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	<title>Arezzo Polis &#187; Libri</title>
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	<description>Spazio di dibattito politico e critica culturale</description>
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		<title>Sbatti il &#8220;mostro&#8221; in prima pagina: il caso Girolimoni, tragico errore giudiziario</title>
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		<pubDate>Wed, 28 Jul 2010 20:17:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Frabetti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Libri]]></category>

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		<description><![CDATA[<a href=http://www.arezzopolitica.it/2010/07/28/sbatti-il-mostro-in-prima-pagina-il-caso-girolimoni-tragico-errore-giudiziario/><img src=http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/07/IMMONDO-CARNEFICE.JPG class=imgtfe hspace=5 align=left width=100  alt="" /></a>di Giorgio Frabetti- Il recentissimo libro di Federica Sciarelli ed Emanuele Agostini Il Mostro Innocente (Rizzoli), dedicato al &#8220;caso Girolimoni&#8221; ripercorre la tragica e mai chiarita serie di omicidi di quattro bimbe in tenera età (tra i 18 mesi e i 06 anni) occorsi a Roma tra il giugno 1924 e il marzo 1927, in coincidenza con il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-4532" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/07/IMMONDO-CARNEFICE.JPG" alt="IMMONDO CARNEFICE" width="283" height="380" />di <strong>Giorgio Frabetti</strong>- Il recentissimo libro di Federica Sciarelli ed Emanuele Agostini <em>Il Mostro Innocente </em>(Rizzoli), dedicato al &#8220;caso Girolimoni&#8221; ripercorre la tragica e mai chiarita serie di omicidi di quattro bimbe in tenera età (tra i 18 mesi e i 06 anni) occorsi a Roma tra il giugno 1924 e il marzo 1927, in coincidenza con il consolidamento del fascismo. Delitti orrendi, inspiegabili, ma che gli investigatori ritennero con certezza riconducibili ad un solo autore, di età matura, ma imprecisata, a detta di tutti i testimoni elegante, con i baffi, nonchè affabile, essendo riuscito a conquistarsi la fiducia delle bambine senza che urlassero. Parve, infatti, l&#8217;assassino capace di attirare le sue vittime con trucchi efficaci eppure semplici, offrendo loro caramelle, dolci; cosa oltremodo inquietante, perchè lasciava supporre che il mostro conoscesse bene le vittime: forse le aveva pedinate, forse era uno &#8220;di famiglia&#8221;, al punto che le bambine vi si potevano avvicinare senza presentire alcun pericolo. Inquietante, poi, la localizzazione dei quattro omicidi, tutti attorno ai quartieri popolari prossimi al Vaticano, cosa che lasciava presagire che l&#8217;assassino abitasse nei paraggi. Inspiegata, poi, la capacità dell&#8217;assassino di allontanarsi con le piccole vittime, senza dare nell&#8217;occhio, senza suscitare sospetti:  si favoleggiò che l&#8217;assassino avrebbe potuto muoversi in macchina, ma mai fu trovata la testimonianza di taxisti, conducenti di <em>tramway</em> o di auto pubbliche.  Finalmente, dopo tanto brancolare nel buio, la polizia ritenne di poter dare un volto all&#8217;assassino nella persona di Gino Girolimoni, mediatore di 37 anni, scapolo, abbastanza agiato, erroneamente avvistato da un testimone, certo Massaccesi, proprio nell&#8217;osteria da questi gestita nei pressi di Via Giordano Bruno, con una bambina che fu scambiata con l&#8217;ultima vittima, la Leonardi. Un tragico errore giudiziario, facilitato dalla scarsità di indizi, dalla presenza di testimonianze incerte (la prova testimoniale è la più pericolosa giudizialmente!) e da evidenti superficialità negli accertamenti condotti dal Comm. PS Butti. Eroe delle repressioni capitoline durante il <em>biennio rosso,</em> iscritto d&#8217;ufficio al PNF, ma tecnicamente maldestro, forse lunsingato dalle prospettive di carriera, il Comm. Butti &#8220;strappò&#8221; il caso dalle mani del più pacato e riflessivo capo della Polizia Giudiziaria Comm. PS Pennetta e  troppo tardi si accorse di non aver vagliato a sufficienza la testimonianza del Massaccesi, che era incompatibile con i tempi della scomparsa e dell&#8217;omicidio della povera Leonardi; alla fine, fu acclarato che l&#8217;uomo e la bambina, avvistati dall&#8217;oste, erano padri e figlia, brava e innocua gente che nulla aveva a che fare con il &#8220;mostro&#8221;. Troppo tardi per evitare al povero Girolimoni, il &#8220;marchio&#8221; di &#8220;mostro degenerato&#8221; che lo inseguì tutta la vita che lo porterà alla morte civile, all&#8217;indigenza e all&#8217;emarginazione fino alla morte avvenuta, in età avanzata, nel 1961; addirittura dal suo nome nascerà un singolare neologismo: per designare un maniaco, infatti, per molto tempo, si dirà: &#8220;è un girolimoni&#8221;! Il libro di Sciarelli ed Agostini è un libro molto fluido e limpido nel racconto, lucido nel descrivere i passaggi di polizia giudiziaria, anche poco riuscito, quando tenta di conferire al racconto un&#8217;intonazione letteraria: i toni usati, infatti, sono troppo facilmente patetici, enfatici. Il libro, però, si presta alla discussione, perchè ripercorre un classico <em>locus communis</em> della pubblicistica che si è fin qui occupata del caso Girolimoni, tesa ad accreditare una specie di &#8220;regia fascista&#8221; nel &#8220;caso Girolimoni&#8221;, come se fosse stato il fascismo a cercare un mostro da sbattere in prima pagina per accreditarsi come tutore dell&#8217;ordine. Questa ricostruzione, oltre a stridere con la verità storica, costituisce il vero sottofondo polemico del libro, che neanche troppo velatamente (complice l&#8217;autorevole prefazione del Giudice Woodwook) accredita il &#8220;caso Girolimoni&#8221; come <em>exemplum</em>  delle possibili mostruosità cui possono arrivare una polizia, una Magistratura, una Stampa non indipendenti dal potere politico (come le leggi-Bavaglio di Berlusconi, separazione delle carriere etc). Un simile collegamento così stretto tra &#8220;caso Girolimoni&#8221; e fascismo appare in verità molto faticoso già nella stessa toponomastica del libro, che di fatto non riesce nell&#8217;intento di &#8220;doppiare&#8221; in una sorta di &#8220;montaggio alternato&#8221; le fasi salienti dei delitti di Roma e del &#8220;caso Girolimoni&#8221; con le vicende legate al consolidamento del regime fascista. La narrazione &#8220;alternata&#8221; del fascismo, infatti,  si ferma al 1925 (03 gennaio), mentre il racconto dei delitti del mostro prosegue fino al marzo 1927, ben oltre l&#8217;affermazione definitiva del fascismo stesso come regime. Ora, se è innegabile l&#8217;attenzione del fascismo (complice la consumata abilità mediatica <em>ante litteram</em> del suo <em>Duce</em>) ai riflessi mediatici della sua politica e agli umori variabili dell&#8217;opinione pubblica è incontestabile; se è innegabile che il regime fascista (specie tramite la censura e l&#8217;<em>Agenzia Stefani</em>) era capace di esercitare sulla stampa un controllo molto pesante; se è incontestabile che il fascismo investì molto nella risoluzione del caso del &#8220;mostro di Roma&#8221; per accreditarsi come tutore dell&#8217;ordine davanti all&#8217;opinione pubblica, va anche detto che nel &#8220;caso Girolimoni&#8221; la Polizia non mutò il livello di inefficienza e di subalternità politica, registratasi fin dall&#8217;epoca prefascista. Non possiamo, al riguardo, dimenticare la discutibile gestione del primo maxi-processo contro la camorra (il celebre Processo Cuocolo del 1911), in cui furono attestate gravi leggerezze e manipolazioni investigative, per la rivalità molto dura tra Carabinieri e polizia e per le infinite lotte intestine (politica-camorra-forze dell&#8217;ordine) che sullo sfondo delle indagini poterono svilupparsi. Pretendere di costruire un parallelismo con il presente è assunto palesemente fazioso ed ideologico: nessuno, infatti, può negare che, dopo la svolta nel segno dell&#8217;indipendenza degli organi inquirenti e giudicanti dell&#8217;ordine giudiziario, la polizia giudiziaria è divenuta molto autonoma rispetto al potere politico e ben più professionale a livello investigativo, di quanto fosse sia nell&#8217;età pre-fascista sia nell&#8217;età fascista.  Ai tempi del &#8220;caso Girolimoni&#8221;, si registrò certamente, come dicono gli Autori, un &#8220;corto circuito&#8221; politico-giudiziario: ma si sa, la &#8220;cattiva magistratura&#8221; si appoggia sempre alla Stampa quando cerca di scaricare frustrazioni e sgonfiare insuccessi davanti all&#8217;opinione pubblica: così fu ai tempi del fascismo, ma così è ancora oggi, specie in presenza di delitti seriali e di psicopatici.</p>
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		<title>&#8220;David Golder&#8221; di Irene Némirovsky: il denaro corruttore della società</title>
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		<pubDate>Wed, 07 Jul 2010 22:00:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mugnai</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Irene Nemirovsky]]></category>

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		<description><![CDATA[<a href=http://www.arezzopolitica.it/2010/07/08/david-golder-di-irene-nemirovsky-il-denaro-corruttore-della-societa/><img src=http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/07/9788845923555g-193x300.jpg class=imgtfe hspace=5 align=left width=100  alt="" /></a>di Federico Mugnai David Golder, il primo romanzo di Irene Nemirovsky (Kiev 1903- Auschwitz 1942), pubblicato nel 1929, è un piccolo grande capolavoro letterario. E si può affermare ciò senza esagerare, poichè in questo breve, ma intenso romanzo sono contenute le maggiori contraddizioni e le più evidenti distorsioni che la società del XX secolo si è trovata a combattere [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-4381" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/07/9788845923555g-193x300.jpg" alt="9788845923555g" width="193" height="300" />di <strong>Federico Mugnai</strong> David Golder, il primo romanzo di Irene Nemirovsky (Kiev 1903- Auschwitz 1942), pubblicato nel 1929, è un piccolo grande capolavoro letterario. E si può affermare ciò senza esagerare, poichè in questo breve, ma intenso romanzo sono contenute le maggiori contraddizioni e le più evidenti distorsioni che la società del XX secolo si è trovata a combattere (non senza spargimenti di sangue ed estremismi ideologici che hanno accentuato i problemi dell&#8217;Occidente) e che quella del XXI secolo tenta di rimarginare il più possibile. Basterà la presentazione del libro a cura di Pietro Citati per capire la straordinaria attualità di questo libro:  &#8221;David Golder&#8217; è un libro che gronda odio, soprattutto verso il denaro e tutto ciò che può essere trasformato in denaro, oggetti e sentimenti, e verso le forme infinite che il denaro può assumere. Oggi, non ci rendiamo conto di cosa sia stato il denaro nel diciannovesimo secolo, o nella prima parte del ventesimo: una fiamma ardentissima, una colata di sangue disseccata, sbarre d&#8217;oro sciolte e di nuovo pietrificate. Diventava eros, pensiero, sensazioni, sentimenti, fango, abisso, potere, violenza, furore, come nella Comèdie humaine &#8230; &#8216;David Golder&#8217; è un libro durissimo e secchissimo, che incide di continuo terribili ritratti, che in parte ricordano la memorialistica e la tradizione aforistica francese.&#8221; Il denaro quindi come scopo della vita, come fine ultimo e supremo, come droga per apparire, lasciandosi alle spalle le virtù umane, i valori tradizionali, gli affetti e tutto ciò che non è materiale. Un libro quindi che attacca pesantemente il capitalismo selvaggio, il mercatismo (per dirla alla Tremonti), le speculazioni finanziarie, il mondo stereotipato, abulico e nichilista dell&#8217;alta finanza, arrivando infine velatamente a riversare l&#8217;odio verso l&#8217;ebreo cosmopolita (David Golder è ebreo). E&#8217; doveroso però sottolineare come la Nemirovsky non sia mai stata antisemita e abbia anzi pagato con la vita la &#8220;colpa&#8221; di essere di origini ebraiche. Il rancore verso gli ebrei cosmopoliti è qualcosa di comune se pensiamo alla società degli anni 20&#8242;. Era infatti un risentimento che abbracciava sia l&#8217;estrema sinistra (i comunisti) sia l&#8217;estrema destra (il partito nazionalsocialista di Hitler), passando per gran parte del mondo cattolico. E&#8217; chiaro quindi come sottinteso al romanzo si possano trovare risposte politiche agli evidenti e chiari problemi sociali che la Nemirovsky ha lucidamente posto. Problemi sociali che scaturiscono dal denaro corruttore; dal denaro facile, dalle speculazioni che saranno alla base della grande depressione del 1929 (e la Nemirovsky pare intravedere la crisi del sistema economico mondiale) . I personaggi principali del libro vengono descritti con crudezza e rivelano quel vuoto interiore, quell&#8217;egocentrismo e individualismo misti a cinismo e assenza di pietas umana che sono alla base del dilagante sfilacciamento del tessuto sociale e della vita comunitaria di un popolo e di una Nazione. Il denaro non è più un mezzo per vivere, ma il fine ultimo e supremo. Sta in questa enorme illusione lo sfaldamento delle qualità umane, la lotta sorda e cieca (quasi come fosse una droga) per possedere qualcosa di materiale, tralasciando però i vincoli umani, l&#8217;emozioni della vita e tutto ciò che è trascendente, immateriale, spirituale. La moglie e la figlia di Golder sono entrambe donne avide, profondamente vanitose, narcisiste, voluttuose (un pò come Dorian Gray di Oscar Wilde) così come infelici e depresse, perchè perennemente alla ricerca di una stabilità interiore che non riescono a trovare a causa della loro ossessione per il denaro. E&#8217; il denaro, impersonificato nella figura di Golder, uomo oramai anziano, malato e privo di forze, che tiene in vita le due donne e non l&#8217;amore per la vita e i vincoli affettivi all&#8217;interno e al di fuori della famiglia. Nel libro non affiorano sentimenti, ma soltanto un profondo senso di solitudine mascherato con dolore. Tutti sanno, a partire da Golder che la loro morte non lascerà nessuna traccia significativa, nessun piacevole ricordo nella gente, perchè in fondo nulla di positivo han saputo trasmettere. La grande denuncia della Nemirovsky è fondamentalmente questa: il denaro non può e non deve scavalcare l&#8217;uomo. E questo semplice concetto dovrebbe essere ancora più chiaro oggi, dopo la grande crisi finanziaria scoppiata appunto per l&#8217;implosione di un sistema economico basato su una continua speculazione che non teneva conto dell&#8217;economia reale, degli stati e delle singole comunità. Giulio Tremonti nel suo libro &#8220;La paura e la speranza afferma: &#8221; Ciò che ora e per prima cosa stupisce è che tutti notano quello che c&#8217;è: il &#8220;consumismo&#8221;. Mentre pochi riflettono su quello che non c&#8217;è più: il &#8220;romanticismo&#8221;. Quindi riscoprire se stessi, i legami autentici, la realtà, diffidando dalle utopie e dalle illusioni dei facili guadagni, lottare per se stessi e per gli altri e non per inseguire qualcosa di meramente materiale: è questa la via maestra che anche Irene Nemirovsky traccia per ritrovare il senso della vita.</p>
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		<title>La &#8220;finis Austriae&#8221; ne &#8220;La cripta dei cappuccini&#8221; di Joseph Roth</title>
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		<pubDate>Sat, 26 Jun 2010 09:39:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Frabetti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Libri]]></category>

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		<description><![CDATA[<a href=http://www.arezzopolitica.it/2010/06/26/la-finis-austriae-ne-la-cripta-dei-cappuccini-di-joseph-roth/><img src=http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/06/copj13-150x150.jpg class=imgtfe hspace=5 align=left width=100  alt="" /></a>di Giorgio Frabetti- E’ una strana esperienza la lettura de la Cripta dei Cappuccini: ultima opera dello scrittore austriaco Joseph Roth (1938, anno della morte dello scrittore), lo Scrittore che pressocchè programmaticamente ha fatto della rappresentazione della finis Austriae la sua ragione di scrivere (per altro uscito tradotto in Italia la prima volta solo nel 1974 per [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-4308" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/06/copj13.jpg" alt="copj13" width="300" height="419" />di <strong>Giorgio Frabetti</strong>- E’ una strana esperienza la lettura de la <em>Cripta dei Cappuccini</em>: ultima opera dello scrittore austriaco Joseph Roth (1938, anno della morte dello scrittore), lo Scrittore che pressocchè programmaticamente ha fatto della rappresentazione della <em>finis Austriae</em> la sua ragione di scrivere (per altro uscito tradotto in Italia la prima volta solo nel 1974 per meritoria iniziativa della casa editrice <em>Adelphi</em>), il romanzo (che racconta la storia dell’ultimo rampollo di una famiglia nobile austriaca, i Trotta) pare più costruito come il racconto di una “discesa agli inferi”, piuttosto che una rievocazione storica classica: non cioè un romanzo “di fatti”, quanto “di atmosfere”: come se l’Austria del “dopo 1918” per Roth non fosse un luogo storico, ma un vero e proprio <strong>Regno dei Morti</strong>: tipo l’Ade di Enea nell’<em>Eneide</em>, ovvero <em>L’Inferno</em> di Dante. Ad una prima parte opaca, senza veri avvenimenti, piatta e quasi senza avvenimenti (la vita gaia del protagonista, Trotta, figlio di un borghese reso “barone” e nobile dai meriti del nonno, “l’eroe di Solferino” che salvò la vita di Francesco Giuseppe nella battaglia omonima e l’incontro con il cugino Branco e il vetturino Manes, galiziani, l’uno convenuto a Vienna per riscuotere un’eredità, l’altro per raccomandare al Conservatorio il proprio figlio, per il quale Trotta imbastirà, grazie al Conte Coiniztky, una piccola “macchinazione” con la burocrazia austriaca), segue una seconda parte (quella che tratta della guerra, del primo dopoguerra e del malinconico declino della famiglia Trotta) dall’atmosfera pregna di tenebra, di torbido (e dove effettivamente Roth raggiunge il vertice poetico delle sue potenzialità espressive). Come dimenticare il vetturino, Manes, piccolo borghese galiziano, relativamente agiato prima della guerra, che fa la sua ultima apparizione nei giorni crudeli dei torbidi del 1933, al tempo, cioè, degli scontri di piazza e della morte del Cancelliere Dolfuss, allucinato e assente, come un fantasma dell’oltretomba, impietrito e terrificato perché l’Esercito Austriaco (il <span style="text-decoration: underline">suo</span> esercito) ha stroncato la giovane vita del figlio, già promettente musicista, poi promettente agitatore comunista? E come dimenticare la vicenda tormentata del matrimonio del protagonista con l’infelice Elisabeth, succube di un’ambigua relazione saffica con una truffatrice, la Prof.sa Jolanth Szatmary, prima coinvolta un’impresa improbabile di <em>art deco </em>(per spillare denaro alla ricca suocera, la mamma del Protagonista), e poi indotta ad abbandonare marito e figlio, per un’avventura cinematografica ad Hollywood dalle non precisate prospettive? Una storia, quest&#8217;ultima, forse un pò incredibile dal punto di vista del realismo psicologico, ma che  rende bene un&#8217;idea di degrado e decadenza:  è assai probabile, cioè, che Roth abbia intenzionalmente ricercato uno stereotipo, dato che, ai tempi in cui scriveva, il mito dell’androginia e dell’ambiguità femminile costituiva clichè molto diffuso nel cinema tedesco di allora (spesso associato a consumo di stupefacenti). E come dimenticare quel memorabile finale, quando una serata qualunque in birreria a Vienna viene interrotta dall’irruzione della Gestapo, che ha appena occupato l’Austria in vista dell’Anchluss? Non è chiaro il vero motivo letterario di questa  discontinuità del romanzo, che pure epidermicamente si fa molto sentire: forse che Roth si è disimpegnato nella prima parte e si è acceso nella seconda? Oppure tale discontinuità è intenzionale, voluta? Non siamo critici letterari per rispondere a questa domanda, ma certo è emblematico come nella prima parte ricorra, a mò di <em>leit-motiv</em>, una frase di questo tipo: “La morte stringeva le sue mani ossute nei nostri calici che bevevamo” etc. Questa personificazione della morte, che accompagna pressocchè tutte le azioni del Protagonista e degli amici prima della guerra, è, almeno a mio modesto avviso di lettore, la riprova che Roth intende saldare la frivolezza e vuotaggine della prima parte con la densa tenebrosità della seconda, quasi che la prima parte del romanzo non fosse altro che anticipazione e contraltare (per contrasto) della seconda: in questi termini, quindi, i rapporti di simmetria all’interno del romanzo tornerebbero. Una volta ammessa questa possibile traccia di lettura, però, per dovere di cronaca, dovrebbe poi essere riesaminata (e forse revisionata) la tradizionale opinione della critica circa il presunto realismo di Roth, per collocare lo stile di Roth in un’atmosfera stilistica e poetica più prossima al decadentismo, o meglio, a quell’espressionismo (di marca per lo più tedesca) da lui pure pubblicamente deprecato. Personalmente, ritengo questa seconda lettura molto suggestiva per un romanzo come <em>La Cripta dei Cappuccini</em>; anche perché questa lettura che forse darebbe conto del carattere apparentemente sincopato degli eventi, del suo procedere “per ellissi” (ad es. non è molto descritto il perché Trotta decida di servire come Ufficiale insieme ai Cugini e non con il suo reparto di Ufficiali; così è descritto in modo “troppo rapido” il logorarsi dei rapporti con gli amici Branco e Manes): quasi dei quadretti che si susseguono senza troppa logica apparente e senza quel respiro ampio e descrittivo, tipico dei romanzi del realismo borghese come Balzac o Tolstoj, ad esempio. Eppure sembra proprio che, in questo procedere “sincopato” ed “ellittico” della narrazione, risieda un’intenzionale cifra stilistica dello scrittore, volto ad accentuare negli eventi il senso di “vuoto” ed “assenza” per amplificarne il carattere angoscioso del soggetto e dell’epoca narrati; e la loro universalità (aldilà del contesto di <em>finis Austriae</em> che motiva epidermicamente il romanzo). Vera o non vera che sia questa ipotesi interpretativa, certo questa cifra stilistica è perfettamente leggibile nel finale. Anzitutto, l’ angoscia che la pagina emana è opprimente: il padrone della birreria, dove è avvenuta l’irruzione della Gestapo, si avvicina al protagonista (mentre tutti gli avventori sono scappati): probabilmente sa che le SS lo giustizieranno perché ebreo (l’Autore, con sintomatica reticenza, non lo dice); in un atto estremo di dedizione e servizio verso un vecchio Cliente, il Padrone dice a Trotta di restare, anche se lui abbasserà la saracinesca; il tempo passa, Trotta resta, ma il padrone non torna; Trotta chiama “Franz!Franz!” e, in luogo del Titolare dell’Esercizio, compare il suo cane (pastore tedesco), angosciato e smarrito che ha appena perso il Padrone (personificazione muta dell’angoscia!); angosciato e colto da oscuri presagi, Trotta alza la saracinesca e con il cane (randagi tutti e due ormai!) corre più lontano che può, fino a rifugiarsi nella “cripta dei cappuccini”, presso cioè la tomba degli Imperatori d’Austria. In questa rapida e quasi cinematografica sequenza c’è tutto il senso dell’opera; ma anche l’universalità del suo messaggio: ciò che salva, sembra dire Roth, nel torbido e nel disordine della storia di tutti i tempi, è la memoria delle proprie radici identitarie; come i Padri Penati portati da Enea nell’incendio della città di Troia, Roth ritrova nella Cripta il deposito di convinzioni per mantenere un proprio saldo orientamento nel marasma della storia: l’Austria muore come realtà storica, ma non muore come Ideale: ideale di un’Europa unita nel segno della Cristianità (vedi ultimo discorso del Conte Coinitzky, molto lucido dal punto di vista storico), come simbolo e prefigurazione di un Mondo unito, senza divisioni e nazionalismi; ideale di uno Stato e di una Burocrazia, dove comandare è servire. Un lascito che grazie a Roth e ai cantori della <em>Finis Austriae</em> (vedi Zweig, Musil) è oggi a disposizione dell’Europa e dell’Umanità intera. Il che è come dire: quando nella storia finiscono i momenti belli ed iniziano i momenti bui è la memoria dei momenti belli a poter dare le motivazioni (anche se a livello individuale, non collettivo) per non disperare e per andare comunque avanti, sperando per il meglio.</p>
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		<title>&#8220;Porte Aperte&#8221; di Leonardo Sciascia- ovvero quando la magistratura era liberale</title>
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		<pubDate>Sat, 03 Apr 2010 19:22:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Frabetti</dc:creator>
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		<category><![CDATA[cultura giuridica]]></category>
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		<description><![CDATA[<a href=http://www.arezzopolitica.it/2010/04/03/porte-aperte-di-leonardo-sciascia-ovvero-quando-la-magistratura-era-liberale/><img src=http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/04/Sciascia_palazzolo-150x150.jpg class=imgtfe hspace=5 align=left width=100  alt="" /></a>di Giorgio Frabetti- Per le festività pasquali 2010, che auspichiamo siano trascorse serenamente e nell&#8217;ambito della pace e dello svago domestico, credo sia quantomai opportuno riscoprire un piccolo gioiello della vasta produzione letteraria di Leonardo Sciascia (di cui a novembre scorso si è commemorato il ventennale della scomparsa, il 20 novembre 1989): sto parlando del [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-3844" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/04/Sciascia_palazzolo.jpg" alt="Sciascia_palazzolo" width="300" height="217" />di <strong>Giorgio Frabetti</strong>- Per le festività pasquali 2010, che auspichiamo siano trascorse serenamente e nell&#8217;ambito della pace e dello svago domestico, credo sia quantomai opportuno riscoprire un piccolo gioiello della vasta produzione letteraria di Leonardo Sciascia (di cui a novembre scorso si è commemorato il ventennale della scomparsa, il 20 novembre 1989): sto parlando del romanzo <em>Porte Aperte</em> del 1987 (quindi, tra gli ultimi della produzione sciasciana). Salutato all&#8217;uscita con grande successo,  il romanzo trovò una certa poplarità e fu percepito dai più come un&#8217;ennesima epopea di esaltazione/celebrazione della Magistratura: non dobbiamo dimenticare, infatti, che, negli anni in cui Sciascia scriveva il romanzo, infierivano i colpi finali della lotta al terrorismo (l&#8217;ultima importante legge sui &#8220;pentiti&#8221; è, infatti, del 1987!) e ferveva l&#8217;attesa per le condanne alla mafia del maxi-processo (il 16/12 dello stesso anno, infatti,  la fine del maxi-processo in primo grado). Ad avvallare poi questa percezione (riduttiva, come si vedrà) dell&#8217;opera (e a confermare quel luogo comune che voleva Sciascia una sorta di antesignano de &#8220;la piovra&#8221;), concorse poi il film di Gianni Amelio che, tratto dal romanzo, uscì poco dopo. La storia del &#8220;piccolo giudice&#8221;  antifascista (interpretato da un grandissimo Gian Maria Volontè) che si vendica del regime che vuole una &#8220;condanna a morte politica&#8221; per confermare davanti all&#8217;opinione pubblica la propria capacità di imporre l&#8217;ordine, si prestava alla &#8220;mitizzazione&#8221; della magistratura &#8220;militante&#8221;, all&#8217;epoca sulla breccia. In realtà, come succede per tutti i romanzi di Sciascia, i livelli di lettura sono più complessi e profondi. Innanzitutto, nulla era più lontano dalla cultura di Sciascia del concetto di &#8220;magistratura militante&#8221; portato avanti da una certa Sinistra negli anni &#8216;60/&#8217;70: di questo Sciascia aveva dato ampia prova nella polemica di inzio &#8216;87 contro i &#8220;professionisti dell&#8217;antimafia&#8221;, nella quale aveva stigmatizzato la tentazione giacobina di alcuni esponenti del movimento antimafia e di alcuni intellettuali che portava, secondo Sciascia, a teorizzare la mafia alla mafia in nome di un non ben precisato &#8220;stato di eccezione&#8221; e non all&#8217;interno delle garanzie costituzionali e nel rispetto delle specificità culturali della Sicilia (una tentazione che lo scrittore aveva già drammatizzato nel Capitano Bellodi ne <em>Il giorno della civetta</em> del 1963 e di cui Sciascia vedeva i deleteri precedenti nella campagna antimafia del Colonnello Mori agli albori del fascismo, negli anni 1925-28). Nel romanzo e nell&#8217;incedere nella sua semplice (e al limite povera) trama, possiamo, invece, riscontrare una dialettica affatto differente. Il &#8220;piccolo giudice&#8221;, protagonista della storia, è un magistrato anziano, prossimo alla pensione, formatosi nel periodo pre-fascista e di cultura e formazione liberale: si trova ad affrontare il pietosissimo caso di un funzionario delle Corporazioni fasciste (un repellente e sgradevole personaggio &#8220;umiliato e offeso&#8221; degno di Dostoewskij), già squadrista, che, scoperto il tradimento della moglie con il suo superiore (di lavoro e di partito), ammazza in un colpo solo moglie e amante. Uno smacco notevole per il PNF locale, che chiede come &#8220;pena esemplare&#8221; la pena di morte e rivolge espresse pressioni sulla Magistratura giudicante che dovrà occuparsi del caso. Offeso da tali pressioni nella sua dignità di magistrato , il &#8221;piccolo giudice&#8221; farà di tutto per evitare la pena di morte al soggetto (vincendo l&#8217;effettivo senso di repulsione per l&#8217;uomo) e ci riuscirà, riconoscendo i presupposti della &#8220;continuazione&#8221;. In questo modo, farà scattare la norma del <em>Codice Rocco</em> che, in quel caso, impediva la pena di morte (alla fine, comunque, le pressioni dell&#8217;ambiente fascista prevarranno e, in secondo grado, l&#8217;assassino sarà effettivamente condannato a morte). <strong>Il &#8220;piccolo giudice&#8221;, in questa chiave, non è altri che l&#8217;esponente rappresentativo di quella cultura giuridica tra le due guerre, formatasi nel mondo pre-fascista, che perseguì tenacemente l&#8217;obiettivo di evitare la politicizzazione della giurisdizione: di questo processo della cultura giuridica italiana, &#8220;Porte aperte&#8221; è una chiara e significativa parabola. </strong>Il cammino di questo filone della cultura giuridica italiana parte (relativamente) da lontano, ovvero parte come reazione alle istanze di &#8220;giurisprudenza sperimentale&#8221; avanzate tra fine 800 e inizio 900 da esponenti del positivismo criminologico come Enrico Ferri e si attesta nel chiedere al Magistrato la pura interpretazione della normativa vigente, con una metodologia di impronta nettamente esegetica (indirizzo tecnico-giuridico, vedi Prolusione del Prof. Rocco al Convegno di Sassari nel 1910). Una simile scuola, come noto, è stata criticata nel II dopoguerra: riducendo, cioè, il ruolo del giudice a custode del diritto vigente e togliendo al giudice la possibilità di attingere ad un superiore &#8220;dover essere&#8221; sociale incardinato nei diritti della persona e della Giustizia Sociale, la funzione giurisdizionale pareva uscirne svilita. Ebbene, non fu questo lo spirito con cui la migliore Magistratura ai primi del secolo e al tempo del fascismo operò e intese il proprio ruolo: Sciascia, con il suo romanzo, ha restituito il ritratto di una Magistratura rimasta liberale anche sotto il fascismo, per quanto &#8221;fiancheggiatrice&#8221;, che, negli anni del caos 1924-26 (dopo il marasma del delitto Matteotti) intese il proprio ruolo in funzione di ordine e di disciplinamento dello Stato, anche verso il fascismo, in nome di un &#8220;ritorno allo Statuto&#8221; (vedi teorie di Volt, i lavori della Commissione dei diciotto presieduta da Michele Bianchi etc.). In questo, pur nella Dittatura, la Magistratura (anche quella che giurò al regime negli anni 30) mantenne fermo il principio dello Statuto Albertino secondo cui le leggi emanano dal Re (non dal Primo Ministro), così come l&#8217;Amministrazione della Giustizia. Questo compromesso, se accettava, certamente, il superamento dei partiti e del parlamentarismo, e se implicava un pesante prezzo nei termini della limitazione della libertà politica parlamentare (per altro disciplinata in modo equivoco dallo Statuto), svolse una funzione di freno allo stravolgimento dello Stato di diritto che pure i fascisti più fanatici auspicavano: <strong>e</strong> <strong>se il fascismo non fu costellato di fatti di sangue e di arbitri come l&#8217;URSS sovietica e come la Germania Nazista, se fu impedito ai vari Farinacci e soci di dettar legge in Italia (alla pari del PCUS in URSS, così come della NSAP in Germania) e se durante il fascismo non ci furono gli spaventosi &#8220;processi-purghe&#8221; di Stalin, ciò lo si dovette ai Magistrati che, anche sotto la Dittatura, operarono affinchè la giurisdizione conservasse la sua autonomia rispetto al potere politico: come il &#8220;piccolo giudice&#8221; di Sciascia.</strong> Con il suo meraviglioso &#8220;Porte Aperte&#8221;, quindi, lo scrittore di Rocalmuto ci porta ad un &#8220;modo di intedere e fare magistratura&#8221; che, nel secondo dopoguerra, è stato liquidato, per lo più, come &#8220;fariseismo&#8221; o peggio &#8220;gesuitismo&#8221;. Certo, sotto il fascismo non c&#8217;era la Costituzione rigida, non c&#8217;era un controllo di costituzionalità che potesse permettere alla Magistratura di eliminare i provvedimenti più repressivi e liberticidi del regime; ma è altrettanto vero che, operando in chiave formalistica e tecnicistica, e preservando, così, la funzione giudicante da suggestioni e influenze &#8220;non giuridiche&#8221;, la Magistratura sotto il fascismo svolse una funzione liberale indiretta, ma certo non irrilevante, almeno di salvaguardia di quel residuo di liberalismo (almeno nei diritti dei cittadini) consentito dalla Dittatura. In questa distinzione tra politica e giurisdizione sta il lascito di riflessione di Sciascia sull&#8217;attualità presente: oggi noi abbiamo molti più strumenti per contrastare la Dittatura e per affermare le ragioni della libertà; ma c&#8217;è libertà compiuta solo in quello Stato dove politica e giurisdizione sono davvero distinti, ciascuno nel proprio ordine.</p>
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		<title>Il sacro nel profano. Nostalgia della religiosità  in Pier Paolo Pasolini</title>
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		<pubDate>Sun, 21 Mar 2010 14:17:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Armao</dc:creator>
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		<category><![CDATA[pier paolo pasolini]]></category>

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		<description><![CDATA[<a href=http://www.arezzopolitica.it/2010/03/21/il-sacro-nel-profano-nostalgia-della-religiosita-in-pier-paolo-pasolini/><img src=http://www.emilianoromagnolinelmondo.it/wcm/emilianoromagnolinelmondo/news/4trim2005/pp_pasolini/pasolini_chaucer.jpg class=imgtfe hspace=5 align=left width=100  alt="" /></a>A cura della Redazione.
Presentazione del libro di Fabrizio Ciocchetti in Biblioteca città  di Arezzo, Sala conferenze mercoledì 24 marzo alle ore 18. Interverrà  Federico Sciurpa (Corriere di Arezzo).
Fabrizio Ciocchetti è autore di un testo su Pier Paolo Pasolini (&#8221;Il sacro nel profano. Nostalgia della religiosità in P.P.Pasolini&#8221;, ottobre 2009,pgg..81, Euro 10,00, ISBN 978-88-96330-05-0).
Si tratta di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://www.emilianoromagnolinelmondo.it/wcm/emilianoromagnolinelmondo/news/4trim2005/pp_pasolini/pasolini_chaucer.jpg"><img class="alignleft" src="http://www.emilianoromagnolinelmondo.it/wcm/emilianoromagnolinelmondo/news/4trim2005/pp_pasolini/pasolini_chaucer.jpg" alt="" width="288" height="288" /></a>A cura della Redazione.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Presentazione del libro di Fabrizio Ciocchetti in Biblioteca città  di Arezzo, Sala conferenze mercoledì 24 marzo alle ore 18. Interverrà  Federico Sciurpa (Corriere di Arezzo).</p>
<p style="text-align: justify;">Fabrizio Ciocchetti è autore di un testo su Pier Paolo Pasolini (&#8221;Il sacro nel profano. Nostalgia della religiosità in P.P.Pasolini&#8221;, ottobre 2009,pgg..81, Euro 10,00, ISBN 978-88-96330-05-0).</p>
<p style="text-align: justify;">Si tratta di un saggio originale che analizza la figura e il cinema di Pasolini attraverso le sue interviste televisive e gli articoli scritti sui giornali, oltre che dopo lunghe conversazioni con Dario Edoardo Viganò (Presidente dell&#8217;Ente Spettacolo ; Direttore dela rivista &#8220;Cinematografo&#8221; e docente alla LUMSA di Roma,oltre che alla Pontificia Università Lateranense della capitale).</p>
<p style="text-align: justify;">Da tutto questo è venuto fuori un testo che vede lo scrittore di Casarsa sotto un&#8217;altra luce, forse più intima e privata e lo allontana dal solito clichès di&#8230; &#8220;poeta omosessuale,ateo e per di più comunista&#8221;. Ciocchetti ha cercato di definire il sacro pasoliniano, che si mostra come un sacro de-storicizzato (sciolto dalle sue traduzioni storico-confessionali), nel quale confluiscono la tradizione contadina, la ritualità mitica, il socialismo marxista, la lettura evangelica e, last but not the least, l&#8217;iter cristologico, Un saggio rovesciante, come la vita stessa di Pasolini.</p>
<p style="text-align: justify;">Fabrizio Ciocchetti, nato ad Umbertide, laureato in Lettere all&#8217;Università di Perugia e diplomato presso l&#8217;Istituto Superiore di Scienze Religiose di Assisi. Docente di ruolo in Lettere e pubblicista giornalista dal 1995, scrive per il settimanale cattolico &#8220;La Voce&#8221; e collabora con quotidiani e riviste specializzate interessandosi alle problematiche legate ai rapporti tra la letteratura e la religione. Svolge inoltre attività di autore e conduttore di programmi radiofonici presso R.C.C. (Radio Comunità Cristiana).</p>
<p style="text-align: justify;">Ha già pubblicato : &#8220;Bisogno di Dio&#8221;, Porziuncola, Assisi, 1997; &#8220;Quarto potere nella scuola autonoma&#8221;, Anicia, Roma, 1999 (in collaborazione con Gianfranco Cesarini).</p>
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		<title>Contro il caos della politica serve un nuovo ordine etico</title>
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		<pubDate>Sun, 14 Mar 2010 15:00:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Armao</dc:creator>
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		<category><![CDATA[caos]]></category>
		<category><![CDATA[etica politica]]></category>

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		<description><![CDATA[<a href=http://www.arezzopolitica.it/2010/03/14/contro-il-caos-della-politica-serve-un-nuovo-ordine-etico/><img src=http://blog.rc.free.fr/blog_invites/henri%20hude.jpg class=imgtfe hspace=5 align=left width=100  alt="" /></a>Redazione.
&#8220;Senza etica la fiducia è impossibile, la concorrenza non ha più senso e la libertà economica è in pericolo&#8221;
Henry Hude, direttore del polo etico e deontologico del Centro di ricerca dell&#8217;Ecole spéciale militaire di Saint-Cyr-Coetquidan, dedica L&#8217;ETICA DEI DECISION-MAKERS (Edizioni Cantagalli &#8211; Siena) manuale di economia etica, a tutti i dirigenti e ai manager chiamati [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://blog.rc.free.fr/blog_invites/henri%20hude.jpg"><img class="alignleft" src="http://blog.rc.free.fr/blog_invites/henri%20hude.jpg" alt="" width="240" height="360" /></a>Redazione.</strong></p>
<p><strong><em>&#8220;Senza etica la fiducia è impossibile, la concorrenza non ha più senso e la libertà economica è in pericolo&#8221;</em></strong></p>
<p style="text-align: justify; ">Henry Hude, direttore del polo etico e deontologico del Centro di ricerca dell&#8217;Ecole spéciale militaire di Saint-Cyr-Coetquidan, dedica L&#8217;ETICA DEI DECISION-MAKERS (Edizioni Cantagalli &#8211; Siena) manuale di economia etica, a tutti i dirigenti e ai manager chiamati a prendere importanti decisioni in campo economico, politico, militare.</p>
<p style="text-align: justify; ">Non si tratta di un testo normativo che voglia dettare regole e prescrizioni etiche a mo&#8217; di ricettario, ma di un invito pratico al confronto con la morale come una reale necessità.</p>
<p style="text-align: justify; ">Ogni dirigente infatti, al di là della ricerca dei migliori risultati finanziari, deve preoccuparsi dell&#8217;impatto delle proprie decisioni sulle conseguenze dell&#8217;efficacia economica a lungo termine: se questo non avviene le conseguenze possono avere una ricaduta negativa sul sistema economico e andare persino a inficiare i processi di pace.</p>
<p style="text-align: justify; ">Il dirigente per affrontare professionalmente un progetto non può non fare i conti con la necessità di trasferire l&#8217;etica  dall&#8217;alto verso il basso della scala, e lungo tutta la catena di comando. E la prima forza che permette di agire in questo modo è indubbiamente la calma risoluzione di una convinzione meditata.</p>
<p style="text-align: justify; ">Emerge dunque tutta l&#8217;importanza dell&#8217;Essere, che sembrerebbe dominio esclusivo della filosofia e dell&#8217;etica e invece diventa sostanza fondamentale per la gestione dell&#8217;azienda e della catena di comando. Hude declina l&#8217;Essere in tre momenti principali: Essere cittadino, Essere umani che culmina nella prassi del Fare la pace.</p>
<p style="text-align: justify; ">Sé è una necessità pragmatica che l&#8217;etica esista affinché la società non imploda in un caos autodistruttivo, d&#8217;altra parte è necessario che ci si creda.</p>
<p style="text-align: justify; ">Proprio l&#8217;interrogativo se valga la pena o meno credere nell&#8217;etica e sul come farlo rappresenta il lato più interessante del libro.</p>
<p style="text-align: justify; ">Hude non vuole fornire un&#8217;immagine idilliaca del mondo, del “come sarebbe bello se” anzi è ben conscio del fatto che le necessità strategiche restringono l&#8217;influenza dell&#8217;etica e che nel mondo la partita si gioca tra interessi e forze, calcoli e maschere. Facciamo alleanze nelle quali non vi sono né morale né amici. Tuttavia se non esiste un diritto oggettivo che garantisce, se politici, giudici e poliziotti sono corrotti, è come se non vi fosse la legge, nessuno sarebbe mai sicuro di nulla e sarebbe impossibile prosperare in queste condizioni. Quando tuttavia la legge non viene rispettata, non basta farne altre per risolvere il problema.</p>
<p style="text-align: justify; ">Non servono più leggi e più regole, perché se chi controlla non è onesto, non si risolve il problema facendolo a sua volta controllare. In effetti il maggiore interesse dei grandi corruttori è quello di comprare il vertice.</p>
<p style="text-align: justify; ">Nel management la semplice competenza gestionale o tecnica è una condizione necessaria, ma il fattore determinante è l&#8217;arte di far accettare la leadership e di mantenere l&#8217;unità nel gruppo di persone, trascinandolo con costanza verso un obiettivo comune scelto con saggezza, in modo che sia compatibile con l&#8217;interesse più generale.</p>
<p style="text-align: justify; ">Senza etica, senza una seria cultura morale, quindi, non sono possibili né la politica né l&#8217;economia, e non si esce dalla condizione parassitale.</p>
<p style="text-align: justify; ">L&#8217;ideologia che Hude definisce del “privatismo” spinge a identificare la libertà individuale con l&#8217;egoismo arbitrario, dove tutto sembra possibile a capriccio o a esigenza del soggetto, incurante dell&#8217;impatto sul prossimo.</p>
<p style="text-align: justify; ">L&#8217;autore invita piuttosto alla riscoperta della philia, l&#8217;amicizia, il valore etico universalmente riconosciuto alla base della democrazia e di qualunque relazione umana.</p>
<p style="text-align: justify; ">Questo manuale invita ad affrontare il lavoro in modo corretto non affrettato, ad articolare una riflessione personale che coniuga letture ed esperienze, discussioni ed esami di coscienza.</p>
<p style="text-align: justify; ">Non vuole fornire facili e semplicistiche soluzioni, ma fornire degli elementi per una riflessione personale più profonda.</p>
<p style="text-align: justify; ">Dirigenti e decision-makers che gestiscono bene i loro affari sono persone che, tecnicamente competenti, conoscono anche l&#8217;essere umano e sono in grado di ispirare fiducia, quindi di apparire etici e realisti nello stesso tempo &#8211; anche se il modo più semplice e sicuro per sembrarlo è, a conti fatti, esserlo davvero.</p>
<p style="text-align: justify; "><strong>A cura di Grancesco Corsi (Edizioni Cangalli – Siena)</strong></p>
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		<title>Gianfranco Fini visto da Alleanza Cattolica</title>
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		<pubDate>Sat, 14 Nov 2009 07:32:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Armao</dc:creator>
				<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[futuro]]></category>
		<category><![CDATA[Gianfranco Fini]]></category>
		<category><![CDATA[libertà]]></category>

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		<description><![CDATA[<a href=http://www.arezzopolitica.it/2009/11/14/il-futuro-della-liberta-secondo-gianfranco-fini/><img src=http://www.dios.com.ar/notas1/biografias/cientificos/introvigne/introvigne.jpg class=imgtfe hspace=5 align=left width=100  alt="" /></a>Pubblichiamo integralmente per i nostri lettori il commento di Massimo Introvigne (Alleanza Cattolica) al libro di Gianfranco Fini &#8220;Il futuro della libertà&#8221; perchè riteniamo siano entrambi meritevoli di discussione. Sia il libro che il commento.
L’onorevole Gianfranco Fini non è il leader del centro-sinistra italiano. Con il libro Il futuro della libertà. Consigli non richiesti ai [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em><strong><a href="http://www.dios.com.ar/notas1/biografias/cientificos/introvigne/introvigne.jpg"><img class="alignleft" src="http://www.dios.com.ar/notas1/biografias/cientificos/introvigne/introvigne.jpg" alt="" width="206" height="279" /></a>Pubblichiamo integralmente per i nostri lettori il commento di Massimo Introvigne (Alleanza Cattolica) al libro di Gianfranco Fini &#8220;Il futuro della libertà&#8221; perchè riteniamo siano entrambi meritevoli di discussione. Sia il libro che il commento.</strong></em></p>
<p>L’onorevole Gianfranco Fini non è il leader del centro-sinistra italiano. Con il libro Il futuro della libertà. Consigli non richiesti ai nati nel 1989 (Rizzoli, Milano 2009) si colloca con chiarezza nell’ambito della destra. Avendo avuto la ventura, e la fortuna, di trovarmi negli Stati Uniti durante i funerali di Ronald Reagan (1911-2004), sono convinto che la posizione su questo quarantesimo presidente degli Stati Uniti definisca – come allora emergeva con chiarezza seguendo i media statunitensi e internazionali – la destra e la sinistra, almeno in prima approssimazione e tenendo conto che ogni giudizio tollera sempre infinite variazioni e sfumature. Ma, nell’essenziale, le cose sono abbastanza chiare. È di sinistra chi è contro Reagan. Chi è per Reagan è di destra. Fini parla del ruolo storico di Reagan, perfino della sua «tensione morale e ideale» (p. 43) con condivisione e anche con entusiasmo. Dunque, non è di sinistra.</p>
<p>Qui però la questione non finisce: piuttosto, comincia. Reagan infatti fu il geniale interprete del «fusionismo», cioè di quella pratica politica statunitense che consiste nel mettere insieme diverse «destre» intorno a obiettivi comuni. Il fatto che l’obiettivo di Reagan fosse grandioso – la spallata finale al comunismo – non toglie che le destre che risposero al suo richiamo fossero tra loro molto diverse. Ancora in prima approssimazione, si può dire che – non solo negli Stati Uniti – le destre siano sostanzialmente tre. La prima – su cui l’intera nozione di «destra» si fonda – è costituita dagli oppositori della Rivoluzione francese, e di tutto quanto questa Rivoluzione rappresenta, in nome della monarchia tradizionale (che, beninteso, è cosa diversa dalla monarchia assoluta) e della fede cristiana. La stessa parola «destra» nasce dal settore del Parlamento che gli oppositori intransigenti della Rivoluzione andarono a occupare quando in Francia fu restaurata la monarchia.</p>
<p>Dal momento, però, che il processo rivoluzionario di attacco ai valori tradizionali dell’Europa cristiana non si ferma alla Rivoluzione francese, ma continua, nel corso del secolo XIX emerge una seconda «destra», costituita da coloro che accettano i principi liberali nella loro versione del 1789 ma rifiutano il socialismo. E con l’affermazione del marxismo-leninismo nel secolo XX nasce anche una terza «destra», costituita da quei socialisti che rifiutano il comunismo, pur mantenendo fermi numerosi elementi del pensiero socialista. In Paesi come gli Stati Uniti, e non solo, per la verità, ciascuna destra andrebbe ancora distinta a seconda che il suo riferimento religioso sia cattolico o protestante: il discorso è tutt’altro che irrilevante, ma porterebbe troppo lontano.</p>
<p>I fascismi – pure diversi tra loro – sono a loro modo «fusionisti» perché mettono insieme contro l’avversario comunista sovietico le tre destre. Se però parliamo del fascismo italiano, nelle origini e nella fine (a Salò) della sua esperienza è per molti versi la terza delle tre destre – quella socialista anticomunista – a prevalere.</p>
<p>La premessa può sembrare inutilmente complessa. È al contrario essenziale per intendere la posizione di Fini. Questa è «fusionista», nel senso che tende la mano alla seconda destra, liberale, difendendo il «libero mercato» con l’argomento che in questa espressione quel che conta è più la libertà del mercato. Tende la mano anche alla prima destra, cattolica, ricordando che in tema di Costituzione europea Fini fu favorevole all’inserimento di un richiamo all’identità religiosa: «Riconoscere un’identità comune dell’Europa significa avere ben chiaro che, se c’è un luogo che può far sentire figli della medesima storia e della medesima comunità culturale un pescatore dell’Algarve e un contadino lituano, quel luogo è la cattedrale. Quella immagine di un’“Europa delle cattedrali” e un conseguente riconoscimento di un’identità religiosa nella tradizione ebraica e cristiana è la fotografia di un incontestabile dato storico, non è una scelta di campo politica e nemmeno un atto di fede» (p. 145). Parole, certo, condivisibili e opportune, in un momento storico in cui la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo vorrebbe vietare perfino i crocefissi nelle scuole. Così come è apprezzabile la chiarezza sul tema della droga: non si tratta, scrive Fini, di «limitare il danno» ma di affermare in modo «chiaro e forte […] che non esiste il diritto di drogarsi» (p. 72).</p>
<p>E tuttavia a chi percorra tutto il libro Fini appare per quello che è: un uomo della terza destra che tenta un’operazione «fusionista» nei confronti delle altre due. Che si tratti di una destra modernista (si sarebbe tentati di dire futurista) emerge dall’insofferenza verso il «dogmatismo […] di tipo religioso» (p. 118), dall’affermazione del diritto degli uomini e delle donne all’autodeterminazione in campo bioetico (il che mina, senza che la contraddizione sia risolta, anche il rigore proposto in tema di droga), dalla forte rivendicazione della posizione a suo tempo assunta da Fini in tema di procreazione assistita (cfr. p. 119), ma anche – perché non si tratta solo di bioetica – da un’idea di nazione, quindi di cittadinanza (con riflessi sulla sua concessione agli immigrati), come una realtà dinamica, plastica, plasmabile che continuamente muta e si ridefinisce nel tempo. Se Reagan è un test per sapere chi è di destra e di sinistra, in Italia è un test anche Eluana Englaro (1970-2009). Certamente chi plaude alla sua soppressione in nome di una presunta «sovranità del singolo […] su se stesso, sulla propria vita e sul proprio lasciare la vita» (p. 103) non fa parte della prima destra, e nemmeno può ragionevolmente pensare d’includerla in un progetto «fusionista» da lui egemonizzato. Né convince il richiamo alla «laicità positiva» del presidente francese Nicolas Sarkozy, diversa da quella di Fini in quanto aperta, almeno in linea di principio, a dialogare con i cattolici sull’esistenza di una legge naturale i cui principi non sono negoziabili.</p>
<p>L’appello a una riconciliazione dopo il caso Englaro è interessante, perché da una parte mostra i limiti del «fusionismo» di Fini, dall’altra ha un sapore antico – che si è ancora una volta tentati di definire futurista – quando invita a unirsi sul fare e non sull’essere. I sostenitori del mantenimento in vita di Eluana sarebbero prigionieri di vecchie «linee […] dell’“essere”, vale a dire le linee, in definitiva rassicuranti ma immobili, dell’“identità”», mentre si tratta di passare alle «linee contemporanee del “fare”», a una politica giudicata «per ciò che realizza» e non «per ciò che rappresenta» (p. 103). «In principio era l’azione», per dirla con il Faust di Johann Wolfgang von Goethe (1749-1832)? In ogni caso per la prima destra, cristiana, in principio era il Verbo, cioè la verità, e Faust non è un modello ma una semplice vittima del Diavolo.</p>
<p>Si trova qui anche il limite dell’appello di Fini alla libertà, e della sua celebrazione del 1989, che pure non è priva di una sua efficacia letteraria. Certamente il presidente della Camera è consapevole del fatto che la libertà, se non è collegata a contenuti, rischia di essere un guscio vuoto. Afferma che non basta la «libertà “da” (dall’oppressione, dalle barriere e dalle frontiere)» (p. 152), che l’Europa Centrale e Orientale ha conquistato nel 1989, ma occorre la «libertà “di”» (ibid.). Gli esempi di «libertà “di”» sono però piuttosto deludenti: libertà di «costruire la prosperità» (ibid.) o di promuovere «i diritti» (ibid.). Al massimo, il contenuto della libertà è una certa responsabilità: non si pesi sui genitori fino a trent’anni, si studi e si lavori seriamente, e così via. Non basta. La dottrina sociale della Chiesa non parla tanto di «libertà “di”» quanto di «libertà “per”»: per la verità e per il bene.</p>
<p>Qui si tocca il cuore del problema. Visitando la Repubblica Ceca a vent’anni dalla fine del comunismo nel 1989, Benedetto XVI ha ricordato che dopo la caduta dei regimi comunisti «l’euforia che ne seguì fu espressa in termini di libertà» (Incontro con le Autorità Politiche e Civili e con il Corpo Diplomatico al Palazzo Presidenziale di Praga, del 26 settembre 2009). Ma questa euforia fu e rimane ambigua, perché alcune domande rimangono per così dire in sospeso: «Per quale scopo si vive in libertà? Quali sono i suoi autentici tratti distintivi?» (ibid.). Richiamando la sua recente enciclica Caritas in veritate, Benedetto XVI ricorda che «la vera libertà presuppone la ricerca della verità» (ibid.), e che questo vale sia per il singolo sia per la società e la politica. «La verità, in altre parole, è la norma-guida per la libertà e la bontà ne è la perfezione» (ibid.). Il Papa sottolinea il nesso strettissimo fra «lotta per la libertà» e «ricerca della verità: o le due cose vanno insieme, mano nella mano, oppure insieme periscono miseramente» (ibid.).</p>
<p>Nello stesso viaggio, Benedetto XVI ha sottolineato il carattere inadeguato di molte ricostruzioni e celebrazioni del 1989. Il comunismo è un passato che non vuole passare, e che di fatto non passerà finché non sarà adeguatamente affrontato. Ma affrontarlo significherebbe fare i conti con le sue radici, che sono più antiche del comunismo e, in altre forme e modi, continuano a produrre ancora oggi frutti avvelenati.</p>
<p>Parole talora convincenti, quelle di Fini, sugli orrori del comunismo (e del nazional-socialismo). Tuttavia si ha l’impressione che la radice degli errori e degli orrori sia una semplice avversione ideologica per la libertà. Mentre per Benedetto XVI – cito ancora il viaggio nella Repubblica Ceca – quelle radici si riassumono nel rifiuto di Dio: «L’esperienza storica mostra a quali assurdità giunge l’uomo quando esclude Dio dall’orizzonte delle sue scelte e delle sue azioni» (Santa Messa nell’Aeroporto Tuřany di Brno, del 27 settembre 2009)). «Chi ha negato e ha continuato a negare Dio […] di conseguenza non rispetta l’uomo» (Santa Messa nella Ricorrenza Liturgica di San Venceslao, Patrono della Nazione, Spianata sulla Via di Melnik a Stará Boleslav, 28 settembre 2009).</p>
<p>Discorso evidente per un cattolico – e dunque anche per la prima delle tre destre che ho evocato, quella cattolica – ma discorso che non ha molto senso per una destra social-rivoluzionaria. Ma, si obietterà, non potrebbe il progetto «fusionista» di Fini avere successo? Non potrebbero, per battere la sinistra, esponenti delle diverse destre raccogliersi attorno al Presidente della Camera, una volta che fosse arrivata al termine l’avventura politica di Silvio Berlusconi? Sul piano fattuale tutto è possibile. Sul piano dei principi, un «fusionismo» dove la destra di Fini sia egemone sarebbe invece una iattura per i cattolici. Non vi è, anzitutto, nessuna ragione di concedere l’egemonia a chi su tutte le questioni sostanziali che prospetta – dall’immigrazione ai «nuovi diritti» – è in realtà minoritario nell’ambito del’elettorato di centro-destra italiano. Ma, soprattutto, non possumus. Benedetto XVI c’insegna che esistono da una parte principi su cui un legittimo pluralismo di opinioni politiche è possibile, dall’altra principi non negoziabili su cui si deve tracciare una linea che non può essere valicata: vita, famiglia, libertà di educazione.</p>
<p>Non si tratta di problemi secondari: anzi, secondo l’enciclica Caritas in veritate sono questi oggi i problemi cruciali della vita sociale e il terreno dove si gioca la battaglia per la definizione della libertà. «Campo primario e cruciale della lotta culturale tra l’assolutismo della tecnicità e la responsabilità morale dell’uomo è oggi – spiega l’enciclica – quello della bioetica, in cui si gioca radicalmente la possibilità stessa di uno sviluppo umano integrale. Si tratta di un ambito delicatissimo e decisivo, in cui emerge con drammatica forza la questione fondamentale: se l’uomo si sia prodotto da se stesso o se egli dipenda da Dio» (n. 74); «la questione sociale è diventata radicalmente questione antropologica» (n. 75). Nel momento in cui Fini ribadisce la sua posizione, antitetica a quella cattolica, sulla fecondazione assistita e sul caso Eluana Englaro non sta parlando di questioni marginali, ma del «campo primario e cruciale» dove oggi si deve valutare se una proposta politica è accettabile o meno.</p>
<p>Né si tratta solo di bioetica, perché quelle alla fecondazione assistita e al fine vita sono applicazioni di principi generali sull’autodeterminazione, e su una libertà svincolata da una legge morale naturale e non negoziabile, che emergono anche in altri campi. Per quanto le sue affermazioni su alcuni singoli temi siano talora condivisibili, il cattolico non può affidarsi alla guida di chi considera negoziabili i principi non negoziabili, e per di più vorrebbe negoziare da posizioni antitetiche alle sue. Ci sono epoche storiche in cui il «fusionismo» – Reagan insegna – è opportuno, di fronte alla malizia e alla preponderanza di uno specifico avversario. Ma è saggio perseguire il «fusionismo» cercando di proporre la propria egemonia, non rassegnandosi a quella altrui. Ed è obbligatorio mantenere fermo il principio secondo cui in nome del «fusionismo» si può cercare una mediazione su alcune questioni strettamente politiche, ma non è invece mai lecito valicare il limite dei principi non negoziabili.</p>
<p><strong>di Massimo Introvigne (Alleanza Cattolica)</strong></p>
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		<title>Le ceneri di Craxi</title>
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		<pubDate>Sat, 11 Apr 2009 06:53:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Armao</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href=http://www.arezzopolitica.it/2009/04/11/le-ceneri-di-craxi/><img src=http://media.libero.it/c/img66/fg/09/9550/2008/12/craxi_fini_1991.jpg class=imgtfe hspace=5 align=left width=100  alt="" /></a>
di Edoardo Crisafulli (Edizioni Rubbettino, 2008)
«Un periodo storico può essere giudicato dal suo stesso modo di considerare il periodo da cui è stato preceduto. Una generazione che deprime la generazione precedente, che non riesce a vederne la grandezza e il significato necessario, non può che essere meschina e senza fiducia in sé stessa. Nella svalutazione del [...]]]></description>
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<p class="MsoNormal"><strong><a href="http://media.libero.it/c/img66/fg/09/9550/2008/12/craxi_fini_1991.jpg"><img class="alignleft" src="http://media.libero.it/c/img66/fg/09/9550/2008/12/craxi_fini_1991.jpg" alt="" width="400" height="260" /></a>di Edoardo Crisafulli <span style="font-weight: normal; ">(Edizioni Rubbettino, 2008)</span></strong></p>
<p class="MsoNormal">«Un periodo storico può essere giudicato dal suo stesso modo di considerare il periodo da cui è stato preceduto. Una generazione che deprime la generazione precedente, che non riesce a vederne la grandezza e il significato necessario, non può che essere meschina e senza fiducia in sé stessa. Nella svalutazione del passato è implicita una giustificazione della nullità del presente».</p>
<p class="MsoNormal">Molto probabilmente, Massimo D’Alema aveva presente questa acuta osservazione di Antonio Gramsci quando dichiarò: «Dobbiamo cominciare a vedere nella vicenda del cattolicesimo democratico e nel partito socialista italiano qualcosa di più che una lunga preparazione di Tangentopoli; altrimenti consegniamo alle nuove generazioni l’immagine di 50 anni della nostra storia come una storia di ladri e di assassini».</p>
<p class="MsoNormal">Parole sacrosante, quelle di D’Alema, che tutti – soprattutto i disinvolti teorici del ‘doppio Stato’ e i giustizialisti – dovrebbero meditare con attenzione, prima di sentenziare sulla vicenda storica della Repubblica e dei suoi protagonisti. Fra i quali, un ruolo fondamentale è stato svolto dai democristiani e dai socialisti. Un ruolo che non può essere ridotto alla costruzione di Tangentopoli, senza, con ciò stesso, consegnare alle nuove generazioni una immagine al tempo stesso falsa e deprimente del percorso compiuto dall’Italia repubblicana. Quale storico, per fare solo un esempio, oggi sarebbe disposto a presentare il periodo giolittiano come tutto ed esclusivamente caratterizzato dalla corruzione? Eppure la celebre definizione di Giovanni Giolitti coniata da Gaetano Salvemini – “il Ministro Introduzione della malavita” – non era certo una pura invenzione polemica. Al contrario: Giolitti quella definizione se l’era ampiamente meritata. E ciò non di meno, i primi 15 anni del secolo scorso sono stati un periodo storico contrassegnato da grandi progressi in tutti i campi.</p>
<p class="MsoNormal">Si dirà: bisognerà attendere almeno 50 anni per formulare un apprezzamento oggettivo su quella che molti abusivamente chiamano ‘la Prima Repubblica’. Troppe e troppo intense sono, ancora oggi, le passioni etico-politiche che animano la scena perché sia possibile formulare giudizi sereni ed equi. Non di questo avviso è Edoardo Crisafulli. Il quale, a 15 anni dal terremoto politico-istituzionale prodotto dalle inchieste sulla corruzione dei partiti condotte dal pool di magistrati di Mani Pulite, ha scritto un libro tanto ambizioso quanto coraggioso il cui obiettivo è documentare in maniera puntigliosa quale è stato il ruolo effettivo svolto da Bettino Craxi nella storia del nostro Paese.</p>
<p class="MsoNormal">Un ruolo di fondamentale importanza – questa la sua tesi di fondo – poiché quando Craxi fu eletto segretario del psi la democrazia italiana stava attraversando una preoccupante crisi morale. Erano gli ‘anni di piombo’, succeduti alla contestazione studentesca; gli anni durante i quali, mentre le Brigate Rosse, in nome della rivoluzione marx-leninista, lanciavano i loro attacchi terroristici contro il sistema, autorevoli ‘progressisti’ firmavano manifesti nei quali dichiaravano che la Repubblica non meritava di essere difesa. Ed erano anche gli anni in cui il segretario del pci Enrico Berlinguer non perdeva occasione per esaltare la “ricca lezione leniniana”; per affermare, con stupefacente candore, che nei Paesi comunisti era “universalmente riconosciuto che esisteva un clima morale superiore, mentre le società capitalistiche erano sempre più colpite da una decadenza di idealità e di valori etici e da processi sempre più ampi di corruzione e disgregazione”; per ribadire che era cosa di evidenza solare che “nel mondo capitalistico c’era crisi, nel mondo socialista no”; infine, per denunciare l’“opportunismo” della social-democrazia europea, colpevole di aver rinunciato alla meta finale: la fuoriuscita dal sistema occidentale e la costruzione di un ordine nuovo basato sul piano unico di produzione e di distribuzione.</p>
<p class="MsoNormal">È stato detto più volte che il conflitto fra Craxi e Berlinguer, che dominò la scena italiana dal 1976 al 1984, era un conflitto di personalità: aggressiva e spregiudicata quella del segretario socialista, tutta pervasa da un moralismo quasi ascetico quella del segretario comunista. In realtà, il conflitto era, fondamentalmente, di natura politico-ideologica. Berlinguer era un ‘uomo di fede’, tutto immerso nella teologia marx-leninista; il che gli impediva di percepire la realtà così come essa era. Talché egli proponeva come modello – sia pure con qualche integrazione e correzione – quel tipo di società – il sistema sovietico – che stava sprofondando nel nulla storico a motivo delle sue insanabili contraddizioni.</p>
<p class="MsoNormal">Radicalmente altra – come Crisafulli documenta con ammirevole acribia – la concezione del socialismo di Craxi: essa si richiamava esplicitamente alla tradizione riformista – dunque all’insegnamento di Turati e di Matteotti – e vedeva nella socialdemocrazia europea il modello da tenere costantemente presente. E, coerentemente a questa visione, rivendicava, a petto del pci, la piena e totale autonomia del psi nello stesso momento in cui denunciava la natura intrinsecamente e irrimediabilmente totalitaria del comunismo. Peraltro, la linea politica assunta da Craxi era perfettamente in linea con i grandi dibattiti che – a partire dal 1975, l’anno in cui fu pubblicato il saggio di Norberto Bobbio sulla (inesistente) teoria marxista dello Stato – si svolsero sulle colonne di «Mondoperaio». Da essi era emersa impietosamente la ‘miseria’ dell’ideologia comunista. Ma il pci di Berlinguer, invece di assecondare il revisionismo socialista, si chiuse a riccio. E così fu sprecata una occasione storica: quella di costruire un grande partito social-democratico recuperando la tradizione riformista, l’unica capace di dare alla sinistra una cultura di governo in armonia con i valori fondamentali della civiltà occidentale. E ciò accadde perché il pci non ruppe quello che Togliatti chiamava il ‘legame di ferro’ con l’Unione Sovietica. È vero che Berlinguer alzò il vessillo della così detta Terza Via, ma essa rimase una scatola vuota. Né avrebbe potuto essere diversamente, poiché davanti alla sinistra c’era una scelta secca: o il socialismo liberale o il socialismo totalitario. Rifiutandosi pervicacemente di compiere tale scelta, il pci si condannò all’opposizione permanente e alla altrettanto permanente sterilità politica e culturale.</p>
<p class="MsoNormal">Questi i fatti storici che vanno tenuti costantemente presenti quando si esamina il ruolo che il psi ha avuto nella storia della Repubblica. Fatti che l’ondata giustizialista – cavalcata dai post-comunisti con il preciso obiettivo di annientare il psi per prenderne il posto – ha cancellato, ma che opportunamente Crisafulli riporta puntigliosamente alla memoria non solo perché la deontologia dei cultori di Clio lo esige, ma anche – anzi: soprattutto – perché in essi è racchiusa una lezione di fondamentale importanza; e cioè che la sinistra italiana, se non vuole rimanere una permanente anomalia, deve imboccare la via indicata da Craxi: la via del socialismo liberale.</p>
<p class="MsoNormal">(dall&#8217;introduzione di Luciano Pellicani)</p>
<p class="MsoNormal">
<p><!--EndFragment--><br />
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		<title>Veneziani e il &#8216;68. Pensieri contromano su quarant&#8217;anni di conformismo di massa.</title>
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		<pubDate>Thu, 08 Jan 2009 14:55:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Armao</dc:creator>
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di Federico Mugnai
Consigliamo ai più giovani la lettura di un libro proibito: “Rovesciare il &#8216;68. Pensieri contromano su quarant&#8217;anni di conformismo di massa” di Marcello Veneziani (Ed. Mondadori).
Perché lo definiamo un libro proibito sarà più chiaro al termine di questa presentazione dei principali luoghi comuni del conformismo di massa che Veneziani ha messo a nudo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2009/01/femminismo1.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-560" title="femminismo1" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2009/01/femminismo1-300x164.jpg" alt="" width="300" height="164" /></a></p>
<p><strong>di Federico Mugnai</strong></p>
<p>Consigliamo ai più giovani la lettura di un libro proibito: “Rovesciare il &#8216;68. Pensieri contromano su quarant&#8217;anni di conformismo di massa” di Marcello Veneziani (Ed. Mondadori).<br />
Perché lo definiamo un libro proibito sarà più chiaro al termine di questa presentazione dei principali luoghi comuni del conformismo di massa che Veneziani ha messo a nudo nel suo libro e che purtroppo fanno ancora parte della “cultura inconsapevole” di molti, troppi di noi.</p>
<p><span id="more-557"></span></p>
<p>La Resistenza.<br />
La maggior parte degli antifascisti che fecero la Resistenza, scrive Veneziani, non volevano la libertà ma un&#8217;altra dittatura, comunista o giacobina. Sognavano un totalitarismo più compiuto rispetto a quello fascista, che abolisse proprietà, disuguaglianze, patria, tradizione, mercato e religione.  L&#8217;8 Settembre 1943 non ci fu la morte della patria ma lo spaesamento; non morì la patria ma si sciolse il nesso tra la patria e il senso dello Stato, tra italiani e istituzioni. Una nazione allo sbando; le bande poi divennero partiti. Secoli di dominazioni straniere, guerre mondiali e civili, regimi e orrori possono ferire ma non abolire un&#8217;identità.</p>
<p>La politica nel dopoguerra.<br />
La Democrazia Cristiana è stata, in Italia come in Germania, il partito che ha supplito, come una vedova rassicurante alla scomparsa del padre morto in guerra con i fascismi; ha allevato con maternalismo di Stato i cittadini, dopo il paternalismo autoritario fascista, cessando però di educarli e ha addolcito il lutto della morte della patria attraverso la coltivazione pietosa e un pò vigliacca dell&#8217;amnesia.</p>
<p>I valori.<br />
In un suo scritto Mario Calabresi criticava il degrado del senso civico e la riduzione delle aspettative di vita al successo, al sesso e ai soldi. Calabresi aveva visto sul nascere la barbarie del nostro tempo, privo di valori. La borghesia cinica e miscredente muoveva i suoi primi passi. Dal suo seno nasceranno i salotti radical-chic, mandanti morali dell’assassinio Calabresi.</p>
<p>La democrazia.<br />
Dopo il 68 per designare un movimento doc era d’uso, l’aggettivo democratico. Collettivo studenti democratici, genitori democratici, docenti democratici, magistratura democratica, psichiatria democratica. Democratico dopo il 68 diventa sinonimo di collettivo, comunista, antifascista, assembleare.</p>
<p>La scuola.<br />
Il mistico affondatore della scuola italiana fu Don Milani. Il parroco della Barbiana con la sua celebrata “Lettera ad una professoressa”, voleva cambiare radicalmente e generosamente la scuola ma contribuì a distruggerla. Pie intenzioni e disastrosi effetti. Don Milani delineò il modello della scuola assembleare e finse perfino di avere scritto la sua lettera-libro insieme ai ragazzi, che in realtà assentivano soltanto. Nobili propositi ma poi vennero gli esiti. La scuola che non premia i meriti e le capacità, che non seleziona e non è fondata sull’autorevolezza del docente, prepara sempre meno alla vita, non migliora; non produce alunni più liberi e uguali ma più bulli e prepotenti. E’ una scuola che non ha ridotto le distanze tra ricchi e poveri ma le ha ingigantite. Non a caso prima del 68 gran parte dei benestanti mandavano ancora i loro figli nelle scuole pubbliche; ora invece li mandano alle private. Compresi gli estimatori di Don Milani: i loro figli vanno ai college, non si confondono con plebaglia e immigrati.</p>
<p>I dieci comandamenti del ’68.<br />
Per Veneziani il ’68 ci ha lasciato in eredità dieci comandamenti ovvero le “Tavole dell&#8217;Intellettuale Collettivo”. Primo, l&#8217;antifascismo è il signore dio tuo. Secondo, ricordati di santificare i festival del cinema, della cultura e di tutto, gestiti dai reduci e figliocci del 68. Terzo, non nominare parole scorrette invano (es. negro, handicappato, cieco, spazzino, deviato). Quarto, onora i gay e le lesbiche. Quinto, non citare i crimini del comunismo, dai gulag alle stragi nostrane. Sesto, non fornicare con autori proibiti e non dialogare con i reazionari. Settimo, commetti atti impuri, attento solo alle malattie. Ottavo, ama il prossimo lontano, lontanissimo, meglio se neri, islamici o rom e disprezza il vicino, il famigliare. Nono desidera le religioni d&#8217;altri, disprezzando la tua. E desidera pure la roba, la donna, il corpo e la lingua d&#8217;altri. Decimo, ingoia questo decalogo per tenerlo dentro di te e non far capire che qualcuno li pilota.</p>
<p>Dal Sesto Comandamento si evince perché abbiamo definito quello di Veneziani un “libro proibito”. Oggi è ancora così. Speriamo non sia lontano il giorno in cui sarà adottato e commentato nelle scuole pubbliche italiane per rivedere la storia degli ultimi 40 anni fuori dalle ideologie.</p>
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