima trovata uscita dalle menti di questi autori che qualcuno ha addirittura definito geniali. Sempre molto attenti a infarcire lo zuppone con tematiche moderne – dalla famiglia allargata al triangolo lesbo – stavolta gli autori “geniali” hanno pensato bene di somministrarci nientepopodimenoche ‘sta mamma Laura, una delle protagoniste, preoccupata per la svolta “emo” della figlia. In pratica la piccola Nina – che pare abbia dagli otto ai dieci anni – ha chiamato il suo gatto nero Angoscia, colorato della stessa tinta la sua stanza e si è invaghita di un ragazzino che sembra il fratellino di Bill Kaulitz, il </span><em>frontman</em><span style="color: #333333; font-family: georgia, 'times new roman', verdana; font-size: 1.1em; text-align: justify;"> dei Tokio Hotel. La madre, giornalista, tra una riunione di redazione e un avvinghiamento con il marito, pensa con rimpianto a quanto sarebbe stato meglio se la sua bambina avesse mantenuto il proprio colore di capelli e avesse fatto danza. E poi basta. Pazienza. Intanto capiamo che la situazione procede fintanto che Nina, d’accordo con l’amichetto, non decide di uscire di casa nottetempo e entrare in un cimitero a fare riti magici con il succo di pomodoro e l’aranciata. Oh che divertente. Oh che originali questi autori “geniali” che, travolti anche loro dalla perniciosa melassa generale, hanno trasformato il problema “emo” – che non è affatto una semplice moda innocente come vorrebbero farci credere – in un bozzetto dai contorni naif e para-comici, insomma una “ganzata” che una bambina un po’ eccentrica ha il coraggio di fare con minimo danno anzi, rimediando il sorriso bonario degli adulti che non la rimproverano nemmeno all’insegna del “poteva fare cose assai peggiori”. </span><span style="color: #333333; font-family: georgia, 'times new roman', verdana; font-size: 1.1em; text-align: justify;">E questo è quanto. Nel mezzo c’è la facilità con la quale si veicolano certi modelli “culturali” di identificazione dando per scontate cose che scontate non sono affatto. Ovvero, nelle armoniose moderne e tolleranti famiglie di oggi le bambine di otto anni naturalmente possono tingersi i capelli e le pareti della camera da letto del colore preferito senza che i genitori muovano foglia ma semplicemente paghino il conto. Ancora, le bambine di otto anni possono uscire tranquillamente di casa per introdursi nottetempo nei cimiteri con la stessa normalità con la quale vanno in cameretta a giocare con le bambole. E hanno senz’altro il fidanzatino che ovviamente rientra a far parte della “straordinaria famiglia allargata dell’amore”. </span><span style="color: #333333; font-family: georgia, 'times new roman', verdana; font-size: 1.1em; text-align: justify;">Questo è quanto. Per adesso. Perché c’è da aspettarci, vista la gara al rialzo, che una volta normalizzata questa spettacolare famiglia “pazza per amore”, la prossima edizione sarà ancora più “pazza”, con gli adulti, o meglio, i protagonisti maggiorenni sempre più simili ai minorenni, sicuramente sempre meno responsabili e portatori di stili di vita discutibili per non dire rovinosi, celati sotto l’alibi della commedia leggera che deve svagare e quindi in cui tutto è concesso. </span><span style="color: #333333; font-family: georgia, 'times new roman', verdana; font-size: 1.1em; text-align: justify;">L’altra questione: gli “emo”. Considerando che essere “emo” è una pratica che in genere inizia nell’età della pre-adolescenza (dai 13/14 anni) è stupefacente constatare che in quella </span><em>fiction</em><span style="color: #333333; font-family: georgia, 'times new roman', verdana; font-size: 1.1em; text-align: justify;"> si arriva ad attribuirla a una bambina di meno di dieci anni. La cosa è ancor più stupefacente se si pensa che la fiction, come si suol dire “da famiglie”, è seguitissima dai ragazzini e il messaggio quindi sarà arrivato diretto: essere “emo” è solo un modo un po’ bizzarro di passare il tempo e non piace ai genitori. Stop. Peccato o, se volgiamo, fortuna, che a fronte dei molti che affrontano la questione “emo” come un semplice stile di vita tutto sommato innocuo, ci siano insegnanti, genitori sensibilizzati e sociologi che vedono il fenomeno come una trappola che si trascina dietro i rischi di una deriva pericolosa che può sfociare nell’autolesionismo. </span><span style="color: #333333; font-family: georgia, 'times new roman', verdana; font-size: 1.1em; text-align: justify;">La tendenza purtroppo oggi è molto diffusa e l’aumento dei siti dedicati all’argomento ne è la prova. Il fenomeno, lungi dall’essere innocuo, ruota intorno al sangue e, in ultima ipotesi, inneggia al suicidio, accarezzando quella idea di morte che ormai sta diventando quasi l’ingrediente fisso di una sottocultura che sempre con maggiore audacia si avvicina all’infanzia. </span><span style="color: #333333; font-family: georgia, 'times new roman', verdana; font-size: 1.1em; text-align: justify;">Diventare “emo” è più facile di quanto si creda. Si inizia con il cambiare abbigliamento e pettinatura e molto rapidamente si arriva ai primi tagli sulle braccia. Già, quello che sembra apparentemente inconcepibile e rasenta l’autolesionismo esercita un’attrazione molto forte sui ragazzini più suggestionabili che, oltre a infliggersi piccoli tagli con lamette o coltellini per dimostrare di appartenere al gruppo, traggono una sensazione di calma, come se il taglio placasse l’ansia e l’agitazione. Così dall’effetto “positivo” della ferita nasce una specie di dipendenza, proprio come se si trattasse si una Perché un ragazzino diventa “emo”: per imitazione sicuramente, ma la pratica, cruenta e estrema, attecchisce sull’insicurezza tipica dell’età pre-adolescenziale e adolescenziale durante la quale i ragazzi sono più soggetti a diversi tipi di influenze e sono molto esposti a comunicazioni di tutti i tipi, dai video ai film alle pubblicità e alla musica che incitano a superare i limiti, ad amare gli eccessi e sfoderare tutta la propria carica aggressiva, anche contro se stessi. Tutt’altro dunque che una semplice moda, la pratica non esiterei a definirla un serio segnale d’allarme. </span><span style="color: #333333; font-family: georgia, 'times new roman', verdana; font-size: 1.1em; text-align: justify;">Se poi un genitore assiste alla metamorfosi del proprio figlio e cerca di capire cosa gli stia succedendo, se ci tiene, sicuramente non si metterà a sospirare sulle scarpette da ballo e il tutù mancati, ma si preoccuperà. Parecchio – come stanno già facendo in molti ai quali è capitato di confrontarsi con questo problema – . E farà bene. Aiuti ne troverà pochi perché ancora centri specializzati non ce ne sono, ma si possono trovare professionisti che conoscono il fenomeno e possono dare una mano. </span><span style="color: #333333; font-family: georgia, 'times new roman', verdana; font-size: 1.1em; text-align: justify;">Certo, finché ci saranno autori tv “geniali” che producono </span><em>fiction</em><span style="color: #333333; font-family: georgia, 'times new roman', verdana; font-size: 1.1em; text-align: justify;"> edulcorate in cui, tra una risata e una falsa commozione, passano messaggi come quello che mi ha risvegliato l’altra sera, sarà tutto molto più difficile.</span></p>
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		<title>Italia 1860-2012, tutta un&#8217;altra storia!-Praticamente una premessa: prima parte</title>
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		<pubDate>Sat, 04 Feb 2012 14:04:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Frabetti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.arezzopolitica.it/2012/02/04/italia-1860-2012-tutta-unaltra-storia-praticamente-una-premessa-prima-parte/"><img align="left" hspace="5" width="150" height="150" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2012/02/150-unita-italia-150x150.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="150-unita-italia" title="150-unita-italia" /></a>di Giorgio Frabetti-No, non credano i lettori che “altra storia” significhi che in questo articolo (il primo di una serie di 14 parti) tratteremo la storia d’Italia parlando di complotti demo-pluto-masso-comunisti. Mi dispiace per chi resterà deluso, ma questo sito ha intenzione sì di iniziare una serie dedicata alla storia d’Italia, ma senza quel puzzo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-9432" title="150-unita-italia" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2012/02/150-unita-italia.jpg" alt="150-unita-italia" width="450" height="410" />di <strong>Giorgio Frabetti</strong>-No, non credano i lettori che “altra storia” significhi che in questo articolo (il primo di una serie di 14 parti) tratteremo la storia d’Italia parlando di complotti demo-pluto-masso-comunisti. Mi dispiace per chi resterà deluso, ma questo sito ha intenzione sì di iniziare una serie dedicata alla storia d’Italia, ma senza quel puzzo di stantio e di vecchio che purtroppo spesso ha pervaso questi benintenzionati e spesso maldestri tentativi (si sa la via della Cultura è come quella dell’Inferno, lastricata da buone, anzi ottime intenzioni). La storia d’Italia, dal Risorgimento al fascismo, fino alle soglie dell’èra berlusconiana è sempre stata vissuta dagli storici (non tutti, ma molti) come banco di prova di propaganda o banco di prova per le proprie proposte ideologiche per la politica presente. Così c’è stata una storiografia liberale, radicale, marxista, cattolica e chi più ne ha più ne metta. Ma alla Nazione, a questa povera martoriata Nazione, qualcuno ha mai pensato? Chi si è mai preoccupato di raccontare la storia d’Italia “pane e salame”, alla portata del lattaio di Fiesole o dell’autotrasportatore di Canicattì che si alza la mattina tutti i giorni per sbarcare il lunario e non ha tempo di ascoltare le “menate” dei Professoroni. Beh, in fatto di divulgazione chi scrive non ha molte lezioni da impartire; ma certo non posso esimermi dal confessare il desiderio di accompagnare per mano il cittadino comune che legge, anche poco istruito, e fargli capire che la storia d’Italia lo riguarda da vicino, perché anche lui è parte di questa storia e se vuole può trovare un proprio discernimento per comprendere cosa può fare e cosa può dire per “mandare avanti” questa scassatissima che si chiama Italia (per inciso, e stavolta mi rivolgo a chi è “istruito”, la storia non è solo maestra di vita, ma è per eccellenza maestra di Politica!). La storia è in funzione dell’attualità, ha detto qualche storico. Prendo al volo e alla lettera la citazione, e comincio (eresia per gli storici di Professione) con la citazione di un bellissimo libello di Giuseppe De Rita (CENSIS) e del giornalista Antonio Galdo chiamato <em>Eclissi della Borghesia</em>. Per una rapida associazione d’idee, mi sono detto che in fondo l’espressione è speculare ad un’altra celeberrima utilizzata da Renzo De Felice, la <em>Morte della Patria</em>. Tema su cui storici e politici si sono arrabattati, in dispute su antifascismo, Repubblica di Salò che all’ambulante di Lagonegro paiono poco meno di masturbazioni intellettuali, ma che il bel libro di De Rita e Galdo concorrono a dettagliare con tratti molto efficaci. Innanzitutto, De Rita, rifacendosi ad una terminologia CENSIS, al pomposo riferimento alla Patria preferisce parlare di “Paese senza connessioni”, ricorrendo alla metafora dei coriandoli, della mucillagine, della poltiglia, della mucillagine; tutte espressioni per indicare l’esistenza in Italia di un tessuto sociale troppo fragile e frammentato, ovvero un sistema dove le varie parti non comunicano tra di loro. Non solo, De Rita e Galdo parlano di diserzione (di Aventino, verrebbe da dire) di ampi settori della società civile italiana: “Nelle Regioni Settentrionali, la grande borghesia si è allontanata dalla sfera pubblica, concentrandosi sugli affari privati; nelle regioni meridionali, l’abdicazione borghese ha fatto venir meno gli anticorpi naturali ai fenomeni di criminalità organizzata”. Un “Aventino della Borghesia” in cui De Rita e Galdo ravvisano le condizioni del declino attuale dell’Italia, il suo ripiegamento in una gestione politica ed economia stile “tirare a campare”, la sua economia ingessata nelle prospettive di sviluppo e innovazione da una “seconda generazione” di borghesia imprenditoriale più protesa al profitto finanziario da <em>rentiers</em> che a pensare alla produzione nell’ottica del “sistema Paese”: “Un Paese senza borghesia è come una macchina da corsa senza driver: rischia continuamente di sbandare e finire fuori strada”. Più acutamente, comunque, De Rita e Galdo focalizzano il problema “borghesia” come due problemi cronici della storia italiana (si direbbe di lunga durata): “In assenza di una guida riconosciuta ed autorevole, crescono le paure, il risentimento, il senso di sradicamento, si diffonde un’insicurezza che taglia le gambe al futuro, perché ci si avvita in un presente dominato dall’angoscia”: assenza di un ceto egemone, capace di veicolare una memoria, una storia nazionale condivisa da cui partire per cementare la coesione nazionale. Nelle parole di De Rita e Galdo, quindi, è condensato come meglio non si potrebbe il significato e le ambizioni di queste 14 puntate. Puntate che intendono (forse pretenziosamente) partire dalla storia italiana contemporanea per invertire questa triste tendenza e per verificare se e come, dall’esempio del passato, l’Italia può ritrovare spunti ed energie per tornare ad essere protagonista della sua storia, vincendo così le tante tabe che affliggono il suo presente. Mi si potrà chiedere perché con questa storia d’Italia parto dal 1860, anno dell’unificazione italiana, e non ad esempio dall’anno 1000, da una fase marginale della sua storia e non da una fase più gloriosa. Il motivo è presto detto: solo allora, la costruzione di una Nazione diventa impresa collettiva che unisce da Nord a Sud, divenendo agenda prioritaria della Politica e della Cultura e che matura in quella speciale temperie a cavallo tra Rivoluzione Francese e Restaurazione (non prima!). Un’avventura primariamente Politica, la scommessa politica forse più grande che sia mai stata lanciata in Italia dopo Roma e che nemmeno il Rinascimento conobbe: “L’Italia Risorgimentale –continuano De Rita e Galdo – era un Paese fortemente spaccato nel suo assetto sociale, e non solo a causa delle enormi disparità economiche: ad una maggioranza di popolo che … la sfangava, corrispondeva una ristretta minoranza che sognava e coltivava l’idea della Nazione Unita. Non esistevano connessioni tra universi così distanti, e il merito dell’<em>èlite</em> risorgimentale è stato quello di crearle attraverso il lavoro quotidiano di un’Intendenza, anche questa borghese, che ha fatto sentire la sua voce strutturando lo Stato Unitario. Scuola, Giustizia, Pubblica Amministrazione: qui è nato e si è formato il cantiere dell’Italia Unita. E qui un popolo che non aveva alcuna vocazione, come il Mezzogiorno, a una comune identità, ha sentito una forte spinta vitale verso la cittadinanza”. Questo percorso che, almeno fino al 1943, alla fine del fascismo, pareva portare al consolidamento della Nazione e dei suoi apparati, come noto, ad un certo punto si è interrotto; compito di queste 14 puntate sarà rintracciare questi percorsi di solidarietà nazionale, per additarli come sentieri interrotti, che, ove percorsi, possano riportarci alle speranze delle Ns. origini. Missione impossibile? Non proprio, stando alle parole recentissime di De Rita e Galdo. L’unificazione italiana tutto ciò fu un capolavoro di una borghesia che seppe “immaginare”, che seppe coltivare un futuro: anche se apparentemente questo futuro non sembrava proprio alla Ns. portata. Se fu la forza della Visione e della Speranza a far muovere una Nazione come l’Italia e a farle conquistare un suo prestigio politico ed economico nel consesso europeo, questo ci conforta: significa che questa Speranza è alla Ns. portata anche oggi, che è essenziale coltivarla tale visione e (dove possibile) imitare chi in questo ci ha preceduto. E questo è tanto più vero ora nel vuoto di prospettive e di <em>leadership</em> che il Paese ha attraversato. Significa tornare a pensare all’Italia, alla sua economia, alla sua cultura in termini di “sistema” (o “Nazione”), come parti di un tutto e non come parti separate e dissociate. Questa è la forza dell’Idea; ma è anche la forza della Politica; che quando vuole sa fare cose prodigiose, che nemmeno la più fervida immaginazione sa concepire.</p>
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		<title>I Professionisti in Italia, chi sono, da dove vengono, dove vanno: I Notai dopo l&#8217;Unita&#8217; d&#8217;Italia-prima parte</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Feb 2012 15:28:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Frabetti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.arezzopolitica.it/2012/02/03/i-professionisti-in-italia-chi-sono-da-dove-vengono-dove-vanno-i-notai-dopo-lunita-ditalia-prima-parte/"><img align="left" hspace="5" width="150" height="150" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2012/02/notaio_grande1-150x150.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="notaio_grande" title="notaio_grande" /></a>AVVERTENZA: Si dibatte molto intorno all&#8217;ipotesi di liberalizzare le Professioni. Nei blog e siti Internet si sprecano le polemiche se non le imprecazioni contro i Professionisti, ritenuti una &#8220;casta protetta&#8221; ingiustamente da leggi ritenute di autentico privilegio. Giuseppe De Rita e il CENSIS da tempo segnalano il rilevante contributo delle Professioni al PIL e la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignleft size-full wp-image-9419" title="notaio_grande" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2012/02/notaio_grande1.jpg" alt="notaio_grande" width="420" height="312" />AVVERTENZA: Si dibatte molto intorno all&#8217;ipotesi di liberalizzare le Professioni. Nei <em>blog</em> e siti <em>Internet</em> si sprecano le polemiche se non le imprecazioni contro i Professionisti, ritenuti una &#8220;casta protetta&#8221; ingiustamente da leggi ritenute di autentico privilegio. Giuseppe De Rita e il CENSIS da tempo segnalano il rilevante contributo delle Professioni al PIL e la rilevante redditività di tali prestazioni: per questo, molti denunciano la necessità che in tempi di crisi tali opportunità di ricchezza siano meglio divise tra i cittadini, grazie ad una regolazione più libera e meritocratica. In questo sito, con vari cicli a cadenza non periodica, si analizzerà come le varie leggi professionali dall&#8217;Unità ad oggi hanno inciso su privilegi, penalizzazioni, rischi, opportunità, in un&#8217;ottica critica e pacata; una premessa essenziale, secondo Noi, per giudicare poi gli attuali progetti di riforma delle Professioni. Si inizia, per 05 puntate, con il Notariato, facendone la storia dall&#8217;Unità ad ora-</strong> di <strong>Giorgio Frabetti</strong>- La storia delle Professioni nell&#8217;Italia contemporanea inizia in quel crogiuolo di novita&#8217; che fu l&#8217;Unita&#8217; d&#8217;Italia. Perchè di parla dell&#8217;età contemporanea e non di età precedenti? Il Notaio ad esempio esisteva anche prima! Perchè è dall&#8217;Unità che nasce un approccio veramente &#8220;moderno&#8221; tra Società, Politica e Professioni.  Gli Stati contemporanei, infatti, nascono dalla sfida della modernizzazione (sociale, economica e tecnologica) e tale sfida ha sempre coinciso con un maggiore &#8220;investimento socio-politico&#8221; in capitale &#8220;fisso&#8221; in termini di sapere e conoscenza, per gli accresciuti bisogni dei cittadini (pensiamo a strade, bonifiche etc., necessitati dall&#8217;aumento della popolazione tra il 1700 e il 1800). In questo quadro, diventa inevitabile una legislazione sulle Professioni, almeno per garantire che esse operino come il necessario <em>framework</em>, il necessario <em>software</em>, la necessaria &#8220;riserva di conoscenza&#8221;  cui la collettività può attingere nei momenti di bisogno e con le necessarie tutele (per i Professionisti e i cittadini): con soluzioni che variano in relazione alle diverse epoche storiche. Nel caso dell&#8217;Italia immediatamente post-unitaria, in particolare, le leggi professionali (Avvocatura 1874 e Notariato 1875) tradiscono le aspettative (poi deluse) che i legisti post-risorgimentali (Destra Storica, <em>in primis</em>) ponevano sui termini in cui si sarebbe &#8220;stabilizzata&#8221; la società italiana da poco unificata. Ma cominciamo con ordine. In primo luogo, la legge notarile, tradiva nella demarcazione delle Professioni una visione del rapporto citta&#8217;-campagna, che istituiva una bipartizione ideale di sfere di competenze professionali: grossomodo, all&#8217;Avvocato la citta&#8217;, al Notaio la campagna. Una visione impressa alla legge dalla divisione dei distretti notarili, anche molto minuscoli, su cui la legge notarile parametrava il numero dei Professionisti da destinare e dall&#8217;obbligo di residenza del Notaio. Una partizione che non rispondeva solo a criteri di ripartizione dei carichi di lavoro (non era il &#8220;numero chiuso&#8221; che sara&#8217; introdotto nel 1913 -e che tuttora e&#8217; in vigore), ma una pretta visione politica. Da Cuoco a Cavour, il luogo comune dei Padri della Patria e&#8217; che il futuro dell&#8217;Italia Unita sara&#8217; agricolo (complice la buona annata dei prezzi tra il 1840 e il 1860, a cavallo dell&#8217;unificazione) e che il &#8220;compromesso liberale&#8221; potra&#8217; passare per un assetto economico abbinato su agricoltura e servizi (leggi Stato, infrastrutture etc.), senza passare per il &#8220;salto nel buio&#8221; dell&#8217;industrializzazione (i cui tratti destabilizzanti sono gia&#8217; noti in Francia, Inghilterra e Germania). Campagna e Burocrazia, capisaldi della stabilita&#8217; del &#8220;novus ordo&#8221; liberale post-unitario, di cui in fondo il Notaio e&#8217; sintesi e incarnazione: chiamato alla certificazione delle fede pubblica dallo Stato, eppure libero professionista. In questi termini, si spiega la rinuncia dello Stato post-unitario all&#8217;ipotesi (inizialmente coltivata) di fare del Notaio un &#8220;pubblico ufficiale&#8221;. Allo Stato post-unitario non conveniva, infatti, perdere il prezioso contributo di un ricco e variegato professionismo giuridico, gia&#8217; radicato localmente talora a livello di piccolo o grande notabilato. Si consideri infatti come, in una Società agricola e particolarmente organizzata a livello famigliare, le funzioni del Notaio fossero molto rilevanti: non solo perchè ad esso e al suo consiglio si ricorreva per la costituzione di doti e per vari &#8220;contratti matrimoniali&#8221;, come per testamenti e trasmissioni patrimoniali tra le generazioni (in modo non del tutto dissimile al ruolo che oggi riveste per lo più il Commercialista di famiglia); ma anche perchè (per Nobili e Clero), i Notai erano spesso i custodi dei poderosi diritti immobiliari (ex feudali) e delle loro vicende, spesso oggetto di contese e dispute, tanto rilevanti per il potere ora di questa ora di quella combinazione. Una società di pochi scambi e che sarà messa in crisi (ma non scalfita del tutto) dall&#8217;avvento dell&#8217;industrializzazione a fine secolo. Lo Stato Unitario si rassegnò nella prospettiva preminente di stabilizzare le Province da poco unificate. Per questo motivo, la legge italiana non impresse al Notaio i tratti del &#8220;pubblico ufficiale&#8221; <em>tout court</em> (anche se va detto che molto del carico di lavoro del Notariato post-unitario dipese dall&#8217;imposta di registro, estesa al Piemonte alle Penisola ove era quasi sconosciuta). Importanza e riconoscibilità delle funzioni notarili a livello sociale, cui, però, per paradosso, non si accompagnò nell&#8217;immediato un adeguato processo di riconoscimento legislativo della Categoria (una contraddizione che sarà alla base del dibattito che porterà nel 1913 alla revisione dell&#8217;ordinamento del 1875). Come racconta il Prof. Marco Santoro negli &#8220;Annali&#8221; di &#8220;Storia d&#8217;Italia&#8221;, molto debole fu, infatti, i Notai non riuscirono a partecipare in modo efficace all&#8217;elaborazione della riforma del 1875 (eccezione isolata, il cd Progetto Cassinis del 1860, proveniente da una famiglia piemontese di lunghe tradizioni notarili). Una situazione di effettivo sotto-dimensionamento dei Notai in sede di rappresentanza parlamentare, che gli Annali addebitano al particolarismo giuridico localistico e dal livello di sviluppo delle esperienze statuali (cui la funzione di pubblica fede del Notaio Modenro era strettamente intrecciata). Se, infatti, in alcune realta&#8217; (come la Lombardia), la figura del Notaio moderno era gia&#8217; molto definita in termini professionali e di riconoscibilità sociale, altrove la stessa figura era più&#8217; incerta (appannaggio o di Avvocati, Procuratori o di forme di Patronato nobiliare o peggio di &#8220;praticoni&#8221; legulei). Basti solo pensare alla tradizione medievale ed <em>ancieme regime</em>, che consentiva a chiunque fosse laureato in legge a fregiarsi del titolo di &#8220;Avvocato&#8221; (tradizione per altro confermata dalla Cassazione di Torino e Firenze all&#8217;indomani dell&#8217;Unita&#8217;) per comprendere a che livello potesse arrivare la sovrapposizione tra le Professioni legali. Senza contare che la funzione &#8220;fidefacente&#8221; che universalmente si riconosce al Notaio e la partecipazione alla formazione di atti, era di fatto contesa (e lo resterà anche dopo la legge del 1875) da altre figure giuridiche (Avvocati e Procuratori <em>in primis</em>).  Un quadro che nell&#8217;immediato sarà complicato dall&#8217;innovazione più discussa e criticata della legge del 1875, che ritenne non necessaria la laurea per l&#8217;esercizio delle funzioni notarili. Non fu solo ragioni di prestigio (la categoria si vedeva rifiutare i crismi del professionismo giuridico) a suscitare proteste e indignazioni. Forte nei Notai fu la preoccupazione (fondata come si vedrà nelle puntate successive) che la mancanza della laurea in giurisprudenza potesse rendere ancora più ibrida la Professione del Notaio e degradarla in termini sociali e politici, aggravando così lo stato di sovrapposizione e concorrenza che il Notariato (già fisiologicamente) subiva rispetto alle altre Professioni Legali (Avvocati <em>in primis</em>). Senza contare il timore dei Notai di una concorrenza al ribasso, ad opera di &#8220;speculatori&#8221; e vari &#8220;trafficoni&#8221; che avrebbero potuto &#8220;improvvisarsi&#8221;. Al momento, non è del tutto chiaro cosa spinse i legislatori del 1875 ad escludere la laurea dal <em>cursus</em> <em>honorum</em> del Notaio (molti Notai erano laureati e molti lo saranno anche dopo): forse pesò la preoccupazione che se i Notai avessero avuto anche funzioni &#8220;legali&#8221;, l&#8217;unita&#8217; giuridica dell&#8217;Italia sarebbe andata in frantumi. Forse (e ciò è più probabile) la legge intese favorire l&#8217;inserimento nel novero notarile di funzionari di ascendenza nobiliare non laureati che in passato avevano rivestito ruoli nell&#8217;amministrazione pubblica (poi emarginati quando la laurea in legge fu imposta per l&#8217;accesso alla Pubblica Amministrazione) e che mantenevano una discreta influenza sociale nella trattazione e mediazione di interessi affini al Notariato.  Una scelta, in fondo, affine alla logica di equilibrio e stabilizzazione sociale e cetuale tra <em>novus ordo</em> e <em>ancième regime</em> che i politici risorgimentali ritenevano il futuro dell&#8217;Italia Unita: una proiezione che si rivelerà tragicamente illusoria, quando dopo il 1880 inizierà una grave crisi economica e sociale sull&#8217;Italia e che solo con il decollo industriale del 1896-98 troverà un primo sbocco: un lungo e faticoso travaglio, di cui risentiranno anche i Notai, come si vedrà nelle puntate prossime.</p>
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		<title>&#8220;Una giornata particolare&#8221; di Danilo Petri: un grido d&#8217;amore e d&#8217;allarme per Arezzo</title>
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		<pubDate>Thu, 02 Feb 2012 11:46:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mugnai</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.arezzopolitica.it/2012/02/02/una-giornata-particolare-di-danilo-petriun-grido-damore-e-dallallarme-per-arezzo/"><img align="left" hspace="5" width="150" height="150" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2012/02/petri_danilo_3545715581-150x150.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="petri_danilo_354571558" title="petri_danilo_354571558" /></a>di Federico Mugnai- Un grido d’amore e allo stesso tempo d’allarme per la sua terra ferita dallo scandalo Variantopoli che portò alla fine di un’esperienza politica, quella del centrodestra di Lucherini ad Arezzo; questo e non solo è “Una giornata particolare- Pensieri su Arezzo” di Danilo Petri. Un uomo che, chi lo conosce da vicino, sa [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-9410" title="petri_danilo_354571558" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2012/02/petri_danilo_3545715581.jpg" alt="petri_danilo_354571558" width="400" height="306" />di <strong>Federico Mugnai-</strong> Un grido d’amore e allo stesso tempo d’allarme per la sua terra ferita dallo scandalo Variantopoli che portò alla fine di un’esperienza politica, quella del centrodestra di Lucherini ad Arezzo; questo e non solo è “Una giornata particolare- Pensieri su Arezzo” di Danilo Petri. Un uomo che, chi lo conosce da vicino, sa quanto soffra per la sua terra e sa essere sempre fucina di idee: anche quando gli altri magari pensano solo al quotidiano &#8220;tirare a campare&#8221; dell&#8217; amministrazione cittadina, senza un progetto chiaro per la città, senza coglierne le straordinarie potenzialità inespresse e quindi senza riuscire a dare prospettive. Danilo Petri riesce ad immaginare tutto questo ed esprimere con idee chiare, fantasiose, coraggiose, ma allo stesso tempo possibili da realizzare. A distanza di quasi 6 anni dalla pubblicazione, l’autore aveva già previsto quale triste futuro avrebbe atteso Arezzo; ma da uomo che ama vivere sospeso tra il sogno e la realtà, lancia la sua sfida per portare avanti un’idea di città. Le critiche al centro-sinistra moralista, provinciale, al suo candidato Fanfani, emergono ogni tanto tra i mille pensieri che affollano la mente di Danilo durante la lunga giornata per le vie aretine, ma non sono certo il fulcro del libro. Nei flussi di coscienza di Danilo in realtà c’è una critica d’insieme al carattere degli aretini, tesi alla conservazione, a guardare sempre all’ombelico e mai ad una visione di insieme, impauriti dal futuro e pronti magari a fare i moralisti per affossare l’avversario di turno senza però uno straccio di idea concreta per immaginare la città. Di qui, critica ad esempio gli orafi, che non hanno saputo investire la ricchezza accumulata tramutandola in ricchezza umana, cioè sperimentando nuovi prodotti, intraprendendo nuove sfide, adattandosi alla competione globale, preferendo viceversa difendersi e poi iniziare a lamentarsi quando era troppo tardi. Un difetto cronico di tutta la città (non solo degli orafi); una città che pare aver paura di diventare grande, di spiccare il volo, di fare il salto di qualità. Una città che alla fine si accontenta e preferisce rimanere al sicuro fidandosi delle figure incolori, scialbe, ma potenti, delle varie lobby che si diffondono a macchia d’olio e intanto la assuefanno senza che nessuno batta ciglio. Le paure di Danilo hanno preso forma. Non traspare però rabbia dalle pagine di Danilo, semmai uno stato di malinconia nelle passeggiate per le storche vie cittadine dove incontra suoi amici e conoscenti con cui discorre di svariati argomenti (dalla filosofia alla politica); il suo pessimismo di fondo viene superato sempre da quella visione della città futura che Danilo immagina durante il suo tragitto. C’è già scritto qua con cinque anni di anticipo gran parte del programma della lista civica &#8220;Arezzo Domani&#8221; che si presenterà alle urne nel Maggio del 2011 senza ottenere grande successo. Danilo appare un visionario solitario, un aretino vero, diverso dai suoi concittadini. Nelle sue pagine che scorrono come un fiume in piena, ritroviamo il volto di un uomo maturo che in una giornata qualsiasi apre il cuore e confida i pensieri sulla sua città, rivelando l’intera filosofia di vita che lo ispira e lo sostiene. I pensieri che affollano il libro trasmettono pagina dopo pagina un senso di vitalità unico, che rivela anche il carattere dell’autore, un sognatore ad occhi aperti, un uomo che ama assaporare in pieno la vita senza fermarsi, senza accontentarsi di soluzioni e spiegazioni conformistiche, di luoghi comuni, da vero filosofo quale è. La sua giornata particolare, il suo cammino per la città rimane una testimonianza d’amore che dovremo assolutamente riprendere assieme per riaprire al più presto una radiosa stagione di rinnovamento politico e umano.</p>
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		<title>Sfida alla Democrazia, ottava parte: Liberal-Democrazia e Cristianità</title>
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		<pubDate>Tue, 31 Jan 2012 17:10:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Frabetti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.arezzopolitica.it/2012/01/31/sfida-alla-democrazia-ottava-parte-liberal-democrazia-e-cristianita/"><img align="left" hspace="5" width="150" height="150" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2012/01/berlusconi-visita-papa-150x150.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="berlusconi-visita-papa" title="berlusconi-visita-papa" /></a>di Giorgio Frabetti-Davvero Religione (specie Cattolica) e Liberaldemocrazia non vanno d’accordo? Davvero c’è un nesso indissolubile tra processo di democratizzazione e di laicizzazione dopo la Rivoluzione Francese? C’è un’incompatibilità ideologica tra dottrina liberale e cristianesimo? Nel momento in cui, in queste puntate, siamo arrivati ad illustrare quella che secondo Galli è la strategia di “risposta-sfida” [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-9399" title="berlusconi-visita-papa" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2012/01/berlusconi-visita-papa.jpg" alt="berlusconi-visita-papa" width="461" height="347" />di <strong>Giorgio Frabetti</strong>-Davvero Religione (specie Cattolica) e Liberaldemocrazia non vanno d’accordo? Davvero c’è un nesso indissolubile tra processo di democratizzazione e di laicizzazione dopo la Rivoluzione Francese? C’è un’incompatibilità ideologica tra dottrina liberale e cristianesimo? Nel momento in cui, in queste puntate, siamo arrivati ad illustrare quella che secondo Galli è la strategia di “risposta-sfida” con cui la Democrazia nasce in èra moderna, sulle ceneri della <em>Res Publica Christiana</em> è inevitabile porsi questa domanda: il fatto religioso e il cristianesimo sono stati davvero emarginati dalla politica o comunque dalla cultura politica? La risposta a questa domanda ci porta poi a considerare se e in che misura il processo di formazione della LiberalDemocrazia sia consistito in una “laicizzazione” (tema su cui torneremo nel prosieguo delle puntate), come sostengono i teorici liberali più oltranzisti, in una rottura definitiva tra politica e religione, che ha escluso da allora in poi ogni forma di contatto e comunicazione. In realtà, come avremo modo di vedere in questa puntata, i rapporti LiberalDemocrazia e Religione Cattolica sono molto mobili: se la neutralità della Liberaldemocrazia (in risposta alle lotte religiose indotte dalla divisione della Cristianità all’indomani della Riforma) rispetto alla Religione è un dato acquisito (vedi Bauer), meno chiaro è se l’evoluzione politica successiva dell’èra moderna abbia interrotto ogni comunicazione con l’elaborazione politica e culturale cattolica. Iniziamo da un assunto che è ormai un luogo comune: la Modernità è momento di Secolarizzazione: ma cos’è in fondo questa “secolarizzazione”? Innanzitutto, se per “secolarizzazione”, si intende la “desacralizzazione” del potere, ebbene questo processo inizia proprio con l’avvento del Cristianesimo nel cuore dell’Impero Romano. L’opinione è storicamente fatta propria dal politologo austriaco Erich Voegelin ed è recepita dallo stesso Giorgio Galli: non si era mai visto, dice il Politologo milanese, una dottrina fondata sulla religione prevalere rispetto all’organizzazione politica che potremmo dire positiva”. Come potè riuscire questo? Potè sulla forza della Chiesa e la continuità delle sue Istituzioni la forza della fede, che presto si trasformò in una delle più inossidabili e durature Tradizioni dell’Occidente. Ma soprattutto, in un periodo di forte crisi istituzionale, seguito alla caduta dell’Impero d’Occidente e proseguito poi nell’Alto Medioevo in un clima di diffusa precarietà dei rapporti feudali (basati sul potere militare, l’investitura o il maggiorascato), perennemente contestati e perennemente oggetto di guerre civili, la Chiesa fu la base del consenso dei popoli e della stabilizzazione dei Poteri. La Chiesa, quindi, fu potente mezzo di legittimazione. Senonchè, verso il 1300, questo dispositivo di legittimazione vacilla e al suo posto, prima lentamente, poi in modo più dirompente per l’impatto della Riforma Protestante e delle Guerre di Religione del XVI Secolo, lo Stato Moderno prende il posto della Chiesa come regolatore dei conflitti e portatore quindi di legittimazione politica. Qui interviene la lettura di Giorgio Galli che ravvisa nelle controversie sul Papa e sul Concilio una deficienza letale alla Chiesa, che verrà travolta in un marasma di divisioni e lotte fratricide, come prima era capitato alla Democrazia Ateniese, poi alla Repubblica e all’Impero Romano, per non aver chiaramente delineato i termini di legittimazione dei poteri dei vertici e della loro rappresentanza verso la collettività. Sono proprio le controversie sulla figura del Papa, il Supremo Presidente, la Suprema figura rappresentativa di tale <em>Res Publica</em>, a sorgere le prime controversie, a causa delle prese di posizioni di Bonifacio VIII sulla superiorità del Papa sui poteri civili. E’ necessario sul punto non fraintendere: non si arrogava il Papa un potere di comando paragonabile a quello degli Stati. Nella universalità medievale, la Chiesa però godeva di un primato, per così dire, “giurisdizionale” (la Chiesa era molto all’avanguardia nella produzione giuridica) che la rendeva molto influente nella vita civile e capace, quindi, di “mettere sotto scacco” con molta facilità un potere feudale caotico e disperso anche nell’organizzazione civile. Questa circostanza dovrebbe far riflettere anche relativamente a certe vicende del mondo contemporaneo sull’impossibilità che dalla sola Giurisdizione possa nascere un ordine politico perfetto (vedi <em>Ancième Regime</em>, vedi <em>mutatis mutandis</em> <em>Mani Pulite</em> in Italia). Questo primato, non adeguatamente supportato sul versante istituzionale, andò in crisi, prima per la concorrenza che gli Stati Moderni (la Francia di Filippo il Bello <em>in primis</em>) iniziarono ad esercitare sullo stesso terreno del diritto e della giurisdizione che fu della Chiesa (vedi “cattività Avignonese” e “scisma d’Occidente”); successivamente, tale potere entrò in crisi dal punto di vista teologico, con le teorie “eretiche” di Marsilio da Padova e con le teorie “conciliatoriste” di Nicolò Chiusano, che nella sua opera <em>De Concordia Catholica</em> per primo ritenne di ancorare il primato del Papa nella Chiesa Cattolica all’esercizio delle sue funzioni in comunione con i Vescovi (non da solo): Comunione che questi ritenne doversi istituzionalizzare in un Concilio che permanentemente avrebbe dovuto deliberare le principali linee teologiche e disciplinari della Chiesa). Tesi che in modo abbastanza contraddittorio furono approvate nel Concilio di Costanza (1431), ma poi respinte al Concilio di Basilea (1431), dando la prova visibile della crisi istituzionale della Chiesa Cattolica, cresciuta forse troppo e forse sovradimensionata sul versante politico e civile, rispetto alle sue possibilità. E’ da qui, secondo Giorgio Galli, che parte la crisi della Chiesa e la fine (virtuale) dell’unità cristiana: una tale incertezza sul livello istituzionale del Sommo riferimento della Cattolicità concorre in modo decisivo alla fine dell’<em>Auctoritas</em> dei Papi, contro cui, d’ora in poi, molto potrà il dinamismo dei Principi e delle Idee moderne. La riforma di Lutero sarà quasi consequenziale. Con la Pace di Westfalia del 1648 sul versante internazionale e con l’affermazione del <em>Bill of Right</em> del 1688 (che consolidò il Parlamentarismo inglese), nella <em>vulgata</em> corrente, si definisce il processo di “laicizzazione della politica”. Storicamente, la vulgata politologica ritiene che fortissima sia l’impronta protestante nella formazione della Democrazia moderna: le sue teorie di “Interiorizzazione della fede” avrebbero avuto un ruolo fondamentale in un passaggio essenziale della storia della Liberal Democrazia, ovvero nel “deconfessionalizzare” gli Stati e neutralizzarli sul versante religioso. In un certo senso, ciò è vero perché, decadendo una Verità Cristiana unitaria, si genera il crogiuolo ideale per la competizione tra Fazioni, visioni contrapposte e per il libero dibattito (portato della libera discussione della <em>Bibbia</em>, tipica dei Protestanti). In realtà, se si accetta (come Giorgio Galli mostra di fare) l’impostazione della Democrazia come risposta-sfida, è certo vero che, nella risposta democratica al pluralismo e relativismo religioso dell’epoca moderna, saranno ritrovate e riprese molte tecniche e soluzioni già elaborate dal cattolicesimo. La stessa soluzione di Bodin che è tra i primi a teorizzare la “tolleranza religiosa” tra protestanti e cattolici proviene da un fervente cattolico. La stessa fondazione dello Stato di Altusio (protestante) come “corporazione di famiglie”, pur nel suo laicismo, è debitrice delle teorie con le quali le dottrine giuridiche medievali tendevano a spiegare il funzionamento degli organi collegiali, molto prossima a figurazioni come “volontà popolare” o “volontà generale” (vedi Rousseau). Né si può trascurare la circostanza che gli stessi procedimenti elettivi (che diverranno fondamentali nelle Democrazie) fossero ampiamente praticati nella Cristianità, per l’elezione dei Papi (elezione “popolare” dagli inizi fino alle soglie del Basso Medioevo) e per le elezione dei Superiori nelle Congregazioni religiose. Volendo concludere, è essenziale mettersi alle spalle speciose polemiche anticlericali (sulle cd &#8220;ingerenze&#8221; della Chiesa ne potere politico) e rilevare con realismo e franchezza che, anche nell’epoca moderna, il ruolo di grandi cattolici (da De Gasperi, a Adenauer, a Schumann) è stato molto rilevante nel lanciare quella grande stagione di “neogiurisdizionalismo” che sono state le grandi Costituzioni Personalistiche del II Dopoguerra (la Costituzione italiana, la Costituzione tedesca) e la creazione della Comunità Europea, che “comanda” soprattutto grazie alle grandi istituzioni giurisdizionali della Commissione UE e della Corte di Giustizia della Comunità Europea. Un’esperienza, quindi, che rubrica il Personalismo cristiano come rilevante arricchimento della Liberal Democrazia Occidentale, ma che si iscrive (quanto a difetti e a rischi) nel panorama del costituzionalismo contemporaneo (vedi puntata su Rawls). E&#8217; superfluo in questa sede tornare alle critiche cui anche tale Costituzionalismo si presta, gia&#8217; trattate nella quinta puntata dedicata a Rawls (equilibrare la dimensione “orizzontale” del potere, giurisdizione, con la dimensione “verticale” degli organi e delle figure decisionali: visione su cui San Tommaso era del resto molto aggiornato). Viceversa, la vicenda del rapporto, non di &#8220;superamento&#8221; quanto di &#8220;scambio&#8221; (pure dialettico) tra Stato Moderno e cultura/istituzioni cristiano-cattoliche sono paradigmatiche del modo duttile e complesso con cui la LiberalDemocrazia e i suoi istituti operano: non come applicazione arida di dottrine, ma come adattamento, evoluzione, perfezionamento rispetto a problemi e vicende che via via si presentano. Un metodo pragmatico di risposta-sfida: e&#8217; ancora con questo volto e con questa veste che la Liberal Democrazia si affaccia sull&#8217;attualita&#8217;, nelle sfide della mondializzazione e della globalizzazione finanziaria. In termini, che le prossime puntate contribuiranno a delucidare.</p>
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		<title>Morto Scalfaro, il Super-Custode della Costituzione</title>
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		<pubDate>Sun, 29 Jan 2012 16:07:44 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.arezzopolitica.it/2012/01/29/morto-scalfaro-il-super-custode-della-costituzione/"><img align="left" hspace="5" width="150" height="150" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2012/01/Oscar_Luigi_Scalfero_-_2009-150x150.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="Oscar_Luigi_Scalfero_-_2009" title="Oscar_Luigi_Scalfero_-_2009" /></a>di Giorgio Frabetti-Facciamo un voto, nel giorno della morte di Oscar Luigi Scalfaro (lo facciano sopratutto i politici o i cittadini simpatizzanti del centrodestra): consideriamo con obiettività la figura di Oscar Luigi Scalfaro e deponiamo l&#8217;astio. Perché un uomo della Destra Cattolica quasi “codina” come Scalfaro passò al centrosinistra? Perchè un politico che in fondo aveva [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-9389" title="Oscar_Luigi_Scalfero_-_2009" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2012/01/Oscar_Luigi_Scalfero_-_2009.jpg" alt="Oscar_Luigi_Scalfero_-_2009" width="423" height="283" />di <strong>Giorgio Frabetti</strong>-Facciamo un voto, nel giorno della morte di Oscar Luigi Scalfaro (lo facciano sopratutto i politici o i cittadini simpatizzanti del centrodestra): consideriamo con obiettività la figura di Oscar Luigi Scalfaro e deponiamo l&#8217;astio. Perché un uomo della Destra Cattolica quasi “codina” come Scalfaro passò al centrosinistra? Perchè un politico che in fondo aveva tutte le carte in regola per passare, caduta la DC, al centrodestra, passò al centrosinistra, addirittura aderendo (pur non iscrivendosi) al PD? Questo è l&#8217;interrogativo che dobbiamo porci oggi che Scalfaro è morto: e per rispondere non dobbiamo rivolgerci nè all&#8217;agiografia, nè alla polemica, ma alla storia.  Nulla nella storia di Scalfaro ante 1992 lascia presagire un simile esito. Partigiano, magistrato, militante dell&#8217;<em>Azione Cattolica</em>, è di fatto (insieme a Jervolino padre, a Franceschini padre e altri), una delle fondamentali cinghie di trasmissione tra movimento cattolico e politica all&#8217;indomani del 25 luglio 1943. Successivamente, eletto per l&#8217;Assemblea Costituente su pressione delle Gerarchie ecclesiastiche di Novara, sarà, insieme ai <em>Comitati Civici</em>, uno degli organizzatori della gloriosa campagna elettorale del 1948. Pur delfino di un &#8220;pezzo da novanta&#8221; come Mario Scelba, non fa molta strada nella DC: cattolico conservatore coerente, avverso al divorzio, avverso a tutti i tipi di apertura a Sinistra (finanche al PSI!), pur sempre venerato come un &#8220;padre nobile&#8221; (come tale &#8220;intoccabile&#8221;), resterà una figura di secondo piano nel partito per quasi tutta la <em>Prima Repubblica</em><em>, emarginato dalla riforma Fanfaniana, ma con una sua carriera &#8220;ministeriale&#8221; </em>(Scalfaro sarà Ministro dei Trasporti, della Pubblica Istruzione nei Governi Moro e I e II Andreotti, sarà Ministro dell&#8217;Interno nel Governo Craxi tra il 1983 e il 1987). Fin qui, diresti: Scalfaro aveva tutti i requisiti per diventare esponente di centrodestra (CCD e simili) dopo la &#8220;discesa in campo&#8221; di Silvio Berlusconi: lui sempre in fondo di centrodestra, come tanti politici (da Casini, a Giovanardi in fondo) di cui avrebbe potuto benissimo condividere l&#8217;evoluzione. Invece, Scalfaro alla sua morte risulta vicino al PD! A fare la differenza, a questo punto, interviene (almeno credo) il personale &#8220;patriottismo costituzionale&#8221; dell&#8217;uomo, che lo ha portato negli anni del suo settennato a sovra-esporre il suo ruolo presidenziale (anche a scapito della Politica) arrogandosi (a torto o a ragione) un ruolo di &#8220;Custode della Costituzione&#8221; contro evoluzioni da lui ritenute destabilizzanti. E&#8217; Scalfaro da molti accusato di essere un avversario di Silvio Berlusconi. Forse la dizione non è esatta: Scalfaro credo avversò più i mutamenti di Costituzione materiale che il primo berlusconismo e il sistema maggioritario avevano indotto (l&#8217;elezione sostanzialmente diretta del <em>premier</em>, il tendenziale obbligo di sciogliere le Camere dopo la caduta del Governo designato dalla maggioranza elettorale, la personalizzazione dello scontro politico &#8230;). Note sono le <em>querelles</em> Scalfaro-Berlusconi al primo Governo del Biscione, quanto il Quirinale volle sostanzialmente esercitare una &#8220;tutela&#8221; sul Governo Berlusconi (espresso dal &#8220;partito di plastica&#8221; che lui avversava, <em>Forza Italia</em>). Ma molto discutibile fu l&#8217;iniziativa presidenziale di garantire sotto la sua tutela la formazione di un Governo sedicente tecnico, il Governo Dini, che sulla carta avrebbe dovuto essere un governo di &#8220;concordia&#8221;, ma che si sapeva non gradito dal centrodestra (la cui astensione al primo voto di fiducia fu solo formale e presto revocata). Iniziative del genere del Quirinale sulla Politica possono costare caro, e possono guastare il ruolo di imparzialità del Capo dello Stato (abbiamo ammonito in questo senso Napolitano, alla vigilia della formazione del Governo Monti: <a href="http://www.arezzopolitica.it/2011/11/03/italia-a-quando-un-referendum-sulleuropa-lettera-aperta-al-presidente-napolitano/">http://www.arezzopolitica.it/2011/11/03/italia-a-quando-un-referendum-sulleuropa-lettera-aperta-al-presidente-napolitano/</a>). A quel punto, l&#8217;identificazione di Scalfaro con il centrosinistra fu totale e l&#8217;avversione tra lui e il centrodestra berlusconiano insanabile. Ciò posto, crediamo sia possibile tracciare un profilo conclusivo di Scalfaro che dia ragione della discontinuità netta tra la sua azione politica <em>ante</em> 1992 e <em>post</em> 1992. Innanzitutto, c&#8217;è una cosa da chiarire: Scalfaro era noto da tempo, fin dai primi conati di dibattito negli anni &#8216;80, come avverso ad ogni tentativo di riforma alla Costituzione. C&#8217;è da credere, quindi, che alla sua elezione si rassegnasse nel maggio 1992 quel sistema politico e partitocratico già picconato dalle <em>Leghe</em> e dagli scandali di <em>Tangentopoli</em>, che, in quel complesso scorcio, di tutto aveva bisogno fuorchè di un Quirinale soggetto a fregole &#8220;nuoviste&#8221; in campo costituzionale (come Cossiga). Scalfaro fu eletto essenzialmente come &#8220;uomo d&#8217;ordine&#8221;, pacato che certo non si sarebbe fatto influenzare dai clamori mediatici: allora nel 1992 Andreotti &amp; co. credevano, come Giolitti al tempo del fascismo, che <em>Tangentopoli</em> fosse una febbre acuta, ma destinata ad esaurirsi e a tornare nei ranghi (si scommetteva allora su un rilancio dell&#8217;alleanza DC-PDS, a scapito del PSI, il cd <em>Governissimo</em> patrocinato da Sbardella e Andreotti, tra l&#8217;altro, non dissimile all&#8217;esperienza successiva dell&#8217;<em>Ulivo</em>). Scelta azzeccata, perchè Scalfaro non solo aveva i requisiti richiesti, ma, complice il suo carattere troppo ottuso e angusto fin nell&#8217;onestà e nella correttezza, interpretò il proprio ruolo in fondo esagerando, sopravvalutando il pericolo, auto-celebrando sè stesso come una specie di nuovo Cicerone, o per dirla più modernamente come un &#8220;nuovo Sonnino&#8221;, patrocinatore di un &#8220;ritorno allo Statuto&#8221; (leggi alla &#8220;Costituzione&#8221;) che, recependone la lettera e l&#8217;accezione più ristretta, contenesse ogni ambizione nuovista, ritenuta <em>ex se</em> eversiva. Scalfaro è certo uno dei personaggi certamente più responsabili dello strozzamento del processo di riforma della Costituzione (anche se la responsabilità dei partiti non fu da meno), specie nell&#8217;evoluzione &#8220;presidenzialista&#8221; che sola poteva riequilibrare un assetto costituzionale già affine al presidenzialismo, ma con un Governo dal profilo troppo debole e poco incisivo. E averla impedita quando le attese sociali e forse anche la disponibilità politica erano maggiori di oggi, con ciò &#8220;sprecando&#8221; una preziosa occasione. Ma lo ripetiamo, le responsabilità vanno condivise. Di Scalfaro, alla fine, si può dire solo una cosa: uomo integerrimo, non era un&#8217;aquila, nè nell&#8217;acume politico, nè nella comunicazione.</p>
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		<title>Sfida alla Democrazia- Il commento di un lettore</title>
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		<pubDate>Sun, 29 Jan 2012 00:53:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Frabetti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.arezzopolitica.it/2012/01/29/sfida-alla-democrazia-il-commento-di-un-lettore/"><img align="left" hspace="5" width="150" height="150" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2012/01/parlamento-150x150.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="parlamento" title="parlamento" /></a>AVVERTENZA: Siamo molto contenti di pubblicare un testo che commenta, in modo molto puntuale e dettagliato, la settima parte della Ns. serie Sfida alla Democrazia. A parte la soddisfazione per i frutti di un lavoro decisamente impegnativo, e pur non condividendo parte delle conclusioni e delle premesse dell&#8217;amico Schepisi, l&#8217;occasione ci è gradita per compiacerci [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignleft size-full wp-image-9385" title="parlamento" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2012/01/parlamento.jpg" alt="parlamento" width="390" height="221" />AVVERTENZA: Siamo molto contenti di pubblicare un testo che commenta, in modo molto puntuale e dettagliato, la settima parte della Ns. serie <em>Sfida alla Democrazia</em>. A parte la soddisfazione per i frutti di un lavoro decisamente impegnativo, e pur non condividendo parte delle conclusioni e delle premesse dell&#8217;amico Schepisi, l&#8217;occasione ci è gradita per compiacerci di avere trovato, nelle Ns. scorribande sul web, un lettore capace di leggere i fenomeni politici con tanta profondità. Non è semplice coltivare in questi tempi di crisi e di degradazione generale, la &#8220;riflessione impegnata&#8221; sulla politica; l&#8217;amico Schepisi ci riesce e conforta anche Noi di ArezzoPolitica nel continuare in questa pur difficile e ardua operazione.</strong>- di <strong>Vito Schepisi</strong>- Senza andar troppo indietro nel tempo, a cercare nella filosofia di Hobbes le ragioni delle &#8220;regole&#8221; politiche per la convivenza e la democrazia, per ovviare ai rischi involutivi e alle tentazioni di colpi di mano, ci basterebbe comprendere lo spirito della nostra Costituzione.</p>
<p>Ma, prima di parlarne, conviene comprendere anche le ragioni per le quali la nostra &#8220;democrazia&#8221; sia diversa da quella delle altre nazioni europee.<br />
Solo un breve cenno, altrimenti ci perderemmo nella disamina della nostra storia repubblicana.<br />
Possiamo dire sin da subito, che alla legittimazione del Parlamento, come da Costituzione, in Italia si è fatto passare il principio della legittimazione del “arco costituzionale” e poi del &#8220;fronte antifascista&#8221;.  Dalla seconda metà degli anni 60 in poi, queste &#8220;legittimazioni&#8221; hanno costituito i preamboli di ogni provvedimento politico e di ogni discussione sulle alleanze, sulle scelte e sui programmi.  Se Hobbes scrivendo il Leviatano ha pensato allo Stato come un mostro in cui il suo tessuto sia costituito dai suoi cittadini, l&#8217;ha fatto perché ha voluto immaginare uno Stato formato da altrettante esigenze e differenze (libertà), ma che reggesse perché ciascuno &#8211; come parte del tutto &#8211; rinunciasse a una parte della sua libertà delegandola ad una Autorità.  Ma sin da subito, in Italia, si è voluto affiancare all&#8217;autorità dello Stato, esercitata attraverso i suoi ordinamenti &#8211; il Parlamento, la Presidenza della Repubblica, il Governo e la Magistratura &#8211; i preamboli dei partiti, cioè la condizione pregiudiziale di legittimità.  La partitocrazia in Italia si è radicata in una condizione in cui è venuta meno l&#8217;uguaglianza di tutti i cittadini. L&#8217;art. 3 della Costituzione che, come se fosse un elastico, è stato più volte esteso per usarlo contro il &#8220;nemico&#8221; politico, è stato da subito superato da quella che possiamo definire una nuova &#8220;Costituzione di fatto&#8221; che ha sostituito quella scritta dai Costituenti. Non più i cittadini hanno una pari dignità sociale, ma solo quei cittadini che rientrano nei casi previsti dai preamboli. Ma saremmo in tema se, parlando dell&#8217;art.3, ci soffermassimo sull&#8217;art 68 della Costituzione, nella sua formulazione originaria. Non a caso sempre i Costituenti avevano voluto sciogliere un principio &#8220;assoluto&#8221; della democrazia che l&#8217;art. 3 poteva imbrigliare. L&#8217;art. 68, modificato improvvidamente nel 1993 da un Parlamento intimidito dalla Magistratura, all&#8217;apice del suo spolvero nella stagione di Mani Pulite, aveva per scopo quello di non consentire a una Funzione dello Stato, priva di legittimità popolare, com’è la Magistratura, a cui si accede per concorso e la cui disciplina è regolata da un Consiglio corporativo, di poter modificare, incidere, legittimare o meno, ovvero selezionare le scelte politiche e con queste gli uomini e le maggioranze stabilite dal corpo elettorale. L&#8217;art. 3 e l&#8217;art.68 (nella sua formulazione originaria dell&#8217;immunità parlamentare) hanno convissuto nella Costituzione Italiana fino al 1993, senza contraddirsi, perché è la democrazia stessa che chiede che l&#8217;autorità dello stato sia pari alla porzione di libertà individuale che ognuno gli delega (Hobbes). Passare, infine, ad alcune osservazioni sull&#8217;art. 67 della Costituzione, viene spontaneo. Se il Parlamento, su richiesta della Magistratura, autorizza, o meno, le misure restrittive, o i provvedimenti sulla corrispondenza e sulle comunicazioni, ovvero sul suo uso in procedimento, dei membri delle Camere, è lecito chiedersi se sia possibile che, a dispetto dell&#8217;art.67, che libera il parlamentare dal vincolo di mandato, queste autorizzazioni siano o meno concesse seguendo una sostanziale disciplina di gruppo? Discutere sulla &#8220;eticità&#8221; di un principio di indipendenza, garantista e liberale, potrebbe sviarci dall&#8217;affermazione di un altro principio, questa volta più democratico che liberale.  Se accettassimo le regole della democrazia, per la quale ha il diritto di governare chi ha più consensi popolari, come si può pensare che il mutare dello stato d&#8217;animo del singolo possa mutare il principio della sovranità popolare? La democrazia sancisce, anche, che il diritto di una maggioranza si trasformi in dovere verso gli elettori.  La Costituzione è stata pensata in un momento difficile per il Paese. Si usciva da una guerra e da una dittatura. In Italia, già da allora, c&#8217;era una radicalizzazione del confronto politico. Anche la Costituzione ne ha risentito. Non è accaduto per lacune o omissioni nel pensiero dei Costituenti, né per approssimazione, quanto invece per ricercare i necessari compromessi. Ora è tempo che l’Italia se ne esca. La democrazia è ora adulta, e sarebbe in grado di fare le sue scelte attraverso il pieno consenso dei suoi cittadini. La Costituzione ha cucito al Paese un abito partitocratico, con un tessuto inamidato per la sua rigidità; ma alcune contraddizioni, che oggi emergono, non possono reggere ancora per molto, salvo assistere allo sfaldamento sociale, prima che economico-finanziario, del Paese.</p>
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		<title>&#8220;Due concetti di libertà&#8221; 03): &#8220;libertà e sovranità&#8221; secondo Berlin</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Jan 2012 20:52:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mugnai</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.arezzopolitica.it/2012/01/27/due-concetti-di-liberta-03-liberta-e-sovranita-secondo-berlin/"><img align="left" hspace="5" width="150" height="150" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2012/01/isaiah5a-150x150.gif" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="isaiah5a" title="isaiah5a" /></a>di Federico Mugnai- Nel capitolo VII di “Due concetti di libertà”, intitolato “Libertà e sovranità” scrive Berlin: “La Rivoluzione francese , come ogni grande rivoluzione, fu almeno nella sua forma giacobina, proprio una di quelle eruzioni di libertà “positiva”, di auto direzione collettiva da parte di un gran numero di francesi che si sentirono liberati come [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-9379" title="isaiah5a" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2012/01/isaiah5a.gif" alt="isaiah5a" width="421" height="296" />di <strong>Federico Mugnai-</strong> Nel capitolo VII di “Due concetti di libertà”, intitolato “Libertà e sovranità” scrive Berlin: “La Rivoluzione francese , come ogni grande rivoluzione, fu almeno nella sua forma giacobina, proprio una di quelle eruzioni di libertà “positiva”, di auto direzione collettiva da parte di un gran numero di francesi che si sentirono liberati come nazione, anche se il risultato fu per moltissimi di loro una severa restrizione delle libertà individuali. Rousseau aveva parlato con esultanza del fatto che le leggi della libertà possono dimostrarsi più severe del giogo della tirannide. La tirannide è una servitù verso dei padroni umani; la legge non può essere un tiranno. “ Questa lunga premessa è utile per riflettere sul sottile filo di rasoio nel quale si staglia il contrasto tra tirannide e libertà e su certi equivoci, nati da un’interpretazione eccessivamente “positiva” della libertà, senza tener conto della necessità del compromesso con la libertà “negativa”. Rousseau intendeva la libertà come il possesso illimitato da parte di tutti di una quota di potere pubblico che ha facoltà di interferire con ogni aspetto della vita di ciascun cittadino. I liberali della prima metà del diciannovesimo secolo (J. Stuart Mill, Constant e Tocqueville) previdero, correttamente , che un uso eccessivo di libertà “positiva” avrebbe potuto facilmente distruggere una quantità considerevole di libertà “negative”, e misero in evidenza come la sovranità popolare avrebbe facilmente potuto distruggere quella individuale. Mill spiegò ad esempio che il governo popolare, nel suo senso del termine, non significava inevitabilmente libertà. Infatti governanti e governati non sono necessariamente lo stesso “popolo” e l’autogoverno democratico non è il governo “di ciascuno su se stesso” ma semmai “di tutti gli altri su ciascuno”. Constant partendo da un’analisi similare a Mill fece notare che il passaggio dell’autorità illimitata, comunemente detta sovranità, da una mano all’altra in seguito a una sollevazione vittoriosa non aumenta la libertà, ma sposta semplicemente il fardello della schiavitù, e si domandò, perché a un uomo dovrebbe stare tanto a cuore di essere schiacciato da un governo popolare piuttosto che da un monarca, o anche da un insieme di leggi oppressive. Aveva intuito che il problema non è chi eserciti l’autorità ma quanta autorità debba essere messa nelle mani di chicchessia. Affermava a tal proposito: “Non è contro il braccio che si deve inveire, ma contro l’arma. Certi pesi sono troppo gravosi per la mano dell’uomo.” Per questo la democrazia può disarmare una determinata oligarchia, ma può anche annientare gli individui altrettanto spietatamente di qualsiasi dominatore che l’abbia preceduta. Ma se le democrazie possono sopprimere la libertà senza cessare di essere democratiche (come nel caso della società auspicata da Rousseau), che cosa renderebbe libera la società stessa? Berlin seguendo la tradizione liberale del XIX secolo su questo punto è chiaro: “primo, nessun potere può essere considerato assoluto e solo i diritti possono esserlo, cosicché tutti gli uomini, da qualunque potere siano governati, hanno un diritto assoluto di  rifiutare di comportarsi disumanamente; secondo, esistono dei confini entro cui ogni persona dovrebbe essere inviolabile, e questi confini sono stabiliti da regole comunemente accettate.” Berlin pone quindi delle regole considerandole barriere necessarie per una pacifica convivenza comune e quindi affinché non ci sia l’imposizione della volontà di un uomo a un altro uomo. La solidità di tali barriere  accresce il valore e la qualità della libertà e ne frena le illusioni assolutiste che rischiano di portare al caos. Facendo un parallelo con la fisica, possiamo ad esempio constatare l’importanza dell’attrito (nel nostro caso le regole) dell’asfalto mentre andiamo in macchina, perché se la macchina (la libertà) si muovesse sul ghiaccio rischierebbe di andare fuori strada proprio per la mancanza di aderenza al suolo. L’importante è riconoscere la libertà come valore primario dell’individuo e non mascherarlo con altri valori che seppure importanti (l’uguaglianza, la fraternità) rischiano di ledere quel moto gigantesco che è la vita umana, fondata sulla possibilità di poter essere soggetto attivo, di fare scelte proprie all’interno della società. L’importanza per l’uomo e la società di concedere alla sua natura umana la piena libertà di dispiegarsi in direzioni innumerevoli e contrastanti deve essere l’interesse più profondo da perseguire.</p>
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