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	<title>Arezzo Polis &#187; Sindacato</title>
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		<title>Mercato del lavoro, la riforma parta dall&#8217;Europa</title>
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		<pubDate>Mon, 06 Feb 2012 13:20:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Frabetti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.arezzopolitica.it/2012/02/06/mercato-del-lavoro-la-riforma-parta-dalleuropa/"><img align="left" hspace="5" width="150" height="150" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2012/02/elsa-fornero-governo-home-150x150.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="elsa-fornero-governo-home" title="elsa-fornero-governo-home" /></a>di Giorgio Frabetti-Personalmente, sono contento quando la politica e il dibattito mediatico è alimentato da proposte, discussioni su temi tanto importanti, come il mercato del lavoro. Quello che a me spaventa, però, sono i toni da Lions Club (senza nulla togliere all&#8217;Associazione), che mi pare di sentire in certe prese di posizione: dei Giornali, ma [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-9449" title="elsa-fornero-governo-home" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2012/02/elsa-fornero-governo-home.jpg" alt="elsa-fornero-governo-home" width="442" height="291" />di <strong>Giorgio Frabetti</strong>-<span style="color: #333333; background-color: white; line-height: 14.25pt; text-align: justify;">Personalmente, sono contento quando la politica e il dibattito mediatico è alimentato da proposte, discussioni su temi tanto importanti, come il mercato del lavoro. Quello che a me spaventa, però, sono i toni da <em>Lions Club</em> (senza nulla togliere all&#8217;Associazione), che mi pare di sentire in certe prese di posizione: dei Giornali, ma anche dei Politici, con buona pace del premier Mario Monti, secondo il quale il &#8220;buonismo&#8221; sarebbe prerogativa dei &#8220;governi politici&#8221; e non del suo &#8220;governo tecnico&#8221;. E quando dico &#8220;discorsi da <em>Lions Club</em>&#8221; penso a quei sontuosi<em> happening</em> mondani con i &#8220;ricconi&#8221; che una volta tanto si ricordano del &#8220;sociale&#8221;,</span><span style="color: #333333; background-color: white; line-height: 14.25pt; text-align: justify;"> che si lavano la bocca con bei gesti, belle elemosine e tutto finisce lì. Si parla, si propongono cose, ma io mi chiedo: si considerano i prezzi che certe scelte implicano? Non è chiaro. Si considerano ad esempio le parole del Ministro Fornero:</span><span style="color: #333333; background-color: white; line-height: 14.25pt; text-align: justify;"> &#8220;Facciamo in modo che i contratti cd precari costino più dei contratti a tempo indeterminato&#8221;. Ma anche qui, non posso esimermi dal fare notare, da ignorante, una cosa: la riforma del mercato del lavoro deve considerare delicate pre-condizioni di compatibilità che non solo solo &#8220;lavoristiche&#8221;, ma anche &#8220;fiscali&#8221;.</span><span style="background: #EDEFF4;"> </span><span style="color: #333333; background-color: white; line-height: 14.25pt; text-align: justify;">Consideriamo che viviamo in UE. Quando negli anni 60-70 fu varata la libertà di circolazione delle merci, si pensò subito a uniformare a livello europeo la tassazione dei consumi (ne nacque) l’IVA, per rendere la concorrenza sulle merci reale e non distorta da fattori “artificiali” come la fiscalità. E’ evidente, infatti, che se in altri Paesi UE la fiscalità del lavoro è più conveniente che in Italia, lì si crea un &#8216;dumping&#8217; a danno dell&#8217;Italia. Quindi, prima cosa &#8220;fiscalità uniforme&#8221;. Secondo, la rimodulazione delle tutele deve avvenire non solo in Italia, ma anche in UE. Ci siamo tanto scandalizzati quando Landini ha denunciato da Santoro il dumping di Società italiane che assumono magari in Romania finti lavoratori autonomi per non pagare gli oneri previdenziali ed assicurativi dei lavoratori dipendenti. Ma rendiamoci conto che nel benedetto regime di &#8220;libera circolazione delle persone&#8221; di cui la UE va fiera, assumere finti &#8220;prestatori di servizi&#8221; da un Paese all&#8217;altro è meno gravoso dal punto di vista amministrativo che assumere un Dipendente (con quale nascono infiniti problemi di coordinamento tra discipline previdenziali, fiscali etc.). Non dimentichiamo che tra le &#8220;finte Partite IVA&#8221; non ci sono solo italiani, ma anche rumeni, polacchi, che lavorano in edilizia, nel turismo, nel metalmeccanico. Oggi come oggi il Trattato UE è l&#8217;incentivo del &#8216;dumping&#8217; sui costi del lavoro. Lungi da noi moralismi e scomuniche stile CGIL del &#8220;lavoro autonomo&#8221; che va tutelato e riconosciuto secondo la sua specificita&#8217;, senza arbitrarie e mortificanti assimilazioni al lavoro dipendente. Ma e&#8217; evidentemente irrealistico non pensare che la regolazione UE del lavoro (dipendente ed autonomo) non debba passare anche per una fiscalita&#8217; europea uniforme (ed equa). D&#8217;accordo, non facciamo indebitamente del lavoro autonomo un arbitrario fascio comune col lavoro dipendente; ma smettiamo di ignorare il problema e ascoltiamo il monito del Sen. Ichino al riguardo. La riforma del lavoro o sara&#8217; europea o non sara&#8217;. Con la cessione della fiscalita&#8217; all&#8217;UE, l&#8217;UE dispone di una fondamentale leva di politica economica, capace di influire sui redditi di aziende e dipendenti. Per questo le riforme ormai partono dall&#8217;UE: come potremmo ad esempio, come da più&#8217; parti si sostiene, operare una seria riforma della Sicurezza Sociale (secondo i moduli previdenza complementare più&#8217; mutualità privata), senza una politica di defiscalizzazione dei Fondi Pensioni e della mutualità privata? E come fare a meno dell&#8217;apporto UE? </span><em>placet</em><span style="color: #333333; background-color: white; line-height: 14.25pt; text-align: justify;"> UE. La sovranita&#8217; fiscale comune, come si vede, apre a scenari di rischio, ma anche di positiva opportunita&#8217;. Quindi, bando ai luoghi comuni e all&#8217;aria fritta. Ricordi il Governo Monti che fino a quando lui stesso non inizierà a ragionare in questi termini, non si farà mai nulla, salvo &#8230; bei discorsi! Fino a quando i lavoratori si sentiranno &#8220;menati per il naso&#8221; con parole vuote e fumose, non faranno altro che alimentare i massimalisti della CGIL, i quali, aldilà delle loro &#8220;sparate&#8221; demagogiche, promettono almeno tutela e assistenza legale.</span></p>
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		<title>Il &#8220;caso Fassina&#8221;: quando i nodi del governo tecnico vengono al pettine</title>
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		<pubDate>Thu, 24 Nov 2011 10:36:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Frabetti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.arezzopolitica.it/2011/11/24/il-caso-fassina-quando-i-nodi-del-governo-tecnico-vengono-al-pettine/"><img align="left" hspace="5" width="150" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2011/11/fassina.jpeg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="fassina" title="fassina" /></a>di Giorgio Frabetti- Nel PD è esploso, come noto, un &#8220;caso&#8221; attorno alla figura di Stefano Fassina, Responsabile del Dipartimento Economia e Lavoro del PD e già &#8220;mente&#8221; del Think Thank economico bersaniano NENS, oggetto di una mozione di Ichino, Bianco e altri definiti liberal del PD tesa a chiederne le dimissioni. Vengono in questa [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-8889" title="fassina" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2011/11/fassina.jpeg" alt="fassina" width="448" height="336" />di <strong>Giorgio Frabetti</strong>- Nel PD è esploso, come noto, un &#8220;caso&#8221; attorno alla figura di Stefano Fassina, Responsabile del Dipartimento Economia e Lavoro del PD e già &#8220;mente&#8221; del <em>Think Thank</em> economico bersaniano NENS, oggetto di una mozione di Ichino, Bianco e altri definiti liberal del PD tesa a chiederne le dimissioni. Vengono in questa vicenda al pettine almeno due &#8220;nodi&#8221; non risolti: il &#8220;nodo&#8221; del conflitto interno al PD sulle riforme del lavoro (che vede proprio contrapposti proprio Fassina e Ichino almeno dalla Conferenza PD di Genova sul lavoro da giugno); il &#8220;nodo&#8221; di un partito, il PD, che è giunto all&#8217;appuntamento del Governo Monti, dal programma riformatore molto pesante e impegnativo, senza aver risolto al suo interno le divisioni sulle politiche del lavoro. Per Ichino, la tutela del lavoratore passa per il mercato e l&#8217;innovazione (ricette tipicamente UE: vedi Lisbona 2000); per Fassina, essenziale il ruolo assistenziale dello Stato, coadiuvato dalla UE, keynesianamente vista come sede per rilanciare l&#8217;interventismo pubblico (di qui, la delusione di Fassina per la visione BCE sulla riforma del lavoro e dei licenziamenti; di qui la polemica contro la BCE e le accuse di anti-europeismo dei <em>liberal</em> PD). Ma l&#8217;ulteriore (e decisiva) divisione  tra Fassina e Ichino riguarda l&#8217;art.18: da abolire per Ichino, da mantenere per Fassina (che ne ritiene l&#8217;abrogazione inutile ai fini di un bilanciamento di tutele). In realtà, su questo specifico punto, se si leggono distintamente il Documento PD presentato da Fassina e quello di Ichino, la posizione di Fassina appare effettivamente elusiva, perchè non considera che la vera posta in gioco è la possibilità di licenziare il Dipendente per motivi economici, senza far cadere sul Datore l&#8217;onere (pesante e poco realistico) di una nuova ricollocazione: vero &#8220;costo improprio&#8221;, alla base (secondo Ichino) della fuga delle Aziende dall&#8217;area del lavoro garantito. Una posizione elusiva che non può non essere letta come tentativo di Fassina di non inimicarsi la CGIL, notoriamente intransigente sull&#8217;argomento, specie per i riflessi che tali riforme potrebbero avere sul Pubblico Impiego (c0me noto dal 1993 assimilato al lavoro privato). Una divisione che, non troppo latente da tempo, sta esplodendo (e forse con conseguenze imprevedibili) proprio all&#8217;indomani della formazione del Governo Monti e anzi a causa della formazione di quest&#8217;ultimo. Governo Monti al quale il PD Fassina solleva non poche riserve politiche definendolo solo un &#8220;governo amico&#8221; del PD, negando che esso sia organico al programma e all&#8217; &#8220;identità costitutiva del PD&#8221;. In questi termini, Fassina paventa cioè che, complice la presenza di un Ministro del Welfare, molto sensibile alle posizioni di Ichino e soci, la <em>flexsicurity</em>, uscita dalla porta (perchè bocciata alla Conferenza PD di Genova nel giugno scorso) rientri dalla finestra, ovvero rientri nel programma di Governo Monti. Il che equivarrebbe ad una sua sostanziale esautorazione come Responsabile PD dell&#8217;Economia e del Lavoro. Ma a questo punto, la <em>sharada</em> non riguarda più solo le lotte interne tra gli ascari del PD, ma anche la capacità del PD di garantire effettivo e reale sostegno al Governo Monti. E&#8217; evidente che se cade la testa di Fassina, inevitabilmente il PD andrebbe allo scontro (indesiderato) con la CGIL, sul piede di guerra contro l&#8217;abrogazione dell&#8217;art. 18 e fermamente non intenzionata a deflettere. E con una CGIL &#8220;contro&#8221; anche la funzione di &#8220;unità nazionale&#8221; del Governo Monti ne riuscirebbe pesantemente compromessa nella sua piattaforma riformatrice, specie sul versante della <em>flexsicurity</em> del lavoro, pure insistentemente richiesta da Bruxelles.  Adesso comprendiamo meglio l&#8217;insistenza di Bersani sul carattere &#8220;tecnico&#8221; del Governo ai tempi delle consultazioni per la formazione dell&#8217;esecutivo: un sistema comodo per &#8220;tenere i piedi in due staffe&#8221;, delegando a Monti il lavoro &#8220;sporco&#8221; della <em>flexsicurity</em> (indigesta alla CGIL), senza assumersene l&#8217;onere, nella speranza di barcamenarsi e prendere tempo per mediare. Il punto però è che, con la lettera di ieri, con cui Ichino, Bianco etc. chiedono &#8220;la testa&#8221; di Fassina,  tempo non ce n&#8217;è più: Bersani dovrà uscire dall&#8217;equivoco, prendendo posizione. Ma in ogni caso a farne le spese sarà il Governo Monti, partorito nella fretta di calmare i mercati, ma senza una negoziazione seria ed equilibrata del programma.</p>
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		<title>Marchionne, ci sei o ci fai?</title>
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		<pubDate>Tue, 08 Feb 2011 23:30:35 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.arezzopolitica.it/2011/02/09/due-domande-a-marchionne-ci-sei-o-ci-fai/"><img align="left" hspace="5" width="150" height="150" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2011/02/sergio_marchionne-150x150.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="sergio_marchionne" title="sergio_marchionne" /></a>di Giorgio Frabetti- Sommersi dalle polemiche politiche nazionali che di fatto monopolizzando, sommergendolo, il dibattito politico nazionale, per una volta l’attenzione dell’opinione pubblica si è distratta da Bunga Bunga, Arcore e dintorni per tornare alla questione FIAT. Grandi reazioni e impressioni (per lo più cautamente perplesse, non negative) hanno suscitato le dichiarazioni di Sergio Marchionne, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-6380" title="sergio_marchionne" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2011/02/sergio_marchionne.jpg" alt="sergio_marchionne" width="400" height="306" />di <strong>Giorgio Frabetti</strong>- Sommersi dalle polemiche politiche nazionali che di fatto monopolizzando, sommergendolo, il dibattito politico nazionale, per una volta l’attenzione dell’opinione pubblica si è distratta da <em>Bunga Bunga</em>, Arcore e dintorni per tornare alla questione FIAT. Grandi reazioni e impressioni (per lo più cautamente perplesse, non negative) hanno suscitato le dichiarazioni di Sergio Marchionne, con le quali l’AD FIAT ha preannunciato come fisiologico uno spostamento del baricentro della produzione e degli stabilimenti verso Detroit. Dopo le giornate di fuoco in occasione del referendum su Mirafiori ai primi di gennaio, c’è stato chi in Tv (Gad Lerner, <em>L’Infedele</em>) ha avanzato il dubbio della possibile contraddizione tra queste dichiarazioni e quanto dallo stesso promesso. Non era stato cioè l’AD FIAT a promettere che la FIAT sarebbe rimasta in Italia, e non si sarebbe “delocalizzato” se i “sì” avessero vinto? Perché parlare di “delocalizzazione” adesso, nonostante il successo del <em>referendum</em>? Da un certo punto di vista, la posizione di Sergio Marchionne non è incomprensibile. Innanzitutto, c’è un problema evidente di relazioni industriali: con il 54% di “si” ottenuto per lo più grazie agli impiegati e ai quadri e con gli Operai sostanzialmente allineati alla posizione FIOM, la situazione FIAT non può dirsi veramente “sbloccata” rispetto alla vigilia del <em>referendum</em>. Le divisioni rimangono e con l’Aventino della maggior parte degli Operai non può esserci un clima sereno di produzione, ma solo ostruzionismo. E del resto, la FIAT ne sa qualcosa: la vicenda Melfi, una grande iniziativa di ristrutturazione industriale, nata in clima di massima apertura ad una flessibilità produttiva, è naufragata miseramente negli anni ’90 per i veti CGIL, nonostante il sostegno di CISL e UIL. Come rilevato dal <em>Corriere della Sera</em> lunedì, però, c’è qualcosa che fa pensare che dietro queste dichiarazioni dell’AD FIAT non ci sia solo la logica dello “spaventare le passere”, ovvero un tentativo di ammorbidire i Sindacati tramite uno spauracchio creato ad hoc, quanto una seria intenzione. C’è infatti più di un motivo per ritenere la scelta dell’ “espatrio” una scelta conseguente alla politica FIAT seguita con la fusione con <em>Crysler</em>. Una ragione che consiste nella maggiore flessibilità finanziaria del sistema americano, ovvero una contabilità più aperta alle logiche di investimento anche molto aggressive di quelle che piacciono agli americani. Qui, le valutazioni si fanno necessariamente più complesse, per l’evidente “ambivalenza” che inizia ad assumere l’atteggiamento di Marchionne. Da un certo punto di vista, la politica di Marchionne può essere interpretata come assolutamente cinica e machiavellica dal punto di vista sociale: contrapporre ai “poveri operai” di Mirafiore i “poveri operai” di <em>Crysler</em>, che per di più dipendono quanto a tutele sanitarie e Welfare dal pacchetto assistenziale e dai Fondi Pensione Aziendale che erano a rischio <em>default</em>, prima della alleanza con la FIAT decisa ad aprile 2009. Nello stesso tempo, però, l’esperienza può diventare l’occasione  per quella interessante circolazione di “esperienze sindacali” e di Welfare Italia-USA ed inserire nel dibattito FIAT-<em>Chrysler</em> un ragionamento per impostare l’equivalenza produttività-tutele sociali in una chiave più nuova, moderna, pragmatica, meno ideologizzata e fossilizzata dell’attuale “morta gora” del Sindacalismo italiano (come rivelato anche da <em>Rivista Italiana di Diritto del Lavoro </em>che in modo molto lucido ha ripercorso i nodi sindacali della vicenda). Alla fine, questa potrebbe essere la vera spinta propulsiva della vicenda FIAT, come occasione di modernizzazione non solo della produzione, ma anche del Sindacalismo e del Welfare (e Dio sa se c’è bisogno). Come al solito succede, però, l’opinione pubblica e la politica su questi argomenti, hanno ostentato uno straordinario … silenzio: come se queste tematiche non investissero la Ns. economia; come se queste problematiche non coinvolgessero i Ns. giovani! E’ colpa dell’atavica ignoranza dell’opinione pubblica italiana, incapace di pensare “in prospettiva”? E’ colpa del difetto di spirito critico della Ns. opinione pubblica? Può darsi. Comunque ben venga la discussione de <em>L’Infedele</em>, per riaprire i conti con Marchionne e nel modo più chiaro e definitivo possibile. Mettiamoci in testa per una volta che l’Italia non può rispondere alla sfida-Marchionne solo affidandosi alla retorica del “veterosindacalismo”, né affidandosi al rassegnato atto di fede: “c’è crisi, lasciamolo lavorare!”; occorre invece reagire con la spietata determinazione dei giocatori di <em>poker</em>, andando a “vedere” cosa davvero Marchionne ha nel mazzo. Perché, a questo punto, il dubbio che l’AD sulla vicenda FIAT abbia <em>bluffato</em> (il dubbio si badi) diventa più che legittimo. In fondo, con Landini che gli ha opposto un Aventino, un “muro contro muro”, Marchionne avrebbe potuto “gettare la spugna” prima, senza attendere l’esito del referendum che, pur numericamente vantaggioso, ha certificato il blocco dei rapporti aziendali. Perché ha atteso adesso? Il dubbio è che abbia strumentalizzato la disponibilità dei Sindacati che hanno votato “si”, addormentandoli e carpendone la fiducia. Si sa, la “dietrologia” è una brutta bestia ed è anche una facile sirena e non sarò certo io ad accreditare a Marchionne “inconfessabili disegni”. Mi si lasci, però, dire che le recenti vicende lasciano trasparire all’opinione pubblica, all’uomo della strada un quadro tutt’altro che chiaro e coerente che legittima il dubbio (si badi il dubbio) che almeno Marchionne giochi a “carte coperte”. Certo, sarebbe grave errore interpretare in modo radicalmente negativo la posizione di Marchionne, non apprezzandone i punti di realismo, di positività che abbiamo testè enunciati (come ha sempre fatto la Sinistra ideologica); ma sarebbe altrettanto sbagliato liquidare come “demagogica” <em>tout court</em> la posizione di Landini. Landini, il “nemico numero uno” di Marchionne, con la sua intransigenza (nemmeno approvata dalla Segretaria CGIL Camusso) ha esposto i propri iscritti (che in Mirafiori hanno una loro roccaforte) a evidenti e gravi rischi: il rischio di licenziamenti discriminatori, la certezza di non disporre di una rappresentanza sindacale, con rischio di dover portare davanti all’Autorità Giudiziaria ogni minima vertenza. Può darsi che dietro ai disegni di Landini ci siano disegni di cinismo inconfessabile. Ma chi è quel Sindacalista che “rischia la propria base” in queste condizioni, se non ha gravi motivi? Se Landini fosse coerente (e non fosse a sua volta “venduto” ad altre logiche di potere), a questo punto dovrebbe “sputtanare” la  Dirigenza FIAT, dichiarando al pubblico tutto quello che sa: deve farlo, se effettivamente dietro ai disegni di Marchionne ci fosse solo un <em>bluff</em>. Ma se Landini non si muove, muoviamoci noi e chiediamo a FIAT: tu che parli tanto di “vasi comunicanti” tra FIAT e <em>Crysler</em> in termini di benefici economici, hai la necessaria copertura finanziaria per farvi fronte? E’ la tua un’iniziativa industriale seria, capace di generare posti di lavoro o è l’ennesima operazione di “finanza creativa” (che già hanno rovinato i risparmiatori <em>Leaman</em>-<em>Brothers</em>) fatta apposta per drogare il <em>raiting</em> di FIAT e <em>Crysler</em>, con beneficio ai portafogli degli azionisti, ma non dei lavoratori? Queste sono le due domande che crediamo ogni italiano dovrebbe fare a Marchionne in questo momento. Gli Americani, complice il loro sistema finanziario ultra-flessibile e facile alle avventure non sono nuovi a queste operazioni. Non ci rende tranquilli la constatazione che, aldilà delle varianti “americane” contingenti, l’operazione FIAT-<em>Crysler</em> si è mossa in un contesto di estrema “politicizzazione” dell’investimento. Complice Obama, che, per conseguire un risultato “sociale” apprezzabile e per rialzare il PIL americano (appesantito dall’indebitamento per gli aiuti alle banche), complice, cioè, un “politico” ricattato dagli elettori e “preso per il collo”, FIAT ha potuto concludere un investimento con una rendita ultra-vantaggiosa e in una posizione contrattuale ultra-favorevole. Purtroppo, i precedenti italiani dei “capitani di industria” che hanno approfittato di “facili rendite” politiche non sono buoni; i vari Sindona, i vari Gardini, i Callisto Tanzi … si sa la fine che hanno fatto! Ma senza restare nel provincialismo italiano, è di dominio pubblico che il sistema finanziario americano (il “sistema” da cui dipendono gli altri … “sistemi”) dopo la “batosta” del 2008 non si è “autoriformato”: ha scaricato sui contribuenti gran parte degli oneri dei “titoli tossici”, ma non ha modificato le regole del <em>raiting</em> finanziario, della contabilità finanziaria (la stessa che ha consentito le operazioni spericolate che hanno portato il mondo al <em>default</em>) e delle speculazioni dei Dirigenti Finanziari sui <em>Bonus</em> di produttività. La prassi della “finanza creativa” negli USA e nel mondo è tutt’altro che finita (anche perché serve a “drogare” il PIL, specie degli USA). Ecco perché a FIAT e Crysler gli italiani dovrebbero porre le Ns. piccole, umili e semplici domande.</p>
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		<title>Marchionne e il &#8220;regalo di Natale&#8221;  agli operai</title>
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		<pubDate>Sun, 26 Dec 2010 23:15:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Frabetti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.arezzopolitica.it/2010/12/27/marchionne-e-il-regalo-di-natale-agli-operai/"><img align="left" hspace="5" width="150" height="150" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/12/sergio_marchionne-150x150.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="sergio_marchionne" title="sergio_marchionne" /></a>(Redazione) Come noto, a ridosso delle festività natalizie la FIAT ha partorito il nuovo assetto delle relazioni industriali adattato al nuovo accordo industriale con Chrysler, che innova in molti aspetti il sistema delle relazioni industriale ereditato dall&#8217;Accordo del 23 luglio 1993 (auspici Ciampi e Giugni) ridando vigore e spazio al sindacato e al livello di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignleft size-full wp-image-5913" title="sergio_marchionne" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/12/sergio_marchionne.jpg" alt="sergio_marchionne" width="400" height="306" />(Redazione) Come noto, a ridosso delle festività natalizie la FIAT ha partorito il nuovo assetto delle relazioni industriali adattato al nuovo accordo industriale con Chrysler, che innova in molti aspetti il sistema delle relazioni industriale ereditato dall&#8217;Accordo del 23 luglio 1993 (auspici Ciampi e Giugni) ridando vigore e spazio al sindacato e al livello di contrattazione aziendale-locale (con maggiore spazio ai referendum: vedi Pomigliano) a scapito di quello nazionale. L&#8217;idea di fondo è conseguire una regolazione più flessibile del lavoro e dei turni, per migliorare il rendimento delle aziende e per rendere più fluido il sistema FIAT dopo l&#8217;innesto con il diverso sistema industriale e lavoristico Chrysler. L&#8217;articolo di Oscar Giannino tratto dal suo Chicago Blog è estremamente lucido nel richiamare l&#8217;attenzione circa il carattere semi-obbligato di una simile riforma dell&#8217;assetto sindacale, per rilanciare le esportazioni e il mercato delle auto, con una manifattura italiana sempre più &#8220;stressata&#8221; dalla competizione con altri Paesi (vedi Cina, India) e non più &#8220;protetta&#8221; dal meccanismo delle &#8220;svalutazioni competitive&#8221; della moneta. Ma nella sua impostazione ultra-liberista, il testo ignora il vero <em>handicapp</em> tecnico che ha ostacolato fin qui simili riforme dell&#8217;assetto sindacale: la rappresentatività dei Sindacati che stipulano gli accordi collettivi. Se manca FIOM, manca il Sindacato più &#8220;popolare&#8221; e radicato: se simili contratti sono stipulati da una minoranza, la FIOM può esercitare il suo potere di veto in ogni momento (sulle consultazioni etc.). E&#8217; vero che la crisi e lo &#8220;stato di emergenza&#8221; indotto non incentivano a &#8220;cavillare&#8221; &#8230; E&#8217;, però, anche vero che con il Sindacato FIOM-CGIL contro la gestione dell&#8217;accordo si presenta difficile e soggetta a continue vertenze (come già fu per Melfi negli anni &#8216;90). Perchè non approfittare dell&#8217;occasione per quella &#8220;legge sindacale&#8221; che l&#8217;Italia attende da 60 anni, che riformi l&#8217;art. 39 Cost. e accompagni il giusto riconoscimento della flessibilità e la giusta valorizzazione del livello contrattuale aziendale, la </strong><strong>introduzione regole certe per individuare la rappresentatività dei Sindacati, per garantire l&#8217;effettivo pluralismo sindacale, la trasparenza delle procedure di consultazione tra gli iscritti? La riforma è ormai indifferibile: scelte tanto importanti vanno accompagnate nella massima trasparenza, se davvero intendiamo fluidificare un comparto tanto importante per la futura ripresa economica italiana, salvaguardando la certezza dei diritti dei lavoratori e impedendo la nascita di &#8220;sindacati gialli&#8221; (di comodo)- </strong> L’accordo per Mirafiori è storico e decisivo. In pochi giorni, è diventato evidente a tutti che c’erano tutte le premesse per chiudere oggi stesso l’intesa di massima. Le rappresentanze dei lavoratori iscritti a Cisl, Uil e Fismic hanno ribadito che la disponibilità è piena, ed il favore esplicito all’ultima proposta avanzata da Sergio Marchionne. Quella di subordinare la decisione dell’azienda di investire il quasi miliardo di euro annunciato per il potenziamento di Mirafiori a una prova di democrazia diretta, estesa a tutti i lavoratori dello stabilimento. Se l’intesa passa con la maggioranza dei voti tra i lavoratori, anche solo col 51% ha detto Marchionne, allora si va avanti, s’investe e si lavora tutti alle nuove condizioni. ma con ua decisiva innovazione: la newco nasce fuori dall’accordo interconfederale del 93, che a differenza dello Statuto dei lavoratori consentiva anche a chi non firmava i contratti di presentare liste per le rappresentanze sindacali godendo di tutti i diritti. In altre parole, chi non firma a Mirafiori sta fuori. Gli altri sindacati non ne potevano più di una Fiom che non firma da tre contratti dei metalmeccanici, ma è sempre pronta a riorganizzare manifestazioni e scioperi. Marchionne riscatta gli ultimi decenni di storia Fiat, tenacemente ferma sul punto che senza Fiom non si andava avanti nelle intese, ma in compenso si ottenevano gli aiuti pubblici. E’ una svolta profondissima: e ora bisogna sperare e fare in modo che nelle urne i sindacati che condividano tale impostazione non vengano travolti dalla pressione terrible che media e intellettuali metteranno in campo, a favore della Fiom e in nome naturalmente dei diritti violati.  Perché se questa linea passa a Miafiori, si estende a macchia d’olio finalmente nel Paese. Superando persino la ritrosia di Confidustria, dovuta al fatto che molti in Federmeccanica temono la durezza della ritorsione Fiom. La Fiom è durissima nel respingere l’accordo. Giorgio Cremaschi, presidente nazionale del comitato centrale della Fiom, è stato il primo giorni fa a dirsi contrario al referendum e l’ha definito illegittimo. Perché non è nella disponibilità della maggioranza dei dipendenti di Mirafiori tirarsi fuori dal contratto nazionale, sostiene Cremaschi, ma solo tutti i metalmeccanici italiani potrebbero a maggioranza deciderlo. Quali visioni di fondo e valori si contrappongono, in questo no? Tentiamo di capirlo al di là delle scomuniche, perché si tratta di temi decisivi per la vita del Paese, non solo per Mirafiori che è comunque un simbolo pregiato dell’intera storia industriale italiana. La tesi di Cremaschi e di chi dice no è che il contratto nazionale, le sue norme su retribuzioni e utilizzo degli  impianti, turni e straordinari, retribuzioni e diritti sindacali, non sono nella disponibilità dei singoli lavoratori. Solo le parti nazionali – sindacati e imprese – possono insieme definirli e modificarli. Altrimenti, se passa il principio per il quale gli orari come lo sciopero possono essere ridefiniti per consenso maggioritario nelle singole aziende, è come rinunciare una volta per tutte al motivo ideale per il quale nacquero i contratti nazionali: come espressione cioè della solidarietà che i lavoratori più forti, attraverso la loro lotta, davano a quelli più deboli, cioè più esposti ad offerte inferiori delle imprese e al loro ricatto. Storicamente, è stato esattamente così, è illogico negarlo. Ma c’è un motivo altrettanto vero, per superare questa impostazione. La storia è andata avanti. E, come sempre, la storia la fa chi a sfide nuove risponde con soluzioni nuove. Non siamo né ai primi del Novecento, né negli anni Cinquanta e Sessanta. L’Italia resta un Paese in cui per fortuna la manifattura continua a pesare assai più che in altri Paesi avanzati, e questo dà forza al nostro export e realizza il più della crescita italiana.  Ma  è tramontata  l’illusione che esistesse un percorso obbligato per il quale le imprese piccole diventavano medie, le medie grandi, e gli operai sempre di più e sempre più standardizzate nei loro processi organizzativi come nelle condizioni di lavoro. Da decenni, sappiamo che non è così. La crisi ci ha messo poi duramente di fronte a una realtà completamente diversa. Quella di grandi Paesi che ci sono concorrenti diretti nella manifattura sui mercati esteri, che sono più competitivi di noi per via di relazioni industriali completamente diverse. Basate su grandi accordi aziendali e non nazionali di categoria, perché le esigenze di adeguamento al mutare della domanda di ogni prodotto e modello sono diverse. E spesso, per esempio negli Stati Uniti come in Germania, intese aziendali agevolate dal fatto che l’impresa di trova di fronte un sindacato unico, non l’eterogenea pluralità di sigle che nella realtà italiana sono figlie della complicata evoluzione ideologico-politica del nostro paese. E’ di fronte a questa realtà e alla sfida che essa rappresenta per l’impresa italiana – ripeto per tutta quella italiana, non solo per Mirafiori e la Fiat – che occorre definire regole nuove. Questa volta “dal basso”, azienda per azienda e stabilimento per stabilimento, invece che dall’alto come avvenne quando sindacati e masse operaie giustamente affermarono il proprio diritto di fronte a un’impresa abituata a a trattarli non con giustizia ma al più con paternalismo. Ed è  per questo che serve e servono i referendum, in modo che siano tutti i lavoratori a decidere, sulle intese definite tra aziende e sindacati. Definite anch’esse maggioritariamente. Perché questo è ciò che esprime la grande novità rispetto al passato, il non consentire più un diritto di veto a chi dice no nella convinzione che senza unanimità nulla possa cambiare. Era una regola che la stessa Fiat per molti anni ha difeso, e che indusse il presidente di Confindustria Montezemolo a non fare un passo per anni, quando la Cgil si alzò dal tavolo per i nuovi assetti contrattuali. Oggi, continuare con quel metodo significherebbe uscire da settori interi della produzione e della concorrenza sui mercati. Sarebbe questa, la conseguenza di continuare e pensare che in materia di lavoro esistono solo diritti collettivi, e non diritti individuali, con lavoratori liberi di esprimere il loro sì o il loro no a più turni per più salario detassato, con l’aliquota unica del 10%, salario che altrimenti non ci sarebbe.  Ma liberi anche di esprimere il loro sì alle nuove norme contro l’assenteismo di comodo e le finte malattie, quei fenomeni che in alcuni stabilimenti Fiat esistono e che con i diritti dei lavoratori non c’entrano nulla. Dopo Pomigliano, il Patto di natale per Mirafiori può essere una nuova data storica. L’accordo di Natale per un’Italia che non abbassa la testa sui mercati, e che veda aziende, sindacati e lavoratori capaci di condividere a maggioranza e di vincere insieme le sfide del mondo nuovo. Ora bisogna vincere nelle urne. Per Bonanni e Angeletti non sarà facile, bisognerebbe autotassarsi per dargli una scorta aggiuntiva. Prevedo infatti lo scatenarsi du una guerra ideologica durissima</p>
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		<title>Italia, zavorra della FIAT?</title>
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		<pubDate>Mon, 25 Oct 2010 12:41:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Frabetti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.arezzopolitica.it/2010/10/25/italia-zavorra-della-fiat/"><img align="left" hspace="5" width="150" height="150" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/10/sergio_marchionne1-150x150.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="sergio_marchionne" title="sergio_marchionne" /></a>(Redazione) Ha fatto molto discutere il leader FIAT Marchionne, il quale a Che tempo che fa ha dichiarato che la situazione degli utili aziendali migliorerebbe senza i condizionamenti sindacali patiti dalla fabbrica in Italia. Al riguardo, crediamo sia molto utile per i lettori riepilogare una delle principali querelle FIAT-Sindacati, la questione delle pause, oggetto dell&#8217;interesse della fabbrica [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignleft size-full wp-image-5396" title="sergio_marchionne" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/10/sergio_marchionne1.jpg" alt="sergio_marchionne" width="450" height="345" />(Redazione) Ha fatto molto discutere il leader FIAT Marchionne, il quale a </strong><em><strong>Che tempo che fa</strong></em><strong> ha dichiarato che la situazione degli utili aziendali migliorerebbe senza i condizionamenti sindacali patiti dalla fabbrica in Italia. Al riguardo, crediamo sia molto utile per i lettori riepilogare una delle principali querelle FIAT-Sindacati, la questione delle pause, oggetto dell&#8217;interesse della fabbrica torinese per migliorare la produzione. Riteniamo che questo post di Andrea Giuricin, tratto dal </strong><em><strong>Chicago Blog</strong></em><strong> dell&#8217;</strong><em><strong>Istituto Bruno Leoni</strong></em><strong> possa aiutare a fare chiarezza almeno sui principali temi dell&#8217;attuale polemica sindacale. Dall&#8217;articolo non esce l&#8217;apologia di Marchionne; escono comunque spunti utili per capire che la tutela dei diritti dei lavoratori deve accompagnarsi, specie in momenti di crisi come questi, da una seria politica di rilancio della produttività e degli investimenti che generi adeguati flussi di capitali, anche esteri se possibile. E&#8217; abbastanza suicida una politica di intransigenza </strong><em><strong>tout court</strong></em><strong> come sta facendo la CGIL, in questi giorni blandita (per evidenti ragioni di bottega politico-elettorale) da Niki Vendola e dal suo movimento- </strong>Dieci minuti fanno la rivoluzione? Questo è l’interrogativo che l’Italia si pone in questi ultimi giorni. Sergio Marchionne, amministratore delegato di Fiat, ha un’altra volta spostato il limite del rapporto tra sindacati e mondo imprenditoriale. L’azienda torinese ha infatti deciso di cambiare le pause di lavoro anche nell’azienda di Melfi, dopo averlo proposto a Pomigliano d’Arco. In particolare, i nuovi ritmi di lavoro, prevedono un aumento del numero delle pause di lavoro del 50 per cento, da due a tre, ma un dimezzamento del tempo medio di ogni pausa, da 20 minuti a 10 minuti. Nel complesso il tempo lavorato aumenta di 10 minuti, con un contemporaneo incremento anche delle retribuzioni. Dieci minuti sono quelli che separano la Fiat dai sindacati, viste le reazioni non certo rassicuranti non solo della FIOM, ma anche della UILM e della FIM Queste reazioni non stupiscono; quel che stupisce è la forza con la quale Marchionne ha deciso unilateralmente le nuove condizioni contrattuali che entreranno in vigore dal 31 gennaio del 2011. L’azienda di Melfi è uno dei cinque stabilimenti italiani che producono le poco più 600 mila veicoli l’anno con oltre 20 mila dipendenti. In Polonia, lo stabilimento di Tichy, ormai famoso per la delocalizzazione al contrario a favore di Pomigliano della Nuova Panda, produce lo stesso numero di veicoli dell’Italia intera in un solo stabilimento e con un terzo dei dipendenti.  Questo semplice dato è alla base del ragionamento di Fiat, che al fine di aumentare la produttività in Italia, cambia il metodo di lavoro. Le tre pause accorciate servono ad introdurre una maggiore produttività, ma l’azienda si impegna a retribuire il maggior lavoro agli operai. La reazione dei sindacati è abbastanza ovvia, dato che in Italia si è abituati a passare per tavoli di concertazione per ogni minimo cambio contrattuale. Marchionne su questo punto è poco italiano e l’ha lasciato capire negli ultimi cinque mesi. Il progetto di investire 20 miliardi di euro nel piano “Fabbrica Italia” per aumentare il numero di veicoli prodotti nel nostro Paese ad oltre 1 milione di unitá, puó essere completato solo se cambiano i rapporti sindacali. Pomigliano d’Arco è stato l’esempio della volontà di puntare sull’Italia da parte della Fiat, con un investimento di diverse centinaia di milioni di euro per produrre la Nuova Panda nello stabilimento campano. Non è certo un momento facile per Fiat, alle prese con la crescita negli Stati Uniti e con un mercato europeo in caduta libera. La stessa trimestrale presentata al mercato la settimana scorsa ha mostrato due facce della medaglia. Da un lato, l’auto che continua a vedere una contrazione delle vendite e una previsione di scendere a meno di 2 milioni di veicoli venduti, contro i 2,15 milioni del 2009; dall’altro lato CNH ed Iveco che mostrano incrementi dei ricavi nel terzo trimestre 2010 di oltre il 22 e 15 per cento rispettivamente. Lo stesso mercato dell’auto vede il segmento lusso in forte recupero, mentre è proprio Fiat Group Auto che registra i maggior problemi. Lo stesso Brasile, uno dei punti di forza del gruppo, registrerà un 2010 stagnante con una crescita del 2 per cento nelle vendite. Fiat ha quindi bisogno di aumentare la produttività per restare competitiva a livello globale. E questo può essere fatto soprattutto in Italia e non in Polonia e Brasile, dove gli stabilimenti hanno già un’efficienza molto elevata. L’aumento della produttività passa attraverso il nuovo orario di lavoro ed in questo caso non vengono ridotti i costi. Infatti lo stipendio aumenterà proporzionalmente all’aumento dei minuti lavorati. I dieci minuti sono importanti per la Fiat e per aumentare la produttività degli stabilimenti italiani. Non si parla di abbassare lo stipendio a livelli polacchi, ma si parla di aumentare lo stipendio per l’incremento dei minuti lavorati. Ancora una volta Marchionne, cambiando il modo di proporsi ai sindacati, provoca uno <em>shock</em> all’Italia; uno <em>shock</em> salutare.</p>
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		<title>Il Collegato lavoro è legge!</title>
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		<pubDate>Wed, 20 Oct 2010 22:04:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Frabetti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.arezzopolitica.it/2010/10/21/il-collegato-lavoro-e-legge/"><img align="left" hspace="5" width="150" height="150" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/10/Maurizio-Sacconi-150x150.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="Maurizio-Sacconi" title="Maurizio-Sacconi" /></a>(Redazione) Dopo 02 anni di gestazione e dopo un rinvio del Presidente Napolitano all&#8217;insegna delle polemiche, è diventato finalmente legge il cd &#8220;Collegato Lavoro&#8221;. Legge complessa e composita, ma che inaugura la sfida di una correzione delle rigidità della normativa di lavoro che fomenta il contenzioso, ma favorisce poco il &#8220;gioco&#8221; della domanda e dell&#8217;offerta. Questo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify; line-height: 14.4pt;"><span style="color: #222222;"><strong><img class="alignleft size-full wp-image-5340" title="Maurizio-Sacconi" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/10/Maurizio-Sacconi.jpg" alt="Maurizio-Sacconi" width="421" height="298" />(Redazione) Dopo 02 anni di gestazione e dopo un rinvio del Presidente Napolitano all&#8217;insegna delle polemiche, è diventato finalmente legge il cd &#8220;Collegato Lavoro&#8221;. Legge complessa e composita, ma che inaugura la sfida di una correzione delle rigidità della normativa di lavoro che fomenta il contenzioso, ma favorisce poco il &#8220;gioco&#8221; della domanda e dell&#8217;offerta.</strong> <strong>Questo pregevole articolo di Daniele Cirioli tratto da <em>L&#8217;Occidentale</em> di ieri costituisce una buona panoramica delle principali disposizioni.- </strong></span><span style="color: #222222;">Il Collegato lavoro è legge. Con 310 voti favorevoli (ci sono anche i voti dei deputati dell’Udc), 204 contrari e 3 astenuti, la Camera ha dato il via libera definitiva al provvedimento che contiene, tra le novità, le nuove norme su arbitrato e conciliazione. Due anni la gestazione in Parlamento, con sette letture in Aula, per un disegno di legge che si presenta come il più travagliato della Legislatura. </span><span style="color: #222222;">Un risultato al quale ha molto lavorato il Relatore, Giuliano Cazzola, ringraziato ieri dal ministro del lavoro, Maurizio Sacconi, anche per aver ricordato “l’amico” Marco Biagi. Ed era proprio del giuslavorista bolognese ucciso dalle Brigate Rosse la prima idea di rafforzare l’arbitrato quale strumento semplificazione del contenzioso sul lavoro. Sacconi ha quindi aggiunto che adesso «il governo proporrà all’esame del Parlamento il disegno di legge delega sullo Statuto dei lavori, per realizzare compiutamente il sogno di Marco Biagi per un diritto del lavoro moderno a misura della persona». </span><span style="color: #222222;">Oltre all’arbitrato e alle altre misure sul lavoro, il nuovo provvedimento contiene una serie di disposizioni per rendere la pubblica amministrazione più trasparente. Possibilità condivisa dal ministro per la Pa, Renato Brunetta, il quale ha sottolineato che le nuove norme possono aiutare «a completare il percorso di riforma e di modernizzazione della pubblica amministrazione». Solito rituale apocalittico quello dell’opposizione e della Cgil. «Controriforma che fa compiere un passo indietro ai diritti dei lavoratori», il giudizio di Cesare Damiano, Pd, ex ministro del lavoro, e «legge sbagliata che colpisce il futuro dei lavoratori», l’opinione di Guglielmo Epifani, Cgil. Per i leader di Cisl e Uil, invece, le nuove norme, soprattutto quelle sull’arbitrato, si presentano accettabili anche perché hanno recepito le osservazioni del Capo dello Stato e l’Avviso comune firmato dalle Parti sociali l’11 marzo. Vediamo, dunque, le principali novità.</span></p>
<p style="text-align: justify; line-height: 14.4pt;"><strong><span style="color: #222222;">Arbitrato.</span></strong></p>
<p style="text-align: justify; line-height: 14.4pt;"><span style="color: #222222;">E’ la vera riforma sulle controversie sul lavoro. All’atto dell’assunzione, comunque non prima della conclusione del periodo di prova (se la prova non è prevista, dopo 30 giorni dalla stipulazione del contratto di lavoro), il lavoratore decide se ricorrere all’arbitrato in caso di future controversie, con esclusione del licenziamento. A tal fine, sottoscrive una clausola compromissoria che, pertanto, sarà valida per ogni lite, escluso il licenziamento, per il quale resta obbligatorio ricorrere al giudice ordinario.</span></p>
<p style="text-align: justify; line-height: 14.4pt;"><strong><span style="color: #222222;">I controlli del giudice. </span></strong></p>
<p style="text-align: justify; line-height: 14.4pt;"><span style="color: #222222;">Le novità, in tal caso, toccano tre ambiti. Primo ambito: rapporto di lavoro. Il controllo del giudice, su tutte le clausole generali relative ai rapporti di lavoro (ivi comprese le ipotesi d’instaurazione, di esercizio dei poteri datoriali, di trasferimento di azienda e di recesso), riguarda esclusivamente l’accertamento del presupposto di legittimità e non può estendersi al sindacato di merito sulle valutazioni tecniche, organizzative e produttive che competono al datore di lavoro o al committente. Secondo ambito: qualificazione del rapporto di lavoro. Il giudice non può discostarsi dalle valutazioni delle parti espresse in sede di certificazione dei contratti di lavoro, salvo il caso di erronea qualificazione del contratto, di vizi del consenso o di difformità tra il programma negoziale certificato e la sua successiva attuazione. Terzo ambito: licenziamenti. Nel valutare le motivazioni poste a base del licenziamento, il giudice deve tenere conto, oltre che delle fondamentali regole del vivere civile e dell’oggettivo interesse dell’organizzazione, anche delle tipizzazioni di giusta causa e giustificato motivo presenti nei Ccnl e nei contratti di assunzione se stipulati con assistenza delle Commissioni di certificazione. Inoltre, nel definire le conseguenze da riconnettere al licenziamento, il giudice deve tenere conto di elementi e parametri fissati dai Ccnl e, in ogni caso, deve considerare le dimensioni e le condizioni dell’attività esercitata dal datore di lavoro, la situazione del mercato del lavoro locale, l’anzianità e le condizioni del lavoratore, nonché il comportamento delle parti anche prima del licenziamento</span></p>
<p style="text-align: justify; line-height: 14.4pt;"><strong><span style="color: #222222;">Procedura unica per i licenziamenti.</span></strong></p>
<p style="text-align: justify; line-height: 14.4pt;"><span style="color: #222222;">Il Collegato introduce una disciplina unica sull’impugnazione dei licenziamenti per ogni rapporto di lavoro, inclusi quelli a termine e a progetto (ex co.co.co.). Il licenziamento deve essere impugnato, a pena di decadenza, entro 60 giorni dal momento in cui il lavoratore ha avuto notizia delle motivazioni. L’impugnazione, per essere efficace, va corredata dal deposito del ricorso in tribunale, entro 180 giorni o 60 giorni dal rifiuto o mancato accordo sull’eventuale tentativo di conciliazione o arbitrato.</span></p>
<p style="text-align: justify; line-height: 14.4pt;"><strong><span style="color: #222222;">Le deleghe al Governo.</span></strong></p>
<p style="text-align: justify; line-height: 14.4pt;"><span style="color: #222222;">Il Collegato, ancora, pone le basi per nuove riforme con diverse deleghe al Governo. Prima: riforma della disciplina in tema di lavori usuranti (entro 3 mesi); seconda delega: riorganizzazione degli enti vigilati dai ministeri del lavoro e salute (entro 12 mesi); terza: riordino delle normative su congedi, aspettative e permessi (entro 12 mesi). Infine, prevede il differimento dei termini delle deleghe (altri 24 mesi) su ammortizzatori sociali, servizi per l’impiego, incentivi all’occupazione e apprendistato e su occupazione femminile.</span></p>
<p style="text-align: justify; line-height: 14.4pt;"><strong><span style="color: #222222;">Altre novità.</span></strong></p>
<p style="text-align: justify; line-height: 14.4pt;"><span style="color: #222222;">Restando in ambito del lavoro, il Collegato introduce una serie di misure contro il lavoro sommerso e nero (nuova sanzione da 1.500 a 12 mila, più 150 euro per ogni giorno di lavoro nero, per i datori di lavoro che non trasmettono la comunicazione preventiva di assunzione); riformula il regime delle sanzioni sull’orario di lavoro; trasforma in reato l’omesso versamento delle ritenute previdenziali operate dai committenti sui compensi dei lavoratori a progetto e dei titolari di co.co.co. iscritti alla gestione separata Inps.</span></p>
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		<title>L&#8217;Italia è ancora una Repubblica fondata sul lavoro?</title>
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		<pubDate>Sat, 01 May 2010 14:14:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Frabetti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Sindacato]]></category>

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		<description><![CDATA[<a href="http://www.arezzopolitica.it/2010/05/01/litalia-e-una-repubblica-fondata-sul-lavoro/"><img align="left" hspace="5" width="150" height="150" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/05/quarto_stato_ok-150x150.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="quarto_stato_ok" title="" /></a>di Giorgio Frabetti- In questa festività del 01 maggio, Festa dei Lavoratori, non può non venire alla memoria di noi tutti il solenne incipit della Ns. Costituzione, la quale all’art. 01 esordisce con la seguente, icastica frase: “L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro”. E’ ancora attuale questa indicazione? Al tempo in cui i Costituenti redassero [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-4051" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/05/quarto_stato_ok-300x300.jpg" alt="quarto_stato_ok" width="300" height="300" />di <strong>Giorgio Frabetti</strong>- In questa festività del 01 maggio, Festa dei Lavoratori, non può non venire alla memoria di noi tutti il solenne <em>incipit</em> della Ns. Costituzione, la quale all’art. 01 esordisce con la seguente, icastica frase: “L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro”. E’ ancora attuale questa indicazione? Al tempo in cui i Costituenti redassero questo testo (dopo aver scartato la dizione, troppo socialistica, “l’Italia è una Repubblica <span style="text-decoration: underline">dei</span> lavoratori”) questo articolo era leggibile in combinato disposto soprattutto con l’art. 04 e con l’art. 03 Cost. A 64 anni dall’entrata in vigore della Carta Costituzionale, ci si deve seriamente chiedere se e quanto la Ns. Repubblica italiana ha davvero operato a favore dei lavoratori. All’inizio, la politica ha beneficiato del traino della ripresa economica successiva alla II Guerra Mondiale: non si renderà abbastanza merito alla politica anti-inflazionistica di Einaudi-De Gasperi che ha tutelato i redditi fissi e rilanciato i consumi (essenziale volano e moltiplicatore del “miracolo economico” degli anni 50-60), oggetto della più ampia opposizione e diffamazione da parte dei Sindacati, i quali erano più propensi a tollerare l’inflazione per “livellare” a favore degli Operai il potere di acquisto della lira (crollata dopo lo sforzo sangue della guerra). Proprio la CGIL di Di Vittorio non aveva capito la lezione dell’Italia pre-fascista, quando, finita la Grande Guerra, i ceti medi e i redditi fissi, essenziali per la stabilizzazione dell’economia, erano stati schiacciati finanziariamente due volte: prima dall’inflazione (che erodeva il rendimento dei buoni del tesoro, classico “bene rifugio”) e poi dalle tasse (ricordiamo che i redditi degli Operai, privi di case di proprietà e titoli di Stato, non soggetti come oggi a &#8220;ritenuta alla fonte&#8221;, sfuggivano più facilmente all’imposizione fiscale!). Grande, comunque, è stato il merito del “movimento sindacale” nel consolidare le tutele legali a favore dei lavoratori, che troveranno il momento culminante nello Statuto dei Lavoratori, approvato dal governo di centro-sinistra di Rumor nel 1970 grazie all’iniziativa del ministro sindacalista Donat Cattin (DC), avendo cura, però, di recepire un progetto di legge che era stato vecchio “cavallo di battaglia” della CGIL di Di Vittorio. E oggi, cosa resta da fare? Molto: se ieri, in tempi di &#8220;vacche grasse&#8221; la politica ha potuto giocare un ruolo di &#8220;traino&#8221; (secondario e facile da gestire), oggi, in tempi di crisi e &#8220;vacche magre&#8221; (ma con una crisi della grande industria che affonda già dagli anni 70), la politica non può tirarsi indietro e defilarsi, ma deve assumersi le necessarie responsabilità per le principali sfide cui oggi sono esposti il mondo del lavoro e dell&#8217;economia. Al momento, attuale, quattro sono i principali “sentieri interrotti” della politica italiana verso il lavoro e l’industria: <strong>01)</strong> <strong><span style="text-decoration: underline">Invertire l’attuale tendenza ad una politica industriale debole</span></strong>: Fin dall’Unità d’Italia,il regime produttivo della Penisola ha sempre oscillato tra il “gigantismo protetto” dei grandi complessi siderurgici del “triangolo Torino-Genova-Milano” (spina dorsale del “decollo industriale italiano” tra fine 800 ed inizio 900), e il “nanismo” delle piccole medie-imprese; da un lato, uno stile industriale “viziato”, perché iper-protetto dallo Stato e dalle banche (prima con le Commesse Belliche) e che, quando andrà in ristrutturazione negli anni 70/80 contribuirà a prosciugare letteralmente le casse dello Stato italiano con contributi (spesso a fondo perduto) ed ammortizzatori sociali generosissimi; dall’altro, i “piccoli imprenditori” trattati dallo Stato come “bruta forza operaia” senza “valore aggiunto” (così si esprimerà la Commissione Finanze rispetto a questo sistema, quando nel 1971 licenzierà il testo della riforma tributaria Preti-Visentini, attualmente in vigore), assolutamente privi di “ammortizzatori sociali” ed oggetto di una politica tributaria ondivaga e isterica (prima un disinteresse che incentiva l’evasione, poi una moralistica penalizzazione con <em>minimum tax</em> e <em>Studi di Settore</em>) che non ha mai favorito in queste realtà una politica di investimento in risorse umane (anzi penalizzando con l’IRAP le assunzioni, contribuendo ad elevare il “cuneo fiscale”), nonostante dagli anni ’80 in poi costituiscano la forza economica più viva italiana (elogiata pubblicamente da Clinton nel 1997); <strong>02)</strong> <strong><span style="text-decoration: underline">Favorire un sindacalismo “non avverso” al rischio dell’innovazione</span></strong>: Indubbiamente, la grande industria italiana va male perché il ceto dirigente “avverso al rischio” e viziato dall’assistenzialismo non riesce a premiare e valorizzare lavoratori disposti all’innovazione. A questo riguardo, un’autorevole giuslavorista come l’Avv. Pietro Ichino (non a caso entrato “ nel mirino” delle BR) propone di modulare le tutele retributive e non, tra lavoratori “avversi al rischio” dell’innovazione (da tutelare come ora in una pretta logica “assicurativa”) e “lavoratori non avversi al rischio” disposti ad accettare anche temporanee diminuzioni delle tutele “assicurative” del rapporto di lavoro, laddove accettino di impegnarsi in progetti di innovazione, con la prospettiva di partecipare (a “obiettivo raggiunto”) ad incrementi retributivi anche consistenti (la FIAT negli anni 2000 concepì una politica industriale simile con il cd “progetto Melfi” poi abortito); <strong>03)<span style="text-decoration: underline"> Istituzionalizzare la rappresentanza sindacale, come richiesto dall’art. 39 Cost</span></strong>. Non è stato un caso, quindi, se un industria debole ed “amorfa”è stata affine ad un sindacalismo debole e “amorfo”, proteso all’assistenzialismo, invece che all’innovazione. Evidentemente, una simile alleanza è servita in Italia a favorire le componenti più conservatrici e meno dinamiche di industria e sindacato (che, in questo modo, hanno trovato un equilibrio e una comoda e non disturbata coabitazione), ma è anche la causa della stagnazione dell’assetto produttivo italiano. La causa di questa stagnazione e autoreferenzialità della politica sindacale e industriale storicamente è indubbiamente aggravata dall’inattuazione dell’art. 39.04°comma della Costituzione: oggi, cioè, non esiste una legge capace di regolare la rappresentanza sindacale, nonchè istituire procedure trasparenti di elezione e validazione degli effettivi iscritti: un meccanismo che, come ognuno può ben vedere,costituisce una grande opportunità di fluidificazione della rappresentanza sindacale e per favorire la concorrenza sindacale tra <em>insider</em> e <em>outsider</em>, nonchè l’innovazione e la selezione delle classi dirigenti; la sua previsione (almeno abbozzata) in Costituzione rende indubbiamente conto della lungimiranza del disegno dei Padri Costituenti . Negli anni 70/80, purtroppo, i Sindacati, nonostante avessero ottenuto per le proprie rappresentanze nei luoghi di lavoro, la massima tutela con lo <em>Statuto dei lavoratori</em>, preferirono ostacolare una legge che ne regolasse la loro rappresentanza, per la paura di favorire la concorrenza di sindacati <em>out sider</em> (come sarà l’UGL in questi ultimi anni). Occorre invertire la tendenza; <strong>04)<span style="text-decoration: underline"> Realizzare ammortizzatori sociali equi</span></strong>, che oggi pesa soprattutto sui giovani, i quali (complice i mutamenti organizzativi del sistema produttivo) si trovano a beccare una flessibilità selvaggia, che diventa precarietà, in quanto non controbilanciata da una politica di sussidi intelligenti (è triste dare ragione a Casini, quando dice che il vero “ammortizzatore sociale” dell’Italia è la famiglia!). Auspichiamo che questa giornata di festa dei lavoratori aiuti l’opinione pubblica a trovare il “bando della matassa” per iniziare a discutere finalmente senza faziosità e demagogismi sui problemi urgenti ed indifferibili dell’industria e del lavoro, in modo da creare un efficace pungolo e stimolo sulla classe politica, affinchè non adbichi ad un ruolo di regolazione e di innovazione, che il sistema sociale esige per non essere definitivamente compromesso nelle sue potenzialità di espressione e di produzione; e per rilanciare i redditi e le tutele dei lavoratori.</p>
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		<title>Il &#8220;collegato lavoro&#8221; tra Costituzione e fondamentalismo costituzionale</title>
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		<pubDate>Wed, 17 Mar 2010 21:58:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Frabetti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Sindacato]]></category>

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		<description><![CDATA[<a href="http://www.arezzopolitica.it/2010/03/17/il-collegato-lavoro-tra-costituzione-e-fondamentalismo-costituzionale/"><img align="left" hspace="5" width="150" height="150" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/03/200px-Presidente_Napolitano1-150x150.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="200px-Presidente_Napolitano" title="" /></a>di Giorgio Frabetti- Il tam tam che &#8216;Repubblica&#8217; sta imbastendo per chiedere a Napolitano che eserciti la facoltà di rinvio al Parlamento (art. 74 Cost.) sul cd &#8220;collegato lavoro&#8221; (si veda l&#8217;articolo di Massimo Giannini del 15/03), oltre ad essere un capolavoro di miopia politico-sindacale e tecnico-giuridica, è anche un atto temerario dal punto di vista istituzionale, almeno [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-3654" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/03/200px-Presidente_Napolitano1.jpg" alt="200px-Presidente_Napolitano" width="200" height="261" />di <strong>Giorgio Frabetti</strong>- Il <em>tam tam</em> che &#8216;Repubblica&#8217; sta imbastendo per chiedere a Napolitano che eserciti la facoltà di rinvio al Parlamento (art. 74 Cost.) sul cd &#8220;collegato lavoro&#8221; (si veda l&#8217;articolo di Massimo Giannini del 15/03), oltre ad essere un capolavoro di miopia politico-sindacale e tecnico-giuridica, è anche un atto temerario dal punto di vista istituzionale, almeno per le forzature che induce a livello di equilibri tra organi costituzionali. In sostanza, si chiede a Napolitano di esercitare un veto sulla legge del tutto eversivo, per l&#8217;evidente violazione della regola costituzionale che vuole il Capo dello Stato organo imparziale ed estraneo ai circuiti della responsabilità politica. Una simile pretesa costituisce l&#8217;inquietante &#8220;marcia di avvicinamento&#8221; del &#8220;popolo viola&#8221; verso la &#8220;criminalizzazione&#8221; politica di Giorgio Napolitano, sul quale la Sinistra sta scaricando l&#8217;onere di un&#8217;Opposizione che in Parlamento non intende fare davvero (almeno nei termini di opposizione costruttiva e propositiva consueti in un ordinamento liberal-democratico). Ma vediamo di comprendere meglio l&#8217;intricata matassa. Tutto nasce dall&#8217;articolo che consente a Datore di Lavoro e Lavoratore di concordare al momento dell&#8217;assunzione il deferimento delle controversie di lavoro (e, sulla carta, anche di licenziamento) ad un arbitro, anzichè al Giudice del Lavoro (è quella che in gergo tecnico si chiama &#8220;clausola compromissoria&#8221;); detto Arbitro è delegato a decidere anche &#8220;secondo equità&#8221; la controversia, quindi elaborando anche discrezionalmente i termini giuridici del verdetto: secondo <em>Repubblica</em> questa norma violerebbe l&#8217;art. 24 della Costituzione, riguardante i diritti di tutela giurisdizionale del cittadino; una &#8220;clausola compromissoria&#8221; (questo è l&#8217;argomento principe), se è utile ed opportuna come forma di semplificazione delle controversie in ambito commerciale, dove le parti sono davvero sullo stesso piano, lo è meno in ambito lavoristico, dove il lavoratore si trova in stato di soggezione socio-economica rispetto all&#8217;Azienda; si da il caso, poi, secondo &#8220;repubblica&#8221; che la legge, consentendo all&#8217;Arbitro di agire &#8220;secondo equità&#8221;, favorirebbe la disapplicazione delle norme inderogabili del diritto del lavoro, poste a tutela del prestatore. Indubbiamente, il &#8220;collegato&#8221; investe profili sensibili e delicati che certamente vanno attentamente vagliati; indubbiamente, il provvedimento merita speciale attenzione, perchè costituisce un forte <em>revirement</em> rispetto alla legge sul processo del lavoro del 1973, molto sfavorevole rispetto agli arbitrati; da qui, però, a pretendere che il Quirinale, oltre a prestare la dovuta &#8220;attenzione&#8221; al provvedimento, debba rinviarlo per obbligo costituzionale (non scritto) di acqua ce ne corre:  solo il &#8220;fondamentalismo costituzionale&#8221; del &#8220;popolo viola&#8221;  può arrivare a tanto; solo il deliberato disegno di delegittimare Napolitano può spingere a simili bestialità demagogiche! Innanzitutto, c&#8217;è solo un caso codificato dal &#8220;diritto costituzionale vivente&#8221; nel quale il &#8220;rinvio presidenziale&#8221; costituisce un atto (quasi) dovuto: il caso, cioè, che la legge comprima <em>a priori</em> (e senza possibilità di interpretazioni/applicazioni alternative) i diritti fondamentali del Cittadino. Un termine di paragone utile può essere ravvisato nella sentenza nr. 121/1994 con la quale la Consulta ebbe a dichiarare incostituzionale una norma della Finanziaria del 1993, nella parte in cui qualificava come &#8220;lavoro autonomo&#8221; (senza possibilità di prova contraria) alcuni servizi marginali alla persona svolte da privati nei confronti del Servizio Sanitario Nazionale: qui l&#8217;incostituzionalità è chiara come il sole, perchè,  in questo caso, la legge rendeva impossibile <em>a priori</em> a questa tipologia di cittadini l&#8217;accesso alle tutele del lavoro subordinato. Si creerebbe una simile condizione di impossibilità anche con il &#8220;collegato lavoro&#8221;? A prima vista e allo stato attuale, la legge non predetermina una simile lesione a carico dei diritti dei lavoratori, per almeno due motivi: in primo luogo,  la via del giudizio arbitrale è facoltativa e la stipula della &#8220;clausola compromissoria&#8221; deve avvenire davanti alla Direzione Provinciale del Lavoro (ex-Ispettorato del Lavoro), la quale dovrà convalidarla, come oggi accade per le dimissioni della lavoratrice madre o per la stipula di contratti a tempo determinato oltre i 36 mesi; in secondo luogo, le disposizioni sull&#8217;arbitrato e sul giudizio secondo equità non sarebbero immediatamente applicative, ma necessiterebbero di apposita disciplina da parte della contrattazione collettiva (e in assenza di Dm): è evidentemente in questa sede, che si dovrà procedere a dettagliare i casi, i modi della procedura e del giudizio arbitrale: evidentemente solo allora, quando il quadro regolativo si sarà completato, sarà possibile discettare sulla costituzionalità; ma prima di allora, il &#8220;collegato&#8221; sarà del tutto inoperativo e inidoneo a mutare alcunchè nei diritti di iniziativa giurisdizionale del Lavoratore. A riprova poi della fludità della materia, non può sottocersi che, in questi giorni, per tacitare l&#8217;ipotesi di rinvio presidenziale, è stato sottoscritto un &#8220;avviso comune&#8221; che impegna Governo e parti sociali a non includere, in sede attuativa, tra le vertenze suscettibili di arbitrato anche le vertenze di licenziamento. A queste condizioni, quindi, manca l&#8217;<em>ubi consistam</em> su cui esprimere un giudizio di costituzionalità. A parte, però, l&#8217;evidente impossibilità tecnica per il Presidente Napolitano di esprimere ora un giudizio di incostituzionalità, deve farsi notare l&#8217;abnormità costitituzionale e politica di una simile pretesa: aderendo alle richieste di &#8216;Repubblica&#8217;, cioè, Napolitano avvallerebbe uno stravolgimento eversivo della Costituzione e dell&#8217;istituto stesso del rinvio presidenziale (art. 74 Cost.). Come molto opportunamente scritto su <em>L&#8217;Occidentale</em> del 16/03 scorso, i Padri Costituenti (Meuccio Ruini, <em>in primis</em>) avevano concepito questo potere di rinvio come omologo alla facoltà di rinvio che il Presidente della repubblica si riserva nel dubbio che l&#8217;Esecutivo goda ancora della fiducia parlamentare: in entrambi i casi, il Capo dello Stato chiede al Parlamento una &#8220;nuova deliberazione&#8221; (che nel primo caso è una nuova deliberazione legislativa, nel secondo caso un voto di fiducia). Nella mentalità dei Costituenti, il &#8220;rinvio presidenziale&#8221; era stato concepito essenzialmente per i casi di leggi approvate dal Parlamento contro il parere del Governo, come <em>extrema ratio</em> per evitare la crisi ministeriale (scontata in questi casi); a questo punto, come ognuno può vedere, il potere di rinvio è concepito dalla Costituzione non per far risaltare l&#8217;iniziativa politica autonoma del Capo dello Stato, ma per garantire la continuità del rapporto di fiducia Governo-Parlamento, nel quale solo (art. 94) è racchiuso il potere di indirizzo politico del Paese. Allo stato attuale, i costituzionalisti hanno concepito solo un  caso in cui è sicuramente consentito al Capo dello Stato opporsi con ogni mezzo alla promulgazione della legge, ovvero il caso in cui l&#8217;atto di promulgazione integri gli estremi di &#8220;alto tradimento&#8221; della Costituzione! Se è &#8220;alto tradimento&#8221; firmare le leggi di Berlusconi &#8230; evidentemente il &#8220;popolo viola&#8221; e Repubblica lo pensano, se hanno già minacciato di <em>impeachment</em> al Capo dello Stato; evidentemente, secondo il &#8220;popolo viola&#8221; non essere visceralmente anti-berlusconiani è &#8220;alto tradimento&#8221; della Costituzione! Ma a questo punto, però, siamo entrati nell&#8217;ambito del <em>filybustering</em> politico; la scienza del diritto costituzionale &#8230; non &#8220;ci azzecca&#8221; più niente!</p>
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		<title>La &#8220;politica del fare&#8221; contro la crisi e la disoccupazione. Sul &#8220;Ddl lavoro&#8221; di Sacconi.</title>
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		<pubDate>Sat, 06 Mar 2010 18:41:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Frabetti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Sindacato]]></category>

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		<description><![CDATA[<a href="http://www.arezzopolitica.it/2010/03/06/la-politica-del-fare-contro-la-crisi-e-la-disoccupazione-sul-ddl-lavoro-di-sacconi/"><img align="left" hspace="5" width="150" height="150" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/03/225px-Maurizio_Sacconi-150x150.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="225px-Maurizio_Sacconi" title="" /></a>di Giorgio Frabetti- L&#8217;approvazione del Ddl  cd &#8220;collegato lavoro&#8221;, in discussione da due anni, promosso dal Ministro Sacconi costituisce un segnale nettamente positivo non solo perchè conferma (se ce ne era bisogno) la propensione del Governo Berusconi alla &#8220;politica del fare&#8221;, ma perchè costituisce una risposta coraggiosa, realistica e puntuale alle esigenze  di tutela del lavoro [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-3543" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/03/225px-Maurizio_Sacconi.jpg" alt="225px-Maurizio_Sacconi" width="225" height="338" />di <strong>Giorgio Frabetti</strong>- L&#8217;approvazione del Ddl  cd &#8220;collegato lavoro&#8221;, in discussione da due anni, promosso dal Ministro Sacconi costituisce un segnale nettamente positivo non solo perchè conferma (se ce ne era bisogno) la propensione del Governo Berusconi alla &#8220;politica del fare&#8221;, ma perchè costituisce una risposta coraggiosa, realistica e puntuale alle esigenze  di tutela del lavoro e di sostegno del reddito, divenute molto pressati a seguito dell&#8217;incrudelirsi della crisi economica. Il provvedimento copre una vasta serie di istituti guslavoristici e previdenziali (l&#8217;apprendistato, il lavoro usurante), ma è chiaramente venuto alla ribalta delle cronache per le disposizioni sui licenziamenti e sull&#8217;arbitrato, che, per alcuni, configurerebbero limitazioni aribitrarie e troppo pesanti alle tutele giurisdizionali del lavoratore. In sintesi, la legge rimodula diversamente il sistema delle decadenze e delle preclusioni per impugnare il licenziamento illegittimo: resta il termine di 60 gg. di decadenza per la prima impugnativa; dopodichè, l&#8217;azione giurisdizionale di licenziamento resterebbe esperibile dal lavoratore fino ai successivi 180 gg.: in pratica, il lavoratore ha a disposizione 240 gg. per decidere di ricorrere contro il licenziamento e non più di 05 anni e 60 gg. di prima. Inoltre, la norma precisa che, in caso di mancata conciliazione o di fallita procedura aribitrale, il lavoratore ha a disposizione per il ricorso 60 gg.  dall&#8217;abbandono della conciliazione o dell&#8217;arbitrato. Parranno queste disposizioni meramente tecniche e di scarsa rilevanza sociale; dobbiamo, però, considerarne l&#8217;incidenza alla luce dell&#8217;attuale crisi economica, che vede (complice la recente normativa &#8220;anti-crisi&#8221;) aumentare la platea delle aziende (anche piccole fino a 15 dipendenti) che si risolvono a chiedere l&#8217;aiuto delle Regioni e dell&#8217;INPS per la <em>Cassa Integrazione in deroga</em>, eliminando una stortura ed una disparità di trattamento, tra Aziende piccole ed Aziende grandi finora molto grave e che impacciava non poco l&#8217;accesso a queste pratiche. Finora, ad esempio, la legge non riconosce per le piccole aziende la &#8220;causa collettiva&#8221; (riduzione personale) per il licenziamento: questo significa, nel caso di licenziamento dei Dipendenti e di richiesta alla Regione della &#8221;mobilità in deroga&#8221;,  che l&#8217;Azienda in crisi restava finora soggetta alla &#8220;spada di damocle&#8221; delle limitazioni classiche contro il licenziamento individuale; che il lavoratore si sarebbe verosimilmente riservato di utilizzare per i casi (frequenti) di mancata copertura finanziaria per la mobilità. Viceversa, le grandi aziende, grazie alla l 223/1991, beneficiano del ricoscimento della &#8220;causa collettiva&#8221; del licenziamento per crisi ed esubero aziendale, che (salvo casi evidenti di frode aziendale)vale a precludere  in capo ai Lavoratori la possibilità di fruire delle ordinarie limitazioni al potere di licenziamento datorile. Ognuno può rendersi agevolmente conto che la mancanza di un simile &#8220;scudo&#8221; per i licenziamenti &#8220;da crisi&#8221; per le piccole aziende costituiva finora una vera remora contro il radicamento degli ammortizzatori sociali; ora, le più stringenti  preclusioni introdotte da Sacconi, nonchè le ampie agevolazioni per gli arbitrati allentano sulle piccole aziende la morsa delle reazioni ai licenziamenti in casi di crisi aziendali, creando un clima (comunque lo si giudichi) più propizio e sereno per la gestione di tali delicate vicende. La stessa logica &#8220;anti-crisi&#8221; è ravvisabile nella previsione del &#8220;collegato&#8221; che ammette, in caso di disconoscimento dei contratti a tempo determinato, la copertura retributiva fino a 12 mesi. Finora, l&#8217;Azienda, nei 05 anni di cessazione del rapporto a termine, poteva subire (anche a distanza di molto tempo!) i ricorsi giudiziali dell&#8217;Ex-Dipendente a termine (solitamente per la ricostruzione di periodi lavorativi non coperti da contribuzione ed utili ai fini della posizione previdenziale); il che comportava evidenti ed inutili irrigidimenti, specie laddove la stessa Azienda convenuta in giudizio fosse coinvolta in problematiche di riassetto organizzativo; senza contare, naturalmente, gli aggravamenti per gli Uffici giudiziari (i quali, con stratagemmi tecnico-giuridici vari, avevano finito per favorire al massimo grado l&#8217;insabbiamento di simili pratiche). Oggi, la legge fissa in 12 mesi il tetto retributivo (e contributivo) di cui il lavoratore può chiedere la copertura per le cause di annullamento dei contratti a tempo determinato. Certo, il tempo dirà se e come questa disposizione si consoliderà (una disposizione simile, introdotta nella <em>Manovra d&#8217;Estate</em> 2008 per contenere le richieste di risarcimento dai contratti a termine delle poste è stata annullata dalla Consulta per violazione dei diritti alla tutela giurisdizionale). Allo stato attuale, però, non si può disconoscere il significato economico della disposizione che rafforza concretamente e notevolmente il quadro delle tutele del reddito dei lavoratori a termine che hanno perso il lavoro: accanto alla tutela &#8220;anti-crisi&#8221; e alla tutela classica contro la disoccupazione, il lavoratore a termine può godere, in caso di perdita del lavoro, di un &#8220;salario di riserva&#8221; fino a 12 mensilità che appare certo utile e significativo, specie a compenso di &#8220;ammortizzatori sociali&#8221; di incerta copertura. Ha fatto, poi, molto discutere quella clausola della legge che ammette, per il giudizio arbitrale sui licenziamenti, la decisione &#8220;secondo equità&#8221;, in conformità ai principi dell&#8217;ordinamento giuridico: gli anti-berlusconiani hanno letto in questa clausola l&#8217;intenzione del governo di realizzare una sorta di <em>golpe</em> contro i diritti dei lavoratori, ammettendo deroghe ai diritti dei lavoratori, dove finora regnava il regime della più ferma inderogabilità; questo perchè, quando si parla di &#8220;equità&#8221;, in gergo tecnico e giurisdizionale ci si riferisce al potere del giudice di decidere la causa secondo il &#8220;senso comune della giustizia&#8221; e non secondo la legge formale. E&#8217; facile rendersi conto che gli argomenti dei detrattori (un moderato come Tiziano Treu ha parlato di &#8220;disposizioni eversive&#8221;!) sono demagogia pura: in effetti, se il legislatore avesse inteso riconoscere all&#8217;equità un&#8217;efficacia creativa (da &#8220;fonte del diritto&#8221;) avrebbe dovuto modificare le <em>disposizioni preliminari alla legge in generale</em> e l&#8217;art. 12 di queste, in particolare: cosa che non mi risulta essere stata fatta. Pertanto, non mutando tali disposizioni generali, l&#8217;equità resta confinata al ruolo che attualmente l&#8217;ordinamento giuridico generale le riconosce come fonte creatrice del diritto, ovvero un ruolo marginale e residuale. A margine, del tutto speciosa è la polemica aperta nei giorni scorsi da <em>Il fatto quotidiano</em> sull&#8217;illegittimità dell&#8217;introduzione dell&#8217; arbitrato tra Azienda e Lavoratore per i casi di controversie inerenti il rapporto di lavoro: sull&#8217;arbitrato scese un pesante &#8220;anatema&#8221; dei giuslavoristi ai tempi della riforma del processo del lavoro del 1973 per il timore che gli aribitri, giudici privati per eccellenza, inquinassero le tutele conquistate duramente dai lavoratori con le lotte sindacali; oggi, si ripropone lo stesso anatema. L&#8217;anatema è formalmente ingiustificato, se si considera che l&#8217;arbitrato è previsto dalla legge come meramente eventuale e se si considera che deve essere comunque regolato dai contratti collettivi. Forse un qualche timore può essere giustificato per quelle Aziende che operano a livello transazionale, e che attraversino Stati con sistemi di tutela dei lavoratori differenti: in ogni caso, la legge non ha introdotto per l&#8217;arbitrato un sistema improntato a logiche di <em>deregoulation</em>: viceversa, il &#8220;collegato&#8221; ha previsto che le cd &#8220;clausole compromissorie&#8221; (istitutive della facoltà di ricorrere all&#8217;arbitrato) siano approvate (rectius: &#8220;certificate&#8221;) dalle Commissioni di Certificazione, istituite presso le competenti <em>Direzioni Provinciali del Lavoro</em>. In conclusione, se si può trovare un <em>fil rouge</em> che lega queste tra le più importanti disposizioni del &#8220;collegato lavoro&#8221; si deve dire (a caldo della sua approvazione) che il provvedimento appare ispirato ad una ferma e anche spregiudicata attenzione per i risvolti stragiudiziali delle vertenze di lavoro, con netta propensione a favorire la &#8220;monetizzazione&#8221; delle vertenze. Questo farà sicuramente storcere il naso ai &#8220;puristi&#8221; del diritto del lavoro (pronti a denunciare una &#8220;privatizzazione&#8221; e &#8220;mercificazione&#8221; del diritto del lavoro), ma tale politica del diritto appare del tutto coerente con la finalità che ha fin qui ispirato il governo Berlusconi: favorire l&#8217;aiuto e il sostegno al reddito dei lavoratori colpiti dalla crisi e dalla disoccupazione. Il Ministro Sacconi, su <em>Il Sole 24 Ore</em> di giovedì scorso, lo ha detto molto chiaramente: &#8220;la seconda tappa del &#8216;collegato lavoro&#8217; sarà la riforma degli ammortizzatori sociali&#8221;; e c&#8217;è da credergli, dal momento che le principali disposizioni del &#8216;collegato&#8217; effettivamente creano i presupposti per facilitare il radicamento degli &#8220;ammortizzatori&#8221; medesimi, nelle piccole e medie aziende, finora escluse. Un segno evidente che il Governo è fermo e compatto nel perseguire contro la crisi e la disoccupazione una &#8220;politica del fare&#8221;, a dispetto delle prefiche e dei catastrofisti di questi tempi.</p>
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		<title>Fisco, accelerare sul quoziente familiare</title>
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		<pubDate>Wed, 06 Jan 2010 10:37:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Armao</dc:creator>
				<category><![CDATA[Sindacato]]></category>
		<category><![CDATA[fisco]]></category>
		<category><![CDATA[quoziente familiare]]></category>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.arezzopolitica.it/2010/01/06/fisco-accelerare-sul-quoziente-familiare/"><img align="left" hspace="5" width="150" src="http://originis.myblog.it/media/02/01/253162867.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="" title="" /></a>A cura della Redazione &#8211; Accelerare l’introduzione del quoziente familiare. E’ la richiesta dell’Ugl in vista di un tavolo con il governo sulla riforma del sistema fiscale. Il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, ha espresso, infatti, l’intenzione di varare una riforma generale del sistema fiscale, con una consultazione generale. E in sede di confronto l’Ugl ribadirà, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://originis.myblog.it/media/02/01/253162867.jpg"><img class="alignleft" src="http://originis.myblog.it/media/02/01/253162867.jpg" alt="" width="400" height="267" /></a>A cura della Redazione &#8211; </strong>Accelerare l’introduzione del quoziente familiare. E’ la richiesta dell’Ugl in vista di un tavolo con il governo sulla riforma del sistema fiscale. Il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, ha espresso, infatti, l’intenzione di varare una riforma generale del sistema fiscale, con una consultazione generale. E in sede di confronto l’Ugl ribadirà, come ha spiegato il segretario confederale, Paolo Varesi, “che si acceleri sulla definizione di un fisco a misura di famiglia attraverso l’attuazione del quoziente familiare, previsto dal programma di governo e in linea con il federalismo fiscale”. L’Ugl da tempo è mobilitata a sostegno del quoziente familiare e dopo le due Giornate di iniziativa nazionali per la raccolta del firme, continua il proprio impegno a favore di una “una più equa distribuzione della ricchezza spostando l’attenzione del fisco dal singolo ai nuclei familiari. Il quoziente familiare oltre ad alleggerire le tasse a lavoratori dipendenti e pensionati, fortemente penalizzati dall’attuale sistema fiscale, consentirebbe inoltre, come dimostrato dove già in vigore, di incentivare l’occupazione femminile e agirebbe da catalizzatore per altri interventi a sostegno della famiglia”.</p>
<p>Intanto secondo una indagine del Corriere della Sera sulle dichiarazioni dei redditi del 2008, il reddito medio degli italiani è salito da 18.540 a 19.110 euro, un 3% in più che, tuttavia, non fa fare grandi salti in avanti nella classifica dei salari medi nei Paesi Ocse, dove l’Italia si posiziona al 23esimo posto tra i 30 Paesi più industrializzati del mondo, dietro anche alla Grecia e alla Spagna, e con stipendi inferiori del 17% rispetto alla media complessiva. Per il segretario confederale dell’Ugl Cristina Ricci “il vantaggio va per lo più al fisco, perché quando aumenta la base imponibile di coloro che le tasse le pagano da sempre a guadagnare è sopratutto lo Stato, mentre un nucleo familiare di 4 persone, magari con una sola entrata di 1500 euro al mese, deve continuare a fare i salti mortali per arrivare alla fine del mese, anche con un 3 per cento in più”. Inoltre si tratta di rilevazioni “che non testimoniano ancora l’impatto della crisi, iniziata negli ultimi mesi del 2008 per poi manifestarsi più negativamente nel 2009 sotto i colpi di cassa integrazione, di tante crisi aziendali con relativa fuoriuscita di posti di lavoro e riduzione di reddito”.</p>
<p><strong>Fonte: www.ugl.it<br />
</strong></p>
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