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	<title>Arezzo Polis &#187; Politica Internazionale</title>
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		<title>Te la do io la Germania, viaggio in un Paese al bivio: Quinta Parte</title>
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		<pubDate>Sun, 01 Jan 2012 00:33:37 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.arezzopolitica.it/2012/01/01/te-la-do-io-la-germania-viaggio-in-un-paese-al-bivio-quinta-parte/"><img align="left" hspace="5" width="150" height="150" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2011/12/euro2-150x150.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="euro" title="euro" /></a>di Giorgio Frabetti- In che modo e in che termini la Germania possa ritenersi un paese al bivio dovrebbe essere chiaro a conclusione di questa piccola serie in cinque parti: la Germania è troppo grande per pretendere di gestirsi autonomamente nei propri asset economici e strategici, senza condizionare il resto dell’Europa; la Germania, per converso, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-9183" title="euro" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2011/12/euro2.jpg" alt="euro" width="357" height="268" />di <strong>Giorgio Frabetti</strong>- In che modo e in che termini la Germania possa ritenersi un paese al bivio dovrebbe essere chiaro a conclusione di questa piccola serie in cinque parti: la Germania è troppo grande per pretendere di gestirsi autonomamente nei propri <em>asset</em> economici e strategici, senza condizionare il resto dell’Europa; la Germania, per converso, è troppo piccola e minimalista per assumersi l’onere di una leadership europea. La vicenda dell’Euro si è trasformata in una vicenda paradigmatica di questa condizione dilemmatica della Germania nel suo rapporto con l’Europa, come ben spiega da Lucio Carracciolo in <em>Limes</em> nr. 04/2011: “Il futuro della Germania tedesca sarà determinato da come reagirà, se reagirà alla crisi dell’Euro …”. Secondo Carracciolo, l’avventura dell’Euro insidia la profonda avversione al rischio che ha pervaso la società tedesca dopo la catastrofe del 1945 … Se Euro ed Europa sono percepiti come rischi, nasce una nuova Angst germanica, la paura della Transferunion, l’unione monetaria come sovvenzione a fondo perduto di greci, portoghesi, spagnoli, italiani e altri allegri spendaccioni”. Citando Michael Sturner, Carracciolo conclude: “La Germania è l’àncora della stabilità. Non ce n’è unìaltra. La cosa peggiore che potrebbe capitare sarebbe l’indebolimento, se non la perdita di quest’àncora per eccesso di trazione. Tradotto: cari amici del Club med [Grecia, Italia etc, NdA] non tirate troppo la corda, perché altrimenti affonderemo tutti insieme”. Un atteggiamento che potrebbe portare, secondo Carracciolo, la Germania a studiare un nuovo Euro a due velocità, composto dal nucleo duro del Nord e con i PIIGS (Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia, Spagna) aggregati in posizione subordinata (il celebre progetto <em>Neuro</em>). Particolarismo gretto, provincialismo economico o qualcosa d’altro in questo atteggiamento? Come spiega acutamente l’analista Herbert Dieter (esponente della Stifung Wissenchaft), con la crisi post 2008 sono venuti al pettine nodi e contraddizioni legati alla convergenza di Italia, Grecia, Irlanda, Spagna, Portogallo ai tempi dell’entrata nell’Euro con i valori dell’allora molto apprezzato marco tedesco. Allineamento allora patrocinato dalla stessa Germania per contenere la concorrenza allora esercitata sul marco da monete molto deprezzate (lira <em>in primis</em>), nei mercati che la Germania considerava di sua primaria pertinenza (essenzialmente l’Est). Un allineamento che ha portato però la Germania ad un costo non irrilevante in termini di “cambio” di tasso di interesse: se la lira, ad esempio, è passata con l’Euro da circa l’11% a 3-4%, divenendo finanziariamente competitiva, per la Germania poco o nulla è cambiato. Evidentemente, l’opinione pubblica tedesca allora storse il naso: il marco forte era frutto di una virtuosa politica economica, fiscale e monetaria; perché consentire a Paesi fiscalmente meno virtuosi di essere parificati al marco? Consentendo loro per altro notevoli e non dovuti vantaggi economici globali? In questa situazione, infatti, Italia e Grecia hanno potuto finanziare il proprio debito ricorrendo al mercato, senza aumentare le tasse, né riducendo il debito, costruendosi una piccola nicchia di mercato in Europa. Una situazione consentita più o meno tacitamente a Italia etc. per rientrare più facilmente dai loro pesanti debiti pubblici, ma che moralmente presupponeva un superiore impegno al risanamento e alla maggiore competitività che Italia e Grecia non realizzarono. Naturale che, con la crisi, questa “cambiale” venisse a scadenza e la Germania facesse pagare tali indebiti vantaggi. Di qui, una vera e propria “guerra” sia pure virtuale e “non convenzionale” tra Germania e resto dell’Europa, sia pure non cannoneggiata, ma combattuta a suon di <em>dossier</em>, a mò di slogan (di qui, la grande polemica sull’Italia “troppo grande per fallire”, mantra più virtuale che reale, ma essenziale, per il suo valore paradigmatico, in questa guerra dei nervi sull’Euro tra Germania e “resto dell’Europa), o di diffusione di notizie sconcertanti in termini affatto dissimili alle tecniche di “guerra psicologica”: vedi i “sorrisi” di Merkel- Sarkozy in ottobre contro l’Italia, la tempesta sullo spread dei titoli italiani e non solo sui Bund tedeschi, le notizie recentemente propalate dal WSJ su una presunta “imposizione” di Monti come Premier italiano (per altro in termini che nemmeno Hitler e Farinacci osarono compiere su Vittorio Emanuele III al tempo del 25 luglio 1943!), ovvero diffondendo notizie (più o meno vere) su un presunto sganciamento della Germania dall’Euro (il famoso “progetto neuro”), vero spavento dei mercati non solo europei, ma anche USA. Ma di qui, soprattutto, il rifiuto sistematico, a favore di Grecia, Spagna etc. di ogni intervento della BCE, lesinando le risorse del Fondo Salva Stati, fino a che in dicembre si è arrivati alla riforma dei Trattati, con la cessione (non gradita) di altre porzioni di sovranità, in ambito fiscale e di politica di bilancio. Al momento in cui scriviamo, paiono tramontate le prospettive (attuali al tempo dell’uscita di <em>Limes</em>) sul “progetto neuro” (progetto in effetti poco realistico dal punto di vista tecnico, per le complicazioni che genera negli scambi, evidentemente inopportuna e pericolosa in tempi di crisi). Ma con il vertice del dicembre ultimo scorso, la partita Germania-Europa si è davvero conclusa in modo soddisfacente? D’accordo, l’eventualità più grande, la fine della moneta unica pare proprio scongiurata. Ma si sa, l’Euro e l’Europa sono progetti, prospettive che non vanno coltivati solo in tempi di “eccezionalità” politica, ma anche in tempi ordinari. Ed è qui che i nodi dell’anomalia tedesca in Europa sono destinati a ripresentarsi, rendendo la corsa all’integrazione europea (politica ed economica) una corsa ad ostacoli. E’ credibile, ad esempio, un Euro se questo ha alle spalle un’Europa Unita senza una politica energetica perché sostanzialmente boicottata dalla Germania complice l’accordo Schroeder-Putin che rende praticamente Russia e Germania arbitri dei prezzi di una risorsa così essenziale per la stessa formazione dei prezzi per industrie, consumatori etc.? Ed è credibile un’Unione formale nell’attuale caos geostrategico, geopolitico e geoeconomico che caratterizza i rapporti Est-Ovest dell’Europa (tra Francia e URSS, ricordiamo “il fantasma di Locarno”) indotto da una Germania che fa le bizze, si allea con tutti e con nessuno per trarre il maggior vantaggio (e per scaricare su terzi gli oneri)? Con un’Europa che di fatto, complice tale caos, non riesce a trovare una sua precisa proiezione economica, politica e militare con il resto del mondo (Cina, Africa, Sud America): con un Terzo mondo, che, per di più, sta uscendo dalla classica condizione di marginalità in cui era stato confinato ai tempi della fondazione dell’Europa (anni ’50) con un dinamismo per altro molto aggressivo che sta surclassando (complice la diversa demografia) le vecchie glorie europee. Troppe incognite gravano sull’Europa; ma piaccia o non piaccia al centro di queste incognite c’è la Germania: l’Europa non può fare a meno della Germania; e la Germania non può fare a meno dell’Europa: il rapporto Germania-Europa è di per sé la storia di una delle più paradossali interdipendenze politico-economiche del cd “villaggio globale”. Non si va lontano dal vero a dire che la “questione tedesca” (come in passato) è il cuore della “questione europea”: per la singolare centralità geografica del Paese e per l’indubbio ruolo di traino economico che il Paese riveste ormai da decenni in Europa. <strong>(Fine)</strong></p>
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		<title>Buon compleanno, Euro!</title>
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		<pubDate>Thu, 29 Dec 2011 00:32:46 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.arezzopolitica.it/2011/12/29/buon-compleanno-euro/"><img align="left" hspace="5" width="150" height="150" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2011/12/euro-150x150.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="euro" title="euro" /></a>(Redazione) L&#8217;Euro, la Moneta Unica Europea compie 10 anni. Con modestia e riservandosi approfondimenti che saranno condotti in futuro, il Ns. sito intende ripercorrere brevemente, insieme a questa incisiva Nota ANSA, i principali passaggi di questa epocale fusione tra le monete europee, che segna un passo avanti senza precedenti nell&#8217;integrazione economica europea e una semplificazione [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignleft size-full wp-image-9142" title="euro" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2011/12/euro.jpg" alt="euro" width="408" height="306" />(Redazione) L&#8217;Euro, la Moneta Unica Europea compie 10 anni. Con modestia e riservandosi approfondimenti che saranno condotti in futuro, il Ns. sito intende ripercorrere brevemente, insieme a questa incisiva Nota ANSA, i principali passaggi di questa epocale fusione tra le monete europee, che segna un passo avanti senza precedenti nell&#8217;integrazione economica europea e una semplificazione impressionante nelle dinamiche degli scambi. Frutto di un&#8217;utopia? O mèta inesorabile? Come al solito, ci sono apocalittici e integrati. Apocalittica, Loretta Napoleoni che nel suo recente libro Il Contagio denuncia l&#8217;insostenibilità della moneta; possibilista, invece, il Prof. Patrizio Bianchi (già Nomisma), il quale ritiene sostanzialmente impossibile per gli Stati Europei rinunciare alla moneta unica, che ha comunque contribuito a rendere stabili i valori degli scambi e degli investimenti. Chi ha ragione? Il dibattito è aperto.</strong>- Dieci anni fa, il primo gennaio 2002, salutato in Italia da uno dei suoi padri piu&#8217; convinti, Carlo Azeglio Ciampi allora al Quirinale, entrava in circolazione l&#8217;euro. Nessun problema tecnico degno di nota, nessun impazzimento dei bancomat nella notte del changeover, ma solo l&#8217; utilizzo dei kit arrivati prima di Natale per far prendere confidenza agli italiani con la nuova moneta. La valuta segnava l&#8217;addio a storiche monete, la millenaria lira, il franco, il fiorino e anche il leggendario marco tedesco, sulla cui solidita&#8217; la nuova moneta fu disegnata, modellata e ancorata alla Bce, la banca centrale europea di nome ma tedesca di fatto, in cambio del si&#8217; tedesco alla valuta transnazionale. Undici furono i pionieri tra cui, non senza fatiche e consueto impegnativo rush, anche l&#8217;Italia, che per adottare l&#8217;euro da subito impose anche una tassa apposita. Assente la Grecia che avrebbe avuto un anno di tempo in piu&#8217; per aggiustare, anche in modo poco ortodosso si sarebbe scoperto dopo, i propri conti pubblici. Oggi sono 17 e, non perche&#8217; il numero almeno da noi porti sfortuna, l&#8217;euro e&#8217; entrato in crisi profonda, assaltato dagli speculatori, con una banca centrale impegnata a difenderlo senza poter pero&#8217; stampare autonomamente moneta o farsi garante di ultima istanza dei debiti pubblici dei Paesi membri, quelli piu&#8217; indisciplinati in questo momento, Italia e Spagna. Mentre Irlanda, Portogallo e Grecia hanno gia&#8217; azionato i dispositivi di aiuto internazionale e tecnicamente sospeso la propria sovranita&#8217; sui conti pubblici. Quasi in concomitanza con il compleanno, lo scorso 9 dicembre dicembre l&#8217;euro ha ricevuto qualche cura, ancora non risolutiva pero&#8217;, con la Germania che ha ottenuto dal resto dell&#8217;Unione europea (Eurozona + altri nove Paesi, solo il Regno Unito fuori) l&#8217;ok al Fiscal Compact, come l&#8217;ha battezzato Mario Draghi &#8211; da novembre custode dell&#8217;euro come presidente Bce &#8211; ovvero un impegno ad applicare le regole del patto di bilancio come se fosse stato modificato il Trattato. Modifiche che non e&#8217; escluso si possano rivedere piu&#8217; avanti. Il 2012 sara&#8217; percio&#8217; l&#8217;anno cruciale per la sopravvivenza dell&#8217;euro a 10 anni dalla sua creazione, mentre non mancano i piu&#8217; pessimisti tra operatori e analisti che parlano di deflagrazione dell&#8217;area euro, di doppia velocita&#8217; tra Paesi forti e deboli, di espulsione dei piu&#8217; indebitati. Colpito dalla sindrome o meglio dalla tragedia greca, l&#8217;euro aspetta il prossimo vertice europeo convocato gia&#8217; per il 30 gennaio per discutere di crescita e lavoro, due piaghe che parlano non solo italiano, ma quasi tutte le lingue dell&#8217;Unione. Finora la valuta unica, che sembrava dover superare il dollaro in solidita&#8217; e invece ha mostrato tutta la sua dipendenza dagli andamenti dell&#8217;economia americana, ha superato i deludenti precedenti summit, ma l&#8217;incertezza non puo&#8217; durare all&#8217;infinito. Cosi&#8217; il Wall Street Journal parla apertamente di banche centrali nazionali che si preparerebbero al ritorno delle vecchie valute (indiziato numero uno, per il quotidiano, l&#8217;istituto di Dublino) mentre altre indiscrezioni, sempre smentite, parlano di una Germania pronta a far risorgere il sempre amato marco. Tutto questo proprio mentre sta per scoccare l&#8217;ora X per le banconote andate in soffitta dieci anni fa. Entro marzo era prevista la data ultima per convertire le lire in euro, ora la manovra l&#8217;ha di fatto abolita con la sua entrata in vigore proprio all&#8217;antivigilia di Natale, incamerando un piccolo tesoretto di circa un miliardo. Non e&#8217; molto, ma di questi tempi e&#8217; comunque utile se inserito nelle misure di riduzione del debito pubblico italiano, la balena bianca contro cui il governo Monti deve lottare per convincere i mercati a mantenere l&#8217;Italia nell&#8217;euro, e non far saltare l&#8217;intera unione monetaria. Un compleanno per l&#8217;euro amaro, quindi, con tutto il mondo che guarda a quello che succede a Roma per stabilire se l&#8217;Italia e&#8217; davvero &#8216;too big to fail&#8217; od ormai, con lo spread ancorato sopra 500 punti, &#8216;to big to save&#8217;.</p>
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		<title>Te la do io la Germania, Viaggio in un Paese al bivio: quarta parte</title>
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		<pubDate>Sun, 25 Dec 2011 00:33:34 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.arezzopolitica.it/2011/12/25/te-la-do-io-la-germania-viaggio-in-un-paese-al-bivio-quarta-parte/"><img align="left" hspace="5" width="150" height="150" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2011/12/sarkosy-merkel-150x150.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="sarkosy-merkel" title="sarkosy-merkel" /></a>di Giorgio Frabetti-Nel suo libro Impostures Politiques, Marie-France Giraud denuncia l’uso strumentale delle istituzioni Ue e di Associazioni finanziate dalla UE da parte della Germania: in particolare, Istituzioni UE come Comitato delle Regioni, Accordi di Cooperazione transfrontaliera, fondi strutturali seguono una filosofia di soft power, di tutela delle aree regionali e delle minoranze linguistiche, di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-9113" title="sarkosy-merkel" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2011/12/sarkosy-merkel.jpg" alt="sarkosy-merkel" width="406" height="301" />di <strong>Giorgio Frabetti</strong>-Nel suo libro <em>Impostures Politiques</em>, Marie-France Giraud denuncia l’uso strumentale delle istituzioni Ue e di Associazioni finanziate dalla UE da parte della Germania: in particolare, Istituzioni UE come Comitato delle Regioni, Accordi di Cooperazione transfrontaliera, fondi strutturali seguono una filosofia di <em>soft power</em>, di tutela delle aree regionali e delle minoranze linguistiche, di cui la Giraud denuncia l’uso strumentale della Germania per penetrare negli Stati europei di più giovane formazione, anche a costo della loro disintegrazione. Le considerazioni dell’analista francese, riportate dal numero nr. 04/2011 di <em>Limes</em>, ci riportano alla cruda realtà di una Nazione, la Germania, che, pur avendo smesso da sessantanni, i panni della potenza espansiva ed imperialista che ha causato due guerre mondiali, resta quello stesso Gigante sgraziato che, volente o nolente, quando si muove pesta i piedi agli altri partner europei. Questa analisi contiene una parte di verità e una parte di esagerazione. Nelle parole della Giraud si registra anziutto una certa tendenza ai “corsi e ricorsi” della storia tedesca: è a questo riguardo assolutamente singolare constatare come i primi progetti di Unione Europea (politica ed economica) tra Francia, Belgio, Olanda, Danimarca, Austria-Ungheria siano partiti proprio dalla Germania prima nel 1914, poi nel 1942 (nel pieno delle due guerre mondiali). Particolarmente anticipatore dell’attuale Unione Europea il secondo (finanche nel progetto di una moneta unica), un progetto che il <em>Reich</em> hitleriano si riservava di utilizzare come base di una (sempre auspicata) “pace di compromesso” con URSS e anglo-americani per garantirsi un margine di influenza almeno economica. Del resto, l’attuale Carta delle Autonomie locali diffusa dalla Commissione Europea non solo è stata emanata su decisivo impulso della Germania, ma essa corrisponde <em>in toto</em> all’analogo progetto “europeista” elaborato in pieno <em>Terzo Reich</em>. Nè la forza di tali ambizioni “unioniste” della Germania rispetto all’Europa può meravigliare più di tanto, considerata la posizione tedesca che proietta le direttrici di sviluppo geografico (economico e politico) della Germania sulla Valle del Reno, corrispondente alla antica Lotaringia (che proietta la Germania verso la Francia, il Benelux e, in parte, verso l’Italia Nord-Occidentale), sulla linea del Danubio (che proietta la Germania verso Vienna, la Jugoslavia, la Romania, la Turchia e, indirettamente, verso la Ex-Cecoslovaccia e l’Italia Nord-Orientale) e sulla linea dell’Oder (queste ultime parti integranti del cd “Drive tedesco per l’Oriente” <em>Druch und Osten</em>). Le fondazioni tedesche rivolte all’Est, specie verso i Balcani (la <em>Friederich Ebert Stifung</em>, la <em>Konrad Adenauer Stifung</em>…) da sole assorbono più del 90% dei fondi a disposizione delle fondazioni europee: 358 milioni di Euro contro i 400. Fondi con i quali la Germania ha gestito i processi di democratizzazione e di ricostruzione delle rovine delle guerre etniche in Jugoslavia e che certo hanno contribuito a dare un ritorno di immagine ed economico alla Nazione tedesca notevole. Sul versante economico, poi, basta solo ricordare i dati forniti da Matteo Tacconi nel contributo di <em>Limes</em> (<em>I Balcani possono attendere</em>): la Germania risulta il primo mercato per i prodotti sloveni (19,1%) e macedoni (16,7%), il secondo per quelli serbi (10,5%), kossovari (9,9%) e croati (11,1%), il quarto per i bosniaci (13,4%). Quanto alle importazioni, la Germania è il Paese da cui Slovenia (16,5%), Kossovo (12,2%) e Macedonia (10,3%) attingono in misura maggiore; risulta, poi, il secondo Paese esportatore in Bosnia (14%), Croazia (13,6%) e Serbia (10,6%); il terzo (9,9%) per il Montenegro. Questi numeri danno il senso della realtà della potenza tedesca verso l’Est, ma contribuiscono anche a ridimensionare le fosche previsioni della Giraud. La Giraud, cioè, come tanti analisti, tende a sopravvalutare la portata geopolitica delle azioni politiche tedesche, ignorando che questo aspetto è del tutto inesistente a vantaggio della dimensione “geoeconomica”. A dimostrazione di ciò, basti riportare il comportamento <em>stop and go</em> che, sul versante politico, la Germania ha tenuto verso i Paesi della Ex-Jugoslavia: prima facilitando la secessione, poi impegnandosi (con la Dichiarazione di Salonicco del 2003) ad accelerare l’entrata nella Ue dei Paesi della Ex-Jugoslavia, poi frenando. Né è senza significato che tra la visita a Belgrado di Schroeder del 2003 e quella di Angela Merkel sono trascorsi ben 8 anni! Segno, come ci ricorda Christope Solioz “I Balcani possono attendere. In cima ai pensieri tedeschi c’è l’Est, c’è il Caucaso”. Il punto è che alla Germania i Balcani servono come “area economica” di riserva, da sfruttare per piazzare le proprie merci e per reperire manodopera a basso costo, di riserva rispetto all’ampio bacino di disoccupati (specie dell’Est), beneficiati con lucrose indennità di disoccupazione e inadatti al lavoro produttivo. Ma la geopolitica “costa troppo” e comporta troppi rischi per la Germania: rischi di interventi militari, di problematiche a sfondo etnico etc. in cui la Germania non intende impelagarsi, specie dopo le ondate pacifiste seguite alle morti dei militari tedeschi in Afghanistan (e per le quali la Germania vede bene un ruolo attivo della Russia di Putin cui “scaricare” volentieri la partita, complice i suoi noti “interessi strategici” sui Balcani). Un atteggiamento non dissimile (anche se di più basso profilo) tenuto dalla Germania nei confronti della Polonia come nota con disappunto l’analista Basil Kerskj su Limes (<em>Berlino-Varsavia, il secondo motore d’Europa?</em>). L’analisi della Giraud coglie sicuramente nel segno quando nota che, cessato con la riunificazione un certo quale allineamento tedesco sulla Francia (complice l’allineamento della RFT sulla “area del Reno” e la parità riconosciuta nel 1963), la Germania ha impresso una notevole spinta alla penetrazione economica nell’Est tramite l’Unione Europea e le Associazioni Sovvenzionate. A parte le ripicche verso la Germania, anche per le ruggini franco-tedesche sono alimentate dalle controversie energetiche degli accordi Russia-Germania e dalle vicende collegate (vedi Libia), l’intervento della Giraud si lascia comunque apprezzare come significativo di una tendenza più profonda della politica europea attuale. Come già anticipato nella scorsa puntata, i recenti avvenimenti eventi, infatti, secondo molti analisti <em>Limes</em>, devono essere colti, come un “campanello di allarme”: l’equilibrio europeo è sfilacciato ad Ovest (asse franco-tedesco), dopo la caduta del Muro di Berlino, ed è del tutto scoperto ad Est per il protagonismo russo nella politica energetica (vedi scorsa puntata). E&#8217; il &#8220;fantasma di Locarno&#8221;, il fantasma del &#8220;patto Ribbentropp-Molotov&#8221; che ritorna (e ora come allora sono Polonia e Francia a farne le spese). Come ai tempi di Danzica, l’equilibrio europeo potrà decidersi ancora in Polonia? Non è chiaro. Come non è chiaro se e come la Germania aderirà alla (pur lungimirante proposta) di Kerkski, il quale, citando Helmut Schmidt (grande teorico dell&#8217;<em>Ostpolitik</em>), propone un asse tedesco-polacco (sulla linea dell&#8217;Oder) per bilanciare la costruzione europea, troppo sbilanciata sulla &#8220;area del Reno&#8221; sull&#8217;asse franco-tedesco (dalle alterne vicende). Una proposta che certo scongiurerebbe il &#8220;fantasma di Locarno&#8221;, ma che al momento la Germania pare proprio non accettare. Su alcuni temi ci siamo già dilungati nella scorsa puntata e non ci dilungheremo ulteriormente; qui sarà sufficiente coglierli per trarne un ultimativo e inquietante insegnamento: la Germania è ancora, dopo tanti anni, la vera <em>heartland</em> europea, la terra cioè che, una volta stabilizzata, è determinante per la stabilità dell’Europa intera (vedi su <em>Limes</em> il contributo di Manlio Graziano, Docente di geopolitica delle Religioni alla Sorbona di Parigi). Gli equilibri europei non possono prescindere da Berlino. E l&#8217;Europa è nelle mani di Berlino: la Merkel ne prenda atto.</p>
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		<title>Havel, una vita spesa a difendere la libertà</title>
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		<pubDate>Mon, 19 Dec 2011 14:34:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mugnai</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.arezzopolitica.it/2011/12/19/havel-una-vita-spesa-a-difendere-la-liberta/"><img align="left" hspace="5" width="150" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2011/12/111218035936_vaclav-havel-300x225.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="111218035936_vaclav-havel" title="111218035936_vaclav-havel" /></a> di Redazione- Riteniamo opportuno pubblicare sul sito questo articolo tratto da &#8220;il Fatto&#8221; che ricorda Vaclav Havel, deceduto pochi giorni fa dopo una lunga malattia. E&#8217; necessario ricordare la sua figura, perchè si staglia come simbolo della difesa di quei diritti individuali troppo spesso calpestati dalle ideologie totalitarie del XX secolo. Havel non solo ebbe il coraggio di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignleft size-medium wp-image-9072" title="111218035936_vaclav-havel" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2011/12/111218035936_vaclav-havel-300x225.jpg" alt="111218035936_vaclav-havel" width="376" height="269" /> di Redazione- Riteniamo opportuno pubblicare sul sito questo articolo tratto da <em>&#8220;il Fatto&#8221; </em>che ricorda Vaclav Havel, deceduto pochi giorni fa dopo una lunga malattia. E&#8217; necessario ricordare la sua figura, perchè si staglia come simbolo della difesa di quei diritti individuali troppo spesso calpestati dalle ideologie totalitarie del XX secolo. Havel non solo ebbe il coraggio di affrontare il comunismo e combatterlo con ogni mezzo possibile, anche quando i carri armati sovietici sfilavano nella sua Praga ed ebbe la sensazione che i sogni del suo popolo sarebbero stati soffocati da un mostruoso incubo, ma soprattutto fu artefice della riscossa della Cecoslovacchia dopo la caduta del comunismo, affermando quei principi liberali che rappresentano il comune orizzonte per qualsiasi popolo</strong><strong>, qualsiasi Stato, qualunque individuo che abbia a cuore la libertà e la giustizia-  </strong>Se ne è andato, a 75 anni, Vaclav Havel, l’eroe di quella Cecoslovacchia che aveva efficacemente definito “Assurdistan”, soffocata com’era dalle spire grigie e orwelliane del socialismo reale. La sua rivoluzione di velluto, iniziata nel novembre 1989, ha rappresentato uno dei momenti più alti e vibranti del risveglio dell’Europa orientale dopo decenni di oscurantismo comunista. Una rivoluzione pacifica, che non raggiunse i picchi violenti di quella rumena, né l’alto tasso di sindacalizzazione di quella polacca, ma riuscì comunque a piegare una dittatura anomala e alienante come quello cecoslovacca, che poco più di vent’anni prima aveva soffocato, con l’aiuto fondamentale dei blindati sovietici, la Primavera di Praga.</p>
<p> </p>
<p>Ma l’impegno intellettuale e politico di Havel veniva da lontano e affondava le sue radici nel risveglio culturale del Paese negli anni Sessanta. E l’ex presidente cecoslovacco (1989-1992) e poi ceco (1993-2003) poteva contare anche sul suo talento di sagace drammaturgo, di intellettuale di prima grandezza, come arma di dissidenza politica in anni difficili come quelli della sua giovinezza. Un teatro civile ma non ciecamente ideologico, il suo, con opere che volevano risvegliare l’intelligenza dello spettatore, allargando gli orizzonti su questioni quotidiane e impellenti, trasformando il messaggio teatrale in una pacifica chiamata alle armi contro il giogo del socialismo reale.</p>
<p> </p>
<p>Il suo impegno durante la Primavera di Praga provocò il suo allontanamento dal circuito culturale cecoslovacco, ma pochi anni dopo torna ad esplodere in tutta la sua rivoluzionaria efficacia con il documento Charta 77, una pietra miliare nella lotta al comunismo filosovietico. A rileggerlo oggi, quel testo sembra uno dei tanti appelli vergato da intellettuali engagés per chiedere il rispetto dei diritti umani e civili in questo o quel paese del Terzo Mondo. Eppure, quasi trentacinque anni fa, quel manifesto nato come reazione all’arresto dei membri di una band di musica psichedelica a Praga, aveva rappresentato un colpo di piccone assestato con sapiente cura nel cuore del muro comunista.</p>
<p> </p>
<p>E la traversata nel deserto sarebbe continuata ancora a lungo, fino appunto a quel 1989 che avrebbe cambiato il corso della storia (o la sua fine, secondo l’errata valutazione di Francis Fukuyama). La rivoluzione di velluto avrebbe finalmente dato ragione all’impegno fermo ma mai estremista, convinto ma mai ideologico, dello scrittore-politico. Poi la presidenza della Repubblica e i primi anni difficili della transizione, fino alla separazione consensuale dalla Slovacchia nel 1992. Solo con la nascita della Repubblica Ceca, infatti, l’impronta di Havel avrebbe assunto un carattere più prettamente politico. Erano finiti i tempi delle pur fondamentali dichiarazioni di intenti e degli appelli pubblici. C’era una nazione da ricostruire e il leader lo fece a modo suo, con una linea atlantista e di destra liberale, scontrandosi con una società che, una volta conquistata a caro prezzo la libertà, voleva somigliare in tutto e per tutto all’Occidente, anche nei suoi aspetti deteriori.</p>
<p> </p>
<p>Ma Havel ha attraversato il Novecento europeo con piglio da protagonista indiscusso, con la perizia del politico navigato e il coraggio dell’intellettuale libero e non conforme. Un uomo che non sopportava la routine annichilente del totalitarismo, la noia del conformismo imposto dal Moloch del socialismo reale. “Il cliché organizza la vita, espropria l’identità delle persone, diventa governante, avvocato della difesa, giudice e legge”, disse</p>
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		<title>Te la do io la Germania, Viaggio in un Paese al bivio: Terza parte</title>
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		<pubDate>Sun, 18 Dec 2011 16:15:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Frabetti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.arezzopolitica.it/2011/12/18/te-la-do-io-la-germania-viaggio-in-un-paese-al-bivio-terza-parte/"><img align="left" hspace="5" width="150" height="150" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2011/12/GERMANIA-PUTIN-150x150.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="GERMANIA PUTIN" title="GERMANIA PUTIN" /></a>di Giorgio Frabetti- Un  fantasma aleggia sull’Europa, è il fantasma di Rapallo. Il fantasma del Trattato del 1922, quando Germania e URSS si ritrovarono insieme: un abbraccio fatale tra due Nazioni, negli anni 20 ancora outsider d’Europa, ma successivamente tramutatesi in Super Potenze ideologiche capaci, nel 1939, con il Patto Ribbentropp Molotov di sconvolgere gli [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-9068" title="GERMANIA PUTIN" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2011/12/GERMANIA-PUTIN.jpg" alt="GERMANIA PUTIN" width="400" height="267" />di <strong>Giorgio Frabetti</strong>- Un  fantasma aleggia sull’Europa, è il fantasma di Rapallo. Il fantasma del Trattato del 1922, quando Germania e URSS si ritrovarono insieme: un abbraccio fatale tra due Nazioni, negli anni 20 ancora outsider d’Europa, ma successivamente tramutatesi in Super Potenze ideologiche capaci, nel 1939, con il Patto Ribbentropp Molotov di sconvolgere gli equilibri europei. Nell’attuale congiuntura di crisi, non mancano gli analisti che, su <em>Limes</em>, dai loro Centri Studi, fanno notare l’analogia tra l’attuale confusione (economica e politica) in Europa e gli anni sfilacciati di Versailles che portarono a Rapallo. E’ soprattutto Fedor Lukjanov, direttore di <em>Russia in Global Affairs</em>, a tracciare una simile analisi. Nel disimpegno obamiano verso gli “affari regionali” europei (vedi a suo tempo Kossovo) e nella supplenza di Francia e Inghilterra come arbitri della stabilità regionale nel caso Libia, Lukjanov vede un ritorno di conflittualità “geopolitica” che riproduce scenari da inizio XX Secolo, con due “blocchi” (Francia e Inghilterra da una parte e Germania e Russia dall’altra) che rivaleggiano. Una rivalità (e questo è il limite dell’analisi di Lukjanov) di cui però non si riesce a cogliere la reale finalità e la reale dimensione: esclusi scenari militari (per la grande diffusione del pacifismo in Germania), resta, più credibile la dimensione “geoeconomica” del conflitto (sulla preponderanza di questo fattore nella politica tedesca ci ammonisce Hulsman). Senza poter dare risposte certe e definitive, se si possono scorgere alcune (invero incerte) analogie con la rivalità Francia-Germania-Russia degli anni ’20, può dirsi che questa rivalità nasce dalle politiche energetiche e dai rispettivi disegni francesi, tedeschi e russi, che tra di loro sono oggettivamente competitivi. Fino alla guerra di Libia c’era una chiara divisione di posizioni e di rendite: a Francia (e Inghilterra), l’approvviggionamento africano, alla Germania, la Russia. Un equilibrio sconvolto dalle rivolte arabe. In queste circostanze, poi, sono venuti al pettine altri nodi, legati alla effettiva penetrazione russa in Africa, per conquistare fette di mercato a danno delle storiche posizioni di rendita franco-inglesi (il Progetto russo <em>South Stream</em>, che prevede l’approvvigionamento di petrolio anche all’Europa meridionale, dal Mar Caspio, ovvero a Serbia, Italia, Slovena, nonché accordi di spartizione del petrolio con il Turkmnenistan). Se la fonte russa di petrolio aumenta (né accenna a diminuire per l’evidente interesse della Russia a pompare un settore in cui gode di una rendita monopolistica), i normali canali di approvvigionamento del petrolio (incentrati sull’asse Africa-Medio oriente) diventano meno indispensabili e si impoveriscono. Ma ciò che rende forte la Russia è anche l’offerta di gas naturale, sempre più rarefatta in Europa anche a causa dell’abbandono del nucleare di Italia e Germania, ma indispensabile per controbilanciare i rischi connessi alle forniture di petrolio derivanti dall’instabilità in Medio oriente. In questa situazione, infatti, pare proprio rendere la Russia stia diventando <em>partner</em> unico e insostituibile: con ciò complicando le elementari strategie di diversificazione energetica con cui i Paesi europei potranno evitare la sostanziale dipendenza dalla Russia. Stime molto attendibili di <em>European Energy and Transport Report</em> del 2006, attestano che nel 2030 l’UE consumerà, rispetto al 2000, il 15% in più di energia, con un incremento della dipendenza dal gas russo (in attesa di nuove tecnologie, dall’incerta prospettiva) dell’85%. In questo quadro, che è fonte di indubbia instabilità, come si sta comportando la Germania? La Germania è un Paese decisivo per l’evidente “ruolo centrale” che ricopre tra Est e Ovest e che è decisivo per far pendere la bilancia degli equilibri europei verso l’equilibrio o verso il disequilibrio Occidente-URSS. Ma è anche decisivo (e attualmente non sempre in positivo) perché <em>partner</em> privilegiata della Russa per la distribuzione di idrocarburi. Come ricorda Ivan Rubanov (inviato speciale della Rivista <em>Expert</em> e collaboratore scientifico al laboratorio della Cattedra della facoltà di Geologia di Mosca), “dal 2006, Vladimir Putin ha reso nota l’idea di trasformare la Germania nel centro europeo per la distribuzione del gas russo”. Un ruolo che attribuirebbe alla Germania una posizione di sostanziale monopolista, che ufficialmente i dirigenti tedeschi (Angela Merkel in primis) hanno rifiutato (per non mettersi nell’occhio del ciclone dell’<em>Antitrust</em> europeo e mondiale), ma che è in realtà data per esistente e operante. Al momento, gli storici accordi Scrhoeder-Putin del 2005 (che decisero la costruzione di gasdotti per collegare direttamente Germania e Russia, aggirando delle Repubbliche Ucraina, Bielorussia etc.) conferisce alla Germania lucrosi dividendi. Non c’è tempo e occasione in questa sede di ripercorrere il complesso e articolato dossier energetico Russia e Germania (Gerussia, come lo battezza eloquentemente <em>Limes</em>), ma appare abbastanza chiaro che la Germania, riconoscente per i benefici ricevuti, non spiega grandi iniziative per contenere la Russia. E’ presto per dire (lo abbiamo visto) che il rapporto Russia-Germania si stia consolidando in termini di “cooperazione politica” per bilanciare e contrastare il notevole protagonismo geopolitico assunto da Francia e Inghilterra in Libia. Come forse è ingeneroso dare alla Germania un ruolo di semplice lobbysta (subordinata) degli interessi russi. Ma è chiaro che la Germania, in questa condizione, non sta agevolando una politica energetica comune in UE e non sta lavorando per l’equilibrio europeo (aspetti tra di loro strettamente intrecciati e collegati). La chiusura da parte della Germania entro il 2022 di tutte le centrali nucleari (sulla scia delle emozioni di Fukushima) pare proprio una manna per <em>Gazprom</em> e soci, perchè rendono sempre più indispensabile l’apporto di gas sovietico (e di energia elettrica, dossier su cui Putin e i suoi lavorano da tempo per allargare le prospettive del “mercato sovrano” russo). La tendenza poi della Germania è quella di aggirare le restrizioni UE (che non tollerano posizioni di monopolio nell’energia) tramite ambigui accorgimenti giuridici a favore del monopolista russo: ad esempio, nella costruzione dell’oleodotto OPAL, la Germania è riuscita a vincere le pressioni UE e ad imporre alla Società uno “statuto speciale” che riconosce il diritto esclusivo di utilizzo all’investitore (cioè al “cartello russo-sovietico”). Allo stesso modo, la Germania è la prima Potenza che si frappone alle tendenze UE di stringere accordi di fornitura di medio periodo con Stati CSI (ex URSS come Turkmenistan), per bilanciare lo strapotere sovietico. Siamo alle solite: la Germania opera con le armi della “geoeconomia” per massimizzare il proprio interesse economico e tende a disinteressarsi del tutto delle compatibilità geopolitiche. E quando si parla di “compatibilità geopolitiche”, si fa riferimento al pericolo che la sempre più stretta dipendenza economica dell’Europa significa dipendenze politica. E si sa che la Russia non va per il sottile (anche dal punto di vista militare) quando sono in gioco i suoi interessi (vedi invasione del Caucaso nel 2008).</p>
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		<title>Te la do io la Germania, viaggio in un Paese al bivio- Seconda parte</title>
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		<pubDate>Sun, 11 Dec 2011 13:50:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Frabetti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.arezzopolitica.it/2011/12/11/te-la-do-io-la-germania-viaggio-in-un-paese-al-bivio-seconda-parte/"><img align="left" hspace="5" width="150" height="150" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2011/12/Berlino_-_Porta_di_Brandeburgo-150x150.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="Berlino_-_Porta_di_Brandeburgo" title="Berlino_-_Porta_di_Brandeburgo" /></a>di Giorgio Frabetti- Correva l&#8217;anno 1806, quando a Yena nacque quella meravigliosa costruzione che fu il pensiero hegeliano, il quale, a cavallo delle guerre napoleoniche, lancio&#8217; le aspirazioni della Germania come Grande Nazione (autocoscienza dello Spirito Assoluto) nello scacchiere europeo.  Oggi non siamo più&#8217; ai tempi di Hegel; certamente anche oggi la Germania e&#8217; una [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-9031" title="Berlino_-_Porta_di_Brandeburgo" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2011/12/Berlino_-_Porta_di_Brandeburgo.jpg" alt="Berlino_-_Porta_di_Brandeburgo" width="440" height="293" />di <strong>Giorgio Frabetti</strong>- Correva l&#8217;anno 1806, quando a Yena nacque quella meravigliosa costruzione che fu il pensiero hegeliano, il quale, a cavallo delle guerre napoleoniche, lancio&#8217; le aspirazioni della Germania come Grande Nazione (autocoscienza dello Spirito Assoluto) nello scacchiere europeo.  Oggi non siamo più&#8217; ai tempi di Hegel; certamente anche oggi la Germania e&#8217; una potenza arbitra delle sorti europee: ma la sua cultura a che livello si pone rispetto a questo cruciale crinale storico? Questa domanda non può che proiettarci a livello di un&#8217;altra domanda strettamente correlata e subordinata: a che livello giunge il livello di autocoscienza politica delle classi medie tedesche? Come questa influisce sulle scelte di politica internazionale? Nel numero 4/2011, i <em>dossiers</em> di Limes cercano di rispondere a queste domande. In un certo senso, secondo Limes, la cultura tedesca attuale appare rieditare molti aspetti della contrapposizione tra <em>Kultur</em> e <em>Zivilisation</em> che fu caratteristica dei primi del secolo: oggi, nel XXI Secolo, oggi che Spengler e soci sono morti, c&#8217;è una parte di intellighenzia che continua a declinare il &#8220;chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo&#8221; della Germania, interpellando il &#8220;senso forte&#8221; della Storia, dell&#8217;appartenenza nazionale; e una parte che, invece, ritiene la storia tedesca perfettamente integrata e omologabile al resto d&#8217;Europa. Esempio della prima tendenza, l&#8217;Autore Ingo Schulze nei testi raccolti da Camilla Miglio, che tali concetti esprime molto mirabilmente in un brano riportato da <em>Limes</em>, <em>Note sul Centro di Berlino</em>: &#8220;Sia la DDR, che la RFT volevano scegliere da sè la loro eredità, un&#8217;eredità che fosse priva di contraddizioni. Entrambe intrapresero il velleitario tentativo di liberarsi dalla &#8220;cattiva storia&#8221; &#8230; Oggi la Repubblica Federale occulta una parte della sua storia &#8230;&#8221;. La nuova <em>Kultur</em> tedesca denuncia aspramente l&#8217;appiattimento dei momenti di celebrazione dell&#8217;identità nazionale a modelli di vieto marketing televisivo e di intrattenimento, segno di una grave mancanza di spirito storico-critico: la storia maestra di vita. Una posizione che marca le sua posizioni a partire da una specie di &#8220;decadentismo storico&#8221; di fondo (speculare a quello di Destra dello storico Ernst Nolte, aspro critico negli anni 70-80 ebbe a criticare l&#8217;insensibilità del &#8220;pensiero unico&#8221; europeista alle tradizioni storico-politiche della Germania), e che marca anche il senso del disagio dei ceti medi tedeschi tradizionali più acculturati, che, in preda ad un processo di erosione e declassamento (specie nell&#8217;Est), non rivendicano il ritorno alla Cortina di Ferro, ma tendono a rivendicare un proprio ruolo nella Politica e nella Società, come depositari di un&#8217;istanza politica più profonda e illuminata. Sul versante diametralmente opposto della <em>civilisation</em>, gli Autori cd &#8220;neo-tedeschi&#8221;, una covata di scrittori provenienti dalle più disparate aree dell&#8217;Est (dalla Turchia, dalla Russia, dall&#8217;Iran, dal Giappone), che tendono a proporre una visione nazionale totalmente nuova e per lo più slegata dal pathos di molte tematiche tradizionali (dall&#8217;europeismo, alle &#8220;colpe&#8221; della Germania del nazismo etc.). Se molti teorici della Ostalgie continuano a ritenere la lezione del &#8220;nazismo male assoluto&#8221; come valida ancora oggi come antidoto contro gli aspetti repressivi della società tedesca globalizzata, all&#8217;estremo opposto troviamo un Kraminer (scrittore di origine turca) che dissacra completamente tale concetto, nel racconto-apologo del cane pastore tedesco accusato di essere un occulto collaborazionista del regime nazista (vedi racconto <em>La Nuova Patria</em>). Ma su questo versante, troviamo anche un Tawada, che, ai clangori di una intellighenzia che si interroga sul ruolo della Germania come avanguardia di civiltà europea, oppone la disarmante e provocatoria affermazione &#8220;L&#8217;Europa non esiste&#8221;, ovvero il mito di un&#8217;Europa e di una civiltà sempre idealizzata e sempre costantemente assente come esperienza storica. Questi Autori, però, presentano alcuni aspetti paradossali rispetto ai teorici della <em>civilisation</em> degli anni 20-30 (tipo Einrich Mann). Mentre <em>civilisation</em>, negli anni 20-30, era una protesta in chiave di radicalismo democratico che, contro le tradizioni feudali del Reich, rivendicava la piena assimilazione della Germania al resto dell&#8217;Europa liberal-democratica, con ciò marcando una netta propensione &#8220;internazionalista&#8221;, la nuova èra della <em>civilisation</em> del XXI Secolo non teme di esaltare l&#8217;appartenenza nazionale tedesca. Questi Autori, per lo più immigrati naturalizzati, hanno vissuto in uno Stato Sociale tra i più generosi (anche se non perfetti) del mondo ed è  naturale che per essi &#8220;questo&#8221; Stato tedesco sia un valore; addirittura è da questi scrittori che vengono le maggiori critiche e le maggiori incomprensioni verso certa &#8220;auto-svalutazione nazionalistica&#8221; della Germania, tipica della Guerra Fredda, ma ancora strisciante in diffuse posizioni di intransigente pacifismo emerse negli ultimi tempi (vedi, da questo punto di vista, l&#8217;intervista di <em>Limes</em> allo scrittore tedesco-giapponese Zaimogu). Quale di queste posizioni sia più vicina a cogliere la verità dell&#8217;attuale momento storico in Germania non è dato sapersi. Certo, la Germania è preda di un forte rimescolamento delle proprie classi medie, che non può non avere riflessi di lungo periodo sulla sua vita nazionale. Molto probabilmente, la verità tra <em>Kultur</em> e <em>civilisation</em> sta nel mezzo: la Kultur esprime una giusta critica ad un certo &#8220;minimalismo&#8221; della politica tedesca, tesa negli ultimi tempi a rafforzare gli <em>asset</em> economici della Germania, ma senza lungimiranza e sotto la dittatura degli interessi economici, quasi la Germania fosse un semplice Lichtenstein e non una grande potenza al centro dell&#8217;Europa. Nello stesso tempo, però, quando si passa ad interrogarsi sul &#8220;chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo&#8221; della Germania, deve evitare i rischi di tutte le operazioni di intellighenzia di questo mondo, che scadono nel facile schematismo teorico e declinano nella politica le deformate visioni, costruite nelle elucubrazioni autoreferenziali degli intellettuali. In questo senso, la Germania può ben giovarsi della freschezza dei suoi &#8220;neotedeschi&#8221;: forse privi di prospettiva storica e di retroterra politico sedimentato, ma capaci di intercettare il nuovo senza pregiudizi e senza preconcetti. Questi ultimi, però, forse perchè più &#8220;favoriti&#8221; dal recente corso economico-sociale tedesco che li ha visti emergere, possono apparire meno indicati nel cogliere gli aspetti contraddittori e deboli della struttura economico-sociale tedesca. La verità sul &#8220;dove va la Germania&#8221; come sempre sta nel mezzo.</p>
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		<title>Te la do io la Germania! Viaggio in un paese al bivio-prima parte</title>
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		<pubDate>Sun, 04 Dec 2011 00:40:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Frabetti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.arezzopolitica.it/2011/12/04/te-la-do-io-la-germania-viaggio-in-un-paese-al-bivio-prima-parte/"><img align="left" hspace="5" width="150" height="150" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2011/12/angela-merkel-150x150.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="angela-merkel" title="angela-merkel" /></a>(Redazione) Una specie di reportage in cinque parti sulla Germania, sulla sua condizione economica, sociale, politica e culturale, per tracciare, grazie all&#8217;aiuto degli esperti della rivista Limes del Gruppo Carracciolo, i nodi più critici e spinosi che la Germania si trova a sciogliere attualmente davanti alla prospettiva del perdurare della crisi UE e mondiale. Una [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignleft size-full wp-image-8993" title="angela-merkel" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2011/12/angela-merkel.jpg" alt="angela-merkel" width="400" height="403" />(Redazione) Una specie di <em>reportage</em> in cinque parti sulla Germania, sulla sua condizione economica, sociale, politica e culturale, per tracciare, grazie all&#8217;aiuto degli esperti della rivista <em>Limes</em> del <em>Gruppo Carracciolo</em>, i nodi più critici e spinosi che la Germania si trova a sciogliere attualmente davanti alla prospettiva del perdurare della crisi UE e mondiale. Una crisi dalla cui risoluzione può dipendere la conferma o la fine del sogno europeo; o comunque un rimescolamento imprevedibile e senza precedenti dei rapporti di forza tra Stati ed aree geografiche, sull&#8217;onda del turbo-capitalismo globale. Nuovo darwinismo e nuova cooperazione internazionale? Questo è il vero corno del dilemma.</strong>- di <strong>Giorgio Frabetti</strong>-Ma chi l’ha detto che la Germania è la Super Potenza Europea per eccellenza? Il numero 04/2011 di <em>Limes</em> (<em>La Germania tedesca nella crisi dell’Euro</em>), specie nei tre contributi di diversi membri dell’<em>European Foreign Council</em> (tre di area anglosassone, uno di area tedesca), ci aiuta a dipanare con tenacia e pazienza la fitta rete di una trama internazionale, che vede la Germania al centro delle attenzioni non solo europee, ma anche internazionali, caricata di aspettative (più o meno malriposte e fondate) per il salvataggio dell’Area Euro. Queste opinioni tendono a rispecchiare, in chiave critica, il preciso interesse degli USAe dell’Amministrazione Obama, dice Hulsman, che la Germania assuma un ruolo più dinamico per accelerare il processo di integrazione europeo. Una visione in cui strategia e opportunismo finanziario si mischiano: da un lato, Obama auspica (in una pretta chiave <em>Trilateral</em>) in un virtuoso “decentramento” del potere tra USA e Europa, per non dover sopportare da sola il fardello del “poliziotto mondiale”contro il Terrorismo e individua nella Germania il <em>partner</em> più indicato; dall’altro, Obama preme sulla Germania come garanzia di ultima istanza contro il tracollo dell’Euro, che trascinerebbe con sé anche il fragile sistema economico-finanziario USA. Una visione in cui semplicismo, idealismo, pragmatismo e opportunismo si confondono inestricabilmente e che è tradita dall’evidente incapacità della Germania di assumere un simile ruolo negli scenari internazionali. Perché? Innanzitutto, Hulsman tende a precisare i termini della Potenza tedesca. Anzitutto, e bando agli equivoci ed agli auspici, la Germania non è più, né vuole più essere potenza militare. Dopo il pendolarismo politico nell’ultimo decennio di Schroeder su Kossovo, Afghanistan, Iraq e dopo il voltafaccia della Merkel sulla Libia, una cosa deve ritenersi certa: l’impiego della forza militare da parte della Germania è concepito solo come “extrema ratio” e solo in caso di minaccia agli interessi legati ai “corridoi di libero mercato” e alla “prevenzione delle instabilità regionali”. Questi concetti furono ribaditi in una dichiarazione del Presidente della Repubblica tedesco Koheler di inizio del 2010. Si scandalizzarono tutti i ben pensanti pacifisti di queste dichiarazioni, che costarono al Presidente le dimissioni tradiscono con assoluto realismo e brutalità la “doppia morale” della Germania: “pacifista” quando serve a compiacere l’opinione pubblica (specie a fronte di scadenze elettorali imminenti) e “interventista” quando gli interessi delle <em>lobby</em> sono minacciati (vedi l’interesse attivo della Germania nella lotta contro la pirateria dei mari). Non è attraverso la “geopolitica”, quanto attraverso la “geoeconomia” che la Germania si esprime come grande Potenza, capace di incidere e anche destabilizzare (come attualmente) gli equilibri internazionali. Oggi, la priorità dei <em>dossiers</em> politici di tutti i Cancellieri è la penetrazione nel mondo dell’ economia tedesca. Come limpidamente ricorda Hans Kudnani: “Le industrie hanno esercitato un’influenza importante sugli elementi chiave della politica estera tedesca: colossi del settore energetico quali la E.On Ruhgas hanno influenzato la politica verso la Russia; case automobilistiche come la BMW quella verso la Cina; e produttori di tecnologie e macchinari come la Simens quella verso l’Iran”. Ma se fino alla caduta del Muro di Berlino questa politica in Germania procedeva di pari passo con la costruzione della Casa Comune Europea (al punto da far meritare alla Germania l’appellativo di “potenza civile”), oggi tra Germania e UE va evidenziandosi una tendenziale incompatibilità, una competizione che non è esagerato definire “gioco a somma zero”. A intorbidare i rapporti UE-Germania non è solo l’estinzione di ceto politico (come Helmut Khol) legato allo spirito europeistico maturato dal rifiuto del militarismo nazionalista dopo la II guerra mondiale. C’è la crisi economica al fondo e il declino di lungo periodo e già anticipato ante-crisi dell’economia e della demografia europea (il cuore dello sviluppo economico pulsa altrove, pulsa nei Paesi BRIC Brasile, Russia, India, Cina, la Germania lo sa e cerca di non perdere il treno: vedi rifiuto dell’intervento in Libia che ha allineato la Germania ai BRIC). In una simile situazione, è evidente che la Germania, economicamente molto forte, non voglia ammettere rivali, nemmeno in Europa. Il vero traino che proietta l’egemonia tedesca in Europa sono le esportazioni. Come noto, l’economia tedesca dipende dalle esportazioni (nel 2012 si prevede il “supero” delle esportazioni verso la Cina, rispetto a quelle, tradizionalmente elevate, verso la Francia). Una situazione di forza e di debolezza contemporaneamente per la Germania. La dipendenza dalle esportazioni risente, da un lato, delle indubbie rigidità e delle difficoltà dell’economia tedesca, forte e dinamica a Ovest, debole e stagnante a Est; impossibilitata a sfruttare in pieno il proprio potenziale produttivo e costantemente vicina all’inflazione (per i trasferimenti ad est), la Germania è portata a stressare il proprio apparato produttivo ed industriale al limite della sovra-produzione, per beneficiare del positivo ritorno del proprio commercio estero. Nello stesso tempo, però, il minimo incremento dell’inflazione in Area Euro, dovuto ad esempio a sforamenti nei debiti pubblici degli Stati, ovvero a più “lasse” politiche di crescita o di <em>deficit spending</em>, la mette in allarme, per il pericolo che altri Stati si allineino al suo livello di prezzi e sottraggano quote di mercato estero. E’ in questa chiave che si spiega soprattutto la “guerra” contro l’Italia (vera rivale nel commercio estero e nelle manifatture) e l’imposizione ad essa di una politica di “pareggio di bilancio”, tale da mettere in ginocchio la penisola con deflazione e recessione. La vicenda italiana, in particolare, è l’esempio lampante di come la Germania, forte com’è sui mercati esteri, tenda a “scaricare” sugli Stati <em>competitor</em> le debolezze interne del proprio sistema produttivo che essa non vuole e non può superare senza aprire antiche ferite (specie l’irrisolta “riconversione industriale” dell’Est) e senza contraccolpi gravi in termini di instabilità politica e sociale (Schroeder perse le elezioni politiche del 2005, a causa del proprio programma di riconversione dell’Est e di tagli delle lucrose indennità di disoccupazione). Oggi, è proprio questa politica che, alla lunga, determina i veri motivi di frizione e di vera e propria instabilità tra la Germania e gli altri <em>partner</em> occidentali, Europa e USA, <em>in primis</em>. Dove va la Germania? Non è semplice capirlo. Certo, come acutamente notano Hulsman e Carracciolo, il deterioramento dei rapporti Germania-UE può dipendere da “vizi d’origine” del processo di formazione dell’attuale Europa Unita (che, al traino dell’integrazione economica europea, abbisogna di una prospettiva di crescita economica continua e non in stagnazione come adesso). Ma, qualunque sia la sorte dell’Unione Europea e dell’Euro, è evidente che un grande Stato come la Germania non può pretendere di starsene nel “dorato isolamento” della propria posizione economica privilegiata, senza dare un contributo attivo da protagonista alla risoluzione dei grandi problemi di governance economica e politica che appartengono all’Occidente e in ultima istanza anche alla Germania. Come ha detto Habermas, urge che la Germania esca dal proprio provincialismo: la Germania, dice Hulsman, è una grande potenza che ambisce ad una politica comoda e facile, quasi fosse la Svizzera o il Lichtenstein.</p>
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		<title>Caro Monti, l&#8217;Europa non si costruisce attraverso la crisi!</title>
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		<pubDate>Tue, 29 Nov 2011 22:52:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mugnai</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.arezzopolitica.it/2011/11/29/caro-monti-leuropa-non-si-costruisce-attraverso-la-crisi/"><img align="left" hspace="5" width="150" height="150" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2011/11/mario_monti_premier_europa-150x150.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="APP2001070368378" title="APP2001070368378" /></a>Redazione- Sono passate sotto silenzio alcune dichiarazioni discutibili di Monti che dichiara che le crisi economiche e politiche in Europa sono necessarie per far perdere la sovrantà nazionale agli stati e costruire al meglio uno Stato europeo. Un concetto che ci fa inorridire e rimanda a quella mistica tecno-trotzkista ben messa in luce dal seguente [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignleft size-full wp-image-8957" title="APP2001070368378" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2011/11/mario_monti_premier_europa.jpg" alt="APP2001070368378" width="424" height="320" />Redazione- Sono passate sotto silenzio alcune dichiarazioni discutibili di Monti che dichiara che le crisi economiche e politiche in Europa sono necessarie per far perdere la sovrantà nazionale agli stati e costruire al meglio uno Stato europeo. Un concetto che ci fa inorridire e rimanda a quella mistica tecno-trotzkista ben messa in luce dal seguente articolo de “Il Foglio”. Pare infatti che Monti perseveri insieme a molti europeisti convinti nell’idea secondo la quale il carro deve stare davanti ai buoi! Perché questo è l’errore fondamentale della Ue: aver creato prima l’euro senza una Banca che lo difendesse, senza uno Stato federale in cui si prendono decisioni comuni; oggi si vorrebbe far tutto ciò approfittando della crisi economica, non tenendo conto del fatto che quando la crisi punge e forze sovranazionali e a volte impersonificate (come lo spread) vanno a colpire i salari, i risparmi dei poveri cristi, l’Europa rischia di essere maledetta dalla maggioranza degli europei. &#8211; </strong>Si moltiplicano le voci che denunciano il vizio di fondo di una costruzione europea che ha messo il carro dell’economia davanti ai buoi della politica. Il che – ha osservato Angelo Panebianco sul Corriere – ha comportato una ferita della democrazia. Ma ora la crisi, invece di stimolare il risanamento di questa ferita, con la lunga e difficile opera di unire popoli, lingue e culture che non si conoscono e talora non si amano, rischia di provocare un ulteriore crollo della democrazia.</p>
<p> </p>
<p>Sembra che il tandem franco-tedesco punti a un’Europa a due cerchi, a una Schengen dell’euro: nel disco centrale Germania e Francia, fuori di esso chi non si adegua alle nuove regole imposte dal centro.</p>
<p> </p>
<p>Mentre Sarkozy preme drammaticamente sull’Italia, invitandola a sacrifici per entrare nel primo girone, forse temendo di restare solo con la Germania, si profila una sinistra prospettiva: un cambio della governance europea per vie che evitino la ratifica elettorale delle nazioni. Sarebbe gravissimo. L’Europa diverrebbe un protettorato gestito da due paranoie – il ricorrente delirio di potenza tedesco e l’incapacità francese di disfarsi del mito della grandeur – e da funzionari irresponsabili e prepotenti.</p>
<p> </p>
<p>Si dice che il premier Monti voglia giocare il tutto per tutto per agganciarsi alla locomotiva franco-tedesca. Si evoca la situazione del 1996, quando Prodi e Ciampi tentarono di convincere Aznar a un’adesione “morbida” all’euro e, di fronte al suo rifiuto, scelsero una manovra economica eroica. Forse fu una scelta giusta, ma la questione è controversa. Ora il contesto è molto peggiore e occorrerebbe pensarci dieci volte prima di far scorrere lacrime e sangue, ridurre il paese allo stremo e trasformarlo in colonia, pur di agganciarsi a una locomotiva che può andare a sbattere malamente.</p>
<p> </p>
<p>Al riguardo fa riflettere un recente discorso di Monti in cui diceva: “Non dobbiamo sorprenderci che l’Europa abbia bisogno di crisi, e di gravi crisi, per fare passi avanti.  I passi avanti dell’Europa sono per definizione cessioni di parti delle sovranità nazionali a un livello comunitario. E’ chiaro che il potere politico, ma anche il senso di appartenenza dei cittadini a una collettività nazionale, possono essere pronti a queste cessioni solo quando il costo politico e psicologico del non farle diventa superiore al costo del farle perché c’è una crisi in atto, visibile, conclamata”.</p>
<p> </p>
<p>Affermazioni consone, più che a un tecnico moderato, a un esponente delle tradizioni politiche che pongono gli obiettivi storici “supremi” al disopra della volontà e delle esigenze dei cittadini. I passi avanti dell’Europa si misurano con la crescita del benessere, della qualità della convivenza civile, della cultura, dell’istruzione; non con la quantità di sovranità nazionale ceduta. Invece, qui si dice addirittura che le crisi sono benvenute e salutari perché costringono i cittadini sofferenti a rinunciare all’appartenenza nazionale pur di salvarsi.</p>
<p> </p>
<p>E’ un tipico ragionamento da rivoluzionario che vede le crisi come tappe di una rivoluzione permanente in vista di un obiettivo supremo, nella fattispecie il potere centrale europeo come necessità storica trascendente. L’ultima cosa di cui abbiamo bisogno è di un trotzkismo tecnocratico, di ammazzare il paese con cure da cavallo sull’altare dell’ideale della cessione della sovranità nazionale da realizzare anche a costo di fabbricarlo con le sofferenze della gente.</p>
<p> </p>
<p>E’ meglio non lasciarsi abbacinare dal mito del Reich europeo millenario e pensare alla via giusta per ridare al paese speranza, vitalità e fiducia nel futuro, perché solo così riprenderà a crescere. Questo richiederà soprattutto riforme, il che è compito esclusivo della politica. Se si rivelerà latitante o impotente sarà un dramma, ma l’eurocrazia come versione attuale dello stato etico, per favore no.</p>
<p> </p>
<p><strong> </strong></p>
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		<title>L&#8217;ombra della dittatura in Europa</title>
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		<pubDate>Sun, 27 Nov 2011 10:08:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mugnai</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.arezzopolitica.it/2011/11/27/lombra-della-dittatura-in-europa/"><img align="left" hspace="5" width="150" height="150" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2011/11/bambini_europa_bandiereR439-150x150.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="bambini_europa_bandiereR439" title="bambini_europa_bandiereR439" /></a>di Federico Mugnai- Meglio essere liberi e poveri o schiavi e ricchi? Questa è la domanda che l’Italia e gran parte dell’Europa si deve porre. Stiamo assistendo ad una lenta ed inesorabile espropriazione della sovranità popolare da parte della Germania e dell’alta finanza senza nemmeno accorgersene. La democrazia quando deve rispondere alla tirannide dei mercati e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-8935" title="bambini_europa_bandiereR439" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2011/11/bambini_europa_bandiereR439.jpg" alt="bambini_europa_bandiereR439" width="450" height="290" />di <strong>Federico Mugnai-</strong> Meglio essere liberi e poveri o schiavi e ricchi? Questa è la domanda che l’Italia e gran parte dell’Europa si deve porre. Stiamo assistendo ad una lenta ed inesorabile espropriazione della sovranità popolare da parte della Germania e dell’alta finanza senza nemmeno accorgersene. La democrazia quando deve rispondere alla tirannide dei mercati e non alle esigenze di un popolo, quando cioè è sotto l’attacco dello spread, di quell’immensa forza impersonale, non è più reale e concreta, ma appare più come una grande finzione. Quando in ogni Paese in difficoltà le maggioranze di Governo sono costrette tramite voto popolare o come avvenuto in Italia cambio di Governo senza elezioni a lasciare il timone della propria Nazione, delegittimate sia all’interno che all’estero, c’è qualcosa che non va. Il problema è che chiunque vada al Governo è costretto dall’Ue e dai mercati ad applicare misure draconiane per il proprio Paese con conseguente perdita di consenso. E quindi non fa quasi più differenza se a capo di una Nazione ci sia la destra o la sinistra e le stesse elezioni perdono il loro profondo significato e valore, perché dietro la scelta del partito da votare c’è in realtà il plebiscito a favore dell’attuale sistema europeo. E’ come se ogni leader europeo (eccetto la Germania e in parte la Francia) avesse un fucile puntato alla tempia e fosse costretto sotto il ricatto dello spread e del rigore a dare un po’ di soldi e vettovaglie al soldato (L’Ue) a discapito della propria famiglia (la Nazione). Non era francamente questa l’Europa che sognavamo. Da tutto ciò è derivata gran parte della delegittimazione della politica e la grande speranza nella tecnocrazia. Attenzione però a non illuderci troppo presto. I tecnici sono abituati ad amministrare le cose e non le persone.  Da qui il pericolo di una deriva sansimoniana in Europa che può portare alla catastrofe. Ci potremmo trovare di fronte alla terrificante nozione di una grande gerarchia neofeudale, con i banchieri, gli industriale e i tecnici in cima, in cui tutto viene pianificato in un ordine rigoroso. Al centro dell’intera concezione sansimoniana sta la scienza, o lo scientismo- la convinzione che se le cose non si fanno obbedendo a una disciplina rigorosa, e se a farle non sono coloro che soli comprendono il materiale, umano e no, di cui il mondo è formato, il risultato saranno il caos e la frustrazione. Questo compito può essere assolto soltanto dall’èlite. E abissale infatti è oggi la distanza tra il comune cittadino e l’èlite mondiale che governa il mondo attraverso la speculazione finanziaria. Se in nome dello spread dobbiamo rinunciare ai diritti fondamentali e naturali, alla nostra sovranità nazionale, se dobbiamo piegarci alla volontà di istituzioni sovranazionali e invisibili subordinando tutto ciò che è immanente e trascendente in una Nazione, allora è la nostra libertà ad essere espropriata e con essa la nostra vita.  Allora si avvera quella terribile profezia di Saint-Simon: Le forze cosmiche (in questo caso l’alta finanza) sono considerate onnipotenti e indistruttibili; le speranze, i timori, le preghiere non valgono a farle scomparire. Alla fine rischiamo di vivere l’incubo in cui lo spread è superiore all’arte perché non dà luogo a fini indipendenti della vita umana, non fornisce esperienze che possano agire come criteri indipendenti del bene e del male, del vero e del falso. Il pericolo concreto è che se questa fase oscura che stiamo vivendo continuerà nel tempo, le forze radicali, ossia il nazionalismo e l’umanitarismo popolare potrebbero infiammare l’Europa intera. All’attuale dittatura mascherata subentrerebbe il volto cupo e rigido della dittatura vera e propria.</p>
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		<title>Frau Merkel è impazzita?</title>
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		<pubDate>Wed, 16 Nov 2011 10:33:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Frabetti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.arezzopolitica.it/2011/11/16/frau-merkel-e-impazzita/"><img align="left" hspace="5" width="150" height="150" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2011/11/crozza_merkel-150x150.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="crozza_merkel" title="crozza_merkel" /></a>di Giorgio Frabetti- Stavolta non è Silvio, ma Angela Merkel, l&#8217;ineffabile Frau Merkel a tirare giù le borse di mezzo mondo e a far schizzare lo spread di Spagna, Francia e Italia. Ci eravamo illusi che la nomina di Monti avrebbe curato lo spread, ma abbiamo dovuto ricrederci. Dopo le dichiarazioni della Cancelliera tedesca al [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-8813" title="crozza_merkel" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2011/11/crozza_merkel.jpg" alt="crozza_merkel" width="491" height="277" />di <strong>Giorgio Frabetti</strong>- Stavolta non è Silvio, ma Angela Merkel, l&#8217;ineffabile Frau Merkel a tirare giù le borse di mezzo mondo e a far schizzare lo <em>spread</em> di Spagna, Francia e Italia. Ci eravamo illusi che la nomina di Monti avrebbe curato lo <em>spread</em>, ma abbiamo dovuto ricrederci. Dopo le dichiarazioni della Cancelliera tedesca al Congresso CDU, i <em>credit default</em> sono schizzati alle stelle e a riaccendere la miccia della speculazione internazionale, cui non pareva vero di tornare ad accanirsi sui malconci debiti sovrani del Mediterraneo meridionale. Ma cos&#8217;è successo? Semplicemente, la Merkel ha annunciato davanti all&#8217;assise del proprio partito di avere allo studio un piano per consentire agli Stati in difficoltà (Grecia, Spagna e Italia) di uscire dalla moneta unica, ma non dall&#8217;Unione Europea. Che tali dichiarazioni siano state un&#8217;iniezione di curaro nei mercati internazionali non ci vuol molto a comprenderlo. Ma più di tutti sorprende la schizofrenia di un personaggio che nello stesso congresso un attimo prima aveva drammaticamente dichiarato &#8220;siamo nella crisi più grave che l&#8217;Europa attraversa&#8221; &#8230; come pensa Frau Merkel di curare la crisi con tali dichiarazioni non è dato sapere! Allo stesso modo, non può che sconcertare la &#8220;faccia tosta&#8221; con la quale una personalità politica come la Merkel spara sull&#8217;Euro, dopo essersi tanto accanita nelle settimane scorse a dire: &#8220;L&#8217;Euro non ha alternative. Se fallisce l&#8217;Euro, fallisce l&#8217;Europa&#8221;. Ma cosa vuole la Merkel: vuole l&#8217;Europa Unita? O cerca un nuovo nazionalismo economico-politico tedesco? C&#8217;è ben poco di chiaro nell&#8217;azione politica della SuperCancelliera teutonica, ma è indubbio che essa cerca una difficile &#8220;quadratura del cerchio&#8221;. Senza troppi giri di parole, è evidente che la Merkel è Europeista, finchè la UE funziona come cassa di risonanza degli interessi tedeschi; ma diventa nazionalista, non appena la UE assume posizione scomode verso la Germania (vedi bisticci l&#8217;anno passato tra il Presidente della Commissione Barroso e il Ministro delle Finanza tedesco). Tutti i vantaggi, nessun costo. Il punto, però, è che, al punto in cui siamo arrivati, questa posizione rivela lati non poco paradossali e abnormi, che stridono con l&#8217;apparente e tetragona razionalità di un disegno di egemonia economica tedesca, pur chiaramente perseguito. Fino a prova contraria, la Germania è nell&#8217;Euro; fino a prova contraria, gli Stati del Sud Europa non sono usciti dalla moneta unica; fino a prova contraria, l&#8217;Italia non è fallita. Allora perchè la Germania si ostina a sparare su una barca in cui è lei stessa in sella? D&#8217;accordo, la Germania vuol perseguire la politica di sempre, fare dell&#8217;Europa un&#8217;area subordinata per subappaltare a basso costo i cicli della sua produzione industriale. Ma c&#8217;è da chiedersi: quando la Germania avrà sufficientemente umilato Francia, Italia, Spagna e Grecia chi comprerà più i suoi prodotti, le sue <em>Wolkswagen</em>? Se è vero che anche per la Germania le proiezioni di crescita economica (e di debito pubblico) per l&#8217;anno venturo sono poco rosee, è vero che un impoverimento delle aree dei consumatori più affezionati dei suoi prodotti le nuocerebbe senz&#8217;altro al proprio <em>esport </em>(per quanto non sia da sottovalutare la Cina, che nel 2012 importerà dalla Germania più di quanto importa la Francia). E poi, c&#8217;è da stare attenti a fare gli arroganti, perchè &#8230; &#8220;chi di sciovinismo ferisce, di sciovinismo perisce&#8221;. Non confidi eccessivamente Frau Merkel sull&#8217;asse franco-tedesco, che oggi vede un Presidente, Sarkozy dal dubbio e per alcuni inesistente futuro politico. Chè se domani all&#8217;Eliseo sale un Presidente issato dal malcontento francese verso la Germania, allora Frau Merkel si sarebbe fabbricata un nemico in casa propria! C&#8217;è una schizofrenia, una dissonanza di fondo nel comportamento di Frau Merkel e questa dissonanza, questa schizofrenia crediamo derivi dalla speciale congiuntura politica interna che la Germania sta attraversando, ovvero l&#8217;incerta vigilia elettorale che vede Frau Merkel impegnata in una difficile &#8220;quadratura del cerchio&#8221;: tra la salvaguardia della cornice europea (indispensabile all&#8217;egemonia tedesca) e il sempre più montante euroscetticismo dell&#8217;opinione pubblica tedesca. Si sa che la partita del salvataggio della Grecia ha creato pesanti malumori nei tedeschi, memori della fallimentare politica dei trasferimenti verso la Germania Est, di cui oggi proiettano i nefasti scenari verso i Paesi deboli dell&#8217;Europa (vedi fenomeno dei Wutburger, una specie di &#8220;qualunquismo&#8221; tedesco). Si sa che la partita ESF ha di fatto spaccato i vertici istituzionali della Germania: non è un mistero che la Bundesbank per il tramite del suo Governatore Jens Weidmann sia sempre stato contrario alle operazioni di salvataggio ESF (una posizione crudamente ribadita l&#8217;altro ieri nei confronti della penisola &#8220;L&#8217;Italia deve cavarsela da sola!&#8221;); come non è un mistero che, in nome del principio costituzionale della &#8220;sostenibilità&#8221; del debito pubblico interno, la Corte Costituzionale tedesca abbia di fatto precluso negoziati in sede UE dotati di ricadute fiscali, con ciò ponendo una pesante ipoteca sulle cruciali partite del salvataggio greco. Uno smacco grave in termini di immagine, per la Supercancelliera, che si è sentita umiliata, commissariata &#8230; come un Berlusconi qualsiasi. Di qui, si comprende a quale pesante livello di stress sia sottoposta Frau Merkel e quanto questo obiettivo <em>stress</em> personale influisca sulle sue dichiarazioni. Nello stesso tempo, diviene possibile fare una parziale &#8220;tara&#8221; alle valutazioni della Cancelliera, scontando, insieme ai realistici e severi moniti sulla crisi, aspetti e argomenti puntualmente drammatizzati in vista delle personali vicende elettorali di Frau Merkel. Anche la politica specula, come si vede, non solo l&#8217;economia. Uno scenario complesso, multidimensionale, che ci fa capire come la partita della crisi finanziaria in Europa sia drammaticamente in evoluzione, aperta a sviluppi ancora largamente indecifrabili.</p>
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