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	<title>Arezzo Polis &#187; Libri</title>
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		<title>I Professionisti in Italia, chi sono, da dove vengono, dove vanno: I Notai dopo l&#8217;Unita&#8217; d&#8217;Italia-prima parte</title>
		<link>http://www.arezzopolitica.it/2012/02/03/i-professionisti-in-italia-chi-sono-da-dove-vengono-dove-vanno-i-notai-dopo-lunita-ditalia-prima-parte/</link>
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		<pubDate>Fri, 03 Feb 2012 15:28:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Frabetti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.arezzopolitica.it/2012/02/03/i-professionisti-in-italia-chi-sono-da-dove-vengono-dove-vanno-i-notai-dopo-lunita-ditalia-prima-parte/"><img align="left" hspace="5" width="150" height="150" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2012/02/notaio_grande1-150x150.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="notaio_grande" title="notaio_grande" /></a>AVVERTENZA: Si dibatte molto intorno all&#8217;ipotesi di liberalizzare le Professioni. Nei blog e siti Internet si sprecano le polemiche se non le imprecazioni contro i Professionisti, ritenuti una &#8220;casta protetta&#8221; ingiustamente da leggi ritenute di autentico privilegio. Giuseppe De Rita e il CENSIS da tempo segnalano il rilevante contributo delle Professioni al PIL e la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignleft size-full wp-image-9419" title="notaio_grande" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2012/02/notaio_grande1.jpg" alt="notaio_grande" width="420" height="312" />AVVERTENZA: Si dibatte molto intorno all&#8217;ipotesi di liberalizzare le Professioni. Nei <em>blog</em> e siti <em>Internet</em> si sprecano le polemiche se non le imprecazioni contro i Professionisti, ritenuti una &#8220;casta protetta&#8221; ingiustamente da leggi ritenute di autentico privilegio. Giuseppe De Rita e il CENSIS da tempo segnalano il rilevante contributo delle Professioni al PIL e la rilevante redditività di tali prestazioni: per questo, molti denunciano la necessità che in tempi di crisi tali opportunità di ricchezza siano meglio divise tra i cittadini, grazie ad una regolazione più libera e meritocratica. In questo sito, con vari cicli a cadenza non periodica, si analizzerà come le varie leggi professionali dall&#8217;Unità ad oggi hanno inciso su privilegi, penalizzazioni, rischi, opportunità, in un&#8217;ottica critica e pacata; una premessa essenziale, secondo Noi, per giudicare poi gli attuali progetti di riforma delle Professioni. Si inizia, per 05 puntate, con il Notariato, facendone la storia dall&#8217;Unità ad ora-</strong> di <strong>Giorgio Frabetti</strong>- La storia delle Professioni nell&#8217;Italia contemporanea inizia in quel crogiuolo di novita&#8217; che fu l&#8217;Unita&#8217; d&#8217;Italia. Perchè di parla dell&#8217;età contemporanea e non di età precedenti? Il Notaio ad esempio esisteva anche prima! Perchè è dall&#8217;Unità che nasce un approccio veramente &#8220;moderno&#8221; tra Società, Politica e Professioni.  Gli Stati contemporanei, infatti, nascono dalla sfida della modernizzazione (sociale, economica e tecnologica) e tale sfida ha sempre coinciso con un maggiore &#8220;investimento socio-politico&#8221; in capitale &#8220;fisso&#8221; in termini di sapere e conoscenza, per gli accresciuti bisogni dei cittadini (pensiamo a strade, bonifiche etc., necessitati dall&#8217;aumento della popolazione tra il 1700 e il 1800). In questo quadro, diventa inevitabile una legislazione sulle Professioni, almeno per garantire che esse operino come il necessario <em>framework</em>, il necessario <em>software</em>, la necessaria &#8220;riserva di conoscenza&#8221;  cui la collettività può attingere nei momenti di bisogno e con le necessarie tutele (per i Professionisti e i cittadini): con soluzioni che variano in relazione alle diverse epoche storiche. Nel caso dell&#8217;Italia immediatamente post-unitaria, in particolare, le leggi professionali (Avvocatura 1874 e Notariato 1875) tradiscono le aspettative (poi deluse) che i legisti post-risorgimentali (Destra Storica, <em>in primis</em>) ponevano sui termini in cui si sarebbe &#8220;stabilizzata&#8221; la società italiana da poco unificata. Ma cominciamo con ordine. In primo luogo, la legge notarile, tradiva nella demarcazione delle Professioni una visione del rapporto citta&#8217;-campagna, che istituiva una bipartizione ideale di sfere di competenze professionali: grossomodo, all&#8217;Avvocato la citta&#8217;, al Notaio la campagna. Una visione impressa alla legge dalla divisione dei distretti notarili, anche molto minuscoli, su cui la legge notarile parametrava il numero dei Professionisti da destinare e dall&#8217;obbligo di residenza del Notaio. Una partizione che non rispondeva solo a criteri di ripartizione dei carichi di lavoro (non era il &#8220;numero chiuso&#8221; che sara&#8217; introdotto nel 1913 -e che tuttora e&#8217; in vigore), ma una pretta visione politica. Da Cuoco a Cavour, il luogo comune dei Padri della Patria e&#8217; che il futuro dell&#8217;Italia Unita sara&#8217; agricolo (complice la buona annata dei prezzi tra il 1840 e il 1860, a cavallo dell&#8217;unificazione) e che il &#8220;compromesso liberale&#8221; potra&#8217; passare per un assetto economico abbinato su agricoltura e servizi (leggi Stato, infrastrutture etc.), senza passare per il &#8220;salto nel buio&#8221; dell&#8217;industrializzazione (i cui tratti destabilizzanti sono gia&#8217; noti in Francia, Inghilterra e Germania). Campagna e Burocrazia, capisaldi della stabilita&#8217; del &#8220;novus ordo&#8221; liberale post-unitario, di cui in fondo il Notaio e&#8217; sintesi e incarnazione: chiamato alla certificazione delle fede pubblica dallo Stato, eppure libero professionista. In questi termini, si spiega la rinuncia dello Stato post-unitario all&#8217;ipotesi (inizialmente coltivata) di fare del Notaio un &#8220;pubblico ufficiale&#8221;. Allo Stato post-unitario non conveniva, infatti, perdere il prezioso contributo di un ricco e variegato professionismo giuridico, gia&#8217; radicato localmente talora a livello di piccolo o grande notabilato. Si consideri infatti come, in una Società agricola e particolarmente organizzata a livello famigliare, le funzioni del Notaio fossero molto rilevanti: non solo perchè ad esso e al suo consiglio si ricorreva per la costituzione di doti e per vari &#8220;contratti matrimoniali&#8221;, come per testamenti e trasmissioni patrimoniali tra le generazioni (in modo non del tutto dissimile al ruolo che oggi riveste per lo più il Commercialista di famiglia); ma anche perchè (per Nobili e Clero), i Notai erano spesso i custodi dei poderosi diritti immobiliari (ex feudali) e delle loro vicende, spesso oggetto di contese e dispute, tanto rilevanti per il potere ora di questa ora di quella combinazione. Una società di pochi scambi e che sarà messa in crisi (ma non scalfita del tutto) dall&#8217;avvento dell&#8217;industrializzazione a fine secolo. Lo Stato Unitario si rassegnò nella prospettiva preminente di stabilizzare le Province da poco unificate. Per questo motivo, la legge italiana non impresse al Notaio i tratti del &#8220;pubblico ufficiale&#8221; <em>tout court</em> (anche se va detto che molto del carico di lavoro del Notariato post-unitario dipese dall&#8217;imposta di registro, estesa al Piemonte alle Penisola ove era quasi sconosciuta). Importanza e riconoscibilità delle funzioni notarili a livello sociale, cui, però, per paradosso, non si accompagnò nell&#8217;immediato un adeguato processo di riconoscimento legislativo della Categoria (una contraddizione che sarà alla base del dibattito che porterà nel 1913 alla revisione dell&#8217;ordinamento del 1875). Come racconta il Prof. Marco Santoro negli &#8220;Annali&#8221; di &#8220;Storia d&#8217;Italia&#8221;, molto debole fu, infatti, i Notai non riuscirono a partecipare in modo efficace all&#8217;elaborazione della riforma del 1875 (eccezione isolata, il cd Progetto Cassinis del 1860, proveniente da una famiglia piemontese di lunghe tradizioni notarili). Una situazione di effettivo sotto-dimensionamento dei Notai in sede di rappresentanza parlamentare, che gli Annali addebitano al particolarismo giuridico localistico e dal livello di sviluppo delle esperienze statuali (cui la funzione di pubblica fede del Notaio Modenro era strettamente intrecciata). Se, infatti, in alcune realta&#8217; (come la Lombardia), la figura del Notaio moderno era gia&#8217; molto definita in termini professionali e di riconoscibilità sociale, altrove la stessa figura era più&#8217; incerta (appannaggio o di Avvocati, Procuratori o di forme di Patronato nobiliare o peggio di &#8220;praticoni&#8221; legulei). Basti solo pensare alla tradizione medievale ed <em>ancieme regime</em>, che consentiva a chiunque fosse laureato in legge a fregiarsi del titolo di &#8220;Avvocato&#8221; (tradizione per altro confermata dalla Cassazione di Torino e Firenze all&#8217;indomani dell&#8217;Unita&#8217;) per comprendere a che livello potesse arrivare la sovrapposizione tra le Professioni legali. Senza contare che la funzione &#8220;fidefacente&#8221; che universalmente si riconosce al Notaio e la partecipazione alla formazione di atti, era di fatto contesa (e lo resterà anche dopo la legge del 1875) da altre figure giuridiche (Avvocati e Procuratori <em>in primis</em>).  Un quadro che nell&#8217;immediato sarà complicato dall&#8217;innovazione più discussa e criticata della legge del 1875, che ritenne non necessaria la laurea per l&#8217;esercizio delle funzioni notarili. Non fu solo ragioni di prestigio (la categoria si vedeva rifiutare i crismi del professionismo giuridico) a suscitare proteste e indignazioni. Forte nei Notai fu la preoccupazione (fondata come si vedrà nelle puntate successive) che la mancanza della laurea in giurisprudenza potesse rendere ancora più ibrida la Professione del Notaio e degradarla in termini sociali e politici, aggravando così lo stato di sovrapposizione e concorrenza che il Notariato (già fisiologicamente) subiva rispetto alle altre Professioni Legali (Avvocati <em>in primis</em>). Senza contare il timore dei Notai di una concorrenza al ribasso, ad opera di &#8220;speculatori&#8221; e vari &#8220;trafficoni&#8221; che avrebbero potuto &#8220;improvvisarsi&#8221;. Al momento, non è del tutto chiaro cosa spinse i legislatori del 1875 ad escludere la laurea dal <em>cursus</em> <em>honorum</em> del Notaio (molti Notai erano laureati e molti lo saranno anche dopo): forse pesò la preoccupazione che se i Notai avessero avuto anche funzioni &#8220;legali&#8221;, l&#8217;unita&#8217; giuridica dell&#8217;Italia sarebbe andata in frantumi. Forse (e ciò è più probabile) la legge intese favorire l&#8217;inserimento nel novero notarile di funzionari di ascendenza nobiliare non laureati che in passato avevano rivestito ruoli nell&#8217;amministrazione pubblica (poi emarginati quando la laurea in legge fu imposta per l&#8217;accesso alla Pubblica Amministrazione) e che mantenevano una discreta influenza sociale nella trattazione e mediazione di interessi affini al Notariato.  Una scelta, in fondo, affine alla logica di equilibrio e stabilizzazione sociale e cetuale tra <em>novus ordo</em> e <em>ancième regime</em> che i politici risorgimentali ritenevano il futuro dell&#8217;Italia Unita: una proiezione che si rivelerà tragicamente illusoria, quando dopo il 1880 inizierà una grave crisi economica e sociale sull&#8217;Italia e che solo con il decollo industriale del 1896-98 troverà un primo sbocco: un lungo e faticoso travaglio, di cui risentiranno anche i Notai, come si vedrà nelle puntate prossime.</p>
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		<title>&#8220;Il Diavolo&#8221; di Lev Tolstoj: il sesso come schiavitù</title>
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		<pubDate>Sun, 15 Jan 2012 11:45:51 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.arezzopolitica.it/2012/01/15/il-diavolo-di-lev-tolstoj-il-sesso-come-schiavitu/"><img align="left" hspace="5" width="150" height="150" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2012/01/Lev-Tolstoj-150x150.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="Lev-Tolstoj" title="Lev-Tolstoj" /></a>di Federico Mugnai- “Il Diavolo” di  Lev Tolstoj è un racconto pubblicato nel 1889 in Russia, dove lo scrittore russo affronta uno degli argomenti che nell’ultimo trentennio della sua vita più lo affliggevano: il sesso.  Nel racconto, il protagonista Evgenij, uomo sensibile e perbene, si trova a vivere un’esistenza in cui l’unica forza che non riesce [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-9292" title="Lev-Tolstoj" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2012/01/Lev-Tolstoj.jpg" alt="Lev-Tolstoj" width="458" height="396" />di <strong>Federico Mugnai-</strong> “Il Diavolo” di  Lev Tolstoj è un racconto pubblicato nel 1889 in Russia, dove lo scrittore russo affronta uno degli argomenti che nell’ultimo trentennio della sua vita più lo affliggevano: il sesso.  Nel racconto, il protagonista Evgenij, uomo sensibile e perbene, si trova a vivere un’esistenza in cui l’unica forza che non riesce a controllare è quella sessuale, che lo porta ad avere vari rapporti occasionali con più donne. Il sesso è per Tolstoj qualcosa a cui bisogna obbedire, qualcosa di persuasivo che rapisce e aliena l’individuo, che lo vizia e lo fa divenire schiavo, senza neanche accorgersene. Ad Evgenij capita poi di avere più rapporti con una contadina, di cui in cuor suo si innamora, tale Stepanida. Per fuggire da questa schiavitù Evgenij sotto la pressione della madre e della società, decide di sposare una donna piena di buone intenzioni e attenzioni nei suoi confronti, Liza. Il matrimonio pare per Evgenij, nonostante qualche difficoltà iniziale, un’isola felice dove poter costruire una famiglia e dedicarsi meglio alla sua ditta agricola, lasciando alle spalle il suo passato, la sua vita in cerca della donna che lo potesse salvare da quella grande dissolvenza umana che per Tolstoj è il sesso. In realtà ben presto Evgenij rivedrà la contadina Stepanida e si dovrà trattenere e trovare vie d’uscita per non farsi travolgere dalla passione nei suoi confronti. Evgenij afferma che la Stepanida per lui rappresenta il Diavolo, perché non gli permette di essere razionale, gli fa perdere il controllo di sé, tormenta l’intera sua esistenza con la sua presenza ed avvelena il matrimonio. Di questo turbamento si accorge la premurosa Liza che invano chiede al marito la ragione della sua agitazione e del suo nervosismo. La stabilità psichica  di Evgenij è messa a dura prova e alla fine è costretto a suicidarsi per porre fine ad una vita in cui non era più lui l’artefice, ma si sentiva posseduto da forze estranee e per lui malvagie. Alla fine per Tolstoj, Evgenij ha commesso il grosso errore di sfuggire al vero amore che provava per l’amante contadina, che si era rivelato come un atto di autenticità. Evgenij non era stato degno, perché l’amava e non osava sposarla, dovendo invece obbedire al volere altrui (della madre e della società) , scegliendo per  moglie una donna degna della sua condizione sociale. Tutto ciò ha imprigionato Evgenij in una vita che è morte interiore (e in ciò il racconto si riallaccia alla vita di Ivan Il’ic), dalla quale soltanto la morte fisica o la follia potranno liberarlo. L’Eros non è il Diavolo. Sono gli uomini ad andare incontro al Diavolo,  per convincersi che ciò che non rientri nella normalità sia pericoloso. Allora il Diavolo può diventare l’Eros, trasformarsi in ossessione e in disastro. E’ la disarmonia con il proprio cuore che spinge al desiderio sessuale, sintomo della fragilità, dell’insostenibilità del matrimonio.  Il matrimonio per Tolstoj, se lo si prende alla lettera è un inferno, un infinito moltiplicatore di ipocrisie se si prende alla leggera. La necessità fisiologica del sesso è per Tolstoj uno dei peggiori nemici della dignità e della libertà umana. Tolstoj rivela in questo racconto il suo lato moralistico e pedagogico, ma pone al lettore questioni che spesso con troppa superficialità tralascia o peggio ancora finge di comprendere, senza in realtà capirne la profondità esistenziale che queste nascondono.</p>
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		<title>&#8220;La morte di Ivan Il&#8217;ic&#8221;: la fine , estrema liberazione dal nulla</title>
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		<pubDate>Wed, 11 Jan 2012 12:16:13 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.arezzopolitica.it/2012/01/11/la-morte-di-ivan-ilic-la-fine-come-atto-di-liberta/"><img align="left" hspace="5" width="150" height="150" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2012/01/30505-150x150.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="Lev Tolstoj" title="Lev Tolstoj" /></a>di Federico Mugnai- La morte di Ivan Il’ic”, scritto e pubblicato nel 1886, è un racconto che illumina le coscienze dei lettori per la sua (voluta) crudezza narrativa su un tema quale la morte che angosciò l’immenso Tolstoj dopo la crisi mistica che lo colpì alla metà degli anni 70’ del XIX secolo. Tolstoj si poneva [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-9249" title="Lev Tolstoj" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2012/01/30505.jpg" alt="Lev Tolstoj" width="420" height="378" />di <strong>Federico Mugnai-</strong> La morte di Ivan Il’ic”, scritto e pubblicato nel 1886, è un racconto che illumina le coscienze dei lettori per la sua (voluta) crudezza narrativa su un tema quale la morte che angosciò l’immenso Tolstoj dopo la crisi mistica che lo colpì alla metà degli anni 70’ del XIX secolo. Tolstoj si poneva una domanda comune a tutti: “perché tutto, perché vivere, se poi si muore?”. Tolstoj essendo un grande scrittore ama addentrarsi nelle questioni irrisolte nell’umanità e senza tentare di dare risposte a domande insolubili tenta almeno di affrontare quei temi con schiettezza, trasmettendo al lettore quell’intensità intellettuale che ha origine dai grandi tormenti esistenziali. In “Ivan Il’ic” la morte ha le sembianze più ovvie e normali, eppure leggendo il racconto si ha l’impressione che essa sia qualcosa di sovrumano, una potentissima forza che ti rapisce e che ti strappa alla vita. La malattia, il dolore, le lenzuola, le membra, l’aria pesante nella stanza, i pensieri del moribondo, il fastidio di chi non muore; tutto ciò è presente fin nei minimi particolari nel racconto di Tolstoj, quasi che lo scrittore volesse attrarre il lettore a percepire fisicamente il peso della morte. Anche il lettore in definitiva viene rapito dall’ineluttabile destino che tocca ad Ivan Il’ic e lo stesso moribondo non è altro che il mezzo per porre ognuno di noi da solo dinanzi alla morte. Il fascino della verità che seppellisce l’ipocrisia ci rende più umili e questo è uno dei tanti messaggi criptati del racconto. Alla fine del racconto, dopo aver riflettuto sulla fragilità dell’uomo dinanzi alla morte, ci accorgeremo con nostra sorpresa che per Ivan Il’ic la morte è in realtà vita. Ivan Il’ic non ha mai vissuto, non ha mai trovato la forza di accorgersi della propria vita, perché ciò l’avrebbe messo in contrasto con quell’esistenza ordinaria, “tranquilla e decorosa” che aveva deciso di condurre. Quella di Tolstoj è una condanna per il giudice (e ancor di più perché è giudice e deve decidere il bene e il male delle persone) Ivan Il’ic che si accontenta di un’esistenza oziosa e tranquilla senza aprire gli occhi dinanzi all’orrore che lo circonda, senza tentare di fare nulla per porre rimedio alle ingiustizie del mondo. Quella di Tolstoj è una predica verso la media-alta borghesia che trascurava molti dei grandi problemi sociali, economici e politici che attanagliavano sia la Russia che l’Europa e che nel Novecento sarebbero esplosi in tutta la loro ferocia dando corpo a forze totalitarie che avrebbero arrecato ancora più male, ancora più iniquità, ancora più sofferenze, estremizzando una lotta esistenziale tra classi, nazioni, religioni ed etnie. Se la vita è quindi morte, il momento della morte sarà la vita; un modo per dire che quando si riaprirà gli occhi sarà tardi per rialzarci, per tornare ad essere liberi, per vivere davvero. “Possibile che lei (la morte, Ndr) sia la verità?” si domanda Ivan Il’ic durante la sua malattia. Tutto l’orrore e la paura della morte dilagante nei pensieri e nelle parole di Ivan Il’ic, tutta l’ipocrisia della società e dei familiari che si affannano a compatire il moribondo senza comprenderlo, ma fingendo di stargli vicino, provando repulsione per la malattia e per lui stesso (incredibile come i suoi colleghi accolgano la morte di Ivan Il’ic quasi con gioia, domandandosi chi fra loro prenderà il suo posto in Corte) si esauriscono nell’atto finale, in quella morte che come pensa Ivan Il’ic un attimo prima di spirare “è finita”, capendo all’ultimo che la morte che tanto lo ha ossessionato non esiste affatto per l’uomo, non è lì, è solo una libertà dal vuoto esistenziale che non ha mai acceso la vita, la vera vita fatta di sacrifici, di tormenti, di sofferenze dell’anima e non quell’esistenza “tranquilla e decorosa” che banalizza l’uomo in quanto individuo. Tolstoj con questo racconto ci restituisce l’autenticità della vita, descrivendo la morte non come la retorica “forza del male”, “forza oscura” ma anzi attribuendo ad essa quella limpidezza e purezza che libera l’uomo dalla sua cecità nei confronti della vita.</p>
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		<title>Leonarda Cianciulli, un &#8220;mostro&#8221; della Psichiatria Giudiziaria</title>
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		<pubDate>Mon, 09 Jan 2012 10:59:33 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.arezzopolitica.it/2012/01/09/leonarda-cianciulli-un-mostro-della-psichiatria-giudiziaria/"><img align="left" hspace="5" width="150" height="150" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2012/01/cianciulli-150x150.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="cianciulli" title="cianciulli" /></a>di Giorgio Frabetti- Il caso di Leonarda Cianciulli, passato alla storia come il caso della “Saponificatrice di Correggio”, è segnalato dai giornalisti giudiziari Sanvitale e Mastronardi come un caso giudiziario che diede luogo ad uno dei più discussi e discutibili casi di interferenza della psichiatria giudiziaria in ambito processuale. Nominato perito d’ufficio dalla Procura di Reggio [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-9238" title="cianciulli" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2012/01/cianciulli.jpg" alt="cianciulli" width="411" height="567" />di <strong>Giorgio Frabetti</strong>- Il caso di Leonarda Cianciulli, passato alla storia come il caso della “Saponificatrice di Correggio”, è segnalato dai giornalisti giudiziari Sanvitale e Mastronardi come un caso giudiziario che diede luogo ad uno dei più discussi e discutibili casi di interferenza della psichiatria giudiziaria in ambito processuale. Nominato perito d’ufficio dalla Procura di Reggio Emilia, il Prof. Filippo Saporito (nume tutelare della moderna psichiatria “preventiva” volta al recupero del Paziente)  si applicò al caso per due anni, dal 1941 al 1943. Fu la sua perizia (tesa ad accreditare la totale infermità di mente dell’imputata, ipotesi scartata nella formulazione più radicale sia dalla Procura sia in giudizio), ad aiutare in modo decisivo la strategia difensiva dell’imputata, nei termini che qui di seguito diremo. Leonarda Cianciulli, maritata Pansardi (oscuro e mite funzionario dell&#8217;Ufficio del Registro), tra l’inverno del 1939 e l’autunno del 1940, si rende responsabile (rea confessa) di tre omicidi di innocue signore correggesi, Faustina Setti, Francesca Soavi, Virginia Cacioppo, attratte nella sua trappola da proposte allettanti (chi un nuovo marito, chi un nuovo impiego). In cambio della loro morte, Leonarda si impossessò dei loro averi (talora girandoli, come nel caso dei lucrosi buoni del tesoro della Cacioppo, talora vendendoli). Si sospettò la rapina, quando la girata dei titoli della Cacioppo finirono in mano del povero don Frattini (Economo della Diocesi) per mano del casaro Abelardo Spennabilli (amante e confidente della Cianciulli). Quando però, a seguito delle prime rivelazioni dei testimoni (specie delle domestiche) si inizia a sospettare del figlio di Leonarda, Giuseppe, pesantemente indiziato di aver collaborato con la madre nell’opera di occultamento e probabile distruzione dei cadaveri, Leonarda Cianciulli Pansardi crolla e confessa: non può sopportare l’idea che il figlio, il prediletto figlio, che ben promette a scuola e all’Università, e che ha messo al mondo con tanto sacrificio (dopo svariati aborti e morti di neonati in tenera età) possa essere rovinato così per tutta la vita (rischiando allora anche la pena di morte!). Istriona e ricca di risorse e di talento, a questo punto, Leonarda animerà la più raccapricciante e clamorosa “commedia giudiziaria” (nera) che la storia penale italiana ricordi. Leonarda dichiarò così di aver ammazzato le povere vittime per offrirle in sacrificio umano in cambio della vita dei propri figli, adempiendo ad un ordine della madre morta che le sarebbe apparsa in sogno. Per impedire poi ogni coinvolgimento del figlio nell’occultamento dei cadaveri, dichiarò di aver provveduto da sola alla distruzione delle povere donne morte, facendo con i loro resti sapone, biscotti, candele. Una vicenda incredibile e la cui verosimiglianza fu categoricamente esclusa dalle perizie tecniche svolte sui luoghi e i reperti del delitto, ma che fece breccia nell’opinione pubblica italiana (che nel dopoguerra, caduto il fascismo, tornerà ad interessarsi di cronaca nera) aprendo all’immaginario collettivo l’incredibile figura di una mite casalinga della Bassa Padana, trasformatasi in mostro efferrato, in una specie di Barbablù, pur nelle quiete coltri delle quattro mura domestiche. Tutti racconti che rifluiscono nel memoriale dell’Imputata, che costò l’abnorme prolungamento di quasi due anni delle operazioni peritali: nato come espediente di studio e di analisi dell’imputata, il Memoriale<em> </em>divenne presto un <em>bestseller</em> (<em>Confessioni di un’anima amareggiata</em>), che potè circolare non appena, caduto il fascismo, le maglie della censura sulla stampa poterono aprirsi. Un memoriale che portò il Perito Saporito a sostenere la totale infermità di mente dell’Imputata, ma sulla cui spontaneità furono da subito sollevati molti dubbi. Rileggendo il memoriale a più di 60 anni di distanza, Sanvitale e Mastronardi rivelano, ad esempio, balzi troppo evidenti tra pagine sgrammaticate e dalla scrittura faticosa e pagine molto pulite, elaborate e colte: balzi che rendono verosimile, secondo gli Autori, l’ipotesi di un’interpolazione, probabilmente da parte del personale ausiliario che assistette l’imputata, non escluso su “imbeccata” dei legali dell’imputata stessa. In queste pagine, la Cianciulli ebbe modo di sfogare la sua incredibile e certamente macabra immaginazione, quando descrisse la (poco verosimile) saponificazione dei cadaveri delle vittime, affettando per altro improbabili riferimenti classici e letterari, apparentemente fuori dalla portata di una modesta donna del suo rango. Come quando, per giustificare il movente “propiziatorio” degli omicidi, ricorre ai precedenti dell’<em>Iliade</em> (dove si racconta dei sacrifici umani operati da Teti per salvare il figlio Achille dalla morte in guerra). Il libro di Sanvitale e Mastronardi getta molte ombre sull’opera del Prof. Saporito, facendo balenare l’ipotesi che egli abbia in qualche modo “tralignato” dal ruolo di Perito di Parte prendendo per così dire troppo a cuore il caso dell’Imputata Cianciulli, affrettando il giudizio di “infermità” dell’imputata e con questo condizionando pesantemente il gioco processuale. Pur non avendo seguito ai fini del giudizio dell’imputata (ripreso il processo a fine guerra, la Cianciulli fu riconosciuta colpevole, anche se, per l’obiettiva pericolosità sociale, fu comunque internata come semi-inferma nell’Ospedale giudiziario di Pozzuoli), la Perizia oscurò in modo decisivo i pesanti indizi di cooperazione ai delitti e all’occultamento di cadavere del figlio della Cianciulli, Giuseppe. Riconosciuta la semi-infermità della madre, la posizione processuale del figlio fu annacquata e trascurata:  che rilievo avrebbero potuto assumere gli atti compiuti da un figlio per collaborare con una madre che sarà pure stata assassina, ma era comunque mentalmente disturbata? Nessuno, dato che avrebbe dovuto intendersi penalmente indifferente la condotta di chi asseconda un pazzo. In effetti, Giuseppe fu prosciolto: prima in forma dubitativa e poi (in appello) con formula piena. Un indubbio risultato processuale del Collegio di Difesa della Cianciulli, reso possibile proprio dalla perizia Saporito, che, per l’autorevolezza del suo estensore, fu comunque tenuta in massimo conto. Sanvitale e Mastronardi, quindi, tendono a ravvisare nel caso di Leonarda Cianciulli un paradossale “mostro” della Psichiatria Giudiziaria. Fu lo zelo e la passione profusa dallo Psichiata per un caso tanto unico e raro? Fu la tendenza del Clinico “teorico” ad innamorarsi delle proprie formule e diagnosi? Non si sa: si sa solo che fu grazie a Saporito che , volente o nolente, Leonarda Cianciulli è ricordata (a dispetto della realtà dei dati processuali) come la “Saponificatrice di Correggio”.</p>
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		<title>Commissario Maigret e gentile Signora: Simenon e le donne</title>
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		<pubDate>Sun, 01 Jan 2012 23:59:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Frabetti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.arezzopolitica.it/2012/01/02/commissario-maigret-e-gentile-signora-simenon-e-le-donne/"><img align="left" hspace="5" width="150" height="150" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2011/12/simenon-150x150.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="9958337" title="9958337" /></a>Redazione- Paciccona e rassicurante, la Sig.ra Maigret cui la Tv italiana ci ha abituato negli anni d&#8217;oro della Tv portava la maschera piacente e simpatica dell&#8217;anziana Andreina Pagnani, non del tutto a suo agio per un ruolo che l&#8217;ha confermata nella popolarità al tramonto della sua gloriosa carriera di attrice di prosa (morirà nel 1981): [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignleft size-full wp-image-9180" title="9958337" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2011/12/simenon.jpg" alt="9958337" width="450" height="300" />Redazione- Paciccona e rassicurante, la Sig.ra Maigret cui la Tv italiana ci ha abituato negli anni d&#8217;oro della Tv portava la maschera piacente e simpatica dell&#8217;anziana Andreina Pagnani, non del tutto a suo agio per un ruolo che l&#8217;ha confermata nella popolarità al tramonto della sua gloriosa carriera di attrice di prosa (morirà nel 1981): una specie di moglie-mamma, tutta dedita a &#8220;coccolare&#8221; il suo Commissario Maigret, come fosse un figlio, perennemente addolorata per non essere riuscita a diventare mamma. Nel suo bell&#8217;articolo uscito per L&#8217;Occidentale il 22 novembre 2009, Gabriele Protomastro ci ripropone un brillante confronto tra la vita familiare del personaggio certamente più celebre consegnato da Simenon all&#8217;eternità della letteratura e la vita familiare dello Scrittore, tutta luci (poche) e ombre (molte). A conferma di quanto sia discutibile l&#8217;assunto che l&#8217;arte imita la vita</strong>- La vita familiare e matrimoniale di Simenon certamente non si rivelò felice. Fin dall’infanzia, la famiglia d’origine gli riservò una precoce consapevolezza della complessità dei rapporti tra marito e moglie e della possibile sofferenza nelle relazioni tra genitori e figli. La madre mal sopportava il marito; lo disprezzava al punto da farne oggetto di derisione ed umiliazione persino davanti ai figli. Egli stesso, che oltre a nutrire grande affetto per il padre, amava condividere con lui momenti di grande complicità e sintonia (straordinarie sono le pagine in cui ci descrive le sue sensazioni allorquando, in una piovosa e plumbea domenica pomeriggio, fuma con lui la pipa nella cucina silenziosa e a luci spente), aveva, invece, con la madre un rapporto tormentato. Ella gli rinfacciava di essere uno scrittore fallito e gli rimproverava finanche di non essere morto in vece dell’adorato primogenito. Solo negli ultimi istanti della vita della ormai vecchia genitrice (<em>Lettre à ma mère</em>), Simenon riesce ad elaborare tutta la sua profonda amarezza per non essere riuscito mai a conoscere veramente la cara mammina e a parlarle in modo profondo e sincero.  I suoi due matrimoni fallirono inesorabilmente e con i figli non riuscì mai a coltivare percorsi di genuina condivisione ed autentica complicità. La difficoltà dei rapporti coltivati con la figlia adorata (tormentata anche a causa dei singolari comportamenti che il padre intratteneva con le donne), condusse quest’ultima al suicidio, dopo anni di inenarrabili sofferenze trascorsi tra ospedali e cliniche psichiatriche. Egli, quindi, conosceva perfettamente la capacità di riuscire a sopravvivere schiacciato dagli insopportabili confini dell’incomunicabilità e dell’incomprensione, nonché quanto difficile fosse liberarsi dai vincoli dell’astio e del rancore. Sapeva come fosse impossibile abbandonare proprio quei comportamenti errati assunti per abitudine o per cattivo esempio. Simenon era conscio di come un tentativo di cambiamento o il cosiddetto “salto nel buio” potesse, infine,  condurre al dramma o, addirittura, alla tragedia. Egli sapeva orientarsi agevolmente e con disinvoltura nei labirinti della mente umana, ne conosceva la assoluta incapacità di riuscire ad esprimere stati d’animo e sentimenti e sapeva rappresentare l’estrema drammaticità di tale condizione; egli era consapevole dell’impossibilità, da parte di taluni, di cogliere l’intima essenza dei rapporti familiari, impossibilità che si traduceva in un’assoluta inabilità a condurre una vita serena e tranquilla all’interno delle mura domestiche. Simenon ha conosciuto e narrato esistenze fatte di odio, di rancori mai sopiti e di affetto mai espresso, se non in maniera goffa e maldestra. Nei romanzi in cui compare come protagonista il Commissario Maigret, Simenon, tuttavia, sembra descrivere un rapporto matrimoniale perfetto. Il romanziere è incline a rappresentare un esempio di moglie assolutamente dedita al marito; casalinga dalle doti innate, cuoca superba, dotata di pazienza infinita, premurosa, previdente al punto da renderla al lettore quasi insopportabile. Il Commissario e la moglie condividono molto e la loro vita coniugale è scandita da riti e consuetudini collaudatissimi: la colazione, il pranzo e la cena costituiscono eventi quasi “sacrali”. La  preparazione dei piatti da parte della donna non è mai improvvisata; il menu è vario, mai ripetitivo. Louise è ossessionata dal fatto che al marito possa non piacere qualche sua pietanza: anche una semplice “cena fredda” a base di prosciutto e formaggio viene preparata ed offerta come si farebbe per il più raffinato dei gourmet. Ogni giovedì i coniugi Maigret si recano a cena a casa dei Pardon o ricevono gli stessi nell’appartamento di Boulevard Richard Lenoir; spesso si recano al cinema, talvolta cenano serenamente al ristorante. Le vacanze le trascorrono nella casetta nelle campagne della Loira, dove la signora Maigret, tra l’altro, provvede a cucinare in vario modo le grosse trote pescate dal marito nel vicino torrente. La moglie del Commissario, sempre accanto al marito anche nel corso delle sue inchieste, è disposta ad attenderlo (a volte inutilmente) fino ad orari impossibili, con il pranzo e la cena sempre in caldo;  è pronta ad ascoltarlo (spesso muta per non innervosirlo) e talvolta diventa finanche inconsapevole protagonista delle sue indagini (<em>L’amoureux de madame Maigret</em>) assumendo anch’ella il ruolo di detective. Ciononostante Simenon non ha voluto regalare a Louise e Jules un matrimonio completamente felice. Lo scrittore li ha privati del figlio tanto desiderato; non ha quindi inteso narrarci, quasi per il pudore di non riuscire a descrivere una famiglia perfetta, quali sentimenti, una coppia così affiatata, fosse capace di trasmettere ad un figlio. La signora Maigret non si è mai arresa alla circostanza di non essere madre; non è mai riuscita a superare quella triste e angosciante solitudine in cui la mancanza di un figlio l’aveva precipitata. L’assenza di questo evento tanto atteso, pian piano ed inevitabilmente, rovina il rapporto con l’adorato marito; il suo buonumore nel corso degli anni va spegnendosi ed i silenzi (i Maigret tra di loro non parlano mai di questo argomento) si rivelano spesso insopportabili. Il suo entusiasmo si riaccende solo allorquando (<em>Un Noel de Maigret</em>) ella pensa di intravvedere la possibilità di tenere con sé una bambina della quale il marito si è interessato, con commovente disponibilità, nel corso di una delle sue inchieste; ripiomberà drammaticamente nel dolore quando il suo sogno si trasformerà in un’inutile illusione (&lt;&lt;…E la bambina?&#8230;&gt;&gt;&lt;&lt; Starà bene!&gt;&gt;). Nel romanzo<em>Le chat</em>, Emile e Marguerite appaiono legati solo da antichi rancori mai metabolizzati; ciononostante sono assolutamente incapaci di separarsi. La loro vita è completamente svuotata ed essi sono riusciti a trasformarla in una lenta ed implacabile agonia: non si rivolgono la parola, non condividono nulla e comunicano solo attraverso bigliettini, sui quali scrivono sterili ed aridi pensieri, illudendosi che la sola convivenza, sia pur difficilmente sopportabile, possa reciprocamente aiutarli a tollerare il peso di un mondo che, attorno a loro, va sfaldandosi sempre più. Essi sono angosciati da preoccupazioni inconsistenti, ossessionati da problemi miseri: hanno trasformato la loro vita in un’inutile attesa della morte. La scomparsa di un gatto sconvolgerà viepiù la loro squallida esistenza, portandoli, inevitabilmente, alla tragedia finale. La vita apparentemente tranquilla di una famiglia di ricchi possidenti di provincia  (<em>Les soeurs Lacroix</em>) maschera una sordida doppia vita, caratterizzata da un feroce odio reciproco, da una insuperabile mancanza di rispetto e da pregiudizi invincibili ed assurdi. Anche in questo romanzo i componenti della famiglia Vernes convivono con la angosciante sensazione della tragedia imminente; anche qui Emanuele e Matilde coltivano un rapporto matrimoniale fatto di nulla e colmo di vecchi rancori e livori mai superati. Non si parlano, condividono solo l’unica camera da letto, in cui, peraltro, dormono separati, e dove una sera, dopo aver spento la luce, Emanuele “scarica” sulla moglie tutto il suo disprezzo; la accusa del fallimento del matrimonio, le addebita la responsabilità di un rapporto disastroso con la figlia Genoveffa, le attribuisce la capacità di ispirarsi solo a sentimenti di odio, le rimprovera di essere unita alla sorella solo dalla comune cattiveria. Come può un uomo, dotato di una così raffinata sensibilità da essere riuscito a comprendere gli oscuri meccanismi della mente e dell’animo umano, e di un talento letterario tale da consentirgli di rappresentarne con inaudita semplicità le relative elaborazioni più profonde e sofisticate, essere invece del tutto restio a narrare la felicità? Forse perché troppo forte e dominante era in lui la consapevolezza che nulla è più devastante ed inesorabilmente fragile delle relazioni umane.</p>
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		<title>Orsi e Tori, la Leggenda della Borsa: Tredicesima parte- Come rischiare in Borsa e vivere felici</title>
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		<pubDate>Sat, 24 Dec 2011 00:47:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Frabetti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.arezzopolitica.it/2011/12/24/orsi-e-tori-la-leggenda-della-borsa-tredicesima-parte-come-rischiare-in-borsa-e-vivere-felici/"><img align="left" hspace="5" width="150" height="150" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2011/12/borsa-valori_21-3031-150x150.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="borsa-valori_21-3031" title="borsa-valori_21-3031" /></a>di Giorgio Frabetti- Ma qual è la ricetta del successo in Borsa? Conquistare la formula del successo in Borsa è come conquistare la formula della Pietra filosofale, è come l’Araba Fenice del successo e dell’opulenza cui tutti aspirano, anche se non sanno esattamente come e perché. A suggello di queste 13 puntate dedicate alla Borsa, e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-9108" title="borsa-valori_21-3031" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2011/12/borsa-valori_21-3031.jpg" alt="borsa-valori_21-3031" width="438" height="319" />di <strong>Giorgio Frabetti</strong>- Ma qual è la ricetta del successo in Borsa? Conquistare la formula del successo in Borsa è come conquistare la formula della Pietra filosofale, è come l’Araba Fenice del successo e dell’opulenza cui tutti aspirano, anche se non sanno esattamente come e perché. A suggello di queste 13 puntate dedicate alla Borsa, e con <strong>l’avvertimento di non volere e non potere fare in queste pagine vera e propria consulenza finanziaria</strong>, possiamo ripercorrere brevemente insieme le argute osservazioni con cui Giancarlo Galli chiosa le ultime pagine della sua affascinante opera <em>La fabbrica dei soldi</em>. In primis, ci avverte Galli, gli investitori in Borsa sono di tre tipi: c’è l’<em>Investitor</em>, ovvero chi compra con la prospettiva di un risultato a lunga scadenza (dividendi o <em>capital gain</em>), con un atteggiamento di partecipazione all’andamento delle imprese; c’è lo <em>Speculator</em>, che assume alti rischi nella prospettiva di alti guadagni e il cui interesse all’andamento delle imprese è strettamente legato alla <em>performance</em> della fluttuazione dei corsi (più alta è, meglio è); infine c’è il <em>Trader</em>, che considera i certificati azionari essenzialmente come carte da gioco, con un tempo di azione e di manovra brevissimo, teso a speculare sulle minime fluttuazioni della medesima giornata borsistica (sono i tipi “Panino e listini”). Ogni grande personaggio della Borsa è uno di questi tipi, o diversi, o tutti insieme. E così anche l’investitore comune, il Sig. Rossi che intendesse recarsi presso la sua Banca, la sua SIM per “tentare la fortuna”. Poste queste premesse, si possono, secondo Galli, tracciare alcune brevi linee di strategia: se si punta al <em>capital gain</em>, è più opportuno investire in azioni; se si punta al rendimento, è più opportuno investire in obbligazioni. Se si opta per l’investimento in azioni, destinare a questo solo il capitale che si ritiene non utilizzare a tempo indeterminato. Se viceversa, sulle proprie casse incombono esigenze liquide a più breve scadenza (es. devo ristrutturare casa etc.), è meglio orientarsi su un BOT a scadenza fissa (3 mesi, ad esempio). In ogni caso, dato per scontato e inevitabile l’affidamento ad Intermediari (Banche, SIM, Fondi di Investimento) controllare attentamente i prospetti informativi e nutrire massima diffidenza per i prodotti dai rendimenti insolitamente alti, che spesso celano notevoli insidie da ponderare con la massima attenzione. In queste circostante, i principali rischi nell’investimento sono legati al “rischio cambio” e al “rischio Paese”: ovvero alle variazioni di valore che una transazione rischia di subire con il passaggio da una moneta all’altra (Euro-dollaro, ad esempio), ovvero ai fattori di instabilità politica degli Stati (ieri per lo più Asiatici e SudAmericani, oggi anche Europei: vedi Grecia). Ma il sogno di tutti coloro che giocano in Borsa è uno solo: acquistare ai “minimi” e compare ai “massimi”. Quando questa felice congiuntura può realizzarsi? Non si sa, ed è questo uno degli imponderabili che fa della Borsa una grande <em>roulette</em> russa, una grande alchimia, basata, in fondo, su una strutturale asimmetria tra previsioni e aspettative di venditori e acquirenti (che rende inevitabile quella che volgarmente si dice “speculazione”). Un aspetto su cui ci porta a fare memoria Antonio Martino, già Ministro dei Governi Berlusconi: “La Borsa può operare correttamente, solo in presenza di una difformità di valutazione. L’acquirente è convinto che il prezzo del titolo sia destinato ad aumentare, il venditore che sia destinato a diminuire … I repentini mutamenti dei corsi dei titoli azionari sono sempre il risultato di una diffusa concordanza degli operatori di Borsa: se tutti credono che la quotazione di un titolo sia destinata a salire, tutti cercano di comprare e il corso aumenta improvvisamente; se, invece, tutti credono che debba diminuire, tutti cercano di vendere e il corso crolla”. Ecco perché in Borsa i cicli del “Toro” (rialzo) e dell’Orso (ribasso) sono inevitabili e in fondo alimentano lo stesso gioco della liquidità. Per rendersi conto del livello di ciclicità del corso dei titoli in Borsa basterà fare un semplice esempio. In un’offerta pubblica di vendita, il Sig. Bianchi sottoscrive 1.000 azioni cadauna per un totale di 1.000.000 di vecchie lire (senza pagare provvigioni, chè queste le vera direttamente l’emittente). Dopo qualche tempo, il titolo arriva a 1.200 lire e il Sig. Bianchi decide di vendere con un guadagno lordo (scontata l’imposta “vecchia” del 12,5%) di 200.000 di vecchie lire. Togliendo imposte (vecchia aliquota, Commissioni) dovrebbe aver realizzato un guadagno netto di 145.000 lire: in pratica un ritorno del 14,5% sul capitale, in poco tempo. Sul quadrante delle ordinazioni telematiche, l’ordine di vendita del Sig. Bianchi ha incrociato l’ordine di acquisto del Sig. Rossi il quale acquista le stesse azioni a 1.230 (pagherà in questo caso 1.000.000+30.000 di Commissioni alla Banca). Intanto il titolo va a gonfie vele, gli Amministratori della Società quotata rilasciano dichiarazioni ottimistiche sulle continue prospettive di crescita della Società. Confortato dal possesso di un titolo destinato al rialzo, il Sig. Rossi vende e incrocia l’ordine di acquisto del Sig. Neri, attratto dalle stesse ottimistiche prospettive. A questo punto le azioni valgono 1.500 l’una e il Sig. Neri arriva così a sborsare 1.500.000 di capitale + 30.000 di Commissioni. Rossi uscito di scena calcola: costo reale delle azioni 1.230.000, incasso 1.500.000, da cui detrarre il 12,5% di imposta e le commissioni, per un residuo importo di 1.402.500, ovvero di 202.500, pari al 17%. Un discreto guadagno. Nel frattempo, sul titolo si è abbattuta la stagione dell’Orso. Preso dal panico e su consiglio della consorte, il Sig. Neri accetta un ordine di acquisto della Banca di 800 lire per azione, che lo porta ad incassare 800.000, che, detratte ritenute e commissioni, arriva a 760.000: una perdita. Una bella lotteria, non c’è che dire, dove gli unici a guadagnarci sempre sono il Fisco e gli Intermediari. Ma come accorgersi che è in atto la stagione del Toro (e conviene vendere) ed è in atto la stagione dell’Orso (e conviene acquistare)? Non esistono leggi univoche, ma alcune indicazioni, secondo Galli, si possono offrire. E’ fin troppo ovvio e scontato consigliare di investire in azioni o obbligazioni Società che presentano utili costanti e prospettive di crescita (anche se i casi <em>Parmalat</em> e <em>Cirio</em> insegnano che non è tutto oro quello che luccica …). Ma l’investimento azionario può trovare una sua speciale rimuneratività, quando l’azienda attraversa momenti delicati, di maggiore rischio. Così ad esempio fu per l’Olivetti, dopo l’uscita di scena di De Benedetti; o della Pirelli, dopo il fallimento della scalata della tedesca Continental) o della Montedison, (dopo il crac di Roul Gardini). Una spia delle possibilità di ripresa (e di rendimento) è dato dal comportamento delle Banche, le quali, in questi casi, tendono a soddisfare i loro crediti, imbottendosi di azioni delle società e verosimilmente saranno portate a lavorare al rialzo. Ma questo ci deve ammonire alla massima prudenza ed umiltà: perché i rialzi possono essere gonfiati ad arte, per creare “valore aggiunto” in modo artificioso, così come per le Banche creditrici, così per le stesse Aziende emittenti le azioni (le quali possono sfruttare la leva dell’acquisto di azioni proprie per accorciare l’accesso al credito: pratica seguita frequentissimamente dalla FIAT di Giovanni Agnelli). Ma soprattutto Galli raccomanda ai neofiti della Borsa la massima umiltà. Non è obbligatorio rischiare i propri capitali in questo modo, anche spenderli è un’ottima e meritevole attività: “Chi accertasse la propria ‘inidoneità’, non se ne faccia un cruccio … L’incapacità di maneggiare denaro non è una colpa, né un <em>handicapp</em> esistenziale; può diventarlo se si pretende si sfidare i propri limiti, succubi dell’invidia per le prodezze di quello della porta accanto”. Consigli che certamente sono il miglior viatico per chiunque fosse stato sfiorato dalla tentazione della Borsa per farsi ricco. Anche senza sfidare la fortuna, si può vivere benissimo, felici e contenti.</p>
<p><strong>(Fine)</strong></p>
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		<title>&#8220;Anna Karénina&#8221;, ovvero il tormento esistenziale di Tolstoj</title>
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		<pubDate>Thu, 22 Dec 2011 13:37:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mugnai</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.arezzopolitica.it/2011/12/22/anna-karenina-ovvero-il-tormento-esistenziale-di-tolstoj/"><img align="left" hspace="5" width="150" height="150" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2011/12/anna-karenina-150x150.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="anna karenina" title="anna karenina" /></a>di Federico Mugnai- “Anna Karenina” di Lev Tolstoj è molto più della vicenda umana di una giovane donna, bella, affascinante e allo stesso tempo fragile dal punto di vista morale e psicologico. Il romanzo infatti affronta molti degli argomenti che negli anni 70 del XIX secolo (anni in cui fu scritto e pubblicato il libro) affliggevano [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-9087" title="anna karenina" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2011/12/anna-karenina.jpg" alt="anna karenina" width="372" height="445" />di <strong>Federico Mugnai-</strong> “Anna Karenina” di Lev Tolstoj è molto più della vicenda umana di una giovane donna, bella, affascinante e allo stesso tempo fragile dal punto di vista morale e psicologico. Il romanzo infatti affronta molti degli argomenti che negli anni 70 del XIX secolo (anni in cui fu scritto e pubblicato il libro) affliggevano Tolstoj facendo emergere in lui quel lato moralistico e mistico che finirà per sconvolgere la sua vita non solo letteraria, ma anche umana. Anna Karenina in tutto il romanzo oltre ad essere la figura centrale è anche l’anello debole di questa immensa opera di Tolstoj. Anna vive della sua luce esteriore, della sua passione travolgente e spregiudicata, ma finisce per essere travolta dagli eventi, schiacciata dall’ipocrisia della società che non le perdona l’adulterio nei confronti del marito, perduta nel suo amore idilliaco e un po’ ingenuo per il suo amante Vronskij che con il passare del tempo diverrà un’ossessione e quasi una prigione da cui liberarsi. Il suicidio finale di Anna è l’atto sciagurato di una donna oramai incapace di farsi carico del peso di quell’amore così travolgente e tormentato da trasformarsi in quell’incubo da scacciare via, da demolire per ritrovare almeno nella morte l’armonia e la pace dell’anima persa. La storia di Anna, è la vita di una comune donna del XIX secolo, costretta da giovane a sposarsi con un alto funzionario, Aleksej Aleksandrovic  di 20 anni più grande di lei con cui avrà un figlio, Sereza. Anna non si domanda se ama o meno il marito, ma quasi come rispettando un cerimoniale continua a vivere un’esistenza opaca, ma tutto sommato tranquilla e serena, finchè alla stazione di Mosca incontra un giovane ufficiale di bella presenza, di cui si innamora follemente. La passione per Vronskij è un potentissimo riflettore sulla vita di Anna e lei stessa infatti sente germogliare all’interno della sua anima un’energia nuova che l’avvolge e che le apre gli occhi sulla realtà circostante. Si rende conto solo adesso dei difetti fisici e comportamentali di suo marito, perché solo adesso lo guarda con senso critico. Non si accontenta Anna di una relazione clandestina, perché lei stessa è una donna dalla straordinaria femminilità, una creatura piena, orgogliosa dei suoi sentimenti. Anna dona a Vronskij l’intera sua vita e questa è “la colpa” che la porterà a gettarsi sotto un treno merci. La sua relazione che ha deciso di non tenere nascosta, scandalizza l’ipocrita società che non accetta la sua sfida alle convenzioni sociali. Mentre Anna soffre, Vronskij si concede il lusso di frequentare quella società, quegli ambienti perbenisti e allo stesso tempo corrotti in cui l’amante di Anna, uomo vanitoso e di scarso intelletto, è uno dei protagonisti.</p>
<p>Una vicenda parallela che si sviluppa secondo linee apparentemente indipendenti, è quella del fidanzamento e del matrimonio di Levin con la principessa Kitty. Levin, uomo in cui Tolstoj pare ritrarre se stesso, ha grandi ideali morali e una coscienza che non gli dà requie. Se Vronskij vive per soddisfare i suoi impulsi, Levin vive per comprendere il mondo, che lo circonda, aspirando a quegli ideali religiosi che in quell’epoca Tolstoj stava maturando. Vronskij rappresenta la pancia del popolo, Levin  la mente critica. Alla fine come ha ben osservato Valdimir Nabokov, se vogliamo davvero trovare un messaggio morale che Tolstoj trasmette ai suoi lettori, lo dobbiamo rintracciare nel confronto tra le due coppie protagoniste del romanzo: Vronskij-Anna e Levin-Kitty. Scrive Nabokov: “il matrimonio di Levin si fonda su una concezione metafisica, e non soltanto fisica, dell’amore, sulla disponibilità al sacrificio, sul rispetto reciproco. L’unione tra Anna e Vronskij si fonda soltanto sull’amore carnale, ed è qui la condanna.” L’amore secondo Tolstoj non può essere quindi soltanto carnale, perché così è egoistico e quindi distruttivo, spiritualmente sterile. Dall’altra parte la coppia Kitty-Levin fondano il proprio amore sui principi cristiani e quindi risulta tutto più equilibrato, armonioso, rispettoso dei doveri familiari, della responsabilità unita alla sensualità. Il romanzo tolstojano e&#8217; la quintessenza del secolo XIX e delle sue contraddizioni: la sacralita&#8217; (convenzionale) della famiglia legittima (Aleksej), il culto romantico dell&#8217;amore travolgente (Anna), l&#8217;incipiente fiacchezza morale che si affaccia col tardo romanticismo degli anni &#8216;60 e preannuncia il decadentismo (Vronskij), la passione filantropico-educativa (Kitty-Levin).</p>
<p> Attorno a tutto ciò trovano ampio spazio nel romanzo i problemi sociali e politici della Russia della fine del XIX secolo con il dibattito sui contadini, sulla loro importanza all’interno della società, il duro confronto sull’utilità o meno dell’imminente guerra contro i turchi e a sostegno del popolo serbo. In tutto il romanzo inoltre si percepisce la tormentosa questione dell’esistenza di Dio, del rapporto tra ragione e fede, del mistero della vita che trova una sua conclusione nello straordinario monologo finale dello stesso Levin: “non capirò mai con la ragione perché prego e continuerò a pregare, ma la mia vita adesso, tutta la mia vita, indipendentemente da tutto quel che può succedermi, in ogni suo istante non solo non è priva di senso come prima, ma ha un sicuro significato per il bene che ho il potere di infondervi.”Se Anna rappresenta l’anima ribelle e impulsiva della società, Levin si staglia come il personaggio che può salvare il mondo dalla perdizione attraverso quell’amore mistico che sa respingere i desideri e che aspira alla verità. La fine di Anna in realtà è solo l’ombra che riflette una luce di speranza.</p>
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		<title>Orsi e Tori, La leggenda della Borsa: dodicesima parte- Mai più crack in Borsa?</title>
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		<pubDate>Sat, 17 Dec 2011 00:42:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Frabetti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.arezzopolitica.it/2011/12/17/orsi-e-tori-la-leggenda-della-borsa-undicesima-parte-mai-piu-crack-in-borsa/"><img align="left" hspace="5" width="150" height="150" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2011/12/rubinetto_soldi1-150x150.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="rubinetto_soldi" title="rubinetto_soldi" /></a>di Giorgio Frabetti- E’ un’utopia pretendere una Borsa senza crack? Stando all’opinione di Giancarlo Galli, espressa nella sua Fabbrica dei Soldi pare proprio di si. “I mercati finanziari sono per natura e per definizione dei campi minati e … la Borsa resta tutt’ora un casino: elegante, rispettabile, certamente, ma sempre un luogo in cui domina l’azzardo, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-9061" title="rubinetto_soldi" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2011/12/rubinetto_soldi1.jpg" alt="rubinetto_soldi" width="461" height="296" />di <strong>Giorgio Frabetti</strong>- E’ un’utopia pretendere una Borsa senza <em>crack</em>? Stando all’opinione di Giancarlo Galli, espressa nella sua <em>Fabbrica dei Soldi</em> pare proprio di si. “I mercati finanziari sono per natura e per definizione dei campi minati e … la Borsa resta tutt’ora un casino: elegante, rispettabile, certamente, ma sempre un luogo in cui domina l’azzardo, dove alle serie positive seguono immancabilmente quelle negative”. Parole scritte nel 1999-2000, ma profetiche, come ognuno può ben avvedersi. Del resto, in queste puntate abbiamo scorso, a mò di esempio, la vicenda dei tulipani olandesi, le scorribande dei Rotschild, gli azzardi di Kruger e, complice Galli, abbiamo data ampia esemplificazione delle tecniche e delle strategie al limite del baro, imbastite dai “maghi” della finanza. Rischio inevitabile? Sì, per Luigi Davide Spaventa, già Patron di Palazzo Mezzanotte al momento dell’uscita del libro di Galli: “Chi vuol far soldi sui mercato ha da assumersi consapevolmente i rischi. L’importante, oltre la demonizzazione e i facili moralismi, è che tutti possano giocare con gli stessi dadi, non truccati”. Ma in agguato resta sempre l’ombra, l’incognita del <em>crack</em>: “I cicli economici e finanziari non sono scomparsi, né con il tocco di bacchetta magica che porta il nome di ‘globalizzazione’, né con i modelli algebrici più sofisticati”, chiosa Galli, a contrappunto delle composte parole di Spaventa. Non ci sono ricette miracolose contro i crack: l’unica cosa che si può fare, ci spiega Galli, è volgersi alla storia per vedere come in passato sono andate le cose, per comprendere se esiste un realistico livello di “immunizzazione” dai rischi della Borsa. Innanzitutto, dice Giancarlo Galli, sfatiamo il mito che i cicli economici siano legati all’economia “immateriale” che favorisce gli “speculatori” dei terminali, novelli mostri che congiurano contro il risparmiatore: la società agricola del XIX Secolo ha conosciuto cicli molto più frequenti e molto più violenti. Veri e propri <em>crack</em>, infatti, si sono registrati nel 1825, 1836, 1857, 1866, 1873, 1882, 1893, 1900, 1907. Crisi “strutturale”, non legata a contingenze speculative eccezionali (come i tulipani olandesi, tanto per intenderci), che, sull’onda di ribassi improvvisi, hanno causato il fallimento a catena di Banche. Crisi tipiche di tempi in cui l’attività bancaria e la raccolta del risparmio erano molto precarie, in cui – per dirla con Giancarlo Galli- “il pagamento in contanti era la regola, e il conto corrente l’eccezione con in aggiunta l’abitudine (tutta contadina) della tesaurizzazione: l’oro e le banconote nel materasso”. Parzialmente diversa la causa del <em>crack</em> del 1929 e del 2008. In queste circostanze, dice Giancarlo Galli, a favorire la bolla speculativa sono stati almeno due fattori: un diffuso benessere, caratterizzato da una notevole disponibilità di denaro che è ‘alla ricerca del migliore impiego’; e prospettive razionali o irrazionali”. Già, le prospettive: prospettive di progresso e di ricchezza infinita, che non erano certe e assolute né nel 1929, né nel 2008 (come, in questo caso, ebbe ad ammonire profetico l’Ex-Ministro Giulio Tremonti nel suo ‘pamphlet’ <em>La paura e la speranza</em>). Nel 1929, l’Europa e il mondo crollarono sotto il macigno del “sogno americano” edificato allora, come ora, sul Debito, a sua volta alimentato da due fondamentali leve: le prospettive interne di benessere e il ruolo (assunto dagli USA fin dal 1914-15 verso l’Intesa) di “prestatore di ultima istanza” dei mezzi finanziari per sostenere il conflitto contro gli Imperi Centrali. Posizione che diede agli USA una centralità internazionale, di arbitro degli scambi, sulla scia dall’euforia della vittoria e del grande rilievo internazionale assunto, e sulle speranze di un nuovo ordine mondiale prospero e democratico. Crisi per certi versi speculari, quelle del 1929 e del 2008, che in fondo, come dice Giancarlo Galli, rappresentano “punti più alti dei cicli economici”, ovvero due fasi speculari dello sviluppo della Ns. società ed economia capitalista: il 1929 rappresenta la crisi del periodo iniziale, entusiasta e pasticcione; quella del 2008 rappresenta la crisi della fase non dico terminale, ma comunque avanzata e autunnale di un’economia capitalistica, che, dopo i grandi segni di vitalità e di iniziativa degli anni 50-60, via via ha inaridito le sue fonti e le sue energie in un generalizzato declino generazionale, in un’economia trascinata sì dai consumi, ma in cui il manifatturiero cede fatalmente il passo ai servizi e inaridisce i propri “fondamentali” dello sviluppo economico (trovandosi così più esposta di altri tempi a crisi e tracolli). Ma la storia ha insegnato qualcosa? Ha immunizzato dalle crisi? In occasione delle tempeste valutarie del 1998 (successive alla crisi del Sud-Est Asiatico e concomitanti con il <em>default</em> russo), Giancarlo Galli notava: “Fondo monetario, Banche Centrali, <em>Top Banking </em>privato, anziché azzannarsi, sono entrati compatti sulla scena. Il capitalismo non poteva perdere, pena l’autodistruzione”. Certo, di strada ne è stata fatta. Quando nel 1971, venne decisa l’inconvertibilità in oro del dollaro (e sulla sua scia delle altre monete mondiali), fu compiuto un passo molto importante nella stabilizzazione monetaria del pianeta: si pose fine alla mentalità arcaica che vedeva l’oro in qualche modo in concorrenza con la moneta, ostacolando così <em>a priori</em> ogni forma di impiego di ricchezza che non passasse per la moneta e per le banche e che evidentemente inaridiva e depauperava la risorsa prima di un’economia capitalistica matura, la liquidità. Complice poi l’imponente sviluppo economico occidentale, è stato possibile creare e valorizzare istituzioni internazionali di <em>governance</em> dei capitali come il <em>Fondo Monetario Internazionale</em> (FMI) che, almeno nella crisi russa e del Sud-Est asiatico un ruolo di stabilizzazione lo hanno giocato, impedendo che <em>crack</em> locali potessero generare, complici le interdipendenze e le cointeressenze globali, un’infezione in tutto il mondo (anche se il loro operato è stato molto messo in discussione in realtà come l’Argentina). Con la globalizzazione, una certa idea di “governo mondiale” della Finanza è cresciuta e ciò, almeno fino al 2008, ha costituito un’importante rete di sicurezza: il fatto solo che, per preservare la stabilità valutaria di un continente economicamente integrato come l’Europa, sia stata decisa l’istituzione di una moneta unica, decapitando “dalla sera alla mattina” le varie e gloriose monete nazionali, è il segno di quanto ormai può la finanza nell’universo politico mondiale. Ma cos’è che crea tanta interdipendenza mondiale? Mica tutti in Europa si sono scoperti Rockfeller, o Brusadelli da aver bisogno di speculare continuamente in Borsa. Il fatto è che, secondo Giancarlo Galli, in Europa (ma anche in minore parte in USA), il progressivo invecchiamento della popolazione rende tutti i cittadini azionisti di questa grande fabbrica che si chiama finanza, che si chiama Borsa. Sì, perché, finita l’illusione di un <em>Welfare</em> costoso e performante alimentato dal <em>deficit spending</em> di keynesiana memoria (pagato a prezzo di ingenti imposte sui redditi e a prezzo di pesante inflazione), l’alternativa per finanziare questa colossale “baracca” che si chiama Welfare fu rinvenuta proprio nel risparmio borsistico: almeno negli anni ’90, si tentò la “quadratura del cerchio”: meno Stato, uguale Welfare; meno tasse, meno inflazione, più risparmio borsistico. Che questa “quadratura del cerchio” possa tenere ancora nel XXI Secolo è tutto da verificare e sarà la vera sfida dei prossimi anni.</p>
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		<title>Orsi e tori, la Leggenda della Borsa-undicesima parte: Soros, il Finanziere che fece cadere il Muro di Berlino</title>
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		<pubDate>Sat, 10 Dec 2011 00:02:22 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-9025" title="2415636" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2011/12/caduta-muro-1989.jpg" alt="2415636" width="420" height="283" />di <strong>Giorgio Frabetti</strong>-Chi ha affidato i propri patrimoni a George Soros nel Soros Fund, anticipatore del <em>Quantum Fund </em>ha beneficiato del seguente trattamento<em>.</em> Apportati almeno 100.000 dollari, su questi la gestione preleva dal 15 al 20%, mentre l’èquipe dirigente ha diritto al 20% dei benefici. I risultati tuttavia sono tali da far passare in secondo piano il capitolo “spese e provvigioni”. Mediamente il <em>Quantum Fund </em>e le successive derivazioni offriranno prestazioni più che doppie rispetto all’andamento delle Borse. E questo per il semplice motivo, dice Giancarlo Galli nella sua Fabbrica dei Soldi, che il Ns. investe in tutto fuorchè … nei canali tradizionali di investimento. Per chi non conosce George Soros (Budapest, ebreo, classe 1930, propensione per gli affari che gli deriva dal padre Avvocato), non ‘è parola che lo descriva meglio se non come “speculatore”. Attenzione, speculatore puro, non un pescecane, come volgarmente si dice: un professionista che pianifica i propri investimenti (o meglio le proprie “scommesse finanziarie”) su aspetti strategici dell’economia e della politica internazionale (quindi, più rischiosi, ma più redditizi), con una base informativa massiccia e capillare dei principali <em>dossiers</em> economici e politici degli Stati (Soros sarà tra i protagonisti dell’attacco alla lira del 1992 e al Sud Est Asiatico nel 1997, ma rimarrà scottato dal default russo del 1998). Di qui, anche la reale funzione delle sue fondazioni, come Rockfeller. Lucro o diplomazia (statunitense) informale? Non è chiaro, anche se Galli risponde lapidario: “Le Fondazioni Soros- dice il giornalista milanese- altro non sarebbero che il paravento dietro il quale si muovono le <em>lobbys</em> politiche di Washington e il top dell’Alta Finanza Statunitense”. Sicuramente, una fonte informativa privilegiata. Nessuno saprà mai del tutto quanto individui come Soros “seguono” gli eventi, o in certa misura “li provocano”, complici le loro aderenze diplomatiche, per i propri interessi (come in certa letteratura complottista del primo dopoguerra quando all’Alta Finanza Ebraica erano attribuiti le più scellerate nefandezze ai fini di lucro). Certo, anche complice queste aderenze, è incontestabile l’importanza di Soros nella caduta del Muro di Berlino e nella fine del Comunismo (evento che gli consentì di piazzare con facile precedenza le proprie attività proprio nelle contrade Est-Europee). Analoghi “meriti” Galli attribuisce a Soros relativamente alla caduta dell’Aparthied in SudAfrica, del neocolonialismo in Africa nera, del tribalismo ad Haiti, tramite una capillare opera di “mecenatismo”, di promozione delle ricerche scientifiche, filosofiche ed artistiche. Beneficienza o <em>softpower</em> americano? Evidentemente, è la seconda risposta quella più probabile. I precedenti in questo senso non mancano: pensiamo alle celebri Fondazioni Rockfeller (comode coperture per affari e promotrici negli anni ’70 di importanti e discussi consessi come la <em>Commissione Trilaterale</em>), ma anche il vasto e capillare sistema di ONG di marca tedesca con cui la Germania tende a “imporre” i propri prodotti e servizi duetsche nel mondo. Ma Soros non è un semplice “ammennicolo” dell’Impero Americano: è una Potenza della storia e della finanza, il prodotto più tipico del contesto geoeconomico dell’epoca d’oro (anni 80-90) dell’egemonia mondiale del dollaro e della grande “finanza creativa” che è tanto tragicamente collassata nel 2008 con il crollo delle <em>Lehman Brothers</em> e consociate. Colto (rivendicherà una discussa filazione filosofica da Karl Popper), visionario e un tantino megalomane, dopo un lungo addestramento (complice l’amico Meyer non Lazard), a partire dagli anni ’60, Soros si specializza (guarda un po’) in “arbitraggio internazionale”: in quella veste, passa di Società in Società (alla Singer, alla Wertheim &amp; Co., al Dreyfus Fund, alla JP Morgan, alla Morgan &amp; Bleichroeder). Complice la sua esperienza nel settore degli “arbitraggi internazionali” in una “piazza” strategica come gli USA, per quelle sue caratteristiche doti di geniale intuito al limite della profezia, compresa le enorme potenzialità dei nuovi titoli (specie per le cedole di debito pubblico degli Stati), Soros intuisce con grande precocità questo primato del dollaro e del modello di sviluppo economico americano nel mondo, e si dà presto a quell’originale attività di “puro speculatore”, che lo renderà giustamente famoso in tutto il mondo, per la sua capacità di coniugare finanza e politica internazionale e che nel 1966 gli consentirà il grande salto. “Fattosi assegnare un conto di 100.000 dollari che garantisce sull’onore, prende a gestirlo in base alle sue personali teorie, fondate più sulla filosofia della storia … che sulla lettura dei bilanci”. Per esemplificare, i criteri di Soros: “ad esempio: l’Europa e il Giappone devono prendersi la rivincita; i Paesi Arabi produttori di petrolio devono tentare di emanciparsi; le industrie ad alta tecnologia devono avere il sopravvento sul tessile e la siderurgia”. Su questa base, divide il capitale disponibile in 6250 dollari ciascuna (ripartendo il rischio!) , non intercomunicanti (se una quota si esaurisce, la cancella; se in profitto, sviluppa la tendenza), e prende ad operare. Intuizione molto saggia e pratica secondo Galli, il quale da sempre sostiene la necessità della sperimentazione nell’investimento in Borsa: “prima di dilapidare i patrimoni, è meglio capire di cosa si è capaci”. Così lo descrive Galli: “In Ditta- assieme ai Soldi- porta un gran Casino”. Un “casinò” che, dopo un’attenzione poco benevola della SEC sulle sua attività di investimento alla Arnhold (ritenute in conflitto con il criterio di separazione tra banca d’affari e banca commerciale), lo porta a trasformare nel 1973 i due originari Eagle Fund nel Soros Fund, anticipatore del <em>Quantum Fund</em> (su cui la Arnhold mantiene una partecipazione privilegiata). Su tutto, però, domina un’intuizione di fondo, che segnerà un’epoca intera: “E’ il trentenne Soros –continua Giancarlo Galli- a far scoprire agli americani le potenzialità dei titoli europei, in particolare quelli tedeschi; a trovare il mezzo per separare le quotazioni di quei titoli di più recente emissione, che comprendevano insieme all’azione un warrant [opzione, NdA] e delle obbligazioni”. Siamo alla vigilia dell’èra d’oro dei cd “titoli strutturati”, che poi negli anni ’90 dilagheranno per il nuovo corso dell’economia globale post-muro producendo mutui sub-prime e simili, facendo gioie e dolori della finanza creativa (ma su questi titoli vedi anche le Ns. puntate sui tulipani olandesi, sui primi <em>hudge found</em> di <em>Hambro</em> senior etc.). Un’intuizione che guadagnerà a Soros la fama di profeta e avanguardia del mercato finanziario internazionale. Soros comprende l’opportunità che il capitalismo non resti ingessato nei rigidi schemi delle normative post-1929 (che avevano separato nettamente per le banche l’attività creditizia ordinaria dall’attività speculativa) e, specie dopo il grande shock petrolifero del 1973 e la grande stagnazione che colpisce gli USA dopo la fine della Guerra del Vietnam, comprende che l’economia liberale, per sopravvivere e oliare i propri scambi, deve aprirsi illimitatamente e senza riserve al “capitale di rischio”, ovvero alla Borsa che diviene di fatto il “prestatore di ultima istanza”, cui rivolgersi per “scontare” i crediti altrimenti più difficilmente scontabili (e, quindi, con interessi più redditizi) per le vie bancarie normali. Un’intuizione che gli USA (complice il Presidente Regan e il Consigliere economico Milton Friedman) fanno propria, comprendendone il potenziale enorme di espansione e proiezione geo-economica sul mondo: grazie alla Borsa, come noto, gli USA potranno ampliare il volume di raccolta del proprio debito pubblico (piazzandolo ai cinesi, una decisione che spezzerà in due il blocco comunista), giungendo in questo modo e solo in questo modo negli anni ’80 a quella superiorità non solo economica, ma anche strategica e militare che farà collassare il sistema comunista sovietico (costretto a competere salassando i propri contribuenti e le spese pubbliche). Sono questi gli anni d’oro del dollaro, il quale, in forza dell’incontrastato primato economico e politico degli USA, può diventare negli scambi un “valore intrinseco” di riferimento per tutti gli scambi (come noto, dal 1971, con la fine degli accordi di Bretton Wood e la fine del sistema dei cambi fissi, il dollaro non sarà più convertibile in oro!). Furono gli anni di Soros, gli anni in cui parve che, collassato il Comunismo, “la storia fosse finita” (Fakuyama), ovvero il mondo dovesse diventare un grande emporio dove la finanza e i mercati avrebbero deciso, al posto della politica, le sorti dei bisogni e degli interessi dei popoli. Parve, cioè, che la storia potesse modellarsi per i giochi e le infinite combinazioni speculative dei tipi come Soros. La grande crisi del 2008 ci ha tutti risvegliati dall’illusione che l’Economia fosse un grande gioco, che potesse produrre ricchezza all’infinito. Un’èra è finita e con essa se ne apre un’altra densa di incognite.</p>
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		<title>Orsi e Tori, la leggenda della Borsa-decima parte: Gli &#8220;anni ruggenti&#8221; della Borsa Italiana</title>
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		<pubDate>Sat, 03 Dec 2011 01:35:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Frabetti</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-8990" title="Borsa-italiana-sede" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2011/12/Borsa-italiana-sede.jpg" alt="Borsa-italiana-sede" width="440" height="294" />di <strong>Giorgio Frabetti</strong>- Un evento simbolico che contrassegnò un’epoca, gli anni ’80, anni “ruggenti”, ricchi di prospettive di benessere facile, fu la visita del Presidente del Consiglio Craxi a Palazzo Mezzanotte, a Milano, sede della Borsa Italiana. Era la prima volta che un leader politico visitava la Borsa, con tanta solennità. Parve con Craxi iniziata l’èra della “laicizzazione” dell’economia italiana, dopo gli steccati cattolici, comunisti e statalisti dei decenni precedenti. “Gli imprenditori hanno bisogno di quella laicità che non avevano avuto né con la DC, né con il PCI. Una cultura industriale senza matrici ideologiche, come pare essere quella del Segretario PSI Craxi, è ben diversa …”. Così chiosava Walter Mandelli, Vice Presidente Confindustria. Craxi non fu la Thacher italiana, sia chiaro: ma certo, con la sua presenza a Palazzo Chigi, ben colse e indirizzò uno “stato d’animo” diffuso in quel periodo, ovvero la tenace voglia degli italiani di arricchirsi con un tenore di vita degno della quinta potenza mondiale. Il grande <em>boom</em> della Borsa italiana di quegli anni fu in questo senso molto eloquente. Da un lato, la riscoperta della Borsa in Italia è il segno di un evoluzione in senso liberale sia dell’opinione pubblica sia delle <em>èlites</em> politiche. In primo luogo, non possiamo dimenticare le speciali circostanze in cui avvenne l’elezione di Massimo De Carolis alla Camera dei Deputati nel 1976, il quale viene issato dal malumore dei piccoli azionisti di <em>Montedison</em> (creatura Cuccia) con un programma di valorizzazione dell’azionariato popolare, che per la prima volta marca l’idea che la Borsa possa essere un luogo “democratico” di convogliamento del capitale lontano dalle solite “cricche” delle Banche. In secondo luogo, è grazie all’opera di due distinti signori, Umberto Aletti (Senatore DC dal 1976-79) e Piero Bassetti (democristiano anch’esso, Presidente della Camera di Commercio di Milano) che si deve un’opera di importante “provincializzazione” delle <em>èlites</em> sociali ed economiche. Già celeberrimo agente di cambio milanese, e tra i più ricercati, che in Parlamento conquista alla causa della Borsa i comunisti Cavazzuti e Colajanni ed è tra i più tenaci assertori del cd “mercato ristretto”, una piccola borsa per piccoli imprenditori, un luogo di scambi libero per capitalizzare un’economia asfittica (il 1977 ha segnato il minimo storico per gli scambi), che, dopo alterne vicende e denunce (soprattutto della potente corporazione degli agenti di cambio),riuscirà ad essere inaugurato nel maggio 1978, complice il Ministro del Tesoro, Filippo Maria Pandolfi. Piero Bassetti, invece, sarà al centro di una fitta trama tesa ad assorbire le piccole e ormai asfittiche borse locali, per concentrare in Milano un’unica Borsa: che lui avrebbe voluto far competere con la City di Londra. Sarà comunque grazie all’opera del Senatore Berlanda (DC, laurea alla Cattolica) che si dovrà alla vigilia dello scioglimento della VIII legislatura, il 18 marzo 1983, la legge sui fondi comuni di investimento che avvierà il superamento dell’anchilosata corporazione degli agenti di cambio (poi assorbiti nelle SIM), per la cui costosa intermediazione era fino ad allora necessario passare per gli investimenti in borsa e i cui costosi condizionamenti non erano più tollerati in tempi di sempre più accentuato “turbocapitalismo” e porrà le premesse per quello straordinario <em>boom</em> della Borsa che ancora oggi fa ricordare gli anni ’80 come gli “anni ruggenti” della Finanza Italiana. Solo per fare un esempio, tra febbraio e aprile 1986, alla vigilia della visita di Craxi a Palazzo Mezzanotte, Piazza Affari guadagna circa il 30%. Nella settimana che si conclude venerdì 23 maggio, la Borsa raggiunge i suoi picchi: Generali a 177.000, Fiat a 16.850, Olivetti a 20.600, Mediobanca a 319.000 e Montedison a 4850. Sembra avviata l’epoca del Toro del rialzo pieno ed indiscriminato. Un boom favorito anche dalla revisione delle aliquote fiscali e dalla fine della iniqua “doppia imposizione” che fin lì aveva caratterizzato gli investimenti azionari, che di fatto venivano tassati sia in capo alla Società per azioni, sia in capo all’azionista percettore. Ma è proprio sulla tassazione dei dividendi da Borsa che, tra maggio e giugno 1986 (complice anche l’avvitamento del Governo Craxi nella crisi di governo della “staffetta”, che di lì a poco porterà il Paese ad elezioni anticipate), vengono a diffondersi i primi rumors di una possibile tassazione del <em>capital gain</em> da parte del Ministro Visentini (PRI, in quota Olivetti). Subito inizia una spirale “ribassista” che in poco tempo determina una perdita di Piazza Affari del 30%, che annulla il precedente rialzo. In mezzo, ci sarà pure il “lunedì nero” della borsa di Wall Street il 19 ottobre 1987, che farà scemare la spirale rialzista in un brusco e diffuso ribasso in tutte le borse del mondo. In realtà, questo andamento anomalo delle Borse traeva origine dalle indubbie contraddizioni di un sistema che, in poco tempo, aveva fatto lievitare gli investitori da 500.000 a 2.000.000 milioni, non per quella “democratizzazione” della Borsa che De Carolis, Aletti e Bassetti aspiravano, ma per l’afflusso massiccio in Borsa dei capitali derivanti dal “sistema Cuccia”. “Finalmente ci siamo sbarazzati dei Brusadelli, dei Virgilito, dei Sindona, dei Calvi e dei loro emuli … Adesso abbiamo gente seria, gli Agnelli, i Pirelli, i De Benedetti, Mauro Schinberni, Roul Gardini e Cuccia”, dirà Leonida Gaudenzi, decano degli agenti di cambio. La Borsa diventa cioè il luogo in cui i “poteri forti” si lisciano il pelo e riciclano (gattopardescamente) il loro potere: “Costoro –dirà Giancarlo Galli- hanno scoperto nella Borsa il pozzo di San Patrizio in cui attingere a piene mani”. In effetti, il sistema industriale italiano muove in Piazza Affari qualcosa come 18.000 miliardi e in questi anni usa massicciamente la Borsa per stabilizzare i propri assetti azionari. E’ in questo ambiente, promotore di iniziative troppo poco limpide, che nascono le turbolenze. In prima fila, ritroviamo gli Agnelli, i quali pretenderanno pesanti “sovrapprezzi” alle azioni nella difficile operazione di ri-compera della partecipazione libica di Gheddafi a 16.000 lire per azione (un’operazione al limite della ribalderia finanziaria, ma concepita dal Gruppo per mettersi al riparo da altre scalate). Ma non è secondo a nessuno nemmeno Carlo De Benedetti, il quale, dopo aver salvato l’Olivetti gettandosi a fine anni ’70 in una massiccia campagna speculativa sulla borsa, negli anni ’80 è il lanciatissimo patron di un Impero finanziario, che va dall’elettronica all’editoria, e che si bruciò letteralmente le ali con la scalata alla finanziaria belga SGB. Allo stesso modo, si assisterà ai tenaci tentativi della famiglia Pirelli di salvarsi dal dissesto comprando in Borsa prima la Fireston, poi la tedesca Continental, così come ai tentativi falliti delle Generali di acquisto della Saxa. Ma nel novero dei “capitani di ventura” del capitalismo anni ’80 non si può dimenticare Roul Gardini, gettatosi negli anni ’80 nell’avventura della borsa con ben 30.000 miliardi di debiti, grazie anche alla protezione del sistema Cuccia. Sono queste tappe della “rivoluzione finanziaria” in salsa italiana e Mediobanca di cui abbiamo dato cenni nella puntata precedente dedicata a Enrico Cuccia. Una “rivoluzione” elitaria, come sempre guidata dai “soliti noti”, che non fa guadagnare alla Borsa italiana alcun vero progresso in termini di maggiore trasparenza e <em>governance</em>. Gli stessi Fondi comuni di investimento, che in effetti marcarono il <em>boom</em> della Borsa, non segnarono una crescita di tutele e di trasparenze del piccolo investitore, travolto, come ai tempi della Montedison negli anni ’70, dalle vicende opache e turbinose di Agnelli, De Benedetti, Gardini. Non sono solo gli “gnomi”, i faccendieri che con manovre oscure ed oblique, fidando di potenti appoggi muovono artificiosamente i rialzi e i ribassi delle borse (tipo Sergio Cusani, tipo Salvatore Ligresti) a danneggiare i piccoli risparmiatori. Il fatto è che i principali Fondi Comuni d’investimento, volano della rinascita della Borsa italiana, sono in quota IMI (Imicapital), Fiat-Montepaschi (Primecapital), alle Banche Popolari (Arca), e alla RAS. Sono, quindi, i “salotti buoni” in posizione dominante e sono loro a “drogare” e a “falsare” il mercato borsistico con le loro oblique ricerche di liquidità. Un’ipoteca pesante sul sistema economico italiano, che marca un’evoluzione strettamente oligarchica, autoreferenziale, assolutamente poco dinamica della finanza e dell’industria italiana, alla base del provincialismo e della ristrettezze di visioni strategiche e culturali che accompagneranno l’Italia nelle difficili (e talora oscure) evoluzioni economiche globali a cavallo tra la fine del XX e l’inizio del XXI Secolo.</p>
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