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	<title>Arezzo Polis &#187; Politica Nazionale</title>
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	<description>Spazio di dibattito politico e critica culturale</description>
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		<title>Tra Silvio e Gianfranco, la Sinistra gode</title>
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		<pubDate>Thu, 29 Jul 2010 13:31:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Frabetti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica Nazionale]]></category>

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		<description><![CDATA[<a href=http://www.arezzopolitica.it/2010/07/29/tra-silvio-e-gianfranco-la-sinistra-gode/><img src=http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/07/20080628_dipietro_berlusconi-150x150.jpg class=imgtfe hspace=5 align=left width=100  alt="" /></a>di Giorgio Frabetti- Cosa accadrà se stanotte l&#8217;Ufficio Politico di Palazzo Grazioli formalizzerà il divorzio Fini e Berlusconi? Si andrà ad elezioni anticipate; presto o tardi, ma comunque a breve termine. Come noto, Berlusconi non possiede una &#8220;maggioranza di riserva&#8221;, salvo che Casini non gli offra una disponibilità in extremis (ma questa eventualità è invisa alla Lega). E poi, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-4561" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/07/20080628_dipietro_berlusconi.jpg" alt="20080628_dipietro_berlusconi" width="450" height="369" />di <strong>Giorgio Frabetti</strong>- Cosa accadrà se stanotte l&#8217;Ufficio Politico di Palazzo Grazioli formalizzerà il divorzio Fini e Berlusconi? Si andrà ad elezioni anticipate; presto o tardi, ma comunque a breve termine. Come noto, Berlusconi non possiede una &#8220;maggioranza di riserva&#8221;, salvo che Casini non gli offra una disponibilità <em>in extremis</em> (ma questa eventualità è invisa alla <em>Lega</em>). E poi, ce n&#8217;è abbastanza per ritenere che, anche costituiti in gruppi parlamentari autonomi, l&#8217;atteggiamento dei finiani non muterà  verso Berlusconi: hanno già ottenuto sufficiente attenzione dei <em>media</em> sulle <em>issues</em> giustizialiste e un proprio potere contrattuale che ha già permesso loro di incassare qualche risultato politico (Brancher e forse il ritiro del Ddl intercettazioni): perchè ammorbidirsi? C&#8217;è da dire, poi, che questo quadro parlamentare non muterebbe nemmeno se Fini si dimettesse da Presidente della Camera. In questo clima di convivenza impossibile, la via delle elezioni anticipate sarebbe l&#8217;unica possibile. Ma non si illuda Berlusconi di giovarsene: dopo mesi di killeraggio parlamentare finiano, la sua posizione sarebbe inevitabilmente logorata. Soprattutto, Berlusconi non potrebbe presentarsi come il <em>leader</em> che ha portato stabilità e ordine al Paese; nè, come noto, potrebbe giovarsi (come nel 2006) dell&#8217;appello anti-comunista, stante la circostanza che i Comunisti (PRC e soci) non esistono più! Ma nemmeno Fini si gioverebbe elettoralmente, con il grosso della sua dirigenza (La Russa etc.) finita dentro il PDL. Non illudiamoci: l&#8217;unico che alla fine potrebbe trarre vantaggio politico da questo caos interno al centro-destra sarebbe Di Pietro, il quale appare allo stato l&#8217;unico politico in grado di intercettare elettori o quadri locali già finiani, poi delusi dalle vicende PDL e decisi di non farsi assorbire dal berlusconismo. Sulla necessità storica del rapporto Berlusconi-Di Pietro ho già tracciato un ampio quadro nel mio <em>Di Pietro, ovvero la &#8220;sindrome regressiva&#8221; della transizione italiana</em> a gennaio scorso su questo <em>newsmagazine</em>. Sulla vocazione di Di Pietro a &#8220;fagocitare&#8221; direi quasi naturalmente, fisiologicamente gli scontenti del berlusconismo, ho poi tracciato nel mio Caso Granata&#8230; del 26/07 u.s. una breve riflessione, rinvenendo una sorta di circolarità Berlusconi-Di Pietro indotta dalla pendolarità isterica ed emozionale tra voglia di rinnovamento e giustizialismo. Come detto nel <em>post,</em> qui sta le nemesi storica del berlusconismo: accettando, cioè, di conferire un&#8217;impronta essenzialmente mediatica alla sua <em>leadership</em>,  Berlusconi ha pagato un prezzo troppo elevato in termini di subalternità politica, culturale e mediatica a questi circuiti emozionali dell&#8217;opinione pubblica. E&#8217; evidente, quindi, che in eventuali elezioni anticipate, il pendolo umorale dell&#8217;opinione pubblica possa oscillare a favore di Di Pietro e del Giustizialismo, dopo che Silvio non è riuscito a &#8220;vendere&#8221; abbastanza bene le ragioni del rinnovamento. Ad avvantaggiare, poi, Di Pietro sta la stolta strategia finiana di rincorrere, per differenziarsi da Berlusconi, espressioni e <em>issues</em> di politica giustizialista; come avrebbe potuto pensare Fini di far concorrenza a Di Pietro, quando Di Pietro è da sempre sulla trincea dell&#8217;antiberlusconismo, mentre il leader di AN è stato fin qui subalterno? Evidentemente, anche se Fini decidesse di concorrere da solo su una piattaforma giustizialista, non potrebbe proporsi come &#8220;sostituto&#8221; credibile di Di Pietro. E&#8217; anzi da ritenere che Di Pietro finirà per realizzare il pieno dei voti di finiani delusi e non convertibili al berlusconismo. E questo per ragioni semplici di contiguità storica e politica: in fondo, Di Pietro, con il suo legalismo esasperato, non fa che reiterare una piattaforma populistica e demagogica che ieri era tipica del &#8220;popolo missino&#8221;, specie del Sud. Abbiamo forse dimenticato che il Giudice Paolo Borsellino, prima di diventare icona del &#8220;popolo viola&#8221; era icona del popolo missino? Se si considera poi la fisologica e documentata propensione di IDV di pescare i propri quadri entro forzitalioti, centristi e aennini transfughi, credo possa ricavarsi un quadro sufficientemente esauriente della capacità enorme di Di Pietro di attrarre flussi elettorali sul centro-destra specie nel Mezzogiorno, dove il voto a AN è sempre stato più stabile e più variabile (e talora strumentale) il voto a Berlusconi. Anche per questo motivo, se fossimo in Silvio, andremmo cauti nel minimizzare la crisi con Fini dal punto di vista di eventuali elezioni anticipate: se è vero che Fini, concorrendo da solo, non sarebbe un pericolo in termini di voti, non è chiaro se e come potrà quantificarsi la diaspora verso IDV specie nel Sud (che è comunque da stimarsi consistente). Diaspora che (non è da escludere) potrebbe configurarsi negli stessi termini rovesciati della diaspora leghista del <em>Polo delle libertà</em> nel 1996, quando la Lega, schizzata ai massimi storici del 10%, fece perdere la maggioranza a FI-AN in molti collegi del Nord, decretando automaticamente la vittoria (pressocchè &#8220;a tavolino&#8221;) dell&#8217;<em>Ulivo</em> di Romano Prodi.  A questo punto, devo avveritre i lettori che sto per prendere l&#8217;imbocco di un ragionamento decisamente ardito, ipotetico, al limite fantapolitico. Ammettiamo che questa rappresentazione del voto meridionale nello scenario di elezioni anticipate sia come l&#8217;ho tratteggiato adesso. Perchè la mobilità del fronte meridionale non può determinare nel stesso PD una svolta? Perchè, il PD, indotti dalle prospettive di successo dipietrista e dal logoramento del PDL, non potrebbe decidere ciò che oggi non osa decidere, ovvero candidare Niki Vendola alla <em>premiership</em>? E&#8217; vero, le pulsioni suicide del PD sono infinite, ma chi può escludere che un partito, allo stato comatoso, con dirigenti altamente delegittimati, non possa risolversi a questi &#8230; &#8220;colpi di testa&#8221;? Riflettano, quindi, Berlusconi e Fini se il divorzio è l&#8217;unica soluzione dei loro problemi; non è che irrigidendosi, alla fine, Silvio e Gianfranco finiscano per fare rafforzare troppo la Sinistra? E non è invece più corretto che l&#8217;attuale dialettica Fini-Berlusconi, se addomesticata nella legalità del partito (Congressi etc.) finisca invece per indebolire e logorare l&#8217;opposizione, specie se il PDL riesce a &#8221;rubare&#8221; nella sua dialettica interna temi e problematiche classicamente appannaggio dell&#8217;opposizione stessa? Riflettiamo, dunque.</p>
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		<title>Caso Granata: colpirne uno per educarne &#8230; uno (Fini)?</title>
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		<pubDate>Mon, 26 Jul 2010 10:42:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Frabetti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica Nazionale]]></category>

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		<description><![CDATA[<a href=http://www.arezzopolitica.it/2010/07/26/caso-granata-colpirne-uno-per-educarne-uno-fini/><img src=http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/07/C_3_TopNews_93535_foto-150x150.jpg class=imgtfe hspace=5 align=left width=100  alt="" /></a>di Giorgio Frabetti- Non credo che per l&#8217;On. Granata ci siano vere alternative: o smentisce le sue dichiarazioni offensive verso il Governo (e specie il Sottosegretario Mantovano accusati di tenere un voluto &#8220;basso profilo&#8221; nel programma di protezione verso Spatuzza), oppure esce dal partito. Si dice, Berlusconi è nemico della democrazia interna, decide tutto lui [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-4502" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/07/C_3_TopNews_93535_foto.jpg" alt="FABIO GRANATA" width="341" height="512" />di <strong>Giorgio Frabetti</strong>- Non credo che per l&#8217;On. Granata ci siano vere alternative: o smentisce le sue dichiarazioni offensive verso il Governo (e specie il Sottosegretario Mantovano accusati di tenere un voluto &#8220;basso profilo&#8221; nel programma di protezione verso Spatuzza), oppure esce dal partito. Si dice, Berlusconi è nemico della democrazia interna, decide tutto lui e nel partito occorre ripristinare legalità: e allora la legalità cominci dal rispetto delle deliberazioni della Direzione PDL. C&#8217;è o no stata una deliberazione della Direzione, quella del 22 aprile, che vincola i membri del PDL a non creare inutili frazionismi? E allora ci si adegui. Se non ci si vuole adeguare, ci si assuma fino in fondo e pubblicamente l&#8217;onere di contestare la legalità e la regolarità delle procedure di voto, non in modo implicito (come Fini), nè in modo &#8220;sussurrato&#8221; come Bocchino e si dia battaglia dentro il partito. Insomma, Signori (Granata e soci) quali farfalle andiamo cercando sotto l&#8217;arco di Tito? Il Paese è stanco di camarille politicanti ed autoreferenziali, è stanco di politici in cerca d&#8217;autore, che vagano ora a destra ora a sinistra, cavalcando gli umori del momento per vendersi al migliore offerente. Abbia, quindi, il PDL il coraggio definitivo di dire BASTA:  i deliberati di partito si rispettano e gli atteggiamenti di Granata e soci non possono costituire espressione legittima di lotta politica. Certo, se il PDL fosse un partito con i crismi del grande partito conservatore inglese o tedesco, casi Granata non sarebbero sorti, perchè la selezione e la rigorosa formazione della classe dirigente, valgono a isolare alla radice simili situazioni. E&#8217; evidente, quindi, che casi come quello di Granata (ma anche Fini) si risolvono solo se finalmente il PDL riesce a fare il salto qualitativo, trasformarsi, cioè, da &#8220;movimento liquido&#8221; (cassa di risonanza del carisma berlusconiano e informale Ufficio Propaganda di Palazzo Chigi) a partito vero e proprio, con regole codificate di disciplina e procedure di espressione di democrazia interna. E&#8217; evidente, però, che per realizzare questo salto, è quantomai necessario che il PDL &#8220;faccia il primo passo&#8221; e, in nome della legalità del Partito, imponga finalmente a Granata il rispetto delle deliberazioni del 22 aprile, mettendo anche in palio la sua espulsione dal partito, se non si adegua. A maggior ragione, si deve intervenire per sanzionare nelle dichiarazioni nell&#8217;On. Granata  il livello di spavalderia, di <em>nonchalance,</em> la facilità con cui l&#8217;uomo ha messo in &#8220;non cale&#8221; elementari scrupoli di unità all&#8217;interno del partito: come se l&#8217;On. Granata si aspetti di non subire alcun procedimento, ovvero alcuna conseguenza per le sue dichiarazioni. Almeno, questa è la sensazione che si ricava, prestando ascolto alle dichiarazioni del Medesimo Granata seguite alla richiesta dell&#8217;On. Lupi di suo deferimento ai probiviri: &#8220;Accetto i probiviri, se davanti ad esso andranno anche Verdini e Consentino&#8221;; il che evidentemente è come disconoscere <em>a priori</em> i probiviri e un loro eventuale coinvolgimento (attesa la non evidente pertinenza della richiesta di deferimento di Verdini e Cosentino): e in ultima istanza l&#8217;autorità del Partito. Un pò come ha fatto Fini con il voto del 22 aprile della Direzione PDL, quando, non dimettendosi da Presidente della Camera, di fatto ha disconosciuto la legittimità dei deliberati del Partito. E&#8217; poi urgente l&#8217;intervento del partito in chiave disciplinare per l&#8217;abuso che Granata e Fini hanno realizzato accettando in modo troppo supino la narrativa &#8220;Giustizialista&#8221; specie nei processi Spatuzza e Via d&#8217;Amelio: così le dichiarazioni di Granata su Spatuzza, così le dichiarazioni di Pisanu, Presidente della Commissione Antimafia (e recentemente su posizioni critiche su Berlusconi). Non si può negare che l&#8217;affermarsi di questa &#8220;narrativa giustizialista&#8221; sia un vero <em>virus</em> che, se non fermato in modo energico, è destinato ad infettare irrimediabilmente il partito ed ad operare come fattore moltiplicatore degli effetti dissolutivi in seno al PDL. Realismo, comunque, esige che si prenda atto che un simile cammino è tutto in salita.  Purtroppo, ci sono elementi per ritenere che un Partito, che di fatto non è riuscito a imporre i propri deliberati a Fini in un caso certo politicamente più rilevante, possa non riuscire ad imporsi nemmeno all&#8217;on. Granata. Già in un un Ns. precedente post (<em>Berlusconi-Fini nè con te, nè senza te</em>, 04/07 u.s.) dicemmo come i rapporti tra Berlusconi e Fini (almeno fin quando Berlusconi non avrà imbarcato una &#8220;maggioranza di riserva&#8221; con UDC), sono destinati allo stallo; uno stallo, per altro, confermato dalle dichiarazioni dei <em>leaders</em> politici di centro e di centro-destra (da Casini a Bossi) che certo non fanno presagire un&#8217;evoluzione della vicenda. A queste condizioni, diviene certo difficile e problematico per il PDL procedere a &#8220;purghe&#8221; interne: non è peregrino, cioè, il rischio che al punto di stallo cui il PDL è arrivato,  l&#8217;espulsione di Granata alla fine fortifichi la corrente finiana a danno di Berlusconi stesso. Sull&#8217;onda, poi, delle manipolazioni emozionali del &#8220;giornalismo giudiziario&#8221;, casi Granata potrebbero esploderne a decine, a centinaia nel PDL, conferendo ai finiani uno stigma di martiri che darebbe loro enorme visibilità e prestigio, ben oltre i loro meriti. Eppure, anche ai berlusconiani deve chiedersi un grande salto di qualità e soprattutto un grande atto di umiltà: se si è arrivati, infatti, a questo punto di &#8220;fuoco mediatico&#8221;, lo si deve anche ad un berlusconismo che, cercando di risolvere la lotta politica in chiave mediatica, ha pagato (nel lungo periodo) un prezzo politico troppo forte, finendo, cioè, subalterno alla stessa logica emozionale dei suoi avversari. Come noto, Berlusconi alla politica emozionale ha fatto ampio ricorso, specie come arma decisiva per sbaragliare gli avversari già dal 1994. Nel vuoto dei partiti decimati da <em>Tangentopoli</em>, le grandi <em>major</em> della stampa (Repubblica, Giornale, Corriere), erano rimasti di fatto gli unici <em>spin doctor</em> della politica. In questo quadro, è nettamente prevalsa l&#8217;antipolitica e la logica emozionale, contro la classica logica discorsiva (Habermas) della lotta politica. Per molto tempo, Berlusconi ha cavalcato questa nuova modalità di lotta politica, cavandosela egregiamente. Berlusconi, però, appiattendosi nella lotta politica alla mera logica dell&#8217;imprenditoria editoriale, trovandosi a &#8221;piazzare&#8221; opinioni e prese di posizione con gli stessi criteri di sollecitazione emotiva con cui si piazza un qualsiasi altro prodotto sul mercato, senza coltivare i tempi della riflessione e della decantazione politica delle idee, alla lunga si è trovato spiazzato. Al punto che oggi questa logica editoriale della politica tragicamente si ritorce contro di lui: sulla scia, infatti, della sollecitazione emotiva del &#8221;consumatore mediatico-emozionale&#8221;, Berlusconi si trova in balia degli umori della &#8220;folla mediatica&#8221;, strutturalmente ondivaga e lunatica, che ora beve il &#8220;nuovo miracolo italiano&#8221; di Berlusconi e ora beve il &#8220;giustizialismo dipietrista&#8221;. Oggi, poi, i berlusconiani devono prendere atto che una svolta si impone, perchè, finita la rappresentanza comunista, un simile stato di supplenza politica dei media (se non di &#8220;commissariamento&#8221;) rispetto ai partiti, sta divenendo insostenibile (prova ne sia le difficoltà che sta incontrando nel gestire mediaticamente il Ddl intercettazioni, che pure avanza non poche istanze di riforma coraggiose). Come ognuno può ben vedere, i margini di manovra di Berlusconi sono molto ridotti. Berlusconi ha però una freccia al suo arco, la deliberazione della Direzione PDL: se gli avversari ci tengono alla legalità del partito, diano prova di coerenza, adeguandovisi. Ben venga, quindi, l&#8217;espulsione di Granata, ma a condizione che sia accompagnata da una &#8220;gestione politica&#8221; molto accorta. Morto (politicamente), Granata non può diventare uno di quei morti ingombranti che (come il fantasma di Banco nel <em>Machbeth</em>) tornano a sconvolgere e a paralizzare i vivi; nè Granata deve diventare come quei martiri cristiani che, una volta morti, trascinavano con sè al martirio altri seguaci. Viceversa, il sacrificio di Granata deve essere il prezzo politico che Fini deve pagare per rientrare nei ranghi del partito. A Fini, cioè, non deve chiedersi di abbandonare il suo legittimo desiderio di concorrere alla <em>leadership</em> del partito in modo differenziato da Berlusconi nella prossima stagione congressuale, nè gli si richiede di abbassare i toni, ove espressione di legittima dialettica. Semplicemente, Fini deve &#8220;addomesticare&#8221; la sua opposizione uscendo dal <em>filybustering</em> in cui si trova attualmente per accettare la competizione aperta per la <em>leadership</em> in sede congressuale: anche se l&#8217;avrà persa, deve rendersi conto che solo passando per il crogiuolo congressuale potrà imprimere al partito e al centro-destra quella &#8220;svolta plurale&#8221; che auspica (contro la logica &#8220;monocratica&#8221; imposta da Berlusconi). Solo pagando il prezzo di un lavoro e di una competizione congressuale piena e aperta, Fini potrà davvero riuscire influenzare il partito, potrà meritarsi voce in capitolo e potrà anche avere ragione degli artificiosi unanimismi di stampo forzitaliota creati attorno al <em>leader</em>. Diversamente, Fini è condannato al declino politico. Che almeno la vicenda Granata serva ad educare Fini in questo senso: ben venga quindi, l&#8217;espulsione di Granata se colpirne uno (Granata) significa educarne &#8230; un altro (Fini).</p>
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		<title>Intercettazioni, storie di ordinario sottogoverno</title>
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		<pubDate>Wed, 21 Jul 2010 21:34:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Frabetti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href=http://www.arezzopolitica.it/2010/07/21/intercettazioni-storie-di-ordinario-sottogoverno/><img src=http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/07/intercettazioni-150x150.jpg class=imgtfe hspace=5 align=left width=100  alt="" /></a>di Giorgio Frabetti- 
“VELLA: La Confederazione ha mandato il Comunicato? MUSSOLINI:-Sì, essa darà poi l’ordine VELLA: Non dice affatto che la Confederazione è d’accordo con noi? MUSSOLINI: No VELLA: Siamo d’accordo in questo: che tu non dici, né limiti né non limiti allo sciopero”  … Questo dialogo tra Mussolini e Vella alla vigilia della Settimana Rossa [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-4465" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/07/intercettazioni.jpg" alt="intercettazioni" width="500" height="354" />di <strong>Giorgio Frabetti</strong>- </p>
<p>“VELLA: La Confederazione ha mandato il Comunicato? MUSSOLINI:-Sì, essa darà poi l’ordine VELLA: Non dice affatto che la Confederazione è d’accordo con noi? MUSSOLINI: No VELLA: Siamo d’accordo in questo: che tu non dici, né limiti né non limiti allo sciopero”  … Questo dialogo tra Mussolini e Vella alla vigilia della Settimana Rossa nel giugno 1914, non è tratto da una testimonianza di qualche personaggio famoso, ma è un testo di intercettazioni. Sissignori, le intercettazioni telefoniche erano ampiamente usate dagli Uffici Politici delle Questure già ai tempi di Giolitti (su sorveglianza dei Prefetti, ovvero del Ministero degli Interni) per spiare i personaggi politici ritenuti “pericolosi”. Come noto, anche Mussolini stesso, una volta divenuto il “Duce” del fascismo fece ampio uso delle intercettazioni (celebre e memorabile quella sul Sen. Giovanni Agnelli). Abbiamo tutti in mente le intercettazioni recenti di Cosentino e di Berlusconi, che hanno contribuito a fomentare la dissidenza finiana che attualmente sta paralizzando i Governi; abbiamo forse scordato le intercettazioni della moglie di Mastella che nel 2008 costarono la fine del Governo Prodi? Ormai non si può dubitare: le intercettazioni sono storie di ordinario sotto-governo; c’è infatti una specie di “triangolo delle Bermude” nelle istituzioni italiane; in altre parole, c’è un “buco nero” nei <em>Cabinet</em> di Politici, Forze dell’Ordine, Giornalisti, in cui misteriose  “mani invisibili” si prodigano per fabbricare “veline”, <em>dossier</em>, contenenti notizie più o meno vere, più o meno manipolate per screditare ora questo ora quel personaggio. Si capisca una buona volta che il problema intercettazioni non è solo una disputa tra chi crede nel massimo efficientismo giudiziario e chi vuole un garantismo giudiziale talmente ortodosso da favorire i delinquenti; viceversa, se in Italia le intercettazioni ambiscono a divenire risorsa decisiva di lotta politica (in luogo della dialettica e della persuasione) ciò significa che l&#8217;Italia è in grave <em>deficit</em> di democrazia (vedi il mio <em>Intercettazioni, adesso basta!</em> Del 12/03 u.s.). Vogliamo per un attimo guardare in faccia alla realtà e renderci conto che la democrazia delle intercettazioni è la democrazia del “sottogoverno” più bieco? Ci rendiamo conto che dietro l’uso politico delle intercettazioni c’è il peggio della politica italiana, ovvero quel “sottobosco” di faccendieri, <em>insider trader</em>, lobbisti “con le conoscenze giuste” (stile P3, come si va di moda adesso) capaci di manovrare scandali e informazioni riservate e di spionaggio politico, ad immagine e somiglianza dei soliti noti (della finanza, dell’industria …)? Dicendo che dietro le intercettazioni c’è un sottobosco di spionaggio e manovre equivoche non credo di dire nulla di straordinario. Sul punto, credo non ci sia testimonianza migliore dell’articolo pubblicato da Carlo Bonini su <em>Repubblica</em> il 21 gennaio 2006 a proposito dell’intercettazione Fassino-Consorte: “Le informazioni ‘sensibili’ raccolte localmente dalla Guardia di Finanza vengono per prassi trasmesse al vertice dei comandi regionali e provinciali, da queste valutate ed eventualmente condivise, formalmente o informalmente con il Reparto I che, a Roma, è coordinato dal generale di Brigata …. [A sua volta]tutte le informazioni sensibili normalmente raccolte da quell’Ufficio vengono condivise con il SISDE, con il CESIS e il SISMI”. Un quadro che per quanto imperfetto è eloquente del “contesto istituzionale” che, con assoluta verosimiglianza, è il vero “brodo di coltura” della strumentalizzazione dell’azione della Magistratura; il “brodo di coltura” in cui montano scandali, veline, <em>dossier</em> più o meno scandalistici, spionaggio politico-industriale (Tavaroli <em>docet</em>). Chi potrebbe ritenere , a queste condizioni, che pubblicare le intercettazioni sia un diritto civile e un segno di civiltà giuridica? Attenzione, però: fino a questo momento, quando questi usi impropri sulle inchieste giudiziarie (intercettazioni Consorte, Berlusconi, Cosentino) hanno suscitato rumore, i politici, la stampa si sono sempre limitati a dare la caccia al “burattinaio” (politico) che stava dietro a questi abusi. Di qui, il patetico spettacolo della Destra, che oggi accusa la Sinistra di essere la “gran burattinaia” di queste operazioni; come ieri la Sinistra, ai tempi delle intercettazioni Fassino-Consorte, e ai tempi delle vicende Tavaroli, era propensa ad accusare la Destra (“la nuova P2”, oggi P3); con il che, tra l&#8217;altro, la Sinistra nel 2006-07 si dava da fare per approvare una legge sulle intercettazioni per certi versi più restrittiva di quella attuale (Ddl Mastella). Un simile clima da “scarica barile” non serve al dibattito sulle intercettazioni; come non serve l’argomento dei “due pesi e due misure” (della serie: la Sinistra, offesa ieri dalle intercettazioni, oggi approfitta della deregulation in materia, perché oggi colpiscono Berlusconi!). Occorre in altre parole prendere atto che il problema-intercettazioni (con annesso problema delle “fughe di notizie”), rappresenta solo un “sintomo” che va curato nelle cause. Se ci sono delle combine in operazioni di polizia giudiziaria (e inevitabilmente Ministeri), tra Magistrati e Stampa, questo è il segno che c’è un livello del Ns. sistema processuale penale (le indagini preliminari, la gestione della polizia giudiziaria) dove ancora le competenze tra Esecutivo (Politica) e Magistratura non sono state delineate e separate con nitidezza, dove cioè la divisione dei poteri è ancora imperfetta e dove, pertanto, le pratiche di “sottogoverno”, tipiche dell’Italia giolittiana, fascista e democristiana, trovano ancora terreno fertile. Non facciamoci illusioni: è a questo livello che si insinua e trova terreno fertile la pratica di usare politicamente le intercettazioni; è a questo livello di competenze che si deve intervenire, energicamente e chirurgicamente. Quanto detto poi contribuisce ad attestare come sulla questione intercettazioni ormai si stiano giocando una serie di nodi e di aspetti nevralgici della “transizione incompiuta” dell’Italia: urge, pertanto, una discussione sul punto con la necessaria obiettività <em>bipartisan</em> e senza parzialità inutili. Certo a favorire la necessaria consapevolezza della complessità del problema, non giova l’atteggiamento di Ghedini e soci, i quali, enfatizzando eccessivamente la dimensione “avvocatesca” del provvedimento, hanno enfatizzato in modo abnorme il solo aspetto processuale della materia: quando invece la materia presenta “mille volti”. Ad esempio, se è deleterio presentare il divieto di pubblicare le intercettazioni e le relative sanzioni come “neofascismo”, è altrettanto deleterio presentare lo stesso provvedimento come una mera misura processuale o amministrativa: questa norma, invece, ove accolta e compresa a fondo, può preludere a rafforzare la deontologia giornalistica. Purtroppo, non molti in Italia hanno posto l’attenzione sulla circostanza che un giornalismo che si affida alle intercettazioni è un giornalismo non responsabile e non etico: non solo perché presuppone verosimili retroterra di “corruzione”, “sottogoverno” e di <em>insider trading</em>, ma anche perché snatura nel giornalista la grande funzione di <em>intelligence</em> politico sociale che ha fruttato all’Italia i capolavori giornalistici per cui essa è famosa nel mondo; abbiamo dimenticato la lezione delle grandi inchieste di Giorgio Saviane? Ovvero, abbiamo dimenticato quell’alto momento di giornalismo che fu l’inchiesta <em>Irpiniagate</em>? Dietro la scelta di vietare la pubblicazione delle intercettazioni, si deve, quindi, cogliere l’opportunità di investire su un giornalismo di qualità, che è risorsa essenziale per favorire i presupposti di un’ordinata dialettica democratica, per far crescere quel fondamentale “capitale umano”, quel <em>software</em> di cui la Nazione ha assolutamente bisogno per vivere ordinatamente (aldilà dell’<em>hardware</em> dell’economia etc.). Non è buon giornalismo quello che dice (come Vittorio Zucconi oggi a <em>Radiocapital</em>) che solo ascoltando le intercettazioni, gli italiani potranno rendersi conto del malaffare dei politici: se gli italiani (come purtroppo in molti casi è) sono inerti davanti alla corruzione, sono privi di capacità di reagire, di senso di responsabilità politica e di cittadinanza attiva, non serviranno certo le intercettazioni a renderli impegnati: se il <em>software</em> della democrazia deliberativa è inceppato e produce i guasti che sono sotto gli occhi di tutti, non servirà certo l’<em>hardware</em> delle intercettazioni (pubblicate sui giornali) a risollevare la situazione. Allo stesso modo, il problema dell’immunità dei politici dalle intercettazioni , lungi dall’essere frutto del mostruoso machiavellismo berlusconiano, è un tassello incompiuto della riforma dell’immunità parlamentare del 1993 (art. 68 Cost.) che aveva rimesso alla legge ordinaria la regolazione delle procedure di autorizzazione parlamentare delle intercettazioni dei politici: un vero “nervo scoperto” (i rapporti politica-magistratura) su cui credo non necessario spendere altre parole, dato che nel <em>newsmagazine</em> questo tema è stato ampiamente sviluppato. Senza voler procedere oltre, credo che ci sia più di una spunto per ritenere il dibattito sulla questione intercettazioni molto più ricco e sfumato di quanto appaia. In particolare, credo sia quanto mai opportuno cogliere la questione intercettazioni entro un orizzonte meno angusto di quanto attualmente traspare dai <em>media</em> (anche berlusconiani), troppo appiattiti nel rappresentare il dibattito sulle intercettazioni nella secca alternativa efficienza giudiziaria-tutela della <em>privacy</em>. Viceversa, occorre rendersi conto che la discussione su una legge sulle intercettazioni può diventare un’ottima occasione per valutare le indubbie opportunità di “investimento a lungo termine” in “capitale etico-politico” che il provvedimento presenta, in termini di benefiche ricadute sulla deontologia giornalistica e sull’equilibrio dei poteri (contro le giustamente vituperate pratiche di sottogoverno, le tanto vituperate P2, P3!). Ma evidentemente, l’equilibrio e il “buon governo” si conquistano attraverso le regole e attraverso regole che sappiano somministrare a funzionari e istituzioni un’opportuna dieta, un opportuno dosaggio di poteri, limiti e divieti. Per ogni scelta importante, destinata a durare, ognuno deve pagare il proprio prezzo.</p>
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		<title>&#8220;Larghe intese&#8221; UDC e PDL? Forse che sì, forse che no &#8230;</title>
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		<pubDate>Sun, 18 Jul 2010 00:03:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Frabetti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href=http://www.arezzopolitica.it/2010/07/18/larghe-intese-udc-e-pdl-forse-che-si-forse-che-no/><img src=http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/07/berlusconi_casini3-150x150.jpg class=imgtfe hspace=5 align=left width=100  alt="" /></a>di Giorgio Frabetti- Da quel &#8220;gran cerimoniere&#8221; della banalità e del deja-vu che è, l&#8221;ineffabile Pierferdinando Casini, non poteva farsi mancare di rispolverare quello che negli ultimi 15 anni è divenuto un vero cimelio di banalità nell&#8217;asfittica politica italiana: la proposta di un &#8220;governo di larghe intese&#8221;.  E certo, come nel copione centrista più ortodosso possibile, Casini non poteva non affettare [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-4447" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/07/berlusconi_casini3.jpg" alt="berlusconi_casini3" width="402" height="404" />di <strong>Giorgio Frabetti</strong>- Da quel &#8220;gran cerimoniere&#8221; della banalità e del <em>deja-vu </em>che è, l&#8221;ineffabile Pierferdinando Casini, non poteva farsi mancare di rispolverare quello che negli ultimi 15 anni è divenuto un vero cimelio di banalità nell&#8217;asfittica politica italiana: la proposta di un &#8220;governo di larghe intese&#8221;.  E certo, come nel copione centrista più ortodosso possibile, Casini non poteva non affettare quella che è sempre stata una grande prerogativa democristiana, l&#8217;ambiguità: come intendere la disponibilità mostrata da Casini verso Berlusconi, addidato come candidato a presiedere il &#8220;governo? Un tono molto lontano dall&#8217;antiberlusconismo che l&#8217;ha accompagnato fino almeno alle elezioni regionali di quest&#8217;anno. Un tono che lascia trapelare un ammorbidimento da parte di Pierferdi almeno rispetto all&#8217;accezione più dura e intransigente di &#8220;governo di larghe intese&#8221; come un maxi-lodo PD-PDL (che isoli le estreme Berlusconi, Di Pietro e Bossi), rinsaldato dal richiamo giacobino dell&#8217;antiberlusconismo. Come intendere tutto questo? C&#8217;è sostanza politica? O è un grande <em>bluff</em>? Pare difficile pensare che Pierferdi sia davvero disposto a fare da stampella a Berlusconi in un momento di difficoltà; specie dopo che alle elezioni regionali l&#8217;UDC ha realizzato risultati elettorali assolutamente mediocri che non hanno scalfito il &#8220;carisma&#8221; di Silvio. Eppure, si deve anche considerare l&#8217;estrema duttilità e l&#8217;estremo possibilismo di Casini, pronto a imbarcare tutti i treni disponibili, pur di non perdere l&#8217;occasione di incassare l&#8217;alleanza giusta al momento giusto. Secondo il mio giudizio, Casini, comunque, sta arrivando &#8220;alla fase delle scelte&#8221;; e crediamo che, tirando le somme, abbia capito che il disegno di sbilanciare Berlusconi dal centro  non è riuscito e che occorra addivenire a più miti consigli. Pare di capire che Casini si stia convincendo che Silvio, per quanto appannato, in declino e preda di una maggioranza &#8220;balcanizzata&#8221; dalle lotte intestine sia a breve o a medio termine sostanzialmente insostituibile e sia, pertanto, il perno indispensabile per qualsiasi aggregazione politica dello schieramento moderato. A rendere indispensabile Berlusconi, oggi più che mai è la crisi economica, che richiede un Governo stabile che garantisca un accettabile raiting del Debito Pubblico nelle Piazze Affari mondiali. In particolare, l&#8217;attuale Governo è reso sostanzialmente insostituibile, per l&#8217;indispensabilità dell&#8217;azione del Ministro Tremonti, indispensabile  in questo attuale clima di tempeste finanziarie e di politiche monetarie rigoriste. Questa circostanza strutturale (non modificabile nel breve) rende uno scenario di governo di &#8220;grossa coalizione&#8221; PD-PDL assolutamente improbabile. Pensandoci bene, infatti, chi potrebbe davvero assumersi, in queste circostanze, l&#8217;onere di una classica &#8221;crisi al buio&#8221;, di uno stravolgimento della compagine ministeriale (specie dei Ministeri Economici) che quasi sicuramente farebbe declassare il <em>raiting</em>  dell&#8217;Italia, con riflessi imprevedibili sulla tenuta dei conti pubblici e del sistema finanziario italiano? Per questo, oggi è più fondata l&#8217;impressione che, alla fine, nonostante lo sfaldamento evidente del PDL, nonostante le esiziali rivalità tra Berlusconi e Fini, alla fine il Governo non cadrà, per lo meno a breve. Per questo, a Casini non conviene investire troppo nell&#8217;antiberlusconismo (che può ben essere &#8220;carta di riserva&#8221; in un non probabilissimo caso di referendum su riforme costituzionali PDL): a breve, cioè, non pare proprio profilarsi una congiuntura favorevole a &#8220;governi tecnici&#8221; o di &#8220;salute pubblica&#8221; come nel 1992, 1993 e nel 1995. E questo essenzialmente grazie a Tremonti:  le garanzie di stabilità finanziaria (sull&#8217;Erario e sulla borsa dell&#8217;Azienda Italia) che ieri avrebbero potuto essere offerte da un Governo Tecnico, oggi sono adeguatamente offerte dal rigore di Tremonti, senza bisogno di un nuovo e troppo incerto governo! Diciamocelo chiaro, il &#8220;Commercialista di Sondrio&#8221; è per il PDL la classica &#8220;marcia in più&#8221;, è un&#8217;ottima riserva di durata e di consenso : certo, il suo profilo di severo e accigliato custode del rigore dei conti pubblici lo renderebbe simile e forse anche odioso al pari di molti suoi predecessori tecnici, primo fra tutto Padoa Schippa. Eppure Tremonti, pur essendo un tecnico, non è un tecnocrate come Amato, Ciampi, Dini (per quanto ami indugiare in riunioni amate dai &#8220;tecnocrati&#8221; come Aspen, Cernobbio etc.); è viceversa un esperto   politicamente abbastanza avveduto per comprendere che gli attuali condizionamenti finanziari e i vincoli di bilancio UE sulla politica italiana devono essere accompagnati da riforme che restituiscano alla politica fiscale e della spesa pubblica il necessario grado di consensualità sociale: come il federalismo fiscale. Senonchè (e qui sta il nerbo della mia personale previsione politica), il &#8220;federalismo fiscale&#8221; non è solo una &#8220;riforma come altre&#8221;, ma costituisce ormai il vero perno degli equilibri del governo Berlusconi, il vero &#8220;asso di briscola&#8221; capace di deciderne la permanenza e la sostanziale stabilità. Il &#8220;federalismo fiscale&#8221;, infatti, come già spiegato in questo <em>newsmagazine</em>, è anche ed essenzialmente una &#8220;riforma politica&#8221;:  tale  riforma, infatti, non comporta soltanto la diversa allocazione delle risorse derivanti dal gettito fiscale, ma comporta anche  la diversa allocazione della rappresentanza politica. E questo essenzialmente per due motivi: perchè è naturale che laddove ci sia potere di spesa e tassazione, lì c&#8217;è politica, lì c&#8217;è rappresentanza (<em>no taxation, without rapresentation</em>); e poi, si sa: le strutture di partito, quando non sono coinvolte nella campagna elettorale nazionale per il loro <em>leader</em>, sono deboli, mentre ormai il vero potere politico lo si detiene a livello locale (controllando territorio e clientele). Ora, è congruo e coerente che non sia vero interesse di nessuno far cadere un governo, mentre si sta accingendo a varare una riforma tanto importante (oltrechè per lo Stato) anche per le organizzazioni di partito, per rinegoziare nuovi e impensati spazi di potere locale. Di qui la mia personale quadra: chi si sentirebbe di mandare a monte una simile occasione, dato che forse non si ripresenterà più? Chi si sentirebbe di mordere la mano che lo nutre? Questo credo sia il vero <em>impasse</em> che, alla fine, dovrebbe bloccare ogni seria iniziativa per mandare in crisi il Governo Berlusconi e bloccare sia propositi di elezioni anticipate (come promette Silvio) sia governi di &#8220;larghe intese&#8221; (come dice Casini). Ora, mi pongo una domanda: è davvero tanto ingenuo Casini da ignorare questa oggettiva priorità dell&#8217;agenda politica nazionale? Faccio fatica a crederlo. A questo punto, mi spiego perchè la settimana scorsa mentre ha lanciato come suo solito il refrain delle &#8220;larghe intese&#8221; non solo non vi abbia dato una connotazione anti-berlusconiana (come da un pò di tempo), ma addirittura abbia fatto il nome di Berlusconi per la premiership di questo governo. Di qui, il PDL deve cogliere l&#8217;oppportunità di una strategia &#8220;inclusiva&#8221; di Casini, a partire dalla spartizione del &#8220;federalismo fiscale&#8221;, per rinegoziare a fondo un eventuale rapporto di Casini alla costruzione dell&#8217;edificio PDL onde tamponarne le falle indotte dalla dissidenza finiana. E&#8217; evidente che per Silvio è comodo e tattico utilizzare Casini come &#8220;spauracchio&#8221; sui finiani e come possibile &#8220;alleato di riserva&#8221;; purchè l&#8217;operazione sia condotta tenendo presente che la costruzione di un partito vero e non di plastica, richiede valutazioni approfondite, destinate ad avere riflessi nel tempo e non indotte dalla tattica e dal &#8220;tirare a campare&#8221;. Anzitutto, non ci si illuda di risolvere il rapporto Casini in una semplice manovra trasformistica: l&#8217;esperienza degli ultimi 15 anni (dal governo Dini in poi) ha insegnato che il trasformismo parlamentare ha solo lavorato per l&#8217;instabilità dei Gopverni e ha concorso solo a  &#8221;balcanizzare&#8221; le maggioranze, rendendole succubi ora di questo ora di quel singolo parlamentare (vedi UDR e Senato prodiano!). Quindi, niente aggregazioni PDL-UDC &#8230; per &#8220;fare numero&#8221; in Parlamento: non conviene riconoscere ai casiniani un tale ruolo parlamentare, che li farebbe diventare dei &#8220;finiani&#8221; &#8230; in fotocopia! E nulla evidentemente muterebbe affidando a Casini la Presidenza della Camera, perchè, a queste condizioni, Pierferdi sarebbe un Fini-<em>bis</em>. Prima di inserire Casini al Governo, sarebbe meglio (almeno io la penso così) trattare con lui sui programmi  per associare l&#8217;UDC al PDL in modo da rendere la piattoforma congressuale più forte e credibile, specie in termini di radicamento sociale e nel territorio; evidente, infatti, che se oggi si fa un Congresso nel PDL, verosimilmente sarebbero i quadri finiani o ex-AN (più adusi alla vita di partito) a dare filo da torcere a Berlusconi, con conseguenze imprevedibili per gli equilibri del PDL. In questa sede, il PDL può realizzare a favore di Casini concessioni politiche anche molto rilevanti, come il voto di preferenza, di cui non può essere trascurato il potenziale effetto positivo sull&#8217;organizzazione del costituendo PDL (vedi il mio Berlusconi, il PDL e l&#8217;ora delle decisioni &#8220;irrevocabili&#8221; del 11/07 u.s. su questo <em>newsmagazine</em>). Nello stesso tempo, il PDL deve evitare le ingenuità politico-culturali in cui è incorso in occasione delle elezioni regionali in Lazio, quando la campagna elettorale per Renata Polverini è divenuta ostaggio di un lobbyng etico di marca sostanzialmente clericale e impolitico (giovando così alla Bonino: vedi il mio <em>PDL-Cattolici, ma le aperture non bastano!</em> del 29/03 u.s. su questo <em>newsmagazine</em>). Solo in vista del consolidamento del PDL come partito si può pensare di associare Casini al governo; solo così, si può avere la garanzia che una variazione di maggioranza può avvenire senza scossoni destabilizzanti. Evidentemente, però, una simile manovra richiede tempo. Tempo, comunque, ce n&#8217;è; basta non sprecarlo!</p>
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		<title>Berlusconi, il PDL e l&#8217;ora delle decisioni &#8220;irrevocabili&#8221;</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Jul 2010 00:38:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Frabetti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href=http://www.arezzopolitica.it/2010/07/12/berlusconi-il-pdl-e-lora-delle-decisioni-irrevocabili/><img src=http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/07/848-silvio-berlusconi-thumb-150x150.jpg class=imgtfe hspace=5 align=left width=100  alt="" /></a>di Giorgio Frabetti- Per Berlusconi e il PDL è venuta l’ora delle decisioni “irrevocabili”. Serve, infatti, venire fuori dal “vicolo cieco” determinato dallo “strappo” di Fini nella Direzione PDL del 22 aprile scorso (sulle cui ombre abbiamo dedicato un post del 23/04 u.s. Il Potere logora … chi ce l’ha!). E’, però, altrettanto vero che il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-4405" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/07/848-silvio-berlusconi-thumb.jpg" alt="848-silvio-berlusconi-thumb" width="404" height="302" />di <strong>Giorgio Frabetti</strong>- Per Berlusconi e il PDL è venuta l’ora delle decisioni “irrevocabili”. Serve, infatti, venire fuori dal “vicolo cieco” determinato dallo “strappo” di Fini nella Direzione PDL del 22 aprile scorso (sulle cui ombre abbiamo dedicato un <em>post</em> del 23/04 u.s. <em>Il Potere logora … chi ce l’ha!</em>). E’, però, altrettanto vero che il “bubbone Fini” rischia di cancerizzare non solo il Governo Berlusconi, ma l’intero progetto PDL, almeno finchè non maturerà nei dirigenti berlusconiani la consapevolezza che la dissidenza finiana si può rintuzzare e rendere superflua, soltanto ponendo mano ad una seria ed incisiva opera di discernimento e di riorganizzazione del Partito di centro-destra. E’ necessario, quindi, che il popolo di centro-destra si interroghi sul “chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo”: passaggio essenziale per “incarnare” e per dare forma definitiva e stabile al “grande partito conservatore” ipotizzato dal politologo Sen. Quagliariello e dai numerosi convegni teorici che in questi anni si sono tenuti; ciò significa evidentemente dare forma al PDL come reale sintesi tra il “principio carismatico” (specifico di FI) e il “principio organizzativo” (AN). Le ultime vicende, però, relativamente alle polemiche (interne a ex FI) sulle Fondazioni (essenzialmente, <em>Liberamente</em> costituita da Gelmini, Frattini e altri) attestano una certa quale opacità dei dirigenti ex-FI, ovvero la tendenza di questi a vedere nel PDL una sorta di <em>Forza Italia</em>-bis: atteggiamento pernicioso, per i motivi che qui di seguito si spiegheranno. Innanzitutto, le Fondazioni: i problemi evidentemente non nascono in relazione alle aggregazioni tipo <em>Generazione PDL</em> che aggregano trasversalmente componenti FI e AN; viceversa, la querelle nasce dalle “fondazioni” di parte (<em>Liberamente</em>, <em>Fare Futuro</em>, <em>Generazione Italia</em> etc.) che contengono solo ex FI o solo ex-AN, accusate di riprodurre larvatamente i vecchi partiti. In particolare, ha suscitato molto scalpore e imbarazzo tra i berlusconiani la nascita, in questi giorni, della Fondazione<em> Liberamente</em> dei fedelissimi berlusconiani Ministri Gelmini e Frattini; nata con l’intento di rafforzare l’asse berlusconiano (e, secondo <em>Il Foglio </em>di venerdì 09/07 u.s<em>.</em>, per riequilibrare verso Berlusconi l’attuale divisione PDL in Sicilia), la Fondazione ha subito gli strali di Scajola, Cicchitto, Quaglieriello, Bondi che (non senza coerenza) hanno ravvisato in questa iniziativa un auto-indebolimento della posizione berlusconiana nei confronti di Fini: come ottenere, infatti, lo “scioglimento” di <em>Fare Futuro</em> di Fini, se le fondazioni dei forzaitalioti non vengono sciolte, ma addirittura vengono promosse? Sbrogliare la matassa non è semplice: per questo, la presenza delle Fondazioni sta diventando la “pietra di paragone” della legittimità della <em>leadership</em> berlusconiana all’interno del Partito; a Silvio, quindi, compete un compito di essenziale e determinante sintesi politica. Il ragionamento del Sen. Quagliariello che mette in guardia Berlusconi dal “riconoscere” Fini come “avversario” (e, quindi, lo sconsiglia di promuovere Fondazioni), secondo me, deve leggersi la punta di <em>iceberg</em> di una visione troppo “bigotta” e teorica del PDL, che non giova a trattare serenamente il problema delle Fondazioni e delle correnti. Fondazioni e “correnti” non sono in sé un male: anzi, in una dialettica aperta e leale pure possono fluidificare il partito, facilitarne la penetrazione consensuale nella società e il radicamento sul territorio. Diventano la “patologia” (in termini di frazionismo e di potenziale disgregatore dei partiti), se a monte nell’organizzazione dirigenziale ci sono “vizi d’origine”. Ecco, quindi, che, in questa fase di difficoltà, entro i dirigenti PDL deve maturare la consapevolezza che le correnti vanno sì curate come potenziale fattore disgregatore, ma solo tenendo conto che esse sono solo sintomi di un guasto più vasto che va identificato, diagnosticato e curato: credo che il recente articolo de <em>Il Foglio</em> di venerdì 09 u.s. dedicato alla querelle Fondazioni entro il PDL aiuti a comprendere come, aldilà della <em>querelle</em> Fini-Berlusconi, aldilà della <em>querelle</em> Fondazioni, esiste (a livello manifesto o solo latente) un disagio tra Berlusconi (e il “livello ministeriale” del PDL) e l’<em>èlites</em> di Partito (privata di personalità e ridotta a ruolo di “grande comprimario” di premier e di Ministro) che non controllato può far degenerare le spinte frazioniste entro il PDL.  Quale la causa di questo scollamento? Una causa è naturale, fisiologica: il “ministerialismo”; ovvero la costante tendenza per cui la carriera entro i Ministeri e le “stanze dei bottoni” è il criterio per assegnare ruoli e posti di potere anche nel Partito. Una simile tendenza al “ministerialismo” non è nuova in Italia, ma è tendenza radicata fin dall’Unità d’Italia: per questo, in Italia non ci fu mai un “partito liberale” vero e proprio comprendente De Pretis, Giolitti etc., i quali esercitavano il loro potere grazie al controllo del territorio assicurato dalle Prefetture dello Stato; così la Democrazia cristiana esplose in mille correnti, fin dai tempi di De Gasperi. Una tendenza radicatasi e degenerata in Italia a seguito dei mutamenti “semi-presidenzialistici” del sistema politico italiano degli anni 90, che hanno visto nascere partiti (<em>Forza Italia</em>, <em>Uniti nell’Ulivo</em>, PD, PDL) come “partiti di supporto” alla campagna elettorale e all’immagine del <em>premier</em>, con evidente sbilanciamento sull’Esecutivo dei rapporti intra-partitici e con costante tendenza allo svuotamento dei quadri periferici. Ecco, allora, che <strong>le Fondazioni, le stesse “correnti” diventano un cancro se diventano espressione di una dinamica tale per cui (tipo la DC) il titolo del comando interno al Partito non è il confronto interno sulle piattaforme politico-culturale e sui programmi, quanto l’aver ricoperto poltrone di Governo! Tutto il contrario del “progetto PDL”</strong>, del grande partito plurale a democrazia interna che Berlusconi ha “promesso” il 22 aprile come “casa aperta a tutti i moderati”. In questa chiave, va sollevato il legittimo dubbio quanto meno di opportunità politica delle Fondazioni di Gelmini e Frattini: “poco opportune” non perché contengono ex FI, come <em>Fare Futuro</em> contiene ex-AN, ma perché non nascono dal “basso” del Partito. Forse lo scrupolo è solo di forma, ma tale lo scrupolo diventa di sostanza, solo se si pensi che davanti ad un Fini, che non accetta di dimettersi da Presidente della Camera, perché disconosce la legalità del voto della Direzione PDL del 22 aprile, occorre che Berlusconi controbatta dimostrando che il PDL non è una “scatola vuota”, che il partito non “dipende” dall’Esecutivo e sta evolvendo verso un’autonomia organizzativa. In questi termini, quindi, è opportuno e<strong> </strong>quanto mai urgente che Berlusconi dia un segnale forte in contro-tendenza rispetto all’invadenza dei Ministri nelle <em>Fondazioni</em>, in chiave di pretto “ministerialismo”. Conformemente, poi, all&#8217;evoluzione &#8220;presidenzialista&#8221; (di fatto) del sistema politico italiano dagli anni &#8216;90 in poi, va aggiunto che, in <em>Forza Italia</em>, tale “ministerialismo” si è declinato permettendo al <em>premier</em> di usare il proprio ruolo di Presidente del Consiglio come “megafono” del  suo  “carisma” e dei <em>thnk thank</em> a lui legati. Per Berlusconi  è finora stato facile gestire la sua vicenda politica, trascurando di consultare gli iscritti e l’organizzazione, facendo appello … direttamente al popolo e all’opinione pubblica, in una chiave che spesso è sconfinata nel “populismo” aperto. Ora, questa strategia pare proprio mostrare la corda: certo, questo “movimentismo populista” ha aiutato Silvio a salvarsi dal logoramento nella campagna elettorale 2006, quando stampa e televisione lo aiutarono a rilanciare il suo profilo politico abbastanza appannato; ma allora (2006) questa operazione era facilitata a causa della presenza di Rifondazione Comunista, che rese molto facile a Silvio rinserrare in <em>Forza Italia</em> i ceti medi terrorizzati dalle tasse in relazione ad un nuovo “pericolo comunista”. Viceversa, oggi Silvio non ha a sua disposizione, per i momenti di difficoltà, lo “spauracchio” dei Comunisti; quando, cioè, i Comunisti sono scomparsi (2008) dalla scena politica, è evidentemente caduto per Silvio l’alibi di simili campagna &#8220;populiste&#8221; tese a invocare il voto a Forza Italia &#8220;a prescindere&#8221; (vedi il mio post <em>Elezioni Regionali 2010: il nuovo volto della politica</em> del 03/03 u.s.). Evidentemente, occorre per la proposta politica berlusconiana e per il centro-destra ben altra “capacità di sintesi politica” e di “implementazione sociale”: oggi, ad un popolo italiano sfiduciato nella politica per la crisi economica, Berlusconi deve opporre un nuovo profilo di politica non autoreferenziale e costruito dai <em>media</em> (in cui la gente dopo Lehman Borthers pare non riporre più fiducia!), ma aperto sulla realtà sociale e economica dell’Italia. In questi termini, non necessariamente è “scandaloso” che a comporre le <em>Fondazioni</em> etc. siano solo membri ex-FI o ex-AN (come <em>Liberamente</em> o <em>Fare Futuro</em>): il problema è che queste sappiano contribuire alla edificazione di un PDL “aperto sui problemi”, pragmatico e non ideologico. Per questo, la via della costruzione del Partito per Berlusconi è obbligata e non conosce alternative. Questa valutazione ci riporta direttamente a ridimensionare la tendenza di certi politologi PDL (Quagliariello) di ritenere preminente nella formazione politica la dimensione “movimentista” e “carismatica” su quella partitica classica (resa evidente nell’opzione di denominare il PDL non “partito” ma “popolo delle libertà”). Ora, l’opzione movimentista ha avuto una funzione storica nel conferire visibilità politica a Berlusconi e nel lanciare la legittimità sociale e culturale della Destra in Italia; non ha giovato, però, a conferire adeguata legittimità politica a Berlusconi e al suo partito. Qui si riscontra un intrinseco limite al “movimentismo” anni ’90 (che pure ha contribuito in misura non marginale al lancio di Berlusconi) che è stato funzionale a sbilanciare il sistema politico sul versante dell’antipolitica, ma senza arrivare a plasmare nuovi equilibri capaci di stabilizzare il sistema politico. Senza volermi impelagare in disquisizioni troppo sottili di teoria politica, dalla fine della <em>Prima Repubblica</em>, la logica “movimentista” è stata alla base di Lega e di Di Pietro (prima del movimento di <em>Tangentopoli</em>), due movimenti comunque attuali e presenti, la cui causa di longevità risiede nella mission molto limitata e circoscritta che essi si sono dati. In questo senso, <em>Lega</em> e Giustizialismo dipietrista sono movimenti che traggono la loro base in una legittimità sociale e pre-politica molto marcata (la “questione settentrionale” la Lega, il potere della Magistratura e della “stampa collaterale”, Di Pietro), che ha loro garantito una rendita elettorale tipicamente “marginale”, ma comunque significativa per condizionare i partiti maggiori. Ora, però, né Lega né Di Pietro potranno mai ambire a diventare i partiti di riferimento di una competizione bipolare, ovvero a diventare i partiti-perno di maggioranze e di partiti di presumibile egemonia sugli esecutivi: viceversa, basta loro influenzare i <em>media</em> su specifiche questioni (la <em>Lega</em> il federalismo fiscale, Di Pietro le leggi <em>ad personam</em>) per ritenere di fatto esaurita la loro funzione politica (in modo non dissimile ai Partiti delle Estreme nel Parlamento italiano Post-Unitario!). Evidentemente, questa connotazione non può essere oggi del PDL che ambisce ad essere (come i conservatori inglesi, francesi e tedeschi) il partito di riferimento della coalizione di schieramento: non un semplice “partito di opinione” con un programma di destra (cui basta la semplice attenzione mediatica sulle sue <em>issues</em>), ma un partito capace di “implementare” il suo programma nella Società Civile, nel diritto, nelle professioni, in altre parole, “facendo sintesi” delle varie diversità della “società reale” (necessariamente complessa). Evidente, qui risiede la “debolezza strutturale” della proposta berlusconiana, molto ambiziosa (per mire di aggregazione che si propone) ma troppo stretta e angusta nella veste stretta che fin qui si è data di “movimento” tipo Lega o Di Pietro; conseguenza di questa natura ibrida e contraddittoria del berlusconismo è il mancato consolidamento della legittimità politica (e non solo sociale e culturale come ha finora fatto) della proposta berlusconiana, con le conseguenti difficoltà di Berlusconi prima e del PDL oggi di accreditarsi come un soggetto idoneo a “fare sintesi” tra Orizzonti politico-culturali di Destra,“società reale” e “opinione pubblica”. Per questo, e anche per uscire dalla morsa dell’anti-politica, aldilà del “Movimento”, occorre che il centro-destra sappia mettere mano ad un’organizzazione efficiente, consolidata e credibile, capace di creare opportune “porte girevoli” tra Partito, opinione pubblica e società; per questo, è fisiologico mettere in conto e promuovere la dialettica e la democrazia interna del partito, dato che sarà su questa “sintesi” politica (destinata a svilupparsi nel tempo con complessità) che dovrà articolarsi la competizione tra le <em>èlites</em> per la conquista dei posti di comando del partito; naturale, quindi, il contributo che <em>Fondazioni</em> etc. potranno dare al Partito, se non sono espressione di “ministerialismo”. A questo punto,<strong> </strong>a chi (come il Sen. Quagliriello) mette in guardia dal non riconoscere le Fondazioni per non riconoscere Fini, evidentemente si deve opporre un ragionamento politicamente molto più avveduto: il conflitto, la competizione è il sale della democrazia; e del resto, nella Direzione del 22 aprile, Berlusconi non ha negato a Fini un ruolo dialettico nel partito, subordinando, però, il riconoscimento come “legittimo avversario” alle sue dimissioni (dovute) da Presidente della Camera. Certo, se Fini dovesse uscire dalla situazione equivoca in cui si trova, ciò aiuterebbe il PDL a ritrovare una “dimensione normale di partito”, ovvero una fisiologica e salutare dialettica tra una maggioranza interna e una minoranza (e varie “anime” intercettate dalle <em>Fondazioni</em> etc.). E comunque, tali mosse sono comunque fisiologiche in vista del futuro congresso PDL che dovrà normalizzare il Partito. Per questo, la via della legittimità del partito resta e resterà per Silvio e i suoi l’unica strada maestra per uscire dal “pantano” cui il PDL è stato costretto con lo “strappo” di Fini: <strong>non si illuda Berlusconi di uscire da una simile “pastoia” politica con manovre decisioniste o manovre parlamentari di tipo “trasformistico” (aggregando Casini, qualche finiano etc.):</strong> il vantaggio politico e parlamentare che Berlusconi aveva fino alle elezioni regionali verso i finiani si è, infatti, sostanzialmente esaurito. Dopo le elezioni regionali, certo, Berlusconi, forte del seguito popolare, avrebbe potuto “zittire” i parlamentari finiani con il ricatto delle elezioni anticipate e delle “liste bloccate” (“Se date retta a Fini,  si va ad elezioni e voi non sarete eletti”). A Berlusconi, però, è stata offerta un’unica occasione per valorizzare questo “capitale” politico, la Direzione PDL del 22 aprile scorso; ma in quella sede, non è uscita un’indicazione che imponesse tassativamente a Fini di dimettersi da Presidente della Camera; né Berlusconi, successivamente, si è imposto su questo argomento. In questo modo, malgrado Silvio, la dissidenza finiana si è consolidata e ha mostrato il suo “potere di veto”, prima con l’<em>affaire</em> del Ddl intercettazioni (bloccato alla Camera) e poi con l’<em>affaire</em> Brancher. Come ognuno può rendersi conto, in queste condizioni, ogni arma di ricatto di Berlusconi sui deputati finiani è minima, perché, in fondo, i dissidenti potranno sempre crearsi “benemerenze” utili per essere eletti in altri partiti, una volta esclusi eventualmente dal PDL. Né presenta alcuna prospettiva utile un eventuale “imbarco” di Casini: Casini, infatti, non possiede numeri sicuri alla Camera per rimpiazzare i finiani (quindi, Silvio dovrebbe “comprarsi” qualche deputato amico di Gianfranco). Pertanto, dopo che si è consolidata la <em>leadership</em> di Fini (pur parzialmente e in modo distorto), è evidente che, per trovare un suo equilibrio, la costruzione PDL dovrebbe essere ancorata ad un asse più pluralistico, meno “monocratico”, con piena valorizzazione della “democrazia interna”. Certo, il rischio più forte oggi è quello di ritornare ad un PDL “correntizzato” simil-DC: dobbiamo, però, renderci conto che o lasciamo le cose come stanno, lasciando che la dialettica Fini-Berlusconi si volga nei circuiti poco ortodossi di oggi (e allora pagheremmo il sicuro dissolvimento della legislatura e del partito); ovvero un qualche riconoscimento degli “avversari” ci deve essere, ma allora si dovrà operare, affinchè sia riconosciuta una cornice organizzativa credibile, che declini tale “dialettica” in senso proficuo favorendo l’apertura del Partito con la Società Civile e favorendo una migliore e proficua integrazione Roma-Periferia. In questa chiave, non si può, poi, ignorare la necessità di intervenire sia a livello di leggi elettorali e di riforme istituzionali. A livello di leggi elettorali, credo, occorra un sereno bilancio ed una serena autocritica che consideri l’efficacia deflagrante che il sistema di voto bloccato, in particolare, ha significato per i partiti. Un tale sistema elettorale, se, da un lato, nel 2008 ha avuto ragione della frammentazione partitica preesistente, nel consolidare ulteriormente una logica di partito come “comitato elettorale del candidato premier” (all’americana), ha obiettivamente disgregato i partiti maggioritari esistenti, disarticolandone i livelli centrali (quasi “blindati” nel loro potere per le liste bloccate e nella possibilità di accedere al Governo) dai livelli periferici (vedi nel PD le vicende Serracchiani, Civati etc, nel PDL Fini e l’attuale querelle sulla “festa del tricolore” di Mirabello), privati di influenza su Roma per la fine del “voto di preferenza” (una vicenda che ha una non debole analogia con le elezioni politiche del 1924, effettuate con la “legge Acerbo” e a “collegio unico nazionale”, che dette vita a contrasti tra gli organizzatori del “listone nazionale” e i <em>ras</em> locali del PNF). Non dico che si debba mutare il sistema elettorale che pure ha funzionato bene, ma è evidente che, se si intende consolidare il PDL in senso “pluralistico” e “consensuale”, non può quantomeno ignorarsi che, per accompagnare ed ammortizzare meglio un simile percorso politico può essere opportuno re-introdurre (anche solo provvisoriamente) il “voto di preferenza”: favorendo, infatti, una migliore integrazione Roma-Periferia, il ripristino delle preferenze può concorrere meglio ad un consolidamento del PDL in termini “pluralistici” e “consensuali” (e se ne avvantaggerebbe anche il PD). Certo, mi rendo conto che un simile assetto rischia di favorire in altro modo l’implosione del sistema politico, favorendo la formazione di oligarchie di tipo neodemocristiano, con  possibili ulteriori spinte disgreganti sul sistema politico; utile correttivo, comunque, può essere una riforma “presidenziale alla francese” in cui, senza modificare il rapporto fiduciario Governo-Parlamento, si attribuisca al Capo dello Stato un ruolo di premier di riserva: un pungolo utile e formalmente ortodosso per ammortizzare la deriva (sempre incombente) della “correntizzazione” eccessiva e della frammentazione dei partiti. Con questo, non si creda che intendiamo rinnegare o disconoscere quasi 20 anni di presenza politica berlusconiana: <strong>Berlusconi </strong>con la sua “discesa in campo” nel 1994 è stato tra le più lucide e impegnate avanguardie del <strong>“nuovo corso liberale/liberista” della politica italiana</strong> (vedi il mio La Destra del futuro … in <em>Arezzopolitica</em> del 16/11/2009). Come noto, infatti, il movimento berlusconiano sorge, da un lato, come moto di  “risposta/scommessa” al vuoto politico lasciato da una classe dirigente (dominata dal “consociativismo” DC-Sindacati-PCI), che non aveva saputo accollarsi in modo trasparente una svolta politica nel segno del rigore monetario; e, dall’altro, come riscoperta dello “spirito liberale” in chiave di antidoto ad uno Stato Sociale che sta razionando massicciamente le sue risorse e si sta avviando ad una “politica degli spiccioli” (sono parole di Margaret Thatcher: vedi Dahrendorf: nel saggio <em>La Libertà che cambia</em>, 1978). Finora, solo il centro-destra ha saputo storicamente recepire ed interpretare con coerenza questa istanza di riforma della politica; per questo, solo il centro-destra oggi è in grado di essere la vera avanguardia nella modernizzazione della democrazia italiana. In particolare, il centro-destra allo stato attuale dispone della cultura politica più avanzata che oggi si possa ritrovare nel sistema politico italiano e che è del tutto carente in IDV. Ma per consolidare tale primato, deve superare le ambiguità e le contraddizioni che fin qui l’hanno contraddistinto (l’ambiguità tra “grande partito” e “movimento di opinione”) e l’hanno reso vulnerabile all’antipolitica: deve diventare quel grande partito conservatore europeo che sogna e che è nel suo potenziale essere. Ma è evidente che deve trovarsi il coraggio per intervenire finalmente a questo livello strutturale, perché solo agendo a questo livello potrà aversi ragione dei fattori di “crisi strutturale” che attualmente colpiscono il partito e di cui la querelle Fondazioni, la querelle Fini-Berlusconi costituiscono espressione più visibile e preoccupante. Tocca a Berlusconi e al suo “popolo” lavorare in questa direzione; e non si sbaglino le mosse!</p>
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		<title>Fini-Berlusconi: nè con te, nè senza te</title>
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		<pubDate>Sat, 03 Jul 2010 23:03:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Frabetti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href=http://www.arezzopolitica.it/2010/07/04/fini-berlusconi-ne-con-te-ne-senza-te/><img src=http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/07/fini-e-berlusconi-150x150.jpg class=imgtfe hspace=5 align=left width=100  alt="" /></a>di Giorgio Frabetti- Difficile riuscire a spiegare diversamente la strategia finiana dopo lo “strappo” della Direzione PDL del 22 aprile scorso; per quanto duro, per quanto aspro sia il confronto tra i due co-fondatori PDL, nonostante i chiari avvertimenti di Cicchitto a Fini perché “cambi toni” (altrimenti sarà rottura), nonostante il fermo e deciso appello berlusconiano [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-4365" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/07/fini-e-berlusconi.jpg" alt="fini-e-berlusconi" width="400" height="306" />di <strong>Giorgio Frabetti</strong>- Difficile riuscire a spiegare diversamente la strategia finiana dopo lo “strappo” della Direzione PDL del 22 aprile scorso; per quanto duro, per quanto aspro sia il confronto tra i due co-fondatori PDL, nonostante i chiari avvertimenti di Cicchitto a Fini perché “cambi toni” (altrimenti sarà rottura), nonostante il fermo e deciso appello berlusconiano al <em>Ghe pensi mi</em> (ovvero la promessa a decidere con piglio decisionista ed energico l’affaire Fini) l’impressione più netta è che, nonostante a parole ognuno cerchi un “chiarimento” politico, lo “stallo” sia destinato a durare; e con esso la convivenza “coatta” tra i due, Fini e Berlusconi. Per questo motivo, fatico molto a pensare che i prossimi dieci giorni saranno veramente decisivi (come promette <em>Il Fatto Quotidiano</em>) per risolvere i rapporti Fini-Berlusconi vuoi nel senso della crisi di governo, vuoi nel senso di un eventuale cambio di maggioranza (inglobando Casini: vedi il mio post <em>Casini torna a Canossa?</em> del 14/05),vuoi in senso di elezioni anticipate. Credo che sia proprio l’atteggiamento di Fini tenuto fin qui dopo la votazione del 22 aprile scorso a condizionare nel senso dello stallo i rapporti tra lui e Berlusconi: non ottemperando cioè all’invito berlusconiano di dimettersi da Presidente della Camera (ruolo ritenuto incompatibile con una funzione di “critica attiva” entro il partito non disconosciuto <em>a priori</em> dal documento finale), Fini ha sostanzialmente e implicitamente disconosciuto la legittimità del voto della Direzione PDL. Evidentemente, questa scelta rende bene il grado di sfiducia di Fini verso una “soluzione di partito”, in teoria la più naturale per un’ “opposizione interna”: non è improbabile, cioè, che Fini si sia confermato nell’idea che il PDL è una “scatola vuota”, in cui è inutile lottare per posizioni (Segreteria, Congressi) che tanto Silvio deciderebbe “a tavolino”. Nello stesso tempo, è verosimile che  Fini non diversamente vedrebbe una sua possibile “scissione”: pur non potendosi trascurare il “salto nel buio” che tale uscita potrebbe creare almeno a livello di sbandamento dei quadri periferici del partito (specie nel Sud), evidentemente Fini da solo difficilmente potrebbe eguagliare percentuali paragonabili a quelle di AN (considerato, poi, che, con la legge a premio di maggioranza sarebbe certamente escluso da combinazioni parlamentari). Da questo punto di vista, quindi, disconosciuta come legittima la vita della “lotta all’interno al partito”, il rifiuto delle dimissioni da Presidente della Camera assume una valenza necessita ed essenziale: lo scranno di Presidente della Camera (organo neutrale) può così diventare per Fini (in modo “filibustiero” e improprio)  un luogo informale, ma non meno essenziale di direzione politica della minoranza dei “suoi”: una minoranza, per altro, non insignificante, almeno stando alle stime che accreditano i parlamentari ex-AN dissidenti in 40 alla Camera e in 14 al Senato (tutti essenziali per mettere in ginocchio la maggioranza che sorregge il Governo Berlusconi); e che può galvanizzarsi e assumere visibilità politica proprio grazie a una “direzione istituzionale autorevole” come quella finiana. In questo, Fini ha favorito e sta favorendo al massimo l&#8217;evoluzione dei suoi rapporti con Berlusconi nel segno dello “stallo”, sfruttando al massimo livello il favore del “fattore tempo”. Certo è una anomalia grande che a capo della Camera stia un capo di una “frazione” di “franchi tiratori” del Governo; ma non è stato meno contraddittorio il comportamento di Berlusconi che si è “accorto” dell’anomalia dopo quasi 02 mesi e nonostante questa posizione fosse stata pubblicamente stigmatizzata in una delibera del Partito (evidentemente vulnerata nella sua autorevolezza da questa inottemperanza). Già in un Ns. precedente post <em>E Fini non si dimette</em> … del 06/05/10 ci parve contraddittorio l’atteggiamento di attesa di Berlusconi verso Fini e il “tono non fermo” di Silvio verso le mancate dimissioni (pur richieste) del <em>leader</em> modenese: sarebbe parso necessario, o almeno più coerente che Silvio assumesse fin da subito un atteggiamento fermo ed intransigente sulle dimissioni, per l’evidente urgenza di mettere ordine e di rintuzzare quello che fin dall’inizio della legislatura è il vero “tallone d’Achille” del PDL, il Gruppo parlamentare, facile alla dispersione e all’indisciplina e solo formalmente “piegato” da Silvio con continui ricorsi alla fiducia; “tallone d’Achille” che, se non ammortizzato, è destinato a diventare un grosso problema per Berlusconi e per la maggioranza. Non è del tutto chiaro cosa abbia spinto Berlusconi a soprassedere: è probabile che, visti i numeri finiani alla Camera e al Senato tema “brutti scherzi”; è, cioè, probabile che esiti a indurre il Gruppo Parlamentare PDL della Camera a “sfiduciare” Fini per evitare la prospettiva (non impossibile) che una tale richiesta costituisca l&#8217;alibi per PD, IDV e UDC (oltreché a Finiani) per unirsi in una (malaugurata) maggioranza “anti-berlusconiana”, che, pur se “negativa” ed incapace di esprimere un Governo, paralizzerebbe sostanzialmente l&#8217;iniziativa politica dell&#8217;Esecutivo; più probabile, invece, che, prima di arrivare a sfidare apertamente Fini, Berlusconi abbia sondato la possibilità che Casini possa offrirsi come “stampella” al suo Governo. Non è, quindi, da escludere che in questi timori risieda l’esitazione fin qui tenuta da Berlusconi nel chiedere le dimissioni di Fini da Presidente della Camera. Di qui, è forte il dubbio che le parole ultimative lanciate da Berlusconi a Fini siano verosimilmente destinate a funzionare come una … pistola scarica: fino a che, cioè, Berlusconi non avrà la sicurezza di una maggioranza di riserva con Casini, è praticamente impossibile “scaricare” Fini; un “chiarimento” a queste condizioni non sarebbe altro che un “salto nel buio”: su questa base è anche da leggere la dichiarazione di Franceschini, Capogruppo PD alla Camera, di far votare al PD gli emendamenti finiani (una prospettiva ben più pericolosa del voto di “sfiducia individuale” richiesto da IDV e PD per Brancher). Sono questi, pertanto, i fattori che oggettivamente lavorano a favore di Fini e della sua strategia. Sono, però, personalmente convinto che, a favore di Fini, lavori anche l’assenza di vere alternative politiche. Anzitutto, non pare al momento ravvisarsi una vera disponibilità di Casini a “puntellare” Berlusconi, per il momento un avversario ormai importante per l’UDC: meglio, quindi, per Pierferdi, come spiegato nel mio <em>Casini torna a Canossa?</em> del 13/03 mantenere il “capitale politico “ accumulato all’opposizione (che verrebbe d’un colpo perso andando al Governo con il “nemico”) e consolidarlo nella prospettiva di una mobilitazione pro-Costituzione (es. eventuale <em>referendum </em>costituzionale su “lodo Alfano” e altre riforme costituzionali promosse “a colpi di maggioranza” dal centro-destra!). Senonchè, nemmeno le elezioni anticipate parrebbero un obiettivo a portata di mano: finchè il Governo non abbia emanato i decreti delegati sul federalismo fiscale, difficilmente la <em>Lega</em> accetterà la dissoluzione del Governo, per non vedersi sfuggire un obiettivo elettorale tanto importante e decisivo. Per questo, non è improbabile che nei prossimi giorni prevarrà anche in Bossi un atteggiamento morbido, ambiguo e possibilista (come nel Ddl Intercettazioni e come nel Caso Brancher), non certo propenso a &#8220;salti nel buoio&#8221; sul federalismo fiscale. Al momento, poi, non è da escludere che, proprio in vista di questo obiettivo strategico, la <em>Lega</em> sia tra tutti il partito meno propenso ad accettare mutamenti nello <em>status quo</em> nella maggioranza (come sarebbe un ingresso UDC ed un&#8217;uscita dei finiani). Pertanto, non è da escludere che la <em>Lega</em>, proprio quella <em>Lega</em> che apparentemente nella Direzione del 22 aprile, pareva essere diventata il “pomo della discordia” tra Fini e Berlusconi sia in realtà l’alleato che meglio e più di tutti potrà favorire il permanere dello stallo tra Fini e Berlusconi, quello stallo che attualmente permette a Fini, non dimettendosi da Presidente della Camera, di restare punto di riferimento per i “suoi” parlamentari e di mantenere una sostanziale posizione di veto politico nei confronti di Berlusconi. Il tempo dirà la sua su questi avvenimenti: non essendo, però, intervenuti negli ultimi mesi significativi mutamenti   nei rapporti di forza tra i Co-fondatori del PDL, difficilmente i rapporti Fini-Berlusconi arriveranno ad un chiarimento, almeno nel brevissimo periodo (10 gg.) previsti da <em>Il Fatto Quotidiano</em>.</p>
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		<title>Dell&#8217;Utri: fine di un incubo (politico)?</title>
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		<pubDate>Thu, 01 Jul 2010 13:14:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Frabetti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href=http://www.arezzopolitica.it/2010/07/01/dellutri-fine-di-un-incubo-politico/><img src=http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/07/strage_capaci-150x150.jpg class=imgtfe hspace=5 align=left width=100  alt="" /></a>di Giorgio Frabetti- La sentenza della Corte di Appello di Palermo che, pur confermando alcuni punti della precedente sentenza di condanna, ha assolto il Sen. Dell&#8217;Utri (PDL) dalle imputazioni più gravi e pesanti, quella cioè di aver imbastito una &#8220;trattativa&#8221; Stato-mafia, nello scorcio del 1992-93, a cavallo della fine della Prima Repubblica, addirittura complottando un&#8217;apposita [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-4343" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/07/strage_capaci.jpg" alt="strage_capaci" width="453" height="386" />di <strong>Giorgio Frabetti</strong>- La sentenza della Corte di Appello di Palermo che, pur confermando alcuni punti della precedente sentenza di condanna, ha assolto il Sen. Dell&#8217;Utri (PDL) dalle imputazioni più gravi e pesanti, quella cioè di aver imbastito una &#8220;trattativa&#8221; Stato-mafia, nello scorcio del 1992-93, a cavallo della fine della <em>Prima Repubblica</em>, addirittura complottando un&#8217;apposita strategia di destabilizzazione dell&#8217;ordine pubblico per favorire l&#8217;ascesa di un partito (<em>Forza Italia</em>) direttamente espressione della mafia, ha compiuto un importante atto di chiarificazione sia giudiziaria sia politica. Senza entrare nel merito dei fatti addebitati comunque al Senatore, in attesa di leggere le motivazioni della sentenza, la Corte d&#8217;Appello di Palermo non ha assecondato l&#8217;aberrante &#8220;teorema&#8221; che, se accolto, avrebbe confinato un&#8217;importante e più che legittima espressione dell&#8217;esperienza partitica italiana come <em>Forza Italia</em>, nel solco dell&#8217;Anti-Stato <em>tout court. </em>Un &#8220;teorema&#8221; che rappresenta<em> </em>lo <em>zenith </em>aberrante ed inquietante della teoria comunista del &#8220;doppio Stato&#8221;; lo <em>zenith</em> di una politica che, incapace di elaborare idee, programmi e assumersi responsabilità, non sa fare altro che cavalcare lo &#8220;scandalismo&#8221; politico. Soprattutto, con la sentenza Dell&#8217;Utri, si registra la fine del tentativo di una parte del sistema politico (la Sinistra) di monpolizzare e &#8220;commissariare&#8221; il centro-destra, cavalcando la <strong>criminalizzazione</strong> (non la delegittimazione, si badi la differenza), in barba alle regole del bipolarismo e della democrazia dell&#8217;alternanza.  La sentenza pare confermare la speciosità delle &#8220;campagne giustizialiste&#8221; e delle &#8220;duplicazioni&#8221; (giudiziarie e giornalistiche) dei processi (specie per corruzione e per mafia), che costituiscono negli ultimi anni il vero &#8220;cancro antipolitico&#8221; della politica italiana: si parte con accuse mirabolanti e apparentemente inconfutabili e poi si arriva ad assoluzioni che certificano l&#8217;inconsistenza degli assunti accusatori. In un  mio precedente <em>post </em>(pubblicato il 02/12/2009 su questo <em>newsmagazine</em>, <em>lo Stato e la mafia nell&#8217;anno horribilis 1992-93</em>&#8230;), mi ero lungamente dilungato nell&#8217;esporre le evidenti contraddizioni propalate dal <em>Fatto Quotidiano</em>, da De Magistris, da Santoro e dagli altri paladini del cd &#8220;popolo viola&#8221; .Che la mafia avesse dato mandato a Dell&#8217;Utri di costituire un partito (nella fattispecie, <em>Forza Italia</em>) di sua diretta espressione, addirittura con pressioni arrivate agli attentati dinamitardi del 1992-93, per evitare che i &#8220;democratici&#8221; prendessero il potere, era assunto che si sarebbe potuto effettivamente sostenere solo presupponendo due postulati. Anzitutto, si sarebbe dovuto ravvisare nella mafia una sorta di  &#8221;organizzazione collaterale&#8221; alle organizzazioni politiche moderate (come un tempo la DC), un pò come le Cooperative Rosse con il PCI; cosa del tutto smentita dai più vari riscontri giudiziari che, più volte, hanno attestato una essenziale linea &#8220;trasformistica&#8221; e opportunistica della mafia, la quale, con massima disinvoltura, ha appoggiato negli anni praticamente tutti i partiti dai quali potesse trarre vantaggio, dalla DC al PCI, ai missini, finanche ai socialisti e persino i radicali! Nè è stato meglio spiegato quale presunto interesse avesse la mafia di intervenire &#8220;attivamente&#8221; a &#8220;pungolare&#8221; (addirittura con stragi ed efferrati omicidi come Falcone e Borsellino) il  pentapartito allora morente  sotto i colpi di <em>Tangentopoli</em>: forse che la mafia, nei secoli adusa la trasformismo italiano (abbiamo scordato la lezione del <em>Gattopardo</em>?) non disponeva già di &#8220;politici di riserva&#8221;?  E qui, viene &#8230; il bello: non è per caso che alla fine la litania sui &#8220;titoli mafiosi&#8221; di Dell&#8217;Utri e Soci finisce per funzionare come una &#8220;maxi-auto-assoluzione&#8221; della Sinistra nei rapporti con la mafia? Evidentemente, situando la mafia sulla destra dello schieramento politico, si esclude matematicamente che essa avesse mai potuto schierarsi con la Sinistra! Ecco allora dove vuole &#8220;andare a parare&#8221; il &#8220;teorema Dell&#8217;Utri&#8221;: a farci credere che la mafia mai avrebbe potuto disporre di altrettanti referenti &#8220;di riserva&#8221; nella Sinistra; a farci credere che la Sinistra fosse &#8220;pura&#8221; (mafiosamente parlando).  In effetti, solo presupponendo questa &#8220;purezza&#8221; nella Sinistra (tutrice dello Stato legale contro lo Stato illegale di Dell&#8217;Utri), la teoria della &#8220;trattativa&#8221; può reggere. Ebbene, nemmeno questa presupposizione presenta alcun apprezzabile fondamento; basterà scorrere l&#8217;ottimo articolo di Bellavia-Palazzolo <em>Falce, martello e</em> <em>Cosa Nostra</em> (<em>Micromega</em>, 03/20/03) per rendersene conto: sul PCI grava, ad esempio, la non chiara gestione delle denunce dell&#8217;On. Pio La Torre (su presunti rapporti d&#8217;affari mafia-Coop rosse), come la non chiara gestione dell&#8217;omicidio di Peppino Impastato, di cui oggi si conosce l&#8217;assassino (Tano Badalamenti), ma che per anni è stato silenziato e di cui per altro non è tuttora davvero chiaro il vero &#8221;contesto politico&#8221;. Lungi, comunque, da me attribuire ai Comunisti &#8220;segreti inconfessabili&#8221; (non è mia intenzione applicare a contrario &#8220;teoremi Dell&#8217;Utri&#8221;!); ma non si può tacere l&#8217;ambiguità e le esitazioni mostrate dal PCI in queste due cruciali vicende nei rapporti con la mafia. O forse che i Comunisti pretendono di essere esonerati <em>tout court</em> dal giudizio politico in queste faccende di Sicilia? O forse che è loro interesse accreditare un&#8217;immagine di limpidezza e trasparenza, dove non c&#8217;è? Forse la Sinistra crede di poterci fare dimenticare che anche  i Comunisti erano molto inseriti nel Governo della Sicilia, a cavallo degli anni 70/80, sia nel Comune di Palermo, sia in Regione? Proviamo a ricordarci delle proteste di Leonardo Sciascia  contro le inerzie del PCI a quei tempi! Senza voler entrare ulteriormente addentro il problema dell&#8217;eventuale concorso esterno in mafia del Sen. Dell&#8217;Utri, concorso confermato parzialmente dalla Corte d&#8217;Appello (anche se Dell&#8217;Utri rimane innocente fino a sentenza definitiva), questi sono i dati politici della vicenda. Forse tutta questa vergognosa partigianeria attorno alle vicende del rapporto Stato-mafia 92-93 finirà, quando verrà finalmente alla luce un &#8220;novello Renzo De Felice&#8221; che, con l&#8217;obiettività, ma anche con la scrupolosità dello storico reatino, saprà ricapitolare l&#8217;intricata matassa di una fase storica indubbiamente nevralgica della politica italiana, quando la mafia, cioè, (confermate le condanne in Cassazione del <em>maxi-processo</em>) viene sconfitta per la prima volta in modo decisivo dallo Stato, che ne scalfisce lo <em>status</em> di impunità totale fin lì acquisito. Allora forse potremmo renderci conto dei complessi movimenti di <em>intelligence</em> tessuti dallo Stato per affrontare e gestire la nuova fase e dei nessi che questi eventuali movimenti di <em>intelligence</em> ebbero con la politica e le fortune e sfortune degli uomini politici del momento; argomenti decisivi, ma che oggi sono ancora troppo sacrificati nel &#8220;cono d&#8217;ombra&#8221; di una pubblicistica che, per paura o ricatto, oscilla tra il &#8220;complottismo sfrenato&#8221; de <em>Il Fatto Quotidiano</em> e dello storico Tranfaglia e la reticenza suggestiva, ma evanescente di Edoardo Montolli nel suo ultimo libro-intervista a Gioacchino Genchi. <em>In medio stat virtus</em>, lo sappiamo tutti: ma quando verrà la stagione dell&#8217;equidistaza?</p>
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		<title>Caso Brancher tra &#8220;legittimo impedimento&#8221; e legittimi dubbi (politici)</title>
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		<pubDate>Sun, 27 Jun 2010 00:09:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Frabetti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica Nazionale]]></category>

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		<description><![CDATA[<a href=http://www.arezzopolitica.it/2010/06/27/caso-brancher-tra-legittimo-impedimento-e-legittimi-dubbi-politici/><img src=http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/06/Presidente_Napolitano-150x150.jpg class=imgtfe hspace=5 align=left width=100  alt="" /></a>di Giorgio Frabetti- La notizia di questi giorni è che il Ministro Brancher (con delega al federalismo) non potrebbe avvalersi del beneficio del &#8220;legittimo impedimento&#8221; (come richiesto dal Medesimo in relazione alle vicende giudiziarie relative a reati commessi in occasione della &#8220;scalata Antonveneta&#8221; per cui è indagato insieme alla moglie: questo almeno è stato il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-4316" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/06/Presidente_Napolitano.jpg" alt="Presidente_Napolitano" width="324" height="423" />di <strong>Giorgio Frabetti</strong>- La notizia di questi giorni è che il Ministro Brancher (con delega al federalismo) non potrebbe avvalersi del beneficio del &#8220;legittimo impedimento&#8221; (come richiesto dal Medesimo in relazione alle vicende giudiziarie relative a reati commessi in occasione della &#8220;scalata Antonveneta&#8221; per cui è indagato insieme alla moglie: questo almeno è stato il parere del Quirinale (questa forse è la vera notizia) stilato in una Nota ufficiale rivolta a Brancher stesso, contenente l&#8217;interpretazione secondo cui il &#8220;legittimo impedimento&#8221; si applicherebbe solo ai Ministri con Portafoglio e non semplicemente con delega (senza Portafoglio, cioè). Naturale che la Nota abbia suscitato un certo quale imbarazzo ed irritazione in casa berlusconiana, e nello stesso Brancher, che in fondo aveva delegato i suoi difensori (e non certo il Quirinale) per risolvere la questione della coincidenza dei suoi processi con l&#8217;esercizio di pubbliche cariche. A fronte dell&#8217;irritazione berlusconiana, comunque, ha fatto seguito una reazione molto blanda di Bossi e una replica dei finiani che non hanno mancato di sottolineare l&#8217;ennesima <em>gaffe</em> berlusconiana. Ora, personalmente sono convinto che un&#8217;ermeneutica corretta degli eventi debba tener conto che ognuno degli attori (Quirinale, Brancher-Berlusconi, Bossi e Fini) ha agito con intenzioni e finalità diverse, di per sè non coincidenti, anche se convergenti in via accidentale (ovvero aldilà delle intenzioni) nel risultato politico (non precisamente positivo). Dal punto di vista strettamente costituzionale, l&#8217;intervento del Quirinale merita rispetto: si può non condividere, ma è coerente con un profilo di tutore del &#8220;merito costituzionale&#8221;, nel quale da tempo ormai la dottrina maggioritaria (Paladin) ritrova l&#8217;identità e la missione più peculiare del Presidente della Repubblica. Certo, l&#8217;atto è politicamente criticabile,  per la tempistica anomala  (ma questo lo dirò più avanti): in fondo (e certo involontariamente), Napolitano ha contribuito a sbilanciare l&#8217;asse della coalizione PDL-Lega in un momento di riassestamento a seguito della Direzione del 22 aprile, motivata, tra le altre cose, anche dai contrasti tra Fini e Berlisconi sul rapporto con la Lega e sulla gestione del federalismo (come dirò più avanti è in questo quadro che va interpretata la nomina di Brancher da parte di Berlusconi, e non come intenzione di mettere i bastoni tra le ruote ai Giudici, come chiosa volgarmente Flores d&#8217;Arcais ne <em>Il fatto quotidiano</em> di sabato). Dal punto di vista, però, del merito costituzionale (a prescindere dal merito politico, discutibile, come si vedrà), l&#8217;atto esprime un&#8217;istanza comprensibile: come detto molto lucidamente da una costituzionalista di grande spessore come Lorenza Carlassare (anche se si butta via scrivendo su <em>Il fatto</em> e dintorni),  nell&#8217;articolo <em>Il custode della Costituzione</em> uscito nell&#8217;ultimo numero di <em>Micromega</em>, il Presidente della Repubblica &#8220;garantisce l&#8217;integrità del sistema&#8221;, aldilà della costituzionalità degli atti legislativi (controllo che, invece, aggiungiamo noi compete alla Consulta, anche se i &#8220;fondamentalisti costituzionali&#8221; tipo Flores d&#8217;Arcais lo pretonono dal Quirinale!). Posta questa premessa, si può comprendere meglio e più a fondo come  il problema posto da Napolitano, dando occasione di delimitare le casistiche di efficacia del &#8220;legittimo impedimento&#8221; abbia offero l&#8217;opportuna occasione per dibattere su un legittimo ed essenziale &#8220;problema di sistema&#8221;: è un vero &#8220;problema di sistema&#8221;, infatti, riuscire a determinare in modo giuridicamente certo e congruo la tipologia di organo ministeriale  (Ministro con delega, Sottoseregretari &#8230;) aggredibile o meno dalla Magistratura, in presenza di oscurità e lacune nel dettato legislativo sul &#8220;legittimo impedimento&#8221; (oscurità, per altro, molto frequenti per le leggi relative agli organi dello Stato); il che significa entrare nella frontiera calda dei rapporti politica e magistratura. Personalmente, non ho motivi per non credere che Napolitano, sollevando il caso di Brancher, abbia inteso farne un <em>exemplum</em>, per cercare di promuovere una pubblica chiarificazione (a livello di regole) dei confini tra la giusta istanza di immunità della politica inerente all&#8217;esercizio delle funzioni (a livello di principio mai rinnegata dalla Consulta!) e l&#8217;altrettanto giusta istanza di soggezione all&#8217;iniziativa giurisdizionale del politico stesso. Ripeto, si può non condividere il metodo e le valutazioni adottate da Napolitano (l&#8217;emissione di un parere tecnico-giuridico parrebbe competere a organi tipo il Consiglio di Stato!), ma è certo che, sollevando l&#8217;attenzione e la discussione su questo delicato problema &#8220;di frontiera&#8221;, Napolitano ha compiuto opera meritoria: è interesse di tutti, infatti, che la materia dei rapporti giustizia-politica consegua il massimo delle certezze giuridiche: il Presidente, cioè, è perfettamente consapevole che i veti incrociati tra politica e magistratura sono deleteri per il Paese, per l&#8217;evidente delegittimazione del processo decisionale politico (e questo Napolitano lo sa, da antico critico dell&#8217;antipolitica già ai tempi della &#8220;questione morale&#8221; di Berlinguer!). Una siffatta iniziativa  può ritenersi però anche necessitata (almeno in una certa misura), in relazione al precedente giurisprudenziale del &#8220;lodo Alfano&#8221;, che ha visto la Consulta recepire un&#8217;accezione molto ristretta del principio di &#8220;eguaglianza dei cittadini davanti alla legge&#8221; processuale penale (art. 03 Cost.): non è a questo punto da escludere che, sollevando il &#8220;caso Brancher&#8221;, Napolitano abbia inteso farne un <em>exemplum</em> per caldeggiare un&#8217;interpretazione costituzionalmente ortodossa del &#8220;legittimo impedimento&#8221;, così da influire dall&#8217;autorevolezza della sua posizione istituzionale sulla stessa Consulta, chiamata  a giudicare sulla legge da alcune Procure, rintuzzando così eventuali (e probabili) giudizi di incostituzionalità, nuovi conflitti di attribuzione e, quindi, nuove forme di lacerazione tra Politica e Magistratura (con nuova delegittimazione della politica). Certo, l&#8217;intervento presidenziale presenta elementi criticabili e discutibili, forse non è nemmeno del tutto protocollare per la dilatazione del classico &#8220;potere di messaggio/esternazione&#8221; a (discutibili) funzioni consultive tecnico-giuridiche; ma se aldilà di queste riserve, l&#8217;intervento di Napolitano servirà ad evitare il giudizio di illegittimità costituzionale del &#8220;legittimo impedimento&#8221; (e la conseguente nuova delegittimazione della legislazione di centro-destra), il Presidente avrà fatto comunque un &#8220;buon servizio&#8221; alla causa dell&#8217;equilibrio dei rapporti Politica-Magistratura di cui il Paese e il centro-destra certamente gli renderanno merito. Come dicevo in apertura, però, è sul versante interno del centro-destra che la vicenda presenta delle ombre. Ora, lungi dall&#8217;attribuire (come Flores d&#8217;Arcais mostra di fare nel <em>Fatto Quotidiano</em>) eccessivi &#8220;machiavellismi&#8221; a Berlusconi, la nomina di Bancher a Ministro (senza Portafoglio) per il Federalismo nasce da equilibrismi politici del tutto interni al centro-destra, come &#8220;risposta-sfida&#8221; di Berlusconi alle recenti turbolenze tra finiani, leghisti e Berlusconiani rese pubblicamente manifeste dalla Direzione PDL del 22 aprile 2o10 (e rese più attuale dalla fortissima affermazione leghista, che in varie regioni del Nord tallonava e talore superava il PDL alle elezioni regionali 2010).  Come noto, uno dei punti di frizione tra Fini e Berlusconi nella Direzione dell&#8217;aprile scorso era stato lo sbilanciamento verso la Lega della coalizione indotto dalla gestione del federalismo fiscale: naturale, quindi, il carattere &#8220;politicamente sensibile&#8221; del federalismo fiscale, che ripartisce i criteri di spesa e di erogazione dei trasferimenti dal centro alla periferia; naturale, quindi, la paura di certi settori PDL (Fini) che, con il federalismo, il Nord possa ritrovarsi avvantaggiato economicamente e politicamente a detrimento del Sud:  naturale, quindi, la controversia politica. Ma l&#8217;attuale partita politica non si gioca solo con la pedine del Ministero del Federalismo, ma anche con la pedina del Ministero dello Sviluppo Economico: la cui poltrona, come noto, è rimasta vuota a seguito delle dimissioni,  indotte da discutibili pressioni giudiziario-giornalistiche, dell&#8217;On. Claudio Scajola: un Ministero-chiave nell&#8217;erogazione delle risorse, molto ambito dalla Lega e che naturalmente complicava il quadro delle vertenze tra gli alleati di Governo. In questo non semplice contesto politico, va letta la nomina di Brancher; issando, cioè, Brancher ad un Ministero <em>ad hoc</em> sul federalismo (competenze già di Bossi) Silvio ha inteso piazzare un proprio fedelissimo, dando vita ad un implicito <em>interim</em> sul Federalismo in &#8220;condominio&#8221; con Bossi; per non sbilanciare nè a favore della Lega nè dei finiani l&#8217;asse politico del Governo e per mantenersi su una linea &#8230; di attesa. Per questo motivo, la nomina di Brancher non può che leggersi in stretta correlazione con l&#8217;assunzione dell&#8217;<em>interim</em> in capo a Palazzo Chigi medesimo dell&#8217;ambito Ministero dello Sviluppo Economico, sempre nella stessa chiave di &#8220;attendismo berlusconiano&#8221;. Ora, è certo che la presa di posizione di Napolitano ha creato un <em>vulnus</em> nella strategia &#8220;attendista&#8221; berlusconiana, azzoppando di fatto una &#8220;pedina&#8221; essenziale di questa strategia, ovvero Brancher. In questi termini, quindi, Napolitano ha indotto (come era naturale ed ovvio) Fini e Bossi (i più diretti interessati all&#8217;attuale <em>sharada</em> ministeriale) ad assumere posizioni critiche su Berlusconi e la sua nomina; è probabile, quindi, che di qui a poco, i giochi si riapriranno per costringere Berlusconi a decidersi per l&#8217;uno o per l&#8217;altro dei contendenti, sacrificando (in prospettiva) la &#8220;poltrona&#8221; di Brancher. Come dicevo in apertura, è per queste forzature, per questi irrigidimenti, per l&#8217;evidente indebolimento politico di Brancher (e indirettamente di Berlusconi) che la presa di posizione del Quirinale è apparsa politicamente criticabile ed inopportuna; come poco opportuna, del resto, è parsa la strumentalizzazione di Bossi e Fini delle parole del Quirinale (in questa sede non rileva la posizione del PD, UDC e IDV scontata): parole cioè &#8220;usate&#8221; da Fini e Bossi esclusivamente in relazione ai propri ristretti obiettivi di &#8220;bottega politica&#8221; (evidente che anche questa vicenda come il rinvio del Ddl Intercettazioni segna un punto a favore del &#8220;commissariamento&#8221; di Berlusconi a favore degli alleati); non recepite invece (come dovevano) per il loro contenuto istituzionale e, pertanto, <em>super partes</em>. Speriamo comunque che la bufera (in sè piccola) passi presto e non sia ingigantita; speriamo, quindi, che i partiti (specie il centro-destra), aldilà delle polemiche contingenti, sappiano cogliere la dimensione istituzionale dell&#8217;intervento del Quirinale (rivolto a fare chiarezza sul rapporto Giustizia-Politica) e sappiano collaborare col Quirinale affinchè la vicenda del &#8220;legittimo impedimento&#8221; sia &#8220;pilotata&#8221; verso un positivo consolidamento, anche in vista dei futuri pronunciamenti della Consulta.</p>
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		<title>Ddl Intercettazioni, ovvero il &#8220;pantano politico&#8221; del centro-destra</title>
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		<pubDate>Sat, 19 Jun 2010 14:00:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Frabetti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href=http://www.arezzopolitica.it/2010/06/19/ddl-intercettazioni-ovvero-il-pantano-politico-del-centro-destra/><img src=http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/06/intercettazioni-150x150.jpg class=imgtfe hspace=5 align=left width=100  alt="" /></a>di Giorgio Frabetti- Dopo 2 mesi di stallo e di guerra fredda tra Berlusconi e Fini, a seguito della tempestosa Direzione PDL del 22 aprile scorso, pare proprio che Gianfranco sia riuscito ad ottenere per sè un risultato politico di assoluta rilevanza: il rinvio a settembre dell&#8217;approvazione del Ddl intercettazioni. E&#8217; la prima volta che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-4273" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/06/intercettazioni.jpg" alt="intercettazioni" width="450" height="319" />di <strong>Giorgio Frabetti</strong>- Dopo 2 mesi di stallo e di guerra fredda tra Berlusconi e Fini, a seguito della tempestosa Direzione PDL del 22 aprile scorso, pare proprio che Gianfranco sia riuscito ad ottenere per sè un risultato politico di assoluta rilevanza: il rinvio a settembre dell&#8217;approvazione del Ddl intercettazioni. E&#8217; la prima volta che i &#8220;finiani&#8221; &#8230; si contano: alla Camera esistono e sono in grado di condizionare l&#8217;approvazione delle leggi volute dal governo, e sulle intercettazioni l&#8217;hanno dimostrato. A rimorchio di Fini, si è poi messo Bossi, finora defilato: il che la dice lunga sulla paura della Lega di essere associata all&#8217;impopolarità strisciante che ha colpito Berlusconi a causa della manovra economica (più che sulle intercettazioni in sè!). Non possiamo nascondercelo, questo rinvio del Ddl intercettazioni è una vera sconfitta per Silvio, una sconfitta politica (per quanto Silvio abbia perso una battaglia, non la guerra ancora); è una sconfitta perchè la maggioranza sconfessa non tanto un provvedimento in sè (già approvato dal Senato) quanto un voto di fiducia (al Senato sul medesimo provvedimento); è un <em>vulnus</em> decisivo più che al merito del provvedimento, al metodo fin qui seguito da Berlusconi (non solo nel Ddl Intercettazioni) di tacitare con il voto di fiducia i contrasti all&#8217;interno della maggioranza; la politica PDL, quindi, almeno sulle intercettazioni, muta tenore e da monocratica e semiassolutistica diviene &#8220;collegiale&#8221;. Soprattutto, Fini, con la vicenda intercettazioni  ha finalmente avuto l&#8217;occasione di dimostrare a Silvio che, almeno alla Camera (complice anche il &#8220;lavoro di sponda&#8221; della Presidente della Commissione Giustizia Avv. Bongiorno), una &#8220;maggioranza anti-berlusconiana&#8221; esiste ed è operante. Una situazione che <em>a posteriori</em> rende ragione del silenzio, della mancata insistenza di Berlusconi nell&#8217;imporre a Fini le dimissioni da Presidente della Camera e che indubbiamente consolida la posizione di Fini come interlocutore &#8220;di minoranza&#8221; all&#8217;interno del PDL. Intendiamoci: il cambiamento da un certo punto di vista è positivo: da ora in poi, nessuno potrà dire che in seno al PDL non ci sia dialettica interna e che i partiti non sono in grado di contrastare lo strapotere Berlusconiano! Ci sia lecito comunque avanzare qualche riserva sulla prospettiva di questi &#8220;cambiamenti&#8221;. Personalmente, se non è il massimo un PDL autocratico e accentrato in Berlusconi, non credo sia tanto meglio un PDL balcanizzato dal frazionismo parlamentare, che prelude ad un PDL correntizio da far forse impallidire il ricordo della DC di altri tempi: un &#8220;libano&#8221; politico, non diversissimo purtroppo dal PD, luogo di faide e di lotte intestine continue, senza prospettive per la progettualità politica. Volendo anche astrarre dalla vicenda attuale delle intercettazioni, il vizio di origine di questa nuova stagione politica sta nell&#8217;ambiguità di Fini, che, a parole vuole &#8220;fare la minoranza&#8221; (e lo ringrazieremmo perchè porterebbe un indubbio contributo di democrazia), ma nei fatti, sembra più &#8220;fare la fronda&#8221; in piccole e meschine &#8220;manovre di palazzo&#8221;: lo stesso Fini, infatti, quando ha scelto dopo il 22 aprile la Presidenza della Camera, non accogliendo l&#8217;invito alle dimissioni da parte di Berlusconi, ha effettivamente rinunciato al lavoro tradizionale di &#8220;minoranza di area&#8221; all&#8217;interno del Partito (lavoro dai tempi più lunghi e avara di risultati visibili nell’immediato), scegliendo in sua vece la via più semplice, che attualmente gli assicura la maggiore visibilità politica e mediatica (mentre il voto del 22 aprile attesta che solo il 6% del partito è a sua disposizione). Così facendo, però, <strong>Fini mette automaticamente sè stesso e il partito in un vicolo cieco: </strong><strong>la sua strategia, infatti, può facilmente delegittimare e logorare in prospettiva sè stesso e il partito, perchè non appare</strong><strong> condotta entro ca</strong><strong>noni elementari di legittimità della lotta politica</strong>. In politica, cioè, in condizioni normali, le posizioni dialettiche si esprimono nella competizione aperta e paritaria, dove i poteri e le possibilità di influenza si ottengono nei Partiti sulla base di discussioni &#8220;impegnate&#8221; e voti su mozioni e proposte (e non sulle campagne scandalistiche dei <em>media</em>) e non sfruttando tribune istituzionali, neutrali per Costituzione (come la Presidenza della Camera) per puntellare le proprie fazioni. Già Oscar Luigi Scalfaro, nel corso del suo settennato, provò un simile &#8220;gioco sporco&#8221;: eletto Presidente della Repubblica, a ridosso del crollo della DC, tentò con operazioni politiche artificiose (es. l’incarico a Dini formalmente tecnico, ma di fatto composto tutto da elementi di area ex DC) di puntellare in via istituzionale quanto restava della DC, area politica indebolita e ridotta alla marginalità politica ed elettorale; dopo i fatti di questi giorni, credo non si siano più dubbi che  Fini intenda realizzare un&#8217;operazione simile, “puntellando” quel che resta di AN (ovvero dei suoi) con una “direzione speciale” dalla Presidenza della Camera. Fini, quindi, non gioca assolutamente &#8220;a carte scoperte&#8221; e non lascia molto ben sperare in prospettiva: meglio se finalmente abbandonasse la logica del <em>filybustering</em> e si decidesse a conformare le sue strategia di affermazione politica ad una sana logica di &#8220;democrazia deliberativa&#8221;, lavorando affinchè al Partito, agli iscritti, alle correnti di opinione e alle procedure congressuali, fosse finalmente riconosciuto uno spazio deliberativo: completi, quindi, Fini la fondazione vera del PDL e non condanni il partito di centro-destra ad essere una &#8220;scatola vuota&#8221;! Ancora più inquietante, è la circostanza che, nella piattaforma di argomenti per indurre Silvio a &#8220;soprassedere&#8221;, Fini e Bossi non si siano smarcati (almeno chiaramente) dalle posizioni di <em>Repubblica</em> e dintorni. Fa non poco pensare che, tra i cento motivi per criticare a fondo la legge sulle intercettazioni, Bossi e Fini, nell&#8217;esprimere le loro (legittime) riserve sul provvedimento, non abbiano approfittato per differenziarsi e per prendere pubblicamente le distanze al più bieco corporativismo giornalistico-giudiziario, teso a difendere la versione più bieca dello <em>status quo</em> mediatico, che vede i giornalisti &#8220;doppiare&#8221; le inchieste dei Magistrati in chiave politica e strumentale (vedi il mio <em>Intercettazioni, adesso basta! </em>del 12/03 su questo <em>newsmagazine</em>). Quale occasione migliore, infatti, per ribadire questo che è l&#8217;argomento degli argomenti per una legge di riforma delle intercettazioni? Quando, per altro, da decenni in Italia settori non sospetti della politica (vedi Sen. Pellegrino) hanno sempre additato l&#8217;anomalia della &#8220;duplicazione delle inchieste giudiziarie&#8221; in chiave politica (vuoi dalla stampa, vuoi dalle Commissioni Parlamentari: vedi come caso eclatante la conduzione della Commissione Anti-mafia da parte dell&#8217;On. Violante a ridosso dell&#8217;incriminazione di Giulio Andreotti per mafia nel 1993!). Per questo, non è del tutto confortante la posizione di Fini e di Bossi: non è forse che questo silenzio in Bossi (oltrechè in Fini) sia da leggere come adesione implcita alla logica del &#8220;politicamente corretto&#8221;? Forse che oggi essere dalla posizione di <em>Repubblica</em> crea popolarità? Forse, ma è certo che non tutte le opinioni espresse dalla stampa e che sono &#8220;popolari&#8221; sono per questo anche necessariamente vere e condivisibili: ad esempio, i discorsi di <em>Repubblica</em> e dintorni sulle intercettazioni hanno indubbiamente facile presa, ma sono &#8230; semplicistiche e demagogiche, perchè vendono una verità apparentemente lineare, e di cui l&#8217;ignaro lettore può appagarsi. Se così fosse davvero (e i fatti ce lo confermeranno o meno nei prossimi giorni), dovremmo registrare questo stop di Bossi e Fini come un&#8217;occasione mancata per marcare un profilo politico-culturale di centro-destra sul dossier giustizia davvero distinto ed autonomo. Se fosse così, si aprirebbee la via di un PDL &#8220;subalterno&#8221; (almeno nella piattaforma politico-culturale) al PTR (<em>Partito Trasversale Repubblica</em>), che non lascia ben sperare sulla tenuta in futuro del partito e della maggioranza. Una cosa, comunque, Fini e Bossi dovranno stamparsela bene in testa: ci provino loro ad andare a Palazzo Chigi  e vedano se basta indebolire Berlusconi per normalizzare la giustizia: forse che Gianfranco e Umberto hanno dimenticato che tutti i Presidenti del Consiglio di questo decennio (da Berlusconi a Prodi) hanno dovuto subire la delegittimazione del proprio Ministro Guardasigilli (Mastella, Prodi, con le vicende di Salerno e Alfano, Berlusconi con le vicende dell’omonimo “lodo”)? E’ evidente che un tale livello di competitività politica-magistratura ha radici complesse e non nasce da una presunta “anomalia Berlusconi”, quanto da una degenerazione molto comune alle democrazie parlamentari (vedi Repubblica di Weimar) che, in tempi di crisi delle <em>èlites</em> dirigenti (vedi precedente della Repubblica di Weimar) tendono ad appiattire il gioco politico sul piano orizzontale del rispetto delle regole formali, imbrigliando, invece, la dimensione verticale, “decisionista” della politica (Schmitt). Finchè non ci sarà consapevolezza di questo, il PDL (ma anche il PD) non riuscirà a venire a capo del <em>dossier</em> giustizia. Ora, la posizione di Fini e Bossi di &#8220;sdrammatizzare&#8221; le intercettazioni preluderà ad una riflessione più organica dei rapporti giustizia-politica? Speriamo: in caso contrario, se proveranno solo a fare &#8220;i furbetti&#8221;, molto meglio seguire la posizione che (con molta saggezza) ha espresso oggi Berlusconi su <em>Il Giornale</em>: &#8220;Dobbiamo impedire che questa legge subisca la triste sorte che di solito tocca alle leggi che non piacciano alla sinistra e ai suoi pm politicizzati. Cambiamola, emendiamola, rivediamola, ma approviamola è nell’interesse di tutti, altro che casta&#8221;. A buon intenditore &#8230;</p>
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		<title>02 giugno: Festa della Repubblica, Festa della Democrazia</title>
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		<pubDate>Tue, 01 Jun 2010 23:51:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Frabetti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica Nazionale]]></category>

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		<description><![CDATA[<a href=http://www.arezzopolitica.it/2010/06/02/02-giugno-festa-della-repubblica-festa-della-democrazia/><img src=http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/06/2giugno2-280x300.jpg class=imgtfe hspace=5 align=left width=100  alt="" /></a>di Giorgio Frabetti- Giustamente ripristinata come festa nazionale all’inizio degli anni 2000, la ricorrenza del 02 giugno, memoria del referendum istituzionale del 1946 (che ha deliberato la forma di stato repubblicano attualmente in vigore in Italia), è una data cruciale per la storia nazionale. Aldilà del fatto che le consultazioni del 02 giugno 1946 (abbinate alle [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-4218" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/06/2giugno2-280x300.jpg" alt="2giugno2" width="280" height="300" />di <strong>Giorgio Frabetti</strong>- Giustamente ripristinata come festa nazionale all’inizio degli anni 2000, la ricorrenza del 02 giugno, memoria del <em>referendum</em> istituzionale del 1946 (che ha deliberato la forma di stato repubblicano attualmente in vigore in Italia), è una data cruciale per la storia nazionale. Aldilà del fatto che le consultazioni del 02 giugno 1946 (abbinate alle elezioni per l’Assemblea Costituente) furono le prime veramente libere dopo 20 anni di fascismo, è utile ricordare che in quel giorno si determinò un salto qualitativo essenziale per la storia costituzionale italiana: dopo quasi 100 anni di storia costituzionale (dal 1848 data dell’emanazione dello Statuto Albertino), l’Italia divenne una compiuta democrazia; da una Costituzione “addomesticata” (per usare una parole di Jurgen Habermas) come quella Albertina (in cui il Re, assoluto, autolimitava il proprio potere senza, però, perderlo, riservandose un uso tutt&#8217;altro che marginale come avvenne nelle “radiose giornate di maggio” e il 25 luglio 1943) l&#8217;Italia passò ad un regime di Costituzione “rigida”, destinata ad avvolgere in una rete fittissima e strettissima i poteri dello Stato “giuridicizzandone l’esercizio fin nei recessi più intimi” (Habermas vedi <em>Scienza e Fede</em>, Laterza, 2005). Dal punto di vista storico, il percorso politico che porta al 02 giugno fu determinato da un forte investimento dei Padri Costituenti nelle ragioni della “sovranità popolare” e nella “democrazia deliberativa”: finito, cioè, il fascismo, con  la tragica alleanza con la Germania, con la susseguente sconfitta militare e con lo sbando dell&#8217;esercito italiano l’08 settembre 1943 (in cui molta fu la responsabilità della Corona), fu chiaro che la Monarchia non avrebbe potuto giocare nel II Dopoguerra quel ruolo di riferimento tradizionale e di orientamento per l’Unità Nazionale che pure aveva svolto ai tempi di Caporetto e all’indomani della fine della Grande Guerra, ai tempi del fascismo. I partiti del CLN (e dei successivi Governi Bonomi, Parri, De Gasperi etc.) compresero ben presto che la ricostruzione della legittimità dello Stato, non potendo più risorgere &#8220;dall&#8217;alto&#8221; del riferimento all&#8217;istituto monarchico, non avrebbe potuto che nascere dal “basso”, ovvero da una “investitura democratica forte”, da una riaffermazione forte della sovranità popolare e dello Stato di diritto. Stato di diritto, le cui ragioni furono affermate stabilendo (in discontinuità con i criteri gerarchici e monarchici vigenti nel passato) la precedenza della Costituzione sullo Stato e sulle leggi. Per questo motivo, in quella circostanza, gli italiani non furono solo chiamati a scegliere tra Monarchia e Repubblica, ma anche ad esprimere un “potere costituente”: in questa chiave fu celebrato il <em>referendum</em> istituzionale. Dal referendum, infatti, non sarebbe nata solo una nuova forma di Stato, ove fosse stata scelta dagli elettori (come poi fu) la Repubblica; anche ove fosse stata confermata la Monarchia, essa non sarebbe potuta più essere quella di prima, una monarchia semi-costituzionale e assoluta per le evenienze, ma una Monarchia interamente costituzionale e del tutto limitata nei poteri e prerogative. Cosa ha lasciato ai posteri questa esperienza costituente? A 64 anni di distanza, la Costituzione italiana, nata con l&#8217;intento di &#8220;giuridicizzare&#8221; l&#8217;esercizio del potere politico, ha rivelato un eccessivo sbilanciamento dell&#8217;asse istituzionale a vantaggio delle funzioni &#8220;orizzontali&#8221; della giurisdizione (Corte Costituzionale <em>in primis</em>) sugli organi di pretta responsabilità politica, Parlamento ed Esecutivo (nonostante  negli ultimi 20 anni con l’investitura semi-diretta del <em>premier</em> l&#8217;Italia si sia evoluta in un “sistema presidenziale di fatto”). In particolare, questo sbilanciamento, nei giorni nostri, è palpabile nel contrasto sussistente tra la forte personalizzazione del premierato (oggi espressa da Silvio Berlusconi) e la contemporanea forte affermazione  all&#8217;interno della Corte Costituzionale (il primo essenziale organo di controllo del legislatore come &#8220;giudice delle leggi&#8221;) delle frazioni decisamente più oltranziste della dottrina costituzionalistica italiana, propense a valorizzare il ruolo attivo e creativo della giurisprudenza costituzionale in aperta concorrenza con la politica (vedi “giurisprudenza costituzionale attiva” di Elia &amp; co. v. <em>L’Occidentale</em> del 25/09/2009); un’azione, quest&#8217;ultima, che negli ultimi anni ha generato orientamenti giudiziali fortemente restrittivi nel campo delle riforme processuali penali, nel campo delle riforme istituzionali e nel campo lavoristico (vedi polemiche recenti sul “collegato lavoro”). Senza disconoscere il ruolo della Corte Costituzionale nella modernizzazione della legislazione italiana (dalla riforma dello Statuto dei Lavoratori, del diritto di famiglia), un dato deve restare fermo: questa teoria della giurisdizione costituzionale esprime un senso &#8220;elitistico&#8221; delle istituzioni repubblicane che non è ortodosso allo spirito profondo della Costituzione, fondata pur sempre sul primato della &#8220;sovranità popolare&#8221; . Innanzitutto, ci sono motivi tecnici per cui la giurisprudenza non può sostituirsi al legislatore: la Magistratura  non è, infatti, capace istituzionalmente di offrire le certezze che offre (almeno di massima) la legge parlamentare; si può confidare in un ruolo creativo della giurisprudenza, solo in presenza di contesti sociali fortemente stabili quanto a valori e riferimenti tradizionali, ovvero in casi eccezionali di svolte sociali e di costume (come negli anni ’60-&#8217;70), ma di cui si possa prevedere la stabilizzazione a lungo termine. Ma il governo della globalizzazione (di una società in continuo mutamento e trasformazione) richiede uno stile decisionale rapido, efficace ed adattabile ai mutamenti e non può confidare nei &#8220;tempi lunghi&#8221; della giurisprudenza: uno stile che può provenire da un Esecutivo capace di operare con l&#8217;efficacia e la tempistività di un “amministratore delegato” dei cittadini. La stessa storia è lì a dimostrare (vedi Luca Baccelli insegna in <em>Critica del Repubblicanesimo</em> Laterza, 2003) che, lasciato il governo della società in mano ai giudici, non possono che prevalere deteriori istanze di conservazione ed immobilismo: l&#8217;analogo di questa situazione lo si ritrova  nell’ultima fase dell’epoca repubblicana a Roma (es. sul “collegato lavoro” si sono riversate istanze del mondo sindacale più conservatore, per la grande ed innovativa apertura sull’arbitrato nelle controversie di lavoro). Viceversa, <strong>la Costituzione del 1948 non nacque da alchimie tecnico-giuridiche; nacque da uno sforzo di unità e comprensione leale tra forze politiche un tempo acerrime nemiche (Cattolici, Liberali e Comunisti), che, sedutesi ad un tavolo, riuscirono a dimostrare come, aldilà ed oltre ai settarismi, potesse  nascere un frutto di politica illuminata e di avanguardia. Questo è il vero lascito, il vero insegnamento che i Padri Costituenti ci hanno lasciato: un esempio pieno e compiuto di &#8220;democrazia aperta e deliberativa&#8221;.</strong> Come fare in modo, però, che l’esercizio di “sovranità popolare” resti al livello alto di democrazia dei Padri Costituenti e non degeneri in “politica plebiscitaria” (complice anche l’uso fazioso e parziale dei mezzi di informazione)? Certamente, non è semplice trovare una quadratura adeguata, ma personalmente credo che un lume possa venire, oltrechè dall&#8217;esempio dei Padri Costituenti, anche dalla originale e creativa teoria del costituzionalismo data da Habermas. Nel solco del grande filosofo tedesco, cioè, è  possibile intendere il &#8220;costituzionalismo&#8221; non come fredda applicazione di norme giuridiche di rango costituzionale ma come metodo politico aperto e creativo (“repubblicanesimo kantiano”) capace di trasformare l’<em>input</em> delle istanze della società civile nell’<em>output</em> della legislazione: un processo, quest&#8217;ultimo, che la parte più oltranzista del costituzionalismo attuale tende ad eludere (confidando nel ruolo politico &#8220;onnivoro&#8221; della Corte Costituzionale), ma che di fatto è essenziale per legittimare la politica come sede di composizione armonica e &#8220;razionale&#8221; dei conflitti di idee e di interesse della società; e che attesta il primato essenziale ed insostituibile decisionale della politica . I “fondamentalisti costituzionali”, in altre parole, dimenticano che la “razionalità” e l&#8217;armonia delle decisioni politico-legislative è giustificata (parole di Habermas) non tanto quando sia rispettata la stretta conformità delle leggi  a canoni di stretto diritto costituzionale, ma soprattutto ove siano rispettate “le condizioni di una formazione inclusiva o discorsiva dell’opinione e della volontà&#8221; in sede di deliberazione politico-legislativa (di cui i Padri Costituenti diedero esempio preclaro). Questa è vera &#8220;democrazia deliberativa&#8221;, secondo Habermas. Va certo dato atto che, pressato dalle rozze semplificazioni mediatiche, il dibattito decisionale e parlamentare risulta pesantemente avvilito ed impoverito; non è escluso che questa condizione determini una significativa caduta della “soglia di razionalità” delle leggi e dei provvedimenti; non è quindi del tutto incomprensibile il <em>pressing</em> della Consulta e della dottrina costituzionalistica sul Parlamento e la sua tendenza di restringere il <em>range</em> di costituzionalità delle leggi (vedi “lodo Alfano”). Ma è anche vero che la complessità (ideologica e economica) del governo di una società, come quella attuale, non può essere ipotecato e condizionato dai freni e dalle remore (per quanto comprensibili e talora giustificate) di quella parte della classe dirigente che intende la Costituzione come &#8220;cittadella assediata&#8221; in una modernità vista come ostile e potenzialmente eversiva; viceversa, la Costituzione deve essere intesa come &#8220;libretto di istruzioni&#8221; di una vera &#8220;democrazia deliberativa&#8221;, come metodo per apprendere a coniugare realtà socio-politica e Costituzione in modo creativo, nella libera e aperta competizione delle idee e delle <em>èlites</em> dirigenti.  A questo punto, l&#8217;esercizio pieno ed effettivo della democrazia, non presuppone solo la massima efficienza degli organi di controllo, ma presuppone un clima culturale adeguato, almeno nei termini descritti da Habermas. E&#8217;, cioè, indispensabile   che la politica  ritrovi le cadenze e i tempi della “riflessione impegnata” (Nolte), la sola che possa &#8220;avere ragione&#8221; della democrazia emotiva, spettacolare e mediatica che imperversa nei giornali e nella TV (e che, alla fine, fa il gioco delle <em>èlites</em> più oscure ed anonime!). La “democrazia deliberativa”, cioè, più che la magistratura costituzionale, chiama in causa la stampa di informazione (affinchè sia meno appiattita come oggi su <em>plot</em> commerciali!),  la cultura (affinchè sia meno accademica e sia più aperta al reale) e i partiti (affinchè siano veri luoghi di formazione politica e non “scatole vuote”!); affinché ciascuna sappia dare ascolto alle istanze dell’opinione pubblica più consapevole. <strong>In una parola, è necessario recuperare l&#8217;insegnamento della Thacher che si vantava di avere la meglio sugli avversari per le ragioni e le argomentazioni che portava nel dibattito politico e non  per la spettacolarità dei gesti e dell&#8217;immagine!</strong> Una piena e compiuta “democrazia deliberativa”  esige, comunque, un quadro istituzionale coerente che deve essere consolidato una volta per tutte: affinché  la “sovranità popolare” scaturita dal processo costituente del 1948 possa e debba attualizzarsi ancora oggi, occorre la massima consapevolezza della necessità e dell&#8217;opportunità di intervenire sugli istituti costituzionali per  valorizzare e recuperare, come leva istituzionale decisiva, l&#8217;etica della responsabilità dei cittadini, valorizzando, così, gli istituti di pretta responsabilità politica (Parlamento, Esecutivo), contro l&#8217;attuale pesante e paralizzante invadenza degli organi di controllo; la traduzione istituzionale più efficace e coerente di questa etica della responsabilità è, secondo me, il presidenzialismo (vedi mio <em>Il legittimo impedimento &#8230;</em> del 09/04/2010). Sia, dunque, questo il 02 giugno 2010: l’occasione per prendere sul serio il valore della “sovranità popolare” lascito più eminente della “scelta repubblicana” del 02 giugno 1946.</p>
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