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	<title>Arezzo Polis &#187; Sindacato</title>
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	<description>Spazio di dibattito politico e critica culturale</description>
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		<title>L&#8217;Italia è ancora una Repubblica fondata sul lavoro?</title>
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		<pubDate>Sat, 01 May 2010 14:14:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Frabetti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href=http://www.arezzopolitica.it/2010/05/01/litalia-e-una-repubblica-fondata-sul-lavoro/><img src=http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/05/quarto_stato_ok-300x300.jpg class=imgtfe hspace=5 align=left width=100  alt="" /></a>di Giorgio Frabetti- In questa festività del 01 maggio, Festa dei Lavoratori, non può non venire alla memoria di noi tutti il solenne incipit della Ns. Costituzione, la quale all’art. 01 esordisce con la seguente, icastica frase: “L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro”. E’ ancora attuale questa indicazione? Al tempo in cui i Costituenti redassero [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-4051" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/05/quarto_stato_ok-300x300.jpg" alt="quarto_stato_ok" width="300" height="300" />di <strong>Giorgio Frabetti</strong>- In questa festività del 01 maggio, Festa dei Lavoratori, non può non venire alla memoria di noi tutti il solenne <em>incipit</em> della Ns. Costituzione, la quale all’art. 01 esordisce con la seguente, icastica frase: “L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro”. E’ ancora attuale questa indicazione? Al tempo in cui i Costituenti redassero questo testo (dopo aver scartato la dizione, troppo socialistica, “l’Italia è una Repubblica <span style="text-decoration: underline">dei</span> lavoratori”) questo articolo era leggibile in combinato disposto soprattutto con l’art. 04 e con l’art. 03 Cost. A 64 anni dall’entrata in vigore della Carta Costituzionale, ci si deve seriamente chiedere se e quanto la Ns. Repubblica italiana ha davvero operato a favore dei lavoratori. All’inizio, la politica ha beneficiato del traino della ripresa economica successiva alla II Guerra Mondiale: non si renderà abbastanza merito alla politica anti-inflazionistica di Einaudi-De Gasperi che ha tutelato i redditi fissi e rilanciato i consumi (essenziale volano e moltiplicatore del “miracolo economico” degli anni 50-60), oggetto della più ampia opposizione e diffamazione da parte dei Sindacati, i quali erano più propensi a tollerare l’inflazione per “livellare” a favore degli Operai il potere di acquisto della lira (crollata dopo lo sforzo sangue della guerra). Proprio la CGIL di Di Vittorio non aveva capito la lezione dell’Italia pre-fascista, quando, finita la Grande Guerra, i ceti medi e i redditi fissi, essenziali per la stabilizzazione dell’economia, erano stati schiacciati finanziariamente due volte: prima dall’inflazione (che erodeva il rendimento dei buoni del tesoro, classico “bene rifugio”) e poi dalle tasse (ricordiamo che i redditi degli Operai, privi di case di proprietà e titoli di Stato, non soggetti come oggi a &#8220;ritenuta alla fonte&#8221;, sfuggivano più facilmente all’imposizione fiscale!). Grande, comunque, è stato il merito del “movimento sindacale” nel consolidare le tutele legali a favore dei lavoratori, che troveranno il momento culminante nello Statuto dei Lavoratori, approvato dal governo di centro-sinistra di Rumor nel 1970 grazie all’iniziativa del ministro sindacalista Donat Cattin (DC), avendo cura, però, di recepire un progetto di legge che era stato vecchio “cavallo di battaglia” della CGIL di Di Vittorio. E oggi, cosa resta da fare? Molto: se ieri, in tempi di &#8220;vacche grasse&#8221; la politica ha potuto giocare un ruolo di &#8220;traino&#8221; (secondario e facile da gestire), oggi, in tempi di crisi e &#8220;vacche magre&#8221; (ma con una crisi della grande industria che affonda già dagli anni 70), la politica non può tirarsi indietro e defilarsi, ma deve assumersi le necessarie responsabilità per le principali sfide cui oggi sono esposti il mondo del lavoro e dell&#8217;economia. Al momento, attuale, quattro sono i principali “sentieri interrotti” della politica italiana verso il lavoro e l’industria: <strong>01)</strong> <strong><span style="text-decoration: underline">Invertire l’attuale tendenza ad una politica industriale debole</span></strong>: Fin dall’Unità d’Italia,il regime produttivo della Penisola ha sempre oscillato tra il “gigantismo protetto” dei grandi complessi siderurgici del “triangolo Torino-Genova-Milano” (spina dorsale del “decollo industriale italiano” tra fine 800 ed inizio 900), e il “nanismo” delle piccole medie-imprese; da un lato, uno stile industriale “viziato”, perché iper-protetto dallo Stato e dalle banche (prima con le Commesse Belliche) e che, quando andrà in ristrutturazione negli anni 70/80 contribuirà a prosciugare letteralmente le casse dello Stato italiano con contributi (spesso a fondo perduto) ed ammortizzatori sociali generosissimi; dall’altro, i “piccoli imprenditori” trattati dallo Stato come “bruta forza operaia” senza “valore aggiunto” (così si esprimerà la Commissione Finanze rispetto a questo sistema, quando nel 1971 licenzierà il testo della riforma tributaria Preti-Visentini, attualmente in vigore), assolutamente privi di “ammortizzatori sociali” ed oggetto di una politica tributaria ondivaga e isterica (prima un disinteresse che incentiva l’evasione, poi una moralistica penalizzazione con <em>minimum tax</em> e <em>Studi di Settore</em>) che non ha mai favorito in queste realtà una politica di investimento in risorse umane (anzi penalizzando con l’IRAP le assunzioni, contribuendo ad elevare il “cuneo fiscale”), nonostante dagli anni ’80 in poi costituiscano la forza economica più viva italiana (elogiata pubblicamente da Clinton nel 1997); <strong>02)</strong> <strong><span style="text-decoration: underline">Favorire un sindacalismo “non avverso” al rischio dell’innovazione</span></strong>: Indubbiamente, la grande industria italiana va male perché il ceto dirigente “avverso al rischio” e viziato dall’assistenzialismo non riesce a premiare e valorizzare lavoratori disposti all’innovazione. A questo riguardo, un’autorevole giuslavorista come l’Avv. Pietro Ichino (non a caso entrato “ nel mirino” delle BR) propone di modulare le tutele retributive e non, tra lavoratori “avversi al rischio” dell’innovazione (da tutelare come ora in una pretta logica “assicurativa”) e “lavoratori non avversi al rischio” disposti ad accettare anche temporanee diminuzioni delle tutele “assicurative” del rapporto di lavoro, laddove accettino di impegnarsi in progetti di innovazione, con la prospettiva di partecipare (a “obiettivo raggiunto”) ad incrementi retributivi anche consistenti (la FIAT negli anni 2000 concepì una politica industriale simile con il cd “progetto Melfi” poi abortito); <strong>03)<span style="text-decoration: underline"> Istituzionalizzare la rappresentanza sindacale, come richiesto dall’art. 39 Cost</span></strong>. Non è stato un caso, quindi, se un industria debole ed “amorfa”è stata affine ad un sindacalismo debole e “amorfo”, proteso all’assistenzialismo, invece che all’innovazione. Evidentemente, una simile alleanza è servita in Italia a favorire le componenti più conservatrici e meno dinamiche di industria e sindacato (che, in questo modo, hanno trovato un equilibrio e una comoda e non disturbata coabitazione), ma è anche la causa della stagnazione dell’assetto produttivo italiano. La causa di questa stagnazione e autoreferenzialità della politica sindacale e industriale storicamente è indubbiamente aggravata dall’inattuazione dell’art. 39.04°comma della Costituzione: oggi, cioè, non esiste una legge capace di regolare la rappresentanza sindacale, nonchè istituire procedure trasparenti di elezione e validazione degli effettivi iscritti: un meccanismo che, come ognuno può ben vedere,costituisce una grande opportunità di fluidificazione della rappresentanza sindacale e per favorire la concorrenza sindacale tra <em>insider</em> e <em>outsider</em>, nonchè l’innovazione e la selezione delle classi dirigenti; la sua previsione (almeno abbozzata) in Costituzione rende indubbiamente conto della lungimiranza del disegno dei Padri Costituenti . Negli anni 70/80, purtroppo, i Sindacati, nonostante avessero ottenuto per le proprie rappresentanze nei luoghi di lavoro, la massima tutela con lo <em>Statuto dei lavoratori</em>, preferirono ostacolare una legge che ne regolasse la loro rappresentanza, per la paura di favorire la concorrenza di sindacati <em>out sider</em> (come sarà l’UGL in questi ultimi anni). Occorre invertire la tendenza; <strong>04)<span style="text-decoration: underline"> Realizzare ammortizzatori sociali equi</span></strong>, che oggi pesa soprattutto sui giovani, i quali (complice i mutamenti organizzativi del sistema produttivo) si trovano a beccare una flessibilità selvaggia, che diventa precarietà, in quanto non controbilanciata da una politica di sussidi intelligenti (è triste dare ragione a Casini, quando dice che il vero “ammortizzatore sociale” dell’Italia è la famiglia!). Auspichiamo che questa giornata di festa dei lavoratori aiuti l’opinione pubblica a trovare il “bando della matassa” per iniziare a discutere finalmente senza faziosità e demagogismi sui problemi urgenti ed indifferibili dell’industria e del lavoro, in modo da creare un efficace pungolo e stimolo sulla classe politica, affinchè non adbichi ad un ruolo di regolazione e di innovazione, che il sistema sociale esige per non essere definitivamente compromesso nelle sue potenzialità di espressione e di produzione; e per rilanciare i redditi e le tutele dei lavoratori.</p>
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		<title>Il &#8220;collegato lavoro&#8221; tra Costituzione e fondamentalismo costituzionale</title>
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		<pubDate>Wed, 17 Mar 2010 21:58:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Frabetti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Sindacato]]></category>

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		<description><![CDATA[<a href=http://www.arezzopolitica.it/2010/03/17/il-collegato-lavoro-tra-costituzione-e-fondamentalismo-costituzionale/><img src=http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/03/200px-Presidente_Napolitano1-150x150.jpg class=imgtfe hspace=5 align=left width=100  alt="" /></a>di Giorgio Frabetti- Il tam tam che &#8216;Repubblica&#8217; sta imbastendo per chiedere a Napolitano che eserciti la facoltà di rinvio al Parlamento (art. 74 Cost.) sul cd &#8220;collegato lavoro&#8221; (si veda l&#8217;articolo di Massimo Giannini del 15/03), oltre ad essere un capolavoro di miopia politico-sindacale e tecnico-giuridica, è anche un atto temerario dal punto di vista istituzionale, almeno [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-3654" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/03/200px-Presidente_Napolitano1.jpg" alt="200px-Presidente_Napolitano" width="200" height="261" />di <strong>Giorgio Frabetti</strong>- Il <em>tam tam</em> che &#8216;Repubblica&#8217; sta imbastendo per chiedere a Napolitano che eserciti la facoltà di rinvio al Parlamento (art. 74 Cost.) sul cd &#8220;collegato lavoro&#8221; (si veda l&#8217;articolo di Massimo Giannini del 15/03), oltre ad essere un capolavoro di miopia politico-sindacale e tecnico-giuridica, è anche un atto temerario dal punto di vista istituzionale, almeno per le forzature che induce a livello di equilibri tra organi costituzionali. In sostanza, si chiede a Napolitano di esercitare un veto sulla legge del tutto eversivo, per l&#8217;evidente violazione della regola costituzionale che vuole il Capo dello Stato organo imparziale ed estraneo ai circuiti della responsabilità politica. Una simile pretesa costituisce l&#8217;inquietante &#8220;marcia di avvicinamento&#8221; del &#8220;popolo viola&#8221; verso la &#8220;criminalizzazione&#8221; politica di Giorgio Napolitano, sul quale la Sinistra sta scaricando l&#8217;onere di un&#8217;Opposizione che in Parlamento non intende fare davvero (almeno nei termini di opposizione costruttiva e propositiva consueti in un ordinamento liberal-democratico). Ma vediamo di comprendere meglio l&#8217;intricata matassa. Tutto nasce dall&#8217;articolo che consente a Datore di Lavoro e Lavoratore di concordare al momento dell&#8217;assunzione il deferimento delle controversie di lavoro (e, sulla carta, anche di licenziamento) ad un arbitro, anzichè al Giudice del Lavoro (è quella che in gergo tecnico si chiama &#8220;clausola compromissoria&#8221;); detto Arbitro è delegato a decidere anche &#8220;secondo equità&#8221; la controversia, quindi elaborando anche discrezionalmente i termini giuridici del verdetto: secondo <em>Repubblica</em> questa norma violerebbe l&#8217;art. 24 della Costituzione, riguardante i diritti di tutela giurisdizionale del cittadino; una &#8220;clausola compromissoria&#8221; (questo è l&#8217;argomento principe), se è utile ed opportuna come forma di semplificazione delle controversie in ambito commerciale, dove le parti sono davvero sullo stesso piano, lo è meno in ambito lavoristico, dove il lavoratore si trova in stato di soggezione socio-economica rispetto all&#8217;Azienda; si da il caso, poi, secondo &#8220;repubblica&#8221; che la legge, consentendo all&#8217;Arbitro di agire &#8220;secondo equità&#8221;, favorirebbe la disapplicazione delle norme inderogabili del diritto del lavoro, poste a tutela del prestatore. Indubbiamente, il &#8220;collegato&#8221; investe profili sensibili e delicati che certamente vanno attentamente vagliati; indubbiamente, il provvedimento merita speciale attenzione, perchè costituisce un forte <em>revirement</em> rispetto alla legge sul processo del lavoro del 1973, molto sfavorevole rispetto agli arbitrati; da qui, però, a pretendere che il Quirinale, oltre a prestare la dovuta &#8220;attenzione&#8221; al provvedimento, debba rinviarlo per obbligo costituzionale (non scritto) di acqua ce ne corre:  solo il &#8220;fondamentalismo costituzionale&#8221; del &#8220;popolo viola&#8221;  può arrivare a tanto; solo il deliberato disegno di delegittimare Napolitano può spingere a simili bestialità demagogiche! Innanzitutto, c&#8217;è solo un caso codificato dal &#8220;diritto costituzionale vivente&#8221; nel quale il &#8220;rinvio presidenziale&#8221; costituisce un atto (quasi) dovuto: il caso, cioè, che la legge comprima <em>a priori</em> (e senza possibilità di interpretazioni/applicazioni alternative) i diritti fondamentali del Cittadino. Un termine di paragone utile può essere ravvisato nella sentenza nr. 121/1994 con la quale la Consulta ebbe a dichiarare incostituzionale una norma della Finanziaria del 1993, nella parte in cui qualificava come &#8220;lavoro autonomo&#8221; (senza possibilità di prova contraria) alcuni servizi marginali alla persona svolte da privati nei confronti del Servizio Sanitario Nazionale: qui l&#8217;incostituzionalità è chiara come il sole, perchè,  in questo caso, la legge rendeva impossibile <em>a priori</em> a questa tipologia di cittadini l&#8217;accesso alle tutele del lavoro subordinato. Si creerebbe una simile condizione di impossibilità anche con il &#8220;collegato lavoro&#8221;? A prima vista e allo stato attuale, la legge non predetermina una simile lesione a carico dei diritti dei lavoratori, per almeno due motivi: in primo luogo,  la via del giudizio arbitrale è facoltativa e la stipula della &#8220;clausola compromissoria&#8221; deve avvenire davanti alla Direzione Provinciale del Lavoro (ex-Ispettorato del Lavoro), la quale dovrà convalidarla, come oggi accade per le dimissioni della lavoratrice madre o per la stipula di contratti a tempo determinato oltre i 36 mesi; in secondo luogo, le disposizioni sull&#8217;arbitrato e sul giudizio secondo equità non sarebbero immediatamente applicative, ma necessiterebbero di apposita disciplina da parte della contrattazione collettiva (e in assenza di Dm): è evidentemente in questa sede, che si dovrà procedere a dettagliare i casi, i modi della procedura e del giudizio arbitrale: evidentemente solo allora, quando il quadro regolativo si sarà completato, sarà possibile discettare sulla costituzionalità; ma prima di allora, il &#8220;collegato&#8221; sarà del tutto inoperativo e inidoneo a mutare alcunchè nei diritti di iniziativa giurisdizionale del Lavoratore. A riprova poi della fludità della materia, non può sottocersi che, in questi giorni, per tacitare l&#8217;ipotesi di rinvio presidenziale, è stato sottoscritto un &#8220;avviso comune&#8221; che impegna Governo e parti sociali a non includere, in sede attuativa, tra le vertenze suscettibili di arbitrato anche le vertenze di licenziamento. A queste condizioni, quindi, manca l&#8217;<em>ubi consistam</em> su cui esprimere un giudizio di costituzionalità. A parte, però, l&#8217;evidente impossibilità tecnica per il Presidente Napolitano di esprimere ora un giudizio di incostituzionalità, deve farsi notare l&#8217;abnormità costitituzionale e politica di una simile pretesa: aderendo alle richieste di &#8216;Repubblica&#8217;, cioè, Napolitano avvallerebbe uno stravolgimento eversivo della Costituzione e dell&#8217;istituto stesso del rinvio presidenziale (art. 74 Cost.). Come molto opportunamente scritto su <em>L&#8217;Occidentale</em> del 16/03 scorso, i Padri Costituenti (Meuccio Ruini, <em>in primis</em>) avevano concepito questo potere di rinvio come omologo alla facoltà di rinvio che il Presidente della repubblica si riserva nel dubbio che l&#8217;Esecutivo goda ancora della fiducia parlamentare: in entrambi i casi, il Capo dello Stato chiede al Parlamento una &#8220;nuova deliberazione&#8221; (che nel primo caso è una nuova deliberazione legislativa, nel secondo caso un voto di fiducia). Nella mentalità dei Costituenti, il &#8220;rinvio presidenziale&#8221; era stato concepito essenzialmente per i casi di leggi approvate dal Parlamento contro il parere del Governo, come <em>extrema ratio</em> per evitare la crisi ministeriale (scontata in questi casi); a questo punto, come ognuno può vedere, il potere di rinvio è concepito dalla Costituzione non per far risaltare l&#8217;iniziativa politica autonoma del Capo dello Stato, ma per garantire la continuità del rapporto di fiducia Governo-Parlamento, nel quale solo (art. 94) è racchiuso il potere di indirizzo politico del Paese. Allo stato attuale, i costituzionalisti hanno concepito solo un  caso in cui è sicuramente consentito al Capo dello Stato opporsi con ogni mezzo alla promulgazione della legge, ovvero il caso in cui l&#8217;atto di promulgazione integri gli estremi di &#8220;alto tradimento&#8221; della Costituzione! Se è &#8220;alto tradimento&#8221; firmare le leggi di Berlusconi &#8230; evidentemente il &#8220;popolo viola&#8221; e Repubblica lo pensano, se hanno già minacciato di <em>impeachment</em> al Capo dello Stato; evidentemente, secondo il &#8220;popolo viola&#8221; non essere visceralmente anti-berlusconiani è &#8220;alto tradimento&#8221; della Costituzione! Ma a questo punto, però, siamo entrati nell&#8217;ambito del <em>filybustering</em> politico; la scienza del diritto costituzionale &#8230; non &#8220;ci azzecca&#8221; più niente!</p>
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		<title>La &#8220;politica del fare&#8221; contro la crisi e la disoccupazione. Sul &#8220;Ddl lavoro&#8221; di Sacconi.</title>
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		<pubDate>Sat, 06 Mar 2010 18:41:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Frabetti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href=http://www.arezzopolitica.it/2010/03/06/la-politica-del-fare-contro-la-crisi-e-la-disoccupazione-sul-ddl-lavoro-di-sacconi/><img src=http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/03/225px-Maurizio_Sacconi-150x150.jpg class=imgtfe hspace=5 align=left width=100  alt="" /></a>di Giorgio Frabetti- L&#8217;approvazione del Ddl  cd &#8220;collegato lavoro&#8221;, in discussione da due anni, promosso dal Ministro Sacconi costituisce un segnale nettamente positivo non solo perchè conferma (se ce ne era bisogno) la propensione del Governo Berusconi alla &#8220;politica del fare&#8221;, ma perchè costituisce una risposta coraggiosa, realistica e puntuale alle esigenze  di tutela del lavoro [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-3543" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/03/225px-Maurizio_Sacconi.jpg" alt="225px-Maurizio_Sacconi" width="225" height="338" />di <strong>Giorgio Frabetti</strong>- L&#8217;approvazione del Ddl  cd &#8220;collegato lavoro&#8221;, in discussione da due anni, promosso dal Ministro Sacconi costituisce un segnale nettamente positivo non solo perchè conferma (se ce ne era bisogno) la propensione del Governo Berusconi alla &#8220;politica del fare&#8221;, ma perchè costituisce una risposta coraggiosa, realistica e puntuale alle esigenze  di tutela del lavoro e di sostegno del reddito, divenute molto pressati a seguito dell&#8217;incrudelirsi della crisi economica. Il provvedimento copre una vasta serie di istituti guslavoristici e previdenziali (l&#8217;apprendistato, il lavoro usurante), ma è chiaramente venuto alla ribalta delle cronache per le disposizioni sui licenziamenti e sull&#8217;arbitrato, che, per alcuni, configurerebbero limitazioni aribitrarie e troppo pesanti alle tutele giurisdizionali del lavoratore. In sintesi, la legge rimodula diversamente il sistema delle decadenze e delle preclusioni per impugnare il licenziamento illegittimo: resta il termine di 60 gg. di decadenza per la prima impugnativa; dopodichè, l&#8217;azione giurisdizionale di licenziamento resterebbe esperibile dal lavoratore fino ai successivi 180 gg.: in pratica, il lavoratore ha a disposizione 240 gg. per decidere di ricorrere contro il licenziamento e non più di 05 anni e 60 gg. di prima. Inoltre, la norma precisa che, in caso di mancata conciliazione o di fallita procedura aribitrale, il lavoratore ha a disposizione per il ricorso 60 gg.  dall&#8217;abbandono della conciliazione o dell&#8217;arbitrato. Parranno queste disposizioni meramente tecniche e di scarsa rilevanza sociale; dobbiamo, però, considerarne l&#8217;incidenza alla luce dell&#8217;attuale crisi economica, che vede (complice la recente normativa &#8220;anti-crisi&#8221;) aumentare la platea delle aziende (anche piccole fino a 15 dipendenti) che si risolvono a chiedere l&#8217;aiuto delle Regioni e dell&#8217;INPS per la <em>Cassa Integrazione in deroga</em>, eliminando una stortura ed una disparità di trattamento, tra Aziende piccole ed Aziende grandi finora molto grave e che impacciava non poco l&#8217;accesso a queste pratiche. Finora, ad esempio, la legge non riconosce per le piccole aziende la &#8220;causa collettiva&#8221; (riduzione personale) per il licenziamento: questo significa, nel caso di licenziamento dei Dipendenti e di richiesta alla Regione della &#8221;mobilità in deroga&#8221;,  che l&#8217;Azienda in crisi restava finora soggetta alla &#8220;spada di damocle&#8221; delle limitazioni classiche contro il licenziamento individuale; che il lavoratore si sarebbe verosimilmente riservato di utilizzare per i casi (frequenti) di mancata copertura finanziaria per la mobilità. Viceversa, le grandi aziende, grazie alla l 223/1991, beneficiano del ricoscimento della &#8220;causa collettiva&#8221; del licenziamento per crisi ed esubero aziendale, che (salvo casi evidenti di frode aziendale)vale a precludere  in capo ai Lavoratori la possibilità di fruire delle ordinarie limitazioni al potere di licenziamento datorile. Ognuno può rendersi agevolmente conto che la mancanza di un simile &#8220;scudo&#8221; per i licenziamenti &#8220;da crisi&#8221; per le piccole aziende costituiva finora una vera remora contro il radicamento degli ammortizzatori sociali; ora, le più stringenti  preclusioni introdotte da Sacconi, nonchè le ampie agevolazioni per gli arbitrati allentano sulle piccole aziende la morsa delle reazioni ai licenziamenti in casi di crisi aziendali, creando un clima (comunque lo si giudichi) più propizio e sereno per la gestione di tali delicate vicende. La stessa logica &#8220;anti-crisi&#8221; è ravvisabile nella previsione del &#8220;collegato&#8221; che ammette, in caso di disconoscimento dei contratti a tempo determinato, la copertura retributiva fino a 12 mesi. Finora, l&#8217;Azienda, nei 05 anni di cessazione del rapporto a termine, poteva subire (anche a distanza di molto tempo!) i ricorsi giudiziali dell&#8217;Ex-Dipendente a termine (solitamente per la ricostruzione di periodi lavorativi non coperti da contribuzione ed utili ai fini della posizione previdenziale); il che comportava evidenti ed inutili irrigidimenti, specie laddove la stessa Azienda convenuta in giudizio fosse coinvolta in problematiche di riassetto organizzativo; senza contare, naturalmente, gli aggravamenti per gli Uffici giudiziari (i quali, con stratagemmi tecnico-giuridici vari, avevano finito per favorire al massimo grado l&#8217;insabbiamento di simili pratiche). Oggi, la legge fissa in 12 mesi il tetto retributivo (e contributivo) di cui il lavoratore può chiedere la copertura per le cause di annullamento dei contratti a tempo determinato. Certo, il tempo dirà se e come questa disposizione si consoliderà (una disposizione simile, introdotta nella <em>Manovra d&#8217;Estate</em> 2008 per contenere le richieste di risarcimento dai contratti a termine delle poste è stata annullata dalla Consulta per violazione dei diritti alla tutela giurisdizionale). Allo stato attuale, però, non si può disconoscere il significato economico della disposizione che rafforza concretamente e notevolmente il quadro delle tutele del reddito dei lavoratori a termine che hanno perso il lavoro: accanto alla tutela &#8220;anti-crisi&#8221; e alla tutela classica contro la disoccupazione, il lavoratore a termine può godere, in caso di perdita del lavoro, di un &#8220;salario di riserva&#8221; fino a 12 mensilità che appare certo utile e significativo, specie a compenso di &#8220;ammortizzatori sociali&#8221; di incerta copertura. Ha fatto, poi, molto discutere quella clausola della legge che ammette, per il giudizio arbitrale sui licenziamenti, la decisione &#8220;secondo equità&#8221;, in conformità ai principi dell&#8217;ordinamento giuridico: gli anti-berlusconiani hanno letto in questa clausola l&#8217;intenzione del governo di realizzare una sorta di <em>golpe</em> contro i diritti dei lavoratori, ammettendo deroghe ai diritti dei lavoratori, dove finora regnava il regime della più ferma inderogabilità; questo perchè, quando si parla di &#8220;equità&#8221;, in gergo tecnico e giurisdizionale ci si riferisce al potere del giudice di decidere la causa secondo il &#8220;senso comune della giustizia&#8221; e non secondo la legge formale. E&#8217; facile rendersi conto che gli argomenti dei detrattori (un moderato come Tiziano Treu ha parlato di &#8220;disposizioni eversive&#8221;!) sono demagogia pura: in effetti, se il legislatore avesse inteso riconoscere all&#8217;equità un&#8217;efficacia creativa (da &#8220;fonte del diritto&#8221;) avrebbe dovuto modificare le <em>disposizioni preliminari alla legge in generale</em> e l&#8217;art. 12 di queste, in particolare: cosa che non mi risulta essere stata fatta. Pertanto, non mutando tali disposizioni generali, l&#8217;equità resta confinata al ruolo che attualmente l&#8217;ordinamento giuridico generale le riconosce come fonte creatrice del diritto, ovvero un ruolo marginale e residuale. A margine, del tutto speciosa è la polemica aperta nei giorni scorsi da <em>Il fatto quotidiano</em> sull&#8217;illegittimità dell&#8217;introduzione dell&#8217; arbitrato tra Azienda e Lavoratore per i casi di controversie inerenti il rapporto di lavoro: sull&#8217;arbitrato scese un pesante &#8220;anatema&#8221; dei giuslavoristi ai tempi della riforma del processo del lavoro del 1973 per il timore che gli aribitri, giudici privati per eccellenza, inquinassero le tutele conquistate duramente dai lavoratori con le lotte sindacali; oggi, si ripropone lo stesso anatema. L&#8217;anatema è formalmente ingiustificato, se si considera che l&#8217;arbitrato è previsto dalla legge come meramente eventuale e se si considera che deve essere comunque regolato dai contratti collettivi. Forse un qualche timore può essere giustificato per quelle Aziende che operano a livello transazionale, e che attraversino Stati con sistemi di tutela dei lavoratori differenti: in ogni caso, la legge non ha introdotto per l&#8217;arbitrato un sistema improntato a logiche di <em>deregoulation</em>: viceversa, il &#8220;collegato&#8221; ha previsto che le cd &#8220;clausole compromissorie&#8221; (istitutive della facoltà di ricorrere all&#8217;arbitrato) siano approvate (rectius: &#8220;certificate&#8221;) dalle Commissioni di Certificazione, istituite presso le competenti <em>Direzioni Provinciali del Lavoro</em>. In conclusione, se si può trovare un <em>fil rouge</em> che lega queste tra le più importanti disposizioni del &#8220;collegato lavoro&#8221; si deve dire (a caldo della sua approvazione) che il provvedimento appare ispirato ad una ferma e anche spregiudicata attenzione per i risvolti stragiudiziali delle vertenze di lavoro, con netta propensione a favorire la &#8220;monetizzazione&#8221; delle vertenze. Questo farà sicuramente storcere il naso ai &#8220;puristi&#8221; del diritto del lavoro (pronti a denunciare una &#8220;privatizzazione&#8221; e &#8220;mercificazione&#8221; del diritto del lavoro), ma tale politica del diritto appare del tutto coerente con la finalità che ha fin qui ispirato il governo Berlusconi: favorire l&#8217;aiuto e il sostegno al reddito dei lavoratori colpiti dalla crisi e dalla disoccupazione. Il Ministro Sacconi, su <em>Il Sole 24 Ore</em> di giovedì scorso, lo ha detto molto chiaramente: &#8220;la seconda tappa del &#8216;collegato lavoro&#8217; sarà la riforma degli ammortizzatori sociali&#8221;; e c&#8217;è da credergli, dal momento che le principali disposizioni del &#8216;collegato&#8217; effettivamente creano i presupposti per facilitare il radicamento degli &#8220;ammortizzatori&#8221; medesimi, nelle piccole e medie aziende, finora escluse. Un segno evidente che il Governo è fermo e compatto nel perseguire contro la crisi e la disoccupazione una &#8220;politica del fare&#8221;, a dispetto delle prefiche e dei catastrofisti di questi tempi.</p>
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		<title>Fisco, accelerare sul quoziente familiare</title>
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		<pubDate>Wed, 06 Jan 2010 10:37:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Armao</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href=http://www.arezzopolitica.it/2010/01/06/fisco-accelerare-sul-quoziente-familiare/><img src=http://originis.myblog.it/media/02/01/253162867.jpg class=imgtfe hspace=5 align=left width=100  alt="" /></a>A cura della Redazione &#8211; Accelerare l’introduzione del quoziente familiare. E’ la richiesta dell’Ugl in vista di un tavolo con il governo sulla riforma del sistema fiscale. Il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, ha espresso, infatti, l’intenzione di varare una riforma generale del sistema fiscale, con una consultazione generale. E in sede di confronto l’Ugl ribadirà, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://originis.myblog.it/media/02/01/253162867.jpg"><img class="alignleft" src="http://originis.myblog.it/media/02/01/253162867.jpg" alt="" width="400" height="267" /></a>A cura della Redazione &#8211; </strong>Accelerare l’introduzione del quoziente familiare. E’ la richiesta dell’Ugl in vista di un tavolo con il governo sulla riforma del sistema fiscale. Il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, ha espresso, infatti, l’intenzione di varare una riforma generale del sistema fiscale, con una consultazione generale. E in sede di confronto l’Ugl ribadirà, come ha spiegato il segretario confederale, Paolo Varesi, “che si acceleri sulla definizione di un fisco a misura di famiglia attraverso l’attuazione del quoziente familiare, previsto dal programma di governo e in linea con il federalismo fiscale”. L’Ugl da tempo è mobilitata a sostegno del quoziente familiare e dopo le due Giornate di iniziativa nazionali per la raccolta del firme, continua il proprio impegno a favore di una “una più equa distribuzione della ricchezza spostando l’attenzione del fisco dal singolo ai nuclei familiari. Il quoziente familiare oltre ad alleggerire le tasse a lavoratori dipendenti e pensionati, fortemente penalizzati dall’attuale sistema fiscale, consentirebbe inoltre, come dimostrato dove già in vigore, di incentivare l’occupazione femminile e agirebbe da catalizzatore per altri interventi a sostegno della famiglia”.</p>
<p>Intanto secondo una indagine del Corriere della Sera sulle dichiarazioni dei redditi del 2008, il reddito medio degli italiani è salito da 18.540 a 19.110 euro, un 3% in più che, tuttavia, non fa fare grandi salti in avanti nella classifica dei salari medi nei Paesi Ocse, dove l’Italia si posiziona al 23esimo posto tra i 30 Paesi più industrializzati del mondo, dietro anche alla Grecia e alla Spagna, e con stipendi inferiori del 17% rispetto alla media complessiva. Per il segretario confederale dell’Ugl Cristina Ricci “il vantaggio va per lo più al fisco, perché quando aumenta la base imponibile di coloro che le tasse le pagano da sempre a guadagnare è sopratutto lo Stato, mentre un nucleo familiare di 4 persone, magari con una sola entrata di 1500 euro al mese, deve continuare a fare i salti mortali per arrivare alla fine del mese, anche con un 3 per cento in più”. Inoltre si tratta di rilevazioni “che non testimoniano ancora l’impatto della crisi, iniziata negli ultimi mesi del 2008 per poi manifestarsi più negativamente nel 2009 sotto i colpi di cassa integrazione, di tante crisi aziendali con relativa fuoriuscita di posti di lavoro e riduzione di reddito”.</p>
<p><strong>Fonte: www.ugl.it<br />
</strong></p>
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		<title>Violenza donne, Polverini: «rafforzare azione di contrasto a forme di intolleranza e violenza»</title>
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		<pubDate>Thu, 10 Sep 2009 21:23:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Armao</dc:creator>
				<category><![CDATA[Sindacato]]></category>
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		<description><![CDATA[<a href=http://www.arezzopolitica.it/2009/09/10/violenza-donne-polverini-%c2%abrafforzare-azione-di-contrasto-a-forme-di-intolleranza-e-violenza%c2%bb/><img src=http://media.panorama.it/media/foto/2007/06/06/482ec2a88fc65_normal.jpg class=imgtfe hspace=5 align=left width=100  alt="" /></a>Redazione.
L’appello del «presidente Napolitano a proseguire sulla strada della piena affermazione dei diritti delle donne sia di sprone per rafforzare l&#8217;azione di contrasto alle discriminazioni e a qualunque forma di violenza e per garantire concretamente pari dignità e pari diritti per le donne».
Lo dichiara il segretario generale dell’Ugl, Renata Polverini che ha partecipato questa mattina all&#8217;apertura [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://media.panorama.it/media/foto/2007/06/06/482ec2a88fc65_normal.jpg"><img class="alignleft" src="http://media.panorama.it/media/foto/2007/06/06/482ec2a88fc65_normal.jpg" alt="" width="416" height="304" /></a>Redazione.</strong></p>
<p>L’appello del «presidente Napolitano a proseguire sulla strada della piena affermazione dei diritti delle donne sia di sprone per rafforzare l&#8217;azione di contrasto alle discriminazioni e a qualunque forma di violenza e per garantire concretamente pari dignità e pari diritti per le donne».</p>
<p>Lo dichiara il segretario generale dell’Ugl, Renata Polverini che ha partecipato questa mattina all&#8217;apertura della Conferenza internazionale contro la violenza sulle donne.</p>
<p>«Il Capo dello Stato – aggiunge &#8211; ha richiamato l&#8217;attenzione alle violenze domestiche, da quelle più brutali come lo stupro e le mutilazioni genitali, a quelle che ancora le donne subiscono nei luoghi di lavoro contro le quali il sindacato da sempre si batte affinché le lavoratrici non siano vittime di vessazioni, di mobbing o di pratiche odiose come le dimissioni in bianco.</p>
<p>Il G8 dedicato alle donne voluto dal ministro Carfagna, che ha rimarcato come la lotta contro la violenza sulle donne sia una priorità del governo, rappresenta senza dubbio una importante occasione per approfondire un tema delicato, che riguarda tanto i paesi ricchi quanto quelli più poveri, e che unitariamente va affrontato per dare un segnale deciso di reazione e di azione». «Dopo i fatti gravi che si sono verificati di recente nel nostro Paese contro donne, anche giovanissime, ma anche contro omosessuali, è importante che sia forte il rifiuto di ogni forma di intolleranza, per questo – conclude &#8211; l’Ugl ha aderito alla fiaccolata contro ogni forma di violenza che si svolgerà a Roma il 24 settembre, e che vede unite tutte le istituzioni locali, per ribadire il proprio impegno per tutti coloro i quali ancora oggi in Italia e nel mondo vengono discriminati a causa del sesso o della razza e per una compiuta affermazione dei diritti umani».</p>
<p>Fonte : ufficio stampa dell’UGL di Roma</p>
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		<title>Il Capo dello Stato: basta faziosità su Marco Biagi</title>
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		<pubDate>Sat, 21 Mar 2009 11:50:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Armao</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica Nazionale]]></category>
		<category><![CDATA[Sindacato]]></category>
		<category><![CDATA[marco biagi]]></category>
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		<description><![CDATA[<a href=http://www.arezzopolitica.it/2009/03/21/il-capo-dello-stato-non-dimenticare-marco-biagi/><img src=http://digilander.libero.it/inmemoria/foto/biagi.jpg class=imgtfe hspace=5 align=left width=100  alt="" /></a>Redazione
Il Capo dello Stato è stato chiaro e netto: Marco Biagi ha pagato il clima di faziosità e odio. Ha pagato un approccio distorto “che impedisce ogni riconoscimento obiettivo del valore di ricerche e proposte come quelle portate avanti da Marco Biagi, con la stessa indipendenza di giudizio, in due diverse fasi politiche”. E ancora: [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://digilander.libero.it/inmemoria/foto/biagi.jpg"><img class="alignleft" src="http://digilander.libero.it/inmemoria/foto/biagi.jpg" alt="" width="260" height="276" /></a>Redazione</strong></p>
<p>Il Capo dello Stato è stato chiaro e netto: Marco Biagi ha pagato il clima di faziosità e odio. Ha pagato un approccio distorto “che impedisce ogni riconoscimento obiettivo del valore di ricerche e proposte come quelle portate avanti da Marco Biagi, con la stessa indipendenza di giudizio, in due diverse fasi politiche”. E ancora: “Lo spirito di fazione impedisce di apprezzare gli elementi di continuità che si possono presentare in un campo dell’azione di governo e parlamentare come quello delle politiche del lavoro”.<br />
C’era anche Guglielmo Epifani ad ascoltarlo e qualcuno ha voluto cogliere nella presenza del leader della Cgil un possibile cambio di clima,”la chiusura della stagione della dura contrapposizione tra la Cgil di Cofferati e il precedente governo Berlusconi delle polemiche e dei contrasti che hanno accompagnato il varo stesso della legge Biagi” (Il Sole 24 Ore).<br />
Purtroppo, nelle parole di commento di Epifani al discorso del Presidente, di questo cambiamento di clima non v’è cenno. Il segretario della Cgil si è limitato ad apprezzare “il richiamo a operare nel campo delle tutele e delle garanzie per coloro che ne sono privi”. Non una parola sulle sollecitazioni del Presidente per un riconoscimento alle proposte di Biagi, per un apprezzamento degli elementi di continuità sui quali proseguire nell’azione di riforma del mercato del lavoro, per uscire “da logiche puramente difensive e non farsi guidare da vecchi riflessi d’arroccamento attorno a visioni e conquiste del passato”.<br />
Il leader della Cgil era chiamato a rispondere a una serie di domande implicite del discorso di Napolitano:<br />
•	ritiene ancora che la legge Biagi abbia bruciato una intera generazione condannandola alla precarietà e all’emarginazione?<br />
•	è d’accordo sullo “spirito limaccioso” delle sue proposte, a suo tempo evocato da Cofferati?<br />
•	Ritiene ancora, lui con la Cgil, che la legge Biagi vada abrogata e riscritta?<br />
•	È ancora dell’opinione che tale legge sia “simbolo di un disegno culturale e ideologico che va cancellato”?<br />
Quando Epifani esprimeva queste opinioni, mai contraddette, il presidente di Federmeccanica e oggi deputato del Pd, Massimo Calearo (altri tempi) gli rispondeva: “Le dichiarazioni di Epifani sulla legge Biagi rendono più difficile il confronto”. E il segretario della Fiom Giorgio Cremaschi parlava di una legge –macigno sulla strada di una concertazione già morta, di conflitto sociale inevitabile.<br />
La divisione sindacale sulla riforma della contrattazione, le posizioni di questi giorni della Cgil sulla crisi, gli scioperi politici, le manifestazioni separate: tutto sta a dimostrare che il sindacato di corso d’Italia muove nella direzione evocata da Cremaschi, grande elettore dell’attuale segretario. Per questo Epifani non poteva dire nulla di più e nulla di diverso.<br />
Non basta la presenza fisica a un convegno per affermare che è cambiato un clima. Perché non è così.</p>
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		<title>Statali si cambia. Il Ministro Brunetta ad Arezzo per spiegare la Riforma.</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Feb 2009 05:47:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Armao</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica Nazionale]]></category>
		<category><![CDATA[Sindacato]]></category>
		<category><![CDATA[riforma]]></category>
		<category><![CDATA[statali]]></category>

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		<description><![CDATA[<a href=http://www.arezzopolitica.it/2009/02/27/statali-si-cambia-il-ministro-brunetta-ad-arezzo-per-spiegare-la-riforma/><img src=http://becommerciale.it/files/2009/09/brunetta.jpg class=imgtfe hspace=5 align=left width=100  alt="" /></a>Redazione
Sabato 28 febbraio alle ore 17.00 presso l&#8217;Hotel Minerva ad Arezzo il Ministro Renato Brunetta spiega la sua Riforma.
Una riforma per il dopo-crisi. Dopo quella della scuola e dell’Università, tocca ora alla Pubblica amministrazione. Interventi – a costo zero -che faranno trovare un’Italia più competitiva una volta concluso questo ciclo congiunturale.
Il voto finale di ieri [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://becommerciale.it/files/2009/09/brunetta.jpg"><img class="alignleft" src="http://becommerciale.it/files/2009/09/brunetta.jpg" alt="" width="360" height="241" /></a>Redazione</strong></p>
<p><strong>Sabato 28 febbraio alle ore 17.00 presso l&#8217;Hotel Minerva ad Arezzo il Ministro Renato Brunetta spiega la sua Riforma.</strong></p>
<p>Una riforma per il dopo-crisi. Dopo quella della scuola e dell’Università, tocca ora alla Pubblica amministrazione. Interventi – a costo zero -che faranno trovare un’Italia più competitiva una volta concluso questo ciclo congiunturale.<br />
Il voto finale di ieri al Senato (con il pilatesco atteggiamento dell’opposizione: uscita dall’aula) segna una vera e propria “rivoluzione” – come l’ha definita Brunetta – nel rapporto dello Stato con il cittadino.<br />
D’ora in avanti, la pubblica amministrazione diventerà “trasparente”. Ogni cittadino potrà conoscere il rendimento di un dipendente pubblico: verrà premiato chi fa il suo lavoro; non sarà più “coperto” chi non lo fa. Fino a prevedere sanzioni non solo per il dipendente che si finge malato, ma anche per il medico che firma il certificato.<br />
È improprio definire la riforma della Pubblica amministrazione come un provvedimento anti-fannulloni. Certo, gli assenteisti saranno puniti (è previsto il licenziamento nei casi estremi), ma le misure contenute puntano a riformare dal profondo le regole del lavoro pubblico; agevolata, per esempio, la mobilità interna alle pubbliche amministrazioni: soluzione che dovrebbe sanare la carenza di organici nel Nord. Verrà, poi, creata un’Autorità che dovrà valutare la trasparenza e l’efficienza delle diverse amministrazioni, segnalando quelle virtuose e quelle meno.<br />
Ovviamente contro la riforma si è schierata la Cgil. Senza considerare che ancora una volta la sua è una battaglia conservatrice e di retroguardia. Che non tiene in considerazione come soltanto una pubblica amministrazione efficiente consenta di ridurre sprechi e destinare risorse verso spese di sostegno del reddito di chi soffre realmente la crisi.</p>
<p>Una pubblica amministrazione-casa di vetro dunque, dove tutti i cittadini possono conoscere, tramite internet, le valutazioni sulla carriera dei pubblici funzionari; un’Authority per la trasparenza e la valutazione; un meccanismo di premi per chi lavora bene e di sanzioni che possono arrivare fino al licenziamento per i dipendenti assenteisti. Sono questi i punti qualificanti del disegno di legge–Brunetta finalizzato “all’ottimizzazione della produttività del lavoro pubblico” (come recita il frontespizio del provvedimento meglio noto come “ddl antifannulloni”) che, con il voto del Senato, è stato convertito in legge. Ecco gli aspetti principali del provvedimento.</p>
<p>Trasparenza &#8211; Il disegno di legge assicura la totale accessibilità dei dati relativi ai servizi resi dalla pubblica amministrazione con la disponibilità di accedere, mediante la rete internet, a tutti i dati sui quali si basano le valutazioni sui dipendenti.</p>
<p>Cartellini obbligatori &#8211; Il personale a contatto con il pubblico deve indossare un cartellino identificativo ed esporre sulla scrivania una targa indicante nome e cognome.<br />
Authority &#8211; Ha il compito di valutare gli standard e i meccanismi di premialità, non la funzione di controllare l’efficienza dei circa 3,7 milioni di dipendenti pubblici ma di valutare il buon funzionamento dei nuclei di controllo, previsti dalla legge Bassanini, che presiedono alla valutazione degli enti pubblici. Questo consentirà di vedere quali sono le amministrazioni più virtuose e quelle meno virtuose. È indipendente e sarà composta da non più di cinque persone, scelte tra persone di elevata professionalità che non abbiano interessi in conflitto con le sue funzioni.</p>
<p>Quattro milioni di euro per l’innovazione &#8211; Somma destinata a progetti sperimentali ed innovativi per diffondere e raccordare le metodologie della valutazione tra amministrazioni centrali e enti territoriali.</p>
<p>Premi &#8211; Una parte del monte salari complessivo sarà destinata a premiare coloro che conseguiranno le valutazioni migliori. È prevista una delega specifica per introdurre meccanismi per valorizzare il merito e incentivare la produttività. Per i dirigenti, è già stato stabilito almeno al 30% in più della retribuzione di base.</p>
<p>Sanzioni &#8211; Rimangono quelle in vigore ma sono resi cogenti gli obblighi che hanno i dirigenti di far rispettare gli standard di efficienza e di applicare le sanzioni, fino a prevedere il licenziamento nei casi più gravi. La sanzione opera da subito in attesa della sentenza della Magistratura. Una piccola rivoluzione viste le lungaggini del sistema giudiziario. Ci sono meccanismi più rigorosi sui controlli medici durante il periodo di assenza del dipendente che in caso di falso certificato rischia il licenziamento. Previsto il licenziamento per giusta causa del medico, se è pubblico dipendente, nel caso in cui rilasci un falso certificato di malattia.</p>
<p>Class action &#8211; È prevista l’azione collettiva nei confronti delle pubbliche amministrazioni. Per il risarcimento del danno si applica la disciplina vigente.</p>
<p>Riforma dei contratti pubblici &#8211; Per migliorare l’efficienza della contrattazione collettiva è prevista una riforma dell’Aran, l’Agenzia per la rappresentanza negoziale delle Pubbliche amministrazioni.</p>
<p>Permanenza dirigenti in sedi destinazione &#8211; Per almeno un quinquennio stabilisce la legge.</p>
<p>Mobilità agevolata &#8211; In caso di carenze di organico si possono spostare i dipendenti.</p>
<p>Per dirigenti stage all’estero &#8211; La durata della formazione in uno dei paesi europei non dovrà essere inferiore a 4 mesi.</p>
<p>Tetto di 40 anni &#8211; Il conteggio del tetto massimo di anzianità previsto di quarant’anni dovrà essere di servizio effettivo e non contributivo.</p>
<p>Primari ospedalieri &#8211; Sono equiparati ai primari dei policlinici universitari per il trattamento pensionistico, vanno anche loro in pensione a 70 anni.</p>
<p>Corte dei conti &#8211; I magistrati contabili possono svolgere controlli, su richiesta di Parlamento e governo, sull’ attività delle amministrazioni, informando il ministro se accertano irregolarità.</p>
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		<title>Accordo storico sugli ammortizzatori sociali</title>
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		<pubDate>Sat, 14 Feb 2009 09:15:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Armao</dc:creator>
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Redazione

Otto miliardi per gli ammortizzatori sociali: l’accordo raggiunto con le Regioni è un’altra tappa fondamentale nella strategia del Governo per contrastare la crisi. Un accordo che taglia le gambe alla protesta della Cgil e al piano anticrisi del governo-ombra del Pd, nonché allo sciopero generale che il sindacato di Epifani ha annunciato per il [...]]]></description>
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<p class="MsoNormal"><strong><a href="http://www.lastampa.it/redazione/cmssezioni/economia/200812images/cassa_integrazione01g.jpg"><img class="alignleft" src="http://www.lastampa.it/redazione/cmssezioni/economia/200812images/cassa_integrazione01g.jpg" alt="" width="300" height="230" /></a>Redazione<br />
</strong></p>
<p class="MsoNormal">Otto miliardi per gli ammortizzatori sociali: l’accordo raggiunto con le Regioni è un’altra tappa fondamentale nella strategia del Governo per contrastare la crisi. Un accordo che taglia le gambe alla protesta della Cgil e al piano anticrisi del governo-ombra del Pd, nonché allo sciopero generale che il sindacato di Epifani ha annunciato per il 4 aprile, cavalcando proprio la parola d’ordine del sostegno ai redditi dei lavoratori delle aziende travolte dalla crisi.</p>
<p class="MsoNormal">L’accordo dà il via libera all’utilizzo di 5,35 miliardi di fondi nazionali e di 2,65 miliardi regionali. Le Regioni, inoltre, hanno ottenuto l’esclusione dal Patto di stabilità interno delle spese di investimento nel 2008. Gli otto miliardi per ammortizzatori in deroga sono risorse che verranno utilizzate per tutta quella platea di lavoratori di aziende che attualmente e con le regole vigenti non sono coperti dalla cassa integrazione ordinaria. Entro quindici giorni il Cipe varerà la delibera di ripartizione dei fondi tra le Regioni rispetto ai singoli programmi.<span id="more-803"></span></p>
<p class="MsoNormal">Si tratta di un accordo a suo modo storico, che è stato salutato con soddisfazione non solo dal governo ma anche dal presidente della delegazione regionale Vasco Errani, dal segretario della Cisl Raffaele Bonanni e dal Segretario Generale della UGL, Renata Polverini i quali hanno approfittato per porre l’accento sulla differenza di strategia tra sindacati: quelli che portano a casa risultati per i lavoratori (“cassa integrazione per tutti coloro che possono perdere il posto di lavoro”) e quelli –anzi quello – come la Cgil che scelgono la strada di uno sciopero “che non è sindacale, ma politico”.</p>
<p class="MsoNormal">Il governo, con questo accordo, ha messo l’ennesimo puntello alla sua strategia di contrasto ad una crisi epocale. Quello italiano è stato uno dei primi governi a garantire i risparmi degli italiani con uno scudo al sistema del credito; poi gli aiuti alle categorie più deboli (bonus, social card); quindi i 16,6 miliardi destinati alle infrastrutture; recentemente il sostegno all’auto, alle industrie del “bianco” e del mobile, alla componentistica , nell’ottica anche di rilanciare i consumi; ora gli ammortizzatori sociali per i lavoratori non coperti dalla Cig e la deroga sulle spese per investimenti delle Regioni. Una serie di provvedimenti che sgretola le accuse di inattività mosse al governo da opposizione e Cgil.</p>
<p class="MsoNormal">Basterà tutto questo? Chi guarda con obiettività e non con il paraocchi dell’ideologia (e dell’antiberlusconismo) a quello che sta accadendo non può non constatare che ci troviamo di fronte a una crisi epocale, sui cui esiti nessuno al mondo (né Obama, nè Fmi, né Fed) ha le idee chiare e che colpisce duramente -tanto e quanto l’Italia &#8211; economie ben più corazzate (è di ieri il dato di un calo del 2,1% del Pil della Germania nel quarto trimestre 2008). Il governo sta facendo il suo mestiere e bene, risponde con i fatti, tiene dritta la barra dei conti pubblici, non cede – a differenza di altri- a tentazioni protezionistiche. Più serio dei suoi oppositori interni, più coerentemente europeo di altri governi che Epifani porta ad esempio: cioè quella di una Francia che vorrebbe travasare direttamente i soldi dalla casse dello Stato a quelle dei costruttori d’auto nazionali.</p>
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		<title>MARCEGAGLIA: SERVE WELFARE E CONTRATTO PRO-GIOVANI</title>
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		<pubDate>Sat, 31 Jan 2009 05:55:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Armao</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href=http://www.arezzopolitica.it/2009/01/31/davos-marcegaglia-serve-welfare-e-contratto-pro-giovani/><img src=http://media.panorama.it/media/foto/2008/03/14/482f4b99bdf85_normal.jpg class=imgtfe hspace=5 align=left width=100  alt="" /></a>ANSA &#8211; 2009-01-30 21:18 di Corrado Chiominto
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			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://media.panorama.it/media/foto/2008/03/14/482f4b99bdf85_normal.jpg"><img class="alignleft" src="http://media.panorama.it/media/foto/2008/03/14/482f4b99bdf85_normal.jpg" alt="" width="416" height="340" /></a>ANSA &#8211; 2009-01-30 21:18 di Corrado Chiominto</strong></p>
<p>ROMA &#8211; Bisogna fare &#8216;&#8217;spazio ai giovani&#8221;. Cambiare cosi&#8217; un welfare che spende tutto in pensioni, un sistema scolastico che non sa premiare le eccellenze, un mercato del lavoro che non tiene conto della meritocrazia: dove gli anziani sono inamovibili e i giovani precari. Il presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, assieme a un nutrito drappello di banchieri (Profumo di Unicredit e Passera di IntesaSanPaolo) e imprenditori (Galateri di Telecom, Moretti Polegato di Geox, James Murdoch di Sky Italia, Robert Polet di Gucci) lancia da Davos un appello. L&#8217;Italia penalizza le sue giovani generazioni e in questo modo distrugge il suo futuro.<span id="more-703"></span> Allora &#8221;bisogna sfruttare la crisi per riconvertire il sistema e dare piu&#8217; potere ai giovani&#8221;. I nodi da affrontare sono tanti, ma due appaiono piu&#8217; vistosi. Il primo e&#8217; nel mondo del lavoro dove &#8211; per dirla con le parole di Marcegaglia &#8211; c&#8217;e&#8217; un forte divario tra &#8221;i lavoratori anziani di fatto stabili e inamovibili, e i giovani che invece sono precari&#8221;. Lo dice anche l&#8217;amministratore delegato di Unicredit, Alessandro Profumo. </p>
<p>&#8221;Bisogna ripensare anche il sistema delle carriere, per fare spazio ai giovani e, nel contempo, utilizzare le capacita&#8217; degli anziani in altre mansioni&#8221;, spiega, e aggiunge di esser pronto a dare l&#8217;esempio, ricordando che aveva gia&#8217; detto che sarebbe andato in pensione a 60anni. &#8221;Anche prima&#8221;, afferma ora ridendo. Per risolvere questo divario, la soluzione potrebbe arrivare da un contratto unico anti-gap, &#8221;anti-disparita&#8221;, che unisca giovani e anziani. Su questo &#8211; ricorda Marcegaglia &#8211; anche il Partito Democratico sta lavorando.</p>
<p> &#8221;Il nodo si affronta non con licenziamenti piu&#8217; facili &#8211; mette in chiaro la &#8216;numero uno&#8217; degli industriali italiani &#8211; ma studiando un contratto unico che preveda inizialmente meno tutele e poi progressivamente un loro aumento, evitando cosi&#8217; l&#8217;attuale segmentazione troppo netta tra anziani e giovani&#8221;. </p>
<p>Lo dice anche Passera, criticando l&#8217;attuale sistema di carriera, che &#8221;dalla pubblica amministrazione alla giustizia, e&#8217; basato sull&#8217;anzianita&#8221;&#8217;. La parola chiave, piu&#8217; volta richiamata da Marcegaglia, e&#8217; &#8221;meritocrazia&#8221;. Ma non serve solo questo. &#8221;Bisogna migliorare il contesto per i giovani: da sempre loro sanno trovare la loro strada e superare i vecchi &#8211; sostiene Passera &#8211; Ma noi abbiamo la responsabilita&#8217; di creare le basi per dare loro maggiore spazio&#8221;. Un processo &#8211; spiega il numero uno di Gucci, Robert Polet &#8211; che passa anche attraverso le mamme: &#8221;In Italia tra mamme e nonne tengono a casa i figli fino a 33 anni, mentre all&#8217;estero vengono buttati fuori da casa a 18 anni&#8221;. Sul tappeto c&#8217;e&#8217; anche il tema del welfare, che in Italia non puo&#8217; che essere declinato con la parola pensioni. Il sistema &#8211; affermano tutti i protagonisti &#8211; &#8221;va ripensato&#8221;. </p>
<p>&#8221;E&#8217; tutto spostato sugli anziani&#8221;, dice Passera, e aggiunge che non favorisce la mobilita&#8217; sociale, ad esempio sostenendo i giovani studenti. Lo ribadisce in modo piu&#8217; deciso Marcegaglia. &#8221;&#8217;Abbiamo un sistema di welfare che passa tutto per le pensioni, agli anziani &#8211; spiega &#8211; senza dare un euro per i sussidi di disoccupazione per i giovani e per le donne che hanno figli. Tutto il welfare e&#8217; pensato per un sistema di lavoro indeterminato, maschile, per aziende che non cambiano mai&#8221;. Porta la sua esperienza anche James Murdoch, giovane presidente europeo di News Corporation. Parla di Sky Italia che &#8221;in 4 anni ha creato 10 mila posti&#8221; con i forti investimenti (1,5 miliardo e mezzo negli ultimi 5 anni) &#8221;nonostante si lavori in un contesto avverso&#8221;. Non parla espressamente della Sky Tax prevista dal decreto anti-crisi ma mette tra i punti da superare anche &#8221;la imprevedibilita&#8217; del sistema fiscale italiano&#8221;. La sua Tv, racconta, ha comunque puntato sui giovani talenti italiani. Ma &#8211; se si vuole davvero aprire ai giovani &#8211; l&#8217;Italia deve muoversi e, ora, con la crisi si trova davanti &#8221;ad un crocevia&#8221;: deve fare attenzione a non sbagliare la strada.</p>
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