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	<title>Arezzo Polis</title>
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	<description>Spazio di dibattito politico e critica culturale</description>
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		<title>&#8220;Il carrozzone&#8221; di Rossi e la questione migratoria in Toscana</title>
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		<pubDate>Tue, 09 Mar 2010 15:19:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mugnai</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica Toscana]]></category>
		<category><![CDATA[immigrazione]]></category>
		<category><![CDATA[Rossi]]></category>

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		<description><![CDATA[<a href=http://www.arezzopolitica.it/2010/03/09/il-carrozzone-di-rossi-e-la-questione-migratoria-in-toscana/><img src=http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/03/1215702467506_51_ENRICO_ROSSI-300x227.jpg class=imgtfe hspace=5 align=left width=100  alt="" /></a>di Federico Mugnai  Il &#8220;carrozzone&#8221; di Enrico Rossi va &#8220;avanti tutta&#8221;, portandosi dietro tutti i relitti di vecchie ideologie in odor di putrefazione ovunque, tranne in Toscana, dove ancora pare si venda fumo abbastanza facilmente. I partiti che compongono la coalizione guidata da Enrico Rossi sono innumerevoli e comprendono tutte le sigle possibili ed immaginabili che rappresentano la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-3581" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/03/1215702467506_51_ENRICO_ROSSI-300x227.jpg" alt="1215702467506_51_ENRICO_ROSSI" width="300" height="227" />di <strong>Federico Mugnai </strong> Il &#8220;carrozzone&#8221; di Enrico Rossi va &#8220;avanti tutta&#8221;, portandosi dietro tutti i relitti di vecchie ideologie in odor di putrefazione ovunque, tranne in Toscana, dove ancora pare si venda fumo abbastanza facilmente. I partiti che compongono la coalizione guidata da Enrico Rossi sono innumerevoli e comprendono tutte le sigle possibili ed immaginabili che rappresentano la sinistra. Tutto ciò bisogna ammetterlo ha il suo fascino; vengono accontentati proprio tutti, porci e cani, in modo tale che le poltrone risultino ben suddivise, senza che il compagno di turno possa lamentarsi. Il problema però sarà accontentare tutti i rappresentati e segretari di questi partiti minoritari, con il rischio che per dare a tutti un contentino si debba stravolgere in parte ogni singola iniziativa regionale, scendendo così a continui compromessi che portano solo all&#8217;immobilismo decisionale di una giunta e all&#8217;anrchia di governo. Tutto ciò in una Regione come la Toscana che ha veramente bisogno di cambiare volto, con politiche sociali per le famiglie, i giovani e gli anziani, con liberalizzazioni varie e sburocratizzazione assolutamente necessaria. Il programma di Enrico Rossi, ahime non promette niente di buono e niente di nuovo. programma. Programma ovviamente spostato a sinistra con i soliti punti cardine: lavoro, energia pulita, integrazione degli stranieri (senza dimenticare ovviamente il punto essenziale e forse l&#8217;unico punto dove la sinistra riesce veramente a dare il suo meglio: l&#8217;ostruzionismo e la negligenza nell&#8217;applicare le direttive del governo nazionale). Peccato che il programma presenti punti tra loro discordanti ed antitetici; infatti la tutela del lavoro e l&#8217;integrazione degli stranieri se si approfondisce un pò la realtà Toscana e il programma della sinistra rappresentano un vero e proprio ossimoro! Da un recente rapporto Caritas-Migrantes, sappiamo che i cittadini stranieri in Toscana sono più dell&#8217;8% dei residenti in regione, che è molto diffuso il ricorso al lavoro nero e alla mono-committenza, che il salario medio degli immigrati è piuttosto basso (787 euro), che notevole è il disagio e la solitudine avvertita dagli stranieri, etc..E veniamo a sapere dallo stesso Rossi che, per far fronte a ciò,  verranno aperti dei centri appositi per gli immigrati dove saranno preparati al lavoro e integrati nella società. Una politica migratoria bieca che non tiene conto della capacità massima di immigrati che una società può accogliere, senza regole precise e senza i controlli necessari. E questi centri più che a far integrare gli immigrati sembrano servano come piccoli avamposti di potere, come &#8220;laboratori&#8221; dove gli immigrati verranno indottrinati a dovere. E quale integrazione ci potrà essere se agli immigrati  verranno concessi diritti, mentre i doveri saranno sempre sulle spalle dei cittadini toscani? L&#8217;accoglienza richiede una cosa essenziale: essere ben disposti verso gli altri. Quando però a noi toscani non sarà concesso di usufruire di alcuni servizi essenziali, a causa della folle spesa per trattenere tutti i migranti, come potremo essere a disposizione dell&#8217;altro? Come può una persona aiutare un&#8217;altra se egli stesso viene escluso dalla comunità, se interi quartieri della sua città si sono trasformati in piccole città straniere, se dopo tanti sacrifici vede che le case popolari vengono assegnate quasi esclusivamente agli immigrati così come i posti all&#8217;asilo nido per i figli, etc&#8230; ? Quale integrazione se si permetterà agli ultimi arrivati di calpestare i nostri simboli millenari, la nostra storia, le nostre radici, il nostro patrimonio culturale? E mentre imperversa la crisi economica e sociale chi glielo andrà a spiegare all&#8217;operaio toscano che è stato licenziato a causa del fallimento dell&#8217;azienda dove lavorava, che milioni di euro sono investiti per &#8220;preparare al lavoro i clandestini&#8221; e non per sostenere economicamente e con politiche sociali lui e la sua famiglia? Non ci meravigliamo e non ci scandalizziamo in futuro se anche nella tollerante e pacifica Toscana molti cittadini si scopriraranno un giorno insofferenti e intolleranti come avvenuto di recente in Olanda. Sarà colpa del buonismo senza regole della sinistra e della sua ideologia che la storia ha severamente condannato, ma che ancora affascina ed illude una buona fetta della Toscana.</p>
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		<title>In Europa c&#8217;è chi difende il burqa. E fa la festa alle donne-parola di Fiamma Nierstein</title>
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		<pubDate>Tue, 09 Mar 2010 14:44:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Frabetti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Costume e società]]></category>

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		<description><![CDATA[<a href=http://www.arezzopolitica.it/2010/03/09/in-europa-ce-chi-difende-il-burqa-e-fa-la-festa-alle-donne-parola-di-fiamma-nierstein/><img src=http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/03/6695-150x150.jpg class=imgtfe hspace=5 align=left width=100  alt="" /></a>(Redazione) Pubblichiamo un contributo di Fiamma Nierstein sulla vexata quaestio della questione femminile nel mondo arabo che ripropone l&#8217;attualità della festa della donna un un&#8217;ottica del tutto particolare e ci ricorda di vigilare sulla conservazione nell&#8217;Occidente e nel mondo dei valori di tolleranza, pluralismo e libertà, sempre più minacciati dall&#8217;incalzante fondamentalismo islamico.

Il Giornale, 9 marzo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignleft size-full wp-image-3578" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/03/6695.jpg" alt="6695" width="320" height="240" />(Redazione) Pubblichiamo un contributo di Fiamma Nierstein sulla <em>vexata quaestio</em> della questione femminile nel mondo arabo che ripropone l&#8217;attualità della festa della donna un un&#8217;ottica del tutto particolare e ci ricorda di vigilare sulla conservazione nell&#8217;Occidente e nel mondo dei valori di tolleranza, pluralismo e libertà, sempre più minacciati dall&#8217;incalzante fondamentalismo islamico.</strong></p>
<div>
<p><strong><em>Il Giornale</em>, 9 marzo 2010<br />
</strong><br />
È l’otto marzo, ed è molto triste ma significativo che l’Europa lo debba festeggiare con l’oltraggiosa riflessione sul burqa che, nella ricorrenza, Thomas Hammarberg ha presentato sul giornale più liberal d’Inghilterra, <strong><a href="http://www.guardian.co.uk/commentisfree/2010/mar/08/europe-ban-burqa-veil">il Guardian</a></strong>, il solito che sostiene soprattutto i diritti degli estremisti e dei terroristi.</p>
<p>Di Hammarberg ho un recente ricordo personale: una visita nella sua stanza della delegazione italiana al Consiglio d’Europa in cui gli furono porte forti rimostranze per una sua visita in incognito sul nostro terreno nazionale ai campi rom e per le sue aggressive conclusioni consegnate direttamente a Repubblica in un’intervista invece di elaborarle e discuterle, come si usa, in sede politica prima di pubblicizzarle. Fu gelido e formale, ceruleo, corretto e scostante quanto si può immaginare possa un tipo come lui con l’Italia d’oggi, anche se la delegazione era bipartisan; ricordo di essere rimasta ipnotizzata per alcuni secondi dai suoi piedi, infilati, forse per dimostrare un fiero rifiuto del cuoio, invece che nelle scarpe, in pantofole di stoffa. Il suo commento adesso potrebbe essere che ho violato, parlando dei suoi piedi, la sua privacy, perché è quella che sembra stargli molto a cuore quando ne parla come uno dei principali diritti umani violati se si proibisse alle donne musulmane di indossare il burqa.</p>
<p>Sì, per lui proibire il burqa è una invasione della privacy, e, certo, di quale privacy: quella che proibisce, fa oggetto di vergogna tutto quanto il corpo della donna, dall’espressione facciale alle scarpe. Dunque, per Hammarberg proibirlo, come stanno facendo vari Stati europei, sarebbe incompatibile con la Convenzione europea dei diritti umani, e ciò gli risulta ben più insopportabile che non vedere un essere umano vilificato e annullato, e anche tormentato fisicamente quanto può esserlo una donna col burqa.</p>
<p>Sarebbe stato bello se prima di parlare Hammerberg avesse letto il passaggio di «Mille splendidi soli» in cui Khaled Hosseini racconta: «Mariam non aveva mai indossato il burqa, Rashid dovette aiutarla&#8230; il pesante copricapo imbottito le stringeva la testa. Era strano vedere il mondo attraverso una grata. Si esercitò a camminare ma incespiscava continuamente nell’orlo. La innervosiva non poter vedere di lato ed era sgradevole sentirsi soffocare dal tessuto che le copriva la bocca&#8230;». Insomma, come si capisce qui, tanti diritti umani vengono violati dal burqa, fra cui quello essenziale alla libertà di movimento, quello alla salute (il pesante tessuto tutto appoggiato e stretto sulla testa crea gravissimi disturbi, confusione mentale, disturbi all’udito), e infine viola quello che per noi è il primo dei diritti, ovvero essere se stesse, e non un sacco di stoffa senza volto.<br />
Hammarberg dice che la proibizione metterebbe a rischio l’identità personale. Ma di quale identità parla, dato che essa, celata nel burqa, viene cancellata? Dove è la donna dentro il burqa? Chi mi garantisce che essa è ancora là, intera nella sua personalità, nei suoi sentimenti, col suo sguardo e i suoi gesti? Chi? Il maschio che l’accompagna e la sorveglia per strada o dentro il ristorante?</p>
<p>È altrettanto crudele quanto lo era per i colonialisti che praticavano la schiavitù pensando che fosse un diritto dell’uomo bianco il ritenere che le nostre formalistiche teorie dei diritti umani giustifichino il tormento delle donne imprigionate nel burqa. Lo sceicco Mohammed Tantawi, imam dell’Egitto, autorità sunnita eminente, visitando una scuola del Cairo ha chiesto a una ragazza col velo di toglierselo e le disse «Il niqab è una tradizione, non c’è nesso con la religione». L’imam ha dunque istruito la ragazza a non indossare mai più il velo e ha promesso una fatwa contro il suo uso nelle scuole. Ha anche concesso l’uso del fazzoletto legato sotto il mento, il hijab. Ma il burqa&#8230; il suo uso è sempre stato messo in discussione dall’islam moderato come una acquisizione recente del più estremo islamismo. Quando si presenta in Europa, è un manifesto di aggressività, un’azione affermativa in cui la donna, suo malgrado, diventa lo show familiare o di clan. Fadela Amara, un’attivista dei diritti delle donne musulmane e ora ministro in Francia, dice che fermare il burqa significa anche fermare il diffondersi del «cancro dell’islam radicale che distorce completamente il messaggio islamico».</p>
<p>E qui viene il punto della sicurezza evocato dal Commissario per i Diritti Umani. Phyllis Chesler spiega: «Seguite il burqa: dove lo troverete, probabilmente vi è abituale violenza contro le donne, abuso di bambini, delitto d’onore, poligamia, odio patologico per gli ebrei, gli indu, gli americani e vari altri infedeli. Vi si possono trovare anche cellule terroriste e sostenitori del terrore. Dunque, se si bandisce il burqa questo può ricondurre a casa loro, dove il terrorismo è accettato, gruppi estremisti». Il burqa è anche un comodo mezzo per nascondere qualsiasi cosa negli aeroporti o in altri luogi pubblici, ed è accaduto più volte. Tutte le argomentazioni di Hammarberg, svedese, di fatto contengono un gelido distacco alla propria identità, una deriva da se stessi, la perdita dell’affezione alla libertà della donna, così nostra, conquistata con tante faticose lotte in Europa. Vedere la libertà come il diritto di infilarsi in un sacco che nega l’esistenza femminile, è come accettare la crescita di delitti d’onore. È come accettare il reingresso surrettizio della poligamia (a Parigi 400mila persone vivono in famiglie poligamiche), è come restare silenti di fronte alla crescita delle corti islamiche a Londra&#8230;</p>
<p>Non è un argomento serio che sia preferibile evitare imposizioni perché altrimenti le donne in burqa non potranno più circolare: meglio dieci donne musulmane in più libere per strada e in ufficio, che una sofferente e avvolta nel burqa, normativa e assertiva verso le altre donne. La necessità familiare la costringerà prima o poi a uscire senza burqa. Ed è anche irrilevante l’idea che qualcuno possa sospettare chi vieta il burqa di islamofobia come dice Hammarberg. Le parole magiche non sono mai esistite, esiste la verità: il burqa fa male a chi lo indossa, fa male all’islam, fa malissimo a chi lo accetta passivamente, tanto più in nome dei diritti umani.</p></div>
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		<title>Il Quirinale e il &#8220;Decreto Regionali&#8221;: una prova di &#8220;buon senso&#8221;</title>
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		<pubDate>Sun, 07 Mar 2010 14:37:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Frabetti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica Nazionale]]></category>
		<category><![CDATA[bipartisan]]></category>
		<category><![CDATA[decreto liste]]></category>
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		<category><![CDATA[elezioni regionali 2010]]></category>

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		<description><![CDATA[<a href=http://www.arezzopolitica.it/2010/03/07/il-quirinale-e-il-decreto-regionali-una-prova-di-buon-senso/><img src=http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/03/200px-Presidente_Napolitano-150x150.jpg class=imgtfe hspace=5 align=left width=100  alt="" /></a>(Redazione) A seguito delle discussioni insorte sulla legittimità/opportunità che un Decreto-legge del Governo intervenisse sulle regole di presentazione delle liste in corso d&#8217;opera, a seguito della decisione del Governo Berlusconi di favorire la riammissione delle liste escluse con un proprio &#8220;decreto interpretativo&#8221; (sul quale si sono anche aperte molte discussioni sul versante tecnico-giuridico), siamo a [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="background: #f3f3f3"><span style="font-size: 9.5pt;color: black;font-family: 'Arial','sans-serif'"><img class="alignleft size-full wp-image-3563" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/03/200px-Presidente_Napolitano.jpg" alt="200px-Presidente_Napolitano" width="200" height="261" /><strong>(Redazione) A seguito delle discussioni insorte sulla legittimità/opportunità che un Decreto-legge del Governo intervenisse sulle regole di presentazione delle liste in corso d&#8217;opera, a seguito della decisione del Governo Berlusconi di favorire la riammissione delle liste escluse con un proprio &#8220;decreto interpretativo&#8221; (sul quale si sono anche aperte molte discussioni sul versante tecnico-giuridico), siamo a riportare e motivazioni che hanno spinto il Quirinale alla promulgazione del Decreto stesso, sotto forma di risposta a istanze e obiezioni di cittadini perplessi. La lettura del testo originale del Presidente Napolitano vale di più di qualsiasi commento: finalmente una prova di &#8220;buon senso&#8221; come auspicato. </strong></span></p>
<p style="background: #f3f3f3"><span style="font-size: 9.5pt;color: black;font-family: 'Arial','sans-serif'"><span style="font-size: 9.5pt;color: black;font-family: 'Arial','sans-serif'">Signor Presidente della Repubblica, <span style="font-size: 9.5pt;color: black;font-family: 'Arial','sans-serif'">le chiedo di non firmare il decreto interpretativo proposto dal governo in quanto in un paese democratico le regole non possono essere cambiate in corso d&#8217;opera e a piacimento del governo, ma devono essere rispettate da tutte le componenti politiche e sociali per la loro importanza per la democrazia e la vita sociale dei cittadini italiani.<br />
Confidando nella sua serenità e capacità di giudizio per il bene del Paese e nel suo alto rispetto per la nostra Costituzione.<br />
Cordiali saluti<br />
<strong><span style="font-family: 'Arial','sans-serif'">Alessandro Magni</span></strong></span><br />
</span></span></p>
<p style="background: #f3f3f3"><span style="font-size: 9.5pt;color: black;font-family: 'Arial','sans-serif'">Signor Presidente Napolitano,<br />
sono a chiederle di fare tutto quello che lei può per lasciarci la possibilità di votare in Lombardia chi riteniamo che ci possa rappresentare. Se così non fosse, sarebbe un grave attentato al diritto di voto.<br />
In fede<br />
<strong><span style="font-family: 'Arial','sans-serif'">M. Cristina Varenna</span></strong></span></p>
<p style="background: #f3f3f3"><em><span style="font-size: 9.5pt;color: black;font-family: 'Arial','sans-serif'">Egregio signor Magni, gentile signora Varenna,</span></em><em><span style="font-size: 9.5pt;color: black;font-family: 'Arial','sans-serif'"><br />
<em><span style="font-family: 'Arial','sans-serif'">ho letto con attenzione le vostre lettere e desidero, vostro tramite, rispondere con sincera considerazione per tutte le opinioni dei tanti cittadini che in queste ore mi hanno scritto. </span></em><br />
<em><span style="font-family: 'Arial','sans-serif'">Il problema da risolvere era, da qualche giorno, quello di garantire che si andasse dovunque alle elezioni regionali con la piena partecipazione dei diversi schieramenti politici. Non era sostenibile che potessero non parteciparvi nella più grande regione italiana il candidato presidente e la lista del maggior partito politico di governo, per gli errori nella presentazione della lista contestati dall&#8217;ufficio competente costituito presso la corte d&#8217;appello di Milano. Erano in gioco due interessi o &#8220;beni&#8221; entrambi meritevoli di tutela: il rispetto delle norme e delle procedure previste dalla legge e il diritto dei cittadini di scegliere col voto tra programmi e schieramenti alternativi. Non si può negare che si tratti di &#8220;beni&#8221; egualmente preziosi nel nostro Stato di diritto e democratico. </span></em><br />
<em><span style="font-family: 'Arial','sans-serif'">Si era nei giorni scorsi espressa preoccupazione anche da parte dei maggiori esponenti dell&#8217;opposizione, che avevano dichiarato di non voler vincere &#8211; neppure in Lombardia &#8211; &#8220;per abbandono dell&#8217;avversario&#8221; o &#8220;a tavolino&#8221;. E si era anche da più parti parlato della necessità di una &#8220;soluzione politica&#8221;: senza peraltro chiarire in che senso ciò andasse inteso. Una soluzione che fosse cioè &#8220;frutto di un accordo&#8221;, concordata tra maggioranza e opposizioni?</span></em><br />
<em><span style="font-family: 'Arial','sans-serif'">Ora sarebbe stato certamente opportuno ricercare un tale accordo, andandosi al di là delle polemiche su errori e responsabilità dei presentatori delle liste non ammesse e sui fondamenti delle decisioni prese dagli uffici elettorali pronunciatisi in materia. In realtà, sappiamo quanto risultino difficili accordi tra governo, maggioranza e opposizioni anche in casi particolarmente delicati come questo e ancor più in clima elettorale: difficili per tendenze all&#8217;autosufficienza e scelte unilaterali da una parte, e per diffidenze di fondo e indisponibilità dall&#8217;altra parte.</span></em><br />
<em><span style="font-family: 'Arial','sans-serif'">Ma in ogni caso &#8211; questo è il punto che mi preme sottolineare &#8211; la &#8220;soluzione politica&#8221;, ovvero l&#8217;intesa tra gli schieramenti politici, avrebbe pur sempre dovuto tradursi in soluzione normativa, in un provvedimento legislativo che intervenisse tempestivamente per consentire lo svolgimento delle elezioni regionali con la piena partecipazione dei principali contendenti. E i tempi si erano a tal punto ristretti &#8211; dopo i già intervenuti pronunciamenti delle Corti di appello di Roma e Milano &#8211; che quel provvedimento non poteva che essere un decreto legge.</span></em><br />
<em><span style="font-family: 'Arial','sans-serif'">Diversamente dalla bozza di decreto prospettatami dal Governo in un teso incontro giovedì sera, il testo successivamente elaborato dal Ministero dell&#8217;interno e dalla Presidenza del consiglio dei ministri non ha presentato a mio avviso evidenti vizi di incostituzionalità. Né si è indicata da nessuna parte politica quale altra soluzione &#8211; comunque inevitabilmente legislativa &#8211; potesse essere ancora più esente da vizi e dubbi di quella natura.</span></em><br />
<em><span style="font-family: 'Arial','sans-serif'">La vicenda è stata molto spinosa, fonte di gravi contrasti e divisioni, e ha messo in evidenza l&#8217;acuirsi non solo di tensioni politiche, ma di serie tensioni istituzionali. E&#8217; bene che tutti se ne rendano conto. Io sono deciso a tenere ferma una linea di indipendente e imparziale svolgimento del ruolo, e di rigoroso esercizio delle prerogative, che la Costituzione attribuisce al Presidente della Repubblica, nei limiti segnati dalla stessa Carta e in spirito di leale cooperazione istituzionale. Un effettivo senso di responsabilità dovrebbe consigliare a tutti i soggetti politici e istituzionali di non rivolgersi al Capo dello Stato con aspettative e pretese improprie, e a chi governa di rispettarne costantemente le funzioni e i poteri.</span></em><br />
<em><span style="font-family: 'Arial','sans-serif'">Cordialmente</span></em></span></em></p>
<p style="background: #f3f3f3"><em><strong><span style="font-size: 9.5pt;color: black;font-family: 'Arial','sans-serif'">Giorgio Napolitano</span></strong></em></p>
<p style="background: #f3f3f3"><strong><span style="font-size: 9.5pt;color: black;font-family: 'Arial','sans-serif'">PS. Inquietanti ed eversive appaiono le parole di Antonio Di Pietro, leader IDV, quando chiede la &#8220;messa in stato d&#8217;accusa&#8221; del Presiente Napolitano (cosa surreale, perchè in una democrazia come la Nostra, il Decreto può benissimo essere sottoposto al sindacato della Consulta se lo si ritiene illegittimo). Purtroppo, le dichiarazioni di Di Pietro ci convincono che l&#8217;anti-politica in Italia, dopo aver puntato ad erigere una &#8220;grande muraglia&#8221; tra maggioranza ed opposizione, punta all&#8217;<em>esclation</em> del <em>filybustering</em> e alla delegittimazione del Capo dello Stato per ragioni di parte (dopo non essere riuscita a delegittimare il Presidente del Consiglio). Vigiliamo, perchè questo scempio alle Istituzioni Rappesentative non sia perpetrato.</span></strong></p>
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		<title>La &#8220;politica del fare&#8221; contro la crisi e la disoccupazione. Sul &#8220;Ddl lavoro&#8221; di Sacconi.</title>
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		<pubDate>Sat, 06 Mar 2010 18:41:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Frabetti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Sindacato]]></category>

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		<description><![CDATA[<a href=http://www.arezzopolitica.it/2010/03/06/la-politica-del-fare-contro-la-crisi-e-la-disoccupazione-sul-ddl-lavoro-di-sacconi/><img src=http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/03/225px-Maurizio_Sacconi-150x150.jpg class=imgtfe hspace=5 align=left width=100  alt="" /></a>di Giorgio Frabetti- L&#8217;approvazione del Ddl  cd &#8220;collegato lavoro&#8221;, in discussione da due anni, promosso dal Ministro Sacconi costituisce un segnale nettamente positivo non solo perchè conferma (se ce ne era bisogno) la propensione del Governo Berusconi alla &#8220;politica del fare&#8221;, ma perchè costituisce una risposta coraggiosa, realistica e puntuale alle esigenze  di tutela del lavoro [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-3543" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/03/225px-Maurizio_Sacconi.jpg" alt="225px-Maurizio_Sacconi" width="225" height="338" />di <strong>Giorgio Frabetti</strong>- L&#8217;approvazione del Ddl  cd &#8220;collegato lavoro&#8221;, in discussione da due anni, promosso dal Ministro Sacconi costituisce un segnale nettamente positivo non solo perchè conferma (se ce ne era bisogno) la propensione del Governo Berusconi alla &#8220;politica del fare&#8221;, ma perchè costituisce una risposta coraggiosa, realistica e puntuale alle esigenze  di tutela del lavoro e di sostegno del reddito, divenute molto pressati a seguito dell&#8217;incrudelirsi della crisi economica. Il provvedimento copre una vasta serie di istituti guslavoristici e previdenziali (l&#8217;apprendistato, il lavoro usurante), ma è chiaramente venuto alla ribalta delle cronache per le disposizioni sui licenziamenti e sull&#8217;arbitrato, che, per alcuni, configurerebbero limitazioni aribitrarie e troppo pesanti alle tutele giurisdizionali del lavoratore. In sintesi, la legge rimodula diversamente il sistema delle decadenze e delle preclusioni per impugnare il licenziamento illegittimo: resta il termine di 60 gg. di decadenza per la prima impugnativa; dopodichè, l&#8217;azione giurisdizionale di licenziamento resterebbe esperibile dal lavoratore fino ai successivi 180 gg.: in pratica, il lavoratore ha a disposizione 240 gg. per decidere di ricorrere contro il licenziamento e non più di 05 anni e 60 gg. di prima. Inoltre, la norma precisa che, in caso di mancata conciliazione o di fallita procedura aribitrale, il lavoratore ha a disposizione per il ricorso 60 gg.  dall&#8217;abbandono della conciliazione o dell&#8217;arbitrato. Parranno queste disposizioni meramente tecniche e di scarsa rilevanza sociale; dobbiamo, però, considerarne l&#8217;incidenza alla luce dell&#8217;attuale crisi economica, che vede (complice la recente normativa &#8220;anti-crisi&#8221;) aumentare la platea delle aziende (anche piccole fino a 15 dipendenti) che si risolvono a chiedere l&#8217;aiuto delle Regioni e dell&#8217;INPS per la <em>Cassa Integrazione in deroga</em>, eliminando una stortura ed una disparità di trattamento, tra Aziende piccole ed Aziende grandi finora molto grave e che impacciava non poco l&#8217;accesso a queste pratiche. Finora, ad esempio, la legge non riconosce per le piccole aziende la &#8220;causa collettiva&#8221; (riduzione personale) per il licenziamento: questo significa, nel caso di licenziamento dei Dipendenti e di richiesta alla Regione della &#8221;mobilità in deroga&#8221;,  che l&#8217;Azienda in crisi restava finora soggetta alla &#8220;spada di damocle&#8221; delle limitazioni classiche contro il licenziamento individuale; che il lavoratore si sarebbe verosimilmente riservato di utilizzare per i casi (frequenti) di mancata copertura finanziaria per la mobilità. Viceversa, le grandi aziende, grazie alla l 223/1991, beneficiano del ricoscimento della &#8220;causa collettiva&#8221; del licenziamento per crisi ed esubero aziendale, che (salvo casi evidenti di frode aziendale)vale a precludere  in capo ai Lavoratori la possibilità di fruire delle ordinarie limitazioni al potere di licenziamento datorile. Ognuno può rendersi agevolmente conto che la mancanza di un simile &#8220;scudo&#8221; per i licenziamenti &#8220;da crisi&#8221; per le piccole aziende costituiva finora una vera remora contro il radicamento degli ammortizzatori sociali; ora, le più stringenti  preclusioni introdotte da Sacconi, nonchè le ampie agevolazioni per gli arbitrati allentano sulle piccole aziende la morsa delle reazioni ai licenziamenti in casi di crisi aziendali, creando un clima (comunque lo si giudichi) più propizio e sereno per la gestione di tali delicate vicende. La stessa logica &#8220;anti-crisi&#8221; è ravvisabile nella previsione del &#8220;collegato&#8221; che ammette, in caso di disconoscimento dei contratti a tempo determinato, la copertura retributiva fino a 12 mesi. Finora, l&#8217;Azienda, nei 05 anni di cessazione del rapporto a termine, poteva subire (anche a distanza di molto tempo!) i ricorsi giudiziali dell&#8217;Ex-Dipendente a termine (solitamente per la ricostruzione di periodi lavorativi non coperti da contribuzione ed utili ai fini della posizione previdenziale); il che comportava evidenti ed inutili irrigidimenti, specie laddove la stessa Azienda convenuta in giudizio fosse coinvolta in problematiche di riassetto organizzativo; senza contare, naturalmente, gli aggravamenti per gli Uffici giudiziari (i quali, con stratagemmi tecnico-giuridici vari, avevano finito per favorire al massimo grado l&#8217;insabbiamento di simili pratiche). Oggi, la legge fissa in 12 mesi il tetto retributivo (e contributivo) di cui il lavoratore può chiedere la copertura per le cause di annullamento dei contratti a tempo determinato. Certo, il tempo dirà se e come questa disposizione si consoliderà (una disposizione simile, introdotta nella <em>Manovra d&#8217;Estate</em> 2008 per contenere le richieste di risarcimento dai contratti a termine delle poste è stata annullata dalla Consulta per violazione dei diritti alla tutela giurisdizionale). Allo stato attuale, però, non si può disconoscere il significato economico della disposizione che rafforza concretamente e notevolmente il quadro delle tutele del reddito dei lavoratori a termine che hanno perso il lavoro: accanto alla tutela &#8220;anti-crisi&#8221; e alla tutela classica contro la disoccupazione, il lavoratore a termine può godere, in caso di perdita del lavoro, di un &#8220;salario di riserva&#8221; fino a 12 mensilità che appare certo utile e significativo, specie a compenso di &#8220;ammortizzatori sociali&#8221; di incerta copertura. Ha fatto, poi, molto discutere quella clausola della legge che ammette, per il giudizio arbitrale sui licenziamenti, la decisione &#8220;secondo equità&#8221;, in conformità ai principi dell&#8217;ordinamento giuridico: gli anti-berlusconiani hanno letto in questa clausola l&#8217;intenzione del governo di realizzare una sorta di <em>golpe</em> contro i diritti dei lavoratori, ammettendo deroghe ai diritti dei lavoratori, dove finora regnava il regime della più ferma inderogabilità; questo perchè, quando si parla di &#8220;equità&#8221;, in gergo tecnico e giurisdizionale ci si riferisce al potere del giudice di decidere la causa secondo il &#8220;senso comune della giustizia&#8221; e non secondo la legge formale. E&#8217; facile rendersi conto che gli argomenti dei detrattori (un moderato come Tiziano Treu ha parlato di &#8220;disposizioni eversive&#8221;!) sono demagogia pura: in effetti, se il legislatore avesse inteso riconoscere all&#8217;equità un&#8217;efficacia creativa (da &#8220;fonte del diritto&#8221;) avrebbe dovuto modificare le <em>disposizioni preliminari alla legge in generale</em> e l&#8217;art. 12 di queste, in particolare: cosa che non mi risulta essere stata fatta. Pertanto, non mutando tali disposizioni generali, l&#8217;equità resta confinata al ruolo che attualmente l&#8217;ordinamento giuridico generale le riconosce come fonte creatrice del diritto, ovvero un ruolo marginale e residuale. A margine, del tutto speciosa è la polemica aperta nei giorni scorsi da <em>Il fatto quotidiano</em> sull&#8217;illegittimità dell&#8217;introduzione dell&#8217; arbitrato tra Azienda e Lavoratore per i casi di controversie inerenti il rapporto di lavoro: sull&#8217;arbitrato scese un pesante &#8220;anatema&#8221; dei giuslavoristi ai tempi della riforma del processo del lavoro del 1973 per il timore che gli aribitri, giudici privati per eccellenza, inquinassero le tutele conquistate duramente dai lavoratori con le lotte sindacali; oggi, si ripropone lo stesso anatema. L&#8217;anatema è formalmente ingiustificato, se si considera che l&#8217;arbitrato è previsto dalla legge come meramente eventuale e se si considera che deve essere comunque regolato dai contratti collettivi. Forse un qualche timore può essere giustificato per quelle Aziende che operano a livello transazionale, e che attraversino Stati con sistemi di tutela dei lavoratori differenti: in ogni caso, la legge non ha introdotto per l&#8217;arbitrato un sistema improntato a logiche di <em>deregoulation</em>: viceversa, il &#8220;collegato&#8221; ha previsto che le cd &#8220;clausole compromissorie&#8221; (istitutive della facoltà di ricorrere all&#8217;arbitrato) siano approvate (rectius: &#8220;certificate&#8221;) dalle Commissioni di Certificazione, istituite presso le competenti <em>Direzioni Provinciali del Lavoro</em>. In conclusione, se si può trovare un <em>fil rouge</em> che lega queste tra le più importanti disposizioni del &#8220;collegato lavoro&#8221; si deve dire (a caldo della sua approvazione) che il provvedimento appare ispirato ad una ferma e anche spregiudicata attenzione per i risvolti stragiudiziali delle vertenze di lavoro, con netta propensione a favorire la &#8220;monetizzazione&#8221; delle vertenze. Questo farà sicuramente storcere il naso ai &#8220;puristi&#8221; del diritto del lavoro (pronti a denunciare una &#8220;privatizzazione&#8221; e &#8220;mercificazione&#8221; del diritto del lavoro), ma tale politica del diritto appare del tutto coerente con la finalità che ha fin qui ispirato il governo Berlusconi: favorire l&#8217;aiuto e il sostegno al reddito dei lavoratori colpiti dalla crisi e dalla disoccupazione. Il Ministro Sacconi, su <em>Il Sole 24 Ore</em> di giovedì scorso, lo ha detto molto chiaramente: &#8220;la seconda tappa del &#8216;collegato lavoro&#8217; sarà la riforma degli ammortizzatori sociali&#8221;; e c&#8217;è da credergli, dal momento che le principali disposizioni del &#8216;collegato&#8217; effettivamente creano i presupposti per facilitare il radicamento degli &#8220;ammortizzatori&#8221; medesimi, nelle piccole e medie aziende, finora escluse. Un segno evidente che il Governo è fermo e compatto nel perseguire contro la crisi e la disoccupazione una &#8220;politica del fare&#8221;, a dispetto delle prefiche e dei catastrofisti di questi tempi.</p>
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		<title>Formignoni-Polverini: saniamo le irregolarità con il voto regolare</title>
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		<pubDate>Thu, 04 Mar 2010 21:16:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Frabetti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica Nazionale]]></category>
		<category><![CDATA[elezioni regionali 2010]]></category>
		<category><![CDATA[formigoni]]></category>
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		<description><![CDATA[<a href=http://www.arezzopolitica.it/2010/03/04/formignoni-polverini-saniamo-le-irregolarita-con-il-voto-regolare/><img src=http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/03/elezioni_jpg_17444042972-150x150.jpg class=imgtfe hspace=5 align=left width=100  alt="" /></a>di Giorgio Frabetti- E&#8217; di mercoledì sera la notizia dell&#8217; esclusione dei &#8216;listini&#8217; di Roberto Formigoni in Lombardia e di Renata Polverini in Lazio, per irregolarità nelle firme e nelle autentiche che avrebbero reso impossibile il raggiungimento del quorum di presentazione delle liste. Tale esclusione porta con sè l&#8217;esclusione del PDL dalla competizione alle elezioni regionali, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-3530" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/03/elezioni_jpg_17444042972.jpg" alt="elezioni_jpg_1744404297" width="331" height="265" />di <strong>Giorgio Frabetti</strong>- E&#8217; di mercoledì sera la notizia dell&#8217; esclusione dei &#8216;listini&#8217; di Roberto Formigoni in Lombardia e di Renata Polverini in Lazio, per irregolarità nelle firme e nelle autentiche che avrebbero reso impossibile il raggiungimento del <em>quorum</em> di presentazione delle liste. Tale esclusione porta con sè l&#8217;esclusione del PDL dalla competizione alle elezioni regionali, lasciando campo libero agli avversari. A Roma, ciò significa lasciare la vittoria a Emma Bonino, candidata pressocchè unica. Richiesto di rimediare al &#8220;pateracchio&#8221;, il Ministro dell&#8217;Interno Roberto Maroni, ha dichiarato l&#8217;indisponibilità propria e del Governo a provvedere d&#8217;urgenza. Il Presidente della Repubblica ha deplorato l&#8217;episodio; il Presidente del Senato, Sen. Renato Schifani, pur dispiaciuto, ha tenuto a precisare che, quando sono in gioco procedure elettorali, dove è in gioco l&#8217;esercizio della &#8220;sacra&#8221; svranità popolare, il rispetto delle forme è sostanza; viceversa, il Presidente della Camera dei Deputati, On. Gianfranco Fini, non ha mancato di lanciare frecciate velenose al coordinamento PDL (&#8221;Questa PDL non mi piace&#8221;, ha detto). Che lezione trarre da un simile incidente abbastanza inconsueto? Naturalmente, non sono mancate le tesi volte ad accreditare un &#8220;complotto&#8221; interno al PDL tra fautori e dissidenti dell&#8217;attuale dirigenza; senza scomodare tesi così impegnative, è comunque più che probabile, come dice su &#8216;Repubblica&#8217; di mercoledì uno dei Vice-Coordinatori Ignazio La Russa, che i responsabili della raccolta delle firme siano stati più che leggeri, per non aver raccolto firme oltre la cd &#8220;soglia di sicurezza&#8221;; come meritano considerazione le opinioni di Ignazio La Russa che addebita la circostanza alla mancanza di &#8220;buon senso&#8221; degli Uffici Elettorali, che in altri tempi avevano consentito ai partiti un margine operativo maggiore. Una riflessione che è certamente apprezzabile, considerato il sostanziale &#8220;ostruzionismo&#8221; esercitato dai Radicali, che ha condizionato non poco i Giudici nel &#8220;prendere alla lettera&#8221; le norme di legge. Ci sia consentita una piccola riflessione: davvero un simile stato di cose non è rimediabile con il &#8220;buon senso&#8221;? E&#8217; davvero così impossibile per il Governo intervenire? Non potrebbe prevalere anche nella legge elettorale regionale un concetto di &#8220;rappresentatività effettiva&#8221; (analoga a quella dei sindacati nello <em>Statuto dei Lavoratori</em>)? E non va già in questa direzione la l. 250/2005 (legge elettorale per Camera e Senato) che esonera dalla raccolta delle firme le formazioni che hanno già rappresentanti in Parlamento?Va bene che Franceschini e Rutelli dicano: &#8220;le leggi elettorali si fanno e poi si aggirano&#8221;; ma, anche ammettendone l&#8217; &#8220;aggiramento&#8221;, dovrebbe prevalere la razionalità politico-costituzionale (il &#8220;buon senso&#8221; di cui parla l&#8217;On. Ignazio La Russa). Se prevalesse il senso di responsabilità e non la demagogia (come purtroppo parrebbe succedere adesso), dovrebbe essere il PD, il principale partito di opposizione, il primo interessato a soprassedere, affinchè le elezioni si tengano regolarmente in Lazio e Lombardia, accordandosi con i Ministeri competenti, affinchè, in via di disposizioni amministrative, si rimedi al danno, ristabilendo &#8230; il &#8220;buon senso&#8221;. E&#8217; evidente a tutti, infatti, che un Presidente PD in Lazio o Lombardia sarebbe un Presidente dimezzato, perchè la sua elezione sarebbe esposta all&#8217;annullamento in via amministrativa (come successe nel 2005 per la Basilicata). Non è, quindi, &#8220;incicio&#8221; un&#8217;intesa tra PDL e PD per recuparare la Polverini e Formignoni nelle elezioni del Lazio e della Lombardia. Solo una setta marginale e acefala come il Partito Radicale di Emma Bonino e Marco Pannella può illudersi di avere successo, confidando in questi metodi. Ma se è scontato comprendere i motivi che hanno spinto un partitino come i Radicali italiani a simili gesti (in fondo, più un partito è piccolo e marginale, più è pressocchè costetto al <em>filybustering</em> politico-giudiziario, per guadagnarsi spazio e visibilità), meno comprensibile è che il PD si accodi senza fare nulla; ovvero un partito che sulla carta, resta il più importante partito di opposizione e che non è condizionato dall&#8217;ossessione dello &#8220;sbarramento&#8221;. Qui sta la miopia del PD che, preso dalla facile rendita elettorale del <em>filybustering</em> politico, sembra adbicare al compito (elementare in una democrazia bipolare) di stabilizzare il bipolarismo: in una democrazia maggioritaria seria, cioè, il PD (partito di opposizione) dovrebbe condividere, insieme al PDL (partito di maggioranza), l&#8217;interesse ad isolare i concorrenti dei &#8216;partitini&#8217;; e non lasciarli fare, come oggi con i Radicali. Ecco, perchè l&#8217;esclusione della Polverini e di Formignoni dalle elezioni regionali  rappresenta forse la prima e più pesante sconfitta del bipolarismo che l&#8217;Italia abbia conosciuto dagli anni &#8216;90 a questa parte: non c&#8217;è bipolarismo funzionante, laddove piccoli partiti marginali possono mettere sotto scacco per fatti puramente formali partiti rappresentativi come il PDL. Noi abbiamo conosciuto una stagione politica in cui hanno dominato le &#8220;formazioni marginali&#8221;: era la <em>Prima Repubblica</em>. Questa &#8220;democrazia proporzionalista&#8221; ha potuto tenere finchè partiti come la DC, il PSI e il PCI (fondatori della Repubblica) detenevano da soli i due terzi e oltre del Parlamento e una larghissima base di insediamento sociale: finchè questi partiti erano forti, le strategie di partiti marginali come Pannella e simili, di puntare alla destabilizzazione del gioco politico (allora tramite <em>referendum</em>) non ebbero seguito. Possibile che PD e PDL che insieme detegono più dei 2/3 dei voti e dei seggi non riescano ad esercitare un simile ruolo moderatore e regolatore del gioco politico contro il filybustering dei Radicali? Altrettanto, vero che nella Prima Repubblica una simile possibilità di regolazione del gioco politico implose, quando DC, PSI e PCI, alle elezioni politiche del 1992, raccolsero da soli meno dei due quinti dei voti, lasciando un buon terzo dei voti a formazioni di protesta e ultra-marginali come Lega, Lista Pannella, <em>Rete</em>, Verdi e simili. Una simile frammentazione ed una simile preponderanza di formazioni politiche marginali agevolò <em>Tangentopoli</em> e i guasti giustizialisti che tutti conoscono. Forse uno scenario simile si produrrà dopo le Regionali; forse su uno scenario del genere qualcuno spera e specula. In ogni caso, bando ai formalismi, facciamo prevalere sulla forma delle leggi elettorali, la sostanza; saniamo, quindi, le irregolarità formali con il voto regolare.</p>
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		<title>Contro il bullismo: l’educazione sentimentale</title>
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		<pubDate>Wed, 03 Mar 2010 23:06:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Armao</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica Arezzo]]></category>
		<category><![CDATA[bullismo]]></category>
		<category><![CDATA[educazione sentimentale]]></category>

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		<description><![CDATA[<a href=http://www.arezzopolitica.it/2010/03/04/contro-il-bullismo-l%e2%80%99educazione-sentimentale/><img src=http://www.associazionelogos.org/wp-content/uploads/2009/04/amorre.jpg class=imgtfe hspace=5 align=left width=100  alt="" /></a>di Antonino Armao - Il Comune di Arezzo, Assessorato alle politiche giovanili, ha annunciato in questi giorni l’avvio di una intensa attività di formazione sulla “educazione alla diversità e prevenzione del bullismo omofobico”.
Tradotto per i comuni mortali che pagano le tasse, significa che il Comune di Arezzo spiega ai giovanissimi che l’identità sessuale va accettata [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong><a href="http://www.associazionelogos.org/wp-content/uploads/2009/04/amorre.jpg"><img class="alignleft" src="http://www.associazionelogos.org/wp-content/uploads/2009/04/amorre.jpg" alt="" width="356" height="194" /></a>di Antonino Armao -</strong> Il Comune di Arezzo, Assessorato alle politiche giovanili, ha annunciato in questi giorni l’avvio di una intensa attività di formazione sulla “educazione alla diversità e prevenzione del bullismo omofobico”.</p>
<p style="text-align: justify;">Tradotto per i comuni mortali che pagano le tasse, significa che il Comune di Arezzo spiega ai giovanissimi che l’identità sessuale va accettata per quello che è in tutte le sue forme e varietà. Un mio amico riesce a contarne sei, di identità sessuali. Con la mia limitata “educazione alla diversità” riesco a contarne solo tre. Ma dopo il caso Marrazzo devo ammettere di avere guadagnato almeno un numero.</p>
<p style="text-align: justify;">Le intenzioni sono ottime. Il bullismo nelle scuole va estirpato a partire dalle più innocue (apparentemente) manifestazioni di intolleranza verso tutte le forme di diversità: dalla discriminazione dei disabili a quella verso gli stranieri, passando per tutte le gradazioni di imbecillità.</p>
<p style="text-align: justify;">Detto questo però temo che nel progetto finanziato dal Comune di Arezzo ci sia un contenuto ideologico che con la lotta al bullismo ha poco a che vedere. Anzi.</p>
<p style="text-align: justify;">Una cosa è affermare con forza il rispetto della Persona in tutte le sue manifestazioni senza distinzione di razza, sesso, lingua, religione, etc. e un’altra cosa è dire che i comportamenti e i rapporti sessuali hanno tutti pari dignità.</p>
<p style="text-align: justify;">Ora, la democrazia è una gran cosa perché chi vince le elezioni amministra il denaro pubblico come gli pare. Ma fino a un certo punto.</p>
<p style="text-align: justify;">Perchè c’è anche un’altra città che forse non è minoritaria (tutt’altro) e che non si sente per niente rappresentata da questo Comune, specie quando prende certe iniziative fortemente ideologiche.</p>
<p style="text-align: justify;">C’è un’altra città secondo cui i giovani avrebbero bisogno non tanto di una “educazione sessuale” intesa come indifferenza etica verso tutte le forme di accoppiamento consentite da madre natura, quanto piuttosto di una buona “educazione sentimentale”, magari inserita nei programmi scolastici.</p>
<p style="text-align: justify;">Che cosa è l’educazione sentimentale?</p>
<p style="text-align: justify;">E’ un modo per educare alla complementarità tra uomo e donna e alla valorizzazione di un rapporto umano e rispettoso tra i sessi.</p>
<p style="text-align: justify;">E’ un modo per promuovere tra i giovani lo sviluppo di un rapporto tra i due sessi improntato ai valori del rispetto, della solidarietà nonché del riconoscimento e dell&#8217;affermazione delle rispettive personalità.</p>
<p style="text-align: justify;">E’ un modo per restituire ai giovani ciò che è stato loro rubato da una società che offre stereotipi negativi che comportano una ipersessualizzazione precoce.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli studi dimostrano che i bambini più esposti a tali stimoli crescono con una rigida visione di genere: maschi dominatori e ragazze sottomesse.</p>
<p style="text-align: justify;">È stato inoltre dimostrato il legame tra erotizzazione precoce, disordini del comportamento alimentare, bassa autostima, depressione, violenza.</p>
<p style="text-align: justify;">Il bullismo quindi è anche il risultato del disordine “sentimentale” che con il progetto di “educazione alla diversità” dell’Assessore, è destinato ad aumentare. Con i nostri soldi e, soprattutto, sulla pelle dei nostri figli.</p>
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		<title>Elezioni regionali 2010: il nuovo volto della politica italiana</title>
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		<pubDate>Tue, 02 Mar 2010 23:47:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Frabetti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica Nazionale]]></category>
		<category><![CDATA[elezioni]]></category>
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		<category><![CDATA[giustizialismo]]></category>
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		<category><![CDATA[transizione italiana]]></category>

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		<description><![CDATA[<a href=http://www.arezzopolitica.it/2010/03/03/elezioni-regionali-2010-il-nuovo-volto-della-politica-italiana/><img src=http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/03/italia2-150x150.gif class=imgtfe hspace=5 align=left width=100  alt="" /></a>di Giorgio Frabetti- Per essere iniziata male, è iniziata male: la bocciatura delle liste del PDL nella Provincia di Roma (dove il partito sostiene la Polverini, UGL) e nella Provincia di Milano (dove sostiene Formigoni) indicano senza possibilità di equivoco che la campagna elettorale per le elezioni regionali 2010 non ha preso una bella piega. Anche se il PDL [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-3498" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/03/italia2.gif" alt="italia2" width="310" height="310" />di <strong>Giorgio Frabetti</strong>- Per essere iniziata male, è iniziata male: la bocciatura delle liste del PDL nella Provincia di Roma (dove il partito sostiene la Polverini, UGL) e nella Provincia di Milano (dove sostiene Formigoni) indicano senza possibilità di equivoco che la campagna elettorale per le elezioni regionali 2010 non ha preso una bella piega. Anche se il PDL vincerà in Lombardia e Lazio (Regioni decisive ed essenziali per il consolidamento politico del PDL), e anche se i primi sondaggi (vedi &#8216;Repubblica&#8217; di domenica) paiono confermare per il PDL alle prossime regionali un <em>trend</em> positivo e in linea con le consultazioni degli ultimi anni (circa un 36% nazionale), il rischio è che dalle elezioni di fine marzo escano Presidenze regionali di centro-destra politicamente deboli: facilmente soggette a ricorsi giurisdizionali al TAR per irregolarità elettorali (vedi precedenti di Alternativa Sociale in Lazio), ovvero a &#8220;manovre giudiziarie&#8221; di altro tipo (come pare profetizzare, neanche troppo tra le righe, Ilvo Diamanti su &#8216;la Repubblica&#8217; di domenica, ma ciò è conforme al precedente Marrazzo). Il centro-destra, quindi, dovrà affrontare le prossime elezioni, prendendo contemporaneamente le distanze sia dal catastrofismo e dalla sindrome &#8216;declinista&#8217;  paventata dalla Sinistra (e da certe frange dissidenti della PDL) sia dal facile trionfalismo: il quadro politico è in veloce mutamento, perchè la crisi economica accentua la mutazione della competizione politica; non è realistico, quindi, applicare alla lotta politica di oggi gli schemi strategici e tattici dei primi anni &#8216;90, pena il quasi sicuro fallimento (se non elettorale, a livello di consolidamento del potere regionale); viceversa,  se il centro-destra non si fossilizzera in schemi antiquati, ma saprà intercettare negli indiscutibili fattori di discontinuità economico-sociale vere e proprie &#8220;fintestre di opportunità&#8221;, allora non solo avrà assicurata la vittoria alle regionali, ma riuscirà a consolidare i successi, senza subire i purtroppo facili e prevedibili contraccolpi &#8220;giustizialisti&#8221;.  Anzitutto, i fattori di discontinuità  che marcano la distanza delle attuali elezioni regionali dalle elezioni politiche (2008) ed Europee (2009) sono due: <strong>01)</strong> il contesto politico nazionale, segnato dalla fine dell&#8217;antagonismo comunista di Bertinotti; <strong>02)</strong> la dimensione regionale delle elezioni (che interagisce con molta forza su un altro &#8220;convitato di pietra&#8221; di queste elezioni: la &#8220;crisi economica&#8221;). Non ci possiamo negare, in primo luogo, la &#8220;svolta epocale&#8221; che si è realizzata con le elezioni politiche 2008 e che ancora molti analisti (di destra, ma anche di sinistra e penso ancora a Diamanti) faticano a cogliere: ci si dimentica, cioè, troppo facilmente che nel 2008 in Italia è caduto finalmente il Muro di Berlino! Cosa intendo dire? Per la prima volta dopo 60 anni, dal 2008, nel Parlamento italiano non siedono più i Comunisti! Con la fine politica di Bertinotti, in Italia si è chiusa l&#8217;epoca del Comunismo e dei residuati &#8220;nostalgici&#8221; post 89, sopravvissuti (come nell&#8217;Est ex Comunista) grazie ai residui di sindacalismo molto forti nei settori del Pubblico Impiego. Con la fine di Bertinotti e dell&#8217;ultima estrema ipotesi di rinnovamento del Comunismo italiano (quale era il <em>Partito della Rifondazione Comunista)</em>, finisce l&#8217;epoca di una politica fissata su rigidi binari ideologici e classisti (tra gli ottimisti e fautori del libero mercato globalizzato e i catastrofisti della globalizzazione); e con questa epoca, cade ogni alibi residuo di &#8220;non decisione&#8221; politica. In primo luogo, è caduto l&#8217;alibi per i Comunisti ex-PDS e DS per la loro politica della &#8220;doppia morale&#8221;: sindacalista dura e pura in piazza e nei rapporti con la CGIL, filo-liberista nelle decisioni di Governo (spesso coperte da decisioni &#8216;tecniche&#8217; o imposte dalla UE, vedi Protocollo <em>Welfare</em> Prodi 2007); ma anche per il centro-destra è caduto l&#8217;alibi dello spauracchio dei Comunisti. Fino a che Bertinotti era presente sulla scena politica, il centro-destra poteva contare sul voto sicuro del ceto medio. Parliamoci chiaro: è almeno dal 2003-2004 che i distretti manifatturieri del Nord-Est (e in parte dell&#8217;Ovest), grande feudo dell&#8217;elettorato, prima leghista, e poi berlusconiano, accusano la crisi per la concorrenza della Cina e dell&#8217;Est e non nascondono lo scontento nemmeno per la politica economica berlusconiana (il convegno di <em>Confindustria</em> di fine marzo 2006 con il duro scontro tra Berlusconi, allora <em>premier</em> uscente e l&#8217;imprenditore Della Valle sono stati eloquenti!). Se questo elettorato settentrionale non ha mutato il proprio voto, è stato perchè l&#8217;alternativa a Berlusconi era rappresentata dalla politica classista di Bertinotti che proponeva la tassa di successione e la penalizzazione dei lavoratori autonomi. Oggi, Bertinotti non c&#8217;è più; ma c&#8217;è ancora la crisi che morde più di ieri specialmente nei Distretti berlusconiani e leghisti (vedi Varese, vedi Bergamo): per gli anti-berlusconiani (principalmente IDV e UDC), quindi, si apre un potenziale mercato politico per il &#8220;voto di protesta&#8221;, ieri sconosciuto (vedi Facci). Gli avvenimenti provvederanno a smentire o a confermare questa mia convinzione: certo, però, laddove il voto regionale, ad esempio in Lombardia, finisse per registrare un&#8217;affermazione (per quanto marginale e sensibile) di IDV, questa circostanza dovrà essere valutata come sintomo di una sostanziale vittoria dell&#8217;anti-politica sulla proposta politica PDL! Un altro fattore che può oltremodo favorire l&#8217;antipolitica è la dimensione localistica delle elezioni, quest&#8217;anno forse più forte di ieri (complice la crisi economica): questo perchè la crisi econiomica morde e l&#8217;Ente Regione (oggi al voto) è la prima referente delle decisioni relative alla crisi e alle Casse Integrazioni; è, quindi, naturale che siano le politiche regionali (più che quelle nazionali) oggetto della prevalente attenzione da parte degli elettori. Questo condiziona il <em>trend</em> della competizione politica: evidentemente,  per vincere non basterà esibire i volti dei leader politici nazionali più popolari. L&#8217;attuale dimensione locale e la centralità oggettiva delle Regioni nella <em>governance</em> della crisi economica e sociale, determina nei fatti un vantaggio competitivo notevole per quei politici capaci di coniugare la dimensione nazionale e locale della loro proposta politica. Ci ricordiamo ancora del braccio di ferro tra Direzione la Nazionale del PD e Niki Vendola sfociate poi nel plebiscito delle &#8220;primarie&#8221; a favore del Presidente uscente della Regione Puglia? Questa vicenda, quindi, basta da sola a dimsotrare come in questa campagna elettorale mal incoglierà a quei politici che intendessero &#8220;vivere di rendita&#8221; e sfruttare fattori di politica nazionale. ma un tale marcato localismo rischia di indebolire ulteriormente i centri direzionali della politica nazionale ed accentuare gli attuali fattori di crisi della politica, che, in questi ultimi anni, complice la crisi economica, stanno galoppando, raggiungendo proporzioni inquietanti e perverse. In particolare, il fatto che, come ai tempi di <em>Tangentopoli</em>, si stia tornando ad una forte aggressività e visibilità della Magistratura sulla politica è eloquente della svolta epocale che stiamo attraversando: non è, cioè, da escludere che, qualunque Presidente di Regione noi eleggeremo, in non poche circostanze potrà essere rovesciato dalla Magistratura (vedi <em>mutatis mutandis</em> Del Bono a Bologna!). E questo perchè ormai, sia che si insedi un Esecutivo di Destra o un&#8217;Esecutivo di Sinistra, la politica &#8230; ha perso fiducia in sè stessa, nel proprio mandato, nella propria missione. In questo modo, l&#8217;opposizione non fa più lotta politica nelle Aule Consiliari o Parlamentari; preoccupata, cioè, di scoprirsi e di fare controlli su interessi personali o <em>mala gestio </em>amministrativa, l&#8217;Opposizione preferisce &#8220;mandare avanti&#8221; la Magistratura! Naturalmente, questo gioco è perverso in sè e chiama rappresaglie reciproche: e in effetti a tutt&#8217;oggi l&#8217;intera classe politica appare reciprocamente bloccata dai veti della Magistratura! Un&#8217;autentica <em>jattura</em> specie in una fase di crisi economica, come quella attuale, che richiede una <em>governance</em> politica di alto profilo! Ora, non vi è chi non veda che <strong>tanto più aumenterà questo &#8220;commissariamento giudiziale&#8221;  della Magistratura sulla Politica, tanto più le dinamiche della crisi (non governate) gioveranno ai ceti più ricchi e forti (marginalizzando i settori oggi in difficoltà e i giovani); e </strong><strong>tanto più fatalmente l&#8217;Italia si avvierà al  declino economico, sociale e politico</strong>! La storia insegna, infatti, che, laddove la politica si è trovata ingessata da congegni burocratici, come la Magistratura (vedi <em>ancième règime</em>),  lì c&#8217;è una società chiusa, paralizzata, in declino, incapace di rinnovarsi e di offrire &#8220;<em>chanches</em> di vita&#8221; ai cittadini (specie giovani). Ma questo &#8220;commissariamento della politica&#8221; è facilitato vieppiù se a monte sono in crisi e bloccati i meccanismi di dialettica politica propri delle democrazie partecipative! <strong>E&#8217; evidente, quindi, che è dai partiti e da una nuova etica della partecipazione che deve partire l&#8217;inversione di tendenza all&#8217;attuale involuzione della politica</strong>: un compito, quindi, che va ben oltre la scadenza immediata delle elezioni di fine marzo! A questo punto, potrà dirsi veramente vittoriosa (alle regionali e oltre) solo quella forza politica che, raccolta la sfida della crisi economica e il pericolo di una lacerazione definitiva del tessuto sociale ed economico della Nazione, saprà interpretare credibilmente una nuova missione per la politica in Italia.</p>
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		<title>Il manifesto &#8220;antiruiniano&#8221; dei cattolici conservatori. Ruini visto da destra (da &#8220;Il Foglio&#8221; 18/02/2010)</title>
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		<pubDate>Sat, 27 Feb 2010 11:31:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Frabetti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href=http://www.arezzopolitica.it/2010/02/27/il-manifesto-antiruiniano-dei-cattolici-conservatori-ruini-visto-da-destra-da-il-foglio-18022010/><img src=http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/02/ruini-150x150.jpg class=imgtfe hspace=5 align=left width=100  alt="" /></a>(Redazione)-Pubblichiamo un articolo di Mario Palmaro e Alessandro Gnocchi, tratto da &#8220;Il Foglio&#8221; del 18/02/2010 ha lanciato una curiosa critica (da destra) alla gestione clericale del ventennale ruiniano. Chi scrive ritiene l&#8217;articolo complesso e criticabile, oltrechè pesante per alcuni riferimenti di pedagogia pastorale (es. &#8220;progetto culturale&#8221; etc.) che è apprezzabile solo dagli &#8220;addetti ai lavori&#8221;.  Ciononostante, l&#8217;accusa di &#8220;auto-referenzialità&#8221; [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignleft size-full wp-image-3470" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/02/ruini.jpg" alt="ruini" width="290" height="343" />(Redazione)-Pubblichiamo un articolo di Mario Palmaro e Alessandro Gnocchi, tratto da &#8220;Il Foglio&#8221; del 18/02/2010 ha lanciato una curiosa critica (da destra) alla gestione clericale del ventennale ruiniano. Chi scrive ritiene l&#8217;articolo complesso e criticabile, oltrechè pesante per alcuni riferimenti di pedagogia pastorale (es. &#8220;progetto culturale&#8221; etc.) che è apprezzabile solo dagli &#8220;addetti ai lavori&#8221;.  Ciononostante, l&#8217;accusa di &#8220;auto-referenzialità&#8221; e di strisciante &#8220;opportunismo&#8221; a Ruini di Palmaro e Gnocchi va aldilà dell&#8217;anticlericalismo di &#8220;bassa cucina&#8221; di <em>Micromega</em> e simili e coglie in profondità i &#8220;punti cieci&#8221; e irrisolti del rapporto Chiesa-Politica , dopo la fine dell&#8217;unità politica dei cattolici.</strong></p>
<p><span>Ci siamo fatti una certa idea della pluridecennale presidenza ruiniana della Conferenza episcopale italiana. A volerla riassumere alla guareschiana, potrebbe suonare così: &#8220;Ruini, don Camillo ma non troppo&#8221;. Per dire che il cardinale di Sassuolo, provincia di Modena e diocesi di Reggio Emilia, come il celebre omonimo letterario ha incontrato i suoi Pepponi, ma che le schermaglie non sono sempre finite in gloria come invece accade a Mondo piccolo. Il don Camillo che è stato al vertice della Cei dal 1986 al 2007, prima come segretario generale e poi come presidente, ha il merito indiscutibile della messa in mora del progressismo cattolico. L`operazione deve ancora concludere il proprio corso, ma è inesorabilmente avviata e comporta un inequivocabile segno più nel bilancio di fine mandato del cardinale. Per fugare ogni dubbio, basti pensare alle uscite biliose di una Rosy Bindi e di un Pierluigi Castagnetti in ritiro a Bose o quelle di un Alberto Melloni atterrito da ciò che definisce &#8220;ruinismo-leninismo&#8221;. Se si pensa a che cosa era la chiesa italiana degli anni Settanta, si deve riconoscere che oggi potremmo stare molto peggio se il ruinismo non avesse tentato una certa normalizzazione. </span></p>
<p><span>Ruini comprese presto che la chiesa italiana era minata dal cattocomunismo dossettiano, la dottrina secondo cui il radioso destino dell`umanità consisterebbe nell`incontro di un cattolicesimo un po` meno cattolico con un comunismo un po` meno comunista. Teoria che, quando si trasforma in prassi, produce sempre l`incontro tra un cattolicesimo molto meno cattolico e un comunismo perfettamente comunista. Senza rischiare troppo di essere generosi, si può pure ipotizzare che il cardinale vide nel dossettismo il figlio primogenito dell`idea di Jacques Maritain secondo cui, morta la cristianità, bisognerebbe pensare a una nuova forma di presenza cristiana nel mondo. La soluzione del filosofo di Umanesimo integrale stava nella bifida invenzione dei due assoluti: &#8220;l`assoluto di quaggiù, ove l`uomo è Dio senza Dio, e l`assoluto di lassù dove Dio è in Dio&#8221;. Come scrisse padre Antonio Messineo, secondo Maritain, &#8220;sul piano della storia non opererebbe il Cristianesimo in quanto religione rivelata e trascendente, non il Vangelo nella sua purità originaria di parola divina trasmessa all`uomo, non l`ordine della Grazia e delle realtà superiori in esso contenute, ma un cristianesimo e un Vangelo vuotati del loro contenuto originale e naturalizzati, temporalizzati&#8221;. Da qui, la necessità di dar vita a una &#8220;cristianità profana&#8221; da contrapporre alla &#8220;cristianità sacrale&#8221; ormai superata. Un`opera pratica &#8220;da realizzare in spirito di amicizia fraterna fra i componenti delle varie famiglie spirituali presenti nella società&#8221;. Per fare ciò, quali migliori compagni di strada dei comunisti, ritenuti dei cugini un po` eretici ma riconducibili all`ovile? Gli effetti sul mondo cattolico di questa netta separazione tra natura e sopranatura si sono mostrati devastanti, sia ab intra sia ad extra. Abbandono della pratica religiosa, calo di vocazioni, anarchia e rivolta antigerarchica ab intra, cui ha fatto da pendant, ad extra, la progressiva ininfluenza cattolica nella società. Dal canto suo, il presidentissimo della Cei si rese conto che l`abbraccio con il cattolicesimo democratico avrebbe avuto esiti mortali. E che il male era già molto progredito nel corpo ecclesiale, coinvolgendo la forma mentis di molti vescovi e di molte curie, abituati ormai a ragionare e ad agire &#8220;etsi Papa non daretur&#8221;. La risposta ruiniana a tale situazione si concretizzò in una granitica lealtà al Pontefice e nel commissariamento della Cei avviato sotto Giovanni Paolo II. Don Camillo, quello di Sassuolo, ebbe carta bianca e, di punto in bianco, un episcopato abituato a rispondere solo a se stesso o, al più, alla linea dettata dal cardinale Martini nel ruolo di Grande Antagonista, capì che la ricreazione era finita. Ma qualcosa non ha funzionato a dovere. Oggi, due decenni dopo, Carlo Maria Martini continua a essere il Grande Antagonista a capo di una chiesa che poco o nulla vuole avere a che fare con Roma. Basta fare un giro per le parrocchie della penisola per trovare parroci, curati, catechisti e catecumeni orgogliosi di essere portatori di un pensiero &#8220;altro&#8221; rispetto a quello del Papa. &#8220;Caro don Tal dei Tali&#8221;, si è sentito dire dai catechisti un sacerdote di fresca nomina in parrocchia, &#8220;guardi che qui insegniamo che tutti i metodi per la contraccezione sono buoni e lei non si sogni nemmeno di dire il contrario. Il Papa dica quel che vuole e noi facciamo quel che vogliamo&#8221;. Sono innumerevoli le parrocchie italiane nelle quali si susseguono episodi analoghi sul piano della dottrina, della morale, della liturgia. Ed è qui che il modello ruiniano mostra la corda: il divorzio tra Roma e la periferia, il &#8220;federalismo dottrinale&#8221;, la forbice sempre più ampia tra magistero e predica domenicale, tra Evangelium vitae e singole facoltà teologiche sono cronaca di oggi come, e forse più, di vent`anni fa. Tutti fenomeni che il commissariamento della Cei non ha saputo contrastare. Se, a lungo andare, una malattia non passa, significa che il medico si è occupato dei sintomi invece che delle cause. Allarmato dalle sbandate del suo episcopato, il presidente della Cei ha scelto una cura squisitamente pragmatica, anzi empirica, riassumibile in due postulati: primo, la conferenza detta la linea, e ogni vescovo si adegua e tace, secondo, la linea è più importante della dottrina. Risultato: la febbre ora si vede forse di meno, ma c`è esattamente come prima. Basta pensare alla rivolta pressoché generale dei vescovi in occasione del Motu proprio con cui Benedetto XVI ha ridato piena cittadinanza alla liturgia antica: la Cei avrebbe potuto e dovuto ricordare ai vescovi il loro giuramento di fedeltà al Papa, ma non disse nulla, assistendo impassibile allo scisma strisciante della diocesi di Milano, che dichiarò non applicabile il documento pontificio aggrappandosi al cavillo del rito ambrosiano. Il vero problema sta nel fatto che la crisi del cattolicesimo italiano non è solo politica, ma innanzitutto dottrinale. Messa fra parentesi la dottrina per manifesta irrilevanza e ridotto al silenzio l`episcopato sul versante propriamente ecclesiale, si è ottenuto di spingere ulteriormente i vescovi, singolarmente o in gruppo, verso l`unica ribalta che potesse dar loro lustro, la politica. </span></p>
<p><span>Una deriva a cui non ha posto argine l`altra idea che ha segnato l`era di Ruini alla guida della Cei, il &#8220;Progetto culturale&#8221; varato nel 1997. Un disegno faraonico che avrebbe dovuto riconquistare il popolo cattolico alla gerarchia e il mondo alla chiesa, ma che, invece, si palesa come una kermesse continua di iniziative dai contenuti equivoci. Basti pensare che le vere star del &#8220;Progetto culturale&#8221; si chiamano Massimo Cacciari, Umberto Galimberti, Enzo Bianchi, Edoardo Boncinelli. Oppure che, nonostante le oltre duecento radio del circuito InBlu sovvenzionate dal &#8220;Progetto&#8221;, per trovare una programmazione radiofonica cattolica 24 ore su 24, bisogna sintonizzarsi su Radio Maria. Per non parlare di Sat 2000, una tv dal dimenticabile, e dimenticato, palinsesto fatto con le repliche delle fiction sui santi prodotte dalla Lux e già passate su Raiuno e che per giunta irradia via satellite verso un popolo cattolico che ignora quasi totalmente l`esistenza delle parabole. Se oggi, dopo 13 anni di elaborazione, si va sul sito del &#8220;Progetto culturale&#8221; si trovano affermazioni come le seguenti: &#8220;A che serve tutto questo? A costruire, con le categorie di oggi, una visione del mondo cristiana, consapevole delle proprie radici e della propria pertinenza sulle questioni vitali e fiduciosa circa le proprie potenzialità nel dialogo con la cultura contemporanea&#8221;. &#8220;Creare una nuova enciclopedia cattolica? No: si tratta di riconoscere le sfide cruciali che la cultura pone oggi alla fede. Proprio raccogliendo queste sfide la fede esprime la sua energia creativa e alimenta il rinnovamento dell`uomo e della società. Se si punta infatti a definire tutto, ad avere l`inventario dei contenuti per poi svilupparli uno a uno il rischio è quello della paralisi. Se, al contrario, cerchiamo di abitare le questioni che concretamente sono di fronte a noi, allora ci mettiamo in condizione di proporre stili di vita cristiani praticabili e plausibili. Insomma, i contenuti del progetto culturale non sono e non saranno un`enciclopedia, piuttosto il frutto di un cammino quotidiano di traduzione del Vangelo nella vita&#8221;. Viene da chiedersi dove si possa arrivare con un simile linguaggio burocratico-piacione che sa dire solo un &#8220;No&#8221; deciso e lo grida contro l`idea di &#8220;una nuova Enciclopedia cattolica&#8221;. Quella vecchia, detto per inciso, la si può trovare a prezzi stracciati in liquidazione nei seminari della Penisola. </span></p>
<p><span>Non è questa la strada per riportare il cristianesimo al centro dello spazio pubblico e misurarsi con il mondo. Se non si ripiglia in mano la questione dottrinale, se non si torna ai fondamenti della fede, non si potrà mai pensare a un progetto di presenza culturale nella società. Il cattolico medio, oggi, non solo non è in grado di esporre decentemente le ragioni della propria fede, ma non sa esporre, neanche indecentemente, la propria fede. Anzi, facilmente mostrerà con orgoglio dubbi sostanziali sugli articoli del &#8220;Credo&#8221;, che pure recita ogni volta che va a Messa. Così, gettato nella mischia privo di dottrina, il mondo cattolico ha finito per muoversi sull`unico piano in cui, almeno in apparenza, la dottrina non gli sembrava fondamentale: la politica. E qui si è creato il cortocircuito in cui l`opera ruiniana ha fatto da conduttore. Piuttosto che lasciare spazio ai singoli, si è pensato fosse meglio che delle questioni politiche si occupasse direttamente l`apparato. E la Cei è divenuta vero e proprio attore politico finendo per mediare sui valori. Non poteva andare diversamente visto che qualsiasi controparte, in una mediazione, mette in gioco ciò che possiede. L&#8217;esempio lampante sta nella legge 194 che, da legge iniqua ai tempi del referendum, è divenuta &#8220;la legge migliore d`Europa&#8221; basta che venga applicata interamente, una legge &#8220;che noi non vogliamo cambiare&#8221;, come disse testualmente Camillo Ruini in una storica intervista al Tg1 all`indomani del referendum sulla legge 40. Legge, quest`ultima, sostenuta con furore dogmatico, al prezzo di impedire a vescovi e laici ortodossi di proclamare la illiceità morale e giuridica di ogni fecondazione artificiale. Con il risultato di far intendere che la Fivet omologa &#8220;è quella cattolica&#8221;. Si finisce per perdere di vista lo specifico cattolico. Persino la cosiddetta vittoria al referendum sulla procreazione assistita va inquadrata in questa visuale. Si è fatto passare per una vittoria dell`Italia cattolica un risultato che sommò alla legittima astensione intenzionale di molti cattolici anche il cospicuo menefreghismo di una quota forse decisiva di indifferenti. Perché il ruinismo è anche questo: un trionfalismo senza fondamento vagheggiante un`Italia immaginaria che sarebbe ritornata &#8220;pro life&#8221; e &#8220;per la famiglia&#8221;, e che invece, nella realtà, si dibatte nel medesimo processo di secolarizzazione che affligge tutto il mondo. Qui, quella che molti hanno definito la &#8220;genialità politica&#8221; di Ruini mostra tutti i suoi limiti, in primis quello di servirsi della politica per amministrare alla meno peggio la realtà invece che tentare di ri-cattolicizzarla. Limite che, a ben guardare, ripropone lo schema dossettiano della separazione tra piano della natura e piano della Grazia. </span></p>
<p><span>Ecco perché, per tornare simmetricamente all`inizio di queste riflessioni, il don Camillo della Cei si discosta da quello di Guareschi. Quando Peppone e i suoi vogliono impedirgli di andare in processione a benedire il Po, lui si avvia verso il fiume seguito solo da un cagnetto e, una volta trovatasi davanti la banda comunista al completo, cava il Crocifisso dalla cinghia e lo brandisce come una clava. Poi, recita questa preghiera: &#8220;Gesù, se in questo sporco paese le case dei pochi galantuomini potessero galleggiare come l`arca di Noè, io vi pregherei di far venire una tal piena da spaccare l`argine e da sommergere tutto il paese. Ma siccome i pochi galantuomini vivono in case di mattoni uguali a quelle dei tanti farabutti, e non sarebbe giusto che i buoni dovessero soffrire per le colpe dei mascalzoni tipo il sindaco Peppone e tutta la sua ciurma di briganti senza Dio, vi prego di salvare il paese dalle acque e di dargli ogni prosperità&#8221;. Ora, direttore, ci dirai che siamo ben originali a proporre una pastorale di tal guisa all`epoca del dialogo. Ma noi ti possiamo dire che qualche prete alla don Camillo di Mondo piccolo c`è ancora e ognuno può raccontare per le loro storie di evangelizzazione un finale che somiglia molto a quello che andiamo a trascrivere: &#8220;Amen &#8211; disse dietro le spalle di don Camillo la voce di Peppone. &#8211; Amenrisposero in coro, dietro le spalle di don Camillo, gli uomini di Peppone che avevano seguito il Crocifisso. Don Camillo prese la via del ritorno e, quando fu arrivato sul sagrato e si volse perché il Cristo desse l`ultima benedizione al fiume lontano, si trovò davanti: il cagnetto, Peppone, gli omini di Peppone e tutti gli abitanti del paese. Il farmacista compreso che era ateo ma che, perbacco, un prete come don Camillo che riuscisse a rendergli simpatico il Padreterno non lo aveva mai trovato&#8221;. I non pochi don Camillo di oggi dicono che questo metodo funziona ancora. Si chiama Regalità sociale di Cristo e, come si è visto, riesce a trovare a ciascuno il suo posto, persino al farmacista ateo.</span></p>
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		<title>Google: gli interrogativi su un processo che farà discutere</title>
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		<pubDate>Wed, 24 Feb 2010 22:35:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Frabetti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Costume e società]]></category>
		<category><![CDATA[comunicazione]]></category>
		<category><![CDATA[google]]></category>
		<category><![CDATA[magistratura]]></category>
		<category><![CDATA[penale]]></category>
		<category><![CDATA[società globale]]></category>

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		<description><![CDATA[<a href=http://www.arezzopolitica.it/2010/02/25/google-gli-interrogativi-su-un-processo-che-fara-discutere/><img src=http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/02/Google-text-links-evil-460-150x150.gif class=imgtfe hspace=5 align=left width=100  alt="" /></a>di Giorgio Frabetti-Quello che si è concluso ieri in primo grado davanti al giudice monocratico della quarta sezione penale del Tribunale di Milano, Oscar Magi, è il primo procedimento penale anche a livello internazionale che vede imputati responsabili di Google per la pubblicazione di contenuti sul web. I tre sono stati condannati per il capo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-3449" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/02/Google-text-links-evil-460.gif" alt="Google-text-links-evil-460" width="368" height="309" />di <strong>Giorgio Frabetti</strong>-Quello che si è concluso ieri in primo grado davanti al giudice monocratico della quarta sezione penale del Tribunale di Milano, Oscar Magi, è il primo procedimento penale anche a livello internazionale che vede imputati responsabili di <em>Google</em> per la pubblicazione di contenuti sul web. I tre sono stati condannati per il capo di imputazione di violazione della <em>Privacy</em>, mentre sono stati assolti per quello relativo alla diffamazione. La sentenza è di quelle che segneranno uno spartiacque nella storia di <em>Internet</em>: quasi certamente partirà da qui una nuova giurisprudenza che rivedrà il concetto di libertà della rete, finora considerata intoccabile, modificando la consueta immagine di Internet come spazio “franco” (<em>free</em>), libero. Nel caso di specie, i 3 dirigenti di <em>Google</em> sono condannati per non avere impedito, nel 2006, la pubblicazione sul motore di ricerca di un video che mostrava un minore affetto da sindrome di <em>Down</em> insultato e picchiato da quattro studenti di un istituto tecnico di Torino. Questo video incriminato venne girato da quattro studenti nel maggio 2006 e “caricato” su <em>Google</em> Video l&#8217;8 settembre, dove rimase nella sezione “video più divertenti”, fino al 7 novembre, prima di essere rimosso. Non si è fatta naturalmente attendere la reazione di <em>Google</em>, la quale, tramite il portavoce Andrea Pancini, ha reso noto di essere vittima di &#8220;un attacco ai principi fondamentali di libertà sui quali è stato costruito <em>Internet</em>&#8220;. <em>Google</em> ha chiarito che farà appello &#8220;contro questa decisione che riteniamo a dir poco sorprendente, dal momento che i nostri colleghi non hanno avuto nulla a che fare con il video in questione, poichè non lo hanno girato, non lo hanno caricato, non lo hanno visionato&#8221;. Non è allo stato attuale chiaro (e la lettura delle motivazioni complete della sentenza lo stabilirà) il titolo tecnico della responsabilità ravvisato dai Giudici per punire <em>Google</em>. Quale titolo di responsabilità era veramente esigibile da <em>Google</em>? Ed era esigibile al punto da far meritare una sanzione penale? La domanda diventa bruciante solo se si allarghi l’orizzonte e si consideri la fenomenologia della rete nella sua globalità: ma quanti fatti gravi, quanti insulti gratuiti, quante aberrazioni sessuali avvengono in rete, ormai? Nei tempi recenti, sono esplosi due casi clamorosi che hanno coinvolto <em>facebook</em>: la vicenda del gruppo che voleva la morte di Berlusconi e dell’ennesimo Gruppo che inneggiava contro i <em>Down</em>. In questi casi, dobbiamo applicare tante pene per tante teste? Ovvero per gli appartenenti ai Gruppi? In questo caso, dovremmo celebrare ogni volta dei Maxi-processi per migliaia di Utenti imputati in  numero molto superiore agli imputati del mitico maxi-processo contro la mafia di Palermo! Dobbiamo anche dire che quando l’azione penale diventa così “massiva”, inevitabilmente implode: basti ricordare il precedente delle Istruzioni impartite ai Prefetti Italiani il 21 dicembre 1921 dal Presidente del Consiglio italiano Ivanoe Bonomi contro le squadracce fasciste, le quali, stando alle istruzioni medesime, avrebbero dovuto sciogliersi tassativamente, pena il carcere; una misura che incassò la risposta del Direttorio dell’allora neo-nato PNF il quale pensò bene di beffarsi della misura, provvedendo ad inserire d’ufficio gli iscritti del Partito nelle sezioni di combattimento! Quali esiti sortirono queste misure, è noto e non richiede ulteriori spiegazioni. L’altra opzione tecnico-giuridica per &#8220;i crimini in rete&#8221; è quella di condannare i Responsabili dei Servizi di <em>Provider</em> per “mancata sorveglianza” (<em>culpa in vigilando</em>): il che è comunque una forzatura, perché determina a carico del <em>Provider </em>una stravagante responsabilità &#8220;per attività illecite commesse da terzi&#8221;, tanto più stravagante, se si considera che spesso i <em>Provider</em> sono situati all’estero, in zone free, che è difficile raggiungere con la sanzione penale: dalle fonti di informazioni disponibili, parrebbe di capire che il Tribunale di Milano abbia optato per quest&#8217;ultima ricostruzione tecnica della responsabilità di <em>Google</em>. Ora, se è vero che, tramite la rete, ogni giorno possono realizzarsi eventi criminosi come diffamazione, oltraggio al senso del pudore e via dicendo, ciò significa che questa eventualità è un rischio diffuso, un’esternalità professionale, che richiede metodiche di intervento apposite e complesse, alla pari di molte fonti di esternalità sociale (vedi la normativa anti-infortunistica) tipiche del sistema imprenditoriale. Occorre, cioè, una normativa <em>ad hoc</em>, debitamente concertata a livello internazionale per evidenti ragioni di tutela della concorrenza e del commercio mondiale, che accompagni la gestione del fenomeno con necessaria tempestività ed efficacia di intervento: ad esempio, sanzioni pecuniarie gravi (magari irrogate da un’<em>Autorithy</em> internazionale competente), ovvero misure sospensive o interdittive , capaci di penalizzare direttamente il <em>businnes</em>(es. chiusura sito e obbligo didivulgazione della notizia con penalizzazione commerciale annessa) possono essere più efficaci di un’azione penale classica, lenta, pesante e facile alla prescrizione (che potrebbe conservare un ruolo residuale, come deterrenza finale). Il caso <em>Google</em> è comunque un eclatante esempio di come in Italia la Magistratura Penale tenda a svolgere un peculiare ruolo di “supplenza” del legislatore. Questo perchè, complice la peculiare struttura del <em>Codice Rocco, </em>si è generata in varie generazioni di Giuristi e Magistrati penalisti la peculiare convinzione che il <em>Codice Penale</em> sia uno strumento onnipotente capace di gestire qualsiasi fenomeno, anche in assenza e in supplenza del legislatore. A quali risultati, questa mentalità ha portato nella lotta alla corruzione è noto; non vorremmo che altrettanti danni derivassero alla rete, che è bene pubblico strategico per la libertà e per la cittadinanza attiva delle comunicazioni globali. Auspichiamo, quindi, un intervento sollecito della politica e del Parlamento sulla complessa e delicata materia, piuttosto che altre sentenze penali (che verranno).</p>
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		<title>La nave di Enrico Rossi va “avanti tutta”. La Toscana no.</title>
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		<pubDate>Sun, 21 Feb 2010 11:29:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Armao</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica Toscana]]></category>
		<category><![CDATA[avanti tutta]]></category>
		<category><![CDATA[claudio martini]]></category>
		<category><![CDATA[indietro tutta]]></category>
		<category><![CDATA[toscana]]></category>

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		<description><![CDATA[<a href=http://www.arezzopolitica.it/2010/02/21/3438/><img src=http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/02/indietro_tutta1-195x300.jpg class=imgtfe hspace=5 align=left width=100  alt="" /></a>Antonino Armao (PdL)
 
Dipartimento Innovazione, Informazione e Nuove Tecnologie.
C’è uno slogan elettorale che campeggia in questi giorni nelle città della Toscana dove Enrico Rossi, attuale assessore-imperatore della Sanità pubblica, si candida a fare il  “comandante del vapore”, sulla tolda più alta della Regione.
E lo fa suggestivamente con un ordine perentorio al popolo bue che lui immagina [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignleft size-medium wp-image-3439" title="indietro_tutta1" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/02/indietro_tutta1-195x300.jpg" alt="indietro_tutta1" width="195" height="300" />Antonino Armao (PdL)</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Dipartimento Innovazione, Informazione e Nuove Tecnologie.</strong></p>
<p style="text-align: justify; ">C’è uno slogan elettorale che campeggia in questi giorni nelle città della Toscana dove Enrico Rossi, attuale assessore-imperatore della Sanità pubblica, si candida a fare il  “comandante del vapore”, sulla tolda più alta della Regione.</p>
<p style="text-align: justify; ">E lo fa suggestivamente con un ordine perentorio al popolo bue che lui immagina nelle cabine di terza classe e nelle caldaie fumose della sala macchine a spalare carbone per mandare avanti la “sua” nave: Toscana avanti tutta!</p>
<p style="text-align: justify; ">Ebbene, ce la siamo andati a guardare questa Toscana governata da 35 anni sempre dalla stessa parte politica. E ce la siamo guardata da un osservatorio imparziale quale quello dell’IRPET, l’organo tecnico-scientifico del Comitato regionale per la programmazione economica della Toscana. Non dall’ufficio stampa del PdL.</p>
<p style="text-align: justify; ">Il quadro è sconfortante.</p>
<p style="text-align: justify; ">La Toscana ha goduto per lungo tempo di almeno quattro certezze che sembravano definitivamente acquisite e finora mai messe in discussione: il livello di benessere; la qualità del suo territorio; la coesione sociale; la capacità innovativa e la vocazione imprenditoriale.</p>
<p style="text-align: justify; ">Queste quattro certezze già da qualche anno non appaiono più tali, mostrandosi anzi tutte in crisi.</p>
<p style="text-align: justify; ">Il tenore di vita pare non possa più continuare a crescere indefinitamente ed è ormai diffusa la convinzione che non necessariamente figli e nipoti godranno di standard di vita migliori dei loro genitori e nonni.</p>
<p style="text-align: justify; ">La qualità ambientale e territoriale viene percepita come un bene sempre più a rischio, minacciata da stili di vita e utilizzo dell&#8217;ambiente non più sostenibili.</p>
<p style="text-align: justify; ">La tradizione di accoglienza e tolleranza della Toscana sembra compromessa dall&#8217;immigrazione di massa, favorita da una legislazione “premiale” che crea concorrenza per i servizi sociali.</p>
<p style="text-align: justify; ">L&#8217;innovazione pare addirittura diventata un fattore di debolezza della regione: gli investimenti in ricerca sono generalmente sporadici e casuali, gli investimenti produttivi hanno ceduto il passo a quelli immobiliari e mancano nuovi imprenditori.</p>
<p style="text-align: justify; ">Questo il quadro impietoso di una Toscana che procede nella notte come il Titanic mentre il comandante alza il calice ad una vittoria che sente già sua.</p>
<p style="text-align: justify; ">Ma che cosa ha fatto finora questa Regione per invertire la tendenza? Ce lo dice il solito IRPET. E il quadro che viene fuori è ancora più clamoroso.</p>
<p style="text-align: justify; ">Nelle analisi economiche dell’istituto di ricerca si dice che tra i fattori che fanno da freno allo sviluppo economico in Toscana ci sono le “rendite da scarsità” e le “rendite da posizione dominante”. Che cosa sono?</p>
<p style="text-align: justify; ">Si tratta di un insieme di fenomeni economici che producono sostanzialmente un innalzamento dei prezzi di alcuni beni e servizi a favore di pochi ed a spese di molti. Si fa riferimento alla remunerazione che va in tasca a chi possiede la terra di alto pregio (rendita da scarsità) a chi eroga servizi in condizioni di monopolio o oligopolio, a chi opera in mercati protetti o addirittura in assenza di mercato, come nel caso della pubblica amministrazione (rendite da posizione dominante).</p>
<p style="text-align: justify; ">Per essere ancora più chiari, si parla delle attività immobiliari, delle attività che sfruttano i pregi del territorio,  di alcune libere professioni, dei servizi bancari, dei servizi di pubblica utilità e delle pubbliche amministrazioni.</p>
<p style="text-align: justify; ">In sostanza in Toscana si assiste ad una politica di minore favore verso i settori economici più aperti alla concorrenza specie se questi sono rivolti alle esportazioni, e questa tendenza si è rafforzata negli ultimi anni.</p>
<p style="text-align: justify; ">In altri termini, vi è in Toscana una più spiccata abitudine a favorire i settori già protetti o dove si possono originare nuove rendite che quelli esposti alla competizione internazionale.</p>
<p style="text-align: justify; ">Dall’analisi del periodo 1995-2006 emerge che è la remunerazione del capitale ad assumere l’andamento più favorevole; in alcuni settori (in particolare in quelli a prevalenza pubblica) i salari aumenterebbero più della loro produttività; l’evoluzione della remunerazione del capitale è più marcata nel settore dei servizi e, in particolare, nel settore assicurativo, del credito e degli alberghi; cresce la remunerazione nel settore delle costruzioni e cresce anche la remunerazione del capitale immobiliare.</p>
<p style="text-align: justify; ">E tra i settori dove il valore aggiunto cresce più della media c’è proprio la Sanità pubblica che assorbe il 75% delle risorse del bilancio regionale e che quindi rappresenta la più grande e remunerativa azienda della Toscana. L’azienda di Enrico Rossi, appunto. Quella si che va “avanti tutta”. Con buona pace della tradizione manifatturiera e della vocazione all’export di questa regione.</p>
<p style="text-align: justify; ">Ecco che cosa rimane della via italiana al socialismo voluta da Togliatti e realizzata da Berlinguer: la difesa delle rendite che derivano dalla proprietà della terra e dal mantenimento di posizioni dominanti al riparo dell’ombrello pubblico.</p>
<p style="text-align: justify; ">Ecco come si spiegano alcuni Piani strutturali come quello appena varato dal Comune di Arezzo.</p>
<p style="text-align: justify; ">Ecco che cosa rimane delle politiche della sinistra: privilegi per pochi e impoverimento e concorrenza per i servizi sociali, per molti.</p>
<p style="text-align: justify; ">Ecco il programma politico della sinistra in Regione Toscana per i prossimi cinque anni.</p>
<p style="text-align: justify; ">Auguri a tutti noi.</p>
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