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	<title>Arezzo Polis &#187; Appuntamenti con la Storia</title>
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	<description>Spazio di dibattito politico e critica culturale</description>
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		<title>Berlinguer, la &#8220;grande illusione&#8221;</title>
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		<pubDate>Wed, 16 Jun 2010 11:11:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Frabetti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Appuntamenti con la Storia]]></category>

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		<description><![CDATA[<a href=http://www.arezzopolitica.it/2010/06/16/berlinguer-la-grande-illusione/><img src=http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/06/berlinguer-21-150x150.jpg class=imgtfe hspace=5 align=left width=100  alt="" /></a>di Giorgio Frabetti- I giorni (dall’08 al 12 giugno 1984) dell&#8217;agonia e della morte di Enrico Berlinguer, uno dei Segretari PCI tra i più carismatici (dopo Togliatti), furono un evento mediatico di prim&#8217;ordine: le gente stette al capezzale (catodico) dell&#8217;Enrico Nazionale come fu al capezzale di Papa Giovanni XXIII nel 1963 e di Papa Giovanni Paolo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-4258" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/06/berlinguer-21.jpg" alt="berlinguer 2" width="424" height="302" />di <strong>Giorgio Frabetti</strong>- I giorni (dall’08 al 12 giugno 1984) dell&#8217;agonia e della morte di Enrico Berlinguer, uno dei Segretari PCI tra i più carismatici (dopo Togliatti), furono un evento mediatico di prim&#8217;ordine: le gente stette al capezzale (catodico) dell&#8217;Enrico Nazionale come fu al capezzale di Papa Giovanni XXIII nel 1963 e di Papa Giovanni Paolo II nel 2005. Una colossale operazione di <em>marketing</em> politico e mediatico concepita con la regia del PCI al servizio del &#8220;socialismo dal volto umano&#8221; e dell&#8217;uomo che negli ultimi anni ne aveva fatto una bandiera! Note di costume a parte, comunque, a quasi trent&#8217;anni dalla morte del Segretario PCI, conviene porsi una semplice domanda: fu vera gloria? Cosa stava dietro al <em>camelot</em> del &#8220;socialismo dal volto umano&#8221;, dell&#8217;immagine di Berlinguer come &#8220;Comunista aperto, buono e democratico&#8221; (non cattivo, estremista e stalinista), divenuto senso comune presso la Sinistra negli anni successivi (e soprattutto la falsa moneta di cambio con cui il ceto dirigente PCI nel 1991 si è permesso di cambiare pelle, di cambiare nome da PCI a DS, senza mutare piattaforma politico-culturale, nè classe dirigente)? In sostanza, cosa significò per il PCI, per l’Italia l’avventura politica di Enrico Berlinguer? Il politico sassarese, come noto, è rimasto famoso per la battaglia sull’austerità, la “questione morale”, il “governo degli onesti”, la (perdente e demagogica) battaglia sulla “scala mobile” ed ha guadagnato l’attenzione nazionale per aver portato il PCI ad un soffio dall’area di Governo con il IV Governo Andreotti (che ottenne la fiducia quel funesto 16 marzo 1978, giorno del rapimento del leader DC Aldo Moro, rapimento con il quale Berlinguer attestò il PCI sulla linea della più rigorosa fermezza). A 3o anni di distanza, però, si può dire che questa fu solo “acqua fresca”. Il “nocciolo duro” dell’esperienza di Berlinguer, invece, parte più da lontano e affonda radici ben profonde nel tessuto della storia nazionale italiana: Berlinguer, infatti, è di fatto l&#8217;ultimo politico italiano ad aver coltivato l&#8217;idea che la Nazione Italiana potesse essere fondata entro una &#8220;terza via&#8221;. Secondo Berlinguer e Rodano tale “tradizione nazionale” si era inverata nel Partito Comunista Italiano e nell’esperienza dell&#8217;Unità Antifascista (rotta dal monocolore De Gasperi del 1947 che preluse all&#8217;alleanza con PLI, PRI e PSLI di Saragat senza PSI e PCI); ancora oggi, non mancano storici di area ex-comunista (vedi Franco De Felice, ma anche Nicola Tranfaglia) convinti del fatto che, se la storia avesse lasciato lavorare Berlinguer e il PCI (invece di far prevalere la logica “atlantista” di De Gasperi, di Truman e degli altri “oltranzisti atlantici”) l’ Italia sarebbe potuta diventare potenza &#8220;terza&#8221; equidistante rispetto ad USA e URSS, non condizionata dalla “logica dei blocchi” della <em>Guerra Fredda</em>. Secondo Berlinguer (in linea con Gramsci e Togliatti) il Comunismo rappresentava il massimo livello di consapevolezza/inveramento della tradizione nazionale: per questo motivo, il PCI nel secondo dopoguerra intese la propria presenza politica come “forza egemone”; per questo motivo e solo in questa chiave, possiamo comprendere perché Gramsci e il PCI ritennero di poter realizzare in Italia (e sul suo modello in Occidente) una “rivoluzione comunista” autentica e senza spargimento di sangue, diversa da quella di Lenin, diversa dalla versione grigia e burocratica di Stalin: una rivoluzione comunista, cioè, che sorgendo dalla <strong>tradizione viva della Nazione avrebbe portato spontaneamente l’Italia (e sul suo esempio l’Occidente) al Comunismo, per la coerenza dello sviluppo storico, come quando da un albero cade un frutto maturo pronto per la raccolta</strong>. Solo in questa chiave, pertanto, si comprende la convinzione (e <strong>l’illusione</strong>) <strong>di un Comunsimo “non violento” e pacifico</strong>, capace di farsi carico degli “ultimi” della storia; di qui, si capiscono le speranze suscitate in Italia e in Europa dall’Utopia del “socialismo dal volto umano” di Gramsci, Togliatti e Berlibguer. Complice la convinzione dei comunisti di potersi situare, per così dire, da protagonisti al centro della storia etico-politica italiana, si possono spiegare i toni “razzistici” e giacobini che il PCI usò contro gli avversari della Destra Conservatrice anche cattolica, del tutto estranea e irriducibile alla sua tradizione, considerata dal PCI poco meno che “teppaglia” politica con perenni propensioni perennemente golpistiche (il caso P2 insegna, ma anche l’antiberlusconismo ne è un chiara <em>pendant</em> sia pure degli eredi); e nello stesso tempo, si comprende la particolare particolare attenzione verso il mondo cattolico, con il quale il PCI si paragonava non tanto per vagheggiare un semplice accordo di coalizione in senso stretto, ma per accreditare nella Chiesa l’unica Istituzione che avesse precorso il PCI in un progetto di unificazione degli italiani, partendo dalle radici popolari, prima e aldilà della cornice classica dello Stato Nazionale Risorgimentale (nelle cui contraddizioni classiste e politiche stavano le radici del fascismo): questo il senso profondo ed autentico del “compromesso storico”. Ora, non può in questa sede essere sottaciuto che, in questi argomenti, il PCI eredita una tradizione di riflessione sul destino della Nazione italiana che affonda le sue radici molto indietro: ad esempio, nelle suggestioni del cattolico Gioberti (e in parte del gesuita Cesare d&#8217;Azeglio): in questo senso, quindi, la suggestione del PCI circa una “terza via italiana” tra USA ed URSS, è in parte la versione aggiornata del sogno coltivato da Gioberti nel 1800 di un’ Italia “terza” rispetto alla &#8220;democrazia giacobina francese&#8221; e nell&#8217;autocrazia di Austria, Russia e Prussia; ma è anche il derivato di una linea di riflessione che ebbe modo di svilupparsi durante il fascismo, quando, specie sulla suggestione della vittoria sull’Etiopia, si fece strada in Mussolini e in molti Gerarchi che l’Italia stesse assumendo una sua posizione nel mondo e che stesse nascere una “nuova Italia”, non nutrita di ideologie (liberali o comuniste che fossero), non nutrita di materialismo, ma nutrita della freschezza delle energie giovani del suo popolo, destinata (questa era la speranza di Mussolini e Bottai) a farsi paladina delle esigenze di sviluppo di altre potenze giovani ed emergenti, specie di quello che oggi chiamiamo <em>Terzo Mondo</em> (cui Mussolini del resto, anche se spesso strumentalmente, dedicò una lucida attenzione; ma attenzione il “terzomondismo” era presente anche nel PCI: ricordiamo Arafat ai funerali di Berlinguer!). Ciò che accomuna questo filone politico-culturale, che costituisce un vero e proprio “fiume carsico” della storia dell’Italia contemporanea, è un modo di concepire la Nazione-Italia in chiave essenzialmente comunitaria e federalista fondato sul municipalismo, sulle &#8220;comunità di base&#8221;. Se, infatti, si leggono attentamente i <em>Quaderni dal carcere</em> di Gramsci (ma anche opere come <em>Cristo si è fermato ad Eboli</em> di Carlo Levi), in essi è molto forte la convinzione (e l&#8217;utopia) dei Comunisti italiani di poter dar voce ad una sorta di &#8220;italia profonda&#8221;, l&#8217;Italia per lo più contadina, operaia e magari un pò tribale, rimasta ai margini della cornice etico-politica del <em>Risorgimento</em>; una sorta di mito della &#8220;nazione spontanea&#8221; ed autoctona (la dantesca Italia per cui Eurialo e Niso e la Vergine Camilla morirono &#8220;di ferute&#8221;, di cui parla Carlo Levi). Ma questo modulo socio-nazionale era presente (prima di Gramsci) nelle principali culture non nazionaliste dell&#8217;Italia post-unitaria (cattolici prima e socialisti poi) come argomento critico contro le incompiutezze del processo di unificazione nazionale (e che sarà alla base di gran parte dello sviluppo di molti corpi intermedi dell&#8217;Italia: dal movimento cattolico delle Casse Rurali, alle Cooperative socialiste etc.). Il Comunismo di Gramsci e di Togliatti, però, costituisce il più rigoroso e consapevole erede di questa tradizione; e Berlinguer arriva a questo filone politico-culturale grazie alla essenziale mediazione di Franco Rodano, il teorico della Sinistra Cristiana degli anni ’40 (acerrimo avversario politico-culturale di Augusto del Noce). In questo senso, dietro a Berlinguer e al <em>camelot</em> del &#8220;Comunista italiano dal volto umano&#8221; c&#8217;era un <em>backround</em> più vasto del semplice <em>marketing</em> politico-propagandistico. Con Berlinguer questo ideale e questo processo politico giunse alla fase di massimo sviluppo e di massima implosione. Il terrorismo brigatista, che in Italia esplose endemicamente, fu la tomba di tutte queste speranze, lasciando un vuoto politico tuttora incolmabile e spaventoso per proporzioni. Certo, Berlinguer sottovalutò l&#8217;estremismo e questa fu la sua maggiore responsabilità: in un primo tempo, ritenne di non dargli troppa importanza per non renderlo forte e per non suscitare la nostalgia in Italia di &#8220;soluzioni greche o spagnole&#8221;. Berlinguer, però, non si rese conto che le premesse dello sviluppo terroristico erano purtroppo intrinseche nelle aporie e contraddizioni della sua stessa linea politico-culturale: proprio in quel “popolo”, in quella “base” (sottinteso, operaia e comunista) in cui Berlinguer riteneva di aver trovato il novello “buon selvaggio”, il novello “veltro” di dantesca memoria, castigamatti di ogni corruzione “civile”, ebbene proprio quel “popolo” comprendeva il linguaggio del trozkismo rivoluzionario di Bordiga, Secchia (e poi delle BR) più della “dialettica” berlingueriana (che tendeva a piacere più a intellettuali e ad alto borghesi); e del resto, se guardiamo tutti i più importanti film dell’èra berlingueriana che trattano dell’epopea operaia, comunista e antifascista dell’Italia (tra i tanti, <em>Novecento</em> di Bernardo Bertolucci del 1976) è la figura del Comunista “cospiratore” e “rivoluzionario” ad essere tratteggiata con toni caldi e a riuscire “simpatica”; mentre le figure del PCI ufficiale appaiono grige, spente. L’ambiguità irrisolta tra “via violenta” e “via politica” della Rivoluzione comunista, vera aporia dell’impostazione gramsciana, è alla base nel 1968-69 di una revisione ideologica che, condotta da Feltrinelli, Curcio, ma anche da “cattivi maestri” come Galvano della Volpe e il primo Lucio Coletti, porta a ritrovare la via del &#8220;marxismo-leninismo&#8221; come via più coerente con le premesse rivoluzionarie del Comunismo. Una crisi che affonda le sue motivazioni, oltre che nell’ insofferenza verso il “politicantismo” del PCI di Longo prima e di Berlinguer poi, anche nella analisi (lucida invero) delle contraddizioni geopolitiche dell’URSS: tendenzialmente rispettosa delle sfere di influenza di Yalta, “pacifica” e “legalitaria” (sul piano internazionale, vedi accordi di Helsinki del 1975, non sul piano delle libertà costituzionali!) in Europa, rivoluzionaria e trozkista nel <em>Terzo Mondo</em> (Etiopia, Afghanistan). Con una simile politica (tesa a riprodurre, negli &#8220;otri nuovi&#8221; del socialismo reale, il &#8220;vino vecchio&#8221; dello <em>ius publicum europeum</em> del Congresso di Vienna nella “doppia misura” usata nel trattare di questioni europee ed extra-europee), l’URSS,  in analogo all&#8217;Europa ottocentesca, invece di stabilizzarsi, nel periodo si trovò post-stalinista dal 1960 al 1980 a sbandare tra autoritarismo militaresco sovietico (in Europa) e trozkismo di ritorno (nel Terzo Mondo), senza trovare un equilibrio e trovandosi suo malgrado a favorire gli estremisti (visti in fondo come eredi più legittimi e coerenti del Comunismo internazionale!). Da ultimo, senza questa presupposizione contemporaneamente politico-culturale e geopolitica non si possono davvero comprendere ed interpretare le mosse di Berlinguer ai tempi della “solidarietà nazionale”: come l’uscita a favore dell’ “ombrello NATO” alla vigilia delle elezioni politiche del 20 giugno 1976, che lì per lì fu interpretata come “strappo” da Mosca. Questa come altre dichiarazioni non erano sintomatiche di una desovietizzazione del PCI, costituendo invece vero e proprio “fumo negli occhi” gettato addosso agli avversari per confonderli e scombinarli. Tali operazioni, quindi, lungi dal far fuoriuscire il PCI dalla linea staliniana-togliattiana fino allora seguita, in parte erano funzionali a ritagliare nel PCI un ruolo do &#8220;biglietto da visita di prestigio&#8221; dell&#8217;URSS presso l&#8217;Europa Occidentale (che Mosca non avrebbe potuto disdegnare!), in parte (più consistente) erano una &#8220;licenza&#8221; che Berlinguer si concedeva sull&#8217;alleato sovietico per l&#8217;obiettiva situazione di vantaggio geopolitico acquisita dal PCI verso Mosca nel tempo: Berlignier, cioè, incassava i “dividendi” della gestione PCI del dopo- Yalta, in cui il Partito italiano aveva giocato un ruolo insostituibile di stabilizzazione geopolitica  nel Mediterraneo, un’area ritenuta da Mosca infida e pericolosa, in quanto caratterizzata dalla dittatura salazariana in Portogallo (con code pro-comuniste tra il 75 e il 76 dopo la stagione del &#8220;golpe bianco&#8221; del 1974), dalla dittatura franchista in Spagna, dalla dittatura greca dei &#8220;colonnelli&#8221;, (tutte nate anche dalle propensioni estremistiche e giacobine dei comunisti locali), per tacere della Jugoslavia, regno dell’ambiguo e infido di Tito, non allineato (per questo, nè l&#8217;URSS, nè il PCI avvallarono mai specie in Italia e nemmeno clandestinamente il terrorismo brigatista!). Troppo convinto della sua forza politica, Berlinguer, ritenendo di poter fare “il buono e il cattivo tempo” con URSS,  USA, Governo Italiano e Sindacato, in nome della sua &#8220;terza via&#8221;, alla fine commise gli stessi errori di Mussolini con Francia ed Inghilterra, cadendo preda di una politica &#8220;dell&#8217;ambiguità e dell&#8217;opportunismo&#8221; (NATO, solidarietà nazionale, etc.), che fu letale nel mettere alla berlina la credibilità del PCI e del blocco sovietico davanti agli avversari estremisti: basterà al riguardo ricordare la storica vignetta di Forattini del 1977 (molto odiata dal PCI) che vede Berlinguer in pantofole che segue in Tv la manifestazione degli Operai; segno dell’ambiguità del PCI verso il mondo sindacale, una volta andato al governo con i “padroni” democristiani, in nome della formula (ambigua e bizantina) del PCI “partito di lotta e di governo”. In questo senso, Berlinguer può ritenersi parte integrante di quel processo che Pons descrive come &#8220;crisi del comunismo&#8221;; un processo di crisi che, però, è anche alla base dello sfilacciamento e della rottura di una linea storica di edificazione del &#8220;senso nazionale&#8221; dell&#8217;Italia, i cui riflessi negativi e perversi siamo a riscontrare tristemente tutti i giorni nella nostra attualità politica, e in particolare nell’abbandono da parte della Sinistra italiana (prima il PCI poi il PD) della matrice solidaristica e comunitaria classica a favore della peggiore cultura individualista, edonista, permissivista, irreligiosa (con dimensioni inquietanti nei giovani!) frutto della peggiore eredità sessantottina: in un PD (già PDS e prima PCI), divenuto “partito radicale di massa” (Augusto del Noce) si attestata lo linea finale ed irrimediabile dello scacco del Comunismo, non solo di Berlinguer, ma anche di Gramsci. Cosa resta oggi di Berlinguer? Certo di Berlinguer resta  una speciale “percezione crepuscolare” della Sinistra e del Comunismo italiano; un pò come la RSI di Mussolini, l’èra post-berlingueriana per la Sinistra italiana è stata un’epoca di tante illusioni, tanti miti, tanta euforia e fanatismo, commisti alla consapevolezza di una prossima fine. Un sentimento della fine che rasenta il decadentismo nostalgico (in analogia con le riflessioni dell’ultimo Pasolini) e il catastrofismo apocalittico (Pons), ma che influenza ancora oggi troppa parte dell’opinione pubblica, la quale ha ereditato dal <em>camelot</em> di Berlinguer una visione ideologica, statica e alla fine non veramente critica della realtà politica. Alla fine, gli <em>slogans</em> berlingueriani del “governo degli onesti”, dell’ “unità democratica”, dell’ “unità antifascista” sono un facile <em>Vangelo</em> di “buoni sentimenti”, ma non una cultura politica capace di fare i conti con la storia: il settarismo anti-berlusconiano e lo sproporzionato culto della Costituzione (che rasenta il limite del “fondamentalismo costituzionale”) sono purtroppo il riflesso di una Sinistra che, incapace di elaborare il suo passato, resta ostaggio dei suoi miti e non riesce a guardare il futuro. Evidentemente, la politica italiana ha bisogno di ben altro … “disicanto”!</p>
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		<title>10 Giugno 1940: il fascismo al bivio della guerra</title>
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		<pubDate>Fri, 11 Jun 2010 08:58:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mugnai</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href=http://www.arezzopolitica.it/2010/06/11/10-giugno-1940-il-fascismo-al-bivio-della-guerra/><img src=http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/06/annuncio_guerra-300x237.jpg class=imgtfe hspace=5 align=left width=100  alt="" /></a>di Giorgio Frabetti e Federico Mugnai  Corre in quest’anno 2010, il 70° anniversario dell’entrata in guerra (II guerra mondiale) dell’Italia a fianco della Germania contro la Francia e l’Inghilterra, il 10 giugno 1940. Un evento fatale che porterà prima l’Italia alla rovinosa sconfitta, alla caduta del fascismo, successivamente all’occupazione nazista che coinciderà con la più grave [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-4240" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/06/annuncio_guerra-300x237.jpg" alt="annuncio_guerra" width="300" height="237" />di <strong>Giorgio Frabetti </strong>e <strong>Federico Mugnai </strong> Corre in quest’anno 2010, il 70° anniversario dell’entrata in guerra (II guerra mondiale) dell’Italia a fianco della Germania contro la Francia e l’Inghilterra, il 10 giugno 1940. Un evento fatale che porterà prima l’Italia alla rovinosa sconfitta, alla caduta del fascismo, successivamente all’occupazione nazista che coinciderà con la più grave guerra civile mai conosciuta dalla Penisola, con la rottura definitiva del tessuto etico-politico e sociale che era stato alla base del Regno d’Italia dal 1861 in poi. Quale l’utilità storica di questa commemorazione? Fu il 10 giugno 1940 il prodotto della vanagloria imperialista di Mussolini che, nel colmo della follia, si era atteggiato a novello Hitler o novello Giulio Cesare? Grazie alla puntigliosa ricostruzione (iniziata da De Felice ma continuata nei successori) delle linee di politica estera di Mussolini, oggi sappiamo che Mussolini fu tendenzialmente machiavellico, ma sostanzialmente realista e non propenso ad atteggiamenti aggressivi gratuiti in politica estera. In particolare, l’intenzione di Mussolini il 10 giugno 1940 era quella di acquisire sì la veste di “potenza belligerante”, ma con la riserva mentale di poter operare come “potenza neutrale”, capace, cioè, di operare (per il presumibile ridotto impiego militare dell’Italia) da mediatrice per la risoluzione degli equilibri internazionali; non a caso, il Duce non dichiarò mai la “mobilitazione generale” e, fin quasi allo sbarco in Sicilia, si attenne ad una linea organizzativa dello sforzo bellico, quasi minimalista se confrontata con i dispositivi di mobilitazione delle altre potenze belligeranti. Questo atteggiamento di Mussolini il 10 giugno 1940 (che risulterà poi fatale) muoveva da due premesse, una di politica estera, un’altra di politica interna. Dal punto di vista della politica estera, deve dirsi che il Duce, nei suoi orientamenti geopolitici e strategici di partenza, non si era mai discostato dagli indirizzi classici impressi all’Italia da Cavour e successori (come del resto delineato da un grande storico come Chabod nel suo La politica estera in Italia dal 1870 al 1914): in un’Italia, proiettata, dal punto di vista geopolitico, sul Mediterraneo e fatalmente costretta al “vicinato” di Francia e Inghilterra che si dividevano il Medio Oriente e l’Africa, Mussolini, in fondo, non mutava granchè ai termini della tradizionale politica italiana di matrice sabauda, portata ad approfittare delle rivalità e divisioni politiche tra Francia ed Inghilterra nel Mediterraneo per strappare volta per volta benefici (come fu al tempo della guerra di Libia etc.) in termini di dominio coloniale (per altro in un quadro strategico che non annullava il predominio franco-inglese). L’unica variante che Mussolini impresse a queste coordinate diplomatiche fu, negli anni ’30, la costruzione di un rapporto privilegiato con la Germania di Hitler (che pure personalmente il Duce avversava come rivelerà dal 1932 al giornalista Ludwig e in vari sfoghi con molti gerarchi fascisti), cercando (fin dal “patto a quattro” del giugno 1934) di sfruttare, in chiave di deterrenza, il revanchismo tedesco contro i vincitori di Versailles per “costringere” Francia ed Inghilterra a trovare nell’Italia il ruolo di necessario freno e mediazione verso Hitler: in questo modo, il Duce sperava di favorire la revisione delle condizioni di Versailles, non solo a beneficio della Germania, ma anche dell’Italia, riscattando così la sindrome della “vittoria mutilata”. E’ rimarchevole, poi, come in questa ottica machiavellica e “realista”, Mussolini abbia indotto il genero Ciano a stipulare il Patto d’Acciaio del maggio 1939: se, infatti, la pubblicistica ha qualificato il patto d’acciaio come patetica e delirante tentativo del Duce di “diventare come Hitler” (associandosi a lui), grazie a De Felice, si è potuto riscontrare che il patto fu concluso per obbligare la Germania a consultare obbligatoriamente l’Italia nelle controversie diplomatiche. Un simile strumento diplomatico sarebbe dovuto servire a Mussolini ad istituzionalizzare nel Duce quel ruolo di mediatore che egli aveva ben dimostrato ai tempi della conferenza di Monaco nel settembre 1938 quando fu superato l’ultimatum di Hitler a Francia e Inghilterra sui Sudeti. Si può convenire che questa prospettiva si sia poi rivelata ingenua (e Grandi, più informato sulle intenzioni di Hitler su Polonia e Romania inutilmente ebbe ad agire sul Duce per disilluderlo); certo, si può escludere che, a livello di intenzioni, in Mussolini gravassero ipoteche imperialiste irrealistiche e “cesaristiche”. Del resto, è da leggere in questa ottica la scelta del Duce per la “non belligeranza” quando Hitler, invadendo la Polonia, costringerà Francia ed Inghilterra a dichiarargli guerra, impedendo così all’Italia qualsiasi mediazione. Oggi, grazie alle acquisizioni storiografiche di Renzo De Felice, si può dire che ancora in questa chiave di mediazione, Mussolini arriverà al “passo fatale” della dichiarazione di guerra soltanto il 10 giugno 1940: con la Francia umiliata, e l’Inghilterra costretta alla rovinosa ritirata di Dunquerque, il Duce era convinto che con un pugno di morti e poche settimane di combattimenti gli sarebbero stati sufficienti per guadagnarsi il diritto di sedere al tavolo della pace dalla parte dei vincitori. Ciò che spiazzò Mussolini fu la determinazione dell’Inghilterra ad andare avanti (il famoso discorso di “lacrime e sangue” di Churchill), accentuando la missione della guerra in chiave ideologica e anti-fascista, oltreché anti-tedesca, e non lasciando quindi spazi di manovra al Duce che, dopo le prime gravi sconfitte della fine del 1940 (Grecia, Taranto e Africa Settentrionale) non potette più portare avanti la “guerra parallela”, utile all’Italia per “smarcarsi” dalla Germania e, continuare a guerra conclusa a ricoprire un ruolo di potenza e prestigio in Europa. Come dicevamo in apertura, un’altra motivazione che portò Mussolini al “fatale discorso” furono gli umori della borghesia italiana, nel giugno 1940, molto ben disposti verso una Germania che, mettendo in sesto un colpo senza precedenti, era riuscito a mettere in ginocchio la Francia, aggirando la (apparentemente inespugnabile) “linea Maginot”, simbolo dell’apparentemente inviolabilità degli accordi di Versailles. Quanto per Mussolini fossero importanti gli “stati d’animo” della folla è cosa abbastanza nota per tornarci su; certo, però, questa volta il Duce non trovò davanti a sé (come ai tempi del 03 gennaio 1925) un’ opinione pubblica borghese docile e “arrendevole”, ma un’opinione pubblica più instabile e volubile negli umori, che, colta, dopo l’euforia iniziale, dai bombardamenti e dalla dura realtà della guerra, si demoralizzò e soprattutto (quel che è peggio) trasmise via via le proprie inquietudini ad un regime che, dopo anni di paziente e pacifica convivenza tra le sue varie anime ed interessi, cominciò a sgretolarsi, via via che l’Italia incassava sconfitte e non riusciva ad uscire dallo stallo di una guerra che da breve stava diventando lunga, minando (e questo è gravissimo) la compattezza del “fronte interno”, in un momento tanto grave come la guerra. Con la guerra, il regime entra in una fatale crisi di identità: De Felice, al riguardo, è molto lucido nel rilevare come, ai tempi della II Guerra, tutte le contrapposizioni fino allora sopite tra le componenti del regime (Partito-Stato, Partito- Esercito etc.) venissero a galla con un’evidenza sempre più grave e sconcertante, disarticolando il regime: pensiamo alla polemica Serena-Tassinari sull’annona, settore-chiave della guerra, alla polemica “sui giovani” che destabilizzò la Segreteria PNF nel crinale decisivo 1941-42, contribuendo a fiaccare quella che finora era stata una riserva di consenso essenziale per il regime, i giovani e gli Universitari in generale. Fino agli scioperi del 1943 nelle fabbriche del Nord, quando, destituito Senise, il successore di Bocchini, capo dell’OVRA deceduto per incidente nel 1940, fu assolutamente chiaro che Partito, Sindacati e Polizia, presi dall’isterismo e condizionati dalla recrudescenze estremistiche all’interno del PNF, non erano più in grado di gestire l’ordine pubblico tutto sommato con l’equilibrio e la sapienza politica che li aveva fin lì contraddistinti (pur nella repressione anche dura degli avversari politici) dal teppismo e dal velleitarismo squadrista “alla Farinacci”. Così si gettarono le premesse della fine di Mussolini il 25 Luglio 1943. A conclusione di questo discorso, vale la pena constatare una strana circolarità all’interno della storia del fascismo: il regime, nato con la contrapposizione “regime”-Farinacci al tempo del Delitto Matteotti, si concluderà il 25 luglio 1943 con la stessa contrapposizione riprodotta in seno al Gran Consiglio e con un Farinacci nella stessa posizione di disturbo sulla via di una “normalizzazione” (di una “normalizzazione” costituzionale nel 1925, di una “normalizzazione” della politica estera nel 1943, quando addirittura lo Stato Maggiore vedrà in lui una “quinta colonna” tedesca). In fondo, però, il tatticismo di Mussolini e il vuoto teppismo di Farinacci, costituivano l’alfa e l’omega del fascismo: il fascismo, che era nato dal “trincerismo”, che si considerava l’erede ideale del Risorgimento italiano e della tradizione romana (in senso lato)e latina dell’Italia, alla fine esauriva il suo dinamismo in un attivismo, che (anche quando porterà a importanti riforme e trasformazioni) era tanto retorico e trionfante nella forma, quanto vuoto nelle prospettive e negli obiettivi finali (“l’azione per l’azione” come eloquentemente Augusto del Noce descriverà l’essenza del fascismo ne Il problema dell’ateismo, facendo il verso alla voce “fascismo” di Mussolini- Gentile, pubblicato nella Treccani): un movimento che aveva generato grandi speranze, che coltivò e nutrì speranze, ma che alla fine, forse per aver intercettato troppi umori, forse per aver cercato di piacere a tutti, a troppi, non riuscì ad unire la Nazione e non resse, quando si trovò costretto a scendere dal piedistallo della retorica e del trionfalismo per fare i conti con la propria realtà, con i propri errori, con le proprie contraddizioni insolute. Chi dolorosamente e lucidamente si rese conto di come la guerra fosse un vero e proprio “banco di prova” per il fascismo fu Giuseppe Bottai che, contrariamente all’opinione corrente che vuole vedere in lui una sorta di “antifascista occulto”, colse in pieno le potenzialità politiche della guerra (come occasione di vera unificazione e di rinnovamento nazionale, come in fondo anche Mussolini sperava), ma che dovette presto ricredersi davanti all’immaturità del Regime, del Paese e della borghesia stessa: in effetti, con la guerra le contraddizioni fatali del fascismo esplosero, dividendo insolubilmente quella parte che lo aveva sostenuto soprattutto per opportunismo, per difendere i propri privilegi (e che dopo il 25 luglio 1943 farà a gara o a tacitare il proprio consenso al fascismo o a distinguere la propria posizione), dalla parte di borghesia che aveva trovato nel fascismo quel generico un “avventurismo dannunziano”, tanto eccitante finchè non si scontrò con la prova della guerra, senza esprimere una classe dirigente davvero consapevole dei propri doveri e della propria missione storica. La catastrofe della guerra ha distrutto per sempre le fondamenta del fascismo, ma ha lasciato intatte varie problematiche riguardanti l’Italia, cui noi tutti siamo chiamati, con profondo spirito civico e solidarietà nazionale a dare il nostro contributo per risolverle.</p>
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		<title>Walter Tobagi, giornalista morto per la verità sul terrorismo rosso- 30 anni dopo</title>
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		<pubDate>Mon, 24 May 2010 20:18:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Frabetti</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-4211" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/05/walter-tobagi-220x300.jpg" alt="walter-tobagi" width="220" height="300" />di <strong>Giorgio Frabetti</strong>- Il 28 maggio prossimo ricorrono i 30 anni della morte di Walter Tobagi, allora Presidente dell’<em>Associazione Lombarda dei Giornalisti</em>, autorevole penna del <em>Corriere della Sera</em>, dedito alle cronache del terrorismo rosso, di cui fu lucido e intelligente analista, tra i migliori del tempo: uno zelo di verità che pagò con la morte in una piovosa mattina a Milano per mano del sicario Barbone della <em>Brigata XXVIII marzo</em> (poi pentitosi), tra lo strazio e la costernazione dei passanti, della famiglia e degli amici che accorsero. Fu Tobagi l’ennesima vittima della logica del “colpirne uno per educarne cento”? Di fatto sì, e non è un caso che la sua morte avvenga in un anno, il 1980, caratterizzato da una tremenda <em>escalation</em> di azioni terroristiche truculente, dalla morte di Bachelet, alla morte di Guido Galli, al sequestro d’Urso, al sequestro (e poi la morte) del fratello del “primo pentito BR” Peci: in quel periodo, la “bestia brigatista” è ferita, paga i primi colpi inferti all’organizzazione dal Gen. Carlo Alberto Dalla Chiesa, dai primi pentimenti e delazioni e paga la “terra bruciata” che il PCI di Berlinguer gli ha tessuto attorno (temendone la competizione e temendone la tremenda portata frazionista all’interno della Sinistra, oltreché la crudezza dei metodi). Senza contare la competizione esercitata attorno alle BR dai Gruppi piccoli (come la <em>Brigata</em> <em>XXVIII marzo</em>, o come <em>Prima Linea</em>), per lo più sbandati, senza il radicamento organizzativo, militare e dottrinale delle BR, tesi a contendere l’attenzione dell’opinione pubblica con delitti gratuiti e sensazionali: anche Tobagi (come il Giudice Alessandrini, quindi) pagò con la vita il bisogno di protagonismo di queste sette estremistiche imbevute della delirante ideologia comunista! Un breve stralcio degli articoli di Tobagi basterà a rendere chiara quanto grande fosse la sua lucidità di pensiero e la sua modernità nel comprendere non solo le dinamiche intrinseche al terrorismo in generale (per equanimità bisogna dire che come si occupò dei “rossi”, si occupò anche dei “neri”) ma anche i motivi del particolare radicamento di quello rosso, favorito, in questo dalla miopia di una borghesia (specie milanese quella stessa borghesia che inneggerà al crucifige contro il Commissario Calabresi) che, in nome di un falso spirito libertario, era stata troppo indulgente e permissiva : “Se si vanno a rileggere adesso i documenti e i giornali di allora –scrive Tobagi, riferendosi ai primi anni 68-69 dei “conati” estremistici –si vede che i germi del Partito Armato c’erano ed erano espliciti. Solo i pregiudizi ideologici impedivano di rendersene conto. E’ uno dei tanti album di famiglia che bisogna sfogliare, se si vogliono capire le radici vere del terrorismo italiano: è l’<em>album</em> di una certa borghesia ed intellettualità sinistrese che non credeva alle parole scritte, si illudeva che i reduci più arrabbiati del ’68 si accontentassero di giocare con gli <em>slagans</em> rivoluzionari. E nello stesso tempo attribuiva covi e prigioni del popolo alle perfidia di un potere cinico interessato a spaventare l’opinione pubblica con il gioco al massacro degli opposti estremismi. […] Sono sette anni che viviamo così: prima spaccavano le porte, adesso spaccano i cervelli! Ma lo spirito non è diverso”. Con queste dichiarazioni, Tobagi accusava, da un lato, la Sinistra “salottiera” e borghese (specie milanese) che, nella fregola di “essere <em>à la page</em>” (e tra il 68-69 essere <em>à la page</em> voleva dire essere marxisti o pro-marxisti), non si era accorta che stava allevando veri e propri … “mostri” in casa propria (su questa scia, si colloca, su un diverso orizzonte la polemica tra Indro Montanelli e Camilla Cederna, accusata quest’ultima, dal grande “toscanaccio” di posare a marxista perché irresistibilmente attratta dai capelloni rivoluzionari … per “l’afrore delle loro ascelle”!); dall’altro, Tobagi metteva il “dito nella piaga” di una controversia allora molto acuta nel mondo comunista tra l’ortodossia “politicista” e burocratica del Comunismo di URSS e PCI (teso a conservare le strutture di partito e gli apparati militari e geopolitici conquistati con la guerra e il Patto di Varsavia, ma in un’ottica di conservazione dello <em>status quo</em> in Europa, che culminerà con gli accordi di Helsinki nel 1975) e l’eterodossia cinese, propensa a valorizzare l’estremismo e la lotta armata: una contrapposizione che riproponeva la controversia degli anni 30 tra il Comunismo d’ordine di Stalin e Berja e il Comunismo come “rivoluzione permanente” di Trozky e compagni. In realtà, oggi gli storici (vedi Pons nel suo pregevole <em>Berlinguer e la crisi del Comunismo</em>, 2005) sono consapevoli che questa controversia alla fine agevlò solo gli estremisti: non solo perché, nonostante le scomuniche, gli estremisti erano i soli in grado di esprimere una residua vitalità del Comunismo, specie nel Terzo Mondo (vedi Etiopia), quanto perché erano i soli ad esprimere il Comunismo per quello che realmente era, una forza ideologica, violenta, sovvertitrice e rivoluzionaria. In Italia, poi, il Partito Armato (rosso) esplodeva come “nemesi” della “doppia morale” togliattiana prima e berlingueriana poi: la “nemesi”, cioè, di un PCI che prima, per conquistare potere ed influenza, aveva non solo tollerato, ma ampiamente utilizzato gli estremisti “marxisti-leninisti” (specie Secchia) segnando episodi tra i più cruenti della storia d’Italia (vedi omicidio di Giovanni Gentile, eccidi delle foibe), salvo poi “scaricarli”, quando la loro presenza diventò ingombrante per le combinazioni politiche e parlamentari del PCI nei “piani alti” del Palazzo Italiano (prima i Governi del CNL tra Togliatti e De Gasperi, poi con i “governi della solidarietà nazionale” per Berlinguer). La voce di Tobagi era perciò lucidissima, in quanto anticipava di 30 anni un giudizio sul quale ormai la storiografia più lucida è attestata; curiosamente, anche oggi, in non pochi settori intellettuali della Sinistra prevale ancora la reticenza (vedi storici come Tranfaglia o Franco De Felice): anche dopo che le BR sono state scoperte, cioè, la Sinistra non accetta del tutto che esse (come onestamente aveva detto Rossana Rossanda nel <em>Manifesto</em>) facciano parte dell’<em>album</em> di famiglia (che è poi il filone leninista e poi trozkista di Bordiga prima e Secchia poi): si parla di inquinamento e manipolazione di “compagni che hanno sbagliato” da parte dei “servizi deviati”, si indugia allo solita teoria del “complotto P2” (e <em>Gladio</em>), ma non si vuole accettare come la scelta estremista sia non solo radicale, ma perfettamente consequenziale all’orizzonte ideologico marxista e comunista: Tobagi l’aveva capito e in questo era naturalmente uno “scomodo”. E un isolato: come insegna Falcone per la mafia, il terrorismo colpisce gli uomini dediti alla causa dello Stato e della legalità che lo Stato (e l’opinione pubblica) non hanno saputo difendere: questo è stato certamente il caso di Walter Tobagi, trent’anni fa esatti.</p>
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		<title>Non è meglio abolire il 25 aprile?</title>
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		<pubDate>Sun, 25 Apr 2010 15:00:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Frabetti</dc:creator>
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		<category><![CDATA[25 aprile 1945]]></category>
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		<description><![CDATA[<a href=http://www.arezzopolitica.it/2010/04/25/non-e-meglio-abolire-il-25-aprile/><img src=http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/04/a1945a-150x150.jpg class=imgtfe hspace=5 align=left width=100  alt="" /></a>di Giorgio Frabetti- Dopo 65 anni, e dopo che la storiografia (vedi Rusconi, vedi Galli della Loggia, vedi Piero Scoppola, vedi Renzo De Felice) ha ritrovato un suo equilibrio nel rappresentare la Resistenza come fatto che ha riguardato una minoranza di italiani, non è arrivato forse il caso di pensare seriamente di abolire il 25 [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-4028" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/04/a1945a.jpg" alt="a1945a" width="400" height="250" />di <strong>Giorgio Frabetti</strong>- Dopo 65 anni, e dopo che la storiografia (vedi Rusconi, vedi Galli della Loggia, vedi Piero Scoppola, vedi Renzo De Felice) ha ritrovato un suo equilibrio nel rappresentare la <em>Resistenza</em> come fatto che ha riguardato una minoranza di italiani, non è arrivato forse il caso di pensare seriamente di abolire il 25 aprile come festa nazionale? Intendiamoci: non intendo essere così cinico ed insensibile da negare l&#8217;indubbio significato simbolico e morale della data per quella parte di italiani che bene o male si riconosce in buona fede nella battaglia dell&#8217;antifascismo e della Resistenza. Non neghiamoci dal riconoscere che il 25 aprile deve restare la degna festa dell&#8217;ANPI (Associazioni Partigiani d&#8217;Italia): non cada il mondo liberale e di centro-destra nell&#8217;errore speculare ed opposto dei comunisti e degli azionisti; se è vero, cioè, che per decenni il mondo azionista e comunista ha speculato su una inesistente &#8220;resistenza di massa&#8221; e sull&#8217;inesistente mito-<em>camelot</em> dell&#8217; &#8220;unità anti-fascista&#8221; al punto da sfiorare il &#8220;razzismo politico&#8221;, non dobbiamo noi liberali di destra, emarginati dalla &#8221;casta&#8221; dell&#8217;antifascismo e principali vittime del &#8221;razzismo politico&#8221; azionista-comunista, accedere ad un settarismo uguale  e contrario, che nega la Resistenza o la sua dignità. E&#8217; sempre sbagliato petendere la rimozione dei fatti storici: dopo 65 anni, dopo che i protagonisti di quei giorni sono morti ormai tutti, dopo che i peculiari equilibri politici (essenzialmente DC-PCI) legati alla &#8220;guerra fredda&#8221; che hanno determinato la sopravvivenza per forza di inerzia del <em>camelot</em>-mito dell&#8217; &#8220;Unità antifascista&#8221;, non ci sono alibi per &#8220;non fare i conti con la storia&#8221;. E fare i conti con la storia significa riconoscere il valore della Resistenza, ma riconoscere contemporaneamente che essa fu appannaggio di una minoranza (rispettabile) di cittadini che si riconoscevano nell&#8217;antifascismo democratico-radicale e dei comunisti e che diede certamente anche esempi di patriottismo e di sacrificio personale in personalità come Pertini, Mattei, Parri etc (salvo episodi di banditismo nemmeno troppo sporadici e salvo la piaga delle &#8220;foibe&#8221; nella Venezia Giulia); patriottismo, però, che fu appannaggio anche di persone che combatterono &#8220;dall&#8217;altra parte&#8221;; che fecero la guerra al tedesco in nome del Re (accusato di essere il &#8220;grande fiancheggiatore&#8221; del fascismo) e che fu anche di fascisti, che rifiutarono l&#8217;alleanza con la Germania (es. Balbo, Bottai) o che comunque, pur talora sbagliando, servirono in buona fede la causa dell&#8217;Italia (vedi Rossoni, Federzoni, Bastianini etc.) e del suo rinnovamento. Sia chiaro che &#8220;aver fatto&#8221; il 25 aprile non può essere una &#8220;patente&#8221; di patriottismo, come se prima di allora in Italia non ci siano stati esempi di patriottismo: gli anni 20 del primo dopoguerra, ad esempio, gli anni del primo fascismo sono anni sì tumultuosi, sì torbidi, poco edificanti dal punto di vista della cultura democratica purtroppo e del rispetto della vita umana: tutto si può dire, ma non che quegli anni non fossero anni pieni di entusiasmo patriottico e di voglia di rinnovare l&#8217;Italia, perchè tale era il principale fattore che animava gli ex-trinceristi che animarono il fascismo. Certo, l&#8217;entusiasmo dei giovani fascisti negli anni 20 ha portato facilmente all&#8217;errore: ha portato all&#8217;estremismo ideologico, ad errori madornali come l&#8217;associazione alla Germania; ma non si può dire altrettanto dei giovani che hanno imbracciato la causa, ad esempio, dell&#8217;antifascismo comunista? Che hanno accettato la causa dell&#8217;estremismo ideologico e che si sono trovati (loro malgrado) complici di aberrazioni terribili come le &#8220;foibe&#8221; e l&#8217;alleanza con l&#8217;URSS? Io credo di sì, che in molti albergasse il sincero desiderio di servire l&#8217;Italia, nonostante l&#8217;ambiguità e il machiavellismo dei dirigenti comunisti.  Purtroppo, la ricorrenza del 25 aprile è sempre servita per istituire classifiche di &#8220;patrioti di serie A&#8221; e di &#8220;serie B&#8221;, dividendo, così, la Nazione, invece di unirla; per discriminare, in nome dell&#8217;antifascismo radicale-comunista, chi non era ad esso allineato: inutile dire, che questo parossismo demagogico porterà la Sinistra a ritrovare, a guerra finita, i tratti dei “fiancheggiatori pro-fascisti” anzitutto negli anni ‘60 in Tambroni (DC), perchè favorevole alla collaborazione con il MSI (ex-fascisti) e in Silvio Berlusconi, che nel 1994 “sdoganerà” definitivamente il MSI di Almirante (cosìcchè la “diatriba fascisti-antifascisti” si riproduce pateticamente alle soglie del XXI secolo come diatriba tra “berlusconiani” e “antiberlusconiani”!).  Inoltre, se ci furono giornate che divisero l&#8217;Italia (già lacerata dai postumi dell&#8217;08 settembre) quelle furono proprio le giornate successive al 25 aprile, quando il CLNAI, argomentando una propria rappresentanza popolare nei &#8220;partigiani&#8221; autonoma rispetto all&#8217;Esercito Regio, pretese il governo dello Stato, tramite l&#8217;investitura di Ferruccio Parri a Presidente del Consiglio: uomo di indubbia onestà e impegno, Parri dimostrò l&#8217;inettitudine del CLNAI di &#8221;normalizzare&#8221; l&#8217;Italia e di fare cessare la guerra civile, perchè purtroppo episodi di banditismo di violenza politica più o meno terroristica proseguirono ben oltre la fine della guerra, fino a lambire i giorni del <em>referendum</em> del 02 giugno 1946 (i fatti di Reggio Emilia insegnano). Fallì, in particolare, la pretesa integralistica di epurare le Prefetture e le Questure, inserendo elementi di &#8220;fede democratica&#8221; che, pur in buona fede, erano spesso del tutto digiuni di pratica di polizia e non riuscivano (dopo anni di convivenza e complicità alla &#8220;macchia&#8221;) a moderare i Comunisti più estremisti e violenti. La dimostrazione del fallimento politico del &#8220;vento del 25 aprile&#8221; fu chiara il 25 novembre 1945, quando Parri, dimettendosi da Primo Ministro, per la sfiducia dei liberali, accusò il delinearsi di una situazione &#8220;pre-facista&#8221;: in effetti, dominando, allora, come ai tempi ante-marcia, un clima politico caratterizzato da &#8220;opposti estremismi&#8221;, era del tutto impossibile una gestione politica in nome dei principi della &#8220;democrazia radicale e intransigente&#8221; (allora Nitti, Gobetti, Matteotti, oggi Parri) senza animare contemporaneamente (anche senza volerlo) la concorrenza politica degli estremisti. In questo, non si può dubitare, dopo 65 anni, che fu solo con l&#8217;ascesa al potere di De Gasperi che l&#8217;Italia trovò il solco della &#8220;normalizzazione&#8221;, ovvero solo con una politica moderata e realista. Per questo, credo sia molto ingenuo pretendere che il 25 aprile 1945 diventi &#8220;patrimonio di tutti&#8221;: il 25 aprile non può essere festa di tutti gli italiani, ma solo di una parte, i &#8220;partigiani&#8221;: resti, quindi, il 25 aprile, purchè resti una ricorrenza dei Partigiani e non della Nazione; non da giustificare una festività nazionale. E poi, diciamocela tutta: che festa nazionale, &#8220;di popolo&#8221;, può essere una festa come il 25 aprile in cui si commemora un fatto che, da un lato, assume un valore militare insignificante (l&#8217;Italia fu liberata per opera degli Alleati, non degli Anti-fascisti come recentemente ha ribadito il Presidente della Provincia di Salerno, tra le polemiche della Sinistra) e che dall&#8217;altro riguarda un gruppo minoritario di &#8220;guerriglieri&#8221;, ovvero di &#8220;bande irregolari&#8221; (aldilà del valore intrinseco della testimonianza patriottica effettivamente offerta) e non le Forza Armate! Per questo motivo, credo opportuno che la Nazione ripensi la propria imbologia di &#8220;autorappresentazione&#8221; e metta seriamente in discussione l&#8217;opportunità di insistere nel celebrare la ricorrenza del 25 aprile 1945: senza negare il valore dell&#8217;apporto dei Partigiani, credo che una &#8220;politica della memoria&#8221; seria che abbia veramente a cuore l&#8217;opportunità di evitare altre faziosità sulla storia e i simboli della Nazione, debba valutare se esistono altre date in cui si possa celebrare l&#8217;unità nazionale in modo non fazioso e distorto: ad esempio, il 04 novenbre (anniversario della Vittoria) o altra ricorrenza (il 07 gennaio, festa del Tricolore?).</p>
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		<title>La Resistenza, grande &#8220;occasione mancata&#8221; di unificazione nazionale</title>
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		<pubDate>Thu, 15 Apr 2010 21:32:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Frabetti</dc:creator>
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di Giorgio Frabetti- C’è un articolo (non scritto) nella Ns. Costituzione italiana che potrebbe recitare così: “L’Italia è una Repubblica … nata dall’08 settembre 1943″; nata dall’armistizio di Cassibile, che certificava definitivamente la sconfitta militare dell’Italia rispetto agli Anglo-Americani e dallo sbandamento conseguente. Parole molto lucide sul punto, sono state scritte dal grande storico Renzo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-3932" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/04/resistenza.jpg" alt="resistenza" width="400" height="306" /></p>
<p>di <strong>Giorgio Frabetti</strong>- C’è un articolo (non scritto) nella Ns. Costituzione italiana che potrebbe recitare così: “L’Italia è una Repubblica … nata dall’08 settembre 1943″; nata dall’armistizio di Cassibile, che certificava definitivamente la sconfitta militare dell’Italia rispetto agli Anglo-Americani e dallo sbandamento conseguente. Parole molto lucide sul punto, sono state scritte dal grande storico Renzo De Felice, nell’intervista rilasciata al Corriere della Sera nel cinquantenario (1993) dell’armistizio di Cassibile: “Se l’ Italia rischia- scriveva l’ autorevole storico -, come suona il titolo di un recentissimo libro sulla sua crisi attuale, di cessare di essere una nazione, la causa prima, ma ancora operante, di cio’ va ricercata nella condizione morale evidenziata dall’ 8 settembre e nel rifiuto della classe dirigente postfascista di riconoscerlo e, peggio, nel tentativo di parte di essa di spiegarla “storicamente” con argomentazioni di un elitismo che, rifiutando di fare seriamente i conti col vissuto collettivo, ha in qualche caso sfiorato i confini di una sorta di razzismo moralistico”. In cosa consiste l’ esame di coscienza che De Felice reclama, sull’ esempio di quello avviato in Francia da Marc Bloch dopo il crollo del giugno ‘ 40? Lo ha gia’ spiegato lui stesso proprio nella conversazione col Corriere: si tratta di riconoscere che la Resistenza si e’ rivelata troppo fragile come evento “fondante” della Repubblica, proprio perche’ ha interessato una porzione esigua della popolazione. Si tratta anche di ammettere che le classi dirigenti post belliche non hanno saputo incarnare un ideale liberal nazionale di tipo risorgimentale”. In effetti, come lo storico reatino mette lucidamente in luce, la guerra civile ‘ 43 45 ha coinvolto solo le minoranze, il grosso della popolazione ne e’ rimasto estraneo. Poi, nel dopoguerra, il paese non ha piu’ ritrovato una reale identita’ nazionale, si e’ diviso in varie famiglie politiche oppure si e’ racchiuso dentro le “piccole patrie” locali. Qui e’ il nocciolo della “questione italiana” ed il nocciolo di quel filone storiografico (minoritario, ma da rivalutare) che vede nella Resistenza una grande “occasione mancata” di unificazione nazionale dell’Italia; e questo a causa di un uso eccessivamente settario della categoria dell’ “antifascismo” (come fa notare De Felice).Si può dire che l’antifascismo ebbe sostanzialmente due essenziali colonne: una colonna politica e “organizzativa” nei comunisti; una colonna politico-culturale negli azionisti. Si sa l’importanza politica conosciuta dai comunisti nel dopoguerra: la questione dei rapporti e dei confini con la Jugoslava fu un palcoscenico politico di fondamentale importanza dei comunisti italiani che fecero pesare tutto il loro apporto geopolitico nell’assetto del dopo-Jalta (ma sul punto, vedi il post Mai più le foibe! del 10 febbraio 2010). Si deve, però, dire che il mito antifascista ebbe forse una più profonda primogenitura nell’ambito dell’universo radicale-azionista, erede dell’esperienza di “non mollare” e di Giustizia e Libertà di Rosselli, Rossi e soci; una primogenitura che deriva dalla saldatura (realizzatasi negli anni 1942-43 immediatamente precedenti il 25 luglio) tra la propaganda clandestina di Giustizia e libertà e la riflessione (pubblica) del filosofo anti-fascista Benedetto Croce, la cui opera non era stata mai di fatto oscurata dal regime. In effetti, l’ossatura politico-culturale dell’antifascismo non comunista (per quanto fragile, all’atto pratico, come s vederà tra poco) era talmente formata, che i comunisti non ebbero altro da fare che “appoggiarvisi” e sfruttarla, creando il Camelot (favola) dell’Unità Antifascista (spezzata nel 1947 con l’estromissione del PCI dal governo del Paese).. A 65 anni di distanza, però, dobbiamo riconoscere che su questa borghesia radicale-azionista, forse più dei comunisti, ricade un ruolo di primaria responsabilità nella caduta della coscienza nazionale: responsabilità grave, perchè contribuì alla defezione dalla tradizionale “coscienza nazionale” di parte di quel ceto medio che, bene o male, era stato alla base dei moti prima risorgimentali e poi intervenstici della Grande Guerra; moti certo dagli esiti dubbi e discutibili (ad esempio, la Grande Guerra aveva sfasciato, con la caduta dell’Austria, l’Europa intera e sulle sue ceneri era nato il mostro comunista e poi il fascismo!), ma che avevano avuto un indubbio significato positivo nel far crescere a livello popolare la “coscienza nazionale” e il “senso dello Stato” (cose che dopo l’08 settembre sono del tutto crollate). Ora, invece, la Resistenza ci restituisce un quadro della borghesia (borghesia che si era inoltre dimostrata inadeguata anche all&#8217;inizio della guerra, quando con grande superficialità aveva quasi festeggiato l&#8217;entrata in guerra dell&#8217;Italia nel Giugno 40&#8242; pensando in una rapida e vittoriosa conclusione) liberaldemocratica inacidita da decenni di marginalità, di sostanziale subalternità al fascismo e di identificazione non più con i ceti popolari ed emergenti, ma con le banche e il super-capitalismo, che ben poco rappresentano dell’Italia Reale. Per questo motivo, fondamentalmente, l’universo democratico e radicale, invece di condurre un moto di reazione popolare su base nazionale, si fece capofila di iniziative politiche e militari che relegarono la Resistenza a rappresentare un fenomeno di assoluta minoranza (e sciaguratamente favorendo, nel dopoguerra, l’accaparramento della causa antifascista dei Comunisti). La beffa della storia vuole che la resistenza all’invasore tedesco partisse da una base spontanea, da parte di quei reparti stazionati, per lo più a Cuneo e in Friuli, luoghi di transito dell’esercito per le operazioni di guerra; fu per colpa dei settarismi di Parri e soci, che non seppero e non vollero riconoscere l’apporto alla Resistenza di esponenti militari e politici, solo perchè combattevano in nome del Re, venivano associati alla responsabilità di Vittorio Emanuele III, il grande ”fiancheggiatore” del fascismo. Fortunatamente, oggi, Arrigo Petacco  nel suo ultimo libro edito da Mondadori, parla di questa Resistenza tricolore, ovvero degli apporti di Cadorna, Pizzoni, e dei militari “badogliani” in generale, sbandati nei giorni dell’Armistizio, che furono decisivi nel costituire il primo “nucleo duro” della Resistenza, oggetto di ostlità e boicottaggio da parte dalle brigate Garibaldi e di Giustizia e Libertà che ne pativano la concorrenza, a fronte del più debole apporto iniziale delle loro formazioni: non si smetterà mai di rendere merito a Enrico Mattei, il quale cercò di portare i “Partigiani bianchi” sotto l’ala protettiva della DC per impedire il monopolio comunista delle brigate prtigiane. Per colpa, quindi, dei dirigenti azionisti e comunisti, questi moti spontanei di resistenza all’invasore tedesco, che sulla carta non avrebbero potuto rovesciare la posizione militare dell’Italia, ma certo avrebbero potuto contribuire a gettare le basi di una più solida unificazione nazionale, furono politicamente del tutto sterili: la divisione, cioè, tra antifasciti radicali (e antimonarchici e repubblicani) e antifascisti moderati e lealisti alla Monarchia pregiudicò per sempre la possibilità di far risorgere, dopo l’08 settembre, una nuova “linea del Piave” contro i tedeschi e contro lo scoramento per la causa nazionale. In effetti, in seno all’antifascismo radicale (non comunista) era fortissimo il complesso di “doversi vendicare” del fascismo, ma non solo ai danni dei “fascisti storici”, quanto ai danni di quei “fiancheggiatori” (liberali, nazionalisti e popolari) che, anche se si erano poi pentiti nel 1925-26, non avevano saputo impedire a Mussolini di andare al potere e diventare dittatore: inutile dire, che questo parossismo demagogico porterà la Sinistra a ritrovare i tratti dei “fiancheggiatori pro-fascisti” sia negli anni ‘60 in Tambroni (DC), perchè favorevole alla collaborazione con il MSI (ex-fascisti) e in Silvio Berlusconi, che nel 1994 “sdoganerà” definitivamente il MSI di Almirante (cosìcchè la “diatriba fascisti-antifascisti” si riproduce pateticamente alle soglie del XXI secolo come diatriba tra “berlusconiani” e “antiberlusconiani”!). Per questi motivi, quindi, la Resistenza costituì un’occasione perduta di unità e di rinnovamento della Nazione e della sua “avanguardia sociale”  la borghesia liberale; di una borghesia che pure condivideva, in partenza, le comuni radici nel Risorgimento e nelle speranze della grandezza dell’Italia, ma che era divisa in modo durissimo tra antifascisti e fascisti, tra antifascisti della prima ora e antifascisti già fiancheggiatori e tra monarchici e repubblicani. Corollario di questa divisione a livello politico e a livello operativo della borghesia italiana, fu anche il divorzio politico-culturale da Benedetto Croce, accusato di conservazione monarchica, per la sua ricerca di unità patriottica dei liberali, sia radicali sia moderati e già fiancheggiatori del fascismo; così, fu anche disperso e inutilizzato un altro riferimento dell’unità della borghesia politica del dopoguerra. E’ proprio nella vita e nell’esempio del filosofo di Pescasseroli credo possa ritrovarsi un esempio di fulgido “antifascismo” che coniuga il rigore dell’opposizione al fascismo con la perfetta coerenza e aderenza alla tradizione risorgimentale; in particolare, Croce oggi rivela la possibilità di un’alternativa seria alla settaria e retorica mitologia resistenziale che avrà la meglio nel secondo dopoguerra. In altre parole, mentre la Resistenza sfocerà in un assetto politico del tutto nuovo e “di rottura” rispetto alle tradizioni etico-politiche liberali e democratiche pre-fasciste, Croce rappresentava anzitutto un richiamo fattivo ed efficace ad una continuità tra l’ipotesi di democrazia post-fascista e la tradizione liberale e democratica pre-fascista. Non solo: laddove storicamente l’epoca repubblicana post-fascista sfocerà in un assetto etico-politico che pretende il più rigoroso anti-fascismo e proclama banditi dal nuovo assetto politico non solo i fascisti veri e propri, ma anche i “fiancheggiatori”  del fascismo (liberali e popolari di destra), Croce  non invocò (si legga De Felice) mai rappresaglie politiche sui fascisti, nè giustificò mai i settarismi  contro i fascisti di ieri e i fiancheggiatori, consapevole della complessità della storia italiana contemporanea: in effetti, se l’Italia allora avesse dato retta a lui e non a Parri forse avrebbe trovato più “unità patriottica” e una parte di odii ideologici all’Italia sarebbe stata risparmiata. In particolare,  l’esempio di Benedetto Croce deve oggi servirci a trovare il modo di superare una lettura della storia italiana tra il 1943-45 troppo condizionata dall’angusta e manichea alternativa fascismo-antifascismo, cercando finalmente quella sintesi storica che la Nazione si attende dopo 65 anni. Anzitutto, Croce ci insegna che deve finire il complesso secondo il quale occorre essere stati antifascisti durante il ventennio o durante il biennio 1943-45 per essere considerati patrioti e buoni italiani: viceversa, occorre valutare realisticamente il fascismo, nonchè procedere al serio recupero di alcuni fascisti o fiancheggiatori (penso a Gentile, Bottai, Balbo, Grandi, Turati. Giurati, Arpinati, etc..). Allo stesso modo, non è automatico il rapporto antifascismo-democrazia (il PCI docet!) . Parlare della Resistenza come “secondo risorgimento”  è non solo storicamente falso (come visto, la Resistenza non fu una “linea del Piave” della coscienza nazionale), ma è addirittura deleterio, perchè non fa che perpetuare il camelot (falso) dell’unità antifascista che tanti danni ha già provocato alla società e alla politica italiana (in termini specie di delegittimazione della destra: vedi Tambroni, vedi Berlusconi). Parlare di Resistenza, quindi, è utilissimo, come monitoraggio della storia nazionale; parlare di antifascismo, invece, molto meno.</p>
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		<title>La Resistenza: tra mito e realtà</title>
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		<pubDate>Sat, 10 Apr 2010 21:56:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mugnai</dc:creator>
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Per capire lo spirito del tempo ci pare opportuno, tra le tante pagine tragiche, riportare un piccolo frammento de la “Pelle” di Curzio Malaparte che così racconta l’8 Settembre: “Un magnifico giorno…Tutti noi ufficiali e soldati facevamo a gara a chi buttava più ‘eroicamente’ le armi e le bandiere nel fango…Finita la festa, ci ordinammo in colonna e così senz’armi, senza bandiere, ci avviammo verso i nuovi campi di battaglia, per andare a vincere con gli Alleati questa guerra che avevamo già persa con i tedeschi…E’ certo assai più difficile perdere una guerra che vincerla. A vincere una guerra sono tutti buoni, non tutti sono capaci di perderla.” I nazisti che si sentivano traditi occuparono il centro-nord dell’Italia. Dall’immagine del tedesco alleato si passò a quella del barbaro invasore della patria. Fu un momento di sbandamento, di disorientamento e di sconforto totale, in cui si consumò il cosiddetto “delitto alla Patria “. Con la liberazione di Mussolini e il suo ritorno forzato sulla scena politica , con la costituzione della Rsi (che in realtà era largamente controllata e diretta dai tedeschi, mentre limitata era l’azione del governo presieduto da Mussolini), il Paese si sfilacciò e si divise ulteriormente. Solo dopo 20 mesi di aspre battaglie tra tedeschi e fascisti da una parte e partigiani e angloamericani dall’altra, si pose fine alla guerra grazie principalmente al contributo fondamentale e decisivo degli Alleati. La Resistenza fu di supporto e di aiuto in taluni casi degli Alleati e fu sicuramente un movimentò importante in cui confluirono oltre agli antifascisti di sempre (e c’è da credere che non fossero molti), coloro i quali alla Resistenza approdarono dopo un passato o di afascismo o di più o meno adesione al fascismo (e furono i più). Era ovvio che fossero i primi, gli antifascisti di sempre, raccolti nei rinati partiti politici, ad assumere la direzione politica della Resistenza. La Resistenza è stata indubbiamente un grande evento storico. Crediamo però sia necessario analizzarne il fenomeno in modo “scientifico” (basato sulla verità dei fatti) e non mitologico, come è stato fatto sinora (salvo rare eccezioni) dalla vulgata storiografica. Una vulgata storiografica, costruita per ragioni ideologiche (legittimare la nuova democrazia con l’antifascismo), ma usata spesso per scopi politici (legittimare la sinistra comunista con la democrazia), ha creato tutta una serie di stereotipi che ci hanno impedito di comprendere gli aspetti significativi di quel periodo buio della nostra storia nazionale. Una storia di quel periodo complessa che vede il nostro Paese teatro essenzialmente di tre guerre in una : una guerra patriottica (contro i nazisti da una parte e contro gli angloamericani dall’altra), una guerra civile italiana ed europea (tra fascisti e partigiani, ma anche tra due diverse concezioni di ordine europeo postbellico) e una guerra di classe (tra fascisti e comunisti). Nel dramma collettivo i più decisero di non schierarsi, di rimanere alla finestra, in attesa della conclusione del conflitto. Nonostante il distacco dal fascismo, l’odio per il nazista invasore non fecero scattare la scelta alternativa di schierarsi con il movimento partigiano. Contrariamente quindi a quanto ha sempre sostenuto la vulgata filo resistenziale, non è possibile considerare la Resistenza un movimento popolare di massa: il movimento partigiano si fece moltitudine pochi giorni prima della capitolazione tedesca, quando bastava un fazzoletto rosso al collo per sentirsi combattente e sfilare con i vincitori. Ci sono dei numeri che evidenziano in modo incontrovertibile questo dato di fatto. Il movimento partigiano non superò mai le 200 mila unità di combattenti sino alla’Aprile del 1945 (dati ricavati da un rapporto dello Stato maggiore della Rsi e da una dichiarazione di Ferruccio Parri del 1947 che invitava l’Anpi a non gonfiare a dismisura le cifre). Questi dati ci fanno capire quanto in realtà l’apporto militare del movimento partigiano non sia stato fondamentale. Dichiara il grande storico Renzo De Felice nel libro-intervista “Rosso e Nero” : &#8220; Una credenza mitica della vulgata resistenziale, uno stereotipo di cui la storia può anche fare a meno, è il supposto dovere degli alleati di aiutare l’antifascismo. Un’idea ingenua, allora. Una leggenda strumentale, dopo. Si può continuare a sostenere che il ruolo della Resistenza è stato importante nella Guerra di liberazione dall’occupante tedesco, ma non si può dimenticare nemmeno per un istante che l’aggettivo ‘decisivo’ può essere attribuito esclusivamente al ruolo dell’esercito di Sua Maestà Britannica e degli Stati Uniti d’America.” Inoltre per niente idilliaco fu il rapporto tra popolazione civile e partigiani. Infatti i continui rastrellamenti da una parte e dall’altra, gli attentati e le imboscate che mettevano in serio pericolo la vita dei civili; per non parlare (quando si ingrossavano le file del movimento partigiano) dei soprusi, delle grassazioni, delle violenze e delle imposizioni indiscriminate (quasi tutte commesse da formazioni garibaldine) e che non avevano nulla da invidiare a quelle fasciste, portavano ad un ulteriore distacco, misto a paura, da parte della popolazione nei confronti dei due schieramenti in lotta. Ed infine le lacune della Resistenza si evidenziano laddove c’era bisogno di unire l’Italia nel dopoguerra. Dichiara De Felice nel già citato “Rosso e Nero”: “Nel conto delle idee che vincono e che perdono è l’idea di nazione che esce sconfitta. E’ qualcosa di profondo che tocca il dna di un popolo, sfigura la sua autobiografia, trasforma il suo patrimonio genetico …………. Non avevamo più gli anticorpi: la mitologia della nazione creata da Mussolini, crollata definitivamente col 25 Luglio, era minata fin dalle origini dal monopolio fascista del patriottismo, che identificava il primato della nazione con il primato del regime. La vulgata storica ha fatto tutto il resto. Ha oscurato il problema, spinta da due ragioni opposte: da una parte la necessità di legittimare con la vittoria antifascista il nuovo Stato, dall’altra depurare dai veleni del nazionalismo la politica del dopoguerra e la ricostruzione democratica. Per rispondere a queste necessità “ideali” non c’era che un modo: fascistizzare la guerra e nascondere la natura fratricida fra Rsi e Resistenza ………. E allora non si tratta di cancellare l’idea di nazione, ma di mantenere quel tanto di funzioni, di accordo morale, culturale e storico fra i cittadini che la compongono”. De Felice ci invita quindi a depurare la Resistenza dall’ideologismo imperante, dal non farne un oggetto di culto che sia completamente scollegato alla storia precedente. L’Italia non è nata e nemmeno risorta con la Resistenza. Essa ha costituito indubbiamente una pagina importante della nostra storia, ma non ha rappresentato né una vera rivoluzione civile e morale (come in realtà la componente comunista avrebbe desiderato) e nemmeno una sorta di “secondo Risorgimento” (data la sua fragilità e la mancanza di unità nazionale e pacificazione che non si è avuta nemmeno negli anni del dopoguerra a causa del razzismo morale da parte della sinistra nei confronti dei saloini e degli ex fascisti), ma semmai è stata una tappa fondamentale per traghettare l’Italia fuori dall&#8217;incubo della guerra (e non ci stancheremo mai di dirlo, grazie al contributo militare fondamentale degli Alleati, all’acume politico di De Gasperi e al supporto morale del Vaticano) e riportarla a quella vita democratica che il fascismo aveva calpestato.</p>
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		<title>L&#8217;affaire Moro e l&#8217;involuzione comunista</title>
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		<pubDate>Mon, 15 Mar 2010 21:50:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Frabetti</dc:creator>
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		<category><![CDATA[BR]]></category>
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		<description><![CDATA[<a href=http://www.arezzopolitica.it/2010/03/15/laffaire-moro-e-linvoluzione-comunista/><img src=http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/03/caso-moro1-150x150.jpg class=imgtfe hspace=5 align=left width=100  alt="" /></a>di Giorgio Frabetti- Fino ad un decennio fa, c&#8217;erano periodi in cui si può dire ciclicamente si riproponevano i veleni e i misteri del &#8220;caso Moro&#8221;: quanti erano i componenti del commando che hanno sparato in Via Fani, il perchè del trafugamento delle valige di Moro (contenenti chissà quali dossier sui quali si è molto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-3661" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/03/caso-moro1.jpg" alt="caso moro" width="379" height="512" />di <strong>Giorgio Frabetti</strong>- Fino ad un decennio fa, c&#8217;erano periodi in cui si può dire ciclicamente si riproponevano i veleni e i misteri del &#8220;caso Moro&#8221;: quanti erano i componenti del commando che hanno sparato in Via Fani, il perchè del trafugamento delle valige di Moro (contenenti chissà quali <em>dossier</em> sui quali si è molto favoleggiato), il perchè del depistaggio del &#8220;lago della Duchessa&#8221;, il tormentone infinito del vero rifugio di Moro (se alla Magliana o in via Caetani), quali moventi esterni (KGB? CIA? P2?), la &#8220;manina&#8221; di <em>Gladio</em>. A chi oggi ripercorra gli eventi di quegli anni, non resta che la dirompente e impressionante prova di cinismo e di nichilismo politico che, dal caso Moro in poi, divenne la nota eclatante e visibile della politica comunista in Italia. Una cosa deve essere chiara: nessun partito, nè politico di allora, davanti al rapimento di un esponente tanto importante della classe dirigente avrebbe potuto venire a patti con i terroristi: una simile legittimazione, infatti, avrebbe reso i terroristi ancora più arroganti e avrebbe reso lo Stato Italiano qualcosa di simile a certi stati Sud-Americani (vedi Colombia), messi continuamente sotto scacco dai guerriglieri; su questo versante, non era possibile alcuna vera alternativa. Viceversa, il &#8220;caso Moro&#8221; rivelò il cinismo comunista nella misura in cui bloccò ogni illusione di &#8220;conversione democratica&#8221; del PCI (come sperava Moro ma come dall&#8217;interno sperava uno dei leader di punta della &#8220;corrente&#8221; migliorista, Giorgio Napolitano) il quale, messo nell&#8217;angolo dall&#8217;iniziativa e dalla concorrenza delle BR, istituzionalizzò nel tempo una tattica di <em>filybustering</em> politico contro i partiti moderati, che non ha l&#8217;eguale in Europa e che fa del Ns. paese uno dei paesi con più accentuato <em>deficit</em> di democrazia tra i Paesi Occidentali. Alla base di tutto, c&#8217;è un equivoco, la formula della &#8220;solidarietà nazionale&#8221;, ovvero la prospettiva di aggregare il PCI nell&#8217;area di governo: un progetto patrocinato da Aldo Moro con la prospettiva di &#8220;logorare il PCI sulla strada del governo&#8221; (Giorgio Galli), ma che di fatto delimitava una divisione dei poteri assolutamente vantaggiosa per il PCI: mentre, da un lato, la &#8220;solidarietà nazionale&#8221; confermava la cd <em>conventio ad excludendum</em> del PCI dal Governo (per ragioni complicate essendo il PCI <em>partner</em> non allineato all&#8217;<em>Alleanza Atlantica</em> e non volendo il PCI mettere in discussione il suo filo diretto con la centrale di Mosca), nello stesso tempo, ritagliava per il PCI un ruolo di &#8220;arbitro parlamentare&#8221; che presupponeva il ricoscimento del PCI come formazione di avanguardia nella società civile: i comunisti, in questa prospettiva, assumevano il ruolo di <em>cives praeclarii</em>! Chi oggi ripercorra la vigilia del caso Moro, e vada a quei giorni febbrili ed equivoci che portarono alla formazione del monocolore democristiano Andreotti (composto per lo più da notabili &#8220;dorotei&#8221; del più vieto conservatorismo di marca DC) appoggiato programmaticamente dal PCI, non deve solo vedere il capolavoro del gattopardismo e del trasformismo democristiano (oggi parleremo di &#8220;inciucio&#8221;), ma deve vedere la vittoria totale a livello politico delle tesi di Franco Rodano e della Sinistra Cristiana formatasi nella Torino degli anni 30/40 (e così ben descritta da un &#8220;pentito&#8221; come Augusto del Noce), tesa ad identificare, in coerenza all&#8217;insegnamento gramsciano, il comunismo con la quintessenza delle &#8220;virtù civiche&#8221; italiane, perchè espressione compiuta e perfetta del &#8220;primato civile e morale degli italiani&#8221; (Gioberti). In quest&#8217;ottica, il &#8220;compromesso storico&#8221;, ovvero l&#8217;incontro tra Cattolici e Comunisti, assumeva un ruolo particolare ed essenziale: il &#8220;capolavoro italiano&#8221; (Prezzolini) del cattolicesimo romano, tramite il comunismo, veniva, in questa chiave, inverato (secondo Gramsci) in una superiore verità e perfezione, in un republicanesimo nazionale, ma con vocazione universale che avrebbe dovuto diventare il punto di riferimento dell&#8217;Europa Occidentale intera: di qui, la ragione storica, oltrechè dell&#8217;incontro tra masse cattoliche e masse comuniste (preconizzata da Berlinguer su <em>Rinascita</em> nel 1973), della politica dell&#8217;eurocomunismo. Nella sua intima sostanza, oggi lo abbiamo ben capito, tutte queste formule di &#8220;primato comunista&#8221; costituiscono solo &#8221;vuota retorica&#8221;: allora, infatti, servivano ad accreditare presso l&#8217;Occidente un Comunismo dal &#8220;volto umano&#8221; ma che, in realtà, non solo non aveva abiurato per niente dalla centrale &#8220;moscovita&#8221;, ma che viveva della rendita della &#8220;doppia morale&#8221; di Togliatti. Da allora, se l&#8217;esperienza di governo della cd &#8220;solidarietà nazionale&#8221; costituì un episodio effimero (il Governo nato sul sangue di Via Fani cadde infatti nemmeno un anno dopo nel gennaio 1979 sull&#8217;istituzione dello SME), essa però lasciò tracce molto profonde nella società civile, perchè contribuì a confermare la Sinistra Comunista e progressista come unica depositaria dell&#8217;onestà e della virtù civile in Italia, specie nella Magistratura. A prendere, però, in contropiede il PCI berlingueriano furono le BR. Strana nemesi per un partito come il PCI, che per decenni aveva operato di &#8220;disinformazione&#8221;, carcando di accreditare un proprio volto &#8220;non violento&#8221; e civile, ma che, nel momento culminante della sua legittimazione politica e sociale, fu riportato alla cruda realtà e alla verità delle sue radici: la violenza rivoluzionaria. L&#8217;azione brigatista, infatti, fu un&#8217;azione concepita in pretto stile leninista, in pieno spirito di &#8220;guerriglia politica&#8221; (chi non coglie questo aspetto e vede nelle BR degli eterodiretti da &#8220;Gladio&#8221; e simili è completamente fuori strada) con lo scopo di forzare la mano ad un PCI, che, visto con gli occhi rozzi del proletario rivoluzionario, si stava perdendo nella melassa intellettual-politicante, dimenticando le ragioni degli operai. In particolare, gran parte della &#8220;base&#8221; non accettò l&#8217;alleanza con la DC (il nemico di sempre) e l&#8217;ambiguità di Berlinguer che accreditava il PCI contemporaneamente come &#8220;partito di lotta e di governo&#8221;. Dal caso Moro, poi, complice anche la rabbia e l&#8217;intransigenza con la quale Berlinguer reagì alla concorrenza politica brigatista, seguì un tragico <em>sequel</em> di morti (almeno fino al 1981/81) che di fatto decimò gli esponenti più moderati e <em>latu sensu</em> &#8220;miglioristi&#8221; del PCI, più propensi ad accettare una trasformazione del PCI in senso social-democratico (vedi morte del giudice Galli etc.): se oggi questa classe dirigente non fosse stata decimata dalle BR, oggi forse avremmo una Sinistra più adatta ad assumersi le responsabilità del governo e dell&#8217;opposizione. Di fronte a questa svolta leninista delle BR, il PCI, in seria difficoltà a giustificare la sua ambiguità presso le masse, invece di reagire con il <em>mea culpa</em>, pensò bene di scaricare sulla DC e i partiti moderati i suoi problemi interni, intraprendendo (specie col caso P2) una strategia di <em>filybustering</em> e di delegittimazione morale della classe politica moderata di enorme violenza e di cui oggi vediamo il <em>continuum</em> nell&#8217;anti-berlusconismo militante. Si realizzò, così, per questa via, una singolarissima sintesi tra i luoghi comuni rodaniano-gramsciani e lo spirito settario delle BR:  in altre parole, il PCI, se superficialmente aveva perso i tratti del partito sovversivo classico, era nello stesso tempo divenuto una strana congrega di &#8220;integralisti&#8221; (Licio Gelli parlerà di &#8220;laica inquisizione&#8221;!) che riproponeva in chiave laica e secolare il catastrofismo escatologico che era stato prerogativa di gruppi millenaristi celebri come i gioachimiti eretici del XII secolo ovvero come i &#8220;puritani&#8221; nel XVII secolo in Inghilterra! In altre parole, <strong>il PCI contenne ed evitò la disgregazione, cui avrebbe potuto portarlo l&#8217;eresia brigatista, riproponendo, sul piano dell&#8217;estremismo e dell&#8217;integralismo verbale e moralistico, quell&#8217;estremismo e quell&#8217;integralismo che conduceva i brigatisti alla violenza politica</strong>. Con questo corto circuito, il PCI si avviò al declino politico degli anni &#8216;80 e a quella parvenza che negli anni 90 e 2000, gli ha consentito di sopravvivere in nome della missione &#8220;antiberlusconiana&#8221; (Berlusconi, cioè, divenendo la &#8220;babilonia&#8221; e la &#8220;mammona&#8221; nazionale, madre di tutte le iniquità): con ciò, disperdendo immense possibilità di rinnovamento e di sviluppo, disperdendo enormi possibilità culturali, di analisi politica, di strategia, di rinnovamento della classe dirigente. Se oggi il PD è quell&#8217;ectoplasma che è, lo si deve al grado di avvitamento e di autoreferenzialità settaria raggiunto dal PCI a partire dall&#8217;<em>affaire</em> Moro.</p>
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		<title>Vittorio Bachelet ucciso dalle BR perchè &#8230; &#8220;non aveva la scorta&#8221;. A 30 anni dalla morte</title>
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		<pubDate>Wed, 17 Feb 2010 21:10:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Frabetti</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-full wp-image-3385" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/02/bachelet.jpg" alt="bachelet" width="219" height="331" />di <strong>Giorgio Frabetti</strong>- Ricorre in questi giorni il trentennale dell&#8217;omicidio di Vittorio Bachlet, allora Vice-Presidente del Consiglio Superiore della Magistratura, avvenuto il 12 febbraio 1980, nell&#8217;androne dell&#8217;Università <em>La Sapienza</em> di Roma (Facoltà di Scienza Politiche), dove lo stesso era stimatissimo Professore (la commemorazione di Bachelet è stata, per altro, in questi giorni, di alcune &#8217;scaramucce&#8217; tra la famiglia e la Rai per la rinuncia della messa in onda di un servizio tv dedicato, per ragioni di <em>par condicio, </em>essendo il Figlio esponente PD!). Esimio e profondo giurista, Bachelet ha avuto un ruolo ecclesiale e pastorale di primo piano (più che politico) come &#8220;riformatore&#8221; dell&#8217;<em>Azione Cattolica Italiana</em> negli anni &#8220;caldi&#8221; dell&#8217;immediato Post-Concilio (un ruolo che è stato variamente interpretato nel mondo cattolico, con segni e accentuazioni diverse che non possiamo in questa sede sviluppare). Chi era Bachlet, cosa rappresentava per determinare le BR a colpirlo come &#8220;obiettivo politico&#8221; (della serie: &#8220;colpiscine uno per educarne cento&#8221;)? E chi avrebbe dovuto essere educato dalla sua morte? Anzitutto, l&#8217;omicidio Bachelet è la coda di una lunga guerriglia tra BR e &#8220;mondo giudiziario&#8221;: non va dimenticato, a questo proposito, che le BR iniziano a uccidere con virulenza ed in modo endemico solo dopo l&#8217;inizio del processo di Torino contro Curcio, Franceschini e altri, in nome dello <em>slagan</em>/dogma &#8221;la rivoluzione non si processa&#8221;; si comincia, così, con la morte del Procuratore di Genova Francesco Coco, l&#8217;08 giufno 1976, reo di aver  &#8220;buggerate&#8221; le BR, nel 1974, ai tempi del Giudice sequestro Sossi (la prima grande offesinva BR contro l&#8217;ordine giudiziario), avendo sostanzialmente finto di accondiscendere alle richieste BR (di liberare &#8221;prigionieri politici&#8221;) allo scopo di ottenere (per le BR, truffaldinamente) la liberazione di Sossi. Coco è solo il primo di una lunga e macabra serie: dopo di lui, cominceranno le lunghe pile di certificati medici di quei cittadini italiani, chiamati a prendere parte della Giuria del Processo di Torino contro le BR, ma impossibilitati a partecipare &#8230; per &#8220;depressione&#8221;; <em>alias</em> per le intimidazioni subìte dalle BR stesse; dopo, sarà la volta del Presidente dell&#8217;<em>Ordine degli Avvocati</em> di Torino, che aveva imposto agli Avvocati del Distretto di prendere la difesa d&#8217;Ufficio delle BR e di resistere al tentativo dei brigatisti di invalidare il processo dal punto di vista procedurale; dopo fu la volta di Casalegno, giornalista de <em>La Stampa</em>, reo di portare all&#8217;attenzione dell&#8217;opinione pubblica le ragioni del processo alle BR. Bachelet, quindi, è in parte vittima designata, perchè reo di appartenenere a quella &#8220;società civile&#8221; (non ostile alla Sinistra) che intende dare copertura la &#8220;linea della fermezza&#8221; indicata dal PCI di Berlinguer dopo il &#8220;caso Moro&#8221;: alla linea cioè scelta dal PCI (nel quadro della cd &#8220;solidarietà nazionale&#8221;) di alleanza con lo Stato contro la concorrenza politica dell&#8217;estremismo (ma la fila dei giudici morti per mano delle BR è ancora molto fitta tra il 1979 e il 1980: ricordiamo l&#8217;omicidio del Giudice di Sinistra, Guido Galli e il rapimento d&#8217;Urso a dicembre 1980). L &#8217;omicidio Bachelet appartiene, se possibile, ad una fase della lotta delle BR ancora più crudele: dopo il &#8220;caso Moro&#8221;, e dopo la dissociazione aperta del PCI, <strong>le BR</strong> sono politicamente isolate, si sentono braccate e, come bestie feroci, <strong>non hanno altra via per dimostrare la loro forza e visibilità politica, se non </strong><strong>uccidere</strong>; e con sempre maggiore frequenza e efferratezza. Dopo il sequestro Moro, poi, per le BR uccidere diventa una sorta di droga: alcuni militanti sono stati espulsi (vedi Mario Morucci e Barbara Balzerani) e sono vicini a &#8220;cantare&#8221;:  <strong>l&#8217;omicidio</strong>, quindi, <strong>è l&#8217;unico deterrente contro le delazioni</strong> (favorite dalle prime &#8220;leggi sui pentiti&#8221;); l&#8217;omicidio è l&#8217;unico collante per cementare il legame tra i militanti (un pò come per la setta descritta da Dostoewskij ne <em>I Demoni</em>). Ma è forse l&#8217;omicidio Bachelet l&#8217;omicidio dove più gravemente e più visibilmente l&#8217;opinione pubblica tocca con mano la tragica perversità del <em>modus agendi</em> brigatista, i &#8220;corto circuiti&#8221; tra ideologia e &#8220;senso comune&#8221;, tra ideologia e senso della comune umanità; un contrasto, quest&#8217;ultimo, reso ancora più lancinante e clamoroso dal &#8220;perdono&#8221; agli uccisori offerto dalla famiglia dell&#8217;ucciso (per bocca del figlio di Bachelet, Giovanni)  il giorno dei funerali: un copione insolito per le esequie di una vittima degli &#8220;anni di piombo&#8221; (dove al solito regnava la rabbia delle famiglie delle vittime verso lo Stato che non agiva) e che pesò molto sulla coscienza dei <em>killer</em>. Una preziosa testimonianza di questo viene proprio dall&#8217;autrice materiale del Delitto, Anna Laura Braghetti, nel suo libro <em>Il Prigioniero</em> scritto con Paola Tavella ed edito nel 2003 da <em>Universale Economica Feltrinelli</em>, da cui Marco Bellocchio ha tratto spunto per il suo film <em>Buongiorno notte</em> dello stesso anno (per dovere di cronaca, ricordiamo che la Sig.ra Braghetti, pur assumendosi la piena responsabilità dei suoi atti, ha sempre, però, rifiutato la qualifica di &#8220;pentita&#8221;). &#8220;Il Professor Bachelet era un bersaglio facilissimo, non aveva  scorta e faceva sempre gli stessi percorsi. [...] Dopo l&#8217;azione provai un senso di vuoto assoluto. Per uccidere qualcuno che non ti ha fatto niente, che non conosci, che non odi, devi mettere da parte l&#8217;umana pietà, in un angolo buio e chiuso, e non passare mai più di lì con il pensiero. Devi evitare sentimenti di qualunque tipo, perchè, sennò, con le altre emozioni, viene a galla l&#8217;orrore. Ormai, lascio che mi succeda, che mi attraversi un&#8217;onda di dolore tremendo, la coscienza di avere ucciso un uomo con le mie mani. Lo rivedo dove l&#8217;ho lasciato, per terra. La mia punizione non è il carcere, ma quell&#8217;immagine. Sono condannata ad averla per sempre davanti agli occhi, e a non volerla scacciare. [...]&#8220;. E sull&#8217;incontro in carcere con Padre Adolfo Bachelet (fratello di Vittorio) che porta il perdono della famiglia, la Braghetti dichiara: &#8220;Adolfo Bachelet prese a girare per le carceri e a intrattenersi con i detenuti politici [...]. Mi raccontava spesso dei figli e delle figlie dell&#8217;uomo che io ho assassinato, ma la domanda &#8216;perchè mio fratello&#8217; non era un ingombro tra di noi. Da lui ho avuto una grande energia per ricominciare, e un aiuto decisivo nel capire come e da dove potevo riprendere a vivere nel mondo e con gli altri. <strong>Ho capito di avere mancato alla mia propria umanità, e di aver travolto per questo quella degli altri</strong>&#8220;. Crediamo non ci sia lezione migliore da trarre  nel trentennale dell&#8217;omicidio Bachelet.</p>
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		<title>Mai più le foibe: Giornata del Ricordo 2010</title>
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		<pubDate>Tue, 09 Feb 2010 23:20:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Frabetti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href=http://www.arezzopolitica.it/2010/02/10/mai-piu-le-foibe-giornata-del-ricordo-2010/><img src=http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/02/foibe1.bmp class=imgtfe hspace=5 align=left width=100  alt="" /></a>di Giorgio Frabetti- In questa Giornata del Ricordo 2010, è doveroso fare memoria come delle “foibe italiane”, così di quelle che potremmo chiamare “foibe perenni”, ovvero di tutti i momenti della storia passata e presente (non solo italiana), in cui conflitti a sfondo etnico sono stati risolti con stragi ed eccidi, specie di civili indifesi. Innanzitutto, le [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-3359" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/02/foibe1.bmp" alt="foibe" />di <strong>Giorgio Frabetti</strong>- In questa <em>Giornata del Ricordo</em> 2010, è doveroso fare memoria come delle “foibe italiane”, così di quelle che potremmo chiamare “foibe perenni”, ovvero di tutti i momenti della storia passata e presente (non solo italiana), in cui conflitti a sfondo etnico sono stati risolti con stragi ed eccidi, specie di civili indifesi. Innanzitutto, le “foibe italiane”: una stagione unica nel suo orrore, che tante cicatrici ha lasciato nelle popolazioni istriane e della ex- Venezia Giulia, che hanno dovuto subire la morte dei loro cari per opera dei titini, la confisca dei loro beni e delle loro sostanze e l’emigrazione in Italia (per i più fortunati). A completamento, poi, di questa già tormentata <em>via crucis</em>, sulle “foibe” è, da ultimo, colpevolmente calata un’umiliante <em>damnatio memoriae</em>: per colpa dei comunisti, infatti, in Italia dell’Istria e delle razzie dei titini era vietato parlare (come per decenni, in Germania fu vietato parlare dei campi di sterminio). Sull’argomento, Aldo Bricco, partigiano bianco, deceduto nel 2005, superstite dal tremendo eccidio della Brigata Osoppo a Porzus ha lasciato una testimonianza agghiacciante: &#8220;tutti i rossi misero mano alle armi e fecero fuoco. Era un inferno, una strage, e noi non potevamo neanche reagire…”. Per quanto riguarda le responsabilità e le omertà che <em>in alto loco</em> hanno favorito l’impunità degli assassini italiani, molto è stato scritto. Tra i responsabili, alcuni hanno usufruito dell’amnistia di Togliatti  subito dopo la guerra, altri si sono rifugiati in Iugoslavia protetti dal governo di Belgrado, altri sono stati condannati all’ergastolo o a 30 anni di galera, ma sono stati aiutati dal partito comunista italiano a fuggire in Cecoslovacchia o in Unione sovietica e hanno poi ottenuto la grazia per l’amnistia di Pertini nel 1978; altri, addirittura, hanno ricevuto medaglie al valor militare e altri continuano a percepire pensioni dallo Stato Italiano. Sullo sfondo delle “foibe” italiane, quindi, agiscono gli <em>arcana imperii</em> della politica: le “foibe”, in particolare, sono la risultante di un <em>mix</em> sinistro e spaventoso di caos geopolitico (peculiare la situazione della Venezia Giulia, una specie di “zona pre-balcanica” Italiana) e di manipolazione ideologica (comunista), finalizzata a creare il caos e il terrore in vista della “soluzione rivoluzionaria finale”. Da un lato, il contesto geopolitico: rimarchevole, sul punto, la descrizione della Venezia Giulia degli anni delle “foibe” (dopo l’08 settembre 1943) del Gen. Marizza su <em>L’Occidentale</em> del 10/02/2009: “I tedeschi, reagendo alla defezione italiana, avevano costituito due regioni “speciali” al confine fra il <em>Reich</em> e la Repubblica sociale. Una, il “Territorio prealpino”, comprendeva le attuali province di Bolzano, Trento e Belluno, mentre l’altra era denominata “Litorale adriatico” e comprendeva le attuali province di Udine, Pordenone, Gorizia, Trieste, Lubiana, Fiume e Pola, compreso il golfo del Quarnaro con le isole di Cherso, Veglia e Lussino. Il “Litorale adriatico” era una zona di incontro fra varie etnie (italiani, friulani, tedeschi, sloveni, croati e addirittura 22.000 cosacchi antibolscevichi alleati dei tedeschi e trapiantati in Carnia), ma era anche una zona di scontro fra tendenze politiche diverse, addirittura opposte”. Se a questo “crogiuolo etnico” di pretto sapore balcanico, che già di per sé propizia la guerriglia più cruenta e violenta, aggiungiamo poi le “doppia morale” del PCI togliattiano che, mentre proclamava la “svolta di Salerno”, l’unità nazionale e il (provvisorio) compromesso con la Monarchia (pure responsabile del fascismo), nella realtà   speculava scientemente (su impulso di Mosca) sul caos geopolitico della Venezia Giulia, per dimostrare al mondo intero la forza della pressione dell’impero staliniano sull’Europa e sull’Occidente, il quadro si completa sinistramente: Togliatti, cioè, non escludeva la possibilità che l’iniziativa titina si sarebbe potuta collegare con iniziative insurrezionali nel Nord Italia, complicando oltremodo il quadro territoriale e ostac0lando i progetti degli Alleati (ormai suggellati a yalta) di assegnare Italia al blocco occidentale, anzichè al blocco sovietico (ricordiamo, però, che la presenza di &#8220;partigiani comunisti&#8221; rese incerta fino alla fine l&#8217;assegnazione dei balcani all&#8217;Occidente: pensiamo all&#8217;esempio greco!). In questo contesto, quindi, il già penoso quadro di guerra civile assunto dalla Resistenza in Italia, nella Venezia Giulia si tinge di livelli insuperati di brutalità ed efferatezza. In particolare, nell’azione dei comunisti titini gioca non solo il senso di appartenenza all’ideologia marxista, alla battaglia antifascista, alla vicinanza ideale con l’internazionalismo bolscevico, ma  anche un fattore propriamente patriottico, nazionalista e specificamente anti-italiano: molto forte, in particolare, è la voglia dei titini di vendicarsi degli italiani per la gestione ambigua dell’occupazione della Croazia, specie da parte del Gen. Roatta, il quale usò spesso gli <em>ustascia</em> (terroristi croati “fascisti” e nemici giurati dei “titini”) in funzione anticomunista, speculando sulle rivalità acerbissime tra le fazioni: le “foibe”, quindi, furono la prova massima e spaventosa di questo spirito di rappresaglia. Ci rendiamo certamente conto che ricondurre alla logica politica e militare atti efferati come quello delle &#8220;foibe&#8221; è quasi impossibile: atti del genere, più che di politica, sembrano espressione di malvagità inaudita, comprensibili forse solo facendo appello all’insondabile “mistero di iniquità” che aleggia negli abissi del cuore umano; è, però, altrettanto certo che, per contrastare tali scempi, oltre alla condanna e alla persecuzione giudiziaria, occorre una vigilanza critica e politica assidua per (tentare di) agire sulle possibili cause. E’, al riguardo,  necessario partire dall’esperienza delle “foibe” come un <em>exemplum</em>, allo scopo di far maturare (specie nelle giovani generazioni) una nuova e più avvertita consapevolezza etico-politica (italiana, europea e mondiale) delle degenerazioni degli odi etnici e ideologici: <strong>affinché le &#8220;foibe&#8221; non ritornino mai più, in nessun luogo della terra, in nessuna altra epoca storica.</strong> Al riguardo, la storia delle “foibe” costituisce il paradigma più nitido e trasparente di quel <em>mix</em> di “guerra partigiana” e “odio ideologico” individuato da Carl Schmitt come la versione più attuale ed inquietante della “lotta partigiana” contemporanea, la quale specie grazie all’aiuto dell’ideologia marxista (Lenin e Mao, ma anche Tito), ha saputo portare al massimo grado le potenzialità della guerra civile come &#8220;guerra totale&#8221;, senza regole e senza vincoli spaziali, dal raggio distruttivo di azione potenzialmente illimitato (vedi il libro <em>la teoria del partigiano</em>, Adelphi, 2005): è comunque molto inquietante che, finito il Comunismo, che, sulla carta avrebbe dovuto costituire la prima fonte del caos mondiale, i focolai di tensione, di terrorismo, di odio etnico etc. si siano ulteriormente diffusi, assumendo fattezze endemiche e incredibilmente brutali  (pensiamo alla lotta nella Ex-Jugoslavia, all’efferatezza della guerra di Cecenia, al conflitto Irak-Curdi etc.). Questa moltiplicazione del caos etnico-terroristico attesta senza possibilità di equivoco che non dobbiamo farci illusioni sulla <em>freddezza</em> della tecnica politica: infatti, molto più della tecnica politica (clausewitziana, della “sicurezza geopolitica” degli Stati e zone di influenza) può il <em>calore</em> delle idee e della appartenenze identitarie e nazionalistiche (la storia della Jugoslavia lo dimostra, data la forte recrudescenza dei conflitti etnici negli anni 90). Come segnale di netta (ma promettente) controtendenza, però, deve essere ricordato che proprio dal popolo che più ha sofferto gli orrori della II Guerra Mondiale, prima da parte dei Nazisti, poi da parte dei Comunisti, ovvero dalla Polonia, sia partita (grazie alla riflessione del movimento di Solidarnosh) la più acuta e consapevole sensibilità per un’Europa unita: dove per Europa unita non si intende solo l’attuale ibrido congegno dell’unità monetaria ed economica (pure importante ed utile per riscattare la volontà di lavoro e di rivincita di molti popoli slavi già sotto il gioco comunista), quanto un’ Unità nel comune patrimonio della Civiltà Cristiana e dei veri diritti umani (vedi intervista a Geremek, storico esponente di Solidarnosh in <em>I due angoli della tavola Rotonda</em>, in Limes 05/2009- <em>A Est di Berlino</em>). Crediamo sia questa la strada maestra affinché nell’avvenire dell’Italia e dell’Europa (e del mondo) di “foibe” non si possa parlare mai più.</p>
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		<title>La Shoah:&#8221;i silenzi&#8221; di Pio XII secondo Renzo De Felice</title>
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		<pubDate>Wed, 27 Jan 2010 08:21:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mugnai</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href=http://www.arezzopolitica.it/2010/01/27/la-shoa-i-silenzi-di-pio-xii-secondo-renzo-de-felice/><img src=http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/01/12-150x150.jpg class=imgtfe hspace=5 align=left width=100  alt="" /></a> di Giorgio Frabetti e Federico Mugnai -     La celebrazione della Giornata della Memoria quest’anno cade in contemporanea con le polemiche sorte dalle decisioni del Pontefice Benedetto XVI di beatificare Papa Pio XII, al secolo Eugenio Pacelli. “Di fronte ad una figura complessa come Pio XII sarebbe meglio osservare un doveroso silenzio, in attesa di saperne di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-3287" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2010/01/12.jpg" alt="12" width="318" height="450" /> di <strong>Giorgio Frabetti e Federico Mugnai</strong> -     La celebrazione della Giornata della Memoria quest’anno cade in contemporanea con le polemiche sorte dalle decisioni del Pontefice Benedetto XVI di beatificare Papa Pio XII, al secolo Eugenio Pacelli. “Di fronte ad una figura complessa come Pio XII sarebbe meglio osservare un doveroso silenzio, in attesa di saperne di più e con più mirata certezza quando saranno completamente aperti gli archivi del suo tormentato pontificato” ha dichiarato Tullia Zevi, Presidente Emerito delle Comunità Ebraiche nell’intervista apparsa su Repubblica lo scorso 20 dicembre, in concomitanza con la notizia della beatificazione. In particolare, le riserve della Sig.ra Zevi riguardano: 01) La neutralità di Pio XII che lo portò a non attaccare in toto il &#8220;nazifascismo&#8221; come &#8220;male assoluto&#8221;, per la paura del Comunismo; 02) La politica estera propensa alla logica dell’equilibrio tra le Nazioni e non alla &#8220;guerra totale&#8221; al Nazifascismo (oggettivamente favorevole alla Germania); 03) I rapporti di Papa Pacelli con il fascismo. Al riguardo, deve dirsi che un contributo assai pregevole di comprensione viene proprio dalle pagine dedicate alla politica estera del Pontefice curate da Renzo De Felice, nel primo e nel secondo tomo di &#8220;Mussolini l&#8217;alleato&#8221; e nel volume “Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo”. Sulla neutralità del Papa, non c’è molto da dire: la neutralità, nell’accezione nota a Pio XII secondo il diritto internazionale tradizionale (e Carl Schmitt lo insegna), non suppone un mero agnosticismo o peggio ignavia, ma la possibilità di un giudizio della guerra da parte del Neutrale da una posizione morale, che può sfociare anche nella condanna per uno dei contendenti, ma con astensione della lotta armata! Una posizione, come ognuno può ben vedere, assolutamente obbligata per la Santa Sede, potenza non-belligerante per antonomasia, la quale, però, in questo modo, avrebbe potuto assumere verso i belligeranti un ruolo consono, suggerito dal Vangelo e dalla morale universale (non dalla real-politik spicciola). In questo senso, deve ricordarsi che Pio XII, pur formalmente “neutrale” nel corso del conflitto, aveva ben presente le aberrazioni del nazismo, avendo concorso attivamente nel suo Pontificato, specie prima della guerra, ad inoltrare pubbliche proteste e condanne (specie per il tramite del S. Uffizio) contro le teorie razziste ed eugenetiche hitleriane e avendo collaborato in modo decisivo alla stesura dell’Enciclica Con profondo dolore del predecessore Papa Ratti (Pio XI), molto lucida sui pericoli del totalitarismo nazista. Scoppiata la guerra, la linea della  Santa Sede era stata quella di evitare condanne pubbliche per vie diplomatiche, richiamando i vari belligeranti con appelli affinché fossero evitate il più possibile crudeltà, stragi indiscriminate, etc. Un atteggiamento sintetizzato limpidamente da Padre F. Cavalli su “Civiltà Cattolica”: Pio XII aveva mirato “soprattutto a far leva sull’autorità morale della Santa Sede” e ad evitare di “incorrere nell’accusa di parzialità da parte di uno dei contendenti” e “di offrire nuova esca alla tendenziosa propaganda dell’altro” in modo tale da impedire che “la sua parola..scatenasse contro innocenti indifesi le rappresaglie del persecutore inasprito”; in questo, si deve anche dire che il Papa fece tesoro dell’esperienza olandese, in cui la condanna aperta al Nazismo da parte dell’episcopato costò ai conventi e ai preti enormi rappresaglie, con enormi danni sul piano dell’opera umanitaria. Per quanto, poi, riguarda la preferenza del Papa, condivisa anche da molti osservatori e politici cattolici, per una “pace di compromesso” tra le potenze belligeranti e la sua netta avversione per la debellatio della Germania (voluta dagli Alleati con la Conferenza di Casablanca del 23 gennaio 1943), con questa il Vaticano sperava di ottenere due vantaggi per l’Europa: salvare la Germania come dispositivo statuale-militare per la Sicurezza Europea conto il caos dell’Est e contro l’avanzata dello Stato Sovietico (per evitare un nuovo caos stile Versailles 1919); favorire, tramite una “pace senza vittoria”, il processo di decomposizione del nazismo e la caduta di Hitler (e, in prospettiva, del Comunismo sovietico che si trovava a convivere col “Nemico” in contraddizione alle sue premesse ideologiche). Una visione dei rapporti internazionali del dopoguerra che, per altro, in tempi recenti, è stata rivalutata in sede storiografica e di cui è stata anche apprezzata la lucidità e la lungimiranza, specie dallo storico Liddel Hart ne  La seconda Guerra Mondiale, edito da Mondadori, nel 1970 (e dove si fa notare come la “guerra ad oltranza” prolungò la guerra inconsideratamente, galvanizzò Hitler, ritardandone la resa, e permise ai comunisti di conquistare “a mani basse” l’Est Europeo). Deve, comunque, farsi notare, al riguardo, che la posizione del Papa (ma di molti cattolici che si occuparono di politica estera nell’Osservatore Romano) era in linea con le coordinate del diritto internazionale classico, il cd ius publicum europeum (come lo descrive tecnicamente Carl Schimtt nel suo &#8216;nomos della terra, 1950), alla pari di molti politici contemporanei (Bastianini, Ministro degli Esteri italiano): in altre parole, Pio XII  presupponeva, che, finita la guerra, si sarebbe ristabilito il vecchio equilibrio tra gli Stati nazionali (tipo Pace di Westfalia del 1648) e Germania e gli Anglo-Americani ex-Nemici, si sarebbero seduti al tavolo della trattativa per la pace come “avversari legittimi” (iustis hostis). Un ruolo, quest’ultimo, che gli Alleati alla Conferenza di Casablanca del 23 gennaio 1943 negarono recisamente alla Germania, chiamata solo ad esprimere una “resa senza condizioni”; senza, però, che, a questa intransigenza di principio, gli Alleati accompagnassero l’enunciazione di un chiaro programma per la Sicurezza europea del dopoguerra. Il che accresceva oltremodo la paura che il secondo dopoguerra potesse diventare la replica del primo: col risultato che ora una simile replica avrebbe agevolato solo l’URSS nella conquista dell’Europa: erano, infatti, ancora lontani i tempi della NATO e della UEO! Pio XII si accorse, quindi, con enorme lucidità di come la strategia di Casablanca fosse povera di prospettive geopolitiche serie e fosse quantomai condizionata ideologicamente dall’Alleato Sovietico che aveva oltremodo bisogno di additare la guerra come una crociata contro il fascismo per ragioni di coesione del “fronte interno” e per consegnare al mondo un’immagine benevola e “democratica”  (tra l’altro, per oscurare le terribili purghe staliniane, gli anni del Terrore e l’eliminazione di milioni di kulak avvenuta a partire dalla fine degli anni Venti, nonché far dimenticare l’accordo per la spartizione della Polonia e dell’Europa orientale tra Ribbentrop-Molotov del 23 Agosto 1939). Contro l’ ideologizzazione delle finalità della guerra (che, accolta dalla S.Sede come la Zevi pretende, avrebbe senz’altro obbligato la S.Sede ad una scomoda quanto inutile “scelta di campo” tra i contendenti: vedi Del Noce, Convegno DC S. Margherita Ligure), Pio XII, osservò sempre un principio fermo: “salvare la vita”. La Chiesa cattolica, dato il suo carattere universale, aveva il dovere di preoccuparsi di tutti gli uomini e non solo di una parte di essi. E un tale atteggiamento di assoluto equilibrio tra diplomazia e ragioni umanitarie fu particolarmente evidente dopo l’ 8 Settembre 1943 quando cioè i tedeschi si impadronirono dell’Italia centro-settentrionale e le barbarie naziste toccarono Roma e sfiorarono anche il confine con il Vaticano. In occasione, poi, della grande razzia degli ebrei romani del 16 ottobre 1943, nell’intento di contrastarne la deportazione, il Vaticano compì due passi semiufficiali presso i tedeschi, l’uno da monsignor Hudal e l’altro da Padre Pfeiffer, che invitavano i tedeschi  a sospendere immediatamente gli arresti, onde evitare un intervento pubblico di Pio XII. I due passi sortirono l’effetto desiderato, dato che il 17 ottobre, conosciuta la presa di posizione vaticana, Himmler aveva dato istruzioni di sospendere gli arresti. Per quanto, poi, concerne la critica che viene fatta a Pio XII di non aver condannato il fascismo come complice del nazismo, anche qui la Zevi pecca di poca sensibilità storica: una simile posizione postula, infatti, che il regime fosse sincrono alle posizioni oltranziste di Preziosi e Farinacci, filo-nazisti dichiarati, laddove, invece, specie durante la guerra, la posizione maggioritaria dei Gerarchi sulle prospettive del conflitto e del dopoguerra era abbastanza in linea con le speranze e gli obiettivi cattolici di una “pace di compromesso” (salvo accentuazioni particolari, ad esempio,  il “corporativismo” da Bottai e Spirito nel 1942 su “Primato”). Sintomatica, in questo senso, è la posizione espressa dal cattolico fascista Orestano su “Gerarchia” rivista personale del “Duce”, che suscitò tante polemiche in ambienti farinacciani, ma che era assolutamente affine con gli auspici del Papa per un ruolo pacificatore dell’Italia che salvaguardasse l’equilibrio europeo (nella fattispecie, in nome di una sensibilità cristiana che avrebbe dovuto unificare spiritualmente l’Europa); sintomatica, poi, è la circostanza che, parallelamente agli auspici di Pio XII per la salvaguardia della Sicurezza europea, il Duce si stesse muovendo, ancora alla vigilia della sua deposizione avvenuta il 25 luglio 1943, per favorire una sorta di “pace separata” Germania-URSS che stabilizzasse il fronte orientale. Per quanto questi auspici risultassero del tutto velleitari e spuntati dopo la Conferenza di Casablanca, il Vaticano non li ostacolò: di qui, si comprende la posizione di attesa di Pio XII verso il fascismo, che portò a defilare il Vaticano da qualsiasi partecipazione a progetti e complotti per destituire il Duce (vedi i sondaggi in Vaticano di Taylor nel novembre 1942 e del Maresciallo Bastico il 22 febbraio 1943), nell’ultima speranza che l’estro e l’imprevedibilità di Mussolini potessero costituire l’occasione per un rovesciamento della situazione diplomatica nei termini sperati dal Vaticano. Con questo, certo, non si vuole negare l’indubbia ferita storica portata alle Comunità Ebraiche italiane dalla promulgazione delle leggi razziali del 1938, episodio giustamente deplorato per le discriminazioni che determinò a carico di stimati e onorati cittadini e che, per altro, il Vaticano non mancò di deplorare e condannare (De Felice ricorda che gli anni 1938-39 furono tra i più tesi tra Vaticano e Regime!). Semplicemente, si vuole dire che, rapportato l’atteggiamento di Pio XII all’eccezionalità della guerra, è anacronistico pretendere che, in nome della lotta al “nazifascismo” (categoria, per altro, discutibile in sede storiografica), Papa Pacelli potesse aderire ad una condanna di un regime (quello italiano) che non solo era tra i più sensibili agli auspici di politica diplomatica della S. Sede, ma che, venuto a sapere dell’esistenza dei campi di sterminio e delle continue deportazioni di ebrei da parte tedesca nei vari territori occupati, era tra l’altro anche intervenuto (sia per ragioni umane, ma soprattutto per porre freno alle bestialità tedesche che avevano l’effetto sia di rafforzare la lotta partigiana in speciale modo in Jugoslavia e Grecia, sia di screditare l’immagine dell’Asse) varie volte con qualsiasi escamotage possibile salvando migliaia di persone da un&#8217; atroce fine.</p>
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