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	<title>Arezzo Polis &#187; Varie</title>
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	<description>Spazio di dibattito politico e critica culturale</description>
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		<title>Cinema d&#8217;estate/04)- Tutti a casa (1960) di Luigi Comencini</title>
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		<pubDate>Fri, 23 Jul 2010 22:00:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Frabetti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href=http://www.arezzopolitica.it/2010/07/24/cinema-destate04-tutti-a-casa-1960-di-luigi-comencini/><img src=http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/07/tutti-a-casa-150x150.jpg class=imgtfe hspace=5 align=left width=100  alt="" /></a>di Giorgio Frabetti- “I tedeschi si sono alleati con gli Americani”: grida Sordi, ufficiale italiano, nel film Tutti a Casa (Luigi Comencini, 1960), quando si vede sparare addosso dai tedeschi, del tutto ignaro che è stata diramata la notizia dell’Armistizio di Cassibile, del tutto ignaro che i tedeschi hanno l’ordine di rappresaglia verso gli italiani. Mai [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-4484" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/07/tutti-a-casa.jpg" alt="tutti a casa" width="450" height="330" />di <strong>Giorgio Frabetti</strong>- “I tedeschi si sono alleati con gli Americani”: grida Sordi, ufficiale italiano, nel film <em>Tutti a Casa</em> (Luigi Comencini, 1960), quando si vede sparare addosso dai tedeschi, del tutto ignaro che è stata diramata la notizia dell’Armistizio di Cassibile, del tutto ignaro che i tedeschi hanno l’ordine di rappresaglia verso gli italiani. Mai si è potuta trovare frase migliore per sintetizzare la surreale (e tragica) esperienza dell’armistizio dell’08 settembre 1943, che ha colto di sorpresa la non brillante, ma diligente e fin lì ligia e scrupolosa truppa italiana e i suoi ufficiali di complemento, scopertasi nemica dei tedeschi improvvisamente, per imperscrutabili disegni dei politici, senza capire perché, e per come. Non voglio dilungarmi troppo a dire cose risapute su questo grande film. Quello che posso dire è che <em>Tutti a casa </em>non è solo la rievocazione dell’08 settembre 1943, con il suo tragico bagaglio di disillusioni, seguite alle speranze di grandezza e di forza politica dell’Italia coltivate dal fascismo. <em>Tutti a casa</em> è un film che registra  a livello di mitopoiesi cinematografica (prima che a livello di cronaca) la mutazione genetica dell&#8217;Italiano medio e della narrativa della storia dell&#8217;italia fin lì in uso. Tutti a casa, in particolare, ci vuole dire che, con l’08 settembre è nato un nuovo tipo di italiano. O meglio, sulle ceneri della narrativa “nazionale” del Risorgimento, dell’interventismo, di Caporetto al fascismo, è emersa una nuova narrativa della storia italiana e del tipo di italiano. Non più (come fino al fascismo) il cittadino “integrato” in una storia nazionale alla pari di francesi, tedeschi etc, ma uno sradicato, senza Patria, dissociato da qualsiasi appartenenza ad una “comunità di destino” politica, nazionale: l’eterno Bertoldo, l’eterno <em>Franza o Spagna purchè se magna</em>! Correlato ad un racconto il cui tema principale è la fine di una solidarietà nazionale (esercito, ma non solo), è l&#8217;intonazione tipicamente picaresca del film. Il film sembra, cioè, dirci che dopo che l&#8217;08 settmebre ha segnato la fine di qualsiasi illusione di proiettare la Storia italiana al SUBLIME e all&#8217;IDEALE, quello che resta della Storia italiana è una grande COMMEDIA UMANA, dove i caratteri più disparati si incontrano, si incrociano e si combinano con possibilità infinite. E&#8217; questa l&#8217; atmosfera confusa e surreale dove il mondo si capovolge, dove i tedeschi che si alleano con gli americani, dove  Sordi, ufficiale un po’ ottuso, ma leale con i compagni, li tradisce con la donna che fa &#8220;la borsa nera&#8221; della farina, per mangiare e per arrivare più presto a casa. Di qui, la tragica parabola del personaggio di Sordi: ufficiale piccolo borghese entusiasta della guerra, si trova, coinvolto in un &#8216;viaggio di formazione&#8217; in cui deve imparare amaramente a BASTARE A SE STESSO; a contare sulle sua capacità di ARRANGIARSI. Dovrà imparare ad essere l&#8217;italiano di tutti i tempi, il SENZA PATRIA, l&#8217;eterno Bertoldo perennemente disincantato sui potenti. Il film concede a Sordi una <em>chanche</em> di riscatto, nel combattimento contro i tedeschi nell&#8217;insurrezione di Napoli del 28 settembre 1943. Ma il suo è un VOLONTARIATO SOLITARIO, di uno SRADICATO che ha già perso la PATRIA. La parabola conclusiva del viaggio sembra questa: la dissoluzione dell&#8217;esercito italiano dell&#8217;08 settembre rivela l&#8217;incapacità atavica degli italiani di FARE CORDATA. In questo senso, la morale (amara) del finale, che segue un racconto che è il concatenersi di uno sfacelo nazionale, potrebbe essere tranquillamente questa: gli italiani potranno essere capaci di eroismo individuale (come Sordi a Napoli), ma non saranno un esercito, una Nazione, perchè NON SANNO FARE SQUADRA. Un grande film, da vedere e da meditare.</p>
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		<title>Cinema d&#8217;estate/03)- La casa dalle finestre che ridono di Pupi Avati (1976)</title>
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		<pubDate>Fri, 16 Jul 2010 22:48:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Frabetti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href=http://www.arezzopolitica.it/2010/07/17/cinema-destate03-la-casa-dalle-finestre-che-ridono-di-pupi-avati-1976/><img src=http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/07/casadallefinestrecheridono-150x150.jpg class=imgtfe hspace=5 align=left width=100  alt="" /></a>di Giorgio Frabetti-  Molto apprezzato come horror padano, &#8221;La Casa dalle finestre che ridono&#8221; merita a tutt&#8217;oggi un&#8217;ermenuetica più profonda che ne sveli i segreti di tanta forza espressiva; cosa che la critica finora ha trascurato di fare. Come dirò nel prosieguo di questo post, infatti, sarebbe riduttivo giudicare il film solo in base &#8230; agli effetti, ovvero [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-4424" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/07/casadallefinestrecheridono.jpg" alt="casadallefinestrecheridono" width="432" height="286" />di <strong>Giorgio Frabetti</strong>-  Molto apprezzato come <em>horror</em> padano, &#8221;La Casa dalle finestre che ridono&#8221; merita a tutt&#8217;oggi un&#8217;ermenuetica più profonda che ne sveli i segreti di tanta forza espressiva; cosa che la critica finora ha trascurato di fare. Come dirò nel prosieguo di questo <em>post</em>, infatti, sarebbe riduttivo giudicare il film solo in base &#8230; agli effetti, ovvero come un &#8220;film di genere&#8221; più o meno riuscito: lungi dal rimanere alla superficie del film, occorre coglierne l&#8217;anima profonda; senza la quale non si potrebbe davvero cogliere ed apprezzare l&#8217;eccezionale sforzo espressivo e mitopoietico di Avati. Certo, se si considera la meccanica del film, la sua efficacia, la sua <em>suspence</em>, non è facile trovare un film capace di restituire la stessa sensazione di paura e di angoscia: una paura profonda, fisica, una paura che ti prende, ti travolge, ti cattura e non ti lascia. Abbiamo forse dimenticato la straordinaria scena finale? Dove il parroco  si toglie l&#8217;abito talare e , davanti al protagonista Capolicchio, ferito e moribondo, si rivela &#8230; una donna e per di più una delle due assassine?  E&#8217; possibile dimenticare questo straordinario effetto di straniamento, dove  allo stesso spettatore pare di essere una cosa sola con le rivelazioni folli, extra-normali del protagonista?  Straniamento, effetti extra-normali, dicevamo. E certo, come in tutti i film gotici che si rispettino non può mancare nemmeno qui il <em>locus communis</em> del &#8220;quadro&#8221;. Come in Dario Argento, come ne <em>L&#8217;uccello dalle piume di cristallo</em> (1970), come in <em>Profondo Rosso</em> (1972), anche qui il quadro è il vettore dell&#8217;azione. Il quadro, cioè, che, nelle convenzioni di tutti i racconti gotici, si presta meglio di tutti a rappresentare le &#8220;rivelazioni sottili&#8221; e maledette dei protagonisti, puntualmente oggetto di esperienze abnormi e puntualmente travolti da esse. Come il quadro di <em>Profondo Rosso</em>, così il quadro di Buono Legnani contiene una testimonianza che solo chi è &#8220;maledetto&#8221; (Stefano) e condannato a morire può ricevere (per gli altri resta l&#8217;oblio, il dimenticatoio). E&#8217; un quadro <em>naif</em>  che riproduce uno strano Martirio di S. Sebastiano dipinto da Buono Legnani, artista sifilittico, defunto da lunghi anni e noto come &#8220;il pittore delle agonie&#8221; per la passione di riprodurre i moribondi.  Convinto inizialmente che sia solo la riproduzione folle e gratuita di un nuovo, ma innocuo Ligabue, reso folle dalla solitudine desolata della campagna paludosa Ferrarese, ben presto il protagonista Stefano (Lino Capolicchio) comprende, dopo alcune morti misteriose, che il &#8220;quadro maledetto&#8221; nasconde la terribile testimonianza di un &#8220;patto di sangue&#8221; tra il pittore e le sue sorelle, legate a lui da una passione incestuosa e necrofila: per tornare in vita e per mantenere i rapporti con le sorelle anche dopo morto, il pittore chiede loro che gli portino &#8220;modelli&#8221;, ovvero cadaveri da dipingere! E  le sorelle puntualmente, folli e succubi, eseguono, compiendo sacrifici umani, per lo più di contadini, riprodotti nell&#8217;atto in cui vengono scuoiati come maiali, come nella scena riprodotta nel quadro di S. Sebastiano. Certo, fin qui siamo negli stereotipi del genere gotico; ma &#8220;La Casa dalle Finestre che ridono&#8221; è anche altro. Di solito, quando si guarda un film horror (vedi Dario Argento) si rimane colpiti dagli effetti, ma non si presta attenzione alla storia, ritenuta solo &#8220;pretesto&#8221; occasione per effetti terrorifici mirabolanti e niente più. Ebbene, così non è per l&#8217;horror padano di Pupi Avati: le emozioni che restituisce, infatti, toccano corde profonde e direi quasi più sottili, primitive ed elementari. Al riguardo, esiste una parola greca che esprime questa sottile sensazione ed è la parole <em>deinòs</em>: parola intraducibile in italiano, ma che allude alla radicale ambiguità (misto di orrore e stupore insieme) delle esperienze &#8220;radicalmente altre&#8221;, allucinate e straniate rispetto all&#8217;ordinario. Ecco, quindi, che la paura cui Avati riesce ad attingere è qualcosa di più dalla paura indotta .. dagli effetti, dall&#8217;intreccio. Viceversa, la paura del film nasce da una straordinaria forza mitopoietica, che attinge direi quasi a paradigmi originari ed ad archetipi del terrore, dell&#8217;orrore, in modo non del tutto dissimile a certe pagine del <em>Necronomicon</em> di Lovecraft. Questo livello in particolare  si coglie nel film negli insistenti riferimenti ai temi della morte-sangue-rinascita, del sacrificio-sangue-rinascita, che è alla base del &#8220;quadro maledetto&#8221; di S.Sebastiano e delle sedute &#8220;necrofile&#8221; tra il pittore e le sorelle. Una tematica, che, per altro, lungi dall&#8217;essere un tema di pura e gratuita fantasia, è tematica di grande rilievo culturale e letterario, se non altro perchè pare coinvolgere il classico mito contadino della &#8220;rinascita&#8221;, essenzialmente legato al ritmo delle stagioni e all&#8217;uccisione periodica degli animali, come il maiale (vedi il mito di Persefone, che si divde tra la terra e l&#8217;Oltre tomba). E&#8217; causale, allora, che ne &#8220;La Casa &#8230;&#8221; ritornino motivi di &#8220;cultura contadina&#8221; già fatti oggetto della speculazione mitica e letteraria di Cesare Pavese? Nessuno lo ha spiegato, ma certo questo parallelismo (voluto o accidentale che sia) esiste! Si veda, in particolare, &#8221;Paesi tuoi&#8221;: anche lì c&#8217;è un incesto, anche lì c&#8217;è una morte innocente (Gisella),  considerata dalla critica (Nay-Zaccaria) come simbolo del &#8220;tributo offerto dal contadino alla terra , di cui alimenta l&#8217;eterno vitalismo&#8221;. Sul punto, poi, è rimarchevole il parallelismo tra questo tema e i &#8220;Dialoghi con Leucò&#8221; dello stesso Pavese, specie nel Dialogo &#8220;l&#8217;ospite&#8221; dove l&#8217;Autore narra di un &#8220;sacrificio umano&#8221; facendone traslato allegorico del &#8220;sacrificio&#8221; in cui consiste la vita del contadino: &#8220;Tutti questi villani &#8230; saluteranno con canti chi darà il sangue per loro&#8221;. Certo, è innegabile che, così interpretato, il film acquista particolare coerenza: cosa significherebbero, altrimenti, gli appunti lasciati a Stefano dall&#8217;amico Mazza, dove si parla di &#8220;riti a base di sacrifici umani&#8221;? Nulla, questi riferimenti sarebbero solo  gratuiti! Con questa interpretazione, poi, acquisterebbe piena coerenza artistica il parallelismo con i modelli/vittime di Legnani, scelti sempre tra contadini &#8220;giovani e forti&#8221;. In questa chiave, poi, si comprenderebbe meglio il significato e il valore artistico di una delle scene più celebri e terribili del film (da cui deriva il titolo), ovvero la scena in cui Coppola-Cavina mostra a Stefano i roghi dove i modelli-cadaveri di Legnani vengono bruciati (il fuoco: simbolo contadino di vitalismo cosmico e di purificazione): E&#8217; casuale, allora, che proprio lì ci sia &#8220;la casa dalle finestre che ridono&#8221;, dove la risata allude alla felicità/fertilità? In questa circostanza, per altro, acquisterebbe pieno significato artistico lo stesso titolo, altrimenti destinato a rimanere gratuito, insulso e rivelatore di nulla! Mi rendo conto che, dicendo questo, corro il rischio non solo di sciupare la sorpresa al pubblico (che ha diritto a non conoscere in anticipo &#8230; l&#8217;assassino!), ma anche di essere tacciato di intellettualismo. Non posso, però, ignorare che il tema della &#8220;risurrezione/rinascita&#8221; (con evidenza enunciato nel film) è un tema relativamente ricorrente in Pupi Avati: il personaggio di Buono Legnani, in fondo il protagonista occulto della vicenda è, infatti, molto affine a &#8221;Balsamus&#8221; (l&#8217;uomo di Satana del film d&#8217;esordio di Avati nel 1968); entrambi, cioè, operano, in qualche modo, delle risurrezioni, Balsamus resuscita i morti con la magia &#8230; &#8220;volgare&#8221;, mentre Legnani, defunto , invoca dal regno dei morti altre morti per mantenere i suoi perversi rapporti con le sorelle. Concludo: con questo <em>post</em>, non credo di aver rivelato nulla di straordinario; credo, però, siano maturi i tempi, affinchè la critica cominci almeno ad esplorare la possibilità che dietro a quello che da 35 anni è un vero <em>cult</em> dell&#8217;<em>horror</em> italiano, ci sia un lavoro artistico di ben più alto spessore. Un lavoro e uno spessore artistico compiuto, che dovrebbe rendere finalmente giustizia a Pupi Avati, togliendogli la nomea minimalista di &#8220;regista&#8221; naif, per farne un vero e proprio maestro del cinema italiano degli ultimi 40 anni. Forse che questa (possibile) incomprensione deriva dal pregiudizio (tutto italiano) di considerare il genere gotico, genere artigianale, di consumo e incapace di potenza espressiva?</p>
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		<title>Cinema d&#8217;estate/02)- La Califfa (1970) di Alberto Bevilacqua</title>
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		<pubDate>Fri, 09 Jul 2010 22:06:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Frabetti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href=http://www.arezzopolitica.it/2010/07/10/cinema-destate02-la-califfa-1970-di-alberto-bevilacqua/><img src=http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/07/LaCaliffa3-150x150.jpg class=imgtfe hspace=5 align=left width=100  alt="" /></a>di Giorgio Frabetti-Che cos’è “la Califfa” (1970) di Alberto Bevilacqua? Anzitutto, è un film di enorme successo tratto da uno dei più famosi romanzi del regista, Bevilacqua stesso. In secondo luogo, è la storia dell’industriale Doberdò (Ugo Tognazzi), che, in pieno “autunno caldo” e in piena campagna di scioperi e lotte di classe selvaggi, si [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-4393" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/07/LaCaliffa3.jpg" alt="LaCaliffa" width="477" height="520" />di <strong>Giorgio Frabetti</strong>-Che cos’è “la Califfa” (1970) di Alberto Bevilacqua? Anzitutto, è un film di enorme successo tratto da uno dei più famosi romanzi del regista, Bevilacqua stesso. In secondo luogo, è la storia dell’industriale Doberdò (Ugo Tognazzi), che, in pieno “autunno caldo” e in piena campagna di scioperi e lotte di classe selvaggi, si innamora di Irene Corsini (Romy Schneider), detta “la Califfa”, una delle operaie più accesamente <em>pasionarie </em>della fabbrica, già vedova di un operaio ucciso dalla polizia durante uno sciopero. Innamorandosi di “Califfa”, Doberdò riscopre le proprie origini operaie e decide di avviare una gestione della fabbrica condivisa Capitale-Operai, ma viene isolato dai suoi pari, fino ad essere assassinato da mani misteriose. Califfa, così, in una tragica circolarità, si trova da sola, proprio come nella scena iniziale che la ritraeva sola, atterrita, a ciglio asciutto vegliare il marito appena ucciso dalla polizia, accompagnata dalla grandiosa, calda, celeberrima melodia di Ennio Morricone. Allora, che cos’è “la Califfa”? Ce lo dice lo stesso regista Bevilacqua in una preziosa intervista che costituisce uno dei “contenuti speciali” di una recente edizione in DVD: “Nel periodo in cui girai “La Califfa”- dice il regista-poeta-scrittore parmense – entrai in contatto con una società legata al regista Fassbinder che offriva consulenza a tutti i registi che intendessero realizzare film su soggetti tratti da romanzi. In quell’occasione, seguì alla lettera la direttiva della Società e costruìi “la califfa” come fosse l’illustrazione, la litografia del mio romanzo”. Questa, dunque, è la cifra cinematografica che contraddistingue il film. A distanza di 40 anni, si può dire che del film “La califfa” resta un film che cattura, che trasmette messaggi di comunione tra gli uomini e di condivisione del dolore e della fatica (Irene è <em>medium</em> essenziale di questa esperienza verso Doberdò), ricorrendo a forme di drammatizzazione che ricordano il melodramma verdiano (&#8221;il trovatore&#8221;, in particolare) e che, oltre a convincere stilisticamente, garantiscono la godibilità dello spettacolo a qualsiasi tipo di pubblico. Il film è, quindi, un capolavoro di immediatezza cinematografica: non troverete mai nel film nè gli intellettualismi e i culturalismi di maniera che tanto piacevano negli anni 60-70 (alla Bernardo Bertolucci, tanto per intenderci), nè le truci volgarità di film dello stesso periodo che millantavano impegno civile col pretesto di cavalcare truculenze e facili effetti per fare cassetta (vedi il “Girolimoni” di Damiano Damiani del 1972).&#8221;La Califfa&#8221;, in particolare, riesce nell&#8217;intento poetico di rappresentare alcune fondamentali passioni e situazioni colte nel loro lato ELEMENTARE, nella loro essenziale NUDITA&#8217;: la passione, il lavoro come riscatto, la cupidigia, la lealtà, l&#8217;amore, la fedeltà alla propria terra e alle proprie radici. Raramente, l&#8217;ELEMENTARE, il PRIMITIVO sono stati rappresentati con tanta immediatezza e plastica evidenza nel cinema italiano, paragonabile solo a certo grande cinema americano. In fondo, il film ricorre ad un espediente di sceneggiatura semplice, esile, al limite banale, per far deflagrare tanta forza espressiva: una storia d’amore, la storia di una coppia di amanti. Da un parte c’è lei, Irene (“Califfa”, appunto), capace di tirare fuori dal bagaglio di umiliazioni, sofferenze e prove che ha contraddistinto la sua vita una forza TELLURICA di vita  che non è solo sensualità, istintività ferina e animalesca, ma è anche straordinaria forza mitopoietica, visionaria. Quando passa Irene, succede qualcosa, si scatena la vita: qualche volta è la rabbia saccheggiatrice e protestataria, come quando Irene induce le operaie di una fabbrica in fallimento a gettare nel fiume gli elettrodomestici donate loro da Doberdò per “rimediare” alla loro forzata disoccupazione; come quando, per sfidare Doberdò, si chiude in una “camera compressa” dell’altoforno, sfidando l’Industriale a morire soffocato lì dentro; poco prima di farlo innamorare di sé. Dall’altra parte, c’è lui, Doberdò. Non c’è “conversione di classe” che porta Doberdò a innamorarsi di lei e a “fare causa comune” con gli Operai; lui e “Califfa” si incontrano perché tra lui e lei c’è un’affinità profonda, un’armonia prestabilita che li porta naturalmente a comunicare, anche se le convenzioni di classe sembrano dividerli. Doberdò è un “Manrico dell’industria”: è capace di presiedere una riunione dell’Unione Industriali e affrontare un avversario (nella fattispecie l’industriale fallito, Massimo Serato) con l’intemerata lealtà e spirito cavalleresco di un “eroe puro” di un’opera di Giuseppe Verdi (Ernani, Trovatore etc.), fino a farne celebrare i funerali in una città carica di tensioni che sfociano nella sommossa aperta durante il corteo funebre. Allo stesso modo, Doberdò si comporta durante una cena ufficiale degli industriali: mentre tutti gli industriali se ne vanno, appena il ristorante è preso d’assalto da alcuni Operai in rivolta, Doberdò resta, mentre fuori infuria la rivolta e ai vetri del ristorante arrivano le pietrate dei rivoltosi (che sperano evidentemente di colpire anche lui). In quella cena, divide il desco anche Irene, in segno contemporaneamente di sfida e di rispetto per il Padrone. Per questo, i due finiranno follemente innamorati. Certo, non si può a questo punto disconoscere l’eccezionale contributo espressivo offerto dagli interpreti: Tognazzi (Doberdò) e “Califfa” (Romy Schneider): una coppia in cui nessuno (tranne il regista) allora credeva (poichè i due attori arrivavano da esperienze artistiche molto diverse, Tognazzi la commedia e Schneider i fragili <em>plot</em> commerciali di Sissi e dei film con Delon), ma che si rivelò vincente e lasciò una traccia duratura nel cinema italiano. Basta poco, come si vede, per confezionare un piccolo-grande film: &#8220;la Califfa&#8221; ne è la dimostrazione più chiara.</p>
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		<title>Cinema d&#8217;estate/01- La prima notte di quiete di Valerio Zurlini (1972)</title>
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		<pubDate>Sat, 03 Jul 2010 15:40:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Frabetti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href=http://www.arezzopolitica.it/2010/07/03/cinema-destate01-la-prima-notte-di-quiete-di-valerio-zurlini-1972/><img src=http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/07/alaindelon4480-150x150.jpg class=imgtfe hspace=5 align=left width=100  alt="" /></a>di Giorgio Frabetti-
Inizierò oggi per 09 settimane fino a fine agosto prossimo, una serie di post dedicati al cinema. Chi scrive non ha l&#8217;ambizione di accreditarsi come critico cinematografico; semplicemente, intende condividere alcune &#8220;impressioni&#8221; su alcuni film italiani e non &#8220;fuori dal coro&#8221;; piacevoli da riscoprire nel  tempo libero delle vacanze estive, ma utili per mettere [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-4357" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/07/alaindelon4480.jpg" alt="alaindelon4480" width="432" height="285" />di <strong>Giorgio Frabetti</strong>-</p>
<p><strong>Inizierò oggi per 09 settimane fino a fine agosto prossimo, una serie di post dedicati al cinema. Chi scrive non ha l&#8217;ambizione di accreditarsi come critico cinematografico; semplicemente, intende condividere alcune &#8220;impressioni&#8221; su alcuni film italiani e non &#8220;fuori dal coro&#8221;; piacevoli da riscoprire nel  tempo libero delle vacanze estive, ma utili per mettere a fuoco la complessità di un&#8217;arte, come il cinema, di cui va valorizzata la forza &#8220;mitopoietica&#8221;, aldilà delle finalità </strong><strong> &#8220;impegnate&#8221; cui certa ideologia ha inteso ravvisarvi, la sola vera dimensione e la vera missione del cinema. Una &#8220;mitopoiesi&#8221; che, aldilà delle ideologie e delle costruzioni teoriche degli intellettuali, ci parla sempre e comunque di noi (<em>de te fabula narratur</em>), del Ns. vissuto, della Ns. storia; e che per questo continua ad interpellarci, sempre e continuamente e contribuisce a consacrare il cinema come la più grande arte nazional-popolare esistente.</strong></p>
<p><strong>La prima notte di quiete</strong>-Il Bell&#8217;Alain Delon (del 1972), nella finzione il Prof. Dominici, ritorna alla città natale Rimini, dopo tanti anni di assenza: figlio di un eroe della II Guerra Mondiale, vive da sempre con disagio l&#8217;ascendenza paterna e il mito &#8220;della Patria e dell&#8217;eroe&#8221; in cui è stato allevato bambino. Per questo, appena maggiorenne, è scappato di casa, è andato all&#8217;estero, ha vissuto una vita avventurosa per la quale ha incassato anche condanne carcerarie per truffa e assegno a vuoto. A quasi 40 anni, stanco e svuotato da una vita che si fa greve e pesante, torna a Rimini con il pretesto di un incarico di insegnante nel Liceo locale, insieme alla sua donna, Lea Massari, che l&#8217;ha seguito fin lì alla deriva di una vita senza scopo, dopo aver addirittura mandato in fumo un matrimonio. Nella Rimini di allora, il Professore entra in contatto con le inquietudini dei giovani adolescenti del luogo, di cui intercetta le inquietudini e le aspirazioni (siamo in clima abbondantemente segnato dal 68!). Proprio a scuola, fa conoscenza con una ragazza, Vanina, ragazza infelice e disgraziata, con alle spalle un vissuto familiare burrascoso, figlia di una specie di prostituta locale (Alida Valli) che, con ricatti e sottefrugi meschini, ha ipotecato la giovinezza e le speranze della figlia &#8220;costringendola&#8221; a fidanzarsi con un ricco ma equivoco bullo locale, già suo occasionale amante (Adalberto Maria Merli). Quest&#8217;ultimo, tra l&#8217;altro, ama, sia pure a suo modo, la ragazza, ma non ne è riamato. Dominici, quindi, si innamora della ragazza: come il Principe Myskin ne <em>L&#8217;Idiota</em> di Dostoewskji, in una specie di rigurgito di giovinezza e di purezza d&#8217;animo,vorrebbe salvare la ragazza, portarla via dall&#8217;ambiente di corruzione che le sta attorno, ma è ambiguamente paralizzato da un profondo senso di inerzia e si trova &#8220;spiazzato&#8221; dall&#8217;amante, che, ricevuta la notizia del suo nuovo amore, minaccia il suicidio. Finchè, mentre Dominici corre verso Vanina (che frattanto ha abbaondonato il fidanzato dopo una pubblica e tragica rissa con Dominici), un incidente stradale spezza la vita del Professore e mette fine ai dissidi: è la morte, &#8220;la prima notte di quiete&#8221;, ambiguamente invocata dal protagonista, fin dalle prime battute del film. D&#8217;accordo, siamo pienamente nel genere &#8220;cinema dell&#8217;alienazione&#8221;: solitudine, incomunicabilità, tanto per intenderci, forse con qualche sspruzzatina di Alberto Moravia (il protagonista Dominici certamente condivide il senso oscuro di inerzia esistenziale degli <em>Indifferenti</em> moraviani). Premetto che non sono propriamente un amante del cd &#8220;cinema dell&#8217;alienazione&#8221;, o di certo cinema introspettivo, magari bello esteticamente ma che, scavando troppo nel personale, sembra chiedere al pubblico un&#8217;attitudine più prossima a &#8220;novella 2000&#8243; che alla riflessione cd &#8220;impegnata&#8221;. Ma <em>la prima notte di quiete</em> è tutt&#8217;altra cosa: il film convince sia sul versante dei contenuti che sul versante estetico (salvo forse il finale). Veniamo più in dettaglio. Dal punto di vista dei contenuti, colpisce molto la rappresentazione cruda e realistica della Provincia: senza moralismi facili (e scontando anche certo spirito &#8220;antiborghese&#8221; che indubbiamente ha condizionato il film: siamo nel 1972!), il film è molto efficace nel restituire il ritratto di un contesto sociale decomposto, fatto di ricatti, e di espedienti equivoci, di complicità corrive. Qui, però, è rapprentata non tanto la corruzione della Rimini (o Italia) del 1972, ma la corruzione in generale, ovunque si manifesti, ossia il livello di &#8220;pornocrazia&#8221; che in tutti i tempi rappresenta al massimo grado la corruzione di una società (vedi la riflessione vichiana ne <em>La Scienza Nuova</em>). Personalmente, sono convinto che  risieda ancora qui il potenziale di &#8220;riflessione impegnata&#8221; del film: penso, ad esempio, che sia molto salutare la visione di questo film ai giovani di oggi che spesso vivono nella &#8220;bambagia&#8221; e che hanno perso il gusto di &#8220;arrabbiarsi&#8221; e di cambiare il mondo; guardino il film, per identificarsi nella rabbia di Vanina e farne alimento propositivo per la vita. In secondo luogo, il film convince dal punto di vista estetico: nella fotografia e soprattutto nel ritmo dell&#8217;intreccio che avvince ed organizza gli avvenimenti graduandone la tensione emotiva, fino al tragico finale: soprattutto, utilizzando l&#8217;elementare <em>medium</em> del melodramma a tinte forti, il regista Zurlini riesce a dipanare la trama in modo lineare, efficacie e accessibile per qualunque tipo di pubblico senza indugiare (salvo il finale, come vedremo) in quegli intellettualismi di maniera ed autoreferenziali chbe purtroppo hanno molto afflitto questo genere di cinema (vedi <em>I pugni in tasca</em>, Bellocchio, 1965). Il finale è il vero scoglio critico: comprensibilmente, si critica certo &#8220;spiritualismo&#8221; del film (specie nel dialogo Alain Delon-Giannini) che appare gratuito e fine a sè stesso, e poco coerente con una trama &#8220;sanguigna&#8221;, comunque turgida di passioni e sentimenti e che sempre più &#8220;si carica&#8221; di tensione verso il finale. Secondo me, però, questo spiritualismo è una citazione di pretto Cesare Pavese, per l&#8217;evidente affinità con i tormenti religiosi testimoniati da &#8220;il mestiere di vivere&#8221;. Il personaggio di Delon, pur con i dovuti distinguo, è personaggio letterario che non può non richiamare alla memoria proprio  Cesare Pavese, che più gli somiglia. Così la &#8220;prima notte di quiete&#8221; di Dominici non è che lo speculare de &#8220;il vizio assurdo&#8221; pavesiano (vedi poesia <em>Verrà la morte e avrà i tuoi occhi</em>, 1950): un modo di orecchiare il suicidio, sublimato letterariamente e spiritualmente come atto di giustizia, come punizione per un&#8217;esistenza dissociata che non ha saputo convertirsi ad una logica di &#8220;vita impegnata&#8221;. Di qui, il richiamo al tema della risurrezione nel finale: come auspicio che dal negativo di un&#8217;esistenza dissociata quale quella di Dominici, qualcuno (il pubblico) sappia raccogliere l&#8217;insegnamento e fare &#8230; meglio! Va bene, forse questo innesto cinematograficamente non è il massimo; ma basta per togliere al film il crisma del capolavoro? Io credo di no: <em>La prima notte di quiete</em> merita la piccola pena di qualche fastidio!</p>
<p><strong> </strong></p>
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		<title>Ottant&#8217;anni: e li dimostri tutti!</title>
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		<pubDate>Wed, 05 May 2010 20:14:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Frabetti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href=http://www.arezzopolitica.it/2010/05/05/ottantanni-e-li-dimostri-tutti/><img src=http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/05/pannella-aborto-300x257.jpg class=imgtfe hspace=5 align=left width=100  alt="" /></a>di Giorgio Frabetti- E’ passata sotto silenzio la notizia che Marco Pannella, leader radicale storico, domenica scorsa 02 maggio, ha raggiunto la veneranda età di 80 anni. Chi può dimenticare la sequenza-choc del 18 maggio 1978 dei dirigenti radicali (Bonino e Pannella), legati ed imbavagliati davanti al Video per protestare contro la Rai che non dava [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-4071" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/05/pannella-aborto-300x257.jpg" alt="pannella-aborto" width="300" height="257" />di <strong>Giorgio Frabetti</strong>- E’ passata sotto silenzio la notizia che Marco Pannella, <em>leader</em> radicale storico, domenica scorsa 02 maggio, ha raggiunto la veneranda età di 80 anni. Chi può dimenticare la sequenza-<em>choc</em> del 18 maggio 1978 dei dirigenti radicali (Bonino e Pannella), legati ed imbavagliati davanti al Video per protestare contro la Rai che non dava spazio ai radicali? Una frustata di novità e di creatività nel mondo grigio e plumbeo delle Tribune Politiche di Jader Jacobelli; un modo indubbiamente disinvolto di intendere il rapporto politica-immagine in una politica ante-berlusconiana, il cui ‘target’ linguistico era tendenzialmente legato al <em>medium</em>  “oratorio” classico (di marca ciceroniana). Con il suo estro vivace e aggressivo, molto legato ai canoni di quella “goliardia” di cui negli anni ’50 era stato importante ed apprezzato dirigente, Pannella è riuscito a dare un volto all’Italia degli anni ‘60/’70 che stava secolarizzandosi, seguendo il <em>boom</em> economico. Mentre i Professoroni dell’<em>Europeo</em> e del <em>Giorno</em> (primo nucleo della scissione radicale dal PLI nel 1956) teorizzavano di libertà, antifascismo, secolarizzazione attraverso i loro <em>dossier</em> e le loro inchieste (maestro sarà Ernesto Rossi), sarà bene o male Pannella ad animare un “piccolo popolo radicale” formato da anticonformisti, di coppie irregolari che invocavano il divorzio, di donne che per prime parlavano di femminismo (l’UDI e le donne comuniste si aggregheranno dopo, ma con il traino delle vittorie radicali su divorzio e aborto!), di ambientalisti, di “giovani scappati di casa” (antimilitaristi ed obiettori di coscienza). Forse era facile animare un tale “piccolo popolo” negli anni ’60: quando, ad esempio, di obiezione di coscienza parlavano anche cattolici come Autant Lara e come don Milani; quando di ambientalismo si cominciava a parlare ad esempio grazie alle canzoni-prediche di Adriano Celentano, quando di pacifismo si parlava diffusamente grazie alla minoritaria, ma non insignificante predicazione di tipi alla Capitini: era un po’ il fermento complessivo dell’epoca e Pannella indubbiamente seppe cavalcarlo. Ma questo “momento magico” del “grande Marco” cessò presto e credo essenzialmente per due motivi: l’uomo era troppo condizionato dal suo estro, dall’estemporaneità delle sue idee e, complice il talento istrione che lo animava, era contemporaneamente capace di indovinare idee e trovate molto geniali (come quella del “bavaglio”) come di &#8220;buttarsi via&#8221; in provocazioni assurde e gratuite: come quella di vendere droga (<em>hashisc</em>) per strada per sensibilizzare l’opinione pubblica per un <em>referendum</em> sulle droghe leggere, come le gratuite provocazioni di candidare Ilona Staller nel 1987 e, peggio, Toni Negri nel 1983, incriminato per associazione terroristica solo per farli lucrare l’immunità parlamantare (in nome di un garantismo del tutto astratto, vista la distanza politica abissale tra Toni Negri e i radicali). Troppo personalista ed egocentrico, Pannella non seppe coltivare i rapporti nè con i politici degli altri partiti, nè con i suoi (memorabili le scissioni di Rutelli, Boato che daranno vita nel 1987 ai <em>Verdi</em>!). Troppo legato ad una piattaforma “goliardica”, Pannella riuscì a ritagliarsi un suo “spazio vitale” solo nei momenti caldi delle lotte pro-divorzio e pro-aborto, riuscendo finanche a causare le elezioni anticipate del giugno 1976, determinate dalla paura di DC-PCI (si era alla vigilia della “solidarietà nazionale”) di affrontare il <em>referendum</em> per la liberalizzazione totale dell’interruzione della gravidanza. Ma aldilà di questa e di qualche altra fortuita coincidenza (clamoroso il 43,7% contro il finanziamento pubblico ai partiti che rivelò, in un’Italia pre-<em>Mani Pulite</em> quanto attraenti fossero le iusses antipartitocratiche!), Pannella non saprà “capitalizzare” politicamente le sue posizioni, non centrando le mète storiche del radicalismo e dell’azionismo italiano: come quella di costruire un “polo laico” alternativo a DC e PCI (in questo, Pannella sarà politicamente “spiazzato” dalle Presidenze del Consiglio Spadolini e Craxi); e come quella di “convertire” alla liberaldemocrazia le Sinistre Socialiste e Comuniste (sterile <em>boutade</em> fu la provocazione delle “liste Nathan”, coalizione tra radicali, socialisti, liberali di sinistra e comunisti alternativa alla DC, alle elezioni comunali di Roma del 1989). Che cosa resta da dire in questo anniversario di Marco Pannella? Solo questo: “caro Marco, hai 80 anni, ma li dimostri tutti!”.</p>
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		<title>Si scrive ASTENSIONE, si legge ANTIPOLITICA</title>
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		<pubDate>Mon, 29 Mar 2010 15:02:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Frabetti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href=http://www.arezzopolitica.it/2010/03/29/si-scrive-astensione-si-legge-antipolitica/><img src=http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/03/scheda-150x150.jpg class=imgtfe hspace=5 align=left width=100  alt="" /></a>di Giorgio Frabetti- A scrutinio ancora in corso e prima ancora che siano proclamati i risultati ufficiali del voto regionale del 28-29 marzo 2010 con i connessi verdetti di vittoria o di sconfitta, un dato balza all&#8217;attenzione: la bassa affluenza alle urne, attestata ieri al 47% e oggi in via definitiva al 64,5%. Un dato impressionante: [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-3803" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/03/scheda.jpg" alt="scheda" width="366" height="400" />di <strong>Giorgio Frabetti</strong>- A scrutinio ancora in corso e prima ancora che siano proclamati i risultati ufficiali del voto regionale del 28-29 marzo 2010 con i connessi verdetti di vittoria o di sconfitta, un dato balza all&#8217;attenzione: la bassa affluenza alle urne, attestata ieri al 47% e oggi in via definitiva al 64,5%. Un dato impressionante: c&#8217;è una fetta abbondante di elettori che ha scelto l&#8217;astensione; è impressionante solo pensare che queste percentuali erano alle elezioni europee del 2009, le percentuali di partiti nazionali importanti come la <em>Lega</em> o l&#8217;IDV! Non è da escludere che, sommato ai voti nulli e alle schede bianche (molto elevati nelle competizioni amministrative), il &#8220;non voto&#8221; raggiungerà (nella peggiore delle ipotesi) il 40%, raggiungendo percentuali degne della Democrazia Cristiana dei tempi d&#8217;oro, mentre (nella migliore delle ipotesi) eguaglierà il risultato realizzato dal PDL alle europee dell&#8217;anno passato. Al momento in cui scrivo, non si sa ancora chi ha vinto dei candidati alla carica di governatori, ma già le cifre delle astensioni indicano una cosa: ha vinto l&#8217;antipolitica! Nè abbiamo motivi per stupirci più di tanto. All&#8217;inizio del mese, commentando le prime, deplorevoli notizie degli <em>stop</em> alle candidature Polverini e Formigoni, avemmo da dire: &#8220;anche se il PDL vincerà in Lombardia e Lazio (Regioni decisive ed essenziali per il consolidamento politico del PDL), (&#8230;), il rischio è che dalle elezioni di fine marzo escano Presidenze regionali di centro-destra politicamente deboli: facilmente soggette a ricorsi giurisdizionali al TAR per irregolarità elettorali (vedi precedenti di Alternativa Sociale in Lazio), ovvero a &#8220;manovre giudiziarie&#8221; di altro tipo&#8221; (vedi Elezioni regionali 2010 del 03/03 in questo <em>newsmagazine</em>). Il punto è stato parzialmente rieccheggiato anche da Schiavone nell&#8217;editoriale di <em>Repubblica</em> di oggi: &#8220;Se si svuota giorno dopo giorno il contenuto partecipativo dell&#8217;esperienza democratica, la pienezza delle sue articolazioni e dei suoi equilibri, la sua capacità di coinvolgimento quotidiano nelle scelte e nelle decisioni collettive (&#8230;), è inevitabile che la stessa cerimonia del voto perda di senso nella percezione di molti&#8221;. E&#8217; evidente che non è condivisibile la conclusione dell&#8217;articolista, che accredita l&#8217;astensione all&#8217;autoritarismo Berlusconiano che &#8220;passivizza&#8221; gli elettori! L&#8217;articolo, però, converge con un Ns. pensiero, laddove denunciavamo la crisi della democrazia partecipativa. Una crisi lampante: non avevamo introdotto nel 1993-95 il principio dell&#8217;elezione diretta alle cariche amministrative? E allora, come può essere motivato al voto quel cittadino che esprime, con voto diretto, la preferenza ad un candidato, che poi successivamente viene costretto alle dimissioni da parte della Magistratura? Così è stato per Cuffarro e Marrazzo; così non sta prendendo una buona piega la posizione del Governatore della Sicilia Lombardo, già accreditato come indagato &#8220;concorrente esterno in associazione mafiosa&#8221; dalla consueta e provvidenziale &#8220;fuga di notizie&#8221; dalla Procura di Catania e raccolta da <em>Repubblica</em>. Un ulteriore &#8220;moltiplicatore&#8221; di antipolitica deve inoltre ravvisarsi nella fisiologica tendenza all&#8217;astensione registratasi massicciamente nel Ns. paese particolarmente nel voto locale negli ultimi anni: in altre parole, l&#8217;astensione e i &#8220;voti passivi&#8221; (nulli e bianchi) sono stati anche parzialmente indotti dagli anni 90 in poi come effetto collaterale della riforma dell&#8217;elezione diretta dei Rappresentanti Locali (e, quindi, si deve mettere in conto un certo <em>quid</em> di fisiologicità dell&#8217;astensionismo nelle elezioni amministrative!): ricordiamo, infatti, che nel 1993, noi abbiamo applicato un dispositivo di riforma dei rappresentanti locali (Province e Comuni) su un impianto amministrativo ancora sostanzialmente centralizzato, sul modello piemontese e con Enti Locali (specie Comuni) dalle competenze sostanzialmente universalistiche. Di qui, si deve dare atto degli esiti talora quasi &#8220;podestarili&#8221;  di un simile assetto di potere: con un&#8217;amministrazione di marca &#8220;simil-prefettizia&#8221; (nonostante le riforme di federalismo/decentramento di Bassanini), si da ai Rappresentanti insediati (specie Sindaci) un vantaggio eccessivo in termini elettorali ed una capacità enorme di amministrare e oliare &#8220;in tempo reale&#8221; clientele, consenso e base elettorale (fino ad arrivare a collusioni con l&#8217;Opposizione di marca trasformistica).  Non a caso, negli Enti Locali (specie nei Comuni quelli con meno di 5mila abitanti) la concorrenza bipolare è stentata: di qui, la propensione all&#8217;astensione, al voto bianco o nullo, in chi non si riconosce in chi amministra! Non è un mistero per nessuno, poi, che elezioni in regioni come Lombardia o Emilia non abbiano storia, perchè in entrambe, è talmente alto il livello di integrazione tra schieramenti politici e società civile ed economica, che il voto (per centro destra e per sinistra, rispettivamente) è sostanzialmente scontato! In queste realtà, poi, si deve registrare la tendenza di operatori economici, aggregazioni della società civile che a livello nazionale sono orientati per l&#8217;opposizione (e che votano così alle elezioni politiche) a preferire alla &#8220;lotta aperta&#8221; il &#8220;buon vicinato&#8221;, ovvero ad evitare battaglie politiche aperte, a sperare in accordi e compromessi per la sistemazione di esigenze e interessi, cosìcchè quanto sarebbe (a condizioni normali) oggetto di contesa politica, diventa oggetto di contese e transazioni &#8220;economiche&#8221; (in senso lato e non necessariamente negativo!). Nè più nè meno di quanto capitava con Depretis e Giolitti.  Come detto, è in questa &#8220;zona grigia&#8221; purtroppo che si alimenta e cresce la &#8220;malapianta&#8221; del giustizialismo e della propensione alle &#8220;delazioni giudiziarie&#8221;: quando contese economiche si confondono con le contese politiche, infatti, l&#8217;unico vero surrogato alla lotta e alla militanza è lo scandalismo, la corsa alla &#8220;intercettazione scottante&#8221;, al <em>dossier</em> compromettente e alla &#8220;supplenza&#8221; della Magistratura; cui viene alla fine delegato il &#8220;lavoro sporco&#8221; di colpire quell&#8217;avversario che si è rinunciato a colpire in sede di dibattito e di confronto leale. E&#8217; molto triste pensare che i guasti principali della politica nazionale nascono proprio a livello locale; è molto triste rilevare un simile livello di disattenzione alla cosa pubblica, laddove (a livello locale) l&#8217;interessamento a questa parrebbe più naturale e scontato; ma così è. Attenzione, però: queste deplorevoli rigidità del voto amministrativo sono sì incentivate dalla rigidità e dall&#8217;inadeguatezza dell&#8217;organizzazione amministrativa (rimasta targata per competizioni politiche unipolari come quelle del tempo di Depretis-Giolitti o dell&#8217;èra democristiana) ma trovano terreno fertile in una politica che non riesce più ad avere mordente e capacità progettuale e militante e che non riesce a saldare adeguatamente il livello nazionale della proposta politica con il livello locale e che tende ad impigrirsi nel basso profilo del &#8220;tirare a campare&#8221;, disincentivando le ragioni della militanza e della lotta. Per restituire ai cittadini la voglia di partecipare, per disincentivare i &#8220;surrogati politici&#8221; (alla Grillo o similari), per togliere terreno al<em> filybustering</em> di Di Pietro e Casini, per togliere terreno, in una parola, all&#8217;antipolitica, urge finalmente una politica &#8220;di alto profilo&#8221;, che rilanci le ragioni della lotta politica e della vera democrazia partecipativa. Certo, le istituzioni si sono anche aggiornate, le competenze decisionali (specie alle Regioni) si sono moltiplicate, gli spazi per politiche (anche a livello amministrativo) di alto profilo coordinate a livello nazionale e locali (sempre più realistiche oggigiorno data la complessità delle interdipendenze socio-economiche) ci sono; basta coglierle.</p>
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		<title>Il manifesto &#8220;antiruiniano&#8221; dei cattolici conservatori. Ruini visto da destra (da &#8220;Il Foglio&#8221; 18/02/2010)</title>
		<link>http://www.arezzopolitica.it/2010/02/27/il-manifesto-antiruiniano-dei-cattolici-conservatori-ruini-visto-da-destra-da-il-foglio-18022010/</link>
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		<pubDate>Sat, 27 Feb 2010 11:31:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Frabetti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href=http://www.arezzopolitica.it/2010/02/27/il-manifesto-antiruiniano-dei-cattolici-conservatori-ruini-visto-da-destra-da-il-foglio-18022010/><img src=http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/02/ruini-150x150.jpg class=imgtfe hspace=5 align=left width=100  alt="" /></a>(Redazione)-Pubblichiamo un articolo di Mario Palmaro e Alessandro Gnocchi, tratto da &#8220;Il Foglio&#8221; del 18/02/2010 ha lanciato una curiosa critica (da destra) alla gestione clericale del ventennale ruiniano. Chi scrive ritiene l&#8217;articolo complesso e criticabile, oltrechè pesante per alcuni riferimenti di pedagogia pastorale (es. &#8220;progetto culturale&#8221; etc.) che è apprezzabile solo dagli &#8220;addetti ai lavori&#8221;.  Ciononostante, l&#8217;accusa di &#8220;auto-referenzialità&#8221; [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignleft size-full wp-image-3470" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/02/ruini.jpg" alt="ruini" width="290" height="343" />(Redazione)-Pubblichiamo un articolo di Mario Palmaro e Alessandro Gnocchi, tratto da &#8220;Il Foglio&#8221; del 18/02/2010 ha lanciato una curiosa critica (da destra) alla gestione clericale del ventennale ruiniano. Chi scrive ritiene l&#8217;articolo complesso e criticabile, oltrechè pesante per alcuni riferimenti di pedagogia pastorale (es. &#8220;progetto culturale&#8221; etc.) che è apprezzabile solo dagli &#8220;addetti ai lavori&#8221;.  Ciononostante, l&#8217;accusa di &#8220;auto-referenzialità&#8221; e di strisciante &#8220;opportunismo&#8221; a Ruini di Palmaro e Gnocchi va aldilà dell&#8217;anticlericalismo di &#8220;bassa cucina&#8221; di <em>Micromega</em> e simili e coglie in profondità i &#8220;punti cieci&#8221; e irrisolti del rapporto Chiesa-Politica , dopo la fine dell&#8217;unità politica dei cattolici.</strong></p>
<p><span>Ci siamo fatti una certa idea della pluridecennale presidenza ruiniana della Conferenza episcopale italiana. A volerla riassumere alla guareschiana, potrebbe suonare così: &#8220;Ruini, don Camillo ma non troppo&#8221;. Per dire che il cardinale di Sassuolo, provincia di Modena e diocesi di Reggio Emilia, come il celebre omonimo letterario ha incontrato i suoi Pepponi, ma che le schermaglie non sono sempre finite in gloria come invece accade a Mondo piccolo. Il don Camillo che è stato al vertice della Cei dal 1986 al 2007, prima come segretario generale e poi come presidente, ha il merito indiscutibile della messa in mora del progressismo cattolico. L`operazione deve ancora concludere il proprio corso, ma è inesorabilmente avviata e comporta un inequivocabile segno più nel bilancio di fine mandato del cardinale. Per fugare ogni dubbio, basti pensare alle uscite biliose di una Rosy Bindi e di un Pierluigi Castagnetti in ritiro a Bose o quelle di un Alberto Melloni atterrito da ciò che definisce &#8220;ruinismo-leninismo&#8221;. Se si pensa a che cosa era la chiesa italiana degli anni Settanta, si deve riconoscere che oggi potremmo stare molto peggio se il ruinismo non avesse tentato una certa normalizzazione. </span></p>
<p><span>Ruini comprese presto che la chiesa italiana era minata dal cattocomunismo dossettiano, la dottrina secondo cui il radioso destino dell`umanità consisterebbe nell`incontro di un cattolicesimo un po` meno cattolico con un comunismo un po` meno comunista. Teoria che, quando si trasforma in prassi, produce sempre l`incontro tra un cattolicesimo molto meno cattolico e un comunismo perfettamente comunista. Senza rischiare troppo di essere generosi, si può pure ipotizzare che il cardinale vide nel dossettismo il figlio primogenito dell`idea di Jacques Maritain secondo cui, morta la cristianità, bisognerebbe pensare a una nuova forma di presenza cristiana nel mondo. La soluzione del filosofo di Umanesimo integrale stava nella bifida invenzione dei due assoluti: &#8220;l`assoluto di quaggiù, ove l`uomo è Dio senza Dio, e l`assoluto di lassù dove Dio è in Dio&#8221;. Come scrisse padre Antonio Messineo, secondo Maritain, &#8220;sul piano della storia non opererebbe il Cristianesimo in quanto religione rivelata e trascendente, non il Vangelo nella sua purità originaria di parola divina trasmessa all`uomo, non l`ordine della Grazia e delle realtà superiori in esso contenute, ma un cristianesimo e un Vangelo vuotati del loro contenuto originale e naturalizzati, temporalizzati&#8221;. Da qui, la necessità di dar vita a una &#8220;cristianità profana&#8221; da contrapporre alla &#8220;cristianità sacrale&#8221; ormai superata. Un`opera pratica &#8220;da realizzare in spirito di amicizia fraterna fra i componenti delle varie famiglie spirituali presenti nella società&#8221;. Per fare ciò, quali migliori compagni di strada dei comunisti, ritenuti dei cugini un po` eretici ma riconducibili all`ovile? Gli effetti sul mondo cattolico di questa netta separazione tra natura e sopranatura si sono mostrati devastanti, sia ab intra sia ad extra. Abbandono della pratica religiosa, calo di vocazioni, anarchia e rivolta antigerarchica ab intra, cui ha fatto da pendant, ad extra, la progressiva ininfluenza cattolica nella società. Dal canto suo, il presidentissimo della Cei si rese conto che l`abbraccio con il cattolicesimo democratico avrebbe avuto esiti mortali. E che il male era già molto progredito nel corpo ecclesiale, coinvolgendo la forma mentis di molti vescovi e di molte curie, abituati ormai a ragionare e ad agire &#8220;etsi Papa non daretur&#8221;. La risposta ruiniana a tale situazione si concretizzò in una granitica lealtà al Pontefice e nel commissariamento della Cei avviato sotto Giovanni Paolo II. Don Camillo, quello di Sassuolo, ebbe carta bianca e, di punto in bianco, un episcopato abituato a rispondere solo a se stesso o, al più, alla linea dettata dal cardinale Martini nel ruolo di Grande Antagonista, capì che la ricreazione era finita. Ma qualcosa non ha funzionato a dovere. Oggi, due decenni dopo, Carlo Maria Martini continua a essere il Grande Antagonista a capo di una chiesa che poco o nulla vuole avere a che fare con Roma. Basta fare un giro per le parrocchie della penisola per trovare parroci, curati, catechisti e catecumeni orgogliosi di essere portatori di un pensiero &#8220;altro&#8221; rispetto a quello del Papa. &#8220;Caro don Tal dei Tali&#8221;, si è sentito dire dai catechisti un sacerdote di fresca nomina in parrocchia, &#8220;guardi che qui insegniamo che tutti i metodi per la contraccezione sono buoni e lei non si sogni nemmeno di dire il contrario. Il Papa dica quel che vuole e noi facciamo quel che vogliamo&#8221;. Sono innumerevoli le parrocchie italiane nelle quali si susseguono episodi analoghi sul piano della dottrina, della morale, della liturgia. Ed è qui che il modello ruiniano mostra la corda: il divorzio tra Roma e la periferia, il &#8220;federalismo dottrinale&#8221;, la forbice sempre più ampia tra magistero e predica domenicale, tra Evangelium vitae e singole facoltà teologiche sono cronaca di oggi come, e forse più, di vent`anni fa. Tutti fenomeni che il commissariamento della Cei non ha saputo contrastare. Se, a lungo andare, una malattia non passa, significa che il medico si è occupato dei sintomi invece che delle cause. Allarmato dalle sbandate del suo episcopato, il presidente della Cei ha scelto una cura squisitamente pragmatica, anzi empirica, riassumibile in due postulati: primo, la conferenza detta la linea, e ogni vescovo si adegua e tace, secondo, la linea è più importante della dottrina. Risultato: la febbre ora si vede forse di meno, ma c`è esattamente come prima. Basta pensare alla rivolta pressoché generale dei vescovi in occasione del Motu proprio con cui Benedetto XVI ha ridato piena cittadinanza alla liturgia antica: la Cei avrebbe potuto e dovuto ricordare ai vescovi il loro giuramento di fedeltà al Papa, ma non disse nulla, assistendo impassibile allo scisma strisciante della diocesi di Milano, che dichiarò non applicabile il documento pontificio aggrappandosi al cavillo del rito ambrosiano. Il vero problema sta nel fatto che la crisi del cattolicesimo italiano non è solo politica, ma innanzitutto dottrinale. Messa fra parentesi la dottrina per manifesta irrilevanza e ridotto al silenzio l`episcopato sul versante propriamente ecclesiale, si è ottenuto di spingere ulteriormente i vescovi, singolarmente o in gruppo, verso l`unica ribalta che potesse dar loro lustro, la politica. </span></p>
<p><span>Una deriva a cui non ha posto argine l`altra idea che ha segnato l`era di Ruini alla guida della Cei, il &#8220;Progetto culturale&#8221; varato nel 1997. Un disegno faraonico che avrebbe dovuto riconquistare il popolo cattolico alla gerarchia e il mondo alla chiesa, ma che, invece, si palesa come una kermesse continua di iniziative dai contenuti equivoci. Basti pensare che le vere star del &#8220;Progetto culturale&#8221; si chiamano Massimo Cacciari, Umberto Galimberti, Enzo Bianchi, Edoardo Boncinelli. Oppure che, nonostante le oltre duecento radio del circuito InBlu sovvenzionate dal &#8220;Progetto&#8221;, per trovare una programmazione radiofonica cattolica 24 ore su 24, bisogna sintonizzarsi su Radio Maria. Per non parlare di Sat 2000, una tv dal dimenticabile, e dimenticato, palinsesto fatto con le repliche delle fiction sui santi prodotte dalla Lux e già passate su Raiuno e che per giunta irradia via satellite verso un popolo cattolico che ignora quasi totalmente l`esistenza delle parabole. Se oggi, dopo 13 anni di elaborazione, si va sul sito del &#8220;Progetto culturale&#8221; si trovano affermazioni come le seguenti: &#8220;A che serve tutto questo? A costruire, con le categorie di oggi, una visione del mondo cristiana, consapevole delle proprie radici e della propria pertinenza sulle questioni vitali e fiduciosa circa le proprie potenzialità nel dialogo con la cultura contemporanea&#8221;. &#8220;Creare una nuova enciclopedia cattolica? No: si tratta di riconoscere le sfide cruciali che la cultura pone oggi alla fede. Proprio raccogliendo queste sfide la fede esprime la sua energia creativa e alimenta il rinnovamento dell`uomo e della società. Se si punta infatti a definire tutto, ad avere l`inventario dei contenuti per poi svilupparli uno a uno il rischio è quello della paralisi. Se, al contrario, cerchiamo di abitare le questioni che concretamente sono di fronte a noi, allora ci mettiamo in condizione di proporre stili di vita cristiani praticabili e plausibili. Insomma, i contenuti del progetto culturale non sono e non saranno un`enciclopedia, piuttosto il frutto di un cammino quotidiano di traduzione del Vangelo nella vita&#8221;. Viene da chiedersi dove si possa arrivare con un simile linguaggio burocratico-piacione che sa dire solo un &#8220;No&#8221; deciso e lo grida contro l`idea di &#8220;una nuova Enciclopedia cattolica&#8221;. Quella vecchia, detto per inciso, la si può trovare a prezzi stracciati in liquidazione nei seminari della Penisola. </span></p>
<p><span>Non è questa la strada per riportare il cristianesimo al centro dello spazio pubblico e misurarsi con il mondo. Se non si ripiglia in mano la questione dottrinale, se non si torna ai fondamenti della fede, non si potrà mai pensare a un progetto di presenza culturale nella società. Il cattolico medio, oggi, non solo non è in grado di esporre decentemente le ragioni della propria fede, ma non sa esporre, neanche indecentemente, la propria fede. Anzi, facilmente mostrerà con orgoglio dubbi sostanziali sugli articoli del &#8220;Credo&#8221;, che pure recita ogni volta che va a Messa. Così, gettato nella mischia privo di dottrina, il mondo cattolico ha finito per muoversi sull`unico piano in cui, almeno in apparenza, la dottrina non gli sembrava fondamentale: la politica. E qui si è creato il cortocircuito in cui l`opera ruiniana ha fatto da conduttore. Piuttosto che lasciare spazio ai singoli, si è pensato fosse meglio che delle questioni politiche si occupasse direttamente l`apparato. E la Cei è divenuta vero e proprio attore politico finendo per mediare sui valori. Non poteva andare diversamente visto che qualsiasi controparte, in una mediazione, mette in gioco ciò che possiede. L&#8217;esempio lampante sta nella legge 194 che, da legge iniqua ai tempi del referendum, è divenuta &#8220;la legge migliore d`Europa&#8221; basta che venga applicata interamente, una legge &#8220;che noi non vogliamo cambiare&#8221;, come disse testualmente Camillo Ruini in una storica intervista al Tg1 all`indomani del referendum sulla legge 40. Legge, quest`ultima, sostenuta con furore dogmatico, al prezzo di impedire a vescovi e laici ortodossi di proclamare la illiceità morale e giuridica di ogni fecondazione artificiale. Con il risultato di far intendere che la Fivet omologa &#8220;è quella cattolica&#8221;. Si finisce per perdere di vista lo specifico cattolico. Persino la cosiddetta vittoria al referendum sulla procreazione assistita va inquadrata in questa visuale. Si è fatto passare per una vittoria dell`Italia cattolica un risultato che sommò alla legittima astensione intenzionale di molti cattolici anche il cospicuo menefreghismo di una quota forse decisiva di indifferenti. Perché il ruinismo è anche questo: un trionfalismo senza fondamento vagheggiante un`Italia immaginaria che sarebbe ritornata &#8220;pro life&#8221; e &#8220;per la famiglia&#8221;, e che invece, nella realtà, si dibatte nel medesimo processo di secolarizzazione che affligge tutto il mondo. Qui, quella che molti hanno definito la &#8220;genialità politica&#8221; di Ruini mostra tutti i suoi limiti, in primis quello di servirsi della politica per amministrare alla meno peggio la realtà invece che tentare di ri-cattolicizzarla. Limite che, a ben guardare, ripropone lo schema dossettiano della separazione tra piano della natura e piano della Grazia. </span></p>
<p><span>Ecco perché, per tornare simmetricamente all`inizio di queste riflessioni, il don Camillo della Cei si discosta da quello di Guareschi. Quando Peppone e i suoi vogliono impedirgli di andare in processione a benedire il Po, lui si avvia verso il fiume seguito solo da un cagnetto e, una volta trovatasi davanti la banda comunista al completo, cava il Crocifisso dalla cinghia e lo brandisce come una clava. Poi, recita questa preghiera: &#8220;Gesù, se in questo sporco paese le case dei pochi galantuomini potessero galleggiare come l`arca di Noè, io vi pregherei di far venire una tal piena da spaccare l`argine e da sommergere tutto il paese. Ma siccome i pochi galantuomini vivono in case di mattoni uguali a quelle dei tanti farabutti, e non sarebbe giusto che i buoni dovessero soffrire per le colpe dei mascalzoni tipo il sindaco Peppone e tutta la sua ciurma di briganti senza Dio, vi prego di salvare il paese dalle acque e di dargli ogni prosperità&#8221;. Ora, direttore, ci dirai che siamo ben originali a proporre una pastorale di tal guisa all`epoca del dialogo. Ma noi ti possiamo dire che qualche prete alla don Camillo di Mondo piccolo c`è ancora e ognuno può raccontare per le loro storie di evangelizzazione un finale che somiglia molto a quello che andiamo a trascrivere: &#8220;Amen &#8211; disse dietro le spalle di don Camillo la voce di Peppone. &#8211; Amenrisposero in coro, dietro le spalle di don Camillo, gli uomini di Peppone che avevano seguito il Crocifisso. Don Camillo prese la via del ritorno e, quando fu arrivato sul sagrato e si volse perché il Cristo desse l`ultima benedizione al fiume lontano, si trovò davanti: il cagnetto, Peppone, gli omini di Peppone e tutti gli abitanti del paese. Il farmacista compreso che era ateo ma che, perbacco, un prete come don Camillo che riuscisse a rendergli simpatico il Padreterno non lo aveva mai trovato&#8221;. I non pochi don Camillo di oggi dicono che questo metodo funziona ancora. Si chiama Regalità sociale di Cristo e, come si è visto, riesce a trovare a ciascuno il suo posto, persino al farmacista ateo.</span></p>
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		<title>Lo scudo fiscale senza ipocrisie</title>
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		<pubDate>Sat, 17 Oct 2009 13:35:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mugnai</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href=http://www.arezzopolitica.it/2009/10/17/lo-scudo-fiscale-senza-ipocrisie/><img src=http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2009/10/4a60a6c9bfab8_zoom-300x239.jpg class=imgtfe hspace=5 align=left width=100  alt="" /></a>di Giorgio Frabetti   Lungi da noi l’idea che con lo ‘scudo fiscale’ l’Italia diverrebbe uno Stato ‘hoff-shore’ (tipo S. Marino, Lussemburgo …) con una fiscalità quasi inesistente, appetibile per qualsivoglia impiego di riciclaggio. Ha ragione, il Ministro Tremonti: nemmeno la sanatoria dei reati societari può bastare ad indurre i riciclatori professionisti ad avvalersi dello ‘scudo’: [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignleft size-medium wp-image-2196" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2009/10/4a60a6c9bfab8_zoom-300x239.jpg" alt="4a60a6c9bfab8_zoom" width="300" height="239" />di Giorgio Frabetti  </strong> Lungi da noi l’idea che con lo ‘scudo fiscale’ l’Italia diverrebbe uno Stato ‘hoff-shore’ (tipo S. Marino, Lussemburgo …) con una fiscalità quasi inesistente, appetibile per qualsivoglia impiego di riciclaggio. Ha ragione, il Ministro Tremonti: nemmeno la sanatoria dei reati societari può bastare ad indurre i riciclatori professionisti ad avvalersi dello ‘scudo’: anzitutto, lo ‘scudo’ è misura destinata a conoscere un periodo di vigenza limitato nel tempo: in secondo luogo, a parte la sanatoria delle sanzioni (ma non tutte le sanzioni sono ‘condonate’ non le false fatturazioni, sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte …), lo scudo porterebbe in Italia capitali che poi dovrebbero essere trattati dal Fisco (negli interessi attivi) secondo le aliquote italiane: proprio quello che i riciclatori hanno rifiutato lasciando i loro soldi nei ‘paradisi fiscali’, ad aliquote più basse o inesistenti. In questo senso, quindi, c’è più di un dubbio per ritenere che lo ‘scudo’ determini un vero vantaggio finanziario ed un vero rendimento a favore della detenzione dei capitali in Italia. Inoltre, per quanto indubbiamente attenuate in alcune parti per rendere attuabile la sanatoria e la riservatezza del Cliente, le restrizioni della legge anti-riciclaggio restano comunque ferme: non solo, quindi, l’operazione ‘scudo’ può sempre essere segnalata all’UIC come ‘operazione sospetta’ (es. viene fatto un uso anomalo delle transazioni contanti …); non solo, ma è prevedibile che lo ‘scudo’ dia la stura a molte operazioni ‘fiduciarie’ (es. simulato rimpatrio di titoli che di fatto rimangono sulla fiducia all’estero e negoziati a condizioni più vantaggiosi all’estero), che potranno anche dilatare lo spettro dell’iniziativa degli organi anti-riciclaggio. Ma allora a chi serve lo ‘scudo’? Come noto, in Italia, sono diffuse le cd “gestioni patrimoniali statiche”: ovvero spesso vengono costituire società, non destinate ad investire capitale di rischio con terzi, ma destinate soltanto ad immobilizzare tutto o in parte il patrimonio di una famiglia: più spesso, si viene a creare una sorta di ‘dote’, ovvero di ‘patrimonio familiare’ per consentire il passaggio del patrimonio attraverso le generazioni. In questi contesti, lo schema societario è solo uno ‘schermo’ strumentale al conseguimento di altri benefici connessi alla fiscalità: es. nel trattamento fiscale delle plusvalenze su cessioni, nell’imposta di successione. Vengo al ‘dunque’: se è a questo ‘zoccolo di contribuenti’ che lo ‘scudo’ si rivolge, si può comprendere la sanatoria dei reati societari: se io all’estero ho affittato il mio immobile (intestato alla società) e ho sempre riscosso l’affitto in nero, senza mai contabilizzarlo, dovrò per questo essere imputato per falso in bilancio? O, peggio, rischiare di essere segnalato come “operatore sospetto di riciclaggio”? Conseguenze abnormi, perché qui lo strumento societario e finanziario è solo fittizio, strumentale. Non dobbiamo, allora, scandalizzarci dello ‘scudo’, perchè, letto in questo modo, diventa un vero e proprio strumento di razionalizzazione dell’attività di controllo ed anti-evasione, consentendo al Fisco di “non perdere tempo” in controlli sì di anomalie fiscali e societarie ma di minore pericolosità sociale (come le gestioni patrimoniali statiche).</p>
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		<title>A noi piace ricordarli così</title>
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		<pubDate>Sun, 20 Sep 2009 18:48:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Armao</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href=http://www.arezzopolitica.it/2009/09/20/a-noi-piace-ricordarli-cosi/><img src=http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2009/09/folgore-2-150x150.jpg class=imgtfe hspace=5 align=left width=100  alt="" /></a>Redazione. 
E’ quasi mezzogiorno a Kabul quando si scatena l’inferno. Sulla strada per l’aeroporto, un’auto con 150 chili di esplosivo si lancia contro due blindati italiani. Lo scoppio si sente a chilometri di distanza. Muoiono sei paracadutisti della Folgore, altri quattro militari (tre paracadutisti e un aviere) restano feriti. Molte sono le vittime anche tra [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignleft size-full wp-image-2090" title="folgore-2" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2009/09/folgore-2.jpg" alt="folgore-2" width="500" height="371" />Redazione. </strong></p>
<p>E’ quasi mezzogiorno a Kabul quando si scatena l’inferno. Sulla strada per l’aeroporto, un’auto con 150 chili di esplosivo si lancia contro due blindati italiani. Lo scoppio si sente a chilometri di distanza. Muoiono sei paracadutisti della Folgore, altri quattro militari (tre paracadutisti e un aviere) restano feriti. Molte sono le vittime anche tra i civili, oltre 20 afgani che affollavano un mercato vicino sono stati uccisi e altri 60 sono rimasti feriti.</p>
<p>Appartenevano al 186esimo Reggimento Paracadutisti di stanza a Pisa: quattro caporal maggiore; un sergente maggiore, e il tenente che comandava i due blindati.</p>
<p>Il primo caporal maggiore Matteo Mureddu, 26 anni, di Solarussa (Oristano); il primo caporal maggiore Davide Ricchiuto, 26 anni, nativo di Glarus (Svizzera); il sergente maggiore Roberto Valente 37 anni di Napoli; il primo caporal maggiore Gian Domenico Pistonami, 26 anni di Orvieto; il primo caporal maggiore Massimiliano Randino, salernitano, 32 anni.</p>
<p>Lunedì 21 settembre, nel giorno dei funerali di Stato, chiunque abbia un tricolore in casa lo esponga alla finestra. A noi piace ricordarli così.</p>
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		<title>ArezzoPolis. Un nuovo spazio di dibattito politico e critica culturale</title>
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		<pubDate>Fri, 04 Sep 2009 12:57:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Armao</dc:creator>
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		<category><![CDATA[politica]]></category>

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		<description><![CDATA[<a href=http://www.arezzopolitica.it/2009/09/04/arezzopolis-un-nuovo-spazio-di-dibattito-politico-e-critica-culturale/><img src=http://i164.photobucket.com/albums/u14/progettostoria/arezzo2.jpg class=imgtfe hspace=5 align=left width=100  alt="" /></a>ArezzoPolis è un e-magazine di approfondimento culturale e politico. Lo scopo del sito è quello di offrire a tutti ma proprio a tutti, un luogo di dibattito e discussione interattiva fatto di proposte, commenti, segnalazioni, denunce, critiche,  suggerimenti e informazioni su qualsiasi tema o argomento di interesse generale. Politica locale, nazionale e internazionale, libri, cultura, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://i164.photobucket.com/albums/u14/progettostoria/arezzo2.jpg"><img class="alignleft" src="http://i164.photobucket.com/albums/u14/progettostoria/arezzo2.jpg" alt="" width="360" height="361" /></a>ArezzoPolis è un e-magazine di approfondimento culturale e politico. Lo scopo del sito è quello di offrire a tutti ma proprio a tutti, un luogo di dibattito e discussione interattiva fatto di proposte, commenti, segnalazioni, denunce, critiche,  suggerimenti e informazioni su qualsiasi tema o argomento di interesse generale. Politica locale, nazionale e internazionale, libri, cultura, interviste, costume, società, sindacato, storia, consumatori e altro ancora.</p>
<p>Si parte dalla città di Arezzo e si arriva alla Terra del fuoco passando per Canicattì. Dal locale al globale e viceversa. Per tentare di sprovincializzare il dibattito politico di questa città, che ne avrebbe bisogno per uscire dalla crisi di identità nella quale si dibatte in seguito alla crisi del suo tessuto economico e sociale.</p>
<p>Il sito è interattivo e pertanto ospita interventi di opinionisti <strong>di tutte le parti politiche</strong> e di chiunque abbia voglia entrare nella mischia confrontandosi anche con chi la pensa diversamente da lui. Anche molto diversamente.</p>
<p>Chiunque può collaborare con ArezzoPolis scrivendo a: <strong>redazione@arezzopolitica.it</strong></p>
<p>Il sito è in continua evoluzione per diventare sempre più aperto e accessibile a tutti.</p>
<p><strong>Antonino Armao</strong></p>
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