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	<title>Arezzo Politica</title>
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	<description>Spazio di dibattito politico e critica culturale</description>
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		<title>Guzzetta, Fini e la &#8220;transizione incompiuta&#8221;</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Sep 2010 21:42:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Frabetti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Varie]]></category>

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		<description><![CDATA[<a href=http://www.arezzopolitica.it/2010/09/03/guzzetta-fini-e-la-transizione-incompiuta/><img src=http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/09/IMG_guzzetta1828_548x345-150x150.jpg class=imgtfe hspace=5 align=left width=100  alt="" /></a>(Redazione) Pubblichiamo un appello a Gianfranco Fini scritto dal Prof. Giovanni Guzzetta, Docente di Diritto Costituzionale a Tor Vergata (Roma) e promotore degli ultimi referendum elettorali del 2009, apparso sul &#8220;Secolo d&#8217;Italia&#8221; il 03 settembre 2003 alla vigilia Festa del Tricolore di Mirabello (Fe) dell&#8217;allora partito AN. L&#8217;appello, ripreso oggi da Libertiamo.it, sembra scritto oggi. Lo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignleft size-full wp-image-4874" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/09/IMG_guzzetta1828_548x345.jpg" alt="IMG_guzzetta1828_548x345" width="345" height="218" />(Redazione) Pubblichiamo un appello a Gianfranco Fini scritto dal Prof. Giovanni Guzzetta, Docente di Diritto Costituzionale a Tor Vergata (Roma) e promotore degli ultimi referendum elettorali del 2009, apparso sul &#8220;Secolo d&#8217;Italia&#8221; il 03 settembre 2003 alla vigilia Festa del Tricolore di Mirabello (Fe) dell&#8217;allora partito AN. L&#8217;appello, ripreso oggi da Libertiamo.it, sembra scritto oggi. Lo proponiamo all&#8217;attenzione dei lettori, perchè nell&#8217;additare come via per il rilancio dell&#8217;Italia contro il declino il completamento delle riforme costituzionali, nel segno del Federalismo e del Presidenzialismo, addita un percorso di serio e proficuo lavoro su cui Berlusconi e Fini dovrebbero meditare per superare le loro difficoltà politiche nell&#8217;interesse del Paese.  In attesa delle dichiarazioni di Fini alla Festa del Tricolore di domenica prossima, rinnoviamo gli auspici.</strong></p>
<p>Caro Presidente Fini,</p>
<p>Mi permetto di scriverle memore delle tante battaglie comuni per il rinnovamento istituzionale della nostra democrazia.<br />
<strong>C’è grande attesa per il Suo intervento alla Festa Tricolore.</strong></p>
<p>Alcuni hanno già espresso un giudizio definitivo (positivo o negativo) sulle scelte che Lei e coloro che la sostengono hanno compiuto negli ultimi mesi. Altri, invece, e credo siano la maggioranza, quel giudizio lo hanno sospeso, in attesa di conoscere con maggiore precisione quale prospettiva politica Lei si proponga di perseguire.</p>
<p>Credo che i dubbi e le perplessità di chi guarda alla politica conservando ancora un atteggiamento disinteressato derivino anche dal contesto in cui gli eventi di oggi ci collocano.<br />
<strong>L’Italia vive un momento molto difficile.</strong> Per la prima volta, dopo alcuni anni, la prospettiva non è più così chiara. Quello che sembrava un guado tra la Prima e la Seconda Repubblica, appare a molti come una deriva di cui non si riesce a scorgere l’approdo.<br />
<strong>E si fanno strada, gonfiandosi il petto, le voci di quanti, fin dal primo giorno, hanno scommesso sul fallimento del bipolarismo e della modernizzazione della politica. Interessati, quanto e più di prima, e tronfi, il petto gonfio nel ruolo di novelle Cassandre, costoro vorrebbero accreditare un’antistorica  lettura degli eventi,</strong> secondo la quale tutti i mali dell’Italia dipendono dall’aver abbandonato le miti plaghe della Prima Repubblica, nella quale cittadini remissivi si affidavano messianicamente alle alchimie dei partiti, depositari e interpreti della volontà generale.</p>
<p>Poco importa se quei partiti facevano e disfacevano i governi sulla testa degli elettori, poco importa se sperperavano risorse pubbliche per accumulare un consenso drogato, poco importa se il debito pubblico aumentava a dismisura, gravando sulle generazioni future.<br />
<strong>Lei ha il merito</strong>, insieme ad altri, a cominciare da Berlusconi e Prodi, <strong>di aver accettato di giocare un’altra partita nella politica italiana.</strong> Di avere scommesso sul cambiamento, per liberare il nostro paese dalla risacca di un sistema politico ormai al tramonto, qual era quello della Prima Repubblica.<br />
Oggi però, per tante ragioni, torna la domanda su quale partita si voglia giocare. La sfida sembra riaprirsi e le alternative sono ancora una volta quelle della direzione da intraprendere.</p>
<p><strong>Sono sempre più convinto che la crisi della Seconda Repubblica dipenda da quanto non si è fatto o non si è voluto fare sulla strada dell’innovazione, non dal fatto che quella strada fosse errata.</strong> <strong>La Seconda Repubblica è in crisi perché è un’incompiuta</strong>, puntellata da uno stato di emergenza permanente che non si è mai trasformato in normalità.<br />
In questa “Incompiuta” persiste una retorica passatista e ipocrita sulla bontà di istituzioni che, invece – proprio perché lucidamente pensate per un’epoca storica lontana ormai anni luce (la guerra fredda) -mostrano oggi tutte le proprie debolezze.<br />
In questa “Incompiuta” <strong>è mancato il contributo dei partiti moderati all’edificazione del bipolarismo</strong>. Essi, sinora, hanno preferito lucrare i propri consensi demonizzando la democrazia dell’alternanza, coltivando nostalgie per le manovre parlamentari e l’equilibrismo neocentrista e preferendo erodere piuttosto che costruire.<br />
<strong>In questa “incompiuta” i grandi partiti si sono dimostrati ancora largamente inadeguati al ruolo di pilastri di una moderna democrazia e dunque capaci di contenere in se stessi il fisiologico dissenso interno.</strong> E’ prevalsa invece la paura di restare paralizzati da quei dissensi o il cedimento alle forme consociative dei caminetti e dei vertici.</p>
<p>In questa “incompiuta”, infine, nessuno, veramente nessuno, è riuscito a rinunziare all’uso di quei poteri di veto paralizzanti, che rendono la nostra democrazia spesso così impotente e inconcludente, salvo poi imporre il ricorso agli strumenti e alle improvvisazioni emergenziali.</p>
<p>E’ a questo crocevia che si collocano anche gli interrogativi e le attese sulle sue decisioni.</p>
<p>Non spetta a me entrare nel merito delle questioni più squisitamente politiche. Mi limito a dire che, oggi, c’è un grande bisogno di coraggio.<br />
<strong>C’è bisogno di compiere ciò che è rimasto ancora incompiuto. Vincendo l’ipocrita difesa dello status quo</strong>, in nome della retorica dello “scontro di civiltà” tra berlusconiani e antiberlusconiani e affrontando a viso aperto il cipiglio scandalizzato delle vestali dell’ortodossia nostalgica.</p>
<p>Lei è stato un sostenitore della proposta presidenzialista, della modifica della legge elettorale in senso uninominale, del superamento del bicameralismo paritario, della riduzione del numero dei parlamentari, di una migliore e più moderna definizione dei rapporti tra maggioranza e opposizione, di un più equilibrato rapporti tra i poteri dello Stato. Sappiamo troppo bene che senza istituzioni efficienti e moderne nessuno dei problemi materiali che assillano le persone potrà essere veramente risolto. E sappiamo bene che la politica ha un bisogno enorme di responsabilità personale e ricambio.</p>
<p><strong>Federalismo e Presidenzialismo, insieme ad un’adeguata riforma della giustizia, potrebbero essere un ottimo punto di equilibrio per assicurare efficienza e tutelare l’unità nazionale.<br />
</strong>E’ giunto il momento di riprendere quelle battaglie. E’ giunto il momento per l’Italia di aprire veramente una fase costituente, abbandonando l’illusione che la politica possa compensare sempre e comunque le carenze strutturali di un sistema istituzionale inadeguato e per questo sempre più delegittimato agli occhi dei cittadini.</p>
<p>E per quanto tutto ciò possa apparire al limite dell’utopia nel clima arroventato di oggi, <strong>non bisogna dimenticare che il realismo del navigare a vista – da cui tutti sono tentati – può uccidere l’ambizione e la passione per le cose grandi, che muovono l’impegno civile</strong>. Senza di esse la politica si riduce ad amministrazione dell’esistente.</p>
<p>Sono certo che su questa piattaforma si possano trovare tante convergenze, nella politica e nella società civile, a cominciare dalla maggioranza che lei sostiene.<br />
E’ un modo per continuare con orgoglio sulla strada intrapresa e fugare i dubbi che la nostra scommessa sia stata troppo ardita per l’Italia.</p>
<p><em>Giovanni Guzzetta</em></p>
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		<title>Giustizia, dove eravamo rimasti?</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Sep 2010 07:13:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Frabetti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica Nazionale]]></category>

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		<description><![CDATA[<a href=http://www.arezzopolitica.it/2010/09/03/giustizia-dove-eravamo-rimasti/><img src=http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/09/berlusconi-alfano-150x150.jpg class=imgtfe hspace=5 align=left width=100  alt="" /></a>di Giorgio Frabetti-  Lasciandoci prima di ferragosto, avevamo detto che la crisi Silvio-Berlusconi era da ritenersi &#8220;congelata&#8221; fino a settembre; avevamo altresì detto che il clou della crisi sarebbe stato raggiunto sulla questione Giustizia. Così è stato: nemmeno due settimane fa, iniziata la trattativa sui famosi &#8221;05 punti&#8221;, è sorto subito un &#8221;braccio di ferro&#8221; finiani-berlusconiani sul &#8220;processo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-4870" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/09/berlusconi-alfano.jpg" alt="berlusconi-alfano" width="500" height="372" />di <strong>Giorgio Frabetti</strong>-  Lasciandoci prima di ferragosto, avevamo detto che la crisi Silvio-Berlusconi era da ritenersi &#8220;congelata&#8221; fino a settembre; avevamo altresì detto che il <em>clou</em> della crisi sarebbe stato raggiunto sulla questione Giustizia. Così è stato: nemmeno due settimane fa, iniziata la trattativa sui famosi &#8221;05 punti&#8221;, è sorto subito un &#8221;braccio di ferro&#8221; finiani-berlusconiani sul &#8220;processo breve&#8221;. &#8220;Siamo d&#8217;accordo al 95 per cento sui punti proposti dal premier&#8221; aveva minacciosamente dichiarato Italo Bocchino: ecco quale era il residuo 5 per cento di disaccordo. Auspice Napolitano, in questi giorni, è apparsa una prima schiarita tra finiani e berlusconiani: i secondi hanno dichiarato il &#8220;processo breve&#8221; emendabile su iniziativa del Ministro Alfano, i secondi hanno apprezzato la disponibilità a modifiche. Non è chiaro, al momento, come la situazione evolverà. Per il momento, il centro-destra è attestato sullo stallo politico. Come succede sempre in queste circostanze, il problema non è di ordine legislativo, ma politico. Il &#8220;processo breve&#8221; come rivelato da Bruno Tinti, Magistrato su <em>Il Fatto Quotidiano</em> di martedì scorso, è una vecchia misura tecnica già pensata dal centro-sinistra almeno nel 2004 per realizzare legislativamente la garanzia della &#8220;durata ragionevole del processo&#8221;, stabilita dall&#8217;art. 111 Cost. (&#8221;giusto processo&#8221;) e dalla Convenzione Europea sui diritti dell&#8217;Uomo. I punti tecnico-giuridici della discussione, che hanno diviso centro-destra e centro-sinistra (e che lo divide ancora), sono essenzialmente due: la portata del &#8220;diritto transitorio&#8221;, ovverosia l&#8217;efficacia del &#8220;processo breve&#8221; sui processi in corso, affinchè la misura non diventi una &#8220;amnistia di fatto&#8221; (preclusa, in assenza della deliberazione dei due terzi delle Camere dall&#8217;art. 82 Cost.) e la computabilità nel tempo di durata massima del processo del tempo necessario per l&#8217;acquisizione delle prove (il centro-destra come noto è contrario), ovvero le dilazioni per impedimento dell&#8217;imputato e rogatorie internazionali. Ma come ognuno può vedere il dissenso è tecnico e non giustifica certo i toni apocalittici con il quale PD e IDV hanno fin qui presentato la misura: &#8220;Che senso ha &#8211; dice Bruno Tinti nel <em>Fatto</em> &#8211; celebrare processi per reati che si prescriveranno con certezza prima che sia possibile arrivare al processo di appello?&#8221;: si perchè questa è la ratio del &#8220;processo breve&#8221;, una misura per proporzionare i tempi del processo penale con i tempi della prescrizione e colpire l&#8217;inerzia dei giudici, la sua incapacità organizzativa, la sua pigrizia (si spera con sanzioni disciplinari). &#8220;Il punto è &#8211; prosegue Tinti &#8211; che questa norma [il "giusto processo"] se B. non ci fosse [...], sarebbe l&#8217;unica ragionevole tra quelle che compongono il disegno di legge Alfano&#8221;. &#8220;Se B. non ci sarebbe&#8221;: ennesima riprova di &#8220;mala fede&#8221; politica usata dalla Sinistra (ma vedi anche BARBERIS nel num. 03/2010 de <em>Il Mulino </em>per il Presidenzialismo) per rinviare le riforme, pure quando le si riconoscono; perchè delle due l&#8217;una, o le riforme servono al Paese, e allora B. o non B. si approvano, oppure l&#8217;opposizione non vuole assumersene la responsabilità, e allora il problema è dell&#8217;opposizione, ma non di B. Al momento, però, i principali ostacoli sulla via del &#8220;processo breve&#8221; non discendono dall&#8217;opposizione, ma dai finiani, che finora hanno opposto un vero e proprio veto a questa riforma. Visto che  ciò che divide non è il merito tecnico-giuridico del provvedimento, evidentemente, la posta diventa politica; e se la posta è politica, difficilmente Fini arriverà a mediazioni con Silvio, nonostante i <em>caloumet</em> della pace che in questi giorni sta visibilmente ostentando. E&#8217; vero che il &#8220;processo breve&#8221; aiuterebbe Silvio ad ammortizzare i colpi del processo Mills, se la Consulta dovesse interdire un ulteriore proroga del &#8220;legittimo impedimento&#8221;. Ma è anche vero che se, contrariamente alle previsioni, Silvio riuscisse a ripararsi dalla scure giudiziaria, Fini perderebbe l&#8217;alibi dell&#8217; &#8220;emergenza istituzionale&#8221; che sola gli consentirebbe di presentarsi di fatto come il principale <em>premier</em> di riferimento per un&#8217;<em>union sacrèe</em>, ovvero per un&#8217; Alleanza Costituzionale tra centro-sinistra, UDC e finiani. Che è poi l&#8217;unico argomento politico che Fini può utilizzare per &#8221;mettere sotto scacco&#8221; la <em>leadership</em> berlusconiana, attualmente indebolito, poco disposto (nonostante le apparenze contrarie) alle elezioni anticipate, e messo nell&#8217;angolo dal niet leghista di un &#8220;cambio di maggioranza&#8221; con l&#8217;UDC. Come già spiegato in molti miei interventi in questo <em>newsmagazine</em>, Fini non ha intenzione di uscire dalla maggioranza di centro-destra (altrimenti, diverrebbe un ennesimo partitino inutile e si condannerebbe al declino); nè è intenzione di Fini realizzare un Ribaltone; a lui basta <em>bluffare</em>, ovvero basta minacciare a Silvio la realizzabilità teorica del Ribaltone per riallineare sulle sue posizioni la maggioranza di centro-destra nella prospettiva di riallinearla alla sua <em>leadership</em>. Per succedere a Silvio, in altre parole, Gianfranco ha bisogno, direi è quasi costretto a strumentalizzare la voglia di Ribaltone del PD. Ma per realizzare questo scopo, ha bisogno che Silvio appaia indebolito dagli attacchi della Magistratura: Silvio, quindi, pare proprio costretto a passare per questa &#8220;porta stretta&#8221;, specie quando vere alternative all&#8217;attuale stallo non ci sono, o almeno paiono proprio non esserci. E&#8217; probabile, quindi, che, perdurando lo stallo, Fini possa logorare ulteriormente con successo Silvio; ma fino a quando? Questo è il problema: e se Silvio ad un certo punto, dovesse &#8220;staccare la spina&#8221; al Governo e mettere alla prova Fini, per il <em>leader</em> modenese quale alternative resterebbero? Nessuna: è quasi impossibile che Fini si aggreghi al nuovo Ulivo, come paventato da Bersani. Quindi, se è vero che il tempo gioca a favore di Fini, è, però, altrettanto vero che Fini deve sfruttare questo tempo che gli è concesso in modo oculato, senza tirare troppo la corda: altrimenti, tutto sarebbe perduto.</p>
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		<title>L&#8217;arte Italiana, culla dell&#8217;arte moderna</title>
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		<pubDate>Thu, 02 Sep 2010 10:27:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Frabetti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Libri]]></category>

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		<description><![CDATA[<a href=http://www.arezzopolitica.it/2010/09/02/larte-italiana-culla-dellarte-moderna/><img src=http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/09/colazione-sullerba-150x150.jpg class=imgtfe hspace=5 align=left width=100  alt="" /></a>di Giorgio Frabetti- Chi legga il bellissimo volume del grande critico d&#8217;arte Cesare De Seta, il Secolo della borghesia, troverà una lettura gradevolissima ed illuminante sulla storia dell&#8217;arte europea in un secolo cruciale dell&#8217;epoca moderna e contemporanea (l&#8217;800), ed un aiuto indispensabile per decifrare in profondità l&#8217;opera di molti autori, oggigiorno troppo mortificata nella visuale troppo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-4859" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/09/colazione-sullerba.jpg" alt="colazione sull'erba" width="500" height="395" />di <strong>Giorgio Frabetti</strong>- Chi legga il bellissimo volume del grande critico d&#8217;arte Cesare De Seta, <em>il Secolo della borghesia</em>, troverà una lettura gradevolissima ed illuminante sulla storia dell&#8217;arte europea in un secolo cruciale dell&#8217;epoca moderna e contemporanea (l&#8217;800), ed un aiuto indispensabile per decifrare in profondità l&#8217;opera di molti autori, oggigiorno troppo mortificata nella visuale troppo angusta filtrata dalle Ns. scuole (specie medie-superiori). Fin dalla Ns. età scolastica, cioè, siamo coinvinti che le opere d&#8217;arte (pittura, scultura, architetura etc.) &#8220;rispecchino&#8221; la cultura generale. Fin dall&#8217;età scolastica, cioè, siamo educati a ritenere, ad esempio, che al Romanticismo letterario deve corrispondere un Romanticismo pittorico, ovvero al Realismo letterario deve corrispondere un Realismo pittorico. La Ns. percezione della cultura, in particolare, si fonda sulla pre-comprensione (hegeliana) che l&#8217;Arte sia espressione dello Spirito con le maiuscole, ovvero come punta eminente di auto-consapevolezza dello stadio del generale evolvere storico. Di qui, si arriva ad un altro cruciale pre-giudizio: il pre-giudizio, cioè, di ritenere operante nella storia della cultura e dell&#8217;arte una cesura fondamentale di questo tipo: fino ad un periodo che potremmo far coincidere con l&#8217;epoca della Rivoluzione Francese (1789) domina il Classico, che si esprime in politica nell&#8217;<em>ancième règime</em>, nel tradizionalismo della cultura filosofica (che non è si è staccata dalla Chiesa e non si è seolarizzata) e nella riproduzione delle sculture e architetture romane e greche in arte; dopo la Rivoluzione Francese, domina il Moderno   che si esprime in politica nello Stato costituzionale liberale (prodromo della Democrazia contemporanea), nella cultura filosofica con romanticismo, positivismo, storicismo etc. e in arte con la pittura &#8220;romantica&#8221; di Delacroix, ovvero con la pittura realistica di un Cèsanne. A sua volta, poi, la narrativa sul Moderno conosce altre suddivisioni e stadi, grosso modo coincidenti con una fase trionfale della &#8220;nuova èra&#8221; (romanticismo in primis), con una fase raccolta (il &#8220;realismo&#8221;), che prelude poi alla &#8220;fase di crisi/ripensamento&#8221; di fine secolo, che a loro volta si evolvono in un decadentismo passivo ed estetizzante (che esprime o lo scacco del &#8220;nuovo&#8221; o il rifiuto <em>tout court</em> del Moderno verso forme di introspezione: così in letteratura Hysmann, in poesia Baudelaire, in pittura parte degli impressionisti) ovvero in una rinnovata fiducia nel ruolo attivo dell&#8217;intellettuale, visto come &#8220;avanguardia attiva&#8221; del nuovo (il superomismo nicciano, il marxismo etc.), preludio ai totalitarismi comunisti, fascisti e nazisti del secolo XX. Questa visione &#8220;dialettica&#8221; della cultura è di chiara matrice hegeliana, rifliuita nella Ns. cultura dominante come lascito dell&#8217;egemonia crocio-gentiliana sulla Ns. scuola superiore, impoverisce non poco la comprensione del vero Moderno che si affaccia prepotentemente sulla scena italiana dall&#8217;800 in avanti in indubbia coincidenza con lo scossone della Rivoluzione francese e della (impossibile) Restaurazione post-napoleonica. Che l&#8217;ingresso nel Moderno determini nell&#8217;Arte una cesura è indubbio e De Seta situa questa cesura dove usualmente la situa la tradizione storica, ovvero nel Romanticismo, che viene inteso come &#8220;esplosione dell&#8217;individuale nell&#8217;arte&#8221;. De Seta, però, rifiuta la visione &#8220;dialettica&#8221; del Moderno (e dell&#8217;800, in particolare), inducendo una diversa lettura: contro la tendenza di leggere le varie &#8220;epoche&#8221; (romanticismo, realismo etc.) momenti a sè stanti e successivi, De Seta ritiene che queste distinzioni (che pure inducono cifre stilistiche specifiche) in realtà sono largamente coesistenti, perchè, in una certa misura &#8220;virtualmente&#8221; già presenti nella tendenza fondamentale dell&#8217;artista moderno (e ottocentesco) di presentare la propria arte con il filtro essenziale della propria soggettività espressiva ed operativa. Con questo, comunque De Seta non aderisce ad una lettura troppo ingenua dell&#8217;800 pittorico e culturale, tesa a ravvisare nell&#8217;artista il &#8220;genio&#8221;, che produce staccato dal mondo, non curante di condizionamento politico o produttivo: viceversa, questi condizionamenti anche dall&#8217;800 fanno sentire il loro peso, per l&#8217;ineliminabile &#8221;sistema&#8221; di domanda-offerta che domina nel &#8220;gioco delle Committenze&#8221; alla pari di qualsiasi mercato. E&#8217;, per De Seta, altrettanto indubbio che non solo il &#8220;mercato&#8221;, ma anche il mutare delle condizioni materiali e politiche abbiano favorito nell&#8217;800 l&#8217;insorgere di un certo modo di fare pittura rispetto ad un altro: indubbiamente nella Società in transizione della Francia dell&#8217;800, divisa in fazioni, era &#8220;facile&#8221; per gli Artisti &#8220;essere originali&#8221;, mancando Committenti in posizione di monopolio, come negli anni del Medioevo avrebbe potuto essere la Chiesa Romana o nell&#8217;epoca moderna i Principi. Senonchè (ecco qui il cuore del discorso di De Seta), la condizione dell&#8217;artista moderno e &#8220;romantico&#8221; (francese in specie, ma non solo) lungi dall&#8217;essere un unicum nella storia europea, presentava molte analogie con la condizione dell&#8217;artista italiano all&#8217;epoca del Rinascimento. La situazione politico-sociale &#8221;aperta&#8221; dell&#8217;Europa e della Francia nell&#8217;800 era cioè abbastanza assimilabile all&#8217;Italia del Rinascimento, nella quale, mancando di unità politica, l&#8217;arte pittorica ha potuto fin da subito esprimersi come &#8220;l&#8217;arte del soggettivo&#8221; per antonomasia, grazie alla grande libertà degli artisti di coltivare ed affinare l&#8217;arte: in assenza di Committenze monopolistiche, il Giotto, il Piero della Francesca erano liberi di vagare da una Corte all&#8217;altra. Ecco, allora, che in queste condizioni, l&#8217;opera d&#8217;arte può restare sempre ed integralmente in ogni momento storico il frutto esclusivo &#8220;dalla bottega dell&#8217;artista&#8221;, dell&#8217;artista cioè, che media la scelta dello stile e dei soggetti, operando una sintesi tra tecnica e mode, gusti del pubblico del suo tempo; sintesi che si esprime in una nozione essenziale della storia dell&#8217;arte, lo &#8220;stile&#8221;. Lo &#8220;stile&#8221; del pittore, quindi, contro le tendenze critiche di De Sanctis, Gramsci, non dipende da una risposta/sfida alle nuove (e senza precedenti) condizioni economiche indotte dalla Modernità. Per De Seta, in particolare, l&#8217;800 e l&#8217;arte moderna in generale non potrebbero leggersi senza considerare la netta e prevalente ripresa di un modo tutto italiano di fare arte, ovvero il &#8220;vasarismo&#8221;, che aveva consacrato Raffaello, Michelangelo, Leonardo etc. in &#8220;classici&#8221;, come tali riproducibili dagli Allievi nelle Scuole e nelle Botteghe. La lezione vasariana dello &#8220;stile&#8221; è la negazione più radicale che ci sia mai stata ad ogni concezione (gramsciana, ma non solo) dell&#8217;arte come &#8220;organica&#8221; ad un sistema di potere (comunitario, regale, partitico), per l&#8217;evidente circostanza che, una volta additato Michelangelo come modelli assoluti, Michelangelo è assunto come paradigma formale, prescindendosi del tutto dai nessi storico-politico-produttivi che ne hanno determinato l&#8217;opera. Quindi, quando si parla di Romanticismo come pittura di paesaggio e movimento, si parla di un movimento che in larga parte ripete stili e motivi, o quanto meno palesa uno &#8220;stampo di origine&#8221; nei pittori fiamminghi de XVI secolo, o in un Tiepolo, ad esempio. Così quando si parla di realismo come pittura che rappresenta gli umili e la crudezza della vita, si parla di uno stile che presenta il suo &#8220;stampo&#8221; fondamentale in Caravaggio o negli ubriaconi butterati di Duhrer. Così dietro l&#8217;impressionismo francese deve leggersi in filigrana lo stampo del &#8220;luminosismo&#8221; tiepoliano, secondo una lezione stilistica quindi che, lungi dall&#8217;esplodere da un momento all&#8217;altro a fine &#8216;800 (si dice per l&#8217;influsso della fotografia e del nascente cinematografo), ripete almeno dal &#8216;700 alcuni motivi fondamentali, prima di trovare una sua diversa specificità nell&#8217;Impressionismo. Bastano questi essenziali riferimenti, per rendersi conto dell&#8217;indubbio debito che l&#8217;Arte moderna contrae con l&#8217;arte italiana del Rinascimento e non. Certo, dispiace dire a dei francesi, storicamente ritenuti la culla e l&#8217;avanguardia del Moderno, che devono tutto alla lezione dei non amati italiani, ma questa è la verità storica: De Seta, cioè, ci ricorda che la Modernità pittorica è come un Autostrada per percorrere la quale i Pittori moderni hanno dovuto &#8220;pagare dazio&#8221; al Rinascimento Italiano.</p>
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		<title>Gabriele d&#8217;Annunzio, tra tradizione e avanguardia</title>
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		<pubDate>Tue, 31 Aug 2010 19:45:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Frabetti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href=http://www.arezzopolitica.it/2010/08/31/gabriele-dannunzio-tra-tradizione-e-avanguardia/><img src=http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/08/DANNUNZIO-150x150.jpg class=imgtfe hspace=5 align=left width=100  alt="" /></a>di Giorgio Frabetti- Se c’è un artista italiano sospeso tra 800 e 900, questi è Gabriele d’Annunzio; se c&#8217;è un artista capace di dimostrare la fecondità creativa di certi speciali &#8220;fasi di transizione&#8221; della cultura e della storia, questi è il Vate di Gardone. Artista che sfugge più di altri a semplicistiche catalogazioni, etichettato come “esteta decadente” più per [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-4852" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/08/DANNUNZIO.jpg" alt="D'ANNUNZIO" width="343" height="253" />di <strong>Giorgio Frabetti</strong>- Se c’è un artista italiano sospeso tra 800 e 900, questi è Gabriele d’Annunzio; se c&#8217;è un artista capace di dimostrare la fecondità creativa di certi speciali &#8220;fasi di transizione&#8221; della cultura e della storia, questi è il Vate di Gardone. Artista che sfugge più di altri a semplicistiche catalogazioni, etichettato come “esteta decadente” più per effetto della sufficienza prima della critica crociana e poi per l’avversione della critica antifascista (Sapegno), d’Annunzio, pur con i suoi limiti, è uno degli artisti che, per spirito innovativo, ben può tenere testa ai grandi “novatori” dell’arte del ‘900 come Marinetti, Zara, Pound. Grande manierista della parola, in letteratura e nella poesia, il suo eclettismo, lo porterà ad attraversare tutti i generi, sempre dimostrando grande aggiornamento: dal carduccianesimo di <em>Primo vere</em> (prima fatica poetica giovanile), al verismo simil- verghiano delle <em>Novelle della Pescara</em>, all’estetismo aperto del <em>Piacere</em> (1889, che imita <em>A robours</em> di Huysmann), all’imitazione dei romanzi russi (<em>Giovanni Episcopo</em> del 1892 e <em>L’Innocente</em> del 1893), al teatro tragico ne <em>Francesca da Rimini</em> (1901) e ne <em>La figlia di jorio</em> (1904): quest&#8217;ultima produzione di prosa, divulgata con devozione dal magistero recitativo di Eleonora Duse, celebre amante del Poeta, influenzerà in modo decisivo lo stile recitativo di grandi attrici italiane di prosa come Andreina Pagnani, Rina Morelli e Sarah Ferrati. Mode tradizionali e fermenti nuovi attraversano il complesso &#8220;laboratorio creativo&#8221; del romanzo d&#8217;annunziano. Dal punto di vista dello stile, d’Annunzio inaugura una narrativa “introspettiva” (Emilio Cecchi). In particolare, l&#8217;erotismo accentuato, i tormenti religiosi/esistenziali dei protagonisti (<em>Il trionfo della morte</em>, 1894) e la finalizzazione del romanzo alla celebrazione di &#8220;uomini di eccezione&#8221; (spesso con ambizioni riformatrici della Patria: vedi <em>Le vergini delle rocce </em>del 1895) apparentano strettamente la produzione romanzesca di d&#8217;Annunzio a quella di Antonio Fogazzaro, uno dei principali <em>competitors</em> letterari del Vate di Gardone e che già aveva diluito la rigorosa lezione manzoniana entro le formule di un lirismo erotico con ambizioni talora pseudo-introspettive e pseudo psicologiche. In d&#8217;Annunzio, se possibile, questa operazione di &#8220;ibridazione&#8221; della tradizione romanzesca italiana arriva alle estreme conseguenze, determinando la rottura, attraverso il tema del superomismo nietszchiano, di quegli ultimi residui di ortodossia cattolica che caratterizzavano la poetica fogazzariana e che costituivano il residuo debito del romanzo italiano alla tradizione manzoniana. Segni dell&#8217;intento dannunziano di parodiare il &#8220;cattolicesimo letterario&#8221; sono le celebri contaminazioni di &#8220;sacro e profano&#8221; che esibirà per tutta la vita nelle sue abitazioni (celeberrimi i prestiti della tradizione conventuale francescana nella sua villa del Vittoriale, ultima dimora, denominata significativamente <em>Prioria</em>) e che esibirà anche nei romanzi. Come non ricordare a questo riguardo l&#8217;incredibile scenografia del &#8220;talamo nuziale&#8221; di Tullio Hermill, depravato protagonista de <em>L&#8217;Innocente</em>, su cui sovrasta una coreografica acquasantiera? Questa attenzione talora un pò morbosa al sacro inteso più come coreografia che come interiorità e come genuino spazio psicologico, però, lascia aperta alla critica più avveduta il dubbio che d&#8217;Annunzio abbia usato i luoghi comuni della morale e della cultualità cattolica, per &#8220;spiazzare&#8221; definitivamente il concorrente Fogazzaro, più che per realizzare autentica introspezione, alla Dostoewskji o alla Tolstoj per intenderci. In effetti, d&#8217;Annunzio, autentico &#8220;narcisista&#8221;, non sa cogliere il dolore e la complessità che alberga nelle anime degli altri; sa però cogliere, talora con sincero tormento, talora con esibizione narcistica, ma sempre con netta lucidità le contraddizioni dei propri eroi-protagonisti, nei quali proietta le proprie insicurezze, dubbi e aspirazioni: si veda il limpido giudizio di G.A. Borgese sull&#8217;esattezza e lucidità psicologica che alberga dietro un personaggio, pure &#8221;eccezionale&#8221; e abnorme per mostruosità, come Tullio Hermill de <em>L&#8217;Innocente</em> (che uccide per gelosia il neonato partorito dalla moglie come frutto dell&#8217;unico adulterio della propria moglie). In ogni caso, questa accentuata tendenza dei romanzi dannunziani all&#8217;auto-analisi, pur nel carattere talora artificioso e narcisistico, anticiperà strutture romanzesce e temi tipici del “romanzo della crisi” del 1900 (Svevo etc.), come il conflitto generazionale, il senso di inettitudine (molto forti questi temi ne <em>L’Innocente</em> e ne <em>Il trionfo della morte</em>). La recente critica ha messo in rilievo come i singolari esperimenti de <em>L’Innocente</em>, il <em>Trionfo della Morte</em> per un “terzo genere”, tra romanzo e poesia, pur non precisamente riusciti, serviranno da lezione a Proust, per quella grande opera innovativa che fu la <em>Recherche</em>. Allo stesso modo, l’opera poetica <em>Laudi</em>, per l’ambizione universalista di sintesi di arte, cultura, politica, troverà nei contemporanei il solo paragone nell’imponente opera <em>I Cantos</em> di Ezra Pound. D’Annunzio, poi, fu un importante <em>testimonial</em> di mode e movimenti letterari e culturali i più diversi: come noto, d&#8217;Annunzio, in concorrenza con il futurismo, ostentò il culto dell’auto e degli aereoplani. Oggi, tutti gli storici riconoscono il grande valore e la grande originalità delle opere futuriste di Boccioni, Marinetti e Papini, di cui si inizia giustamente a sottolineare il carattere libertario, in anticipo sui tempi (Claudia Salaris nel volume <em>Alla festa della rivoluzione. Artisti e libertari con D’Annunzio a Fiume</em>, Bologna, Il Mulino, 2002). Al momento attuale, però, non è chiaro se il futurismo di Marinetti e Papini avrebbero avuto uguale udienza presso l’opinione pubblica italiana, se d’Annunzio non ne avesse parallelamente creato una mitologia romanzesca di grande successo con il suo &#8216;forse che sì forse che no&#8217; del 1910. Non è stato spiegato, cioè, se i dipinti fantasmagorici, giustamente famosi, di Boccioni e Balla, che ritraggono il cagnolino in movimento o la città futurista avrebbero conosciuto lo stesso impatto sull&#8217;immaginario collettivo, senza quel magnifico scorcio della &#8220;corsa in macchina&#8221; di Paolo Tarsis e Isabella Inghirami in <em>Forse che sì &#8230;</em>, dove la velocità temeraria dell&#8217;auto che sfreccia sui campi, sfiora animali e persone, è la simbolizzazione della travolgente passione ed auto-distruttiva erotica  che anima i due protagonisti; e dalla quale Tarsis si purificherà dedicandosi all&#8217;aviazione a tempo pieno. Forse ci si dimentica come il binomio aviazione-amore è divenuto nel tempo in Italia uno dei luoghi comuni più celebrati dal romanzo di appendice (vedi Liala e Guido da Verona), lambendo addirittura il cinema impegnato (una citazione chiara è nella scena iniziale del film <em>Vaghe stelle dell&#8217;Orsa</em> di Luchino Visconti del 1965): segno indubitabile, credo, del contributo dato d&#8217;Annunzio, a radicare il futurismo a livello di &#8220;immaginario collettivo&#8221;. Segno anche della grande potenza &#8220;Mitopoietica&#8221; dell&#8217;arte d&#8217;annunziana, come colto con grande lucidità da Stefano Zecchi nella serie <em>Le intelligenze scomode del &#8216;900</em>, curato da Giano Accame per <em>Rai Educational</em>. Una capacità &#8220;mitopoietica&#8221; di cui, del resto, i settori interventisti delle &#8220;radiose giornate di maggio&#8221; del 1915 dovettero ben accorgersi, se, alla fine, l&#8217;opera poetico-propagandistica del Vate si impresse nell&#8217;immaginario collettivo e nell&#8217;attenzione &#8220;mediatica&#8221; (come oggi diremo) ben più del contributo teorico di Massimo Rocca (in revisione del &#8220;pacifismo&#8221; anarchico e rivoluzionario in generale), ben più del contributo sindacale di Corridoni e ben più del contributo politico di Mussolini. In modo assolutamente moderno, comunque, il Poeta riteneva ogni espressione della vita moderna, altamente dotata di piena dignità e potenzialità artistica: D’Annunzio, infatti, coniò neologismi (es. sua ad esempio è l’espressione <em>Rinascente</em> adottata dalla famiglia Agnelli per i suoi grandi magazzini), si cimentò nella pubblicità (suo il marchio Saiwa ai famosi biscotti), sia nel cinema (<em>Cabiria</em>, 1914), con ciò esprimendo una creatività talora non lontana dalle avanguardie del ‘900, sfiorando anche la <em>pop art</em> del ‘900. Particolarmente rivalutata e studiata dai contemporanei è l&#8217;impresa fiumana. Un&#8217;iniziativa nata come episodio di &#8220;balcanizzazione dell&#8217;esercito regio&#8221; (parole di Giuseppe Prezzolini), ma che, per gli imprevedibili sviluppi &#8220;libertari&#8221; (es. liberalizzazione delle droghe, dei costumi sessuali etc.) viene vista dai contemporanei come precorritrice degli esperimenti degli Swatter, per non dire dei Centri Sociali, almeno nelle teorizzazioni delle ZTA (Zone Temporaneamente Autonome) di un autore, molto letto nel 1968, come Hakim Bay. Insomma, d&#8217;Annunzio sembra un bazar in cui trovi un pò di moda fogazzariana, un pò di nazionalismo conservatore, un pò di Marinetti e un pò di certo spirito libertario che piacerà molto al &#8216;68: si può trovare un&#8217;unità in questi multiformi e contraddittori impulsi? Innanzitutto, il significato dell&#8217;opera letteraria di d’Annunzio si deve cogliere a livello programmatico: a livello, cioè, di programmi letterari, a livello cioè di percezione della crisi della letteratura ottocentesca e delle direttrici future della narrativa europea, è indubbio che d’Annunzio fu un grande “rabdomante”; cosìcchè grazie a lui può realizzarsi a livello poetico e letterario quella <em>pars denstruens</em> della poetica ottocentesca capace di propiziare il terreno a più maturi esiti. A questa capacità indubbia, d&#8217;Annunzio unì il suo speciale &#8220;talento istrionico&#8221; capace di intercettare gli umori e le esperienze più diverse, ma che gli garantissero attenzione e visibilità: questo spiega l&#8217;altrimenti inspiegabile coesistenza nel Vate di aspetti poetici tradizionali, di futurismo, di libertarismo. Come un  grande artista della &#8220;commedia dell&#8217;arte&#8221;, d&#8217;Annunzio dimostrò una grande capacità di &#8220;improvvisare&#8221; con grande lucidità il nuovo in letteratura, anche precorrendo esperienze che diverranno di dominio pubblico in seguito. Certo, d&#8217;Annunzio, colse il &#8220;nuovo&#8221; in modo impulsivo e volubile, ma comunque con un talento ed uno stile da &#8220;grande virtuoso&#8221;. Solo così si può cogliere il singolare destino del Vate di Gardone, eccezionalmente sospeso tra tradizione ottocentesca e avanguardie novecentesche.</p>
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		<title>La verità sul trasporto pubblico locale tra disinformazione e “miracoli”</title>
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		<pubDate>Sun, 29 Aug 2010 22:18:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Armao</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica Arezzo]]></category>
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Con una concertata manovra di disinformazione propagandistica, Comune e Provincia di Arezzo nei giorni scorsi si sono affannati a spiegare ai cittadini ed agli utenti che “un vero e proprio Tsunami sta per abbattersi sul trasporto pubblico locale&#8221;.
Così gli Assessori ai trasporti della Provincia e del Comune, Antonio Perferi e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://1.bp.blogspot.com/_bCHU3S1tIDc/SXHgz5tmtfI/AAAAAAAAAHY/dOsRbr_L2Ng/s400/autobus.jpg"><img class="alignleft" src="http://1.bp.blogspot.com/_bCHU3S1tIDc/SXHgz5tmtfI/AAAAAAAAAHY/dOsRbr_L2Ng/s400/autobus.jpg" alt="" width="341" height="256" /></a>di Antonino Armao e Stefano Mugnai</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Con una concertata manovra di disinformazione propagandistica, Comune e Provincia di Arezzo nei giorni scorsi si sono affannati a spiegare ai cittadini ed agli utenti che <em>“un vero e proprio Tsunami sta per abbattersi sul trasporto pubblico locale&#8221;.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Così gli Assessori ai trasporti della Provincia e del Comune, Antonio Perferi e Roberto Banchetti, hanno descritto gli effetti dei tagli operati dal Governo nazionale, promettendo un aumento sicuro delle tariffe a causa di quegli stessi tagli.</p>
<p style="text-align: justify;">Per fortuna però la Regione Toscana, per intercessione degli assessori Perferi e Banchetti, “forse” ci salverà dallo “tsunami” magari, razionalizzando costi e ricavi e assicurando così ugualmente il servizio di trasporto nonostante i tagli del Governo necessari a non far cadere il nostro Paese in un baratro peggiore di quello della Grecia.</p>
<p style="text-align: justify;">Quindi, mentre aspettiamo che la Regione Toscana faccia “il miracolo”, gli assessori Perferi e Banchetti ci possono spiegare alcune cose.</p>
<p style="text-align: justify;">Ci possono spiegare per esempio, come mai il Comune e la Provincia di Arezzo hanno aderito, ben prima della manovra economica del Governo, ad un piano industriale, quello della Società “Toscana del Sud &#8211; TIEMME”, presentato alla Regione nel 2009 che prevedeva (e prevede) l’aumento dei risultati di esercizio per gli azionisti (Enti locali) attraverso l’aumento dei ricavi e la diminuzione dei costi della società di gestione.</p>
<p style="text-align: justify;">E come dovevano già nel 2009 (e devono ancora oggi) aumentare i guadagni per gli Enti locali? Con l’aumento delle tariffe del 20%, con l’aumento di altri ricavi, con l’aumento della pubblicità, con l’aumento delle sanzioni per evasione del titolo di viaggio (!)</p>
<p style="text-align: justify;">E come dovevano già nel 2009 (e devono) diminuire i costi? Con l’aumento della produttività degli autisti, con l’utilizzo personale non dipendente (circa il 9%); con la diminuzione dei costi di manutenzione (obiettivo risparmiare € 500 mila l’anno); con la diminuzione dei costi per gli acquisti (economie di scala &#8211; obiettivo risparmiare € 700 mila l’anno); con la diminuzione delle spese generali (economie di scala &#8211; obiettivo risparmiare € 250 mila l’anno); con lo sviluppo di altre attività reddituali (es. noleggi); con l’abbattimento del 50% degli incentivi al personale legati ai noleggi; con l’aumento delle tariffe di noleggio.</p>
<p style="text-align: justify;">Ecco che cosa avevano in mente già nel 2009 i nostri assessori con l’obiettivo di vedere aumentare i dividendi azionari dei comuni a spese dei cittadini, ben prima che il Governo varasse la manovra correttiva per il 2010.</p>
<p style="text-align: justify;">Ebbene, vista la prontezza di riflessi con cui gli assessori Perferi e Banchetti sono intervenuti per trovare soluzioni alla crisi del trasporto pubblico locale, ci aspettiamo che, insieme alle altre province e comuni interessati, il Comune e la Provincia di Arezzo vorranno rinunciare ai ricchi dividendi promessi dalla TIEMME e vorranno mantenere così inalterate le tariffe nonostante i minori trasferimenti dallo Stato.</p>
<p style="text-align: justify;">Se poi, per pareggiare i conti, i nostri assessori-santi riusciranno a fare altri “miracoli”, come impedire duplicazioni di indennità per gli amministratori delle società di trasporto confluite nella TIEMME ma non soppresse, oppure tagliare qualcuno degli 80 enti inutili (solo ad Arezzo) finanziati dalla Provincia e dai Comuni, destinati principalmente a foraggiare una casta politica locale che vive di prebende, ecco che allora avranno veramente reso un servizio ai cittadini, agli utenti dei servizi pubblici locali ed alla Nazione.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p><strong>Stefano Mugnai<br />
Consigliere regionale<br />
Popolo della Libertà</strong></p>
<p><strong><br />
</strong></p>
<p><strong>Antonino Armao<br />
Dipartimento Lavoro e Tutela dei consumatori<br />
Coordinamento comunale di Arezzo<br />
Popolo della Libertà</strong></p>
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		<title>Nord e Sud: poi non dite che non l&#8217;avevamo detto!</title>
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		<pubDate>Sun, 29 Aug 2010 17:22:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Armao</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica Nazionale]]></category>
		<category><![CDATA[nord]]></category>
		<category><![CDATA[sud]]></category>

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		<description><![CDATA[<a href=http://www.arezzopolitica.it/2010/08/29/nord-e-sud-poi-non-dite-che-non-lavevamo-detto/><img src=http://www.historicalartprints.com/images/product_large/lone_star_lg.jpg class=imgtfe hspace=5 align=left width=100  alt="" /></a>A cura della Redazione.
Riportiamo integralmente l&#8217;intervento di Ernesto Galli della Loggia sul Corriere della sera del 29 agosto 2010 dal titolo &#8220;Nord e Sud una unità che va ritrovata&#8221; perchè ogni tanto è bello dire: &#8220;l&#8217;avevamo detto&#8221;.
C&#8217;è il pericolo concreto e reale di uno scontro sociale e territoriale tra Nord e Sud in questo Paese. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://www.historicalartprints.com/images/product_large/lone_star_lg.jpg"><img class="alignleft" src="http://www.historicalartprints.com/images/product_large/lone_star_lg.jpg" alt="" width="357" height="263" /></a>A cura della Redazione.</strong></p>
<p>R<em>iportiamo integralmente l&#8217;intervento di Ernesto Galli della Loggia sul Corriere della sera del 29 agosto 2010 dal titolo &#8220;Nord e Sud una unità che va ritrovata&#8221; perchè ogni tanto è bello dire: &#8220;l&#8217;avevamo detto&#8221;.</em></p>
<p><em>C&#8217;è il pericolo concreto e reale di uno scontro sociale e territoriale tra Nord e Sud in questo Paese. Lo diciamo ormai da molti mesi su questo modesto blog e ora lo dicono e lo scrivono anche i soloni della cultura ufficiale sui loro giornaloni. E continueremo dirlo e scriverlo finchè qualcuno si sveglierà. </em></p>
<p><em>A Fini, continuiamo a rimproverare di non capire che sta soffiando sul fuoco dello scontro finale tra Nord e Sud e che solo nel PdL era ed è ancora possibile trovare la sintesi di un nuovo patto di unità nazionale.</em></p>
<p><strong>Nord Sud, una unità che va ritrovata.<br />
di Ernesto Galli della Loggia.</strong></p>
<p>Una questione domina su tutte le altre della politica italiana e in vario modo le riassume tutte: il problema dell&#8217;unità nazionale, ovvero il problema di come tenere ancora insieme il Nord e il Sud del Paese.  È chiaro, per chi sa vedere, che siamo ad uno di quei momenti in cui la politica è chiamata a fare i conti con una vera e propria svolta storica: la fine della prima Repubblica ha significato molto di più di ciò che allora ci è sembrato. Ha significato anche la fine degli equilibri economico-sociali (e della relativa ideologia) che avevano reso possibile e accompagnato la secolare industrializzazione-modernizzazione italiana.</p>
<p>Con ciò è giunto ad un suo punto critico anche il secolare patto nazionale la cui forma, risalente al vecchio Statuto Albertino, la Costituzione del &#8216;48 aveva, sì, profondamente innovato, ma in un certo senso ripreso e confermato.  Il compito che sta ora davanti al Paese è quello di rifondare questo patto. Di rifondare l&#8217;unità italiana rinsaldando l&#8217;unione tra le due parti decisive della Penisola, il Sud e il Nord. Chi saprà farlo &#8211; è facile prevederlo &#8211; s&#8217;installerà al centro del sistema politico divenendo la forza egemone per un lungo tempo avvenire. Il partito o lo schieramento che vorrà provarci, che aspirerà al ruolo di partito nazionale, dovrà però guardarsi innanzi tutto da un pericolo mortale: quello di apparire (e/o di essere) un partito «sudista» (è il pericolo di cui invece non sembra accorgersi l&#8217;Udc, che così perde ogni credibilità «nazionale» cui pure dice tanto di aspirare, dopo che si è proclamata espressamente Partito della nazione).</p>
<p>Incorre in tale pericolo qualunque posizione &#8211; come quella del partito di Casini, appunto &#8211; la quale, lungi dal capire il fondamento reale del «nordismo» (lo chiamo così per brevità) attribuisce invece a Bossi e alla pura e semplice esistenza della Lega l&#8217;origine dei problemi; rifiutandosi cioè di riconoscerne e soprattutto capirne la loro sostanza e portata reali. Quasi che, se non ci fossero né Bossi né la Lega, il Nord non creerebbe più fastidi e tutto andrebbe a posto.  Non è così. La protesta del Nord si fa forte dell&#8217;esistenza di problemi reali (inefficienza dell&#8217;amministrazione centrale, scarsità d&#8217;investimenti infrastrutturali, livello altissimo della fiscalità, a cui si può aggiungere la meridionalizzazione degli apparati statali): problemi che tra l&#8217;altro per una parte significativa non sono specifici del Nord, bensì generali dello Stato italiano, anche se al Nord se ne sente di più il peso.</p>
<p>E sta proprio qui, direi, la differenza decisiva con il «sudismo», con la protesta che negli ultimi tempi il Mezzogiorno ha a sua volta mostrato di voler mettere in campo come rivalsa antinordista all&#8217;insegna del rivendicazionismo risarcitorio per il proprio mancato sviluppo. Infatti, almeno nella sua vulgata di massa, quella del Sud si presenta come una protesta che non tiene assolutamente conto, non fa menzione neppure, di quello che pure tutti gli osservatori imparziali hanno indicato da decenni come tra i principali, o forse il principale ostacolo di qualunque possibile sviluppo del Mezzogiorno. Vale a dire la paurosa, talvolta miserabile pochezza delle classi dirigenti politiche meridionali, specie locali, protagoniste di malgoverno e di sperperi inauditi, ma che continuano a stare al loro posto perché votate dai propri elettori.</p>
<p>Accade così, che mentre la protesta «nordista» ha corrisposto alla nascita e all&#8217;affermazione in loco di una nuova classe politica (quella della Lega), quasi del tutto diversa dal passato e assai polemica verso di esso, comunque la si voglia giudicare; viceversa la protesta «sudista», proprio per questo suo dato di partenza di irrealtà, è disponibile ad ogni uso e già oggi viene inalberata dai più variegati spezzoni e reduci di tutte le formazioni politiche meridionali degli ultimi decenni mentre palesemente si candida a diventare il refugium peccatorum di tutti i trasformismi e gli opportunismi politici che prosperano a sud del Garigliano. In tal modo privando di ogni dignità politica e di ogni futuro le sue pur esistenti ragioni, e condannandosi a rappresentare esclusivamente l&#8217;ennesima chiacchiera da comizio.</p>
<p>Un partito che oggi volesse avere una funzione davvero nazionale dovrebbe dunque partire da qui. Dal capire senza esitazione le fondate ragioni del Nord e cercare di combinarle con quelle del Sud. Che ci sono, ma non sono presentabili all&#8217;opinione pubblica del Paese con qualche possibilità di successo fintanto che non le si strappa dalle mani di chi finora ha governato il Mezzogiorno, da destra e da sinistra, da Napoli a Palermo, nel modo sciagurato che sappiamo.  Fonte: www.corriere.it</p>
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		<title>Cinema d&#8217;estate-09)/Anima persa di Dino Risi (1976)</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Aug 2010 08:06:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Frabetti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>

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		<description><![CDATA[<a href=http://www.arezzopolitica.it/2010/08/27/cinema-destate-09anima-persa-di-dino-risi-1976/><img src=http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/08/anima-persa-150x150.jpg class=imgtfe hspace=5 align=left width=100  alt="" /></a>di Giorgio Frabetti- Il diciannovenne Tino viene dalla provincia per studiare pittura ed è ospitato a Venezia dagli zii in una settecentesca villa patrizia. Lo zio (Vittorio Gassman) è un Professionista austero, di origini austriache e nella casa si respira un pò dell&#8217;aria del vecchio impero. Senonchè al piano di sopra c&#8217;è uno strano inquilino, che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-4818" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/08/anima-persa.jpg" alt="anima persa" width="336" height="252" />di <strong>Giorgio Frabetti</strong>- Il diciannovenne Tino viene dalla provincia per studiare pittura ed è ospitato a Venezia dagli zii in una settecentesca villa patrizia. Lo zio (Vittorio Gassman) è un Professionista austero, di origini austriache e nella casa si respira un pò dell&#8217;aria del vecchio impero. Senonchè al piano di sopra c&#8217;è uno strano inquilino, che somiglia tanto allo zio e che si favoleggia nasconda un terribile segreto legato alla sorte di una certa bambina, Beba. Tratto dall&#8217;omonimo romanzo di Giovanni Arpino, &#8220;Anima persa&#8221; costituisce uno degli esperimenti più originali di contaminazione tra genere drammatico-psicologico classico con il genere thriller. Curiosamente, l&#8217;ispirazione viene dalla televisione che in quello scorcio di anni &#8216;70 sforna originalissimi prodotti come <em>Il Segno del Comando</em> (1971) ovvero <em>Ho incontrato un&#8217;ombra</em> (1974) in cui la trama del giallo-<em>mistery</em> classica è diluita nelle corde di uno struggente lirismo e sentimentalismo. Una stagione giustamente rivalutata in sede editoriale (si veda l&#8217;iniziativa recente di <em>Edicola Fabbri</em>) e di cui <em>Anima Persa</em> costituisce uno dei risvolti cinematografici più felici: una via sperimentale, allora molto promettente per innovare il linguaggio della narrativa cinematografica, ma che presto si logorò nelle risacche del cinema commerciale (<em>Fantasma d&#8217;amore</em> del 1981 con Marcello Mastroianni e Romy Schneider sarà di gran lunga inferiore). Da un lato, si deve concedere ai detrattori del film (Grazzini) che hanno ragione da vendere, quando additano certe artificisità nella trama: non sempre, infatti, la contaminazione tra &#8216;thriller&#8217; e film sentimentale può dirsi riuscita. Dall&#8217;altro e aldilà di questi aspetti tecnici, io credo che <em>Anima persa</em> resti impresso nella memoria come un film &#8230; magico. Il film anzitutto rievoca un mondo in cui l&#8217;<em>eros</em> era un &#8216;tabu&#8217; per gli adolescenti, custodito gelosamente dagli adulti; al punto che la sua scoperta diventava una tappa di un percorso di iniziazione che coincideva per lo più con l&#8217;ingresso alla vita adulta. O per lo meno è il ritratto di un mondo (borghese ottocentesco) che amava auto-rappresentarsi in questo modo. Questo è il senso del cammino di Tino, delle ambigue sollecitazioni della zia, dello zio, della serva, sull&#8217; &#8220;altro&#8221; presente in soffitta: l&#8217; &#8220;altro&#8221; non è il sottosuolo, il &#8220;doppio&#8221; alla Jekyll, ma è l&#8217; &#8220;eros&#8221; (quanto c&#8217;è del mondo cheha partorito la psicanalisi!). La soffitta è la &#8220;stanza proibita&#8221; dei due coniugi (Gassman e la Deneuve), la stanza è il luogo dove i due hanno tragicamente sperimentato l&#8217;ambiguità e la fragilità dell&#8217; &#8220;eros&#8221; il cui doppio (come insegna Freud) è &#8220;thanatos&#8221;: la bellezza svanisce, l&#8217;attrattiva svanisce verso la fine, la morte (questo è il senso fuor di metafora del racconto della morte della &#8220;bambina Beba&#8221; che poi si rivela essere la stessa Deneuve, moglie dello zio-Gassman!). La &#8220;stanza&#8221;, quindi, è il luogo in cui &#8220;eros&#8221; rivela la sua misterisa parentela con la bestialità unama, l&#8217;istintualità: di qui, la tirata di Gassman che, descrivendo il suo &#8220;doppio&#8221;, si sofferma sull&#8217;attrattiva verso la terra, verso gli insetti. Questa rievocazione fa di &#8220;anima persa&#8221; un film magico; e soprattutto originale, in un&#8217;epoca (1976) in cui il &#8216;mistery romantico&#8217; stava diventando una moda ed uno stereotipo commerciale . Un film da rivedere e da riscoprire.</p>
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		<title>Il &#8220;cesarismo politico&#8221; di Mussolini: come il fascismo diventò regime</title>
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		<pubDate>Tue, 24 Aug 2010 21:26:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Frabetti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Libri]]></category>

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		<description><![CDATA[<a href=http://www.arezzopolitica.it/2010/08/24/il-cesarismo-politico-di-mussolini-come-il-fascismo-divento-regime/><img src=http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/08/MussoliniRomaSedeMovimento_fascismo_ladestra-150x150.jpg class=imgtfe hspace=5 align=left width=100  alt="" /></a>di Giorgio Frabetti- Con il presente contributo, intendiamo portare all&#8217;attenzione del pubblico la lettura del terzo volume della monumentale biografia di Benito Mussolini scritta da Renzo De Felice, Mussolini il fascista dedicata all&#8217;organizzazione dello Stato fascista. Il libro tratta di uno dei temi tuttora più controversi per gli studiosi del fascismo, ovvero l&#8217;individuazione del dies a quo, ovvero del momento a partire [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-4797" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/08/MussoliniRomaSedeMovimento_fascismo_ladestra.jpg" alt="MussoliniRomaSedeMovimento_fascismo_ladestra" width="360" height="250" />di <strong>Giorgio Frabetti</strong>- Con il presente contributo, intendiamo portare all&#8217;attenzione del pubblico la lettura del terzo volume della monumentale biografia di Benito Mussolini scritta da Renzo De Felice, Mussolini il fascista dedicata all&#8217;organizzazione dello Stato fascista. Il libro tratta di uno dei temi tuttora più controversi per gli studiosi del fascismo, ovvero l&#8217;individuazione del <em>dies a quo</em>, ovvero del momento a partire dal quale il fascismo diventa regime, decretando la fine dello Stato liberale. Molti studiosi di derivazione democratica (v. Granata, Sabatucci &#8230;), con l&#8217;obiettivo di legittimare <em>a posteriori</em> l&#8217;assetto costituzionale post-bellico hanno accreditato le cause dell&#8217;affermazione del fascismo come Stato totalitario nella circostanza che lo Statuto fosse una costituzione flessibile (ovvero abrogabile per legge ordinaria) anzichè rigida, come quella del 1948. Come dire: se nel 1848 si fossero adottati i contrappesi della costituzione repubblicana post bellica, l&#8217;Italia non avrebbe conosciuto il fascismo. Tale storiografia è figlia (anche per le evidenti intonazioni polemiche) dell&#8217;antifascismo democratico-radicale alla Nitti, all&#8217;Amendola  cui brucia non solo la sconfitta da parte del fascismo nel 1924-25 ma il difetto di egemonia politica delle <em>èlites</em> liberal-radicali in un momento cruciale della storia italiana come il primo dopoguerra; in ogni caso, tale filone storiografico rivela significative carenze e lacune sul versante ricostruttivo. Anzitutto, ammesso questo indirizzo d&#8217;analisi, non è possibile riscontrare quando lo Statuto Albertino è stato abrogato;  a differenza della legge di &#8216;coordinamento&#8217; nazista del 1933, nell&#8217;esperienza politica fascista, una legislazione costituzionale così &#8220;di rottura&#8221; &#8230; non esiste; o, per lo meno, non è facilmente individuabile. Di qui, si ripiega con vari accorgimenti. In primo luogo, Granata accredita la fondazione dello Stato fascista alla legge di attribuzione dei &#8216;pieni poteri&#8217; del novembre 1922: accorgimento debole, in quanto leggi simili erano conformi allo Statuto (vedi i &#8220;pieni poteri&#8217; di Salandra del 1915 e quelli di certi governi militari dei primi decenni del Regno d&#8217;Italia) ed erano sempre a tempo determinato: cosa che si verificò alla fine del 1923, quando il &#8216;duce&#8217; deliberatamente non fece prorogare la legge (De Felice ne parla nel III volume della biografia di Mussolini). Lo stesso Granata, allora, accredita alcune leggi che, pur non abrogando le istituzioni statutarie, ne cancellavano la portata liberale: è il caso delle leggi contro la stampa del 1924. Anche qui, però, si deve dire che lo Statuto ammetteva limitazioni alla libertà di stampa: certo, lasciava libero il legislatore di accedere ad un&#8217;interpretazione più larga della medesima libertà, ma non la riconosceva e tutelava come diritto assoluto di libertà. Non solo, ma almeno fino al 1925-26 i periodici dell&#8217;antifascismo più radicale come &#8217;il mondo&#8217;, &#8216;il popolo&#8217; &#8230;, per quanto falcidiati dallo squadrismo, non avevano ancora chiuso: segno, questo, del possibilismo mussoliniano che, fino all&#8217;ultimo, evitò di giocare troppo apertamente la carta della dittatura. Più successo presso gli storici incontra la tesi che vede il &#8216;Natale&#8217; del fascismo nel discorso del 03 gennaio 1925: discorso energico, certamente, che diede la stura a provvedimenti restrittivi specie dopo i disordini di Firenze del capodanno 24-25, ma che furono indirizzati soprattutto verso circoli giovanili di dissidenza o fronda fascista (vedi Kurt Suker, che chiuse la sua rivista) o movimenti di ispirazione gobettiana (tipo &#8220;Italia libera&#8221; o &#8220;Non mollare&#8221;). Ma anche qui, De Felice documenta un forte residuo di vita parlamentare, rappresentato dalla mancata espulsione dei comunisti dalla Camera dei Deputati, dalle elezioni amministrative (che a Palermo portarono ad una vivace, ma ambigua competizione con i nazionalisti, arbitrata, pare, da una mafia che non si fidava di Roma), alla promulgazione di una legge che consentiva il suffragio elettorale alle donne, agli scioperi nelle fabbriche della primavere (prima del patto di &#8216;Palazzo Vidoni&#8217;) che videro una ripresa della CGIL. Lo stesso &#8216;Aventino&#8217; (così come documenta De Felice) fino all&#8217;estate sperava ancora in un intervento del Re: a riprova dell&#8217;incertezza della situazione. Le stesse &#8216;leggi fascistissime&#8217; della fine del 1925 e del gennaio 1926 revisionavano sì i rapporti tra Esecutivo e Parlamento abolendo il rapporto di fiducia e riducendo l&#8217;iniziativa legislativa parlamentare, ma non avrebbero potuto qualificarsi come &#8221;eversive&#8221; rispetto ad uno Statuto che non solo non aveva imposto l&#8217;investitura parlamentare del Governo, ma tendeva a prefigurare l&#8217;investitura dell&#8217;Esecutivo in conformità alla tradizione del &#8221;Governo di Gabinetto&#8221;, nominato dal Sovrano e responsabile verso il solo Re. E che tale possibilità fosse immanente al diritto positivo costituzionale dell&#8217;epoca (anche pre-fascista) lo dimostra la riflessione di un grande costituzionalista di sicura fama democratico-liberale come Vittorio Emanuele Orlando. A questa soluzione &#8220;dittatoriale&#8221;, poi, non era nemmeno del tutto alieno un liberale avanzato come Adolfo Tino (poi legato ad ambienti azionisti), il quale nella sua rivista <em>Rinascita liberale</em> all&#8217;indomani del 03 gennaio riteneva questa soluzione il &#8220;male minore&#8221; per frenare il sovversivismo farinacciano e non; a questa visione &#8220;normalizzatrice&#8221; non era poi nemmeno del tutto estraneo  un sincero democratico come Giuseppe Dorso, il quale alla fine del 1924 previde per il fascismo la &#8220;vendetta fiancheggiatrice&#8221;, se non avesse voluto rimanere impigliata nel velleitarismo farinacciano. Ecco, allora, spiegato il perchè di questo &#8216;procedere a salti&#8217; di Mussolini (tra apparenti cautele ed esitazioni di movimento): Mussolini non voleva certo un &#8220;ritorno allo Statuto&#8221;; ne paventava i pericoli, sapeva, cioè, che, alla fine, una simile soluzione avrebbe fatto il gioco dei demoliberali giolittiani e salandrini, che si sarebbero coperti, in nome del loro conservatorismo costituzionale, dietro le prerogative monarchiche, esercitando una scomoda tutela sul fascismo Ciononostante, Mussolini ancora molto dopo il delitto Matteotti assecondò non poco la &#8220;voglia d&#8217;ordine&#8221; dei ceti conservatori italiani, pur badando a non farsi commissariare, nè sostituire dai conservatori, concedendo non poco ai formalismi pseudo-costituzionali: per questo, egli fu molto circospetto ed evitò atti apertamente eversivi dello Statuto Albertino. Questo perchè Mussolini sapeva che il fascismo, se avesse preteso di occupare lo Stato da padrone assoluto, lasciato a sè stesso, avrebbe manifestato quanto prima la sua insipienza, la sua debolezza, la sua completa immaturità politica: per questo, l&#8217;unica via per consolidare il regime era conquistare l&#8217;AVVALLO MONARCHICO. Ma MONARCHIA, allora, significava COSTITUZIONE: di qui, si spiega il motivo per cui il &#8216;duce&#8217; finchè potè, non abrogò lo Statuto. Certo, Mussolini successivamente manderà a segno dei &#8220;colpi di mano&#8221; audaci, che assesteranno un colpo mortale allo Stato liberale (abolizione dei partiti, dei giornali d&#8217;opposizione etc.): quando, però, Mussolini compie dei salti, è perchè ha maturato un consenso ed una legittimazione ulteriore, che gli conferisce sufficiente forza. Da ultimo, la tecnica del potere mussoliniano deve inquadrarsi come CESARISMO POLITICO. Come gli Imperatori romani, Mussolini non abroga la costituzione, ma la svuota progressivamente ed impercettibilmente, senza fatti eclatanti, approfittando dei margini di discrezionalità interpretativa ed applicativa. Questo finchè non capita qualcosa che ne consacra ulteriormente la popolarità: è il caso degli attentati del 1926, che, raccogliendo una vasta emozione attorno al &#8216;duce&#8217;, consacrano una vocazione al comando semi-monarchica di Mussolini e legittimano (ma SOLO ALLORA!) la costituzione del regime &#8216;a partito unico&#8217; e la decadenza parlamentare degli &#8216;Aventiniani&#8217; (anche qui, però, la decadenza avveniva sulla scorta di una non chiara norma statutaria, fatta valere da Pelloux nel 1898 a danno di Turati &#8230;). Solo su questa scia, pertanto, nel 1928 Mussolini impose un sistema elettorale a partito unico, apertamente eversivo rispetto alle logiche della competizione democratica. A questo riguardo, deve poi rammentarsi che, se Mussolini si decise ad un passo così forte, il motivo lo si deve alla contemporanea maturazione del Concordato tra Stato e Chiesa che, una volta stipulato, modificò radicalmente la base del consenso del popolo allo Stato Italiano, consacrando formalmente la rottura con un ceto politico censitario di impronta massonica ed anticlericale. Curiosamente per abolire formalmente il Parlamento, Mussolini aspetterà fino al 1939, quando ormai il &#8216;duce&#8217; (vedi contesa del &#8216;primo maresciallato dell&#8217;Impero) era deciso a liquidare la Monarchia, forte della sua missione di &#8216;fondatore dell&#8217;Impero&#8217;. In effetti, solo quando diventerà nel 1936, il Fondatore dell&#8217;Impero, Mussolini giocherà più scopertamente la carta del NUOVISMO ISTITUZIONALE (la contesa del &#8216;primo maresciallato&#8217;, abrogazione del Parlamento, assunzione del Comando delle Forze Armate), nella prospettiva (documentata da De Felice) di una rottura definitiva del fascismo con la Monarchia e le sue tradizioni costituzionali; ma solo allora. Con questo, non si creda che intendiamo accreditare patenti &#8220;democratiche&#8221; al regime fascista, che certo non ne ebbe; semplicemente, riteniamo utile ripercorrere il libro di De Felice, perchè ci fa capire che la transizione da Stato liberale allo Stato fascista fu una svolta politica complessa, nel quale i due &#8220;ordini&#8221; (liberal-conservatore e fascista), vissero per così dire, per un periodo non breve, sovrapponendosi a vicenda, stratificandosi nelle complesse maglie del regime: anche se si deve dire che il fascismo nel tempo evitò di caratterizzarsi come semplice &#8220;strumento della reazione&#8221;, giungendo almeno in parte a ridimensionare  lo strapotere dei ceti elitari tradizionali (industriali, agrari), grazie all&#8217;indubbio seguito che riscontrò presso vasti settori dei ceti popolari e grazie alla mobilità sociale (Salvatorelli) che era riuscito effettivamente a realizzare. In ogni caso, qui risiede la spiegazione del perchè uomini di sincera tempra liberale e talora democratica come Salandra, Giolitti, Orlando etc. non sposarono l&#8217;antifascismo più radicale nelle prime ore e addirittura taluni si &#8220;accasarono&#8221; nel regime stesso (vedi Tittoni, Facta etc.): semplicemente, dal punto di vista legale e costituzionale, il fascismo non era a stretto rigore riconoscibile come fenomeno &#8220;eversivo&#8221;. Ci sarebbe voluta una cultura costituzionale più avanzata per comprenderlo (vedi Nitti, Amendola, Albertini etc.): ma questa cultura che oggi diremmo tendenzialmente democratico-radicale non solo non disponeva della sufficiente egemonia politica per modificare la Costituzione materiale dell&#8217;Italia, ma usciva dallo scacco del biennio rosso, quando fu chiaro che il radicalismo intransigente ed ideologico finiva solo per fare il &#8220;gioco&#8221; dei Comunisti. Questa è la contraddizione letale dell&#8217;antifascismo &#8220;della prima ora&#8221; e De Felice non manca di ricordarcelo.</p>
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		<title>Ustica e &#8220;l&#8217;altra faccia&#8221; della Verità: dall&#8217;ultimo libro di Vincenzo Ruggero Manca</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Aug 2010 15:59:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Frabetti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Libri]]></category>

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		<description><![CDATA[<a href=http://www.arezzopolitica.it/2010/08/23/ustica-e-laltra-faccia-della-verita-dallultimo-libro-di-vincenzo-ruggero-manca/><img src=http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/08/lora1b-150x150.jpg class=imgtfe hspace=5 align=left width=100  alt="" /></a>di Giorgio Frabetti- Il libro Giustizia e Verità-Ustica (Koinè, nuove edizioni, 2010) di Vincenzo Ruggero Manca, illustre dirigente dell&#8217;Areonautica Militare e già Senatore AN (oltrechè Vice-Presidente della Commissione Stragi tra il 1996 e il 2001), uscito nell&#8217;imminenza del trentesimo anniversario della strage del 27 giugno 1980, è un libro poco pubblicizzato che rende conto dei risultati [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-4761" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/08/lora1b.jpg" alt="lora1b" width="480" height="374" />di <strong>Giorgio Frabetti</strong>- Il libro <em>Giustizia e Verità-Ustica</em> (Koinè, nuove edizioni, 2010) di Vincenzo Ruggero Manca, illustre dirigente dell&#8217;Areonautica Militare e già Senatore AN (oltrechè Vice-Presidente della Commissione Stragi tra il 1996 e il 2001), uscito nell&#8217;imminenza del trentesimo anniversario della strage del 27 giugno 1980, è un libro poco pubblicizzato che rende conto dei risultati delle istruttorie e delle perizie emerse nel corso del processo Ustica, il quale ha prodotto nel 2007 e dopo 30 anni una sentenza definitiva passata in giudicato. Condividiamo l&#8217;idea di fondo del libro, la &#8220;morale&#8221; che lo anima: solo da dati di certezza ufficiale, aldilà delle partigianerie e dell&#8217;emozionalità mediatica, aldilà dello sport della dietrologia, può iniziare un percorso capace di illuminare il caso Ustica. Il libro nasce con l&#8217;intento di portare elementi di (poca) certezza per scalfire &#8220;l&#8217;immaginario collettivo&#8221; che vuole vedere nella caduta del DC-9 nelle acque di Ustica il coinvolgimento dell&#8217;Italia in &#8220;operazioni di guerra non dichiarata&#8221; tra Francia e Libia. Non è possibile in questa sede riepilogare i vari punti (estremamente tecnici) con i quali Manca e la Magistratura hanno confutato la versione dei fatti dell&#8217;immaginario collettivo: in questa sede, converrà, però, dar conto di alcune indiscutibili ombre della tesi &#8220;attacco areo&#8221; sollevate dall&#8217;Autore Manca e sulle quali effettivamente è doveroso richiamare un&#8217;attenta riflessione. Innanzitutto, nessuna sentenza penale, nemmeno l&#8217;ordinanza/sentenza di rinvio a giudizio del Giudice Rosario Priore ha potuto raggiungere una sufficiente certezza intorno alla tesi dell&#8217; &#8220;attacco aereo&#8221; (missile/quasi collisione), denunciando viceversa come &#8220;tesi più probante&#8221; l&#8217;ipotesi della &#8220;bomba/esplosione interna&#8221; di ignota matrice. Allo stesso modo, la tesi che vuole il DC-9 abbattuto accidentalmente, perchè &#8220;copriva&#8221; la rotta di un aereo militare libico (il MIG!) non autorizzato a percorrere una rotta area verso la Jugoslavia per rifornirsi di armamenti (e oggetto dell&#8217;interesse NATO), risulta debole, perchè manca l&#8217;evidenza <em>radar</em> di tale presunto aereo&#8230; nascosto: i tanto dibattuti  echi  &#8216;-17&#8242; e &#8216;-12&#8242;, registrati dal <em>radar</em> Marconi, sui quali Priore e la stampa (<em>in primis</em> Andrea Purgatori) hanno richiamato l&#8217;attenzione come traccia di velivoli coperti nel &#8220;cono d&#8217;ombra&#8221; del DC-9  sono stati valutati dalla Magistratura Giudicante come &#8220;falsi echi&#8221; per la tendenza del <em>Radar</em> Marconi di duplicare i segnali <em>radar</em> (a causa di un congenito difetto elettronico) e per l&#8217;assenza di alcuna segnalazione <em>radar</em> nelle vicinanze (Ciampino) che attestasse l&#8217;esistenza di aerei ulteriori al DC-9. Negli stessi termini, la tesi &#8220;attacco aereo&#8221; non risulta supportata da alcuna evidenza che ne attesti la contemporaneità con la caduta del MIG libico, rinevuto sulla Sila il 18 luglio 1980 (rispetto a cui il &#8220;partito dell&#8217;attacco aereo&#8221; accredita una &#8220;messinscena&#8221; dei servizi segreti per nascondere la &#8220;guerra aerea&#8221;). Il Sen. Manca, poi, denuncia l&#8217;evidente assurdità di quelle tesi che accreditano un complotto/depistaggio degli Stati Maggiori volto a mantenere il segreto su una &#8220;guerra non dichiarata&#8221; nei cieli di Ustica: circostanza assurda perchè una simile &#8220;guerra&#8221; avrebbe lasciato tracce radaristiche talmente diffuse ed avrebbe coinvolto un numero tale di persone, che sarebbe stato impossibile mantenere il segreto. Da ultimo, la tesi dell&#8217; &#8220;attacco aereo&#8221; risulta debole, perchè, al momento, non è stato mai chiarito quali disposizioni, impegni, accordi di diritto internazionale la Libia avrebbe trasgredito in modo così grave per &#8220;meritarsi&#8221; la &#8220;rappreseglia&#8221; nei cieli di Ustica, nel quale avrebbe perso la vita il &#8220;pilota&#8221;  del MIG libico e inopinatamente il DC-9. Complice le ultime dichiarazioni del Presidente Emerito Cossiga del 2008, l&#8217;operazione sul mare di Ustica avrebbe dovuto essere concertata dai Servizi segreti francesi per uccidere Gheddafi, mentre si trovava in viaggio aereo per andare in Polonia, in una logica di &#8220;ritorsione&#8221; francese per la guerra del Ciad e che si sarebbe risolta in un&#8217;inutile strage perchè Gheddafi sarebbe stato avvertito in tempo. Ora, a parte che una simile operazione avrebbe dovuto comportare per la Francia l&#8217;impiego di una portaerei ovvero di congrua base d&#8217;appoggio in Corsica, che non è stata riscontrata (nonostante la testimonianza dei fratelli Bozzo, amici fraterni del Gen Dalla Chiesa), l&#8217;effettuazione di voli in acque internazionali per diritto internazionale generale è assolutamente libera, in assenza di embarghi ufficiali! E così sarebbe stato per Gheddafi al tempo della strage di Ustica. Inoltre, simili &#8221;operazioni sporche&#8221; se possono verificarsi nei Paesi del Terzo Mondo, ben difficilmente avrebbero potuto essere realizzate dalla Francia su mare e zona geografica sostanzialmente italiana: un pò perchè queste &#8220;operazioni sporche&#8221; in Paesi europei avrebbero più facilmente essere intercettate dalla magistratura e dalla opinione pubblica e un pò per l&#8217;ipocrisia dello <em>ius publicum europeum</em> che, nella classica dizione descritta da Carl Schmitt, situa l&#8217;area delle &#8220;operazioni sporche&#8221; nel Terzo Mondo e non in Europa. A  questo punto, scartando con quasi certezza, la tesi dell&#8217;&#8221; esplosione in volo&#8221; del DC-9, il Sen. Manca sposa la tesi della &#8220;bomba in volo&#8221;, lasciando aperte due possibili piste per il movente: la ritorsione libica contro l&#8217;Italia per le trattative con Malta che avrebbero limitato le basi di rifornimento di armi di Tripoli (per l&#8217;analogia con Lockerbie e Tenerè); la ritorsione &#8217;ndranghetista contro gli interessi edili di Davanzali in Calabria (ma il DC-9, all&#8217;ora dell&#8217;eplosione, avrebbe dovuto essere atterrato a Palermo e non in volo: in questa chiave, allora, la strage sarebbe stata accidentale!). Resta, certo, la stranezza, ove si sposi la tesi dell&#8217;attentato, dell&#8217;assoluta mancanza di rivendicazione.  In conclusione, il Sen. Manca da ragione a chi accredita nel &#8220;caso Ustica&#8221; un&#8217;attività di &#8220;disinformazione&#8221; e forse anche di &#8220;depistaggio&#8221;: il Sen. Manca, però, ci invita a considerare che le fonti ed i moventi del depistaggio, lungi dal risiedere in inconfessabili <em>arcana imperii</em> di politica estera e di <em>intelligence</em>, più probabilmente risiedono in moventi affaristici e di malgoverno, tipicamente italiani: principalmente, &#8221;scaricare&#8221; sulla Difesa i principali oneri risarcitori ed assicurativi, secondo un canovaccio di &#8220;comparaggio&#8221; politico-affaristico-imprenditoriale non sconosciuto all&#8217;Italia. Non è un caso, quindi, per Manca, che la tesi &#8220;attacco areo&#8221; sia stata inopinatamente anticipata in sede di giudizio civile intentato dalla Società ITAVIA (principale danneggiata) nel 1981 contro Trasporti e Difesa, con argomenti tecnici e istruttori destinati a cadere clamorosamente in sede penale. Non dobbiamo dimenticare, infatti, che subito dopo l&#8217;incidente nel 1980 fu la tesi del &#8220;cedimento strutturale&#8221; a tenere banco presso la gran parte del sistema politico (sostanzialmente azionista di ITAVIA) e a mettere sul banco degli imputati la Presidenza ITAVIA del Dr. Davanzali, per presunte carenze nella manutenzione ordinaria dell&#8217;areo; era, quindi, strategico, oltrechè utile per Davanzali e soci dare fiato alla tesi dell&#8217; &#8220;attacco aereo&#8221; (che già allora iniziava a suggestionare alcuni giornalisti), in quanto giudiziariamente avrebbe situato il fatto di Ustica a livello di &#8220;caso fortuito&#8221;, tale da erscludere qualsivoglia responsabilità della Dirigenza e tale da massimizzare al livello più elevato le poste risarcitorie. Ammesso che questa ricostruzione sia vera, non può comunque fare a meno di notarsi che, in questa strategia, la Dirigenza fu molto aiutata, non solo dalla pressione &#8220;monotematica&#8221; della stampa, ma anche dalla poca preparazione tecnica (in fatto di radaristica etc.) dimostrata dalle corti giudicanti italiane, le quali hanno effettivamente affrontato nel corso degli anni  il &#8220;caso Ustica&#8221; con molta superficialità. Deve far pensare, a questo riguardo, il non commendevole comportamento dei primi magistrati, i quali, dopo un poco edificante &#8221;balletto di competenze&#8221; tra le Procure di Palermo e Roma (con grave dispersione del materiale probatorio), non avviarono attività peritali autonome (forse pressati dalla mancanza di fondi necessari in una simile indagine), ma si &#8220;lasciarono guidare&#8221; inizialmente, quanto a materiale &#8220;peritale&#8221;, dai risultati della Commissione Luttazzi (nominata nel 1980 dal Ministro dei Trasporti <em>pro tempore</em>, Rino Formica) che sia pure confusamente accreditava la tesi dell&#8217; &#8220;attacco aereo&#8221;. Operazione del tutto inopportuna ai fini processuali, perchè la perizia proveniva da una  &#8220;parte in causa&#8221; (il Ministero dei Trasporti) per le vertenze civili con ITAVIA e non da un soggetto <em>super partes</em>, come ci si sarebbe aspettato: risultanze, che, per altro, furono contraddette da una contro-perizia dell&#8217;Areonautica svolta da autorevoli tecnici inglesi. Allo stesso modo, lascia oltremodo perplessi lo zelo di certe parti politiche (il compianto Cossiga e l&#8217;On. Giuliano Amato, rispettivamente <em>premier</em> e Sottosegretari alla Presidenza ai tempi di Ustica) nel sostenere la tesi dell&#8217; &#8220;attacco aereo&#8221;, fino ad interferire con indagini giudiziarie in corso: come nell&#8217;estate 1990, quando il Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Giuliano Amato sconfessò il Giudice Istruttiore Bucciarelli, responsabile delle indagini su Ustica, e allora attestato sulla tesi della &#8220;esplosione interna/bomba&#8221;, accusato da Amato in Commissione Stragi (allora presieduta dal Sen. Libero Gualtieri) di aver deliberatamente &#8220;ignorato&#8221;  ricevuto alcune confidenze  relative a fotografie sul relitto del DC-9, scattate in fondo al mare dagli Americani tali da accreditare la tesi dell&#8217; &#8220;attacco aereo&#8221;, ventilando l&#8217;ipotesi che fossero state  dal Giudice ai fini delle indagini. Tali dichiarazioni che costrinsero il Giudice ad astenersi dalla prosecuzione delle indagini e a querelare il Sottosegretario Giuliano Amato. Senza voler dire che la versione del &#8220;caso Ustica&#8221; tuttora più familiare all&#8217;opinione pubblica (&#8221;l&#8217;attacco aereo&#8221;) sia stato il frutto di &#8220;montature&#8221; a scopo lobbistico ed affaristico, è certo che il libro del Sen. Manca evidenzia i molti dubbi e le molte contraddizioni del &#8220;partito dell&#8217;attacco aereo&#8221;. Come dimenticare allora a questo riguardo lo strano comportamento (oggettivamente &#8220;depistante&#8221;) del Dr. Rondinella? Chiamato a redigere perizia autoptica sul cadavere del pilota del MIG libico caduto sulla Sila, inizialmente, nell&#8217;immediato della scoperta, confermò l&#8217;imminenza della morte, salvo poi dichiarare di aver steso una controperizia (depositata in Procura a Locri) attestante la morte del pilota in concomitanza alla caduta del DC-9 a Ustica. Per questa contro-perizia, che avrebbe potuto portare elementi a sostegno della versione &#8220;attacco aereo&#8221; e puntualmente riportata nella requisitoria del Giudice Priore, il Dr. Rondinella fu condannato in via definitiva per calunnia nel 1989: il Tribunale accertò, infatti, che egli non aveva redatto alcuna perizia, non essendosene trovata traccia negli archivi della Procura di Locri. Anche a voler accreditare le solite &#8220;cazzuole&#8221; e le solite &#8220;manine occulte&#8221; che negli Archivi italiani provvedono puntualmente a cancellare i documenti scomodi, resta, oltre alla sentenza definitiva, anche la circostanza che il Dr. Rondinella (intervistato recentemente anche da <em>Chi l&#8217;ha visto?</em>) ha dichiarato di non possedere copia della citata perizia, nè di averla depositata da nessun&#8217;altra parte: molto strano! A conclusione di questo discorso, preciso che non è mia intenzione far sfoggio di cinismo e passare sopra il dolore dei familiari delle vittime di Ustica, sui quali è caduta una sciagura immane e terribile: sono, comunque, del parere, che se il dolore deve servire alla causa della verità, della giustizia e della memoria collettiva, specie per evitare che eventi come Ustica in futuro abbiano a ripetersi, occorre la massima serenità e obiettività in sede storica: lo esige la complessità (anche tecnica) dei fatti; lo esige la causa della Verità e della Giustizia!</p>
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		<title>Cinema d&#8217;estate-08)/Soldati, 365 all&#8217;alba di Marco Risi (1987)</title>
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		<pubDate>Sat, 21 Aug 2010 19:35:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Frabetti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href=http://www.arezzopolitica.it/2010/08/21/cinema-destate-08soldati-365-allalba-di-marco-risi-1987/><img src=http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/08/soldati-150x150.jpg class=imgtfe hspace=5 align=left width=100  alt="" /></a>di Giorgio Frabetti- Dopo alcuni film frivoli e leggeri (es. &#8220;colpo di fulmine&#8221; con Jerry Calà), Risi junior centra questo filmino dedicato alla descrizione di un anno di naja nella sonnacchiosa e pedante provincia italiana degli anni &#8216;80; della naja come la si viveva &#8220;una volta&#8221;: un anno buttato via in mezzo alla noia e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-4739" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/08/soldati.jpg" alt="soldati" width="480" height="360" />di <strong>Giorgio Frabetti</strong>- Dopo alcuni film frivoli e leggeri (es. &#8220;colpo di fulmine&#8221; con Jerry Calà), Risi junior centra questo filmino dedicato alla descrizione di un anno di <em>naja</em> nella sonnacchiosa e pedante provincia italiana degli anni &#8216;80; della <em>naja</em> come la si viveva &#8220;una volta&#8221;: un anno buttato via in mezzo alla noia e alla paranoia. Saputo che alla propria caserma friulana è arrivata una recluta romana, Scanna (Claudio Amendola) con precedenti penali per rissa (per motivi di gelosia) e per evitare facili e prevedibili incidenti tra le nuove reclute e i &#8220;nonni&#8221;, il tenente Fili (Massimo d&#8217;Apporto) offre la sua &#8220;protezione&#8221; alla recluta, confidando che sappia denunciargli in tempo intemperanze ed aggressioni. Una sera che il reparto di Sanna è aggredito dai &#8220;nonni&#8221;, Scanna, contevvenendo alle istruzioni di Fili, &#8220;viene alle vie di fatto&#8221;. Oggetto di un provvedimento &#8220;di rigore&#8221;, per discolparsi, la recluta dichiara la verità davanti ai Superiori del suo tenente: quella sciagurata sera, cioè, il tenente contravvenendo ai suoi doveri aveva abbandonato la sua postazione in caserma (era andato infatti a trovare la moglie ad una festa, preda di un attacco di gelosia). Nei guai, quindi, cade Fili, il quale entra in un &#8221;imbuto&#8221; di mortificazioni e frustrazioni, dal quale non uscirà più: perderà la promessa promozione ad un comando NATO, perderà la stima dei superiori e perderà la moglie, che non sopporterà la &#8220;caduta&#8221; sociale e professionale del marito. Il tenente Fili scatenerà il suo odio e la sua sete di rivalsa sul soldato Scanna facendone una &#8220;sua vittima&#8221;, facendolo così oggetto di angherie su angherie in una guerra dei nervi che entrambi combatteranno con tenacia fino al finale a sorpresa. Il tema del &#8220;nonnismo in caserma&#8221; è certo molto sentito nel film. Ridurre però &#8220;Soldati&#8221; ad un mero apologo sulla piaga del &#8220;nonnismo&#8221; nelle caserme italiane (che, per altro, ebbe una certa recrudescenza negli ultimi anni 90 di obbligatorietà del servizio militare) equivale, però, a mortificare il film, a svalutarne cioè il valore. Certo, il film non conosce fronzoli particolari di stile. E&#8217; solo giocato sulla contrapposizione tra il &#8220;coro&#8221; dei soldati semplici (per altro connotati senza la volgarità degli Alvaro Vitali&#8230;, ma senza grande estro ed originalità) e il &#8220;personaggio solo&#8221;, il tenente Fili, interpretato da Massimo d&#8217;Apporto. Proprio il carattere incolore, generico del &#8220;coro&#8221;, fa risaltare enormemente la profondità con cui Massimo Dapporto scava il suo personaggio, mettendone in rilievo a 360 gradi  ottusità, fanatismo, fraglità. Proprio la grande caratterizzazione del personaggio di Fili, proprio la sensibilità con cui è reso da Dapporto è il segreto del perenne successo di questa operina, che è qualcosa di più di un semplice filmino antimilitarista. Dietro Fili, cioè, il regista restituisce non tanto un pazzo, quanto un personaggio che ha creduto nella sua missione di militare, che ha consacrato la propria vita nella divisa della &#8220;fedeltà&#8221;, della &#8220;lealtà&#8221; del servizio propria del militare, ma che è deluso dalla vita, che per altro lo priverà della carriera e della moglie. E&#8217; il grande ritratto dell&#8217; ennesimo Tenente Drogo (<em>Deserto dei Tartari</em>, Buzzati, 1940): certo qui sono lontani i toni di serena, ma stoica fedeltà al dovere (di marca austro-ungarica) disegnati da Buzzati; qui certo i toni sono decisamente più duri e sadici, al limite del &#8220;sotto-suolo&#8221; di memoria dostoewskiana. Ciò non toglie, però, che il personaggio di Fili-d&#8217;Apporto è destinato a passare alla storia del cinema come un grande ritratto di un uomo al tramonto capace di fare il paio solo col grande ritratto di &#8220;uomo in crisi&#8221; tracciato da Pietro Germi ne &#8220;il ferroviere&#8221;. Tutto il film, quindi, è giocato sul talento di Massimo D&#8217;Apporto. Qui, veramente grande!</p>
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