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	<title>Arezzo Polis &#187; Cultura</title>
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	<description>Spazio di dibattito politico e critica culturale</description>
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		<title>L&#8217; &#8220;Oriana furiosa&#8221;, il fascismo e l&#8217;idealismo italiano (Croce e Gentile)</title>
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		<pubDate>Sun, 30 May 2010 12:32:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Frabetti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>

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		<description><![CDATA[<a href=http://www.arezzopolitica.it/2010/05/30/l-oriana-furiosa-il-fascismo-e-lidealismo-italiano-croce-e-gentile/><img src=http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/05/oriana-fallaci-150x150.jpg class=imgtfe hspace=5 align=left width=100  alt="" /></a>(Redazione)- Pubblichiamo un ottimo articolo di Daniela Coli su L&#8217;Occidentale di oggi relativamente ala vexata quaestio del rapporto fascismo-neoidealismo italiano, che contribuisce, sulla scia di valutazioni ed opinioni &#8220;contocorrente&#8221;, già espresse dalla scrittrice Oriana Fallaci, sull&#8217;antifascismo di Benedetto Croce. Pur non condividendo del tutto le tesi dell&#8217;articolo, crediamo sia opportuno sottoporlo alla riflessioni e all&#8217;eventuale dibattito dei lettori, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignleft size-full wp-image-4214" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/05/oriana-fallaci.jpg" alt="oriana-fallaci" width="322" height="411" />(Redazione)- Pubblichiamo un ottimo articolo di Daniela Coli su <em>L&#8217;Occidentale</em> di oggi relativamente ala <em>vexata quaestio</em> del rapporto fascismo-neoidealismo italiano, che contribuisce, sulla scia di valutazioni ed opinioni &#8220;contocorrente&#8221;, già espresse dalla scrittrice Oriana Fallaci, sull&#8217;antifascismo di Benedetto Croce. Pur non condividendo del tutto le tesi dell&#8217;articolo, crediamo sia opportuno sottoporlo alla riflessioni e all&#8217;eventuale dibattito dei lettori, perchè tratta di una fase cruciale della storia italiana: con il fascismo, infatti, nasce la Ns. contemporaneità e sulle origini del Ns. presente: &#8220;origini culturali&#8221; (qui l&#8217;articolo è davvero lucido) cui è essenziale il rapporto neoidealismo e politica, essendo stato il neoidealismo l&#8217;apparato culturale in cui si è specchiata la &#8220;borghesia impegnata&#8221; italiana per trarne risorse ed energia per la modernizzazione della Ns. Penisola (di qui la contemporaneità di questa storia)</strong><strong> e che nel dopoguerra è continuato nel gramscismo (che come attesta il filosofo Augusto del Noce è il rovesciamento coerente dell&#8217;attualismo gentiliano).</strong></p>
<p>A Mosca, durante la grande parata per il 65° anniversario della vittoria sulla Germania di Hitler, con centinaia di soldati, i veterani carichi di medaglie, le bandiere dell’Urss, militari americani, britannici, francesi, polacchi, sfilate di missili e carri armati, hanno colpito soprattutto le ragazze russe con le magliette con la faccia di Stalin sul petto. Se una ragazza tedesca si avventurasse per il centro di Berlino con Hitler sulla maglietta verrebbe subito arrestata e così accadrebbe se un’italiana si mostrasse nel centro di Roma con Mussolini sulla t-shirt. Stalin è un mostro del totalitarismo, ma la grande maggioranza dei russi lo ama, perché è un vincitore e ha dato alla Russia una dimensione imperiale, ha detto lo storico Nikolai Svanidze a Der Spiegel.</p>
<p>I tedeschi hanno festeggiato il 9 novembre del 2009 la caduta del muro di Berlino, la riunificazione tedesca, una grande vittoria senza una goccia di sangue, a cui sono intervenuti i grandi del mondo. Né russi né tedeschi passano il tempo a litigare sul passato come facciamo noi, in una discussione infinita che non porta mai a una conclusione condivisa. Nonostante le numerose pubblicazioni sul fascismo, la nostra storiografia non ha affrontato, arrivando a un giudizio sintetico, le ragioni del suo successo nel ‘22. Angelo Tasca nel 1950 ci provò, ricordò come il movimento fascista annoverasse tra le proprie file non pochi lavoratori e come i sindacati e la sinistra avessero adottato nel dopoguerra una politica di violenza, che suscitò la reazione di gran parte del paese che cominciò a vedere nel movimento fascista, di cui facevano parte anche liberali, cattolici, socialisti, oltre a monarchici e nazionalisti, la soluzione al caos in cui l’Italia stava precipitando. Tasca fu violentemente stroncato da Gastone Manacorda su “Società”.</p>
<p>Per decenni in Italia è stata ignorata Hannah Arendt, che nelle <em>Origini del totalitarismo</em> collegò la nascita e il successo del fascismo alla crisi della democrazia multipartitica. “È quanto avvenne in Italia col fascismo, che fino al 1938 non fu un vero regime totalitario, bensì – scrisse – una comune dittatura nazionalista, nata dalle difficoltà di una democrazia multipartitica. È ovvio che, dopo decenni di governo multipartitico inefficiente e confuso, la conquista dello Stato a vantaggio di un partito unico possa essere accolta con sollievo, perché assicura, sia pure per un periodo limitato, un certo grado di coerenza, stabilità, di attenuazioni delle contraddizioni”.</p>
<p>Nel ’37 Croce dette un giudizio simile, recensendo sulla <em>Critica</em> il libro di Löwith su Burckhardt: affermò che si era realizzata la previsione di Burckhardt, per il quale la democrazia avrebbe finito per degenerare, soffocando il liberalismo e generando inevitabilmente sistemi autoritari. Dopo avere votato la fiducia al governo Mussolini, dopo il delitto Matteotti, il 24 giugno del 1944, Croce disse in un’intervista: “Non si poteva aspettare e neppure desiderare che il fascismo cadesse a un tratto. Esso non è stato un infatuamento o un giochetto. Ha risposto a seri bisogni e ha fatto molto di buono”.</p>
<p>Inoltre, poiché Gentile aveva dato le dimissioni da ministro dell’Istruzione dopo la crisi seguita al delitto Matteotti, per consentire a Mussolini in un momento di grave difficoltà di ampliare la sua maggioranza, fu chiesto a Croce – come racconta il filosofo napoletano in <em>Relazioni o non relazioni col Mussolini</em>, scritto nel settembre 1944 – “da parte del Gentile se io avrei accettato il ministero dell’istruzione”. Croce declinò l’offerta e propose come ministro Alessandro Casati, che successe a Gentile, il quale firmò le dimissioni la sera stessa in cui Croce dette il nome di Casati.</p>
<p>Gentile non fu più ministro, ma dopo il 3 gennaio 1925 ebbe un ruolo importante nella revisione degli organi costituzionali, Croce non ebbe reazioni (a parte una querelle sulla stampa con Gentile, che lo aveva definito un fascista senza camicia nera) fino al manifesto di Gentile degli intellettuali fascisti del 21 aprile 1925, a cui reagì col manifesto degli intellettuali antifascisti il 1° maggio.</p>
<p>I due filosofi italiani più conosciuti all’estero, che per molti anni erano stati erano considerati una sola persona, diventarono da quel giorno il filosofo del fascismo e quello dell’antifascismo. Nonostante le punzecchiature dei giornali fascisti e di Mussolini, a cui rispondeva – come racconta in Relazioni o non relazioni col Mussolini – con letterine e articoli pepati sui giornali, Croce, come vedremo, rimase in contatto col fascismo.</p>
<p>Sì, Mussolini aveva detto di non avere mai letto una pagina di Croce e il filosofo napoletano dimostrò in un articolo che il Duce aveva sottoscritto un suo giudizio premesso a una nuova edizione dei <em>Promessi Sposi </em>da lui firmata. Sì, vi fu il fattaccio dell’invasione notturna nell’abitazione del filosofo, misfatto, che come Croce scrisse, gli giovò assai perché tutti i giornali stranieri ne parlarono, esagerandolo. Certo, c’erano uomini che lo sorvegliavano ma, come dice Croce, alla fine diventarono quasi amici. C’erano i sequestri della Critica, ma bastava andare in questura e farla dissequestrare. La sofferenza maggiore fu di essere escluso da tutte le accademie e istituzioni culturali, ma rimase senatore, faceva sentire la sua voce, quando voleva.</p>
<p>Croce rimase però in rapporto col fascismo, perché, come racconta, nel giugno del ’43 Mussolini gli inviò un “ambasciatore” – forse lo stesso Carlo Sforza, appena tornato dagli Stati Uniti e personaggio di spicco dell’antifascismo democratico internazionale, che fece la stessa richiesta anche a Gentile, da anni ormai lontano dalla politica attiva e dedito solo alla cultura – a chiedergli di pronunciare in nome del patriottismo un discorso agli italiani alla radio per esortarli a restare uniti in previsione dell’imminente sbarco degli anglo-americani in Sicilia.</p>
<p>Nel ’44 Croce scrisse di avere declinato l’invito e ironizzò sulla stupidità di chiedergli un discorso patriottico per fermare gli anglo-americani. Gentile invece accettò di fare il Discorso agli italiani il 24 giugno del 1943 e quel discorso gli costò la vita. Gentile poi aderì alla Repubblica Sociale, mentre Croce al Regno del Sud, dove visse il suo momento di euforia.</p>
<p>Il 14 gennaio del 1944 insieme a Carlo Sforza, ministro di Badoglio, a casa sua incontrò Vyshinsky, con cui il Regno del Sud si era messo in contatto per trattare, alle spalle degli anglo-americani, la riapertura delle relazioni diplomatiche con l’Urss, l’offerta di uno spazio in Italia e il ritorno dei comunisti. Quando incontrò Vyshinsky, a cui donò alcuni sui estratti di critica del marxismo, il problema maggiore di Croce erano gli azionisti, a cui aveva aderito perfino il fido Omodeo. Non temeva affatto i comunisti, convinto che, dopo la sua critica, il marxismo fosse morto e sepolto in Italia, colloquiò con Togliatti, ministro del secondo governo Badoglio, che gli sembrava utile per mettere fuori gioco gli azionisti, il suo chiodo fisso, come dimostrano i Taccuini di guerra dal 1943 al 1945.</p>
<p>Le cose non andarono come Croce aveva sognato: gli azionisti e i comunisti, pur nelle differenze, si allearono, e lui si ritrovò ferocemente attaccato dal Pci e fin dal primo numero di <em>Rinascita </em>comparvero le lettere dal carcere di Gramsci, che curato dalla volpe Togliatti avrebbe poi preso il posto di Croce e Gentile nella penisola. Soprattutto, svanì il progetto di Croce di un ritorno all’Italia liberale prefascista e quello, in realtà poco realistico, di sedere come i francesi al tavolo dei vincitori.</p>
<p>Croce, di nuovo solo e con le spalle al muro, reagì con il Discorso contro il Trattato di pace del 24 luglio 1947, nel quale si scagliò contro gli anglo-americani accusandoli di essersi approfittati dell’Italia, di averle sottratto territori conquistati nella prima guerra mondiale, le colonie, di avere cancellato il lavoro di generazioni di italiani e di fare barbari processi per impiccare i vinti. Un discorso drammatico, patriottico, di timbro gentiliano.</p>
<p>Per questo, la lettera di fine luglio 200o di Oriana Fallaci a Chicco Testa, apparentemente sconcertante, non è poi così bizzarra. Dopo aver condannato l’uccisione di Gentile, la Fallaci scrive: “A me non pare che Gentile fosse fascista. O non più di Benedetto Croce che all’inizio leccava il culo a Mussolini, eppure passata la festa la<em> soi-disant</em> sinistra lo ha osannato come un grand’uomo. Un uomo probo. Una mente sublime.[…] Se Gentile meritava di morire, allora anche Benedetto Croce lo meritava. E tanti altri che sarebbero divenuti numi del Pci”. Non sono una fan della Fallaci, giornalista e scrittrice di gran talento, una Hemingway al femminile, ma di cui in genere non condivido i giudizi, pur considerando importanti i problemi che solleva. In questo caso, pur non condividendo altri aspetti della lettera, non trovo assurde le affermazioni citate, proprio perché sono fatte nel 2000.</p>
<p>La Fallaci sembra conoscere bene le vicende della cultura italiana e avere presente, nel 2000, l’evoluzione del giudizio su Croce, attaccato duramente da Togliatti dal primo numero di Rinascita e dal Pci per decenni, per diventare poi negli anni ’90, dopo la fine dell’Urss, il santo del Pci-Pds, soprattutto dopo la vittoria del ’94 di Berlusconi, col pericolo del “ritorno del fascismo”, le parate antifasciste di Scalfaro e l’invito alla nuova resistenza.</p>
<p>Che Gentile fosse fascista non vi sono dubbi. Gentile era fascista, anzi il filosofo del fascismo-nazione, del fascismo come compimento del Risorgimento, liberale-nazionale e conservatore, erede della Destra storica. Ma questo Gentile, quello del Discorso agli italiani del 24 giugno 1943, dove invitava a stare uniti, perché anche nella sconfitta un popolo fiero e unito è rispettato, il Gentile che a Firenze, presidente dell’Accademia d’Italia, esortava alla concordia per evitare la guerra civile o il Gentile lavoratore instancabile fino all’ultimo minuto per costruire una Weltanschauung italiana, alla sinistra non piace.</p>
<p>Quando è uscito il mio libro su Gentile nel 2004, Bruno Gravagnuolo sull’<em>Unità</em> mi ha rimproverato di non avere reso un buon servizio a Gentile appiattendolo sul fascismo e non avere distinto tra il Gentile filosofo e il Gentile fascista. Per la sinistra, Gentile o è il filosofo buono, fascista per caso, oppure è un filosofo e un fascista cattivo dalla testa ai piedi, fazioso, che fascistizza l’Enciclopedia, la scuola, la cultura tutta, meritevole della morte, come sostiene Gabriele Turi, citando Piero Calamandrei, il padre di Franco, protagonista dell’attentato di via Rasella, per il quale Gentile doveva essere giustiziato, perché si era schierato dalla parte degli autori delle Fosse Ardeatine.</p>
<p>La separazione tra il Gentile filosofo, fascista per caso, è andata e va molto di moda a Firenze e la Fallaci è fiorentina. Iniziò nel 1945 in una serie di interventi radiofonici dal titolo<em> Questo fu il fascismo e furono i suoi allievi</em>, passati all’antifascismo e poi approdati al Pci, a sostenerla. Per Calogero, allievo di Gentile, in disaccordo politico, ma allievo e collaboratore di Gentile a cui era legato, come quasi tutti gli altri, da profondo affetto, il fascismo era un fenomeno dannunziano a cui Gentile era rimasto sostanzialmente estraneo. Luigi Russo, che doveva molto a Gentile e gli era successo nella direzione della Normale, confermò che Gentile non aveva niente del dannunzianesimo dei fascisti e col duce ciarlatano che si era appropriato del suo nome. Eppure, rivendicando l’uccisione di Gentile, il filosofo tanto amato da Calogero e da Russo, era stato definito da Togliatti “traditore volgarissimo”, “bandito politico”, “camorrista”, “corruttore di tutta la vita italiana”, “condannato dai patrioti italiani e giustiziato come traditore della patria”.</p>
<p>Se Togliatti voleva cancellare Gentile e Croce, che visse fino al 1952, e innestare Gramsci nella cultura italiana, aveva però bisogno degli ex-crociani e soprattutto degli ex-gentiliani, perché per Gentile il marxismo era una filosofia e non un semplice paio d’occhiali come per Croce, Gentile aveva usato la formula “filosofia della prassi” tanto cara a Gramsci e l’ultimo Gentile aveva scritto <em>Genesi e struttura della società</em>, dove parlava di umanesimo del lavoro e, con molta buona volontà e fantasia, si poteva anche parlare di “comunismo di Gentile”.</p>
<p>E fu proprio Togliatti a recensire entusiasticamente le <em>Cronache di Garin</em> nel 1955, dove il fascismo era presentato come un prodotto di D’Annunzio e di Sorel, letto di seconda mano dal maestrucolo Mussolini, con cui poco aveva a che fare Gentile, liberale austero, filosofo interessato a Marx, riformatore della scuola, pronto a difendere dalla tirannide fascista la Normale e a mettere a posto cattolici come Agostino Gemelli. Dal quel momento la scissione tra Gentile e il fascismo diventò il leit-motiv della sinistra gramsciana, e anche gli studiosi di destra andavano bene alla sinistra, soprattutto dopo il ’94, se si limitavano a sostenere che Gentile aveva difeso la Normale dal fascismo.</p>
<p>Quindi quando la Fallaci, donna di sinistra, ma liberale, dice che Gentile non era fascista o, comunque, non più di Croce, ha presente anche questa interpretazione. Infatti, dà poi un bella unghiata, come ha scritto Veneziani. “Se Gentile meritava di morire, allora anche Benedetto Croce lo meritava. E tanti altri che sarebbero divenuti numi del Pci”. Garin, che fino al 1955, era stato uno stimato professore specializzato nello studio del Rinascimento, dopo la recensione di Togliatti diventò un nume del Pci e nel 1958, insieme a Togliatti e Luporini, tenne la relazione di apertura al primo convegno di studi gramsciani. Garin non ha mai nascosto l’affetto e la stima per Gentile, né di avere collaborato con lui. Fu tra i pochi che lo commemorarono dopo la morte. Pur professando affetto e stima per Gentile, Garin ha sempre negato di essere stato fascista, ha affermato che Gentile sapeva che non era fascista ed è sua la tesi del nicodemismo degli intellettuali, ovvero di fingersi fascisti, pur essendo segretamente antifascisti.</p>
<p>Questa tesi è stata recentemente contestata da Paolo Rossi, per il quale il nicodemismo fu sostanzialmente una bugia: quasi tutti gli intellettuali furono fascisti, nella stragrande maggioranza dei casi si trattò, quando ci si accorse che la guerra era persa, del precipitoso discendere da un treno avviato al disastro per salire in fretta su un altro che andava nella direzione vincente. Occorre riconoscere a Garin una grande capacità di procedere mascherato, perché rimase vicino a Gentile fino alla fine, anche se non era proprio come si dipingeva. Basta sfogliare il testo, stampato da Barbera nel 1931, di una conferenza del prof. Eugenio Garin ( si era laureato nel 1929 con Limentani) al convitto delle Mantellate nella “solenne distribuzione dei premi dell’anno scolastico 1930-1931”.</p>
<p>Garin sostituisce l’avvocato fiorentino Eugenio Coselschi, quello del fascismo universale, ma soprattutto l’amico di D’Annunzio, segretario particolare a Fiume durante la Reggenza italiana del Carnaro. La conferenza è un inno a Dio, Patria e Famiglia, nonché alla “gloria, l’onore, la Patria da far grande anche col proprio sangue”. Nel ’40, Gentile aveva offerto a Garin di collaborare al secondo volume della Storia della filosofia italiana per Vallardi e Garin ringrazia caldamente per l’onore, il carteggio Kristeller-Gentile registra il desiderio di Garin di collaborare con Gentile e non manca un bigliettino, senza data, a Gentile repubblichino nel quale l’autore delle Cronache chiede al filosofo quando sia possibile andarlo a salutare insieme alla moglie, alla Sansoni, o anche al Salviatino, dove Gentile abitava e dove fu ucciso. Di tutti questi ricordi Garin decise di dimenticarsi, dopo la recensione di Togliatti, un uomo e un politico che disse sempre di considerare la salvezza dell’Italia. Insomma, una gran capacità di mettere d’accordo gli affetti e gli intereressi.</p>
<p>Sarebbe troppo facile fare speculazioni: Garin apparteneva a un paese sconfitto, i fascisti venivano epurati, quando non accadeva di peggio, e, come la maggioranza, si adeguò alla nuova realtà, dipingendo a fosche tinte il passato – che era stato anche il suo passato –, tentando di salvare il salvabile, mantenere la propria posizione, anzi di conquistare maggiore prestigio e autorità. Non si può negare che Garin abbia tentato di tenere vivo l’interesse per la cultura italiana attraverso Gramsci, però l’Italia non era né la Polonia occupata dai sovietici, né la Germania est e sarebbe stato meglio per le generazioni del secondo ‘900 dare una visione meno unilaterale del fascismo e dell’antifascismo, con i buoni e immacolati da una parte e dall’altra i brutti, sporchi e cattivi, se c’era tanta confusione e i confini tra fascismo e antifascismo erano tanto labili, almeno finché non ci si accorse che la guerra era perduta e si cominciò a diventare antifascisti e a confidare nell’arrivo degli Alleati, perché la barbarie avesse fine.</p>
<p>Lo stesso Croce, icona della sinistra dal 1994, non fu certo un liberale nel senso che oggi attribuiamo a questa parola. Croce era un realista politico, lo fu sempre. All’inizio del ‘900 era convinto come Burckhardt, Nietzsche o Renan e Fustel de Coulanges di vivere l’autunno dell’Europa. Era uno dei pochi, insieme a Weber e Sorel, ad ammirare i “barbari” americani e aborriva la democrazia “alla francese”, come detestava la Francia figlia della rivoluzione, similmente a Pareto, che nel 1916 aveva paragonato la Francia ad Atene, intellettuale e raffinata, ma fallita e conquistata da Roma. Con la Critica compie con Gentile una rivoluzione culturale nel giro di pochi anni, ridicolizza i filosofi accademici e conquista gli studenti, alleandosi con i ragazzi della <em>Voce</em> e del <em>Leonardo</em>, che si facevano sentire e discutevano di tutto, da Bergson, a Sorel, a Freud, alla necessità della guerra e pubblicavano il giovane socialista rivoluzionario Mussolini.</p>
<p>Il politico della coppia fino al ’14 è Croce. Dopo Marx, combatte la “mentalità massonica”, in cui includeva illuminismo, positivismo, socialismo turatiano e democrazia. Nel 1911 paragonò i partiti politici ai generi letterari e, quando Salvemini fondò l’Unità, gli chiese ironicamente se era davvero necessaria la democrazia. Era preoccupato perché tutte le categorie sociali erano in lotta con lo Stato per riceverne vantaggi, non solo i metallurgici, i ferrovieri, e i tranvieri, ma anche i magistrati, i professori universitari, gli ufficiali di marina e perfino i pensionati e gli studenti delle scuole secondarie. Era preoccupato dell’atomismo sociale e deprecava che parole come patria e nazione fossero diventate fredde e retoriche. Insomma, era il Croce prefascista e infatti nella Storia d’Italia del ’28 presentò Mussolini come un proprio prodotto.</p>
<p>L’amicizia con Gentile è tanto importante da combattere come un leone per fargli conquistare la cattedra nel 1906 a Palermo, dove Gentile elabora il nucleo della sua filosofia e inizia la battaglia per la riforma della scuola. È un’amicizia assoluta, un confronto trasparente su tutto, Croce fa di tutto per riuscire a far trasferire Gentile a Napoli. Gentile, che vive bene anche lontano da Croce, riesce a imporsi nel mondo accademico e ad avere anche la prestigiosa cattedra di filosofia teoretica a Pisa nel 1914: ha una scuola e una propria filosofia. Come Croce dirà nel ’23 a Gentile, lamentandosi della sua rivista, Il Giornale critico della Filosofia italiana, e dei suoi allievi, loro due avevano sempre saputo di avere idee diverse su tutto, ma insieme, loro due da soli, avevano fatto la Critica e cambiato la cultura italiana. Sono gli allievi di Gentile a preoccupare Croce, allievi che spesso lo punzecchiano e per questo nel 1913 renderà pubbliche le divergenze filosofiche con Gentile.</p>
<p>Il vero contrasto tra i due si ha soltanto nel ’14 sulla guerra. Gentile, che allora debutta in politica e diventa il filosofo più amato tra i giovani studenti e gli intellettuali, è a favore della guerra, perché la ritiene una prova necessaria per non vivere sul passato, come la Spagna e la Grecia, e avere un ruolo in Europa. Croce è contrario alla guerra. È convinto che l’Italia sia troppo fragile per sopportare una guerra e ne uscirà stravolta. Teme che la guerra possa essere l’occasione per una rivoluzione socialista e la rivoluzione bolscevica del ’17 confermerà la previsione. Inoltre, è filotedesco, detesta l’idea di scendere in guerra contro la Germania, che per lui è l’Europa, a fianco dell’Intesa, si oppone alla propaganda sulla barbarie tedesca, loda la Realtpolitik tedesca, invita a non illudersi di vincere i tedeschi, e viene tacciato di disfattismo. Ebbe scontri con De Ruggiero che contrappose l’<em>élan vital</em> al “tedesco meccanico”, tensioni con Gentile e con i vociani, ormai tutti gentiliani, interventisti e innamorati del Popolo d’Italia di Mussolini.</p>
<p>L’idea di un’alleanza con Francia e Inghilterra è un incubo per Croce, che teme, come Sorel, che lo informa quotidianamente delle pressioni di Bergson su Wilson per chiedere l’intervento statunitense, l’ingresso in guerra degli Stati Uniti. “Io ho il sentimento – scrive a Gentile – dell’ignoto e pauroso legame che si vuole stringere con un mostruoso accozzo di civiltà e interessi disparati, quale è l’Intesa”. Mentre Gentile si mantiene calmo anche di fronte a Caporetto, Croce rimane inquieto e depresso per tutta la guerra. Le lettere con Gentile sono poche, continue con quelle con Sorel e dalle risposte del francese ( quelle di Croce sono andate perse) si intuiscono gli incubi di Croce. Straziato dall’idea di una sconfitta italiana, è lacerato anche dall’idea della sconfitta tedesca. Sorel ha uscite antisemite su Bergson, di cui Croce rifiuterà sempre di far tradurre libri da <em>Laterza,</em> <em>Gli americani non sono più i barbari vitali </em>del 1907, ma, come gli scrive Sorel, un pericolo per l’Europa destabilizzata dalla rivoluzione russa e dalla fine degli Imperi centrali.</p>
<p>Felice per la vittoria italiana, Croce fa di tutto per riallacciare le relazioni con la Germania, fa pubblicare da Laterza un libro di un giovane tedesco caduto al fronte, descrive all’amico Vossler l’insicurezza di non avere più al centro dell’Europa una nazione forte, disciplinata e laboriosa come la Germania. Scrive articoli di fuoco contro Wilson e la Società delle Nazioni. È preoccupato per la crisi del dopoguerra italiano, per gli scioperi, il caos. Va ad applaudire Mussolini al San Carlo e appoggia la riforma di Gentile ministro dell’istruzione, che compie l’opera iniziata da lui come ministro di Giolitti. Esteticamente a Croce, nipote di un alto magistrato borbonico e senatore del Regno per censo, il fascismo non poteva piacere: troppe camice nere, troppe scenografie, e troppo popolo. Però sostiene Mussolini e il fascismo, come abbiamo detto, in un momento difficile come quello del delitto Matteotti. Croce più che del discorso di Mussolini del 3 gennaio si lamenta che Gentile, “ignorantissimo in materia di diritto”, fosse stato messo a capo di una commissione per cambiare lo Stato liberale.</p>
<p>Di solito, la <em>Storia d’Italia </em>è considerata un classico dell’antifascismo, anche se in essa Croce non attacca Mussolini, ma Gentile. Di Mussolini, che nel 1903, su <em>Il Popolo</em> aveva salutato il debutto della Critica, ricordando che Croce era amico di Sorel, non il solito accademico della vecchia filosofia pulzellona, Croce dice un gran bene nella Storia d’Italia. Un giovane intelligente, colto e coraggioso, che aveva infuso una nuova anima al socialismo con Sorel, Bergson, il pragmatismo, Blondel, che nel ’12 fu chiamato a dirigere l’Avanti! e al congresso di Ancona del ’14 chiese di votare l’inconciliabilità tra socialismo e massoneria e aprì l’Avanti! all’idealismo.</p>
<p>Croce è anche pieno di lodi per il Mussolini interventista, sorvolando sul fatto che lui era stato contrario alla guerra. Mentre i socialisti italiani si ostinavano a negare la guerra – dice con enfasi quasi gentiliana –, i socialisti tedeschi sostenevano l’interesse nazionale della Germania: solo il socialista rivoluzionario Mussolini, che possedeva fiuto politico e risolutezza lasciò l’<em>Avanti!</em> e fondò il Popolo d’Italia, dimostrando di avere a cuore l’interesse nazionale. Mentre loda Mussolini, attacca Gentile, che aveva ceduto alle lusinghe dell’irrazionalismo e aveva dato vita all’attualismo, che definiva “un non limpido consigliere pratico”. Mentre attacca Gentile, dandogli dell’irrazionalista, Croce dipinge se stesso nel primo quarto di secolo come un cauto liberale della Destra storica, ostile all’idea della politica come potenza. Croce rovescia completamente le carte, perché era stato il teorico della Realtpolitik e della politica dello Stato come potenza e aveva diffuso Sorel per scompigliare la sinistra.</p>
<p>Quando Gentile rompe con Laterza per il “non limpido consigliere pratico”, Croce scrive a Laterza di non preoccuparsi, perché “per anni avete goduto di una donna giovane e fresca e ora vecchia e brutta la consegnate a un altro amante”. “L’altro amante” di questa paradossale metafora è Mussolini, per il quale Croce si sente lasciato da Gentile. Da quando Gentile era diventato ministro di Mussolini, un uomo nuovo, giovane e intenso come lui, il rapporto con Croce passò inevitabilmente in secondo piano, preso dai problemi del ministero e della riforma della scuola. Le lettere e gli incontri si diradarono, le risposte alle richieste di Croce, così suscettibile e abituato a essere trattato da primadonna, provocarono frustrazione, sfiducia, sospetti.</p>
<p>Croce si offese perfino perché Gentile non gli chiese il permesso di iscriversi al fascismo. Insomma, il giovane normalista che aveva sostituito Labriola nell’amicizia intellettuale e nell’affetto, era troppo autonomo, si era emancipato, aveva trovato la sua strada e perfino il suo Duce. Croce si sentì tradito. Come confessò a Omodeo in una lettera del 1930, lui aveva fatto di tutto per far entrare Gentile all’università, ma poi lui appena si era sentito forte aveva fondato una sua scuola. E avrebbe potuto aggiungere, si è staccato da me, è sceso in politica, è diventato ministro, sta facendo la storia. Già, fare la storia, l’ambizione che ogni filosofo da Platone nutre segretamente dentro di sé e a cui Hegel aveva dato consistenza logica. Questo groviglio di sentimenti e risentimenti nel nipote degli Spaventa, che aveva aiutato il figlio del farmacista di Castelvetrano a entrare nel mondo, avere successo, e lo aveva visto allontanarsi, ebbe qualche conseguenza nei confronti del fascismo.</p>
<p>Quando Gentile scrisse il manifesto degli intellettuali fascisti, Croce scrisse quello degli intellettuali antifascisti. In <em>Relazioni o non relazioni col Mussolini</em> sottolineò compiaciuto che il suo manifesto fu sempre ricordato e mai quello di Gentile “al quale rispondeva e che, in verità, per logica e per forma letteraria, troppo era inferiore alla logica e alla prosa di noi antifascisti”. Il manifesto degli intellettuali antifascisti – come Croce stesso dichiara – lo scrisse lui stesso in poche ore, dopo che Giovanni Amendola gli aveva chiesto per lettera se avrebbe firmato una risposta al manifesto di Gentile. Dell’atto che ufficialmente segnava la pubblica presa di posizione antifascista di Croce, il filosofo napoletano nel ’44 ricordava soltanto con soddisfazione di avere scritto un manifesto migliore di quello di Gentile.</p>
<p>Il logoramento del rapporto con Gentile ebbe dei riflessi nella relazione di Croce col fascismo e nel Discorso contro il Trattato di pace, che è nei fatti un’autocritica feroce a se stesso e non pare neppure scritto dallo stesso Croce che nel ’44 confessava compiaciuto quanto fossero stupidi a pensare che potesse rivolgere un discorso patriottico agli italiani per fermare gli Alleati, si avverte uno smarrimento doloroso, quando confessa di essere atterrito al pensiero di cosa penseranno le future generazione per “aver lasciato vituperare e avvilire e inginocchiare la nostra comune madre a ricevere un iniquo castigo”.</p>
<p>Col <em>Discorso contro il Trattato di pace</em> Croce, per la prima volta, fece i conti con se stesso e fu il momento più amaro. Sperimentava l’amarezza della sconfitta personale e il dolore profondo della perdita di un’idea dell’Italia che gli era stata molto cara. Quell’Italia si era davvero spezzata ed è ancora oggi confusa e priva di identità. Più del federalismo è questo che dovrebbe preoccupare e nessuna retorica sui 150 anni di unità d’Italia fa effetto quando la cultura di un paese ha smarrito da troppo tempo il senso di cosa significa essere un popolo e avere in comune la stessa terra. L’Oriana furiosa lo aveva capito e con la solita schiettezza aveva centrato il cuore del problema.</p>
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		<title>Il 25 aprile dei &#8220;partigiani blu&#8221;</title>
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		<pubDate>Sun, 25 Apr 2010 11:56:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Armao</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href=http://www.arezzopolitica.it/2010/04/25/il-25-aprile-dei-partigiani-blu/><img src=http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/04/marines.gif class=imgtfe hspace=5 align=left width=100  alt="" /></a>Redazione.
Riportiamo integralmente l&#8217;articolo di Roberto Santoro pubblicato su www.loccidentale.it sulla giornata del 25 aprile.
Il 25 Aprile del 1945 le truppe americane liberano Milano e Torino, mentre scoppia l’insurrezione contro le forze occupanti a Genova. Il Fascismo è caduto, la Seconda Guerra mondiale è agli sgoccioli, l’Italia ha avuto la sua “Gettysburg”. Da allora, ogni anno, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong><img class="alignleft size-full wp-image-4019" title="marines" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/04/marines.gif" alt="marines" width="300" height="149" />Redazione.</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Riportiamo integralmente l&#8217;articolo di Roberto Santoro pubblicato su www.loccidentale.it sulla giornata del 25 aprile.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il 25 Aprile del 1945 le truppe americane liberano Milano e Torino, mentre scoppia l’insurrezione contro le forze occupanti a Genova. Il Fascismo è caduto, la Seconda Guerra mondiale è agli sgoccioli, l’Italia ha avuto la sua “Gettysburg”. Da allora, ogni anno, le massime autorità del nuovo stato repubblicano celebrano con solennità questa ricorrenza, come hanno fatto il presidente Giorgio Napolitano e il premier Silvio Berlusconi incontrando a Milano i partigiani che in quelle sanguinose giornate si batterono a fianco degli Alleati nelle principali città italiane.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;anno scorso, a Onna, la città degli Abruzzi devastata dal terremoto, che fu anche protagonista di uno dei brutali eccidi nazisti, Silvio Berlusconi ci aveva provato a fare un discorso “alto”, nobile, per trovare delle parole di pacificazione definitiva, una volta per tutte e per tutti gli italiani. Il Cav. voleva fare del 25 Aprile il giorno della rinascita della libertà e aveva sostanziato il suo discorso in nomi ed esempi concreti, “come Salvo D’Aquisto, i militari dell’esercito del Sud e i tanti piccoli eroi sconosciuti che con gesti comuni si batterono per la causa della libertà”. Il 25 aprile fu un momento di unità nazionale, insomma, e la Resistenza un’eredità dello spirito risorgimentale, ma entrambe fatte da anonimi combattenti ignoti alla memoria del Paese.</p>
<p>I piccoli eroi sconosciuti come Andrea Giovene – scrittore e nobile napoletano che si era battuto orgogliosamente da ufficiale nei ranghi dell’esercito regio, nelle campagne di Grecia e Albania e poi sul fronte russo, prima di finire in un campo di concentramento nazista e raccontare il suo periglioso ritorno a casa nella monumentale Autobiografia di Giuliano di Sansevero, opera decisiva per comprendere la Seconda Guerra mondiale e il dopoguerra in Italia. Tradotta in diverse lingue, in odor di Premio Nobel, nel nostro Paese l’Autobiografia ha trovato scarso spazio editoriale (nulla di più dopo la vecchia e frastagliata edizione Rizzoli), forse perché il suo autore aveva criticato con la stessa foga l’avventurismo fascista, la vigliaccheria di Casa Savoia, il germe del cancro partitocratico all’interno del Comitato di Liberazione Nazionale.</p>
<p>Ci vorranno decenni prima di &#8220;riabilitare&#8221; quelle centinaia di migliaia di uomini – i soldati spediti sui fronti delle guerre fasciste – dimenticati rapidamente a dispetto delle poche decine di migliaia di partigiani che, per lungo tempo, sono stati gli unici e assoluti protagonisti dell’antifascismo. Quella di Giovene, per esempio, fu una “Resistenza interiore” di cui si è colpevolmente perso traccia.</p>
<p>Così come c’è un altro romanzo che ha sempre punto sul vivo i depositari, veri o presunti, della mitologia resistenziale: Il partigiano Johnny di Beppe Fenoglio, uno scrittore che al suo esordio, nel 1952, quando uscirono i racconti di I ventitré giorni della città di Alba, fu duramente criticato dal quotidiano “L’Unità” – “Fenoglio ci presenta degli strani partigiani, che stanno tra la caricatura e il picaresco, che combattono per avventura o addirittura per niente e per nessuno…”. Giudizio che fa il paio con quello epresso a decenni di distanza da un grande vecchio del giornalismo italiano, Giorgio Bocca: “Fenoglio della Resistenza non ha capito nulla. Io di quei venti mesi ho una idea politica e storica. So qual è il valore della Resistenza, so perché il sogno che la innervava è naufragato. Fenoglio è come Pansa”, Pansa Giampaolo.</p>
<p>Dove sta invece la “particolarità” del romanzo di Fenoglio? Nell&#8217;aver intrecciato il resoconto autobiografico, la sua estrazione familiare culturale e sociale, l&#8217;esperienza partigiana a fianco dei “partigiani blu” (badogliani, liberali e conservatori), con una dimensione epica, una “epica storica”, in cui la Resistenza viene spogliata di tutta la sua retorica, e della guerra restano gli uomini, brutali e poetici, eroici e laceri, che si trascinano nel fango e si tolgono la vita uno con l’altro. Una narrazione che fin dal titolo, per non parlare dell’impasto linguistico, è un tributo alla all’America degli Hemingway e dei Dos Passos, a Shakespeare come al nostro Ariosto, e dunque un’ode all’individuo libero della Civiltà Occidentale, intraprendente e coraggioso: un ideale cavalleresco che unisce gli (anti)eroi di Fenoglio e quelli di Giovene. Ferito e in fuga dalla Germania, Giuliano di Sansevero dona i suoi ultimi vestiti di lana a una famiglia di profughi polacchi,&#8221;in Dio e con gli uomini generoso&#8221;.</p>
<p>Sono i destini dei singoli a fare la Storia, gli amori, le amicizie, i viaggi, le lotte, la morte (“Ricordati che senza i morti, i loro e i nostri, nulla avrebbe senso”), il palcoscenico dello scandaloso romanzo breve Una questione privata, un&#8217;opera meno conosciuta di Fenoglio che fa sbiadire Uomini e no di Vittorini o Il sentiero dei nidi di ragno di Calvino (le scuole italiane si sono dovute accontentare per molto tempo della Agnese va a morire di Renata Viganò). Proprio Calvino dirà che Una questione privata fu il romanzo che tutti gli scrittori coetanei di Fenoglio avrebbero voluto scrivere.</p>
<p>Anche in Johnny regna la disillusione e non si sa neppure che fine faccia il partigiano alla fine del romanzo, se sia vivo o morto. Una delusione che deriva dal chiedersi e ragionare su quello che poteva essere e non è stato. Quale fu, per esempio, il valore dei mancati processi ai fascisti da parte dei tribunali Alleati nel dopoguerra? Per alcuni crearono una sorta di ‘spazio vuoto’ che si riempì di ritorsioni e di vendette, secondo altri, invece, favorirono una transizione, per quanto possibile pacifica, verso la democrazia, facendo da argine al comunismo sovietico. Ma al di là di queste domande resta la capacità, tutta letteraria, di Fenoglio, di andare oltre la Storia raccontando delle storie private, delle testimonianze fotografate nel momento in cui accadevano, e probabilmente per questo, più avvincenti e realistiche di molta storiografia sulla Resistenza.</p>
<p>Anche da quest&#8217;epica liberale però restano tagliati fuori i fascisti, che l’autore non riesce a giudicare né a raccontare, un nemico imperscrutabile che può essere solo sconfitto. Negli anni Settanta, Renzo De Felice avrebbe spiegato la composizione sociale del Fascismo e i motivi per cui le classi sociali emergenti che lo avevano generato e sostenuto erano destinate comunque ad entrare a far parte della Storia repubblicana, che non avrebbe potuto più disfarsene. In Fenoglio non c’è ancora questa coscienza o se c&#8217;è emerge a sprazzi.</p>
<p>E’ trascorso un anno dal discorso di Berlusconi a Onna. Per onorare i “piccoli eroi dimenticati” della Resistenza (e non) sarebbe bello ripartire da un dialogo fra Johnny e un ufficiale repubblichino durante una tregua del conflitto. “Bene: che farete, ragazzi, dell’Italia?”, chiede il fascista. “Una cosa alquanto piccola ma del tutto seria”, risponde Johnny. Aye, Sir.</p>
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		<title>Che cosa sta succedendo alla Chiesa cattolica?</title>
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		<pubDate>Sun, 11 Apr 2010 16:03:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Armao</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href=http://www.arezzopolitica.it/2010/04/11/che-cosa-sta-succedendo-intorno-alla-chiesa-cattolica/><img src=http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/04/babini-150x150.gif class=imgtfe hspace=5 align=left width=100  alt="" /></a>A cura della Redazione.
Pubblichiamo una intervista di Bruno Volpe a Monsignor Giacomo Babini, Vescovo Emerito di Grosseto (Toscana &#8211; Italia)  uscita venerdì 09 Aprile 2010 sul sito cattolico www.pontifex.roma.it.
Le dichiarazioni stanno facendo il giro del mondo e stanno provocando le reazioni indignate delle comunità ebraiche. Su queste dichiarazioni non prendiamo posizione ma sicuramente meritano [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify; "><strong>A cura della Redazione.</strong></p>
<p style="text-align: justify; "><strong>Pubblichiamo una intervista di Bruno Volpe a Monsignor Giacomo Babini, Vescovo Emerito di Grosseto (Toscana &#8211; Italia) <img class="alignleft size-full wp-image-3922" title="babini" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/04/babini.gif" alt="babini" width="150" height="230" /> uscita venerdì 09 Aprile 2010 sul sito cattolico www.pontifex.roma.it.<br />
Le dichiarazioni stanno facendo il giro del mondo e stanno provocando le reazioni indignate delle comunità ebraiche. Su queste dichiarazioni non prendiamo posizione ma sicuramente meritano di essere diffuse per una vasta e approfondita riflessione su quello che sta succedendo fuori e dentro la Chiesa cattolica. </strong></p>
<p style="text-align: justify; ">&#8220;La Chiesa deve chiedere perdono? E per cosa&#8221; si chiede Monsignor Giacomo Babini, Vescovo Emerito di Grosseto.Eccellenza alcuni giornali e voci isolate chiedono alla Chiesa una sorta di pubblico perdono per i preti pedofili: &#8221; penso che sia ora di dire basta. Di perdono ne abbiamo chiesti troppi e lo facciamo anche alla messa tutti i santi giorni. Pensino a farlo gli anglicani, tanto che molti di loro hanno deciso di passare al cattolicesimo, ora mi auguro che non ci imbarchiamo una bella dose di gay&#8221;. Poi aggiunge: &#8221; la pedofilia é una cosa orrenda e basterebbe un solo caso per far gridare allo scandalo, ma mi consta che anche in altre confessioni ve ne siano e in proporzione maggiore a quella della Chiesa cattolica&#8221;. Ma chi orchestra questa manovra?: &#8221; i nemici di sempre dei cattolicesmo, ovvero massoni ed ebrei e l&#8217;intreccio tra di loro a volte é poco facile da capire&#8221;. Precisa: &#8221; ritengo che sia maggiormente un attacco sionista, vista la potenza e la raffinatezza, loro non vogliono la Chiesa, ne sono nemici naturali. In fondo, storicamente parlando, i giudei sono deicidi&#8221;. Ora saltano: &#8221; ci sta poco da saltare. Le Scritture lo dicono bello chiaro.Magari lo erano in modo inconsapevole, hanno  goduto della ignavia di Pilato, certo: ma deicidi sono, il crucifige lo hanno detto loro e non altri&#8221;. Poi precisa: &#8221; la loro colpa fu tanto grave che Cristo premonizzò quello che sarebbe accaduto loro con il non piangete su di me, ma sui vostri figli&#8221;. Che cosa intende dire?: &#8221; l&#8217;olocausto fu una vergogna per la intera umanità,ma ad esso occorre guardare senza retorica e con occhi attenti. Non crediate che Hitler fosse solo pazzo. La verità é che il furore criminale nazista si scatenò per gli eccessi e le malversazioni economiche degli ebrei che strozzarono la economia tedesca. Una tanto veemente reazione si deve anche a questo, la Germania era stanca delle angherie di chi praticava tassi di interesse da usura&#8221;. Il suo non è un discorso politicamente corretto: &#8221; poco male, ma compito dei vescovi é parlare chiaro, sì sì, no, no. Furono deicidi e questo non lo dice Babini, lo dice il Vangelo, volete rinnegarlo o cambiarlo? Certo, per buonismo si arriva anche a questo&#8221;. Precisa: &#8221; Cristo é il Redentore, é morto anche per la salvezza degli ebrei e di tutti e ciascuno di noi giornalmente lo crocifigge col peccato, ma dal punto di vista storico, si trattò di deicidio,bello e buono&#8221;. Forse ci sta anche la lobby gay: &#8221; non lo dubito, anche loro se possono tirano sulla Chiesa. Bisogna trattare coloro che solo hanno tendenze omosessuali con delicatezza e senza ifierire, con misericordia. Ma accettino serenemante la loro croce e la malattia con santa rassegnazione. Altri invece praticano la omosessualità e persino se ne vantano. A loro dico che persino gli animali rispettano l&#8217;ordine della natura e loro no, da questo punto di vista meglio la regolarità degli animali&#8221;. Ma come ritiene la ostentazione gay?: &#8221; un vizio osceno, una cosa che denota mancanza di equilibrio e violazione della natura&#8221;. Darebbe i sacramenti ad un gay conclamato?: &#8221; la comunione certo no.Per il funerale se dovessimo applicare il diritto canonico direi di no, ma alcune volte i parenti ti chiedono l&#8217;impossibile e pretendono una chiesa che lavora a gettone. Certo, bisogna sempre far prevalere la misericordia per quanto riguarda il suicida e credo che sia giusto dar loro il funerale. Per l&#8217;omosessuale che pubblicamente ha oltraggiato la chiesa e l&#8217;ordine etico direi no&#8221;.</p>
<p>Intervista di Bruno Volpe</p>
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		<title>PDL-cattolici: ma le aperture non bastano!</title>
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		<pubDate>Mon, 29 Mar 2010 13:18:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Frabetti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[bonino]]></category>
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		<category><![CDATA[elezioni regionali 2010]]></category>
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		<description><![CDATA[<a href=http://www.arezzopolitica.it/2010/03/29/pdl-cattolici-ma-le-aperture-non-bastano/><img src=http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/03/ansa_10072359_18140-150x150.jpg class=imgtfe hspace=5 align=left width=100  alt="" /></a>di Giorgio Frabetti- Dopo 15 anni di fine dell&#8217;unità politica dei cattolici occorre  avviare finalmente una riflessione corretta sul rapporto Stato-Chiesa in Italia. Questa esigenza di riflessione a mio avviso è stata resa attuale in questi giorni dall&#8217;anomala e ingiustificata polarizzazione della campagna elettorale per la Regione Lazio sui temi della bioetica tra cattolicesimo e laicismo: polarizzazione anomala, dato che la Regione non ha [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-3723" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/03/ansa_10072359_18140.jpg" alt="ansa_10072359_18140" width="280" height="368" />di <strong>Giorgio Frabetti</strong>- Dopo 15 anni di fine dell&#8217;unità politica dei cattolici occorre  avviare finalmente una riflessione corretta sul rapporto Stato-Chiesa in Italia. Questa esigenza di riflessione a mio avviso è stata resa attuale in questi giorni dall&#8217;anomala e ingiustificata polarizzazione della campagna elettorale per la Regione Lazio sui temi della bioetica tra cattolicesimo e laicismo: polarizzazione anomala, dato che la Regione non ha i poteri per legiferare sui temi come aborto, eutanasia, testamento biologico, unioni omosessuali (sui cui da sempre si concentra l&#8217;attenzione della Chiesa); con ciò, a livello mediatico, è rimasto del tutto oscrurato il vero e proprio confronto programmatico amministrativo. In particolare, è parso in questa campagna elettorale che fossero i due &#8220;colossi&#8221; mediatici dell&#8217;anticlericalismo (<em>Repubblica</em>) e del cattolicesimo militante (<em>Avvenire</em>) a dettare, a mò di <em>spin doctor</em>, il confronto elettorale tra le candidate alla carica di Governatore; al punto che, ad esempio,  gli stessi toni della polemica PDL contro la Bonino (specie per bocca dell&#8217;On. Roccella) a tratti parevano toni più consoni al <em>lobbyng</em> etico che ad una campagna elettorale! A rendere, poi, più aspro il clima polemico e ad aggravare quello che è stato un vero e proprio &#8220;corto circuito&#8221; mediatico per la Regione Lazio, si è anche aggiunta la presa di posizione del Card. Angelo Bagnasco, Presidente della CEI, le cui parole di raccomandazione ai fedeli cattolici, (affinchè non diano il proprio voto a quei politici che non diano garanzia di sostenere i &#8220;valori non negoziabili&#8221;) sono state interpretate come netta stroncatura della candidata PD, Emma Bonino (dichiarazioni che puntualmente hanno ripaerto la miseranda e mai esecrata polemica sulle cd &#8221;ingerenze del Vaticano nella politica italiana&#8221;). Ora, a mio modesto avviso, questa &#8221;polarizzazione anomala&#8221; è stata favorita dalla debole e carente elaborazione politico-culturale da parte del sistema politico del rapporto Chiesa-Stato: la responsabilità del centro-destra (rispetto alla sinistra) è però nel medio periodo più rilevante, considerando che, nel rapporto Chiesa-politica negli ultimi anni, è stato il centro-destra a tenere di fatto &#8220;le bocce in mano&#8221; e a condizionare anche la posizione del centro-sinistra: se, cioè, negli anni 90, crollata la DC, la Sinistra non ha avuto problemi con la Chiesa, perchè ha potuto contare sulla continuità dei rapporti intessuti dalla DC (che in buon parte si è integrata nell&#8217;<em>Ulivo</em>), la situazione è cambiata all&#8217;inizio degli anni 2000, quando per la non indifferente e imprevista trasmigrazione del voto cattolico in una collocazione di destra non democristiana classica come <em>Forza Italia</em>, la Sinistra, perso il vechio referente post-democristiano per il mondo cattolico, per &#8220;riflesso condizionato&#8221;, ha corretto il tiro puntando sui temi della laicità e dell&#8217;anticlericalismo, nella speranza di spiazzare il centro-destra nel suo elettorato laico. Oggi, la strategia, fin qui vincente e dominante, con la quale la destra si è fin qui accattivata la simpatia di non poco elettorato cattolico mostra la corda e deve essere rivista, perchè non più utilmente sostenibile, come attesta la campagna elettorale del Lazio. A riassumere la strategia di quasi un ventennio di rapporti centro-destra/Chiesa valgano per tutte le parole pronunciate dal Sen. Gaetano Quagliariello ne <em>L&#8217;Occidentale</em> del 17/02 scorso (<em>Nel Lazio, la Bonino mette alla prova la laicità del voto cattolico</em>): &#8221;i candidati dicano come la pensano su sanità, educazione, famiglia, biopolitica, restituendo ai principi lo spazio che spetta loro, e garantendosi di poter scegliere a viso aperto quale persona, quale coalizione, quale programma li rappresenta di più&#8221;. Parole ragionevoli, ma superate e ormai obsolete: se, infatti, fino ad oggi con questa strategia (influenzata da Introvigne e Stark e dalle loro teorie sull&#8217;analogia tra &#8220;mercato religioso&#8221; e &#8220;mercato economico&#8221;)  il centro-destra (e <em>Forza Italia</em>, in particolare), formalmente laico, ha dato una grande prova di &#8220;apertura&#8221; verso il mondo cattolico (al contrario della Sinistra, almeno attualmente), oggi tale &#8220;strategia delle aperture&#8221;  verso i cattolici &#8230; non paga più. Se, cioè, negli anni 90, appena finita la DC, un tale &#8220;aperturismo&#8221; era utile per intercettare il voto cattolico (onde spostarlo da Sinistra a Destra) e per scongiurare l&#8217;attrattiva di un &#8220;grande centro&#8221; sul modello del PPI di Martinazzoli, oggi questa strategia appare abbastanza &#8221;suicida&#8221;. In effetti, oggi questa strategia avvantaggia più il &#8220;centrismo&#8221; di Casini e meno la PDL; e, per riflesso, l&#8217; apertura (tramite l&#8217;UDC) di un &#8220;cartello elettorale cattolico&#8221; (indipendente dal PDL) ha consentito alla Bonino di realizzare un simmetrico &#8220;cartello elettorale anticlericale&#8221;, all&#8217;evidente scopo di &#8220;parassitare&#8221; lo scontento indotto nei laici di centro-destra dallo sbilanciamento del PDL sui cattolici! Evidentemente, sia Bonino che Casini (su fronti opposti) sono i &#8220;vincitori morali&#8221; della campagna elettorale, perchè, pur nel marginale apporto dei loro partiti, hanno saputo catturare l&#8217;attenzione nazionale e sbilanciare realmente (con le loro <em>issues</em> trasversali) gli schieramenti. Ma se Casini e Bonino possono cantare vittoria, la PDL deve già leccarsi le ferite: sbilanciandosi, infatti, troppo verso le ragioni &#8220;cattoliche&#8221; del voto in Lazio, il partito berlusconiano ha pagato un prezzo troppo alto a Casini (coalizzato per la Polverini), mettendo a dura prova quell&#8217;ambizione egemonica e maggioritaria per cui la PDL è nata (il che è simmetricamente vero anche per il PD nei confronti della Bonino, ma si sa ormai il PD non ha storia)! La sconfitta del centro-destra, in questo senso, almeno in termini di equilibri dei poteri, è sensibile. Ecco, perchè, a causa di queste recenti vicende, ritengo che i tempi siano maturi affinchè il PDL riveda i termini del rapporto con l&#8217;elettorato cattolico, affinchè intraprenda una serena riflessione politico-culturale, capace di andare aldilà della logora strategia delle mere &#8220;aperture&#8221;, onde approdare verso un confronto più denso sui contenuti delle proposte cattoliche.  In particolare, credo che il centro-destra possa ritrovare nelle parole di Marcello Veneziani  (<em>Religione e Cittadinanza) </em>spunti utili di riflessione; secondo Veneziani, cioè, nel rapporto Chiesa-politica, &#8221;il vero problema non è l&#8217;invadenza della religione nella politica, ma l&#8217;opposto: la debolezza della politica e della cultura civile che non è in grado di veicolare valori condivisi, regole comuni, orientamenti etici; non è l&#8217;ingerenza clericale ma il <em>deficit</em> politico il vero problema&#8221; (debolezza, per altro, oggi esemplificata dal &#8221;basso profilo politico&#8221;  della campagna elettorale del Lazio). Affinchè una simile subalternità non si ripeta, occorre un&#8217;elaborazione politico-culturale del PDL più vasta e profonda, che sappia raccogliere il meglio delle sollecitazioni offerte dalla Chiesa Cattolica, ma senza per questo diventare clericale e senza stravolgere la propria identità di partito laico.  Innanzitutto, i tempi sono maturi affinchè il PDL prenda atto dell&#8217; eccellente provocazione che viene dalla Chiesa su temi come aborto, bioetica etc.,, affinchè la politica scopra il fondamento meta-legislativo della vita e di alcuni valori morali essenziali, &#8220;non negoziabili&#8221; perchè strettamente connessi al DNA di una convivenza civile nel segno della libertà e del pluralismo (sul punto, vedi il mio <em>Il crocifisso &#8230;</em> del 10/11 scorso su questo <em>news-magazine</em>). Ma se la Chiesa fornisce solo alcuni paletti etico-morali (lei ama dire &#8220;principi di riflessione&#8221;), compete poi all&#8217;autonomia, alla necessaria creatività e progettualità dei politici fare la propria parte. Il politico, infatti, è chiamato ad essere un profeta-poeta, con la vocazione di interpretare la realtà presente con lo scopo di gettare un ponte verso il futuro della Nazione, per intercettare in anticipo sugli altri segmenti della società opportunità, rischi, potenzialità progettuali; una vocazione nella quale risiede, ci si passi, il termini la &#8220;religiosità intrinseca&#8221; della politica stessa: &#8220;Non si tratta -continua Veneziani- di abbracciare una scelta culturale di tipo neo-guelfo&#8221;. Viceversa, il PDL deve assecondare la naturale vocazione della destra politica affine a &#8221;una visione più ghibellina o dantesca, ovvero religiosa ma non clericale, cattolica ma non confessionale, ove permane la distinzione delle sfere temporale e spirituale; ma in una prospettiva tutt&#8217;altro che laicista o irreligiosa.&#8221; Aggiungo, poi, che, sul piano operativo, la politica deve essere consapevole della sua specificità rispetto alla Chiesa: ad es. per gestire i problemi della crisi economica o dell&#8217;immigrazione, non basta delegare il volontariato (che pure la Chiesa meritoriamente può garantire come una grande ONLUS e sul quale politici ed amministratori scaricano volentieri le incombenze di provvedere!), ma occorre tutta una capacità di regolazione e di progettazione che solo lo Stato e la politica possono garantire, con la dovuta attenzione alle prospettive future dei cittadini. Questa è la via maestra per consentire al PDL di recuperare un &#8221;alto profilo politico-culturale&#8221; nei riguardi dell&#8217;elettorato cattolico contro il <em>filybustering</em> di Casini o Bonino: è questa la via di un partito aperto sì ai valori cattolici, ma non clericale.</p>
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		<title>Unità d’Italia: la “politica della memoria” al servizio di un nuovo &#8220;risorgimento liberale&#8221; dell&#8217;Italia</title>
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		<pubDate>Mon, 22 Mar 2010 20:35:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Frabetti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href=http://www.arezzopolitica.it/2010/03/22/unita-d%e2%80%99italia-la-%e2%80%9cpolitica-della-memoria%e2%80%9d-al-servizio-di-un-nuovo-risorgimento-liberale-dellitalia/><img src=http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/03/italia-unita-21-150x150.jpg class=imgtfe hspace=5 align=left width=100  alt="" /></a>di Giorgio Frabetti e Federico Mugnai- E’ prossima la ricorrenza del 150° anniversario della proclamazione dell&#8217;Unità d&#8217;Italia, avvenuta il 17 marzo 1861 al Parlamento di Torino. Fare memoria del momento in cui l’Italia è divenuta uno Stato Unitario potrà sembrare scontato, inutile, dato che l’unificazione nazionale è un dato acquisito da tempo, che si è anche consolidato [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-3711" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/03/italia-unita-21.jpg" alt="italia-unita-2" width="400" height="300" />di <strong>Giorgio Frabetti</strong> e <strong>Federico Mugnai</strong>- E’ prossima la ricorrenza del 150° anniversario della proclamazione dell&#8217;Unità d&#8217;Italia, avvenuta il 17 marzo 1861 al Parlamento di Torino. Fare memoria del momento in cui l’Italia è divenuta uno Stato Unitario potrà sembrare scontato, inutile, dato che l’unificazione nazionale è un dato acquisito da tempo, che si è anche consolidato specie a seguito delle pulsioni secessioniste della Lega negli anni ’90. Non siamo convinti, però, che tutti gli italiani siano consapevoli delle conseguenze e delle obbligazioni etico-politiche che implica essere uno Stato Nazionale Unitario, anche dopo secoli. Ora, che cosa fu l&#8217;Unità d&#8217;Italia? Fu la scelta di una Nazione (che culturalmente, linguisticamente esisteva già da prima) di scommettere in un futuro politico per meglio investire i suoi talenti, in vista del progresso materiale e spirituale degli italiani e delle nuove generazioni: questo fu lo spirito</p>
<p>dei sostenitori dell’Unità. Retorica? Anticaglie di altri tempi? Non precisamente, se scorriamo quanto detto da Carlo Galli in una rivista certo non sospettabile di simpatie di destra o peggio reazionarie come <em>Limes, </em>la quale nel nr. 02/2009 (<em>Esiste l’Italia? Dipende da noi</em>), riferendosi allo Stato, ha espresso le seguenti parole:“lo Stato è un bene strategico, serve a svolgere attività indispensabili anche nell’età globale.  (…) Lo Stato nel suo nucleo originario è questo, il posporre l’utilità immediata del soggetto particolare all’utilità di lungo periodo, mediata attraverso le istituzioni razionali ed universali”. Questa essenziale proiezione sul futuro, implicata dall’essere l’Italia uno Stato Unitario, implica l’ascrizione alla politica di un ruolo di avanguardia: “il politico deve essere in grado di prospettare a ciascuno un’ipotesi di ‘fioritura’, facendosi carico di garantire a tutti le condizioni primarie perché ciascuno possa, appunto, fiorire. Queste sono le ambizioni che dovrebbero muovere l’uomo politico”. Ora, non si può fare a meno di notare che, fino al fascismo,questo è il <em>fil rouge</em> che percorre la storia italiana. E’ questa la speranza di quei piccoli borghesi (commercianti, artigiani, coltivatori diretti), delusi dalla pratica trasformistica che faceva il gioco dei banchieri e dell’industria bellica; è la speranza dei giovani dei primi del secolo come Prezzolini, Salvemini e Soffici che sentono l’arretratezza dell’Italia e sperano nell’intervento nella Guerra 15-18; è la speranza dei “giovani delle trincee” che, finita la guerra, contribuiscono ad ingrossare le file del fascismo. E non è un caso (come spiega mirabilmente lo storico Renzo De Felice nel terzo volume della biografia mussoliniana) che Mussolini riuscirà a rafforzare il Regime, rafforzando i poteri e il prestigio dello Stato, anziché del Partito fascista: un paradosso per uno Stato totalitario, che si comprende, però, solo alla luce di questo profondo significato etico dello Stato diffuso nei ceti borghesi. A questo punto, sorge obbligatoriamente una domanda: abbiamo oggi una classe dirigente capace di porsi all’avanguardia dei problemi politici e sociali? A guardarsi intorno in questi ultimi anni, non c’è da stare molto contenti: <em>Welfare</em> razionato, giovani generazioni abuliche, corruzione diffusa e dilagante, sono il segno eloquente di un Paese in cui i legami comunitari vanno allentandosi e perdendosi in modo e misure inquietanti. Purtroppo, questo stato di cose è frutto della repubblica nata … dall’08 settembre 1943 (la “morte della Patria”)! Non per nulla, l&#8217;Italia che i Padri Costituenti ci hanno consegnato è un&#8217;Italia soggetta continuamente a forze centripete, particolaristiche e localistiche. A essere onesti, si deve dire che tali tendenze non sono sempre negative, perchè in effetti l&#8217;Italia è ricca di &#8220;corpi intermedi&#8221; che funzionano (pensiamo alla famiglia che assorbe gran parte del precariato giovanile in assenza di ammortizzatori sociali, pensiamo all&#8217;economia spesso a &#8220;piccolo cabotaggio&#8221; aziendale, ma con bassa propensione al debito, il che ha salvato l&#8217;Italia dalla crisi finanziaria recente). Ciononostante, gli italiani da sempre geniali nell’ “arte di arrangiarsi”, si dimostrano deboli nel “pensare in prospettiva”, proprio per la scarsa propensione a ragionare in chiave di politica unitaria e nazionale. La riprova di questa “incapacità di pensare in prospettiva” la si rinviene, anzitutto in politica estera: l&#8217;Italia si può dire, dagli ultimi 60 anni, anticipa &#8220;in sedicesimo&#8221; le carenze e la lacune dell&#8217;attuale UE nel gestire gli asset e le sfide globali (immigrazione, flussi finanziari etc.); l’altra grave carenza è nella cultura, incapace di esprimere “visioni di sintesi” ed una visione credibile del destino e della vocazione dell’Italia nel mondo e nella storia (come fu l’idealismo di Croce e Gentile all’inizio del secolo). Oggi, l’Italia, come recita <em>Limes</em>, si trova indubbiamente in una fase in cui deve ritornare ad imparare ad essere Nazione, ad essere Stato; prima che si perda definitivamente la speranza che le istituzioni possano garantire un futuro a tutti; prima che ciascuno pensi al proprio utile.</p>
<p>E’ possibile invertire la tendenza? E’ possibile costruire una Nazione forte con una tradizione nazionale così debole? A questa domanda rispondiamo di sì, richiamando l’esempio della Germania del II dopoguerra. Come l&#8217;Italia anche la Germania è una Nazione formatasi del &#8220;secolo breve&#8221; 1860-2010 e passata attraverso mutamenti molto traumatici. Riassumendo in un quadro teorico questo processo politico-culturale, il filosofo tedesco Jurgen Habermas ha indicato la strada per una feconda convivenza politica nazionale nella formula del &#8220;patriottismo costituzionale&#8221;; una nozione che non ha nulla a che vedere con il “fondamentalismo costituzionale” propalato dal “popolo viola” e dal dipietrismo imperante (che identificano virtù civica e costituzione con lo stesso “letteralismo” con cui il fondamentalista cristiano o il testimone di Geova accoglie la Parola del Vangelo!), ma che serve da monito ai cittadini affinchè intendano il vincolo che sorge dal testo scritto nella Costituzione come un vincolo che diventa fecondo se c’è “virtù civica”, ovvero capacità di investire i valori di democrazia e libertà in una visione coerente del futuro della propria Nazione.</p>
<p>Ma il futuro non lo si può discerenere, prescindendo dal passato e dalla tradizione nazionale; ecco allora che, come sempre insegna Habermas, un passaggio essenziale di questo “patriottismo costituzionale” è la “politica della memoria” la quale “dimostra in che modi i vincoli del patriottismo costituzionale si creano e si rinnovano nel <em>medium</em> stesso della politica”.</p>
<p>Evidentemente, per l’Italia “politica della memoria” significa meditare il <em>Risorgimento</em> e tutta la storia italiana, facendo finalmente giustizia una volta per tutte delle partigianerie e della falsità che da troppo tempo hanno ipotecato la lettura della storia italiana, favorendo una visione distorta della vita nazionale (vedi foibe, antifascismo <em>et similia</em>); e riconoscere che, nonostante le contraddizioni e le negatività della storia italiana nel “secolo breve” 1861-2010, le difficoltà e le crisi nella vita della Nazione sono state superate con la forza della “virtù civica” e delle convinzioni personali; e non nel clima di polemica e di “scaricabarile” che caratterizza la politica attuale (e di cui la “delega politica” data alla magistratura costituisce l’aberrante riflesso e sbocco).</p>
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		<title>La sindrome del Mussolini perduto</title>
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		<pubDate>Mon, 15 Feb 2010 17:26:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mugnai</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href=http://www.arezzopolitica.it/2010/02/15/la-sindrome-del-mussolini-perduto/><img src=http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/02/benito-mussolini-diari-192x300.jpg class=imgtfe hspace=5 align=left width=100  alt="" /></a>di Federico Mugnai &#8211; A quasi 65 anni dalla morte di Benito Mussolini, continua ad essere vivo in larghi settori della società, l&#8217;interesse, manifestato in qualsiasi maniera per il dittatore italiano. E&#8217; bene non fraintendere questo interessamento con una più o meno vicinanza all&#8217;ideologia fascista degli italiani, che esclusa una piccola e trascurabile minoranza, non riguarda oggi la nostra società [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify"><img class="alignleft size-medium wp-image-3392" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/02/benito-mussolini-diari-192x300.jpg" alt="benito-mussolini-diari" width="192" height="300" /><strong>di Federico Mugnai</strong><strong> &#8211; </strong>A quasi 65 anni dalla morte di Benito Mussolini, continua ad essere vivo in larghi settori della società, l&#8217;interesse, manifestato in qualsiasi maniera per il dittatore italiano. E&#8217; bene non fraintendere questo interessamento con una più o meno vicinanza all&#8217;ideologia fascista degli italiani, che esclusa una piccola e trascurabile minoranza, non riguarda oggi la nostra società (come alcuni allarmisti fanno intendere), ma credo vada ricercato nella voglia di molte persone di scoprire e tentare di comprendere &#8221;l&#8217;uomo Mussolini&#8221;, andando al di là dei vari filmati Luce che lo inquadrano mentre arringa la folla dal celebre balcone di Palazzo Venezia o dei vari giudizi storici sommari che non tengono conto dei tanti aspetti su cui lo stesso Duce costruì sia il suo successo, la sua fama e il sincero consenso nei suoi confronti da parte del popolo sia la sua catastrofica e tragica fine politica ed umana . E tutto ciò perchè Mussolini rappresenta forse il personaggio più controverso e per certi versi drammatico che la storia italiana conosca, perchè verso di esso confluiscono vari e forti stati d&#8217;animo e passioni tra loro contrastanti: l&#8217;ammirazione mista a rabbia, l&#8217;amore e l&#8217;odio, l&#8217;attrazione per il rivoluzionario, per l&#8217;uomo coraggioso e  la condanna morale verso il despota; suggestioni che, nonostante il passare del tempo, pare si siano sedimentate e consolidate nel popolo italiano, tanto che il mito di Mussolini rimane intatto e semmai accresce, poichè è complessa e su certi aspetti cela un pò di mistero  la sua figura, da alimentare ancora oggi nuove discussioni in ogni sede.  Va detto che la &#8221;sindrome del Mussolini perduto&#8221; è anche conseguenza della cecità degli storici italiani (ad eccezione di De Felice e pochi altri) che continuano a girare attorno al caso Mussolini, senza volerlo affrontare per risolverlo definitivamente. Non riuscire a storicizzare un personaggio  come Mussolini, lascia esposto il campo alle scorribande di giornalisti, appassionati, collezionisti, antiquari, etc.. Ed è inutile fingere un dato di fatto incontrovertibile: come ebbe a dire Enzo Biagi &#8220;Mussolini fu un gigante della storia&#8221; ed è dannoso oltreché puerile  per la nostra società tentare di ridimensionare o semplicemente condannare aprioristicamente ed in modo strettamente ideologico un uomo che meriterebbe un&#8217; analisi accurata ed approfondita, anche perchè la sua vicenda umana si intreccia con il fascismo, cioè con uno dei periodi della nostra storia con cui ancora facciamo fatica a fare i conti seriamente. E se non si comprende dapprima Mussolini è difficile se non impossibile capire cosa fu il fascismo, da dove nacque e cosa rappresentò per la società italiana dell&#8217;epoca.  In questo contesto i diari di Mussolini di cui è in possesso il Senatore Dell&#8217;Utri, credo facciano parte più della leggenda, del mito del Duce che della sua storia. E con ciò non voglio assolutamente entrare nel dibattito sull&#8217;autenticità o meno dei diari o affermare che questi non esistano; anzi a tal proposito nel famoso libro-intervista di Emil Ludwig del 1932 con il Duce, &#8220;Colloqui con Mussolini&#8221;, c&#8217;è la prova che il dittatore italiano scrivesse appunti.  Scrive infatti Ludwig:&#8221;Dal cassetto del tavolo trasse (Mussolini Nda) un diario legato in pelle rossa, mi mostrò i suoi appunti scritti ogni giorno, ciascuno di mezza o una pagina&#8230;.&#8221;. Penso solamente che i diari possano rivelare un Mussolini intimo e privato, tanto era solo e refrattario al mondo esterno (per sua scelta) e che quindi possa avere riversato nei diari pensieri, giudizi, frustrazioni estemporanee che tormentavano il suo animo, ma non possano assolutamente essere utili in sede storica per fare ulteriore luce su alcune importanti e decisive decisioni politiche prese dal Duce.  Come ha detto De Felice in &#8221;Rosso e Nero&#8221;: &#8220; questo inseguirsi di rivelazioni sulla morte e sui diari mi fanno l&#8217;effetto di una musica sempre uguale, anche se suonata con strumenti diversi. E sempre peggio. Molto più interessante sarebbe recuperare certi fascicoli che Mussolini portava con sé a Dongo, che sono arrivati a Roma; portati alla presidenza del consiglio da un inviato del Clnai (esiste la ricevuta della loro consegna) e poi&#8230;scomparsi, forse &#8220;restituiti&#8221; agli inglesi, ma voglio sperare, fotocopiati.&#8221; E&#8217; questo il Mussolini perduto che andrebbe &#8220;riscoperto&#8221; e &#8220;rivelato&#8221;; i diari su cui gli storici, i giornalisti e gli intellettuali dibattono a volte con viva  preoccupazione e paura sono un&#8217;attrattiva per il popolo, ma non rivestono certamente una valenza storica fondamentale per comprendere al meglio il nostro passato.</p>
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		<title>Augusto del Noce. A vent&#8217;anni dalla scomparsa e a cento dalla nascita</title>
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		<pubDate>Sat, 16 Jan 2010 14:16:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Frabetti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href=http://www.arezzopolitica.it/2010/01/16/augusto-del-noce-a-ventanni-dalla-scomparsa-e-a-cento-dalla-nascita/><img src=http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/01/delnoce-150x150.jpg class=imgtfe hspace=5 align=left width=100  alt="" /></a>di Giorgio Frabetti-Questo post intende commemorare la figura del grande filosofo cattolico/tradizionalista Augusto del Noce di cui ricorre contemporaneamente il  ventennale della scomparsa (30 dicembre 1989, nemmeno due mesi dopo la caduta del Muro di Berlino, di cui il filosofo era stato lucido profeta nel suo Suicidio della Rivoluzione, edito nel 1978) e il centenario [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-3178" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/01/delnoce.jpg" alt="delnoce" width="250" height="402" />di <strong>Giorgio Frabetti</strong>-Questo <em>post </em>intende commemorare la figura del grande filosofo cattolico/tradizionalista Augusto del Noce di cui ricorre contemporaneamente il  ventennale della scomparsa (30 dicembre 1989, nemmeno due mesi dopo la caduta del Muro di Berlino, di cui il filosofo era stato lucido profeta nel suo <em>Suicidio della Rivoluzione</em>, edito nel 1978) e il centenario della nascita (11 agosto 1910). Del Noce ha dedicato tutta la vita a rovesciare/confutare un dato primo della cultura moderna, ovvero la convinzione che l’evoluzione della storia e della filosofia conducessero inevitabilmente verso la secolarizzazione e l&#8217;ateismo come condizione normale della vita dell’uomo. In che modo, secondo Del Noce una filosofia cattolica degna di questo nome può ritrovare forza e vigore verso il mondo moderno? La risposta è la seguente: solo insinuando il dubbio che tale processo di secolarizzazione non sia inevitabile, ovvero solo intendendo l&#8217;ateismo come &#8220;problema&#8221; (di qui il titolo della sua più importante opera), si può rendere plausibile razionalmente la dimensione della fede, almeno a livello di <em>preambula fidei </em>(non pare di sentire il monito di Giovanni Paolo II nell’enciclica <em>Fides et ratio</em> del 1998: “Ragione e fede sono due ali che conducono alla Verità”?). Viceversa, laddove non riesca almeno ad insinuare questo dubbio,  la filosofia cattolica resta condannata alla debolezza e allo scacco verso la cultura moderna: in questo, Del Noce vede il limite della filosofia di Jacques Maritain, che, dopo aver aperto molte speranze di “riconquista cattolica” del mondo moderno, negli anni 50-60 ha fatto naufragio verso marxismo e neoilluminismo (vedi lo scritto dedicato a Giacomo Noventa ne <em>Il suicidio della Rivoluzione</em> cit.); allo stesso modo, Del Noce vedeva la debolezza del cattolicesimo democratico, proteso ad un vago e confuso modernismo (teorico e pratico), in nome di una riconciliazione acritica con la cultura moderna (vedi scritti di Del Noce per il Convengo DC di Santa Margherita Ligure). Come si diceva all’inizio, qui risiede l’enorme modernità e il carattere eminentemente profetico dell’opera delnociana: carattere profetico tanto più evidente, soltanto se si considera che, al tempo in cui  Del Noce scriveva (anni 60-70), la cultura media religiosa (vedi COX, <em>La città secolare, trad. it. </em>Vallecchi, Firenze 1968) era attestata nella convinzione che il progressismo fosse il decorso inevitabile per tutte le religioni e le loro organizzazioni secolari; previsione poi clamorosamente smentita dal risveglio dei movimenti religiosi, tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90 (vedi l’indagine di INTROVIGNE-STARK, <em>Dio è tornato, </em>Elledici<em> </em>2005). Quali i passaggi essenziali di questa confutazione? Qui, in breve, se ne possono indicare solo alcuni cenni. <em>In primis</em>, Del Noce individua la “forma filosofica compiuta” della secolarizzazione nella filosofia classica tedesca e nell’idealismo hegeliano (sul punto v. <em>Il problema dell’ateismo</em>, Mulino, 1964): forma che risulterà ancora più compiuta teoreticamente, nell’attualismo gentiliano, il quale, sorto in reazione alla crisi dell’idealismo indotta dal marxismo, porterà alle estreme conseguenze teoretiche il postulato idealistico dell’identità (dialettica) tra soggetto pensante e oggetto pensato con l’abolizione della classica ontologia di derivazione aristotelica e tomistica dell’essere-presupposto-del pensiero; con l’attualismo, quindi, la filosofia moderna realizza il salto qualitativo definitivo, ovvero sostituisce al primato dell’essere (tradizionale) il primato del divenire, del vitalismo, dell’azione (vedi il postumo <em>Giovanni Gentile</em>, Il Mulino, 1990, specie capitolo primo). Questa via dell’abolizione della tradizionale ontologia classico-cristiana apre, poi, a Del Noce un’insinuante via di confutazione: incentrandosi, cioè, sul “divenire”,  la filosofia moderna è tecnicamente costretta a cercare nell’azione la riprova della sua verità, ovvero è costretta a scommettere sulla sua capacità di trasformare il mondo, anzichè di comprenderlo (come da tradizione). E’ sui risultati storici , allora, che Del Noce incentra la sua critica delle filosofie atee: allontanandosi, cioè, dall’ontologia tradizionale, la filosofia moderna ha prodotto una cultura che ha giustificato prima il totalitarismo marxista di Lenin, poi il totalitarismo fascista, nazifascista e la ripresa europea del marxismo con Gramsci e il comunismo italiano, fino ad arrivare agli esiti neo-illuministici e nichilistici della società opulenta e del consumismo, devastanti per le basi morali ed etiche dell’Europa Occidentale. La filosofia di Del Noce, a questo punto, approda ad una fenomenologia “transpolitica” (termine che il filosofo amava) dei totalitarismi assolutamente interessante e da riscoprire in chiave di ermeneutica, sia politica, sia culturale, e che in parte riprende la celebre tesi di Maritain del totalitarismo come “religione secolare” (socialismo reale, fascismo e nazismo sarebbero stati cioè tentativi di supplire al vuoto della vera fede con una fede nel cambiamento palingenetico del mondo attraverso la politica): per questo motivo, pur nella mia modestissima posizione, ritengo che Del Noce vada riscoperto come “filosofo classico dei totalitarismi”, capace di &#8221;tener testa&#8221; a pensatori del calibro di Hanna Arendt, Ernst Nolte e Eric Voegelin. Fin qui, la <em>pars denstruens</em>. Ma qual&#8217;è allora, secondo Del Noce, la via per la ripresa religiosa della filosofia? Del Noce parte da un presupposto molto semplice: l&#8217;idea secondo cui la secolarizzazione sia un processo irreversibile (posizione ferma della filosofia classica tedesca), è posizione smentita dalla presenza di una via franco-italiana del pensiero, che, al contrario della filosofia classica tedesca, giustifica la riconciliazione tra filosofia e fede (quella di Lammenais, Rosmini e Gioberti): questo, perché sia in Francia sia in Italia, prima della penetrazione massiccia del marxismo, la filosofia, anche laica,  non aveva mai rinnegato l’ontologia classica e la razionalità tradizionale; e non aveva inaridito, quindi, la “basi razionali” per la riscoperta della fede (i <em>preambula fidei</em>, appunto). L&#8217;esempio dell&#8217;esplosione di Maritain e della &#8220;riscoperta del religioso&#8221; nella Francia laica culla dell&#8217;Illuminismo dei primi del XX secolo, costituisce per Del Noce l&#8217;esempio più chiaro ed evidente di questa possibilità. Ripercorrendo, quindi,“a ritroso” questa via, la filosofia cattolica, secondo Del Noce,  può riacquistare vigore e aprire  quantomeno il &#8220;ragionevole dubbio&#8221; della fede nell&#8217;uomo moderno.</p>
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		<title>IMMIGRAZIONE E CITTADINANZA  DEI DIRITTI E DEI DOVERI</title>
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		<pubDate>Tue, 15 Dec 2009 20:26:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Armao</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href=http://www.arezzopolitica.it/2009/12/15/immigrazione-e-cittadinanza-dei-diritti-e-dei-doveri/><img src=http://digilander.libero.it/obiettivomafia/immigrati.jpg class=imgtfe hspace=5 align=left width=100  alt="" /></a>Stefano Fontana -
Direttore dell’Osservatorio internazionale Cardinale Van Thuân sulla Dottrina sociale della Chiesa -
Intervento al Convegno “Cittadinanze e nuovi cittadini. L’immigrazione che (ci) cambia” -
Arezzo, Sala comunale Aldo Ducci, 14 dicembre 2009 -
In questo intervento vorrei affrontare il problema dell’immigrazione spostando l’attenzione da “loro” a “noi”, vale a dire dagli immigrati a noi cittadini della [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://digilander.libero.it/obiettivomafia/immigrati.jpg"><img class="alignleft" src="http://digilander.libero.it/obiettivomafia/immigrati.jpg" alt="" width="288" height="337" /></a>Stefano Fontana -</strong></p>
<p><strong>Direttore dell’Osservatorio internazionale Cardinale Van Thuân sulla Dottrina sociale della Chiesa -</strong></p>
<p><strong>Intervento al Convegno “Cittadinanze e nuovi cittadini. L’immigrazione che (ci) cambia” -</strong></p>
<p><strong>Arezzo, Sala comunale Aldo Ducci, 14 dicembre 2009 -</strong></p>
<p>In questo intervento vorrei affrontare il problema dell’immigrazione spostando l’attenzione da “loro” a “noi”, vale a dire dagli immigrati a noi cittadini della società di approdo o di accoglienza. Sono convinto, infatti, che il vero problema sia questo. Di fronte alle richieste degli immigrati la prima domanda che noi dobbiamo porci è non tanto chi siano loro, ma prima di tutto chi siamo noi. Il problema vero non sono loro, siamo noi.</p>
<p>Questo tipo di approccio comporta, di conseguenza, anche un&#8217;altra modifica a quanto di solito si fa: come dobbiamo concentrarci prima su di noi che su di loro, così dobbiamo anche concentrarci prima sui doveri che sui diritti. Non intendo sottovalutare l’importanza dei diritti in questa problematica, solo che iniziando dai diritti non risponderemmo primariamente alla domanda che ci siamo fatti sopra: chi siamo noi? Solo partendo dai doveri potremmo ricostruire la nostra identità e da lì aprirci ad una vera accoglienza.</p>
<p>L’enfasi sui soli diritti non permette di costruire nessuna identità né nessuna vera comunità. E senza una identità comunitaria non si può essere nemmeno veramente accoglienti. L’integrazione è impossibile senza che la comunità di accoglienza abbia un volto e sia una vera comunità. I diritti, infatti, presi da soli sono rivendicazioni di possibilità. Il diritto è poter avere o poter fare qualcosa; è la titolarità ad una disponibilità. Si ha diritto a qualcosa quando questa rientra nel nostro spazio di disponibilità. Estensione dei diritti ed estensione del disponibile sono la stessa cosa. L’indisponibile non rientra nella sfera del diritto. Esso ha a che fare con il dovere, non con il diritto. Mentre infatti il diritto è avere-a-disposizione, il dovere è essere-a-disposizione. Il dovere è accoglimento di qualcosa che ci precede, che riteniamo importante e meritevole in sé e che non abbiamo prodotto noi. Il dovere rivela l’indisponibile ed è possibile solo se esiste qualcosa di indisponibile. Anche la stessa indisponibilità dei diritti non nasce dai diritti stessi, ma dal fatto che si sente il dovere di rispettarli in quanto essi non dipendono da noi. Non saranno i diritti a fondare se stessi, ossia a fondare la loro disponibilità, ma il dovere di rispettarli.</p>
<p>Ora, dicevo, i diritti presi da soli non sono in grado di costituire nessuna identità comunitaria. Nessuna compagine sociale è nata dalla rivendicazione dei diritti, come bene ci insegnava Hobbes. I diritti infatti dividono, in quanto creano il conflitto delle possibilità. Inoltre i diritti spezzettano la società in vari percorsi individuali. Essi, infine, non finiscono mai e non si sanno porre dei limiti, per questo si autodistruggono se non sono salvati dai doveri. I diritti, se lasciati alla sola loro logica interna, non hanno limite perché nuove cose da avere o da fare ce ne saranno sempre. Si spiega così l’attuale deriva dei diritti nelle società avanzate, ossia la rivendicazione di nuovi diritti individualistici, narcisistici, postnaturali resi possibili dallo sviluppo della tecnica. La nuda tecnica è l’espressione più piena della deriva dei diritti lasciati a se stessi: ciò che si può fare si deve fare. La pura possibilità di fare è la piena espressione dei diritti come avere-a-disposizione.</p>
<p>Per tutti questi motivi l’esasperazione dei diritti non solo non crea comunità sociale, ma la distrugge. Infatti noi possiamo sentirci legati solo da qualcosa che non abbiamo prodotto noi e che ci è indisponibile. Solo i doveri ci mobilitano ad operare insieme ed anche quando ci mobilitiamo per difendere dei diritti è perché ne sentiamo il dovere: non solo per il diritto in quanto tale, quindi, ma per il diritto sentito come un dovere, come indisponibile. Una società che abbia solo diritti o che abbia diritto a tutto non esiste già più. I doveri legano, i diritti slegano. La verità e il bene costituiscono la comunità in quanto si dà prima di tutto il dovere di cercarli, da cui discende poi – poi – il diritto di farlo. Anche per quanto riguarda il diritto alla libertà religiosa la Dignitatis humanae – non lo si dimentichi – lo fonda sul dovere di cercare la verità. Non si tratta qui solo della complementarietà tra diritti e doveri, per cui per ogni diritto esiste un corrispettivo dovere. Si tratta invece della priorità del dovere sul diritto. Solo in un quadro di doveri i diritti sono veramente tali e vengono salvati dalla schiavitù dell’arbitrio. Una società dei soli diritti sarebbe una società dell’arbitrio, ossia non sarebbe più una società.</p>
<p>Chiedersi chi siamo vuol dire allora precisare il quadro dei doveri dentro cui inserire i nostri diritti. Questo si chiama cittadinanza. La cittadinanza non è solo acquisizione di diritti, essa è prima di tutto accoglienza di doveri dentro i quali godere dei diritti non arbitrari. E’ chiaro che se non abbiamo chiaro questo per noi, non possiamo proporlo in modo chiaro agli immigrati. Purtroppo su questo punto dobbiamo registrare una grande debolezza delle società occidentali in genere ed anche di quella italiana. La debolezza del quadro dei doveri produce l’indifferenza per i diritti. Indifferenza nel negarli e indifferenza nel riconoscerli. Manca il criterio per il discernimento, che può essere dato solo dalla cornice dei doveri. Una società come la nostra, così divisa su quanto sia giusto e ingiusto, bene e male e perfino su quanto sia umano e non umano, così incerta sui doveri che hanno fatto la sua identità e così incerta sulla sua stessa identità come potrà elaborare veri progetti di conferimento di cittadinanza a persone immigrate? Sarà continuamente sballottata tra il concederla a tutti, rendendola così insignificante, o di negarla a tutti per esempio con i respingimenti. Mentre vengono progressivamente meno i due criteri che in passato avevano regolato il conferimento della cittadinanza, quello dello jus soli e quello dello jus sanguinis, ed emerge un criterio di umanità, un criterio di cittadinanza etica, le nostre società occidentali perdono di vista cosa significhi essere uomo e cadono nel relativismo etico. Pensano che quello pubblico sia lo spazio ove tutte le identità hanno indifferentemente diritto di esprimersi e chiamano questo vuoto laicità o democrazia.</p>
<p>Non bisogna essere legati alla propria identità in quanto tale, ma a quanto ha reso possibile tale identità e le ha conferito dei criteri di bene universale e di umanità. Non dobbiamo cessare di avere un volto, pensando così di accogliere meglio il volto degli altri. Senza un volto, le relazioni dovute all’immigrazione scadono nella indifferenza. E’ vero che la mia identità è suscitata dalla tua identità, ma questo manifesta appunto il valore dell’identità e non dell’indifferenza. Le due identità si interpellano solo se non si intendono indifferenti né si intendono chiuse, ossia solo se indicano parzialmente tramite se stesse la “pienezza dell’umano”. Chiedendo agli immigrati di assumere prima di tutto dei doveri, la nostra società è costretta a verificare anche se stessa circa il rispetto di quei doveri. Se la nostra società si limita a conferire dei diritti, rimane preda dell’indifferenza dei diritti.</p>
<p>I diritti degli immigrati si pongono a tre diversi livelli: c’è il diritto ad essere trattato come persona umana, alimentato, vestito, curato in caso di fuga dal paese di origine e di approdo in un paese nuovo; ci sono poi i diritti civili relativi all’alloggio e al lavoro per i cittadini stranieri regolarizzati; ci sono infine i diritti politici, come quello del voto. Ognuno di questi livelli dei diritti si fonda sui dei doveri precedentemente assunti. Compreso il primo livello, che si fonda sul dovere naturale di mantenersi in vita. La società che li riceve sentirà di avere un dovere nei loro confronti, ma anche che il progressivo inserimento nella società deve passare dalla loro responsabile assunzione di doveri, che precedono i diritti civili e quelli politici. Naturalmente la cittadinanza politica richiederà più tempo, in quanto il suo conferimento si fonda su una profonda condivisione dei doveri, dato che quei diritti mettono in grado di guidare la società e di governare degli uomini. Facendo questo, però, la società accogliente deve chiarire a se stessa i propri doveri e perché essi siano tali non perché propri ma perché doveri, ossia abbiano un tale carattere di verità da doverli pretendere anche da altri. Questo è l’atteggiamento oggi più difficoltoso nelle nostre società: siamo legati alla nostra identità ma non sappiamo dire quali doveri la fondano e se i doveri che la fondano sono tali non solo in quanto nostri ma in se stessi e quindi meritevoli di essere proposti anche ad altri.</p>
<p>Il problema che sto ponendo riguarda la ragione politica e la sua capacità di conoscere, e quindi trovare un accordo condiviso, su un quadro di doveri di riferimento per tutti. La ragione politica delle democrazie occidentali, e quindi anche della nostra nazione, ritiene di avere la forza necessaria per stabilire quali comportamenti di chi viene accolto sono inaccettabili in quanto non rispettosi di alcuni doveri fondamentali cui non si vuole rinunciare? La sfida, come si vede, è per noi. Se pensiamo di non essere nessuno, se abbiamo già inconsciamente abiurato dal nostro passato, se non nutriamo più alcuna fiducia nella capacità della ragione di vedere cos’è l’uomo o cos’è la donna, se siamo tutti uguali oppure no, se sia lecito per motivi culturali umiliare il prossimo o fargli violenza, se il principio della sovranità della legge sia ancora valido o se sia superato … se riteniamo di non aver più queste capacità, allora non sapremo accogliere, ma solo inserire, accostare o ammucchiare.</p>
<p>Nasce da qui il fallimento dei due principali progetti di integrazione attuati in Europa, quello multiculturalista e quello dell’indifferenza dello spazio pubblico rispettivamente inglese e francese. In ambedue i casi le culture convivono senza conoscersi e senza integrarsi. In Inghilterra viene accolta la sharia e le donne possono presentarsi in tribunale con il volto completamente coperto. In Francia esiste solo la legge della Repubblica e non si possono esporre simboli religiosi nei luoghi pubblici. Due modelli diversi, ma ugualmente non accoglienti e non integranti, a causa dell’abdicazione della ragione pubblica dal proprio dovere di conoscere quanto è umano da quanto non lo è. Due modelli diversi ma in entrambi vige la poligamia. In Germania gli immigrati turchi godono dei vantaggi del welfare ma vivono con leggi ed usanze collaterali. L’accoglienza delle culture come indifferenza alle culture non è accoglienza. Del resto, se le leggi occidentali permettono l’aborto, l’eutanasia e il suicidio assistito su quali basi dovrebbero vietare, per esempio, la poligamia di fatto, tribunali improntati alla legge islamica, oppure il rifiuto delle trasfusioni per i Testimoni di Jehowa? E’ la mancanza di un quadro di doveri, dei nostri doveri, a renderci deboli anche nell’accoglienza degli altri. Il dovere è essere-a-disposizione.  Senza doveri non siamo a disposizione degli altri perché non lo siamo nemmeno di noi stessi.</p>
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		<title>Immigrazione e cittadinanza</title>
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		<pubDate>Fri, 11 Dec 2009 23:14:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Armao</dc:creator>
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		<category><![CDATA[cittadinanza]]></category>
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		<description><![CDATA[<a href=http://www.arezzopolitica.it/2009/12/12/immigrazione-e-cittadinanza/><img src=http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2009/12/immigrazione1-300x146.jpg class=imgtfe hspace=5 align=left width=100  alt="" /></a>Redazione &#8211; 
“E’ tempo di passare dalla integrazione, cioè da una cittadinanza che ha il proprio punto di forza nei diritti ad una cittadinanza che lo colloca invece nei doveri.
Pertanto, anche con riferimento ai “nuovi italiani”, bisogna superare il concetto di integrazione e passare a quello di cittadinanza che, senza negare certo i diritti ma [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignleft size-medium wp-image-2812" title="immigrazione" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2009/12/immigrazione1-300x146.jpg" alt="immigrazione" width="300" height="146" />Redazione &#8211; </strong></p>
<p>“E’ tempo di passare dalla integrazione, cioè da una cittadinanza che ha il proprio punto di forza nei diritti ad una cittadinanza che lo colloca invece nei doveri.</p>
<p>Pertanto, anche con riferimento ai “nuovi italiani”, bisogna superare il concetto di integrazione e passare a quello di cittadinanza che, senza negare certo i diritti ma anzi per renderli maggiormente reali e partecipati, assegna la priorità ai doveri”.</p>
<p>Così Stefano Fontana, Direttore dell’Osservatorio sulla Dottrina Sociale della Chiesa, “Card. Van Thuan” nel suo libro &#8220;Per una politica dei doveri dopo il fallimento della stagione dei diritti&#8221; Ed. Cantagalli di Siena.</p>
<p>L&#8217;autore è ad Arezzo lunedì 14 dicembre 2009 alle ore 16.00 presso la Sala Comunale “Aldo Ducci”, via Montetini – Arezzo, con il Patrocinio del Comune di Arezzo, in qualità di relatore al Convegno: Cittadinanze e nuovi cittadini. L’immigrazione che cambia.</p>
<p>16.00 Saluti:</p>
<p>S.E. Mons. Riccardo Fontana Vescovo di Arezzo-Cortona-Sansepolcro</p>
<p>Giuseppe Fanfani Sindaco di Arezzo</p>
<p>Presentazione Dossier statistico Caritas/Migrantes</p>
<p>Coordina: Roberto Tiezzi Presidente Provinciale MCL Arezzo</p>
<p>Intervengono:</p>
<p>Antonio Ricci -</p>
<p>Ufficio IDOS &#8211; Dossier Immigrazione, Caritas/Migrantes, Roma -</p>
<p>Proiezione video sul Dossier 2009 realizzato da Rai News24 -</p>
<p>Stefano Fontana -</p>
<p>Direttore dell’Osservatorio Internazionale Card. Van Thuân sulla dottrina sociale della Chiesa -</p>
<p>Collaboratore de: “L’Occidentale” e “Fondazione Magna Carta” -</p>
<p>Sul tema: “Immigrazione e cittadinanza dei diritti e dei doveri” -</p>
<p>Luigi Mughini -</p>
<p>Associazione Studi Giuridici sull’Immigrazione, Firenze -</p>
<p>Sul tema: “Immigrati: stranieri o nuovi cittadini?” -</p>
<p>Testimonianze di giovani col “permesso di soggiorno” -</p>
<p>18.30 Dibattito &amp; Conclusioni -</p>
<p>In distribuzione ad offerta copie del Dossier Caritas/Migrantes Immigrazione 2009.</p>
<p>/</p>
<p>Sul tema della cittadinanza, la Fondazione Magna Carta ha elaborato un  manifesto con il chiaro intento di aprire una seria ed approfondita discussione.</p>
<p>Il manifesto è scaricabile dal sito della Fondazione Magna Carta: http://www.magna-carta.it/content/immigrazione-e-cittadinanza-dibattito-0</p>
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		<title>L&#8217;Europa e i dilemmi della modernità</title>
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		<pubDate>Fri, 20 Nov 2009 16:39:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mugnai</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>

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		<description><![CDATA[<a href=http://www.arezzopolitica.it/2009/11/20/leuropa-e-i-dilemmi-della-modernita/><img src=http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2009/11/globalizzazioneinter1-300x213.jpg class=imgtfe hspace=5 align=left width=100  alt="" /></a>di Federico Mugnai e Giorgio Frabetti  Una delle conseguenze più eclatanti, seguite alla caduta del Muro di Berlino, è stata la globalizzazione. Con la fine del comunismo (seguita al fallimento del fascismo prima e del nazismo dopo) si esaurisce in Europa la passione rivoluzionaria del XX secolo e appare evidente agli occhi di tutti la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignleft size-medium wp-image-2458" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2009/11/globalizzazioneinter1-300x213.jpg" alt="globalizzazioneinter" width="300" height="213" />di Federico Mugnai e Giorgio Frabetti  </strong>Una delle conseguenze più eclatanti, seguite alla caduta del Muro di Berlino, è stata la globalizzazione. Con la fine del comunismo (seguita al fallimento del fascismo prima e del nazismo dopo) si esaurisce in Europa la passione rivoluzionaria del XX secolo e appare evidente agli occhi di tutti la forza e la superiorità del regime capitalistico. Con ciò, però, l’affermazione della globalizzazione, dopo il crollo del Comunismo, ha coinciso con un inaridimento grave e senza precedenti della politica e della cultura europea. Il ceto politico europeo, cioè, di fronte al trionfo della globalizzazione, ha reagito con un atteggiamento prettamente passivo (si direbbe notarile), lasciando sviluppare un’informe “società dei supermercati” in cui l’unico fattore decisivo è il potere del denaro, in nome dell’ideologia del “mercatismo” (vedi Tremonti, Rischi fatali, 2005), senza nemmeno tentare di ritrovare le sorgenti stesse della sua identità cristiana ed umanistica. Quali le radici di questo “basso profilo” politico-culturale di fronte alla globalizzazione? Non è semplice rispondere. Indubbiamente, pesano 60 anni di “guerra fredda” e di esasperate competizioni ideologiche. Indubbiamente, poi, pesano decenni di decadimento dell’idea di Nazione e di Stato Nazionale, dopo che la figura statuale, non più declinata come Patria (oggetto di tanto furore romantico e anche fanatismo dal Romanticismo Ottocentesco e dal Nazionalismo dei primi del XX Secolo), si era degradata in un Welfare (benedetto dalla Socialdemocrazia) il cui ‘totem’ dominante era il materialismo consumistico e l’egoismo del godimento privato (aggravati dalla crisi del ’68). Certo, nessuno può negare che la forma Stato, per come era stata conosciuta fino alla metà del XX secolo in Europa, andava aggiornata e rinnovata, anche per le enormi trasformazioni indotte dalla modernizzazione delle comunicazioni mondiali: in questo senso, non può più di tanto stupire che lo Stato Nazionale fosse la prima e forse la più mirata e designata vittima della globalizzazione. In realtà, ciò che non è accettabile è il modo con cui il riduzionismo economico della politica del post-Comunismo abbia così degradato e svalutato l’Idea-Nazione, come categoria esistenziale ed etico-politica, assolutamente peculiare e centrale in Europa. Una svalutazione che, nelle sue cause prossime (se si eccettuano le Guerre Mondiali), è ben più risalente la caduta del Muro e affonda nella crisi petrolifera degli anni ‘70, quando, per la prima volta, fu posto all’ordine del giorno delle Cancellerie europee il problema del razionamento dello Stato Sociale e quando la trionfale ascesa economica dei neo-liberisti aggressivi Margaret Thacher e Ronald Regan parve un antidoto valido per ridare opportunità di benessere dell’Occidente. E’ noto che il nuovo dinamismo regagiano/thacheriano accentuò la crisi dei regimi di “socialismo reale” (aggravandone la depressione e la stagnazione economica); in questo senso, quindi, la fine del Comunismo, parve la dimostrazione più concreta ed evidente delle “magnifiche sorti e progressive” del Capitalismo selvaggio neoliberista: ragion per cui, nell’Europa Continentale (e dell’Est appena libero), si determinò una sfrenata corsa all’emulazione del tacherismo e del liberismo, del tutto acritica e superficiale (anche se è vero che una parte della Sinistra degli anni ’90, Blair, Jospin, Schroeder cercò “cavalcare la tigre” del nuovo liberismo per “rifarsi l’immagine”: in fondo globalizzazione, con le sue ambizioni di unità mondiale, presenta più di un’affinità ideologica con il mito dell&#8217;universalismo materialista inseguito e idolatrato dalle sinistre europee e dal movimento socialista a partire dal 1789, anno della Rivoluzione francese). Un’ulteriore riprova del materialismo dominante che accompagna l’Europa all’appuntamento della globalizzazione economica è rappresentato dal fatto che, ai tempi della caduta del Muro di Berlino, in Europa, è quasi del tutto assente un’intellighenzia politica, che è il tratto più caratteristico della storia europea come comunità di valori e di cultura (prima che come “nazione” in senso etnico). Con questo, certo, non si vuole negare che, dai tempi della caduta del Muro di Berlino ad oggi, non ci siano stati uomini di cultura in Europa; si intende semplicemente dire che, alla caduta del Muro, se si eccettua il caso del dibattito tra monetaristi e neo-keynesiani, il dibattito culturale è stato molto povero, o comunque molto lontano dal livello di elaborazione culturale espresso in altre epoche dall’Europa stessa (come comunità di cultura e valori). In altre parole, alla caduta del Muro, l’Europa non ha nemmeno provato ad elaborare quelle proposte culturali di sintesi e onnicomprensive, con cui in altri tempi gli uomini di cultura hanno ambito a guidare la vita intera della loro epoca, creando finanche modelli di comportamento di vita quotidiana; un po’ come la filosofia scolastica ai tempi del maturo Medioevo, un po’ come l’Illuminismo e l’idealismo hegeliano a cavallo della Rivoluzione francese (senza contare l’esperienza idealistica gentiliana che accompagnò un intera generazione di nazionalisti e liberali risorgimentali alla svolta prima dell’interventismo e poi del fascismo). E in questo è da vedere un segnale evidente e inquietante di come il materialismo economicista abbia aggravato e per certi versi incancrenito quel processo di “crisi della coscienza europea” tanto acutamente descritto da Paul Hazard nel suo omonimo libro a proposito dello scientismo e del razionalismo tra il 600 e il 700. Tradotto in termini attuali, assenza di intellighenzia politica significa assenza di un ceto intellettuale che sappia portare al centro dell’attenzione politico-sociale i “problemi primi” della convivenza civile, i grandi valori, i grandi fondamenti: di questa carenza, poi, credo sia prova evidente e conclamata il fin-de-non-recevoir con cui la UE ha accolto l’invito di Giovanni Paolo II a inserire nella Costituzione Europea il riferimento alle radici cristiane dell’Europa.</p>
<p>Per questo, dopo la caduta del Muro, un&#8217;economia globale senza politica e valori, se è indubbiamente stata utile nel creare ricchezza e progresso tecnologico, e se ha altresì fatto emergere realtà nuove (aprendo barriere importanti soprattutto ad est Russia e Cina), ha altresì paradossalmente messo in evidenza tutta la debolezza politica e spirituale (in senso lato) dell&#8217;Europa. Ora, per quanto riguarda la crisi della politica, nessuno può utilmente negare come, indebolendosi la politica, a fronte di una tale svolta epocale, è venuto ad indebolirsi l’unico ruolo regolatore della mondializzazione dei mercati; con l’effetto (inevitabile) che un tale processo di globalizzazione dell’economia, lasciato a sé stesso, insieme a ricchezza e opportunità, sta creando esternalità pesanti (anche devastanti) per la società e i comuni cittadini (vediamo tutti i giorni la crisi, ad esempio, dell’occupazione, indotta dalla concorrenza spietata dei paesi asiatici e dalla recente crisi finanziaria). Allo stesso modo, la crisi della politica europea spiega anche la singolare debolezza (per non dire latitanza) del Continente rispetto a sfide cruciali come il pericolo attuale di vedersi schiacciata ad Ovest dall’attuale sistema economico-finanziario USA (e dal “Condominio” USA- Cina) e di dover subire ad Est l’influenza culturale dei paesi islamici, nonché la pesante prospettiva di dover farsi carico di un’immigrazione di massa dai paesi del Terzo Mondo che può minare le fondamenta dei sistemi sociali dei Suoi Stati; in tutto questo, finora, l’Europa non ha dato alcun segno di riuscire ad assumere un peso determinante in tali problematiche di carattere mondiale. Dal punto di vista, poi, della crisi culturale, l’Europa, inseguendo il mito del mercato, dell’onnipotenza dell’economia universale, e non riuscendo ad inserire tra le sue fondamenta il riferimento all’ebraismo, alla cultura greca, a quella romana e almeno un accenno alla religione cattolica, si sta avviando a perdere decisamente gran parte del primato spirituale e civile che l’aveva resa culla e faro di civiltà nei secoli precedenti. In particolare, gli anni Novanta e l’inizio del XXI secolo, dominati dall’idea deterministica del progresso, nell’enorme slancio conferito allo sviluppo della “trascendenza pratica” (del mondo tecnico) a discapito della “trascendenza teoretica” (che è la precondizione di tutte le tecniche), mentre hanno contribuito a fare del mondo e dell’Europa un grosso emporio e centro commerciale, hanno completamente de-spiritualizzato il continente, creando con tutta evidenza le pre-condizioni di un declino che si annuncia irreversibile per le sorti della civiltà non solo europea ma anche mondiale. Non si può comunque negare che la maggiore iattura per l’Europa sarebbe quella di dilapidare definitivamente la sua più eminente creatura etico-politica, l’Idea Nazionale, che non solo ha fermentato l’originalissima esperienza dello Stato di diritto, ma che, al momento, costituisce il modulo più compiuto e perfetto di integrazione etico-politica tra i cittadini come cerniera naturale, tra Società e Politica; e che di una tale risorsa (non solo politica, ma anche etica e morale) ci sia bisogno in un momento di crisi e di trasformazione come quello attuale nessuno può utilmente negarlo. Solo l’idea nazionale, nella sua declinazione europea, è riuscita a combinare in una sintesi specialissima ed originalissima i nessi dell’uomo/cittadino sia con la dimensione universale e mondale dei rapporti politico-economici-sociali-culturali-religiosi sia con la dimensione particolaristica e localistica (vedi Galasso), affondando la sua legittimazione in un dato antropologico, prima che politico: l’idea dell’uomo come essere che, pur destinato ad integrarsi in una dimensione più vasta (e … trascendente), resta sempre, come tale, un essere particolare, che ama la sua patria e che non vuole essere separato dalla sua terra. Nessuno può negare, come, nel corso di gran parte della Storia, il ruolo del ‘particolare’ è stato sicuramente essenziale, per mediare la più parte delle obbligazioni e dei sacrifici dei cittadini verso la collettività (gli uomini, cioè, si sacrificavano per la patria concreta e in questo era anche riconoscibile il contenuto delle grandi passioni dell’umanità. Chi oggi si sacrificherebbe per il mondo? Al massimo ci si può preoccupare per le sue sorti, ma non si sacrificherebbe per esso, perché non è una realtà che può appassionare. Ma è certo che, senza passione, un uomo non vive realmente e tutte le passioni sono legate a realtà particolari). Per questo motivo, la globalizzazione, se da un lato, ha apportato benessere materiale, ha anche alimentato un dilaniante sentimento di perdita delle radici di tradizioni che sembrano essere completamente annullate per i cittadini europei. Forse accecati dall’euforia per la fine del comunismo abbiamo creato un sistema che siamo incapaci di controllare; un sistema che tra l’altro ha dimostrato tutte le sue deficienze anche dal punto di vista economico e sociale (vedi la crisi che ancora imperversa in tutto il mondo). Il problema politico-culturale dell’Europa del prossimo futuro, comunque, non è il liberalismo, né la globalizzazione in sé (che è un bene), ma è quello di saper trovare dei contrappesi efficaci al sistema liberale e delle risposte concrete sul piano sociale, mantenendo vive e rafforzando se necessario il patrimonio storico-civile dell’Europa (come dell’Italia) e preparare la risposta concreta alla “tecnificazione” universale del mondo; che è forse il compito principale degli uomini del XXI secolo.</p>
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