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	<title>Arezzo Polis</title>
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	<description>Cultura politica, dibattito pubblico.</description>
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		<title>&#8220;La tirannia dei valori&#8221; di Carl Schmitt</title>
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		<pubDate>Fri, 18 May 2012 23:05:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mugnai</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.arezzopolitica.it/2012/05/19/la-tirannia-dei-valori-di-carl-schmitt/"><img align="left" hspace="5" width="150" height="150" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2012/05/1553873748-150x150.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="1553873748" title="1553873748" /></a>di Federico Mugnai- Ad Ebrach nel verde della Franconia si tenne nel 1959 un seminario divenuto celebre per l’intervento del giurista tedesco Carl Schmitt sulla “tirannia dei valori”. Il seminario in realtà non verteva sulla questione dei valori, ma come spesso accade fu una serie di casualità a spianare il terreno a Schmitt  per una critica [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-9978" title="1553873748" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2012/05/1553873748.jpg" alt="1553873748" width="347" height="435" />di <strong>Federico Mugnai</strong>- Ad Ebrach nel verde della Franconia si tenne nel 1959 un seminario divenuto celebre per l’intervento del giurista tedesco Carl Schmitt sulla “tirannia dei valori”. Il seminario in realtà non verteva sulla questione dei valori, ma come spesso accade fu una serie di casualità a spianare il terreno a Schmitt  per una critica radicale nei confronti di una parola troppo usata.  Negli anni seguenti, attraverso varie vicissitudini nacque proprio un saggio intitolato “La tirannia dei valori” con una prefazione dello stesso Schmitt al suo intervento ad Ebrach del 1959. Per riuscire ad arrivare a conclusioni chiare bisogna seguire passo passo il ragionamento di Schmitt che afferma come nel passato le cose avevano un valore, mentre le persone si distinguevano per avere una loro dignità. Con il passare del tempo anche la dignità si è trasformata in valore. Questo genera un primo problema di aprroccio, perché il valore aspira ad essere posto in atto. Ma come è stato possibile tutto ciò? La filosofia dei valori ha trovato terreno fertile durante il XIX secolo come risposta alla crisi nichilistica di quel periodo e si è sviluppata con l&#8217;economia politica, le &#8220;teorie del valore&#8221; di Marx, che farà del concetto di &#8220;plusvalore&#8221; il fulcro per la sua analisi economica nonchè uno strumento di lotta politica. Heidegger scriverà a tal proposito: “E’ nel XIX secolo che il parlare di valori diviene abituale e il pensare per valori normale. Ma con la diffusione delle opere di Nietzsche il fenomeno è divenuto popolare. Si parla di valori vitali, di valori culturali, di valori di eternità,….” Se Heidegger è interessato alla diffusione dei valori per criticarla da un punto di vista filosofico, rinvenendo in essa un surrogato della crisi della metafisica, Schmitt tratta il tema della “tirannia dei valori” come problema giuridico e politico. Il problema per Schmitt è che la libertà soggettiva della posizione dei valori conduce a un eterno conflitto dei valori e della vsione del mondo, cioè a “una guerra di tutti contro tutti”. Continua Schmitt: “Non importa che il valore sia soggettivo, formale o materiale: non appena appare, si attiva inevitabilmente uno specifico meccanismo mentale, connaturato a ogni pensare per valori. “ Il valore non ha un essere, ma soltanto una validità. Quindi, “chi dice valore vuole far valere e imporre. Le virtù si esercitano; le norme si applicano; gli ordini si eseguono; ma i valori vengono posti e imposti. Chi ne sostiene la validità deve farli valere. Chi dice che valgono senza che vi sia nessuno che li fa valere è un impostore.”  Schmitt ci ammonisce quindi di come una politica basata sui valori possa in realtà nascondere  un’intolleranza di fondo, un fanatismo della giustizia in nome dei valori stessi. In una concezione di valori, in un pensiero connaturato dalla filosofia di valori, il valore superiore ha il diritto e il dovere di sottomettere a sé il valore inferiore, e il valore in quanto tale annientare il non-valore. Ma c’è un rischio anche più grande: la negazione di un valore negativo può diventare un valore positivo. Come scrive Schmitt si rischia di trasformare “la nostra terra in un inferno, ma l’inferno in un paradiso dei valori.” Ciò che sta a cuore a Schmitt è l’uso della categoria “valore”, la cui estensione a sostegno di una vsione ideologica e politica può radicalizzare ulteriormente lo scontro, può cioè portare al fanatismo e al terrorismo della virtù. Si rischia quindi che il fine giustifichi i mezzi. Questa critica radicale nei conronti dei valori era utile a Schmitt per ridiscutere sulla crisi diritto internazionale e del nuovo ordine mondiale, opponendosi alla reintroduzione dei vaolri, cioè della morale nel diritto e nella politica. I valori secondo Schmitt non uniscono una società, non garantiscono nulla e non rendono immuni da regressioni nella barbarie.Inoltre la pluralità dei valori implica la loro realtività e quindi la loro reciproca svalutazione. Finiscono per diventare merce o poco più proprio come nel mercato economico. Per questo Schmitt con parole sublimi ci ammonisce affermando come “una coerente filosofia dei valori della libertà non può accontentarsi di proclamare la libertà come valore supremo; deve capire soprattutto che per la filosofia dei valori non solo la libertà è il valore supremo, ma anche la libertà dai valori è la libertà suprema.” Queste pagine sono così attuali, perché ci invitano a pensare prima di usare un determinato termine; ci invitano a riflettere ad esempio al di là dei valori della Costituzione troppo spesso utilizzati per generare uno scontro tra opposte fazioni e ritardarne il cambiamento di contenuti adegunadolo all’epoca in cui viviamo. Non solo, ma il rischio concreto è di rimanere aggrappati ad una mentalità vetusta ed antiquata incapace di pensare una politica che sappia rivolgersi al futuro senza far prevalere in nome di “valori sacri” logiche lontane nel tempo e superate dagli inevitabili cambiamenti politici, sociali ed economici. L’offerta politica odierna è purtroppo schiava come non mai del suo passato.</p>
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		<title>Da Fini a Cinque Stelle, il centrodestra italiano nell&#8217;èra dei Dinosauri</title>
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		<pubDate>Thu, 17 May 2012 13:51:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Frabetti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica Nazionale]]></category>

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		<description><![CDATA[<a href="http://www.arezzopolitica.it/2012/05/17/da-fini-a-cinque-stelle-il-centrodestra-italiano-nellera-dei-dinosauri/"><img align="left" hspace="5" width="150" height="150" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2012/05/parlamento-150x150.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="parlamento" title="parlamento" /></a>di Giorgio Frabetti e Federico Mugnai- Le elezioni amministrative 2012 con il trionfo del Movimento Cinque Stelle sono l&#8217;espressione di una spaventosa accelerazione che in meno di un anno ha scombussolato le carte in tavola della Politica italiana. Avevamo aperto il 2011 all&#8217;insegna del grande tema del rinnovamento del PDL, con la discussione sullo strappo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-9959" title="parlamento" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2012/05/parlamento.jpg" alt="parlamento" width="438" height="248" />di <strong>Giorgio Frabetti</strong> e <strong>Federico Mugnai</strong>- Le elezioni amministrative 2012 con il trionfo del <em>Movimento Cinque Stelle</em> sono l&#8217;espressione di una spaventosa accelerazione che in meno di un anno ha scombussolato le carte in tavola della Politica italiana. Avevamo aperto il 2011 all&#8217;insegna del grande tema del rinnovamento del PDL, con la discussione sullo strappo di Fini e sul caso Ruby. Abbiamo chiuso il 2011 con Monti, sulla scia della crisi dell&#8217;Euro, e siamo arrivati a metà 2012 con il PDL e <em>Terzo Polo</em> al lumicino e con l&#8217;exploit del <em>Movimento Cinque Stelle</em>. Davvero pare passata un&#8217;èra geologica: Fini, Ruby, Alfano sembra essere roba di decenni fa, non di appena un anno. Lo abbiamo detto, siamo all&#8217; &#8220;anno zero&#8221; della Politica Italiana. Zelanti e attenti lettori del Ns. sito sono rimasti interdetti dalle evoluzione della Ns. posizione politica, e faticano a trovarvi una collocazione. Ci hanno anche affibiato i poco lusinghieri appellativi di &#8220;aristocratici&#8221;, &#8220;elitisti&#8221;, ma senza in realtà mai comprendere i fili conduttori di una riflessione che in tutti questi anni si è dipanata chiara e nitida. Cogliamo l&#8217;occasione di apprezzare l&#8217;onestà di chi almeno si è preso la briga di criticarci apertamente, chè la funzione del web è questa, discutere, parlare, incontrarsi. I Ns. &#8220;pezzi&#8221; non sono &#8220;pezzi chiusi&#8221; che il lettore deve &#8220;bere&#8221; così come sono, ma sono &#8220;pezzi&#8221; aperti al contributo di tutti. Quante volte a chi ci criticava l&#8217;oscurità dei testi abbiamo risposto &#8220;Se riesci a far meglio, collabora con Noi, che non siamo certo nati imparati!&#8221;. E non era ironia o polemica. Ma si sa, forse la &#8220;piazza&#8221; aretina particolarmente sorda, o la fascia di età dei lettori del Ns. sito elevata, fatto sta che il confronto politico è stato poco interattivo. Premesso questo, una cosa la dobbiamo precisare. Tra tanti difetti, errori, il Ns. sito ha mantenuto fede ad una convinzione che abbiamo recentemente espresso a chiusa della ns. serie sui partiti politici europei e che qui riprendiamo a suggello di 03 anni di critica politica: &#8220;Ciò che farà il vero futuro dei partiti politici- dicevamo il 21 aprile scorso, in conclusione della Ns. serie sui partiti politici- sarà la capacità di sviluppare <em>membership</em>, ossia capacità di rispondere creativamente e con forza alle sfide dei mutamenti storici&#8221;. Membership questo è il vero fil rouge della Ns. riflessione, il punto che ha dato continuità al Ns. cammino, al Ns. lavoro. In questa chiave abbiamo interpretato la posizione finiana, abbiamo appoggiato la svolta di Sara Giudice sullo &#8220;sciopero della militanza&#8221;, abbiamo aspramente criticato (prendendoci la nomea di eretici e scomodi) l&#8217;irrigidimento verdiniano sulle candidature amministrative 2011 del PDL e la conduzione (volgare e vagamente &#8220;squadristica&#8221;) da parte dell&#8217;allora <em>premier</em> Berlusconi della campagna elettorale a favore di Letizia Moratti. Naturalmente, ci siamo presi dei criticoni, ci siamo guadagnati la fama di &#8220;palle al piede&#8221; che (politicamente parlando) è meglio perdere che trovare. Ma chi ci criticava non coglieva la dimensione radicale, e diremmo tragica che il Ns. messaggio implicava. Il PDL era irrigidito (e si sarebbe visto di lì a poco condannato) perchè la venerazione del Capo, la dimensione &#8220;carismatica&#8221; della lotta politica, aveva preso il sopravvento sulla dialettica politica sana, sul confronto politico. Tragica e ridicola parabola, la conduzione del &#8220;caso Ruby&#8221; che portò la campagna elettorale all&#8217;estremo, con leader PDL anche prestigiosi a difendere il Capo non nei contenuti politici, ma nelle vicende private &#8230; con la crisi finanziaria che incombeva fu il massimo della miopia e dell&#8217;irresponsabilità politica! Noi lo denunciammo a maggio 2011: i fatti ci diedero presto ragione ad agosto! Ma si sa, chi disprezza &#8220;compra&#8221;. La Segreteria Alfano, da Noi mai appoggiata, anche in più riprese criticata, fu un tardivo riconoscimento delle ragioni del &#8220;rinnovamento&#8221;: se tale svolta fosse arrivata prima, sarebbe stata certo una mossa più intelligente. Il punto, però, è che al posto di Alfano, Noi avremmo voluto vedere Fini! Fini aveva carisma, esperienza per condurre un partito. Ma Fini non si è discostato dal <em>clichè</em> missino del &#8220;picchiatore politico&#8221;, del populista, demagogo: poteva condurre un partito come il vecchio MSI, al massimo AN, non una grande formazione conservatrice moderata! Fini ha imitato Di Pietro, ha assecondato il &#8220;giustizialismo&#8221; di Granata (il quale oggi con le sue dichiarazioni sugli ebrei si è definitivamente rivelato per quello che è &#8230;), ha cercato la facile ribalta mediatica, gli <em>slogans</em> antiberlusconiani. Ha ripiegato su una formazione FLI, che, non guidata a tempo pieno (Fini non raccolse e sbagliò l&#8217;invito di Silvio fattogli il 22 aprile 2010 di dimettersi dalla Terza Carica dello Stato), non era all&#8217;altezza della storia del <em>leader</em>. Le divisioni del Partito, l&#8217; assenza di prospettive hanno forse costretto il leader Fini ad avvitarsi in un contorsionismo politico-strategico incomprensibile ai suoi che lo hanno portato alla Caporetto del 14 dicembre 2010. Abbiamo sempre usato toni severi con Fini (e lo ammettiamo siamo stati ingenerosi), perchè nelle sue parole vedevamo odio verso Berlusconi, non proposte. Della serie: se Silvio appoggiava le polemiche anti-immigrati di Bossi, Fini, per riflesso, doveva affettare mondialismo &#8230; questo <em>modus agendi</em> lo rendeva &#8220;falso&#8221; e poco credibile alla sua stessa base (figuriamoci a degli elettori moderati!). Non abbiamo mai negato a Fini il diritto a succedere a Berlusconi, ma lo ammonimmo che faide mediatiche lo avrebbero portato alla rovina: Fini doveva porre apertamente all&#8217;ordine del giorno la questione della &#8220;democrazia interna&#8221; alla PDL e sfidare Berlusconi in nome del pluralismo e della legalità congressuale: come ha fatto Sara Giudice, come abbiamo fatto noi (che poi abbiamo avuto un riconoscimento simbolico e fittizio delle Ns. ragioni, ma pur sempre riconoscimento con la nomina di Alfano!). Non intraprendendo questa strada, lunga, difficile, ma utile, credendo di percorrere scorciatoie mediatiche, Fini è stato travolto. Oggi, Fini, Alfano etc. sono tutti Dinosauri, travolti dalla crisi finanziaria e del ciclone <em>Cinque Stelle</em>. Un movimento che a sua volta è l&#8217;estrema punizione del centrodestra: che non sa rinnovarsi, non sa (saggiamente) aprirsi. La battaglia lanciata dal Ns. sito sul rinnovamento è aperta e tutta da giocare. E assume dimensioni tragiche in un momento tanto precario della Ns. storia economica, politica e sociale.</p>
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		<title>Silenzio, la Corte! Il Delitto Fenaroli- Maria, la vittima: primo atto</title>
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		<pubDate>Wed, 16 May 2012 18:59:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Frabetti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Libri]]></category>

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		<description><![CDATA[<a href="http://www.arezzopolitica.it/2012/05/16/silenzio-la-corte-il-delitto-fenaroli-maria-la-vittima-primo-atto/"><img align="left" hspace="5" width="150" height="150" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2012/05/fenaroli-150x150.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="fenaroli" title="fenaroli" /></a>AVVERTENZA: Inizia oggi una breve serie sui Delitti italiani più famosi del dopoguerra, risolti (o no) con sentenza passata in giudicato. Oggi e per cinque settimane è di scena il Delitto Fenaroli, avvenuto nella Roma del 1958. In un&#8217;Italia che ormai respirava l&#8217;atmosfera elettrizzante del boom economico, un&#8217;incredibile e torbida storia di denaro, delitti, menzogne. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignleft size-full wp-image-9924" title="fenaroli" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2012/05/fenaroli.jpg" alt="fenaroli" width="502" height="415" />AVVERTENZA: Inizia oggi una breve serie sui Delitti italiani più famosi del dopoguerra, risolti (o no) con sentenza passata in giudicato. Oggi e per cinque settimane è di scena il Delitto Fenaroli, avvenuto nella Roma del 1958. In un&#8217;Italia che ormai respirava l&#8217;atmosfera elettrizzante del boom economico, un&#8217;incredibile e torbida storia di denaro, delitti, menzogne. &#8211; </strong>di<strong> Giorgio Frabetti- </strong>Nella più genuina tradizione giallistica di Georges Simenon non si può cominciare a parlare di un delitto senza conoscere la vittima. Maria Martinaro abita a Roma in Via Monaci al numero 21, primo piano, in un grande appartamento che divide col marito, Giovanni Fenaroli. In Via Ravenna, a poche centinaia di metri, ci sono gli uffici della <em>Fenarolimpresa</em>, di cui il marito Giovanni, geometra, è titolare. Ma a Roma, Giovanni sta poco: la sede centrale della sua Azienda è a Milano, e nella città meneghina il marito di Anna si reca tutta la settimana dalla domenica sera al venerdì, tornando a Roma solo nel fine settimana. A Roma, comunque, a reggere gli uffici, resta il fratello di Maria, Luigi, in affari con il cognato. Maria conduce nella capitale una vita tranquilla, riservata, senza ombre. Senza figli, per gravi problemi di salute di Maria (che per altro sono stati l&#8217;occasione per la conoscenza con il Dr. Savi, illustre ginecologo milanese, divenuto poi amico di famiglia). Fino alla sera tarda del 10 settembre, quando il delitto la strappa alla propria vita grigia, monotona, riservata. Ma ci vuol poco affinchè i primi sospetti si concentrino sul marito, Giovanni Fenaroli, che ben presto risulta essere il beneficiario di un&#8217;assicurazione sulla vita di Maria (anche in caso di morte violenta), in forza di una postilla sottoscritta dalla moglie, poi contestata come falsa dall&#8217;Assicurazione medesima . Troppo per non destare sospetti; e infatti, i familiari di Maria ben prestono avvertono puzza di bruciato. Questo il resoconto dell&#8217;interrogatorio in dibattimento di Anna, sorella della vittima: &#8220;PRESIDENTE: Sapeva che sua sorella era assicurata sulla vita? TESTE: Sì PRESIDENTE: Conosceva l&#8217;Entità dell&#8217;Assicurazione? TESTE: Mi pare 35-38 milioni &#8230; Me lo confidò il Fenaroli dopo il delitto (&#8230;) PRESIDENTE: E prima lei non sapeva niente dell&#8217;Assicurazione? TESTE: Sì, accadde una volta che &#8230; Ecco, si parlava, e Fenaroli diceva che non riusciva a mangiare e a dormire. Allora, Maria, scherzando naturalmente gli disse &#8216;Caro Gianni, non preoccuparti &#8230; Se muori, non mi importa nulla. Tanto sono assicurata&#8217; (&#8230;)&#8221;. Una circostanza che la famiglia di Maria rinfaccia a Giovanni immediatamente dopo il delitto, quando iniziano a trapelare i primi resoconti su questa polizza: &#8220;Il giorno successivo ai funerali di Maria-continua Anna Martinaro- ci ritrovammo a casa mia. C&#8217;erano i miei fratelli, Luigi e Gaetano, mia sorella Franca, e c&#8217;era Fenaroli, contro quale io inveii dicendogli: &#8216;Tu ne sai niente di questa polizza&#8217;? PRESIDENTE E quale fu la risposta di Fenaroli? TESTE: Ostentando un tono quasi stupito disse: &#8216;Ah sì, è una polizza di centocinquantamilioni, a mio favore. Ce n&#8217;è anche una di duecentomilioni a favore di Maria&#8217;. Io gli chiesi allora se per una morte violenta come quella di Maria la polizza valeva. Rispose di no. Da allora, i miei sospetti si fecero sempre più consistenti &#8230;&#8221;. Ma della polizza, riferisce anche il fratello della vittima, Luigi, in affari con il cognato Fenaroli. Così dalle carte processuali: &#8220;PUBBLICO MINISTERO: E&#8217; vero Signor Martinaro che lei consegnò al Commissario Macera della squadra mobile dei documenti riguardanti la polizza assicurativa stipulata sulla vita di sua sorella Maria? TESTE: Sì. Si trattava di una citazione innanzi al Tribunale Civile di Milano. L&#8217;atto era della Compagnia assicuratrice (Assicurazioni Generali NdA) che intendeva annullare la polizza. Lo portai in Questura perchè lo fotocopiassero, poi lo rimisi a posto in Ufficio. Accadde pochi giorni dopo il delitto &#8230; PUBBLICO MINISTERO: E perchè fece questo? TESTE: Perchè in famiglia si sospettava di Fenaroli. E si sospettava che si fosse fatto aiutare da qualcuno per uccidere Maria. All&#8217;inizio, io e mio fratello Gaetano pensammo ad un certo Mazzucchelli, o meglio ancora al cognato di questo signore, perchè Maria, una volta, lo aveva fatto denunciare per furto&#8221;. Veramente un brutto quadro! Cosa riferisce Fenaroli di quella Assicurazione? Innanzitutto, minimizza sulla falsificazione della firma della moglie, di cui era comunemente procuratore d&#8217;affari, secondo la consuetudine dell&#8217;epoca: &#8220;Constatai che in quella [polizza, NdA] di mia moglie avevano sbagliato il cognome: Marturano, invece di Martirano. Notai pure che i beneficiari di entrambe le polizze erano gli eredi legittimi e testamentari (&#8230;) PRESIDENTE: E lei cosa fece dopo aver rilevato l&#8217;errore? FENAROLI: Scrissi due lettere all&#8217;Agenzia delle Assicurazioni Generali di Venezia, pregando la Direzione di rendere beneficiaria mia moglie per la polizza a me intestata, di correggere il nome di Marturano in Martirano su quella di mia moglie e di designare me come beneficiario di quella polizza. Io sì credo di avere firmato la polizza di mia moglie, naturalmente con il nome Maria Martirano&#8221;. Ma aggiunge una coda velenosa: &#8220;Vedo che la calligrafia somiglia molto a quella di mio cognato, Luigi Martirano &#8230; Spesso firmava lui, per conto di mia moglie vari atti &#8230;&#8221;. Una dichiarazione che è la coda di veleni, dissapori tra Fenaroli e i Martirano già sordamente presenti prima della morte di Maria, nonostante la cordialità di facciata. Riferisce Fenaroli della solidarietà tra lui e i Martirano ai tempi della guerra, di quando vissero sfollati: &#8220;Durante il periodo bellico, tutti i familiari di mia moglie vennero a casa mia, ad Airuno. Tutti quanti miei ospiti &#8230; Davo loro perfino i soldi per le sigarette&#8221;. Una confidenza che porta Giovanni ad apprendere scabrose vicende sul passato di sua moglie e della sorella Anna, relative ad una mai del tutto precisata &#8220;schedatura&#8221; delle sorelle come prostitute alla Questura. &#8220;Io so per certo -continua Fenaroli- Anna Martinaro minacciò più volte mia moglie in merito ai &#8216;comuni trascorsi&#8217;, dicendole brutalmente: &#8216;mettiamoci d&#8217;accordo, o racconto tutto a tuo marito&#8217;&#8221;. Di qui, l&#8217;imputato addebita a tali ricatti improvvise e immotivate uscite di denaro da parte della moglie verso la famiglia (come in concomitanza con l&#8217;intenzione dei fratelli Franca, Luigi e Gaetano di rilevare un bar) e il sempre più marcato stato  di ansia e di tensione della moglie (dopo la morte del marito di Anna, era terrorizzata da delitti e rapine). Al contrario, Anna al dibattimento sui &#8220;comuni trascorsi&#8221; rimprovera al cognato di aver continuamente rinfacciato alla defunta moglie questa circostanza, rendendo la vita coniugale un inferno. E quanto a veleni e insinuazioni, Anna non manca di mettere in rilievo l&#8217;incoerenza del cognato che tacque alla polizia questa circostanza, quasi temendo la formazione di un possibile movente &#8230; E al culmine dello scontro, Anna, irata come una iena, accusa il cognato di essersi recato all&#8217;indomani del delitto nell&#8217;appartamento di Via Monaci 21 per cercare certi &#8220;importanti documenti&#8221;. Maria, riferisce Anna, era in possesso di &#8220;certe carte&#8221;, che avrebbero potuto rovinare il marito e che lei teneva nascoste in casa come una sorta di &#8220;garanzia&#8221; in caso di separazione. Uno scenario davvero torbido e oscuro, un matrimonio increspato di ombre e di reciproci ricatti. Uno scenario in cui matura un delitto, dalle circostanze (come si vedrà nelle prossime puntate) davvero incredibili. <strong>Bibliografia:</strong> <em>I processi del secolo, Gli enigmi</em>, GUIDI-ROSSELLI (A cura di), Edizioni CARDIFF</p>
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		<title>Digital Divide: il blog non è stampa clandestina, parola della Cassazione</title>
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		<pubDate>Tue, 15 May 2012 21:25:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Frabetti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Costume e società]]></category>

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		<description><![CDATA[<a href="http://www.arezzopolitica.it/2012/05/15/digital-divide-il-blog-non-e-stampa-clandestina-parola-della-cassazione/"><img align="left" hspace="5" width="150" height="150" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2012/05/blog-150x150.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="blog" title="blog" /></a>di Claudio Tamburrino-  La Corte di Cassazione ha emesso l&#8217;attesa sentenza sul caso che vedeva il blogger siciliano Carlo Ruta accusato di &#8220;stampa clandestina&#8221;: ha ribaltato le precedenti decisioni, e quantomeno rinviato la minaccia che sembrava incombere sulla Rete italiana. I Giudici della III Sezione della Corte di Cassazione guidati da Saverio Felice Mannino hanno [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-9955" title="blog" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2012/05/blog.jpg" alt="blog" width="448" height="326" />di <strong>Claudio Tamburrino</strong>-  La Corte di Cassazione ha emesso l&#8217;attesa sentenza sul caso che vedeva il blogger siciliano Carlo Ruta accusato di &#8220;stampa clandestina&#8221;: ha ribaltato le precedenti decisioni, e quantomeno rinviato la minaccia che sembrava incombere sulla Rete italiana. I Giudici della III Sezione della Corte di Cassazione guidati da Saverio Felice Mannino hanno annullato senza rinvio le decisioni dei gradi precedenti &#8220;perché il fatto non sussiste&#8221;: i blog non sono un prodotto editoriale e dunque non sono stampa clandestina. L&#8217;uomo, storico, giornalista e autore del blog &#8220;Accade in Sicilia&#8221;, era stato accusato dal procuratore della Repubblica di Ragusa Agostino Fera, che si era dichiarato anche parte lesa sentendosi danneggiato da certi interventi online di Ruta. Il reato di &#8220;stampa clandestina&#8221; è previsto dalla legge sulla stampa, legge n. 47 dell&#8217;8 febbraio 1948, ma era da trent&#8217;anni che non portava ad una condanna: nonostante questo il primo (risalente al 2008) e secondo grado di giudizio avevano finora ritenuto colpevole Carlo Ruta, che era stato condannato a pagare un&#8217;ammenda di 150 euro e a subire il sequestro del suo blog, chiuso nel 2004. La sua colpa sembrava in particolare legata alla pubblicazione sul sito www.accadeinsicilia.net (che risulta ancora offline) di documenti relativi all&#8217;assassinio del giornalista Giovanni Spampinato, ucciso a Ragusa nel 1972 a soli 22 anni. Secondo la precedente sentenza di appello il blog di Ruta sarebbe stato da equiparare ad un tradizionale quotidiano cartaceo e dunque il titolare avrebbe dovuto registrarlo presso il Tribunale competente. La difesa, d&#8217;altra parte, aveva cercato di far notare come il sito non fosse altro che uno strumento di documentazione, neanche aggiornato regolarmente e quindi non paragonabile ad un giornale vero e proprio. A favore di Ruta si erano dunque sempre schierati osservatori e attenzione mediatica, preoccupati delle implicazioni di una sentenza del genere rispetto ad una realtà fatta di blog e altre diverse forme di comunicazione online: d&#8217;altra parte al momento sono impegnati a difendersi dalla medesima accusa altre realtà, come la WebTV PNBOX. Durante l&#8217;arringa difensiva, peraltro, l&#8217;avvocato del blogger ha detto, riferisce Fulvio Sarzana, di &#8220;aver ricevuto comunicazione dal relatore della norma sull&#8217;editoria del 2011, l&#8217;On. Giuseppe Giulietti, il quale avrebbe confermato che i blog non rientrano, né intendevano essere inclusi, nella nozione di prodotto editoriale e che ciò risulta evidente dalla lettura della relazione preparatoria a tale legge&#8221;. Tratto da www.puntoinformatico.it http://t.contactlab.it/c/2000461/3366/22858343/36468</p>
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		<title>Il Papa ad Arezzo secondo &#8220;la casalinga di Voghera&#8221;</title>
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		<pubDate>Mon, 14 May 2012 22:05:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mugnai</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>

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		<description><![CDATA[<a href="http://www.arezzopolitica.it/2012/05/14/il-papa-ad-arezzo-secondo-la-casalinga-di-voghera/"><img align="left" hspace="5" width="150" height="150" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2012/05/Papa-ad-Arezzo-150x150.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="Papa ad Arezzo" title="Papa ad Arezzo" /></a>di Giorgio Frabetti- Misurare una visita papale con i crismi successo/flop, quasi si trattasse di una fiction o di una partita di calcio da misurarsi con l’Auditel è una chiave d’analisi semplicemente cretina. E qui non serve differenziare laici e cattolici, detrattori o difensori. Come sono demagogici e strumentali certi “fervorini” radicali, così sono anche [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-9931" title="Papa ad Arezzo" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2012/05/Papa-ad-Arezzo.jpg" alt="Papa ad Arezzo" width="458" height="330" />di <strong>Giorgio Frabetti-</strong> Misurare una visita papale con i crismi successo/flop, quasi si trattasse di una fiction o di una partita di calcio da misurarsi con l’Auditel è una chiave d’analisi semplicemente cretina. E qui non serve differenziare laici e cattolici, detrattori o difensori. Come sono demagogici e strumentali certi “fervorini” radicali, così sono anche patetici tentativi di difesa del Papa, pure in buona fede, quale quello di Salvatore Mannino su Quotidiano Nazionale. Ai radicali che dicono “tanti soldi, nessuna attenzione mediatica” e simili, il Ns. risponde “No l’attenzione mediatica c’è stata”. Non che Mannino non dica la verità, solo che non centra il cuore del problema. Prima di ogni commento, è necessario chiarirsi di una cosa: si possono criticare i preti fin che si vuole quanto a coerenza etc., ma si deve comprendere come la Chiesa si auto-percepisca al suo interno e come si presenti al suo esterno, come un’Istituzione dalla funzione educativa, che lancia messaggi. E qual’era il messaggio della visita aretina del Papa? Avvenire lo enuncia chiaramente e fuori da ogni possibile equivoco o manipolazione: “Un filo conduttore può essere considerato quello della città per l&#8217;uomo e dell&#8217;uomo forgiato dall&#8217;umanesimo rinascimentale. In questa chiave si possono leggere le pragmatiche indicazioni ad Arezzo a reagire alla crisi, trovare soluzioni per i deboli, fornire ai giovani una educazione fondata su valori, reagendo a quella &#8220;cultura dell&#8217;effimero&#8221; che ci ha illuso e frodato con il suo &#8220;materialismo&#8221;. Indicazioni sì pragmatiche, ma  all&#8217;interno di una omelia permeata di spiritualità, riflessione sul patrimonio dei santi e dei grandi italiani emersi da queste terre o da loro attraversate. Un altro tema è quello dell&#8217;essere cristiani che non vuol dire proclamarsi tali, ma conformarsi a Cristo, e della Chiesa, la cui unica ragione di esistere è &#8220;essere ponte tra Dio e l&#8217;uomo&#8221;. Carità, giustizia, pace, tutto si riassume nella fede di Francesco e del dotto Bonaventura, amato dal Papa per aver insegnato a mettere da parte &#8220;l&#8217;orgoglio intellettuale&#8221; e imparare a guardare Dio con gli occhi degli umili”. Scusate se è poco! Ad Arezzo, ma anche all’Italia, al mondo attraversato dalla crisi (economica, politica, sociale, di valori) Benedetto XVI propone coraggiosamente il patrimonio di “umanesimo integrale” della tradizione cristiana, di una fede che, animando la cultura e la società, ha favorito l’esplosione della cultura occidentale. E Arezzo ritrova in questa dimensione un posto, un ruolo tutt’altro che marginale, come città ricca di testimonianza di quel Rinascimento delle Arti, della Cultura, della Politica e dello Spirito che fu la gloria dell’Occidente cristiano; la gloria di un umanesimo, che nell’ottica di Papa Ratzinger è davvero “umanizzatore” in quanto fecondato dall’unica prospettiva giusta di porre la “questione umana”, la dimensione “verticale” (e non solo “orizzontale”) del rapporto con Dio, con Cristo. D’accordo, si può non convenire sul fatto che Gesù sia la chiave del mistero umano, ma da qui a ritenere gratuita, ingiustificata, se non strumentale la scelta di Arezzo, quasi non fosse città-simbolo, ce ne corre. E se qualcuno volesse minimizzare il ruolo di Arezzo nella storia francescana, faccia pure, ma poi non venga a pontificare sulla figura di San Francesco, come una grande testimone della Speranza e della Fraternità Universale: chè anche a questa storia Arezzo (Verna docet) è legata, piaccia o non piaccia. Solo (!) a questo, è legato il vero “perché” della visita ad Arezzo del Papa: non voliamo per aria tra le polemiche (anche quelle di rincalzo di certa stampa che si crede apologetica, ma che resta alla superficie degli avvenimenti), ma restiamo attaccati ai fatti e alla realtà, prima di giudicare!</p>
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		<title>Italia 1860-2012, tutta un&#8217;altra storia! Un sogno &#8220;neocorporativo&#8221; per salvare l&#8217;Italia? Una conclusione che non conclude &#8230;- Quattordicesima parte</title>
		<link>http://www.arezzopolitica.it/2012/05/13/italia-1860-2012-tutta-unaltra-storia-un-sogno-neocorporativo-per-salvare-litalia-una-conclusione-che-non-conclude/</link>
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		<pubDate>Sun, 13 May 2012 16:54:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Frabetti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Appuntamenti con la Storia]]></category>

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		<description><![CDATA[<a href="http://www.arezzopolitica.it/2012/05/13/italia-1860-2012-tutta-unaltra-storia-un-sogno-neocorporativo-per-salvare-litalia-una-conclusione-che-non-conclude/"><img align="left" hspace="5" width="150" height="150" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2012/05/monti-150x150.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="monti" title="monti" /></a>di Giorgio Frabetti- Nel Ns. stile un po’ sincopato della ns. personalissima (e faziosa) storia d’Italia, condotta più per linee generali di lungo periodo che per narrazione di singoli avvenimenti (per altro conosciuti da tutti), ci avventuriamo nella più ardua delle Ns. possibili puntate: la conclusione. E’ sempre ardua una conclusione in questo genere di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-9915" title="monti" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2012/05/monti.jpg" alt="monti" width="400" height="240" />di <strong>Giorgio Frabetti</strong>- Nel Ns. stile un po’ sincopato della ns. personalissima (e faziosa) storia d’Italia, condotta più per linee generali di lungo periodo che per narrazione di singoli avvenimenti (per altro conosciuti da tutti), ci avventuriamo nella più ardua delle Ns. possibili puntate: la conclusione. E’ sempre ardua una conclusione in questo genere di racconti: o ti riferisci ad un’epoca definitivamente chiusa e lontana, e allora fai storia con relativo margine di esattezza; oppure ti riferisci ad un’epoca che è ancora aperta al momento della narrazione, e allora fai storiografia. In una parola, fai politica. Come noto, applicare il pensiero critico e riflessivo alla politica (che implica tifoseria, partigianeria) è arduo; ma non è un’operazione impossibile, solo che si sia consapevoli che è già molto se queste 14 puntate possono aver portato i lettori a “relativizzare” (o, per lo meno a contestualizzare) i termini della lotta sociale e politica italiana: termini che, pure aggiornati, sono debitori a tendenze di lungo o lunghissimo periodo della storia italiana. Sul lungo periodo e sul futuro che ci attende, possiamo far calare questa massima scettica e ultra-disincantata del grande “anti-italiano” che fu Giuseppe Prezzolini: “L’Italia oscilla tra una tendenza anarchica e una dispotica”. Una frase che è molto più di un’osservazione di costume, e che racchiude molta più sapienza storica di quanto si creda. In effetti, la storia d’Italia dal 1860 a oggi (ma anche prima) si stende su un confuso e incoerente avvicendarsi di spinte all’accentramento e alla chiusura nel potere e nella società e all’apertura ai limiti dell’anarchia: emblematico il periodo 1919-26 che alternò il più spinto democratismo e il massimo protagonismo dei partiti politici di massa alla più cruda chiusura autoritaria, con addirittura scioglimento e messa fuori legge dei medesimi partiti! L’autoritarismo politico-sociale, ovvero la pretesa di “governare dall’alto” in termini talora settari e al limite del razzismo politico le vicende italiane costituisce in realtà contraccolpo della fondamentale ingovernabilità socio-politica italiana e tentativo (spesso più di superficie che di sostanza) di calmierare tendenze, che però prima o poi tendono a riesplodere. Ma non solo il fascismo è stata una fase di “chiusura politico-sociale”: prima era venuta l’oscura èra crispina e successivamente, la fase del “compromesso storico” DC-PCI, tentativo di stabilizzazione “neocorporativa” della società e della politica italiana (fallito per il semplice motivo che i due animatori principale, il partito cattolico e comunista stavano perdendo presa sulle masse). Più recentemente, un nuovo tentativo di “stabilizzazione corporativa” della politica e della società italiana è venuto dal Governo Monti, appoggiato dalla maggioranza politica PDL-PD-UDC (il nuovo “arco costituzionale”) e sostenuto dalle principali forze sociali (Confindustria, Chiesa etc.), ma contrastato aspramente dallo spettro “grillino” del Movimento Cinque Stelle, pronta a sparigliare di nuovo il mazzo, come ai tempi del Governo Amato e Ciampi fecero la Lega prima e Forza Italia poi. Di questa tendenza “neocorporativa” è testo molto rappresentativo il recente e godibilissimo pamphlet di De Rita e Galdo, L’eclissi della borghesia, Laterza, 2011. Un pamphlet che pone al centro della questione del rilancio del ruolo dirigente della borghesia tre grandi questioni: l’alleanza tra le Istituzioni principali dell’Italia (Industria, Chiesa, Sindacato), la “questione del debito pubblico” e la “questione morale”. Il debito pubblico, perseguito dagli anni ’60 in poi come strategia di sostegno ai redditi e di calmiere contro la disoccupazione, è divenuto via via insostenibile con la crisi della “finanza derivata” del 2007-08 e ciò implica una revisione di stili di vita: stili più austeri, ripensamento dell’orientamento allo studio dei giovani, rilancio della Grande Impresa come volano di investimenti in asset strategici e non semplice “bene rifugio finanziario”. Come anticipato nella prima puntata, il testo di Galdo e De Rita si lascia, però, apprezzare per alcune prese di posizione di ordine storico, che sono contemporaneamente ingenue eppure di notevole incisività. Galdo e De Rita auspicano una nuova IRI; non il carrozzone “liquidato” da Romano Prodi, ma l’IRI di Paratore e dei discepoli beneduciani degli anni 1946-1960, che riuscì a concepire un disegno strategico per il rilancio definitivo dell’industria italiana. A Noi non interessa entrare nel merito economico della valutazione. Ci interessa, però, rilevare che, nell’indicare l’esempio IRI, De Rita e Galdo, con grande coraggio politico-culturale, rivalutano il contesto dell’èra fascista, come crogiuolo che fece maturare le intelligenze che furono decisive e necessarie per il boom economico dell’Italia. Mai riferimento e paragone fu più adeguato (e coraggioso): il fascismo fu davvero unico esperimento di una “grande coalizione corporativa” della Società italiana, in rinnegamento certo dei frazionismi liberali e democratici, ma in cui agì fortemente quel “mito” (più illusorio che reale) di union sacrèe attorno alla Patria e alla sua grande missione che in Italia fu coltivato dopo Caporetto. Di questo “sogno corporativo” Giuseppe Bottai fu grande e insuperato interprete non solo sotto il fascismo, ma anche oltre, lasciando per altro un insegnamento durevole che ebbe ammiratori non sospetti nel post-fascismo presso comunisti, liberali e cattolici democratici anche di Sinistra (tra gli altri, si consideri la grande influenza su Aldo Moro, di cui Bottai era per altro amico personale). Dove, però, De Rita e Galdo peccano di ingenuità, però, sta nel connettere la ricostituzione di un simile fronte “neocorporativo” alla “questione morale”, ossia dalla sola ristrutturazione di abitudini di costume economico e morale dell’Italia. Una costante di questi lavori è la denuncia della pretesa degli italiani di “vivere al di sopra delle loro possibilità”, di essere dei superbi parvenus che aspirano al posto pubblico, che snobbano i lavori tecnici, considerati poco gratificanti (vedi la polemica Galdo-De Rita sui giovani in politica e sulle lauree come Scienze delle Comunicazioni): una denuncia che, laddove raggiunge limiti polemici, sfiora il razzismo. De Rita e Galdo, come tutti i fautori del “sogno neocorporativo” in salsa montiana, però, peccano di grave impoliticismo: nel momento in cui predicano la “questione morale” e la grande “alleanza corporativa” tra Industria, Sindacato etc. dimenticano che, per consolidare davvero questa svolta per una “disciplina neocorporativa” nella Società italiana (buona o sbagliata, non ci interessa entrare nel merito) esige un passaggio … rivoluzionario. D’accordo, ci sono abitudini negative, ma proprio perché tali abitudini negative affondano nel lungo periodo, tale passaggio deve intendersi come oggettivamente rivoluzionario e come prodromico in un certo senso di “guerre civili”. Come non dimenticare, del resto, che il fascismo, il tentativo di sperimentazione neocorporativo più avanzato (e che di fatto favorì i quadri che fecero negli anni ’50 il boom economico) fu lavato nel sangue della Grande Guerra e dello Suqadrismo? E che al suo fallimento, si deve il decadimento della moralità pubblica e del senso nazionale (“morte della patria”) che fu esiziale per la formazione in Italia di una borghesia nazionale degna di questo nome? Questi nodi vengono lasciati negletti da Galdo e De Rita. Sì perché una simile questione in Italia chiama in causa il ruolo della Politica, in una stringente e avvolgente circolarità e chiama in causa la grande vera grande opzione: tra la prospettiva “di lungo respiro” della grande Intendenza Borghese sognata da De Rita (iniziata in Italia con il Risorgimento e terminata di fatto alla vigilia del boom economico) o la prospettiva di più corto raggio dell’eterna Italia che la “sfanga”. Nell’immediato futuro, c’è da ritenere che le sorti dell’Italia resteranno affidate all’italian life, così magistralmente descritto da Gaetano Salvemini al culmine della sua originalissima predicazione sindacale: all’arte di arrangiarsi (che qualcuno pomposamente continua a chiamare liberismo) e all’emigrazione, già per altro sempre forte da Sud a Nord. Ma in chi si specchierà politicamente tale italian life? Questa è la principale incognita di questi tempi. Un italian life che ieri politicamente trovò espressioni nel giolittismo, poi nell’epoca dei governi democristiani, poi nel leghismo e nel berlusconismo. Sarà Grillo a prendere questo posto? E’ prematuro prendere posizione. Certamente, viste le tendenze di lungo periodo della borghesia italiana, è certo che presto o tardi certo questa Italia non tarderà ad esprimere, in chiave “auto-poietica” una classe politica in cui specchiare le proprie aspirazioni. Con quali esiti, evidentemente, non è dato sapere- <strong>Fine</strong>.</p>
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		<title>Il ciclone grillino nell&#8217; &#8220;Italia anno zero&#8221;</title>
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		<pubDate>Sat, 12 May 2012 14:51:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Frabetti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica Nazionale]]></category>

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		<description><![CDATA[<a href="http://www.arezzopolitica.it/2012/05/12/il-ciclone-grillino-nell-italia-anno-zero/"><img align="left" hspace="5" width="150" height="150" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2012/05/beppe-grillo-150x150.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="beppe grillo" title="beppe grillo" /></a>di Giorgio Frabetti- Non facciamoci troppe illusioni: il voto al Movimento Cinque Stelle di Beppe Grillo è un voto della disperazione e avvicina sempre di più all&#8217;Italia scenari di guerra civile.Il movimento dilaga e gli elettori non possono intendersi (almeno in questa tornata) in libera uscita: non abbiamo motivi di credere che gli elettori si [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-9900" title="beppe grillo" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2012/05/beppe-grillo.jpg" alt="beppe grillo" width="461" height="346" />di <strong>Giorgio Frabetti</strong>- Non facciamoci troppe illusioni: il voto al <em>Movimento Cinque Stelle</em> di Beppe Grillo è un voto della disperazione e avvicina sempre di più all&#8217;Italia scenari di guerra civile.Il movimento dilaga e gli elettori non possono intendersi (almeno in questa tornata) in libera uscita: non abbiamo motivi di credere che gli elettori si faranno scrupoli nel confermare anche al ballottaggio i candidati sindaci grillini. Siamo al vuoto di potere; siamo al tragico della politica, quando, ovunque ti volti, sei al &#8230; salto nel buio. Bando alle ipocrisie, in questo momento, non serve fare nè i tifosi, nè i detrattori di Grillo; <em>amor fati</em>, occorre. La situazione è tragica e impone scelte radicali. Potremmo dire (come detto tante volte nel sito), i partiti facciano quadrato attorno ai moderati, ai soggetti istituzionali e legalitari; potremmo invocare una nuova solidarietà nazionale dal PD, al PDL, all&#8217;UDC che blocchi le Estreme. Ieri avremmo detto questo, ma oggi &#8230; Non per essere disfattisti, ma con tutta la buona volontà e coerenza, rischieremmo di fare la fine di Giolitti e Salandra che nello scorcio 1924-25 (novelli Davide contro Golia) pretendevano di deporre Mussolini: due gatti, isolati nella falange di deputati fascisti! E ormai, PD, PDL e UDC sono a questi livelli come numeri &#8230; Siamo al vuoto di potere. Il voto di oggi è l&#8217;espressione coerente della &#8220;crisi di regime&#8221; che stiamo attraversando: lo abbiamo detto una settimana fa, che siamo l&#8217;eterna Italia dei <em>Clientes</em>. Come nell&#8217;antica Roma, quando il sistema delle sovvenzioni e delle assegnazioni pubbliche entrava in crisi, la lotta politica si incrudeliva. E come nell&#8217;antica Roma, siamo alla divisione tra Ottimati (Palazzo) e Plebe. Grillo novello Gracco? Novello Silla? Novello Giulio Cesare? Aldilà del ridicolo che tali paragoni sollevano, certo Grillo può apparire come una specie di &#8220;tiranno&#8221; <em>in pectore</em> dei tempi moderni. Mi raccomando, amici grillini, non fraintendetemi, non sto dando del Duce o dell&#8217;aspirante Dittatore al vs. Beniamino! Nell&#8217;antichità, i &#8220;tiranni&#8221; erano gli <em>homines novi</em>, quelli che entravano nelle Magistrature a furor di popolo e senza essere passati per la cooptazione e per il <em>cursus honorum</em> riservato alle classi dirigenti tradizionali. Immancabilmente, si giungeva alla guerra civile, quando tali figure si affacciavano sullo scenario politico dell&#8217;antichità: la Casta, gli Ottimati difendevano con i denti i loro privilegi e non esitavano a ricorrere a mezzi poco ortodossi (non necessariamente cruenti) per far fuori i <em>leaders</em> emergenti. <em>Mutatis mutandis</em> questo processo è avvenuto con la discesa in campo di Silvio Berlusconi nei primi anni e il <em>leader</em> della <em>Fininvest</em> di allora (che non era la patetica maschera di oggi) era ben consapevole dei rischi che correva: &#8220;Andranno a frugare nel mio passato, nelle mie carte -si sfogava con gli intimi- e diranno che sono mafioso&#8221;. Detto questo, però, occorre maturare nei confronti del movimento grillino un atteggiamento adeguato: che non può essere nè quello della pura e semplice rimozione (come incautamente ha mostrato di fare martedì scorso il Presidente Napolitano), nè quello di una acritica e spesso strumentale alleanza, come mostra di fare in alcuni centri il PDL per impedire le vittorie al ballottaggio dei candidati sindaco in difficoltà. A parte qualche rilievo sulla coerenza di questi Pidiellini che ieri tacciavano di eresia le liste civiche di Sara Giudice e chi, come i Sottoscritti, le sosteneva, occorre partire dalla massima consapevolezza della gravità della situazione. Siamo in guerra civile: guerra civile in Europa con l&#8217;Euro, guerra civile (incipiente) in Italia con le prime recrudescenze di terrorismo a sfondo classista (vedi gambizzazione del Dirigente dell&#8217;Ansaldo); come antidoto alla guerra civile, occorre armarsi di sano e lucido <em>amor fati</em>. Non ha del tutto torto Beppe Grillo quando dice &#8220;Dovete ringraziarmi che c&#8217;eravamo noi, sennò si affacciavano alle elezioni i nazisti come in Grecia&#8221;. Fossimo in lui, però, andremmo cauti nel pretendere facili titoli di &#8220;custodi della Costituzione&#8221;, perchè il movimento è cresciuto troppo, e troppo in fretta e probabilmente Grillo non è ancora consapevole di chi e di cosa ha davvero imbarcato. Nell&#8217;immediato assisteremo (questo è lo scenario più probabile) ad un appannamento della <em>leadership</em> grillina, e forse una sfasatura tra il <em>leader</em> e i singoli dirigenti, un pò come avvenne all&#8217;indomani delle elezioni del 1921 e del patto di pacificazione tra Mussolini e le Squadracce d&#8217;assalto (di cui il futuro Duce prevedeva un prossimo assorbimento, che in effetti non ci fu). La sorte del movimento grillino, nell&#8217;immediato, è affidata alla base, ai militanti e lì si proverà il valore del movimento. E può venire fuori di tutto. E&#8217; evidentemente qui che il Palazzo aspetta Grillo al varco per regolare i suoi conti e assestargli il colpo definitivo. Ne siano consapevoli i grillini, su cui incombe una prospettiva carica di ombre e di incognite: il Potere non concederà loro sconti, ne chiederà solo la marginalizzazione e l&#8217;emarginazione, non farà ostaggi. Ma si sa, quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare. Ci piace credere che il voto sia davvero l&#8217;alba per provare una nuova classe dirigente nell&#8217;anno zero della Politica italiana. Una classe dirigente, provata dalle lotte e dall&#8217;amministrazione quotidiana, aliena dagli snobismi e gli estetismi fin qui affettati (wi-fi, ambientalismo etc.). Saprà questa classe dirigente farsi carico del reale &#8220;vuoto di potere&#8221; che si va profilando? Saprà agire come vera custode della Costituzione e della moralità pubblica? Una sola cosa è certa: una simile opportunità si offre oggi, domani (e forse dopodomani) non si presenterà più. O la va, o la spacca, non c&#8217;è altro da dire.</p>
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		<title>La nuova &#8220;guerra civile&#8221; dell&#8217;euro. Grecia, Hollande e dintorni</title>
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		<pubDate>Wed, 09 May 2012 21:37:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mugnai</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica Internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[Varie]]></category>

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		<description><![CDATA[<a href="http://www.arezzopolitica.it/2012/05/09/la-nuova-guera-civile-delleuro-grecia-hollande-e-dintorni/"><img align="left" hspace="5" width="150" height="150" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2012/05/euro1-large-150x150.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="euro1-large" title="euro1-large" /></a>di Federico Mugnai e Giorgio Frabetti- La vittoria di Hollande in Francia e il boom di voti fatto registrare da Marine Le Pen, le tensioni in Grecia dove dalle elezioni escono a pezzi i partiti europeisti, schiavi della potenza e prepotenza dei vari estremismi di destra e sinistra, l’avanzare del Movimento 5 stelle di Grillo in [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-9889" title="euro1-large" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2012/05/euro1-large.jpg" alt="euro1-large" width="500" height="375" />di <strong>Federico Mugnai </strong>e<strong> Giorgio Frabetti-</strong> La vittoria di Hollande in Francia e il boom di voti fatto registrare da Marine Le Pen, le tensioni in Grecia dove dalle elezioni escono a pezzi i partiti europeisti, schiavi della potenza e prepotenza dei vari estremismi di destra e sinistra, l’avanzare del Movimento 5 stelle di Grillo in Italia, sono tutti sintomi dell’incertezza sul destino dell’Europa. L’Europa è nel marasma. Da un lato, la crisi politica greca è destinata ad acuirsi e non è detto che il Paese riesca non solo a mantenersi nell’area Euro, ma a tutelare la propria democrazia; e non è da escludere un ritorno al potere di forze autoritarie e antidemocratiche di destra o sinistra. Dall’altro, nuovi focolai si sono già accesi in Francia, in Spagna e anche in Italia, con sfumature differenti, ma con un comune denominatore: l’antieuropesmo. In mezzo,  Hollande, nuovo Presidente francese, figura grigia, ma che suscita grande speranza presso i socialisti di tutta Europa, il cui successo è la cartina di tornasole delle principali aspettative di politica economica degli elettori europei. Certo, Hollande non è antieuropeista, solo è un europeista … anni 90, cui piacerebbe mantenere l’attuale assetto burocratico della Ue, “il grande Stato” che da lontano dirige i vari Stati, considera i cittadini europei dei sudditi e non degli individui liberi, con la ricetta economica vecchia e logora ( e causa della crisi del debito pubblico e quindi della crisi europea) del “tassa e spendi”, dell’aumento della spesa pubblica per attivare la crescita. Ciò complica il quadro, perché non è così netta la demarcazione tra Europa e Anti-Europa, digradandosi ogni posizione in mille sfumature, non necessariamente riconducibili al radicalismo comunista o neonazi di Grecia, ad esempio. Certo, ciò indebolisce il fronte europeista. Un umore di fondo comunque si coglie: il passatismo monetario, il desiderio di tornare alla vecchia monetazione, ai vecchi Stati Nazione, cancellando così l’Europa come entità monetaria e politica. Ma proprio questo oggi è la causa prima dei problemi attuali. Abbiamo vissuto quasi un decennio con una moneta unica e tutti i vari Stati dell’Ue che continuavano ad esercitare indisturbati la loro sovranità nazionale, decidendo le proprie politiche economiche e sociali, magari con avvertimenti o strigliate provenienti da Bruxelles, ma comunque con una libertà di azione praticamente illimitata. E’ pur vero che l’Unione Europa è nata dall’intento di più Stati, ma è anche giusto sottolineare come l’Ue sia stata tradita da quegli stessi Stati che non hanno saputo rispettare le regole dei vari Trattati. E’ così che nella crisi finanziaria del 2007-08 l’Europa è entrata nella tempesta, e oggi non è un caso che proprio i Debiti Sovrani, i Debiti di questi Stati imprevidenti siano oggetto della tempesta speculativa. Lo <em>spread</em> tra btp, bonos spagnoli, titoli greci e Bund tedeschi sono il riflesso anche della gigantesca differenza di qualità della classe politica tra i vari stati Ue e quella tedesca, al di là degli schieramenti politici. La lezione è semplice e terribile: chi in questo decennio dalla nascita dell’euro ha aumentato ulteriormente la spesa pubblica per riattivare l’economia privata (vedi Spagna, Italia, Francia e soprattutto Grecia e Portogallo) è stato punito; chi come la Germania ha scelto la via del rigore, del pareggio di bilancio, dell’abbattimento della spesa pubblica per tenere basso il livello del debito e abbassare le tasse per imprese e famiglie, ne esce premiato. Bando comunque alla tedescofobia. figlia dell’invidia, dell’esasperazione per la crisi economica, per le politiche di austerità imposte dall’Europa (leggasi Germania). Certo, l’euro forte è una moneta che soprattutto per l’esportazione ha aiutato la Germania, a scapito soprattutto di Italia e Francia, ma resta indubbio che la leadership della Germania in Europa non è dovuta solo alla supremazia economica. Certamente, oggi che la Germania si impone per l’Europa come modello di Paese virtuoso, il modello tedesco è avvertito come una pesante imposizione, che addirittura nel caso greco ed italiano comporta il prezzo della sospensione della democrazia con Governi tecnici. La battaglia ruota attorno a tre temi principali: rapporto tra governance europea e democrazia, ruolo degli stati Nazione e dell’Europa e infine il dibattito tra rigore e spesa pubblica. Cosa c’è da imparare dalla lezione tedesca? Innanzitutto, che le illusioni degli anni ’90 dell’Euro funzionale ad una ripresa della spesa pubblica è un’illusione; il ricevere benefici dall’Euro senza pagare il dazio di ulteriori sacrifici è una tragica illusione. Come è illusione alleggerire le tasse, senza tagliare la spesa pubblica, con uno spread sul Debito Pubblico in rialzo. Il nuovo fronte della Politica Liberale quindi passa l’appoggio alle misure di austerità, di rigore e di taglio della spesa pubblica che la Germania ha imposto all’Europa, denunciando le illusioni del neosocialismo e del neo statalismo ormai sempre più “Euro-scettico”. In secondo luogo, una nuova Politica Liberale deve essere consapevole che la crisi finanziaria si combatte soltanto rafforzando la <em>governance</em> economica, fiscale e finanziaria europea. Serve un’Europa politica, con un Parlamento che sia espressione dei vari popoli, con un Presidente europeo votato dai cittadini che indichi la strada da percorrere per l’Europa, che sia portavoce di tutti gli Stati membri. Serve un’Europa federata, dare vita agli Eurobond e agli Stati Uniti d’Europa, lasciando ad ogni Stato la fetta di sovranità sufficiente per gestire solo alcune questioni economiche e sociali, cui cedere parte della nostra sovranità nazionale all’Europa per non essere schiacciati dalla forza degli Usa ad Ovest e dall’emergere della Cina e della Russia ad Est. Non sappiamo francamente i tempi e gli sforzi che questa operazione richiederà affinchè si realizzi, perché le forze conservative sono ancora molto forti. Siamo comunque ad un bivio; in pratica siamo in mare aperto, in mezzo ad una bufera e non sappiamo quale sarà l’approdo. Certo, una cosa è certa: i Padri Costituenti non volevano vedere l’Europa consumarsi (come ora) in una nuova (e non dichiarata) “guerra civile europea”.</p>
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		<title>Elezioni amministrative 2012: situazione disperata, ma non seria</title>
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		<pubDate>Tue, 08 May 2012 13:50:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Frabetti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica Nazionale]]></category>

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		<description><![CDATA[<a href="http://www.arezzopolitica.it/2012/05/08/elezioni-amministrative-2012-situazione-disperata-ma-non-seria/"><img align="left" hspace="5" width="150" height="150" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2012/05/elezioni2011-150x150.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="elezioni2011" title="elezioni2011" /></a>di Giorgio Frabetti e Federico Mugnai- Situazione disperata, ma non seria, come chiosava una celebre commedia di Alec Guinnes. Fuori di ironia e di metafora, le elezioni amministrative 2012 consegnano equilibri politici ed elettorali tutt&#8217;altro che consolidati, in movimento e, pertanto, suscettibili di aggiustamenti. Ecco perchè è prematuro prefigurare scenari chiari e definiti. Innanzitutto, non [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-9873" title="elezioni2011" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2012/05/elezioni2011.jpg" alt="elezioni2011" width="408" height="271" />di <strong>Giorgio Frabetti</strong> e <strong>Federico Mugnai</strong>- Situazione disperata, ma non seria, come chiosava una celebre commedia di Alec Guinnes. Fuori di ironia e di metafora, le elezioni amministrative 2012 consegnano equilibri politici ed elettorali tutt&#8217;altro che consolidati, in movimento e, pertanto, suscettibili di aggiustamenti. Ecco perchè è prematuro prefigurare scenari chiari e definiti. Innanzitutto, non è definito il successo grillino, sul quale invero gravano molte più ipoteche politiche di quanto in apparenza sembri; come nulla conferma che con queste elezioni possa ritenersi in atto una reale &#8220;crisi di regime&#8221;, ossia la fine del bipolarismo &#8220;zoppo&#8221; PD-PDL. Ma cominciamo con ordine. Non si è lontani dalla realtà dicendo che al momento la situazione politica è quella del novembre 1993: una situazione che certo può essere interpretata in senso favorevole alla Sinistra e all&#8217;antipolitica, ma di cui non può sottovalutarsi il carattere aperto, suscettibile ancora di clamorose evoluzioni (come fu nel gennaio 1994 la &#8220;discesa in campo&#8221; di Berlusconi e la sua vittoria il 27-28 marzo 1994). Consideriamo alcuni dati certi: è indubbio che il trio ABC (Alfano, Bersani e Casini) abbia ricevuto una castigata memorabile: insieme PD, PDL e UDC non riescono a raccogliere il 50% dei voti (a Parma il PDL raccoglie il 5%!), con ciò rendendone sempre più insostenibile il ruolo di &#8220;azionisti&#8221; di un Governo Monti manifestamente impopolare, se non odiato. Per completezza d&#8217;analisi, però, va anche detto che (in modo assolutamente singolare) sono saltati anche gli equilibri del &#8220;voto di protesta&#8221;: prima distribuito in &#8220;invasi&#8221; consolidati, che andavano dalla Lega a Di Pietro, scombussolati dal crollo della Lega nelle sue zone storiche (vedi la Brianza) e dall&#8217;irruzione del movimento grillino. Il dato vero, però, è che il terremoto ha anche confermato un dato in fondo già visibile nel 2011 e prima, l&#8217;alta volatilità del voto di protesta. Ma attenzione: volatilità significa anche &#8220;reversibilità&#8221;; ossia i voti che oggi sono persi, possono essere recuperati domani. Eventualità, tanto più vera considerata l&#8217;ibrida collocazione grillina, la voluta scelta di non farsi etichettare come &#8220;Destra&#8221; o &#8220;Sinistra&#8221; che attualmente rende il &#8220;marchio&#8221; grillino un comodo rifugio per delusi sia di Destra e di Sinistra; in questo senso, Grillo ha potuto giovarsi delle difficoltà di partiti di protesta classici come la Lega, la Sinistra Arcobaleno etc., presentandosi come valida alternativa al loro elettorato. Ma si sa, l&#8217;insidia sta nella fidelizzazione dell&#8217;elettorato: cosa non scontata a breve, sia sul versante leghista, sia sul versante della Sinistra. Chiariamoci subito che c&#8217;è un dato che lavora a favore dello <em>status quo</em> (sia dei partiti tradizionali, sia dei tradizionali partiti di protesta, <em>Lega</em> <em>in primis</em>) e potenzialmente contro Grillo, il fattore tempo, che può certo favorire il recupero dei competitors (specie Lega e Sinistra): del resto, se c&#8217;è una cosa su cui non è possibile nutrire dubbi è che mai e poi mai ABC in queste condizioni chiederanno elezioni anticipate (nè si comprende quale mossa costoro possano invocare in questa difficile congiuntura se non &#8230; prendere tempo: se questo rafforzi il Governo Monti è un altro discorso che riferiremo più avanti). Di questa possibilità di recupero, la Lega costituisce un esempio lampante: il partito già negli anni &#8216;90 ha conosciuto una volatilità enorme del proprio elettorato (passando in poco tempo dal 10% al 4% e viceversa). Per questo motivo, nulla ci impedisce oggi di interpretare solo come &#8220;eclisse&#8221; momentanea il pur indubbio &#8220;tonfo&#8221; del Carroccio. E basta ragionare su un dato, la Lega perde nelle roccaforti brianzole, dove paga l&#8217;alleanza e la dipendenza da Berlusconi, dove più forte si è fatta sentire l&#8217;avversione al &#8220;cerchio magico&#8221; bossiano; viceversa, è premiata la figura di Tosi, all&#8217;avanguardia nel prefigurare una &#8220;soluzione maroniana&#8221; della Lega, che a Verona si riconferma Sindaco con un&#8217;ottimo margine di maggioranza. Morale della favola? E&#8217; probabile che il voto leghista sia da interpretare come un <em>referendum</em> anti-Bossi, un chiaro segnale contro le velleità di Bossi di non mollare la presa del partito. Ma ciò non basta a prefigurare la fine della Lega: il voto a Tosi sembra lasciare aperta la previsione che la Lega possa riottenere successo e voti, se saprà rafforzare la linea di rinnovamento di Maroni.  E&#8217; evidente che un riallineamento sulla <em>Lega</em> del voto di protesta di Pensionati, Artigiani e Commercianti nel prossimo immediato futuro, sottrarrebbe mercato politico a Beppe Grillo, rischiando di far apparire le vittorie di oggi come &#8220;vittorie di Pirro&#8221;. Ma <em>Lega</em> non significa solo &#8220;voto di protesta&#8221;, significa anche patrimonio di alleanze, di collaborazioni con il centrodestra (specie in Lombardia). Certo difficile pensare che nell&#8217;immediato, Roberto Maroni possa ricucire l&#8217;alleanza con il PDL (di cui la Lega è stata visibilmente punita elettoralmente); ma ciò non esclude in un futuro non troppo breve che un riassestamento leghista non possa portare ad un più acconcio assestamento del PDL. Detto tra parentesi, poi, la concorrenza di una Lega forte non è detto che faccia male al PDL: già in passato, il rapporto ha giovato per riallineare la dirigenza berlusconiana a motivi più genuinamente &#8220;settentrionali&#8221; e &#8220;forzitalioti&#8221;, contro le pulsioni populiste, demagogiche e settarie degli ex-AN, <em>revenants</em> antifiniani, agevolando la formazione di un centrodestra più presentabile e credibile (specie se saprà portare a termine la deberlusconizzazione, ma senza farsi fagocitare dalla nomenklatura larussiana-verdiniana). Un processo analogo può descriversi a Sinistra: la stessa volatilità, infatti, caratterizza la storia elettorale della Sinistra antagonista, passata dal crollo di <em>Rifondazione</em> del 2008 al <em>boom</em> vendoliano del 2010-11. E con ciò, per il PD può dirsi quanto già detto specularmente per il PDL: la Sinistra (vedi la storia del PCI) ha sempre dimostrato di saper rintuzzare la dissidenza e il movimentismo interni, rincorrendo il &#8220;massimalismo&#8221;, scavalcando cioè i rivali a Sinistra. Così, è verosimile che il PD dopo questo voto finisca per riallinearsi ai consigli dei dirigenti che raccomandando di coltivare il rapporto privilegiato con Vendola e abbandonare le &#8220;large intese&#8221; col PDL (o le &#8220;piccole intese&#8221; con l&#8217;UDC). A queste condizioni, il movimento grillino potrebbe perdere ulteriore spazio e agibilità a Sinistra. Specie, se il PD inizierà ad inaugurare, per la designazione del futuro <em>premier</em> di centrosinistra, una tornata di Primarie, che potrebbe offrire una valida sponda di protagonismo a gruppi, movimenti della Sinistra oggi ai margini e insoddisfatti e che, nell&#8217;insoddisfazione, hanno visto in Grillo un comodo parcheggio. Con ciò, voglio concludere dicendo che le elezioni amministrative 2012 terremotano molto poco alle fondamenta lo <em>status quo</em> e il malato e schizofrenico bipolarismo italiano tra i due &#8220;massimalismi&#8221; di Destra e di Sinistra .Ecco perchè sul successo grillino gravano molte ombre e ipoteche, che dovrebbero indurre i dirigenti a moderare il trionfalismo e a realizzare una più matura riflessione su uno scenario politico troppo in movimento, per far ritenere consolidato il successo del movimento <em>CinqueStelle</em>. Ma con queste elezioni non è solo Grillo a rischiare di finire schiacciato come un &#8220;panino&#8221; tra PD e PDL, ma anche lo stesso Monti. Nessun dubbio che il crollo di ABC sia stato la pesante riprova del grado di impopolarità, di odio e di avversione verso Mario Monti dell&#8217;elettorato (in questo, si conferma il <em>trend</em> francese e greco). E non si va lontano da dire che il Governo Monti con queste elezioni è virtualmente morto. Ma condannato ad una morte molto peggiore della crisi ministeriale: il rapporto Monti-ABC potrà paragonarsi sempre più come a quelle coppie anziane, che non si possono soffrire, ma che non hanno saputo e voluto separarsi, e che si condannano ad una guerriglia quotidiana costante. ABC non potranno separarsi da Monti, almeno nell&#8217;immediato: nessuno in seno alla maggioranza ABC vuole le elezioni anticipate (tecnicamente impossibili, anche per il &#8220;semestre bianco&#8221;) e (come detto sopra) tutti i partiti della maggioranza montiana hanno bisogno vitale di recuperare tempo. Il punto, però, è che ABC in questo periodo sono costretti  a recuperare credibilità e questo potrà farsi solo svolgendo una più aggressiva opera di interdizione verso i provvedimenti del Governo più indigesti verso l&#8217;elettorato: per acquisire credito presso gli elettori, ABC dovranno sparare sulla loro diligenza. Un esito questo molto peggiore delle elezioni anticipate, perchè prefigura scenari di destabilizzazione costanti, cronici, dai riflessi anche istituzionali imprevedibili. <em>Nec teco, ne sine teco</em>: il Governo Tecnico, viziato da molti equivoci al suo sorgere, pare condannato ad un velenoso crepuscolo, destinato ad avvitarsi su se stesso e le proprie contraddizioni politiche. Come i vecchi e ingloriosi &#8220;governi balneari&#8221;, di &#8220;decantazione&#8221; della costantemente deprecata <em>Prima Repubblica</em>.</p>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; overflow-x: hidden; overflow-y: hidden; width: 1px; height: 1px; top: 1044px; left: -10000px;">Ecco perchè sul successo grillino gravano molte ombre e ipoteche, che dovrebbero indurre i dirigenti a moderare il trionfalismo e a realizzare una più matura riflessione su uno scenario politico troppo in movimento, per far ritenere consolidato il successo del movimento CinqueStelle.Ecco perchè sul successo grillino gravano molte ombre e ipoteche, che dovrebbero indurre i dirigenti a moderare il trionfalismo e a realizzare una più matura riflessione su uno scenario politico troppo in movimento, per far ritenere consolidato il successo del movimento CinqueStelleCerto, al momento, chi si trova in mezzo a far la parte del &#8220;panino&#8221; non è solo Beppe Grillo, ma anche Mario Monti.D&#8217;accordo, con questo risultato è difficile che si affacci nell&#8217;immediato la tentazione di ABC di sfrattare Monti (quantunque il PD potrebbe avere più interesse di altri &#8230;), scelta suicida che li spingerebbe ad ancora più suicide elezioni anticipate (anche perchè incombe il &#8220;semestre Bianco&#8221; di Napolitano); ma sfido chiunque a ritenere che questo esito elettorale possa giovare la governabilità dell&#8217;Italia. Da oggi in poi, i partiti che ufficialmente sostengono Monti saranno impegnati a cercare credito verso gli elettori, costruirsi meriti e promesse, con ciò accentuando il nemmeno troppo strisciante gioco &#8220;buono-cattivo&#8221; che fin dall&#8217;inizio caratterizza il rapporto Monti-Partiti. Con un Governo Tecnico sempre più &#8220;fantoccio&#8221;, sempre più &#8220;ectoplasma&#8221; di partiti in cerca di credito! Se Monti si illude che a queste condizioni basti l&#8217;<em>imprimatur</em> UE per andare avanti, infischiandosene dei partiti, ebbene adesso la disillusione non potrebbe essere più totale. Partiti al bivio, ma anche Governo Tecnico al bivio: al bivio per i nodi (e gli equivoci) &#8220;politici&#8221; che l&#8217;hanno sostenuto. Siamo al &#8220;vuoto di potere&#8221;, perchè con questo risultato è assai dubbio che lo stesso premier Mario Monti possa giocare il ruolo di <em>leader</em> di riserva per gestire l&#8217;emergenza: la popolarità nei sondaggi da almeno una settimana è scesa sotto il 50% e non si deve come possa crescere, dopo una simile <em>dèbacle</em>.</div>
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		<title>Italia 1860-2012, tutta un&#8217;altra storia! Apoteosi e crisi dei partiti italiani, tredicesima parte</title>
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		<pubDate>Sun, 06 May 2012 00:16:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Frabetti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Appuntamenti con la Storia]]></category>

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		<description><![CDATA[<a href="http://www.arezzopolitica.it/2012/05/06/italia-1860-2012-tutta-unaltra-storia-apoteosi-e-crisi-dei-partiti-italiani-tredicesima-parte/"><img align="left" hspace="5" width="150" height="150" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2012/05/2giugno2-150x150.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="2giugno2" title="2giugno2" /></a>di Giorgio Frabetti- Come visto nella precedente puntata, la storia della politica italiana nel lungo periodo è la storia del faticoso adattamento (spesso fallito) della politica a questa fluida e infida realtà sociale. Nella settima puntata, abbiamo analizzato le ragioni che impedirono nell’immediato, all’indomani dell’Unità d’Italia, il consolidamento dello Stato italiano secondo i crismi di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-9870" title="2giugno2" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2012/05/2giugno2.jpg" alt="2giugno2" width="394" height="422" />di <strong>Giorgio Frabetti</strong>- Come visto nella precedente puntata, la storia della politica italiana nel lungo periodo è la storia del faticoso adattamento (spesso fallito) della politica a questa fluida e infida realtà sociale. Nella settima puntata, abbiamo analizzato le ragioni che impedirono nell’immediato, all’indomani dell’Unità d’Italia, il consolidamento dello Stato italiano secondo i crismi di una Liberal-Democrazia “normale”. In questa puntata, avvantaggiandoci della prospettiva di più lungo periodo di questo scorcio di puntate, possiamo verificare con maggiore attenzione e ponderatezza se l’apporto dei Partiti di massa storici, che “vennero dopo” l’esperienza della liberaldemocrazia e del fascismo riuscirono a risollevare davvero le sorti dell’Italia, conducendola verso un ethos politico più maturo. Dalle puntate precedenti, è già anticipata la risposta negativa che in questa sede si avrà modo di riepilogare e specificare meglio. La storia dei movimenti politici “nazionali” in Italia è contrassegnata da interruzioni e linee di rottura costanti: dal liberalismo cavouriano, al radicalismo democratico di matrice mazziniana, al fascismo, al popolarismo, al socialismo. Sul versante liberale, abbiamo visto come l’esperimento caovuriano di governo “all’inglese” fosse stato bruscamente interrotto (e reso impossibile) dall’unificazione rapida, improvvisa nella Penisola (avvenuta più per collasso dei precedenti staterelli che per forza propria della politica), che costrinse le ristrette classi dirigenti cavouriane a confrontarsi con esigenze impreviste, non fronteggiabili con i quadri dell’incipiente liberalismo lombardo-piemontese. Ma un’altra linea di frattura percorse la linea radicaldemocratica di ispirazione mazziniana. Riconosciuta ormai pacificamente dagli storici prima, vera avanguardia di partito italiano, nell’organizzazione propagandistica, finanche nell’organizzazione cooperativistica esso spianò la strada al Partito Socialista, che nasce praticamente ai tempi di Cavour, prosegue fin nella Destra Storica e sopravvive di fatto integro fino al fascismo. Movimento spontaneo di massa, il primo movimento autonomo (prima di socialismo e cattolicesimo politico) ad organizzarsi al di fuori dello Stato, in un vasto tessuto associativo, senza dipendere dalle leve del potere amministrativo, ereditò l’intonazione cospirativa del primo mazzinianesimo (anche per questo la sua struttura clandestina fu un problema che diede molti grattacapi allo stesso Mussolini) e non a caso finì per situarsi sulla Estrema Sinistra dello schieramento politico. Lungi comunque dal fare facile moralismo, si deve dire che in questa fase nascente della vita politica l’estremismo non deve scandalizzare più di tanto; esso si trova nell’esperienza giacobina in Francia, ma anche nell’esperienza del liberalismo popolare inglese prodromo alla formazione dei nuovi Tories di Disraeli. Ciò che invece deve preoccupare nella situazione italiana sono i termini con cui l’Estremismo iniziale (per lo più radico-repubblicano) si è evoluto ed è persistito nel tempo. In condizioni diremmo “normali”, si sarebbe realizzato un avvicendamento di èlites, tra un’èlite più chiusa ad un’altra di espressione “popolare”. Ma ciò in Italia non si verificò: la “pregiudiziale istituzionale” anti-monarchica e anti-Savoia impedì l’affermazione intera del movimento autonomo repubblicano e passò attraverso una cooptazione di singoli dirigenti. Con ciò, isolando viepiù il movimento, scatenando al suo interno una concorrenza sulle ali estreme e intransigenti (oggi diremo “antipolitici”). Su questa scia, la prima forma di “risposta a sfida” che questa Sinistra sempre più … extra-parlamentare mise in atto fu la costituzione del Partito Socialista, non a caso fondato nel 1891 da Turati e altri dirigenti milanesi ex-Repubblicani, che da un lato si erano convertiti all’internazionalismo marxista (prima avversato dai mazziniani) e dall’altro avevano concepito il “grande partito dei lavoratori” come una formula “fusionista” della galassia della Sinistra Extra-parlamentare, per consentirle una nuova visibilità parlamentare (autonoma dalle combine trasformistiche) e per consentirle la difesa del vasto mondo associativo cui essa era di riferimento. Un abbraccio per molti versi “mortale”, quello tra socialisti e marxismo, perché minò l’evoluzione sinceramente liberale delle componenti più sensibili, consapevoli e interessate della classe dirigente. Questo filone, infatti, si evolvette in tre direzioni: il radicalismo interventista (sindacalista rivoluzionario e soreliano, per lo più), il Comunismo (che fagocitò, monopolizzando, le politiche massimaliste del PSI, rendendolo inservibile sia per la Rivoluzione, sia per l’Unità Nazionale, quando servì, contro il fascismo), il fascismo stesso, che fu un’eresia tipicamente “repubblicano-radicale” (parole di Piero Gobetti): tutte soluzioni, che, però, contribuirono a travolgere il già fragile equilibrio delle Istituzioni liberali, fino a travolgerle. Un’altra linea di frattura che percorse il sistema politico italiano fu quella del fascismo e del cattolicesimo popolari: i più accreditati “sulla carta” a radicare una più forte lealtà nazionale nei ceti popolari, laddove la borghesia liberale aveva fallito, entrambi questi percorsi politici furono segnati da quel processo che il grande storico Renzo De Felice ebbe a descrivere “morte della Patria” e che non riuscì ad invertire le tendenze particolaristiche non solo già forti ed evidenti nel costume politico italiano post-unitario, ma discendenti (come visto nella precedente puntata) da tendenze di lungo periodo della storia italiana, che anzi divennero viepiù ostinate. Prima di procedere, comunque, occorre chiarire un assunto: certamente prima con l’interventismo e poi con il fascismo partirono le grosse sfide che si proiettarono sull’Italia per una sua “modernizzazione”: “nazionale”, sotto la visione dei fascisti, “democratica”, sotto la visione degli antifascisti. Senonchè il fallimento della missione “nazionale” del fascismo, tinse negli antifascisti i tratti di tale “modernizzazione” in toni “apocalittici”, pur nelle differenze e nelle riserve mentali (vedi comunisti) esistenti. Dal punto di vista psicologico, pesò straordinariamente la memoria del traumatico turn over che tali partiti attraversarono tra il 1919 e il 1926, quando passarono dalla massima affermazione con le elezioni dell’11 novembre 1919 allo scioglimento e alla messa fuori legge con le “leggi fascistissime”. Di qui, l’esperienza fascista portò al Patto Costituzionale e al tentativo della “esarchia” antifascista di “istituzionalizzare” (un po’ come nell’esperienza tedesca) la propria presenza sulla scena politica italiana, nella convinzione che solo i partiti “della Resistenza” avrebbero potuto elevare il tono della Politica italiana, impedendo le degenerazioni del passato. La storia dei partiti della Prima Repubblica è la storia del fallimento di questo proposito di “istituzionalizzazione” e “stabilizzazione” politica e seguì con l’èra berlusconiana la sorte che toccò prima allo Stato liberale e poi al fascismo. Come e perché tale istituzionalizzazione (e stabilizzazione) non sia avvenuta è argomento tuttora molto discusso tra gli storici. Certo, a minare la stabilizzazione italiana furono vari fattori: in primo luogo, l’incapacità del movimento cattolico assurto a partito con la DC di fare davvero “sintesi” e “collante nazionale”, perché ben presto, già all’indomani della morte di De Gasperi, sullo Scudocrociato si scaricarono le divisioni tra la “vecchia guardia” popolare (Scelba in primis) e geddiana (accusata di ambiguità o nei confronti di Mussolini e di cirpto-fascismo verso il PCI) e i “giovani” (Fanfani, La Pira, Dossetti) che chiedevano un maggiore impegno sociale a beneficio delle masse popolari e ritenevano che la DC avesse da tessere un rapporto privilegiato con le Sinistre, aldilà da pregiudiziali confessionali. Un dissidio che paralizzò l’iniziativa politica autonoma dei cattolici, portando i politici democristiani a “scaricare” tali contrasti entro il partito e l’associazionismo cattolico (storiche le divisioni dell’ACLI), centrando sempre più l’asse del potere DC nel clientelismo di Stato, rieditando frusti schemi di governo già depretisiani e giolittiani, con profilo quindi sempre più basso. Né a contrastare questa tendenza, bastò l’iniziativa del PCI e delle Sinistre, che, non riuscendo mai a monopolizzare la rappresentanza base operaia (vedi 11ma parte), resero impossibile la formazione di una classe dirigente autonoma, alternativa ai quadri clientelari DC. Uno stato di minorità, cui devono aggiungersi le degenerazioni eversive, delle BR, da un lato e “antipolitiche” cui la Sinistra andò sempre soggetta (dall’ “autunno caldo” in poi), perdendo via via iniziativa: una situazione che, nelle forme del Comunismo e del Pan-Sindacalismo per certi versi ripropose per la Sinistra forme e modi di azione politica già sperimentati con esiti fallimentari alla vigilia del fascismo, certificandone la tragica immobilità. Di qui, l’inferiorità politica della Sinistra, sulla carta unica opposizione politica, che si lasciò sempre spiazzare da movimenti populistici come la Lega prima e il movimento berlusconiano poi. Per il momento, la storia italiana ci insegna nel lungo periodo che tra protesta e immobilismo trasformistico esiste una perniciosa circolarità: in Italia, si protesta per partecipare alla torta dell’assistenzialismo, magari perché le risorse sono scarse, non per invocare le ragioni di una moderna Società aperta.</p>
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