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	<title>Arezzo Polis &#187; Politica Internazionale</title>
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	<description>Spazio di dibattito politico e critica culturale</description>
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		<title>Il vino nuovo della politica nell&#8217;otre vecchio del conservatorismo. Sulla &#8220;rivoluzione neoconservatrice&#8221; di Cameron</title>
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		<pubDate>Sat, 08 May 2010 17:48:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mugnai</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href=http://www.arezzopolitica.it/2010/05/08/il-vino-nuovo-nella-politica-nellotre-vecchio-del-conservatorismo-sulla-rivoluzione-neoconservatrice-di-cameron/><img src=http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/05/cameron_1624632c1-300x187.jpg class=imgtfe hspace=5 align=left width=100  alt="" /></a> di Giorgio Frabetti e Federico Mugnai.
 La vittoria (a metà) dei Conservatori di David Cameron in Inghilterra rappresenta una interessante svolta sul piano politico inglese ed europeo; non si tratta infatti solo del ritorno dei Conservatori al Governo ( fuori da 13 anni, dopo un regno quasi incontrastato iniziato dal 1979 al 1997 con [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-medium wp-image-4109" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/05/cameron_1624632c1-300x187.jpg" alt="cameron_1624632c" width="300" height="187" /><strong> di </strong><strong>Giorgio Frabetti </strong>e <strong>Federico Mugnai.</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong></strong> La vittoria (a metà) dei Conservatori di David Cameron in Inghilterra rappresenta una interessante svolta sul piano politico inglese ed europeo; non si tratta infatti solo del ritorno dei Conservatori al Governo ( fuori da 13 anni, dopo un regno quasi incontrastato iniziato dal 1979 al 1997 con l&#8217;apogeo nell&#8217;èra Thatcher), ma anche per la rimarchevole e nuova piattaforma politico-programmatica con la quale i Conservatori si presentano. Dopo un ventennio di avanguardia &#8220;neo-liberista&#8221;, i conservatori inglesi si sono scoperti &#8220;attenti al sociale&#8221; e &#8220;comunitari&#8221;. Un grande ed acuto osservatore coma Marcello Veneziani (Il Giornale, oggi) ha esemplarmente riassunto questo nuovo profilo della Destra conservatrice inglese: &#8220;Le tre principali differenze rispetto ai conservatori del passato sono assai interessanti per noi europei perché sembrano provenire dal nostro continente. La prima è la svolta sociale del conservatorismo, il progetto riformatore, la convinzione che lo Stato debba garantire maggiore giustizia sociale, più qualità alla scuola pubblica, controllo dell’anarchia finanziaria, dopo le follie prodotte dal mercato. Una svolta rispetto alla tradizione conservatrice inglese e rispetto al liberismo della Thatcher; ma una svolta che riannoda i conservatori britannici alla tradizione cristiano-sociale, gollista e di destra sociale europea. Da noi una svolta analoga l’ha fatta Tremonti, passando dal liberismo a una visione sociale dello Stato, critica verso il mercatismo e rafforzata dalla difesa della tradizione. La seconda novità rispetto ai conservatori è l’interesse per l’ambiente, la difesa della natura dal degrado e dall’inquinamento, la visione di un eco-conservatorismo che toglie finalmente il monopolio verde al velleitario ideologismo radical e lo coniuga al realismo dei conservatori. Il terzo tema nuovo e forte è l’idea di comunità, tema centrale della nuova destra europea. Un’idea forte, che consente da un verso a Cameron di svoltare rispetto all’individualismo dei conservatori o all’idea popperiana della Thatcher che la società non esiste, esistono solo gli individui. Ma dall’altro verso l’idea comunitaria permette a Cameron di riprendere in modo nuovo la difesa dei legami territoriali, l’identità nazionale, le tradizioni inglesi, le radici cristiane della nazione, la famiglia, che è al centro del discorso di Cameron, la politica per l’infanzia e la tutela del matrimonio; qui si innestano alcune aperture di Cameron, anche discutibili, come i Pacs per riconoscere le coppie omosessuali&#8221;. Naturalmente la discussione si è aperta sulla portata di questa &#8220;rivoluzione conservatrice&#8221; in senso ai tories inglesi. Personalmente, crediamo che parlare di &#8220;rivoluzione&#8221; sia inesatto, meglio parlare di &#8220;aggiornamento&#8221; semmai della Destra inglese. Anzitutto, il &#8220;comunitarismo&#8221; di Cameron attesta in modo più evidente la continuità fondamentale della sua proposta politica con la lezione &#8220;laica&#8221; (non ideologica) e pragmatica burkiana, nel cui ambito &#8220;i corpi intermedi garantiscono le libertà, non la Libertà con la L maiuscola della Rivoluzione Francese&#8221; (vedi Quarantotto-Prezzolini, Intervista sulla Destra, Mondadori, 1977), Chiariamo subito che esiste una vasta tradizione &#8220;comunitaria&#8221; nella Destra Europea, anche continentale e non inglese: anzitutto, non possiamo dimenticare il ruolo centrale rivestito da &#8220;famiglia, municipi,provincia&#8221; nella teoria di Bonald, ma anche di De Maistre, essenziali per il rilancio dell&#8217;appartenenza sociale e politica, destrutturata (secondo lo scrittore savoiardo) dall&#8217;invadenza statuale dello Stato dell&#8217;ancième regime, spazzato poi via dalla Rivoluzione del 1789. Un tema, per altro, su cui significativamente ritorna lo stesso Tremonti ne “La paura e la speranza”, del 2008, indicando la riscoperta della partecipazione comunitaria, l&#8217;antidoto contro una crisi economica che è venuta a cadere e coincidere con la forte crisi dei valori indotta dal consumismo (e dalla dissoluzione indotta da lui nei rapporti sociali). E&#8217; comunque curiosa la &#8220;circolarità della storia&#8221;: come ai tempi della Rivoluzione francese, alla spinta della diffusione europea e mondiale dell&#8217;Illuminismo e dello spirito della Rivoluzione, si accompagnò la riscoperta delle Nazioni, così negli ultimi anni, dopo l&#8217;esaltazione del &#8220;mercato globale&#8221; e della &#8220;fine dello Stato&#8221; e &#8220;della storia&#8221;, è subentrata la riscoperta del comunitarismo e dei &#8220;corpi intermedi&#8221; : pare, proprio, che gli ultimi secoli siano come un pendolo che oscilla continuamente tra tendenze all&#8217;Universale e tendenze al Particolare! Molto significative e illuminanti, al riguardo, come lezione sullo scacco della versione recente dell&#8217;Universalismo globalista, sono le parole di Luca Baccelli (politologo non certo di destra), il quale nella sua opera “Critica del repubblicanesimo”, Laterza, 2004 ebbe a dire sui recenti processi di devoluzione della politica economica a organismi sovranazionali come UE e WTO: &#8220;Quanto più il luogo della decisione politica si allontana dai singoli cittadini, tanto più tendono a prevalere logiche tecnocratiche e decisioniste, da parte di agenzie pubbliche, ma soprattutto prive di legittimazione democratica&#8221;. In queste parole, c&#8217;è tutto lo scacco dell&#8217;ideologia post-comunista e post-socialdemocratica che ha creduto di aggiornare il proprio bagaglio &#8220;internazionalista&#8221; facendosi sostenitrice entusiasta dei processi di globalizzazione, senza comprendere che, così facendo, &#8220;suicidava&#8221; le ragioni della vera democrazia. La globalizzazione è stata per la sinistra europea post-comunista l’ancora di salvezza a cui aggrapparsi dopo la fine dell’illusione comunista; si è immaginata l’Europa adeguata a una norma cosmopolita, omogenea e funzionale alla globalizzazione, ripercorrendo da una strada secondaria il marxismo. Ci si è dimenticati (e non solo a sinistra, ma anche in taluni casi a destra, più per fede nel mercato che non nella globalizzazione) come afferma Ernst Nolte che “l’uomo trascende gli ambienti particolari ma non dovrebbe trascendere i limiti ultimi che sono le grandi culture e, forse, le nazioni; l’uomo senza limiti non è più uomo.” Nel vuoto e nell&#8217;incapacità della Sinistra di esprimere un&#8217;idea dell&#8217;appartenenza &#8220;calda&#8221;, la Destra &#8220;comunitaria&#8221; ha avuto buon gioco nel guadagnare spazio politico ed elettorale. Se poi leggiamo le parole di un altro, grande conservatore come Giuseppe Prezzolini, siamo ancora meno autorizzati a ravvisare nel &#8220;profilo riformista&#8221; di Cameron un segno di rottura con la tradizione conservatrice: &#8220;Il vero conservatore- dice Prezzolini nel Manifesto dei Conservatori, Rizzoli, 1972, non si confonde con i reazionari, i tradizionalisti, i nostalgici. Il suo fine è &#8216;continuare mantenendo&#8217;, non di ripetere esperienze fallite o esaurite. Sa che ai problemi nuovi, occorre dare risposte nuove, ispirate però a principi permanenti&#8221;. Crediamo che queste parole esauriscano ogni valutazione possibile: si sa che il &#8220;fatto nuovo&#8221; degli ultimi anni è la crisi, ma il &#8220;mercatista&#8221; che ha sorretto la politica europea dagli anni 90 in poi e che costituisce la causa dei pesanti postumi sociali della crisi finanziaria attuale: è fallita, cioè, l&#8217;idea che, lasciando fare alla &#8220;mano invisibile&#8221; del mercato, i redditi e la ricchezza si sarebbero distribuiti da soli e con equità e non ci sarebbe più stato bisogno dello Stato Sociale. Viceversa, la globalizzazione ha prodotto la selvaggia &#8220;finanza creativa&#8221; dei mutui sub-prime e la crisi generalizzata; è naturale, quindi, che se negli anni 70-80 forti iniezioni di liberismo avrebbero potuto lubrificare un&#8217;economia industriale e fordista in crisi, oggi è attuale correggerne gli eccessi ritrovando la sede politica come istanza di moderazione e di gestione se non del mercato (tesi socialistica decaduta irrimediabilmente) almeno delle conseguenze e delle emergenze sociali indotte dalla globalizzazione: strada sui cui pare muoversi anche Cameron. La lezione è sempre comunque (così pare) quella di &#8220;gestire il divenire (il mutamento) con riferimento all&#8217;essere (a ciò che non muta). In conclusione, Cameron non farebbe altro che rimestare il &#8220;vino nuovo&#8221; dell&#8217;attualità politica contemporanea negli &#8220;otri vecchi&#8221; della tradizione politica conservatrice: inglese e non.</p>
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		<title>La riforma sanitaria di Obama-Vista da un italiano</title>
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		<pubDate>Thu, 25 Mar 2010 14:30:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Frabetti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica Internazionale]]></category>

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		<description><![CDATA[<a href=http://www.arezzopolitica.it/2010/03/25/la-riforma-sanitaria-di-obama-vista-da-un-italiano/><img src=http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/03/obama-150x150.jpg class=imgtfe hspace=5 align=left width=100  alt="" /></a>(Redazione)-Pubblichiamo un&#8217;interessante analisi dell&#8217;On. Benedetto Della Vedova (su Libertiamo.it del 22/03 scorso) sulla riforma sanitaria di Obama, che mette in evidenza le peculiarità del Welfare statunitense (non comparabile con quello europeo di marca bismarkiana-socialdemocratica) e lo indica come un termine di discussione per una possibile riforma del Welfare italiano capace di riequilibrare l&#8217;apporto pubblico e l&#8217;apporto privato. 
- [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignleft size-full wp-image-3742" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/03/obama.jpg" alt="Obama 2008" width="302" height="344" />(Redazione)-Pubblichiamo un&#8217;interessante analisi dell&#8217;On. Benedetto Della Vedova (su Libertiamo.it del 22/03 scorso) sulla riforma sanitaria di Obama, che mette in evidenza le peculiarità del Welfare statunitense (non comparabile con quello europeo di marca bismarkiana-socialdemocratica) e lo indica come un termine di discussione per una possibile riforma del Welfare italiano capace di riequilibrare l&#8217;apporto pubblico e l&#8217;apporto privato. </strong></p>
<p>- Obama ha vinto la sua storica battaglia e gli Stati Uniti avranno la riforma sanitaria che promette di dare a tutti una copertura assicurativa contro le malattie.  In prima battuta, e in attesa di interventi che approfondiscano, come è nello stile di Libertiamo,  i dettagli della riforma, credo si possano fare tre considerazioni.</p>
<p>1. Il precedente sistema americano non era quel mostro di egoismo di cui tanto si è parlato in Europa. La spesa sanitaria pubblica in rapporto al Pil (…e che Pil) non era così diversa da quella italiana. A nessuno venivano comunque negate le cure in caso di necessità, seppure non in tutte le strutture e magari dopo lunghe attese. Una parte significativa delle persone senza copertura sanitaria era rappresentato da lavoratori temporaneamente disoccupati. Poveri, bambini e anziani erano oggetto di specifici piani sanitari finanziati dal pubblico. Insomma: un sistema nato in modo differente da quelli europei, con contraddizioni divenute via via sempre meno sostenibili, ma non un sistema da “selvaggio far west”. Questo spiega come mai una parte importante dell’opinione pubblica americana sia stata contraria alla riforma di Obama e perchè in Congresso i repubblicani l’abbiano così fortemente osteggiata. Le polemiche erano sui costi e sull’efficacia della nuova legge.</p>
<p>2. Lo “<em>health care bill</em>” votato ieri non è l’istituzione di un sistema pubblico universalistico, ma resta fondamentalmente improntato alla libertà di scelta e a logiche di concorrenza tra operatori privati. Obama ha enfatizzato la necessità di correggere le distorsioni del sistema assicurativo, ha tuonato contro gli abusi che intende correggere, ma non per questo ha scelto la statalizzazione del servizio sanitario. Obbligo di copertura con relative agevolazioni fiscali, ma non copertura pubblica in automatico, dunque, se non per gli indigenti. La vera sfida di Obama, ora, è sui costi complessivi del nuovo sistema, che nelle sue intenzioni non dovrebbero aumentare in ragione dei recuperi di efficienza (il tasso di crescita dell’economia americana nei prossimi anni sarà a tal proposito determinante). La spesa sanitaria americana è complessivamente molto alta, anche perché ingloba costi di ricerca che finiscono per beneficiare non solo le multinazionali farmaceutiche americane ma, in definitiva, anche i pazienti degli altri paesi. Mi auguro che quanti oggi guardano da sinistra con tanta ammirazione a ciò che è accaduto la notte scorsa al Congresso smettano di fare una guerra ideologica alla “privatizzazione della sanità”. Quando anche in Italia si cercherà di  coinvolgere più organicamente il settore privato nel sistema sanitario italiano, per innescare spinte concorrenziali e recuperi di efficienza, si ricordi la “lezione” di Obama.</p>
<p>3. Infine, ma non meno importante, una notazione sul sistema istituzionale americano, che ha dato un’altra prova di tenuta e di efficacia. Il Congresso ha giocato un ruolo centrale, nonostante la riforma fosse la priorità del Presidente eletto direttamente dal popolo. La dialettica tra democratici e repubblicani ha inciso significativamente, portando ad un voto che non è stato trasversale, ma il cui esito normativo risente  fortemente – e io credo positivamente – delle ragioni della minoranza repubblicana. Da ultimo: i due protagonisti della vicenda per molti aspetti storica sono stati Barack Obama e Nancy Pelosi… come dire, due immigrati di seconda e terza generazione.</p>
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		<title>Per aiutare Haiti bisogna fermare gli aiuti internazionali?</title>
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		<pubDate>Sat, 23 Jan 2010 14:13:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Frabetti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica Internazionale]]></category>

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		<description><![CDATA[<a href=http://www.arezzopolitica.it/2010/01/23/per-aiutare-haiti-bisogna-fermare-gli-aiuti-internazionali/><img src=http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/01/4132_Terremoto-150x150.jpg class=imgtfe hspace=5 align=left width=100  alt="" /></a>(Redazione) Pubblichiamo una presa di posizione del giornalista Bret Stephens che, dalle colonne del Wall Street Journal (ripreso da L&#8217;Occidentale di oggi), critica in modo circostanziato la linea degli aiuti internazionali &#8220;a pioggia&#8221; nelle gravi emergenze ambientali (tipo Tsunami), in generale, mostrandosi scettico sull&#8217;efficacia dell&#8217;attuale flusso di aiuti che da tutto il mondo stanno affluendo verso [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignleft size-full wp-image-3274" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/01/4132_Terremoto.jpg" alt="4132_Terremoto" width="436" height="327" />(Redazione) Pubblichiamo una presa di posizione del giornalista Bret Stephens che, dalle colonne del <em>Wall Street Journal </em>(ripreso da<em> L&#8217;Occidentale </em>di oggi), critica in modo circostanziato la linea degli aiuti internazionali &#8220;a pioggia&#8221; nelle gravi emergenze ambientali (tipo <em>Tsunami</em>), in generale, mostrandosi scettico sull&#8217;efficacia dell&#8217;attuale flusso di aiuti che da tutto il mondo stanno affluendo verso Haiti dopo la grave sciagura del terremoto. Il giornalista paventa, oltre ad una probabile situazione di dipendenza di Haiti al limite del &#8220;neo-coloniale&#8221;, la diffusione di corruzione, mercato nero. Lasciamo alla riflessione del pubblico la valutazione dei veri rischi geopolitici: se, cioè, la diffusione della corruzione su larga scala in contesti economicamente possa veramente minare l&#8217;autorità politico-statale locale; se con ciò Stati  come Haiti (tra i più poveri del mondo e già politicamente molto instabile) corrano davvero il rischio di diventare (magari in prospettiva) &#8221;buchi neri&#8221; geopolitici difficili poi da gestire.</strong></p>
<p><strong>di <a title="Vedi tutti i contributi di Bret Stephens" href="http://www.loccidentale.it/autore/bret+stephens">Bret Stephens</a>-</strong>È passata ormai [più di] una settimana da quando Port-au-prince è stata distrutta da un terremoto. Nei giorni a venire gli haitiani subiranno un altro trauma mentre tutti gli sforzi di soccorso cercheranno, spesso senza successo, di stare al passo con il proliferare delle emergenze. Dopo di che – cosa più disastrosa di tutte – ci sarà l’arrivo degli ingenui soldati del far bene, ciascuno con il proprio brillante piano per salvare gli haitiani da se stessi.<strong> </strong></p>
<p>“Ora Haiti ha bisogno di una nuova versione del Piano Marshall” scrive Andres Oppenheimer sul <em>Miami Herald</em>, protestando che le centinaia di milioni attualmente promessi sono una cifra ridicola. L’economista Jeffrey Sachs propone di spendere tra i dieci e i quindici miliardi di dollari per un piano di sviluppo quinquennale. “Il modo più ovvio per Washington di coprire questo nuovo finanziamento – scrive Sachs – consiste nell’introduzione di imposte speciali sui bonus di Wall Street”. In un editoriale pubblicato sul <em>New York Times</em>, gli ex presidenti Bill Clinton e George W. Bush dichiarano di voler aiutare Haiti a “dare il meglio di sé”. A dire il vero, parte di questo lavoro l’hanno fatta quando erano in carica.</p>
<p>Tutto ciò serve a mettere a posto la coscienza di quella gente la cui debole buona intenzione è di “fare qualcosa”. È una potenziale miniera d’oro per i professionisti della sofferenza delle organizzazioni umanitarie e delle Ong. Non importa che i loro mezzi di sostentamento dipendano proprio da quella miseria che sostengono di voler fermare. E ciò permette a tutti i Jeff Sachs del mondo di atteggiarsi a santi dell’ultimo giorno.</p>
<p>In ogni caso, quasi tutti i possibili piani di aiuto al di là dell’immediato soccorso umanitario condurranno i veri haitiani a maggiore povertà, maggior corruzione e a un’inferiore qualità istituzionale. Ne trarrà beneficio chi ha le conoscenze giuste a spese di chi povero lo è davvero, le risorse non finiranno dove ce n’è più bisogno e l’iniziativa locale resterà tagliata fuori. E ne sarà incoraggiata proprio quella cultura della dipendenza che il paese ha un così disperato bisogno di spezzare.</p>
<p>Come faccio a saperlo? In questo aiuta la lettura di un rapporto del 2006 della National Academy of Public Administration utilmente intitolato “Perché gli aiuti dall’estero ad Haiti hanno fallito”. Il rapporto riassume una gran quantità di documenti da varie organizzazioni umanitarie che descrivono la lunga lista delle loro inadempienze nel paese.</p>
<p>Per esempio, qui la Banca Mondiale è ora in procinto di gettare altri cento milioni di dollari ad Haiti, sulla base di quanto ottenuto nel paese tra il 1986 e il 2002: “Il risultato dei programmi di assistenza della Banca Mondiale è ritenuto insoddisfacente (se non estremamente tale), trascurabile l’impatto sullo sviluppo istituzionale, e improbabile la sostenibilità dei benefit maturati”.</p>
<p>Perché? La banca ha notato che “i sistemi budgetari, finanziari e di approvvigionamento haitiani non hanno un funzionamento normale”, il che “rende impossibile la gestione delle finanze e degli aiuti”. Ha osservato che “il governo non ha dimostrato controllo prendendo l’iniziativa per formulare e implementare il proprio programma di assistenza”. È significativo che la banca abbia mostrato di notare la “totale discordanza tra i livelli di aiuto dall’estero e la capacità del governo di assorbirlo”, un altro modo di dire che più i donatori stranieri hanno speso per Haiti, più i fondi hanno cambiato direzione.</p>
<p>Ma anche questo non riesce ancora ad arrivare al nucleo del problema dell’aiuto ad Haiti, che ha meno a che fare con Haiti di quanto non abbia a che fare con gli effetti dell’aiuto stesso. “I paesi che hanno raccolto la maggior quantità di aiuti allo sviluppo sono anche quelli che versano nelle condizioni peggiori”, aveva detto l’economista keniota James Shikwati a <em>Der Spiegel</em> nel 2005. “Fermatevi, per l’amor di Dio”.</p>
<p>Prendiamo qualcosa di apparentemente semplice come l’aiuto alimentare. “A un certo punto – spiega Shikwati – il grano finisce nel porto di Mombasa. Spesso una parte del grano va direttamente nelle mani di politici senza scrupoli che lo passano poi alla propria tribù per promuovere la loro prossima campagna elettorale. Un’altra parte del carico finisce sul mercato nero, dove il grano è venduto a prezzi estremamente bassi. A questo punto i coltivatori locali possono anche gettar via la zappa; nessuno può competere con World Food Program delle Nazioni Unite.</p>
<p>Sachs ha attaccato questi argomenti come “scandalosamente deviati”. Ma poi Shikwati e altri come il keniota John Githongo e Dambisa Moyo dallo Zambia hanno avuto il beneficio di vedere in prima persona come l’industria degli aiuti abbia fatto naufragare le loro nazioni. Il fatto che di solito l’industria si comporti in questo modo in connivenza con gli stessi governi locali che hanno portato alla rovina la propria gente non serve che a contribuire a far sì che quelle élite restino al potere. Perpetuando il circolo vizioso di dipendenza e disonestà che per generazioni è stato la rovina di paesi come Haiti.</p>
<p>Un approccio migliore riconoscerebbe l’autentica umanità degli haitiani trattandoli – una volta terminati gli interventi di soccorso più urgenti ed essenziali – come persone in grado di compiere scelte responsabili. Haiti ha una delle più basse protezioni al mondo per la proprietà, come pure una delle regolamentazioni commerciali più gravose. Nel 2007 ha ricevuto 701 milioni di dollari in aiuti, dieci volte tanto quel che ha investito all’estero.</p>
<p>Rovesciare queste cifre è un compito che spetta solo agli haitiani, ai quali il mondo esterno può dare aiuto desistendo dal cercare di danneggiarli con eccessi di benevolenza. Se si adottasse un qualsiasi altro approccio, l’inferno che si è visitato ora in questo infelice paese arriverà a sembrarne solo il primo girone.</p>
<p><em><a href="http://online.wsj.com/article/SB10001424052748704541004575010860014031260.html?mod=djemEditorialPage" target="_blank">© The Wall Street Journal</a></em><em><br />
</em><em>Traduzione Andrea Di Nino</em></p>
<p> </p>
<p><strong> </strong> </p>
<p><strong></strong></p>
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		<title>La minaccia sull&#8217;Europa e sul Mondo della rinascita del nazionalismo arabo</title>
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		<pubDate>Sat, 09 Jan 2010 20:14:03 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Politica Internazionale]]></category>

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		<description><![CDATA[<a href=http://www.arezzopolitica.it/2010/01/09/la-minaccia-sulleuropa-e-sul-mondo-della-rinascita-del-nazionalismo-arabo/><img src=http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/01/i4_a2_1b-300x197.jpg class=imgtfe hspace=5 align=left width=100  alt="" /></a>di Giorgio Frabetti e Federico Mugnai   Gli eventi di Natale 2009, che hanno visto un attentato in danno agli USA sventato per poco hanno attirato l’attenzione dei commentatori circa le vere prospettive e i risultati conseguibili dal movimento arabo con questi gesti (01). Ora, andando alle sorgenti del fenomeno, che, del resto, si è prevalentemente sviluppato [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-3138" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/01/i4_a2_1b-300x197.jpg" alt="i4_a2_1b" width="300" height="197" />di <strong>Giorgio Frabetti e Federico Mugnai  </strong> Gli eventi di Natale 2009, che hanno visto un attentato in danno agli USA sventato per poco hanno attirato l’attenzione dei commentatori circa le vere prospettive e i risultati conseguibili dal movimento arabo con questi gesti (01). Ora, andando alle sorgenti del fenomeno, che, del resto, si è prevalentemente sviluppato nel XX Secolo, deve prima di tutto dirsi che l’espressione “nazionalismo” riferita al mondo arabo è qualcosa di estremamente ambiguo, perché storicamente appare connesso con l’altra sua ombra, il cd “panarabismo” (02), che, per altro, porta a sviluppo e compimento il cd “movimento salafita”, che, dopo il lungo “magistero” di personaggi carismatici, come Jamal al-Din Afgani (1839-1897) e da Muhamad Adduh (1849-1905), porterà, sotto gli auspici di Hasan al-Banna (1906-1949) e di Mawlana Sayyd Abu l-A’la Mawdudi (1903-1979), alla formazione del “movimento dei Fratelli Musulmani nel 1928, che sarà il primo nucleo di quello che successivamente verrà chiamato “fondamentalismo islamico” (03). In realtà, tra “nazionalismo” e “fondamentalismo” ci sarà, negli anni, una certa quale dialettica: mentre le matrici religiose e gli obiettivi ideologici sono più o meno gli stessi (liberazione del mondo islamico dalla “cattività” del colonialismo …), il “nazionalismo” ha incarnato nel tempo la real-politik (04) del movimento arabista (espressasi principalmente nella politica estera dei principali Stati arabi) ed è apparsa, proprio per questa sua proiezione “geopolitica”, più possibilista e propensa al compromesso: di compromesso in compromesso (specie a seguito delle concessioni allo Stato di Israele), però, l’anima più “pura” ed ideologica del “fondamentalismo” ha accentuato via via il suo populismo, ovvero la sua insofferenza per i “professionisti del sacro” (es. la Scuola di Alessandria) e per il “bizantinismo” degli Stati (in nome della purezza delle origini, degli antenati, salafi, da cui la denominazione “salafita”!) e che storicamente è stato il brodo di coltura del “terrorismo”, specie quello suicida (esploso specie negli anni ’90 in Palestina(05)). E’ certo, comunque, che è con il cd “nazionalismo arabo” che la composita ed instabile compagine degli Stati arabi conquista un peso geopolitico negli equilibri mondiali (e, in questo si deve riconoscere un certo quale primato a Egitto e Siria, Stati di più recente indipendenza e più adusi al “gioco politico-diplomatico”). Fin dalla loro formazione, i movimenti nazionalisti arabi hanno individuato i loro nemici nei colonizzatori europei, in speciale modo nelle Gran Bretagna e nella Francia, accusate di opprimere le popolazioni arabe e di perseguire una politica filosionista. Furono subito consapevoli che per contrastare le potenze europee avevano bisogno di assicurarsi degli aiuti e delle alleanze con altri stati. Dopo le deludenti esperienze fatte sopratutto negli anni venti con l&#8217;Urss, l&#8217;alleato migliore non poteva non apparire loro che l&#8217;Italia fascista. Mussolini infatti grazie alla sua sensibilità di vecchio rivoluzionario e al suo fiuto politico, già negli anni del primo dopoguerra aveva intuito le potenzialità del risveglio nazionale arabo e l&#8217;importanza di stabilire con essi rapporti di collaborazione che si sarebbero rivelati utili allorquando ci sarebbe stata una grave crisi internazionale (e in questa ottica va inserita la politica mediterranea mussoliniana tesa a fare dell&#8217;Italia una potenza che costituisse un &#8220;ponte&#8221; tra l&#8217;Oriente e l&#8217;Occidente). Rapporti che si sarebbero intensificati con la conclusione vittoriosa della guerra d’Etiopia che aveva accresciuto le speranze degli arabi nell’aiuto dell’Italia contro l’Inghilterra e gli ebrei, specialmente in un’autorità importante come il Mufti di Gerusalemme che desiderava far scatenare la rivolta e far fallire il progetto Peel per la divisione della Palestina. Tutto ciò avveniva non per una presunta affinità ideologica esistente tra il nazionalismo arabo e i regimi nazista e fascista, ma in forza della logica tutta politica, che vede nei nemici dei propri nemici i propri amici. Fu solo però con il 10 Giugno del 1940, cioè con l’entrata in guerra da parte dell’Italia a fianco della Germania, che la politica araba di Mussolini cambiò carattere, perse la strumentalità che sino allora l’aveva contraddistinta (06) e assunse un posto centrale nella strategia politico-militare del Duce, in quella presente e ancor più in quella futura, del dopoguerra cioè. Se l’incidenza militare del nazionalismo arabo sul corso della guerra era infatti considerata assai limitata e modesta, assai più importante era considerata quella politica i cui frutti sarebbero stati però raccolti essenzialmente dopo la conclusione della guerra. A fine guerra i nazionalisti arabi chiedevano all’Asse la completa indipendenza di vari paesi: Irak, Egitto, Sudan, Arabia Saudita, Yemen, Palestina, Transgiordania, Kuwait, Dubay, Oman, Hadramout, Siria e Libano. L’Italia avrebbe avuto assicurate, d’accordo con il governo egiziano, solo le comunicazioni imperiali attraverso il Sudan. L’Asse, secondo i leader dei movimenti nazionalisti arabi, doveva altresì riconoscere il diritto dei popoli arabi a unirsi in una o più federazioni e a risolvere il problema della “Jewish National Home” in Palestina, di cui doveva riconoscere anche l’illegalità. Nella guerra i nazionalisti arabi avevano intravisto la possibilità di ottenere l’indipendenza dalla Gran Bretagna e dalla Francia, mentre le potenze dell’Asse cercavano il loro aiuto per organizzare, attraverso l’impiego di forze militari arabe, attacchi contro l’impero Britannico. Le alterne vicende della guerra offrirono la possibilità di mettere in pratica vari attacchi contro l’Inghilterra, anche se a dire il vero, in concreto furono scarse e praticamente irrilevanti le iniziative in questo senso, sia perché Hitler in fondo non attribuiva grande importanza alla carta araba e di conseguenza Mussolini (anche se a malincuore), che dopo i rovesci militari subiti dall’Italia in Grecia e in Africa era succube della strategia militare tedesca, sia perché gli stessi nazionalisti attendevano prima delle rassicurazioni precise sulle intenzioni dell’Asse a guerra conclusa. In pratica il testo della dichiarazione dell’accordo raggiunto tra l’asse e il Mufti fu approvato e pubblicato mentre gli Alleati erano sul punto di sbarcare in Sicilia. Anche se il Mufti doveva ormai nutrire poche speranze circa una sconfitta degli Alleati, la dichiarazione gli era necessaria per la propria immagine, per giustificare presso “la nazione araba” anni di lotta contro gli inglesi e gli ebrei e la propria scelta di campo a fianco dell’Asse e per uscire da tutta la vicenda vincitore anche se sconfitto: anche se gli arabi avessero ottenuto dagli Alleati l’indipendenza e l’unità nazionale, mai avrebbero ottenuto da essi la fine della presenza ebraica in Palestina; da qui la giustificazione storica della sua lotta, e, appunto il suo legato alla “nazione araba” (07). Infatti la guerra, nonostante avesse visto la sconfitta dell’Asse, che i nazionalisti arabi avevano appoggiato, aveva logorato tutte le principali potenze mondiali, dando così la possibilità ai vari paesi arabi (e non solo) di ottenere l’indipendenza tanto agognata, seppure ancora in questi Stati la classe dirigente fosse impreparata politicamente a gestire e governare i vari paesi. La grande battaglia del dopoguerra che, per i nazionalisti doveva essere affrontata, era quella della presenza ebraica in Palestina, che la vittoria degli Alleati aveva accentuato. Fu infatti con la proclamazione dello Stato di Israele, che il nazionalismo arabo dette al mondo sfoggio e prova della sua aggressività sullo scacchiere geopolitico mondiale, frutto di un’accresciuta consapevolezza del “peso determinante” che il mondo arabo acquisiva automaticamente per la forte domanda di petrolio da parte del mondo occidentale (una conferma, post eventu, della lucidità geopolitica del “Duce”!): non a caso, il teatro principale degli scontri fu l’area geografia vicina o adiacente al Canale di Suez, meta commerciale essenziale dei commerci, specie petroliferi: pertanto, motivi religiosi (si veda la giurisdizione su Gerusalemme: se degli arabi o degli israeliani) e motivi economici si mischiano inscindibilmente a motivi di potenza (08) nel tragico “pendolo” delle guerre arabo-israeliane, dove le parti reciprocamente temono un assedio ed un accerchiamento che li tagli fuori anche dalle rotte del commercio navale e del petrolio, in particolare. Anche in questo spirito, il 15 maggio 1948 gli eserciti di Egitto, Siria, Libano, Iraq e Transgiordania, attaccarono l&#8217;appena nato Stato di Israele. L&#8217;offensiva venne bloccata dall&#8217;esercito israeliano e le forze arabe vennero costrette ad arretrare e a firmare un primo armistizio nel 1949; successivamente, si contò su un’altra grande prova di forza con la chiusura/nazionalizzazione del Canale di Suez (1956) con il principale obiettivo di bloccare il passaggio delle navi commerciali israeliane: questo gesto, che ai tempi, rischiò di mettere in ginocchio il mondo intero, da un lato, costrinse Israele ad intervenire militarmente contro l’Egitto, dall’altro, fu l’occasione di un’esperienza, politicamente effimera, ma di grande portata simbolica per la politica araba, ovvero la fusione tra Egitto e Siria, nucleo di una futura “unione panaraba” del Medioriente, cui avrebbe dovuto unirsi anche l’Iraq, grande potenza petrolifera, ma che poi andò “a monte” per il Colpo di Stato irakeno del 1958. Ancora successivamente, negli anni ‘60 Giordania, Egitto e Siria, cercano di “accerchiare” Israele (09), ma questi, grazie ad un’opera di contro-spionaggio di eccezionale portata ed efficienza, riesce a sgominare gli avversari con la Guerra dei Sei giorni del 1967 (che costò all’Egitto l’occupazione del Sinai). Con il tempo, stabilizzata l’area di Suez, il confronto arabo-israeliano è degenerato nel terrorismo fine a sé stesso: sintomo evidente di una sorta di modus operandi classico del “nazionalismo arabo”: la tendenza a favorire la degenerazione del mondo arabo nel “fondamentalismo islamico” : si comincia l’08 dicembre 1987 con l’Intifada (la “rivola delle pietre”), e si prosegue con la degenerazione del “terrorismo suicida” a seguito degli Accordi di Oslo del 1993 (che tracciano una prima base per la connivenza di un nucleo di Stato palestinese con lo Stato di Israele) e con la passeggiata di Sharon nella spianata del tempio in Gerusalemme nel settembre 2000. Con gli accordi di Oslo, infatti, si consuma il prestigio di una delle figure più controverse della politica palestinese, oggetto di grandi speranze del mondo arabo negli anni ’60-’70: Yasser Arafat: uomo indubbiamente cinico e spregiudicato nel giocare contemporaneamente i tavoli dell’estremismo e del “legalitario” (non ricorda un po’ la politica del “doppio petto” di Mussolini del 1921-22?), ma che, accondiscendendo, con gli accordi di Oslo del 1993, di fatto a mettere sullo stesso piano Stato di Israele con il costituendo Stato di Palestina, viene visto come un traditore dagli islamici intransigenti. Non a caso, negli ultimi anni, il potere negoziale di Arafat per una pacificazione dell’area palestinese (nel solco del Trattato di Pace del 1993) si indebolisce enormemente (10) e gli ultimi anni vedono un poco convinto Arafat sposare la causa dei “martiri suicidi” (senza contare la controversa vittoria di Hamas alle elezioni palestinesi del 2007 dalla prospettiva ancora del tutto incerta (11)!): ma è una mossa (quest’ultima) solo tattica e di facciata, perché frattanto il mondo arabo “politicista” di Arafat è tallonato da vicino da Osama-Bin-Laden (12), che è il capofila dell’integralismo islamico più puro e più ambizioso (la costituzione di un umma, unità mondiale degli islamici) che, non solo si giova della propaganda di adepti reclutati, spesso via Internet, negli arabi trapiantati nell’Occidente (e scontenti della vita che lì conducono), ma che, complice del clamore degli attentati (in primis Nairobi, ma soprattutto le Twin Towers di New York dell’11 settembre 2001) tende a spostare l’attenzione dell’Occidente (e degli Usa in specie) su altre aree geografiche: l’Arabia Saudita, l’Afghanista, l’Irak, l’Iran e recentemente la Siria (sospettata di covare un nuovo rilancio del progetto della cd “Grande Siria”). E’ un pericolo il nazionalismo arabo per il mondo? La risposta non è semplice, perché l’islamismo è una realtà “a doppia faccia”: se si guarda al lato “politicista”, il pericolo è relativo e può sempre essere domato dall’Occidente con una sapiente “politica di sicurezza” contro il terrorismo internazionale e con un’accorta politica del divide et impera tra gli Stati arabi che contrasti la formazione di Stati-guida, egemoni nel mondo arabo. Purtroppo, però, il mondo islamico ed estremista in particolare, non riduce la sua influenza nefasta sull’Occidente solo agli strumenti di hard power, ma anche con soft power, attraverso un fortissimo reticolo associativo di Centri Studi, Scuole (13) che conta da un alto su una fedeltà granitica degli adepti e sulla simpatia di alcuni occidentali (specie di origine marxista), portati a vedervi solo una manifestazione etnico-culturale, sottovalutando, così, la portata operativa e politica di dottrine iniziatiche come la Jihad. Non vorremmo, cioè, che i Nostri Governanti cadessero nello stesso errore di Israele, quando, fidando nel carattere para-scoutistico dei Fratelli Musulmani, pensò che l’organizzazione collaterale e semi-militare dei “guerrieri della Palestina”, (creata nel 1980 attorno al Centro Islamico, fondato da Yasin nel 1973) fosse solo una “banda” creata per dare lezioni ai “pubblici peccatori” che vendevano film e riviste pornografiche o alcolici e simili in nome della sharia, salvo poi accorgersi successivamente che l’organizzazione era effettivamente sovversiva perché, tra i “pubblici peccatori”, includeva anche gli “arabi collaborazionisti con Israele”! Il fatto, cioè, che in un Paese, la presenza islamica sia limitata solo alla dimensione associativa non deve trarre in inganno e far credere che tale Islam sia moderato: i padri del “fondamentalismo”, infatti, hanno sempre teorizzato e praticato la “gradualità” della presenza islamica nell’Occidente, ammettendo sì una fase associativa, ma sempre in preparazione della conquista islamica finale! Evidentemente, giocano a favore della conquista islamica dell’Europa la denatalità europea e la perdita delle radici religiose-culturale dell’Occidente (14).</p>
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<p><strong> Note:                                                                               </strong></p>
<p> <strong>(01)</strong>Enorme il successo sotto il profilo della “guerra psicologica” del gesto, anche se poi l’attentato non si è consumato, secondo LOQUENZI, <em>L&#8217;attentato di Natale è riuscito anche se la bomba non è esplosa</em>, del 31 dicembre 2009: “gli effetti che Umar Farouk Abdulmutajab e i suoi mandanti volevano ottenere non sono molto diversi da quelli che si sarebbero prodotti con il pieno successo dell’attentato. Un giovane musulmano era pronto e addestrato per farsi esplodere in volo il giorno di Natale assieme a circa trecento cristiani su mandato di quel che resta di Al Qaeda. Già all’indomani gli aeroporti di mezzo mondo erano semiparalizzati dalle nuove (e probabilmente inutili) misure di sicurezza introdotte in fretta e furia. Passeggeri in fila per ore, voli cancellati, ritardi, forze di sicurezza sotto pressione: questo solo per dare un quadro delle 48 ore successive al mancato attentato”.</p>
<p><strong>(02)</strong>  Sulle connessioni tra “nazionalismo arabo” e “pan-arabismo”, vedi Charles Smith, &#8220;<em>The Arab-Israeli Conflict</em>&#8221; , in: <em>International Relations in the Middle East</em>  by Louise Fawcett, p. 22O</p>
<p><strong>(03)</strong> Sulle origini del movimento “fondamentalista” e sulle redici “salafiste” vedi MASSIMO INTROVIGNE, Hamas, Fondamentalismo religioso e terrorismo suicida in Palestina, Ed. Elledici, 2003, cap. I p. 12.</p>
<p><strong>(04)</strong> L’Egitto, specie nella fase del cd “nasserismo” ha dato la dimostrazione di come la causa “arabista” abbia dato la stura a conformazioni di potere (per lo più dittatoriali-personalistiche) del tutto spregiudicate e talora eccentriche e spregiudicate, che denotano la tendenza alla strumentalizzazione della causa araba, all’interno dello stesso mondo arabo.</p>
<p><strong>(05)</strong> Sul tema del “terrorismo suicida” vedi le lucide pagine di INTROVIGNE, cit., p. 53-54, laddove situa l’inizio della fase suicida di <em>Hamas</em>, negli scontri di Hebron del 25 febbraio 1994 e nel particolare contesto politico: da un lato, l’Intifada era finita, dall’altro Hamas doveva subire lo scacco degli attentati di Oslo che avevano portato l’allora referente politico di Hamas, l’OLP al sostanziale riconoscimento dello Stato di Israele, sull’onda per altro fi un grande consenso dell’opinione pubblica palestinese. In particolare, si consideri il passo dove INTROVIGNE dice: “A ogni passo in avanti dell’OLP nella trattativa di pace, hamas risponde con gli attentati, cui fanno seguito una repressione israeliana, una fragile moratoria concordata Hamas-OLP nel tentativo di allentare la morsa della repressione, una ripresa delle trattative di pace OLP-Israele e nuovi attentati di Hamas che riprendono il ciclo”.</p>
<p><strong>(06</strong> Sul punto, vedi DE FELICE, Mussolini l’alleato Tomo I Dalle “guerra breve” alla guerra lunga.</p>
<p><strong>(07)</strong> Sul punto, vedi DE FELICE, cit.                                             </p>
<p><strong>(08)</strong> Il sogno della “grande Siria” è risalente addirittura alla fine della Prima Guerra mondiale e al crollo dell’Impero Ottomano, quando l’effimero regno di Faysal, che apparve unificare il mondo arabo; esperienza poi rivelatasi effimera per le mene franco-inglesi.</p>
<p><strong>(09)</strong> Constatato che Egitto, Siria e Giordania stavano ammassando truppe a ridosso dei propri confini, Israele decise nuovamente di optare per un attacco. Sotto il comando dei generali <a title="Ytzhak Rabin" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Ytzhak_Rabin">Ytzhak Rabin</a> (Capo di Stato Maggiore) e <a title="Moshe Dayan" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Moshe_Dayan">Moshe Dayan</a> (Ministro della Difesa), in soli sei giorni, a partire dal 5 giugno 1967, Israele sconfisse gli eserciti dei tre paesi arabi, conquistando la Cisgiordania con Gerusalemme Est (che erano sotto l&#8217;amministrazione giordana), la <a title="Penisola del Sinai" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Penisola_del_Sinai">Penisola del Sinai</a>, le Alture del Golan, la <a title="Striscia di Gaza" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Striscia_di_Gaza">Striscia di Gaza</a>,la <a title="Cisgiordania" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Cisgiordania">Cisgiordania</a> (Giudea e Samaria) occupando così vaste aree di territorio al di fuori dei propri confini originari.</p>
<p><strong>(10)</strong> Sull’appannamento del prestigio morale e politico di Arafat si leggano, si leggano le parole di MAGDI ALLAM nel suo Viva Israele, Mondadori, 2007 cap. III p. 121: “Quando il 12 novembre 2004 si svolse la cerimonia funebre ufficiale di Arafat al Cairo  … fu chiaro l’atteggiamento collettivo di distanza se non di imbarazzo. L’amara verità è che Arafat era formalmente tollerato, ma in realtà osteggiato dagli altri leader arabi. Basti pensare al fatto che i palestinesi massacrati in Giordania, Libano e Siria sono molto più numerosi di quelli uccisi dagli israeliani. L’amara verità è che, a dispetto delle apparenze, <strong><span style="text-decoration: underline">con Arafat la causa palestinese si è trasformata in uno strumento di conservazione del potere dei regimi arabi</span></strong>, che hanno mobilitato le masse contro l’eterno nemico sionista per celare ed aggirare la realtà di tirannia e sottosviluppo interno. Anche se, poi, in definitiva, aldilà della demagogia,i palestinesi hanno scoperto di non essere poi così amati nel mondo arabo”. </p>
<p><strong>(11)</strong> Vedi ABU TOAMEH, Perché Abbas non vuole riprendere i colloqui di pace con Israele, ne L’Occidentale del 09/01/2010.<strong> </strong></p>
<p><strong>(12) </strong>Sulla concorrenza movimento palestinese-Al Quaeda, attira l’attenzione INTROVIGNE, cit. p. 62, che esprime le seguenti interessanti, valutazioni: “Sempre più le evoluzioni della situazione palestinese fanno apparire i dirigenti di Hamas i sostenitori di una linea “leninista” di “rivoluzione in un solo Paese”, contro la posizione “trozkista” di Al-Qaeda che predia la “rivoluzione (islamica) mondiale”.</p>
<p><strong>(13)</strong> Sul “gradualismo” vedi le eloquenti parole di INTROVIGNE, cap. I p. 12. In altre parole, il “fondamentalismo”, però, è essenzialmente (e pragmaticamente) improntato a “gradualismo”, nel senso che il conseguimento degli obiettivi di restaurazione è concepito di solito in tre fasi sequenziali essenzialmente enumerate in questo modo: a) applicazione della legge islamica in ogni comunità islamica; b) unificazione/coordinamento dei Paesi a maggioranza islamica in un unico Califfato; c) Islamizzazione del mondo intero. Questo significa che, in talune realtà (a islamizzazione recente o iniziale), la presenza musulmana è limitata alla dimensione associativo, ad una rete di circoli culturali, senza conclamate finalità aggressive o militari; sarebbe, però, un errore interpretare questa presenza come segno di “moderatismo islamico”. Converge, altresì, la testimonianza drammatica di MAGDI ALLAM cit. p. 150 sul concetto auto-referenziale che l’Islam ha dei suoi rapporti con gli “altri”: “Per gli estremisti [islamici, NdA] il rapporto tra i musulmani e gli “altri” deve obbligatoriamente essere definito sulla base della loro concezione della sharia, non dalle leggi secolari dello Stato”.</p>
<p><strong>(14)</strong> Sul punto, vedi le lucide parole di CARLO JEAN in Geopolitica del XXI Secolo (Edizioni Laterza, 2006): Le difficoltà maggiori nella lotta al terrorismo di matrice islamica consistono nel fatto che esso è allo stesso tempo <em>hitec</em> e suicida. I popoli che non hanno paura della morte e che trovano giovani disposti al supremo sacrificio per un ideale, quale esso sia, hanno sempre prevalso. Al riguardo dell’uso della forza, il pensiero occidentale è ancora condizionato dalle teorie calusewitziane secondo cui la guerra è uno strumento … della politica degli Stati. Tuttavia, contro le reti terroristiche internazionali presenti anche sui nostri territori, la guerra è divenuta una necessità per garantirne la sopravvivenza. Per questo, l’Occidente continua a combattere guerre, sebbene la forza militare sia sempre più costosa e i benefici che ne possono trarre sempre minori. Nessuno Stato verrà mai rovesciato dagli attacchi terroristici. Il vero rischio è che il terrorismo diventi endemico … La lotta antiterroristica, allora, imporrebbe nuove restrizioni alle libertà … in senso xenofobo … L’Occidente non sarebbe più lo stesso”- cap. VII par. 13 (il futuro dell’Islam), p. 169-170.</p>
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		<title>L’Europa vuol dividere Gerusalemme in due per regalarla agli arabi</title>
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		<pubDate>Mon, 07 Dec 2009 21:47:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Frabetti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href=http://www.arezzopolitica.it/2009/12/07/l%e2%80%99europa-vuol-dividere-gerusalemme-in-due-per-regalarla-agli-arabi/><img src=http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2009/12/images.jpg class=imgtfe hspace=5 align=left width=100  alt="" /></a>Pubblichiamo integralmente per i nostri lettori il commento della giornalista Fiamma Nirstein (Il Giornale 02 dicembre 2009) alla proposta della UE (espressa tramite la Presidenza svedese in via di scadenza) per la risoluzione della diatriba israeliano-palestinese per dividere in due parti Gerusalemme (una parte araba, una israeliana). Con la pubblicazione, si intende richiamare l&#8217;attenzione sulle [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><em><img class="size-full wp-image-2792 alignleft" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2009/12/images.jpg" alt="images" width="150" height="124" />Pubblichiamo integralmente per i nostri lettori il commento della giornalista Fiamma Nirstein (Il Giornale 02 dicembre 2009) alla proposta della UE (espressa tramite la Presidenza svedese in via di scadenza) per la risoluzione della diatriba israeliano-palestinese per dividere in due parti Gerusalemme (una parte araba, una israeliana). Con la pubblicazione, si intende richiamare l&#8217;attenzione sulle problematiche della convivenza pluriculturale Islam-Occidente: una vicenda che è un verosimile saggio di cosa c&#8217;è &#8220;dietro l&#8217;angolo&#8221; in un&#8217;Europa, sempre più pressata demograficamente dagli immigrati islamici e con un &#8216;trend&#8217; demografico negativo degli europei &#8216;veraci&#8217;.</em></strong></p>
<p>Dato che la sua presidenza della Unione Europea durerà fino al primo di gennaio, la Svezia fa di tutto per portare a casa più in fretta possibile qualche risultato eclatante, spingendo l’Ue verso inusitate sponde di palestinismo. Carl Bildt ministro degli esteri svedese, lo stesso che si rifiutò di dissociarsi dall’articolo del quotidiano Aftonbladet per il quale i soldati israeliani uccidono i palestinesi per commerciare nei loro organi, adesso ha preparato un documento svelato ieri dal giornale israeliano Ha’aretz. Sarà presentato la prossima settimana all’incontro dei ministri degli esteri dei 27 paesi dell’Ue: l’Unione Europea vi si pronuncia perché Gerusalemme sia divisa in due, insieme capitale israeliana e capitale palestinese.</p>
<p>Ecco come si risolve all’Europea una delle questioni più delicate del mondo: un documento, una spina per Israele, un piacere ai palestinesi, e niente di fatto. Pare che la Germania, l’Italia, e la Spagna non vogliano starci, e invece la Francia e l’Inghilterra sì. Il solito stile che ha portato l’Europa fuori di ogni rilevanza politica in Medio Oriente. Qui, è solo l’avventata conclusione di una trattativa ancora non iniziata e mille volte abortita.</p>
<p>Come è noto, Netanyahu proprio due giorni or sono ha stabilito che le costruzioni negli insediamenti vengano fermate per dieci mesi per dare un segnale ai palestinesi della volontà di Israele di andare a un tavolo di pace. Di questa mossa nel documento dell’Ue si fa un cenno sprezzante, simile molto all’atteggiamento della nomenclatura araba, dicendo solo che si spera che la mossa porti a più significativi passi per la pace. Invece, senza che i palestinesi abbiano accettato di parlare di pace, ecco che l’Unione Europea promette Gerusalemme a un’Autorità spaccata fra Fatah e Hamas; chiede il ripristino dell’uso palestinese di siti che sono serviti, come l’Oriental House, per organizzazioni politiche che hanno giuocato anche un ruolo violento; dimenticano che la gestione giordano-palestinese della città non ha mai garantito, a differenza di quella ebraica, la libertà religiosa per tutti. Ignora che la scelta di dividere Gerusalemme, se non accompagnata da una quantità di cautele, di garanzie di sicurezza e religiose, dalla delicatissima gestione del Monte del Tempio e di tutta una serie di altri siti, porterebbe a grandi disastri, a una guerra permanente.</p>
<p>In una parola, difficile immaginare una gestione liberale di una città policulturale come Gerusalemme da parte di uno Stato con la Sharia. Un passo avventato, dicono gli israeliani, impedirebbe per chissà quanto tempo la ripresa di seri colloqui di pace negoziata. Sostengono che la Svezia agisce solo per polemica. Non si può essere ingenui su problemi come questo: non si può dimenticare che Ehud Barak a Camp David aveva già diviso Gerusalemme con Arafat e che questo non solo non ha portato alla pace, ma ha al contrario portato al peggiore scontro fra israeliani e palestinesi, quello dell’ Intifada del terrorismo suicida. Arafat disse che gli era impossibile accettare qualsiasi divisione perché il mondo arabo non lo avrebbe accettato. «Sarebbe la mia fine», disse.</p>
<p>La divisione di Gerusalemme creerebbe un’eccitazione micidiale nel mondo islamico estremista, che vi vedrebbe uno richiamo alla battaglia definitiva. Il documento svedese intende sottoporre all’approvazione dell’Ue la scelta di Salam Fayyad per la dichiarazione unilaterale di uno Stato Palestinese, quando è evidente, ed anche statuito dalla risoluzione 242 dell’Onu, che senza accordi definitivi sui confini, sulla sicurezza, sull’economia, sulla fine dell’incitamento e della convinzione mai sopita di potere alla fine cancellare lo Stato d’Israele, per il futuro stato non c’è futuro. Senza negoziati Israele non accetterà mai di dividere con i palestinesi Gerusalemme, che hanno da poco tradito la fiducia di una suddivisione territoriale unilaterale mettendosi a sparare da ogni centimetro di terra liberata a Gaza.</p>
<p>Gerusalemme ha 750mila abitanti di cui due terzi ebrei: senza garanzie, non vogliono trovarsi sotto il fuoco nemico nella strada accanto. Di destra o di sinistra, inoltre, la capitale, riconosciuta o meno dal resto del mondo, è la loro stessa identità, l&#8217;identificazione con la Bibbia, con la grande storia del re David, con la gloria del Primo e del Secondo Tempio, con la sopravvivenza nelle guerre dal 48 in avanti. Gli arabi avevano sempre riconosciuto questa primogenitura nonostante l’importanza per l’Islam della città e delle bellissime Moschee che sorgono sul Monte del Tempio e sono nella religione musulmana il luogo da cui Maometto volò in cielo. Fu Arafat che negò, con invenzione mediatica potente fino a oggi, le radici ebraiche di Gerusalemme.</p>
<p>Ora, finché i palestinesi non ammetteranno che gli ebrei a Gerusalemme ci sono nati, è inutile che Bildt si dia tanto da fare: Israele non accetterà chi li nega. L’accordo avverrà solo a un tavolo delle trattative. Forse. E semmai nonostante gli aiuti europei.</p>
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		<title>Quel Crocefisso caduto dal Muro</title>
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		<pubDate>Sat, 07 Nov 2009 13:29:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Armao</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica Internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[ali agca]]></category>
		<category><![CDATA[crocefisso]]></category>
		<category><![CDATA[muro]]></category>

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		<description><![CDATA[<a href=http://www.arezzopolitica.it/2009/11/07/quel-crocefisso-caduto-dal-muro/><img src=http://4.bp.blogspot.com/_WPjZST8SC40/R2bGAifZayI/AAAAAAAALy0/vXZGvCo5qvo/s400/popewithmehmet2.jpg class=imgtfe hspace=5 align=left width=100  alt="" /></a>di Antonino Armao -
Non credo alle coincidenze, soprattutto in politica.
Proprio mentre si compie un ventennio dalla caduta del muro di Berlino, la Corte Europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo, su un ricorso presentato da una cittadina italiana, ha stabilito che la presenza dei crocifissi nelle aule scolastiche costituisce “una violazione dei genitori ad educare i [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://4.bp.blogspot.com/_WPjZST8SC40/R2bGAifZayI/AAAAAAAALy0/vXZGvCo5qvo/s400/popewithmehmet2.jpg"><img class="alignleft" src="http://4.bp.blogspot.com/_WPjZST8SC40/R2bGAifZayI/AAAAAAAALy0/vXZGvCo5qvo/s400/popewithmehmet2.jpg" alt="" width="363" height="350" /></a><strong>di Antonino Armao -</strong></p>
<p>Non credo alle coincidenze, soprattutto in politica.</p>
<p>Proprio mentre si compie un ventennio dalla caduta del muro di Berlino, la Corte Europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo, su un ricorso presentato da una cittadina italiana, ha stabilito che la presenza dei crocifissi nelle aule scolastiche costituisce “una violazione dei genitori ad educare i figli secondo le loro convinzioni” nonchè una violazione alla “liberta’ di religione” degli alunni.</p>
<p>Nel 1979 Giovanni Paolo II compie il suo primo viaggio in Polonia. Da quel momento l&#8217;Unione Sovietica lo percepisce chiaramente come una minaccia tanto da scatenare una risposta armata: il 13 maggio 1981 Ali Agca un turco legato ai servizi segreti bulgari fedelissimi di Mosca tenta di ucciderlo sparandogli in Piazza San Pietro.</p>
<p>Due giorni fa Joaquìn Navarro-Valls, scrive su La Repubblica:<em>“Quando penso a questi avvenimenti, mi torna in mente la nascita di Solidarnosc nel 1980 in Polonia. L´intuizione di Lech Walesa, sostenuta da Giovanni Paolo II, di ripartire dalla libertà dei lavoratori, del senso della storia e della cultura nazionali, e dalla riscoperta dei diritti personali, indispensabili proprio per ottenere delle vere conquiste civili, promesse e schiacciate, invece, dal comunismo”.</em></p>
<p>Oggi stupisce che una Corte europea intervenga pesantemente in una materia profondamente legata alla identità storica, culturale, spirituale del popolo italiano. Sembra che si voglia disconoscere il ruolo del cristianesimo nella formazione dell’identità europea, che invece è stato e rimane essenziale.</p>
<p>Ci sono altri piccoli e grandi muri che crescono in giro per l’Europa, come avverte Tito Barbini sulle pagine del Corriere di Arezzo, e infatti è vero. Dopo aver negato il riconoscimento delle radici cristiane dell’Unione europea, qualcuno adesso vuole tirare giù il Crocefisso proprio per evitare che il cristianesimo (forse per mano di Benedetto XVI) possa ancora una volta, come ha fatto per secoli, disegnare le mura spirituali su cui edificare una Europa forte di una sua identità morale e politica davanti al mondo globalizzato. E in tempi in cui scarseggiano i lupi grigi, anche una Corte Europea va bene.</p>
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		<title>Dagli amici mi guardi Dio.</title>
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		<pubDate>Fri, 15 May 2009 07:13:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Armao</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica Internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[iran]]></category>
		<category><![CDATA[Mahmoud Ahmadinejad]]></category>
		<category><![CDATA[occidente]]></category>

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		<description><![CDATA[<a href=http://www.arezzopolitica.it/2009/05/15/dagli-amici-mi-guardi-dio/><img src=http://dangeroustimes.files.wordpress.com/2006/12/dr-mahmoud-ahmadinejad.jpg class=imgtfe hspace=5 align=left width=100  alt="" /></a>

di Antonino Armao
Se proprio dobbiamo sforzarci di capire le simpatie di una certa sinistra italiana per la posizione dell’Iran nello scacchiere mediorientale, allora sforziamoci anche di fissare un paio di punti fermi.. 
La prima cosa che insegnano agli studenti di Diritto Internazionale è che rapporti tra Stati non sono rapporti etici. Solo gli Stati governati [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"><span style="font-size: small; font-family: Times New Roman;"><strong><a href="http://dangeroustimes.files.wordpress.com/2006/12/dr-mahmoud-ahmadinejad.jpg"><img class="alignleft" src="http://dangeroustimes.files.wordpress.com/2006/12/dr-mahmoud-ahmadinejad.jpg" alt="" width="232" height="357" /></a></strong></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;">
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"><span style="font-size: small; font-family: Times New Roman;"><strong>di Antonino Armao</strong></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"><span style="font-size: small; font-family: Times New Roman;">Se proprio dobbiamo sforzarci di capire le simpatie di una certa sinistra italiana per la posizione dell’Iran nello scacchiere mediorientale, allora sforziamoci anche di fissare un paio di punti fermi.. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"><span style="font-size: small; font-family: Times New Roman;">La prima cosa che insegnano agli studenti di Diritto Internazionale è che<span style="mso-spacerun: yes;"> </span>rapporti tra Stati non sono rapporti etici. Solo gli Stati governati da autorità religiose si possono permettere di pensare i rapporti tra Stati in termini etici, come fanno il Vaticano (sempre) e l’Iran di Mahmoud Ahmadinejad (secondo le convenienze).</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"><span style="font-size: small; font-family: Times New Roman;">Lo Stato laico invece tratta le relazioni tra Stati come relazioni di interesse politico-economico-commerciale e quindi in termini di forza contrattuale. Le relazioni di questo tipo sono relazioni “pattizie” perchè si fondano sui trattati e sulle convenzioni internazionali, cioè sulle consuetudini. Le consuetudini hanno una differenza fondamentale rispetto al diritto, si basano sul rispetto di un principio volontario: “pacta sunt servanda”. Insomma non esiste uno Stato mondiale che può costringere con la forza qualcuno a rispettare le convenzioni internazionali (esiste l’ONU con le sue truppe, ma lasciamo perdere).</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"><span style="font-size: small; font-family: Times New Roman;">Quindi lo stato laico non tratta i rapporti tra israeliani e palestinesi, tra l’Iran e Israele, tra Isreale e gli Stati Uniti, tra gli Stati Uniti e l’Iran, etc. etc. etc. in termini etici ma fa riferimento ai propri interessi e al diritto internazionale. Tutto quello che non è regolato dal diritto internazionale è terreno di confronto. Confronto che può sfociare in accordi internazionali quando va bene o in guerre quando va male.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"><span style="font-size: small; font-family: Times New Roman;">In questo contesto di conflitto di interessi, è chiaro che non sempre gli Stati si trovano in lotta tutti contro tutti ma, anzi, più spesso, si fanno e si disfano, amicizie, simpatie, accordi e alleanze.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"><span style="font-size: small; font-family: Times New Roman;">Nessuno contesta agli Stati islamici il diritto di esistere, semmai sono questi che contestano l’esistenza di Israele. Ma ognuno in un mondo plurale può scegliersi gli amici e gli alleati ai quali si sente più vicino per storia, per cultura o per interessi economici.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"><span style="font-size: small; font-family: Times New Roman;">Con i fratelli islamici, figli come i Cristiani dell’unico di Dio di Abramo, dobbiamo trovare una comune base culturale e convenzionale di buon senso per regolare la composizione pacifica fra gli interessi di tutti (come penso che accadrà).</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"><span style="font-size: small; font-family: Times New Roman;">In questo pacifico contesto, comunque, io sto con il mondo occidentale figlio della cultura greca, giudaica e cristiana. E riconosco agli altri la libertà di stare con Mahmoud Ahmadinejad e di condividere con lui gli stessi interessi filantropici.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"><span style="font-size: small; font-family: Times New Roman;"> </span></p>
<p><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="340" height="285" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/lj0_cC4C0i8&amp;hl=it&amp;fs=1&amp;border=1" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="340" height="285" src="http://www.youtube.com/v/lj0_cC4C0i8&amp;hl=it&amp;fs=1&amp;border=1" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true"></embed></object></p>
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		<title>Immigrazione clandestina: cosa fanno gli altri paesi europei</title>
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		<pubDate>Sat, 21 Mar 2009 11:32:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Armao</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href=http://www.arezzopolitica.it/2009/03/21/immigrazione-clandestina-cosa-fanno-gli-altri-stati-europei/><img src=http://www.repubblica.it/2007/04/sezioni/politica/bossi-fini/bossi-fini/stor_10237898_56150.jpg class=imgtfe hspace=5 align=left width=100  alt="" /></a>Redazione
Il governo Berlusconi usa il pugno di ferro con gli immigrati? L’Italia è terra d’intolleranza? Falso.
Basta guardare oltre i nostri confini (proprio là da dove, spesso, rimbalzano critiche alla nostra politica dell’immigrazione), per capire che ancora una volta ci si trova di fronte a una deliberata manipolazione della realtà. A parte che il Cipe (il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://www.repubblica.it/2007/04/sezioni/politica/bossi-fini/bossi-fini/stor_10237898_56150.jpg"><img class="alignleft" src="http://www.repubblica.it/2007/04/sezioni/politica/bossi-fini/bossi-fini/stor_10237898_56150.jpg" alt="" width="280" height="437" /></a>Redazione</strong></p>
<p>Il governo Berlusconi usa il pugno di ferro con gli immigrati? L’Italia è terra d’intolleranza? Falso.<br />
Basta guardare oltre i nostri confini (proprio là da dove, spesso, rimbalzano critiche alla nostra politica dell’immigrazione), per capire che ancora una volta ci si trova di fronte a una deliberata manipolazione della realtà. A parte che il Cipe (il Comitato interministeriale prezzi) ha messo a disposizione del Servizio sanitario nazionale fondi specifici per la cura dei clandestini, tanto per citare un argomento usato contro Berlusconi in questo periodo, è illuminante il confronto in Europa.<br />
A dispetto delle dichiarazioni di tolleranza di gran parte dei governanti del Vecchio Continente, sul terreno la linea è più dura che in Italia.<br />
<strong></strong></p>
<p><strong>Spagna.</strong> Dopo un’imponente sanatoria messa in atto dal governo Zapatero nel 2005 (su 700mila domande, ne sono state accolte 600mila), nell’autunno dello stesso anno la “grande paura” per gli assalti degli irregolari a Ceuta e Melilla ha imposto una brusca retromarcia. Le due enclavi sono state circondate da muraglie sempre più alte di filo spinato, e le coste maghrebine e sahariane “impermeabilizzate” attraverso l’estensione dei sistemi di vigilanza radar in tutti i punti sensibili della costa spagnola e la richiesta di un più stringente pattugliamento navale congiunto tra le Canarie e l’Africa (con l’appoggio anche di unità italiane).</p>
<p>Il risultato è che l’immigrazione clandestina si è più che dimezzata. Questo non ha impedito che i campi d’accoglienza andassero al collasso.<br />
Inchieste giornalistiche di pochi mesi fa riferivano di 550 “sin papeles” rinchiusi a Gibilterra, e altri 239 che ad Algesiras si dividevano i posti disponibili per 190. Gli episodi d’insofferenza da parte della popolazione si sono moltiplicati, come il cartello esposto in un negozio di Maiorca: “Vietato l’ingresso a cani e romeni”.<br />
In febbraio, il ministro dell’Interno spagnolo, Rubalcaba, ha dichiarato che “non si può essere lassisti con l’immigrazione illegale, altrimenti non c’è modo di fermarla”, e il suo collega del Lavoro, Corbacho: “Occorre che gli immigrati arrivino con un contratto di lavoro e facciano uno sforzo per integrarsi perché non si uò funzionare con la norma dell’ultimo che si registra”.<br />
Nei quattro anni della prima legislatura Zapatero, i clandestini espulsi sono stati 370mila, il 43.4% in più di quanti ne aveva mandati via Aznar.</p>
<p><strong>Gran Bretagna.</strong> I clandestini rinchiusi nei centri di permanenza temporanea rischiano di restarci per tutta la vita. Per la legge hanno commesso un reato, e la pena va dalla sanzione pecuniaria a 6 mesi di carcere. Di fatto, però, la pena può trasformarsi nel “carcere a vita” se le autorità, come spesso succede, non riescono a espellerli. I Paesi di provenienza non sono disposti ad accoglierli, la legge nel frattempo non pone limiti alla detenzione.</p>
<p>Germania<span style="color: #888888;">.</span> L’immigrazione illegale costituisce reato ed è punibile, oltre che con sanzioni pecuniarie, con la reclusione fino a 3 anni. I clandestini possono restare nei centri di accoglienza fino a un anno e mezzo (in Italia, solo 2 mesi). L’andamento della politica tedesca sull’immigrazione è emblematica. Fra il 1995 e il 2004, gli stranieri che hanno ottenuto la cittadinanza sono stati quasi 1 milione e 300 mila, pari all’1.5% della popolazione. Oggi, l’immigrazione “senza causa” non esiste più. Bisogna essere iscritti a una scuola, un’università, avere un lavoro specifico, superare esami di lingua… Entrano soltanto immigrati regolari e qualificati.</p>
<p><strong>Francia.</strong> Il soggiorno illegale è reato ed è prevista, oltre alla sanzione amministrativa, la reclusione fino a un anno. Il ministro Frattini, a Bruxelles, rispondendo a una domanda sulle critiche delle autorità romene alla politica dell’immigrazione italiana, ha ricordato che “la Francia ha espulso solo nel 2008 oltre 7mila cittadini romeni, e l’Italia solo 40”.</p>
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		<title>Tremonti: perchè l&#8217;Europa ci apprezza</title>
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		<pubDate>Fri, 13 Mar 2009 22:46:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Armao</dc:creator>
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		<category><![CDATA[tremonti]]></category>

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		<description><![CDATA[<a href=http://www.arezzopolitica.it/2009/03/13/tremonti-perche-leuropa-ci-apprezza/><img src=http://mariannamadia.ilcannocchiale.it/mediamanager/sys.user/98302/TREMONTI.jpg class=imgtfe hspace=5 align=left width=100  alt="" /></a>
Redazione
Via libera dell’Ecofin alla trasformazione dell’Iva agevolata al 10% per il settore delle costruzioni da regime provvisorio a permanente. “È una buona dote fiscale per la nostra politica edilizia”, ha sottolineato il ministro dell’Economia Giulio Tremonti al termine dei lavori con i colleghi europei.
 “Abbiamo ottenuto la conferma, anzi il trasferimento da temporaneo a permanente del [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><!--StartFragment--></p>
<p class="MsoNormal"><strong><a href="http://mariannamadia.ilcannocchiale.it/mediamanager/sys.user/98302/TREMONTI.jpg"><img class="alignleft" src="http://mariannamadia.ilcannocchiale.it/mediamanager/sys.user/98302/TREMONTI.jpg" alt="" width="292" height="235" /></a>Redazione</strong></p>
<p class="MsoNormal">Via libera dell’Ecofin alla trasformazione dell’Iva agevolata al 10% per il settore delle costruzioni da regime provvisorio a permanente. “È una buona dote fiscale per la nostra politica edilizia”, ha sottolineato il ministro dell’Economia Giulio Tremonti al termine dei lavori con i colleghi europei.</p>
<p class="MsoNormal"><span> </span>“Abbiamo ottenuto la conferma, anzi il trasferimento da temporaneo a permanente del regime agevolato per l’Iva sull’edilizia, ristrutturazioni e riconversioni abitative”, ha annunciato, spiegando che lo schema riguarda “tutti paesi ma noi particolarmente. Il regime italiano era speciale e temporaneo, ora è speciale e permanente”.</p>
<p class="MsoNormal">L’accordo dell’Ecofin permette ai paesi membri di applicare l’Iva ridotta su base permanente su tutta una serie di settori a scelta: oltre alla ristrutturazione delle abitazioni, il regime interessa la ristorazione, le piccole riparazioni di biciclette, scarpe, pellame, abbigliamento, vettovaglie.</p>
<p class="MsoNormal">Ma non solo, la riforma tocca anche l’attività dei lavavetri, pulizia delle case private; servizi di assistenza a domicilio per giovani, anziani, persone malate o disabili; parrucchieri; libri cartacei e cd rom. Il Portogallo nello specifico ha ottenuto l’applicazione dell’agevolazione ai pedaggi per i ponti di Lisbona e Cipro per le bombolette di gas.</p>
<p class="MsoNormal">Ma l’Ecofin ha dato anche luce verde al programma di Stabilità italiano, mentre il ministro sul fronte sociale ha tenuto a sottolineare che l’Italia è ben attrezzata, e i 9 miliardi stanziati per gli ammortizzatori sono “sufficienti”.</p>
<p class="MsoNormal">Il rapporto sull’Italia è fortemente positivo” ha detto Tremonti, osservando che “il bilancio della Repubblica italiana sul 2008 chiude bene, anche meglio di quanto previsto, il 2009 vediamo, ma già aver chiuso bene il 2008 è tanto”. E sul suggerimento Ue di valutare eventuali nuove misure, incluso l’innalzamento dell’età pensionabile delle donne, il titolare di via XX Settembre ha affermato. “Per noi è importante la parte sui conti” ha detto, osservando che “c’è una parte fortemente positiva sulle pensioni. L’Ue dice sempre una cosa e poi il contrario”.</p>
<p class="MsoNormal">Intanto sul fronte sociale, nessun timore di emergenze: l’Italia ha un buon apparato di strumenti per reagire. I 9 miliardi di euro per gli ammortizzatori sociali sono una cifra “rilevante e sufficiente” ha sostenuto il ministro. “Finora peraltro non c’è stato bisogno di attingere a questa riserva”, ha aggiunto, giudicando i nove miliardi “una cifra responsabile, un importo non marginale”. Nel governo, ha spiegato “si sta consolidando l’idea che l’apparato di strumenti costruito in Italia con il consenso generale nel corso dei decenni sia razionale, sia buono”.</p>
<p class="MsoNormal">Il ministro ha poi approfondito l’entità della crisi. “Continuiamo a essere in terra incognita &#8211; ha rilevato &#8211; una situazione difficile che non ha precedenti storici, non c’è mai stata una così violenta alterazione degli schemi. Sappiamo che c’è la crisi, siamo stati eletti dicendo che sapevamo che c’era la crisi e che si sarebbe aggravata, sappiamo che è terra incognita, cerchiamo di fare il meglio possibile, nel modo migliore”.</p>
<p class="MsoNormal">“La moltiplicazione di dati, previsioni e congetture non ci sembra che sia un contributo per la soluzione del problema, consentirà a qualcuno di vincere il Nobel di non so cosa &#8211; ha concluso &#8211; c’è la crisi, lo sappiamo la gestiamo nel modo più serio e responsabile. La moltiplicazione delle previsioni non è seria”.</p>
<p class="MsoNormal"> </p>
<p><!--EndFragment--></p>
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		<title>Accordo storico sugli ammortizzatori sociali</title>
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		<pubDate>Sat, 14 Feb 2009 09:15:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Armao</dc:creator>
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Redazione

Otto miliardi per gli ammortizzatori sociali: l’accordo raggiunto con le Regioni è un’altra tappa fondamentale nella strategia del Governo per contrastare la crisi. Un accordo che taglia le gambe alla protesta della Cgil e al piano anticrisi del governo-ombra del Pd, nonché allo sciopero generale che il sindacato di Epifani ha annunciato per il [...]]]></description>
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<p class="MsoNormal"><strong><a href="http://www.lastampa.it/redazione/cmssezioni/economia/200812images/cassa_integrazione01g.jpg"><img class="alignleft" src="http://www.lastampa.it/redazione/cmssezioni/economia/200812images/cassa_integrazione01g.jpg" alt="" width="300" height="230" /></a>Redazione<br />
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<p class="MsoNormal">Otto miliardi per gli ammortizzatori sociali: l’accordo raggiunto con le Regioni è un’altra tappa fondamentale nella strategia del Governo per contrastare la crisi. Un accordo che taglia le gambe alla protesta della Cgil e al piano anticrisi del governo-ombra del Pd, nonché allo sciopero generale che il sindacato di Epifani ha annunciato per il 4 aprile, cavalcando proprio la parola d’ordine del sostegno ai redditi dei lavoratori delle aziende travolte dalla crisi.</p>
<p class="MsoNormal">L’accordo dà il via libera all’utilizzo di 5,35 miliardi di fondi nazionali e di 2,65 miliardi regionali. Le Regioni, inoltre, hanno ottenuto l’esclusione dal Patto di stabilità interno delle spese di investimento nel 2008. Gli otto miliardi per ammortizzatori in deroga sono risorse che verranno utilizzate per tutta quella platea di lavoratori di aziende che attualmente e con le regole vigenti non sono coperti dalla cassa integrazione ordinaria. Entro quindici giorni il Cipe varerà la delibera di ripartizione dei fondi tra le Regioni rispetto ai singoli programmi.<span id="more-803"></span></p>
<p class="MsoNormal">Si tratta di un accordo a suo modo storico, che è stato salutato con soddisfazione non solo dal governo ma anche dal presidente della delegazione regionale Vasco Errani, dal segretario della Cisl Raffaele Bonanni e dal Segretario Generale della UGL, Renata Polverini i quali hanno approfittato per porre l’accento sulla differenza di strategia tra sindacati: quelli che portano a casa risultati per i lavoratori (“cassa integrazione per tutti coloro che possono perdere il posto di lavoro”) e quelli –anzi quello – come la Cgil che scelgono la strada di uno sciopero “che non è sindacale, ma politico”.</p>
<p class="MsoNormal">Il governo, con questo accordo, ha messo l’ennesimo puntello alla sua strategia di contrasto ad una crisi epocale. Quello italiano è stato uno dei primi governi a garantire i risparmi degli italiani con uno scudo al sistema del credito; poi gli aiuti alle categorie più deboli (bonus, social card); quindi i 16,6 miliardi destinati alle infrastrutture; recentemente il sostegno all’auto, alle industrie del “bianco” e del mobile, alla componentistica , nell’ottica anche di rilanciare i consumi; ora gli ammortizzatori sociali per i lavoratori non coperti dalla Cig e la deroga sulle spese per investimenti delle Regioni. Una serie di provvedimenti che sgretola le accuse di inattività mosse al governo da opposizione e Cgil.</p>
<p class="MsoNormal">Basterà tutto questo? Chi guarda con obiettività e non con il paraocchi dell’ideologia (e dell’antiberlusconismo) a quello che sta accadendo non può non constatare che ci troviamo di fronte a una crisi epocale, sui cui esiti nessuno al mondo (né Obama, nè Fmi, né Fed) ha le idee chiare e che colpisce duramente -tanto e quanto l’Italia &#8211; economie ben più corazzate (è di ieri il dato di un calo del 2,1% del Pil della Germania nel quarto trimestre 2008). Il governo sta facendo il suo mestiere e bene, risponde con i fatti, tiene dritta la barra dei conti pubblici, non cede – a differenza di altri- a tentazioni protezionistiche. Più serio dei suoi oppositori interni, più coerentemente europeo di altri governi che Epifani porta ad esempio: cioè quella di una Francia che vorrebbe travasare direttamente i soldi dalla casse dello Stato a quelle dei costruttori d’auto nazionali.</p>
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