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	<title>Arezzo Polis &#187; Appuntamenti con la Storia</title>
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		<title>Italia 1860-2012, tutta un&#8217;altra storia!-Praticamente una premessa: prima parte</title>
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		<pubDate>Sat, 04 Feb 2012 14:04:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Frabetti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.arezzopolitica.it/2012/02/04/italia-1860-2012-tutta-unaltra-storia-praticamente-una-premessa-prima-parte/"><img align="left" hspace="5" width="150" height="150" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2012/02/150-unita-italia-150x150.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="150-unita-italia" title="150-unita-italia" /></a>di Giorgio Frabetti-No, non credano i lettori che “altra storia” significhi che in questo articolo (il primo di una serie di 14 parti) tratteremo la storia d’Italia parlando di complotti demo-pluto-masso-comunisti. Mi dispiace per chi resterà deluso, ma questo sito ha intenzione sì di iniziare una serie dedicata alla storia d’Italia, ma senza quel puzzo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-9432" title="150-unita-italia" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2012/02/150-unita-italia.jpg" alt="150-unita-italia" width="450" height="410" />di <strong>Giorgio Frabetti</strong>-No, non credano i lettori che “altra storia” significhi che in questo articolo (il primo di una serie di 14 parti) tratteremo la storia d’Italia parlando di complotti demo-pluto-masso-comunisti. Mi dispiace per chi resterà deluso, ma questo sito ha intenzione sì di iniziare una serie dedicata alla storia d’Italia, ma senza quel puzzo di stantio e di vecchio che purtroppo spesso ha pervaso questi benintenzionati e spesso maldestri tentativi (si sa la via della Cultura è come quella dell’Inferno, lastricata da buone, anzi ottime intenzioni). La storia d’Italia, dal Risorgimento al fascismo, fino alle soglie dell’èra berlusconiana è sempre stata vissuta dagli storici (non tutti, ma molti) come banco di prova di propaganda o banco di prova per le proprie proposte ideologiche per la politica presente. Così c’è stata una storiografia liberale, radicale, marxista, cattolica e chi più ne ha più ne metta. Ma alla Nazione, a questa povera martoriata Nazione, qualcuno ha mai pensato? Chi si è mai preoccupato di raccontare la storia d’Italia “pane e salame”, alla portata del lattaio di Fiesole o dell’autotrasportatore di Canicattì che si alza la mattina tutti i giorni per sbarcare il lunario e non ha tempo di ascoltare le “menate” dei Professoroni. Beh, in fatto di divulgazione chi scrive non ha molte lezioni da impartire; ma certo non posso esimermi dal confessare il desiderio di accompagnare per mano il cittadino comune che legge, anche poco istruito, e fargli capire che la storia d’Italia lo riguarda da vicino, perché anche lui è parte di questa storia e se vuole può trovare un proprio discernimento per comprendere cosa può fare e cosa può dire per “mandare avanti” questa scassatissima che si chiama Italia (per inciso, e stavolta mi rivolgo a chi è “istruito”, la storia non è solo maestra di vita, ma è per eccellenza maestra di Politica!). La storia è in funzione dell’attualità, ha detto qualche storico. Prendo al volo e alla lettera la citazione, e comincio (eresia per gli storici di Professione) con la citazione di un bellissimo libello di Giuseppe De Rita (CENSIS) e del giornalista Antonio Galdo chiamato <em>Eclissi della Borghesia</em>. Per una rapida associazione d’idee, mi sono detto che in fondo l’espressione è speculare ad un’altra celeberrima utilizzata da Renzo De Felice, la <em>Morte della Patria</em>. Tema su cui storici e politici si sono arrabattati, in dispute su antifascismo, Repubblica di Salò che all’ambulante di Lagonegro paiono poco meno di masturbazioni intellettuali, ma che il bel libro di De Rita e Galdo concorrono a dettagliare con tratti molto efficaci. Innanzitutto, De Rita, rifacendosi ad una terminologia CENSIS, al pomposo riferimento alla Patria preferisce parlare di “Paese senza connessioni”, ricorrendo alla metafora dei coriandoli, della mucillagine, della poltiglia, della mucillagine; tutte espressioni per indicare l’esistenza in Italia di un tessuto sociale troppo fragile e frammentato, ovvero un sistema dove le varie parti non comunicano tra di loro. Non solo, De Rita e Galdo parlano di diserzione (di Aventino, verrebbe da dire) di ampi settori della società civile italiana: “Nelle Regioni Settentrionali, la grande borghesia si è allontanata dalla sfera pubblica, concentrandosi sugli affari privati; nelle regioni meridionali, l’abdicazione borghese ha fatto venir meno gli anticorpi naturali ai fenomeni di criminalità organizzata”. Un “Aventino della Borghesia” in cui De Rita e Galdo ravvisano le condizioni del declino attuale dell’Italia, il suo ripiegamento in una gestione politica ed economia stile “tirare a campare”, la sua economia ingessata nelle prospettive di sviluppo e innovazione da una “seconda generazione” di borghesia imprenditoriale più protesa al profitto finanziario da <em>rentiers</em> che a pensare alla produzione nell’ottica del “sistema Paese”: “Un Paese senza borghesia è come una macchina da corsa senza driver: rischia continuamente di sbandare e finire fuori strada”. Più acutamente, comunque, De Rita e Galdo focalizzano il problema “borghesia” come due problemi cronici della storia italiana (si direbbe di lunga durata): “In assenza di una guida riconosciuta ed autorevole, crescono le paure, il risentimento, il senso di sradicamento, si diffonde un’insicurezza che taglia le gambe al futuro, perché ci si avvita in un presente dominato dall’angoscia”: assenza di un ceto egemone, capace di veicolare una memoria, una storia nazionale condivisa da cui partire per cementare la coesione nazionale. Nelle parole di De Rita e Galdo, quindi, è condensato come meglio non si potrebbe il significato e le ambizioni di queste 14 puntate. Puntate che intendono (forse pretenziosamente) partire dalla storia italiana contemporanea per invertire questa triste tendenza e per verificare se e come, dall’esempio del passato, l’Italia può ritrovare spunti ed energie per tornare ad essere protagonista della sua storia, vincendo così le tante tabe che affliggono il suo presente. Mi si potrà chiedere perché con questa storia d’Italia parto dal 1860, anno dell’unificazione italiana, e non ad esempio dall’anno 1000, da una fase marginale della sua storia e non da una fase più gloriosa. Il motivo è presto detto: solo allora, la costruzione di una Nazione diventa impresa collettiva che unisce da Nord a Sud, divenendo agenda prioritaria della Politica e della Cultura e che matura in quella speciale temperie a cavallo tra Rivoluzione Francese e Restaurazione (non prima!). Un’avventura primariamente Politica, la scommessa politica forse più grande che sia mai stata lanciata in Italia dopo Roma e che nemmeno il Rinascimento conobbe: “L’Italia Risorgimentale –continuano De Rita e Galdo – era un Paese fortemente spaccato nel suo assetto sociale, e non solo a causa delle enormi disparità economiche: ad una maggioranza di popolo che … la sfangava, corrispondeva una ristretta minoranza che sognava e coltivava l’idea della Nazione Unita. Non esistevano connessioni tra universi così distanti, e il merito dell’<em>èlite</em> risorgimentale è stato quello di crearle attraverso il lavoro quotidiano di un’Intendenza, anche questa borghese, che ha fatto sentire la sua voce strutturando lo Stato Unitario. Scuola, Giustizia, Pubblica Amministrazione: qui è nato e si è formato il cantiere dell’Italia Unita. E qui un popolo che non aveva alcuna vocazione, come il Mezzogiorno, a una comune identità, ha sentito una forte spinta vitale verso la cittadinanza”. Questo percorso che, almeno fino al 1943, alla fine del fascismo, pareva portare al consolidamento della Nazione e dei suoi apparati, come noto, ad un certo punto si è interrotto; compito di queste 14 puntate sarà rintracciare questi percorsi di solidarietà nazionale, per additarli come sentieri interrotti, che, ove percorsi, possano riportarci alle speranze delle Ns. origini. Missione impossibile? Non proprio, stando alle parole recentissime di De Rita e Galdo. L’unificazione italiana tutto ciò fu un capolavoro di una borghesia che seppe “immaginare”, che seppe coltivare un futuro: anche se apparentemente questo futuro non sembrava proprio alla Ns. portata. Se fu la forza della Visione e della Speranza a far muovere una Nazione come l’Italia e a farle conquistare un suo prestigio politico ed economico nel consesso europeo, questo ci conforta: significa che questa Speranza è alla Ns. portata anche oggi, che è essenziale coltivarla tale visione e (dove possibile) imitare chi in questo ci ha preceduto. E questo è tanto più vero ora nel vuoto di prospettive e di <em>leadership</em> che il Paese ha attraversato. Significa tornare a pensare all’Italia, alla sua economia, alla sua cultura in termini di “sistema” (o “Nazione”), come parti di un tutto e non come parti separate e dissociate. Questa è la forza dell’Idea; ma è anche la forza della Politica; che quando vuole sa fare cose prodigiose, che nemmeno la più fervida immaginazione sa concepire.</p>
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		<title>Morto Scalfaro, il Super-Custode della Costituzione</title>
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		<pubDate>Sun, 29 Jan 2012 16:07:44 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.arezzopolitica.it/2012/01/29/morto-scalfaro-il-super-custode-della-costituzione/"><img align="left" hspace="5" width="150" height="150" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2012/01/Oscar_Luigi_Scalfero_-_2009-150x150.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="Oscar_Luigi_Scalfero_-_2009" title="Oscar_Luigi_Scalfero_-_2009" /></a>di Giorgio Frabetti-Facciamo un voto, nel giorno della morte di Oscar Luigi Scalfaro (lo facciano sopratutto i politici o i cittadini simpatizzanti del centrodestra): consideriamo con obiettività la figura di Oscar Luigi Scalfaro e deponiamo l&#8217;astio. Perché un uomo della Destra Cattolica quasi “codina” come Scalfaro passò al centrosinistra? Perchè un politico che in fondo aveva [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-9389" title="Oscar_Luigi_Scalfero_-_2009" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2012/01/Oscar_Luigi_Scalfero_-_2009.jpg" alt="Oscar_Luigi_Scalfero_-_2009" width="423" height="283" />di <strong>Giorgio Frabetti</strong>-Facciamo un voto, nel giorno della morte di Oscar Luigi Scalfaro (lo facciano sopratutto i politici o i cittadini simpatizzanti del centrodestra): consideriamo con obiettività la figura di Oscar Luigi Scalfaro e deponiamo l&#8217;astio. Perché un uomo della Destra Cattolica quasi “codina” come Scalfaro passò al centrosinistra? Perchè un politico che in fondo aveva tutte le carte in regola per passare, caduta la DC, al centrodestra, passò al centrosinistra, addirittura aderendo (pur non iscrivendosi) al PD? Questo è l&#8217;interrogativo che dobbiamo porci oggi che Scalfaro è morto: e per rispondere non dobbiamo rivolgerci nè all&#8217;agiografia, nè alla polemica, ma alla storia.  Nulla nella storia di Scalfaro ante 1992 lascia presagire un simile esito. Partigiano, magistrato, militante dell&#8217;<em>Azione Cattolica</em>, è di fatto (insieme a Jervolino padre, a Franceschini padre e altri), una delle fondamentali cinghie di trasmissione tra movimento cattolico e politica all&#8217;indomani del 25 luglio 1943. Successivamente, eletto per l&#8217;Assemblea Costituente su pressione delle Gerarchie ecclesiastiche di Novara, sarà, insieme ai <em>Comitati Civici</em>, uno degli organizzatori della gloriosa campagna elettorale del 1948. Pur delfino di un &#8220;pezzo da novanta&#8221; come Mario Scelba, non fa molta strada nella DC: cattolico conservatore coerente, avverso al divorzio, avverso a tutti i tipi di apertura a Sinistra (finanche al PSI!), pur sempre venerato come un &#8220;padre nobile&#8221; (come tale &#8220;intoccabile&#8221;), resterà una figura di secondo piano nel partito per quasi tutta la <em>Prima Repubblica</em><em>, emarginato dalla riforma Fanfaniana, ma con una sua carriera &#8220;ministeriale&#8221; </em>(Scalfaro sarà Ministro dei Trasporti, della Pubblica Istruzione nei Governi Moro e I e II Andreotti, sarà Ministro dell&#8217;Interno nel Governo Craxi tra il 1983 e il 1987). Fin qui, diresti: Scalfaro aveva tutti i requisiti per diventare esponente di centrodestra (CCD e simili) dopo la &#8220;discesa in campo&#8221; di Silvio Berlusconi: lui sempre in fondo di centrodestra, come tanti politici (da Casini, a Giovanardi in fondo) di cui avrebbe potuto benissimo condividere l&#8217;evoluzione. Invece, Scalfaro alla sua morte risulta vicino al PD! A fare la differenza, a questo punto, interviene (almeno credo) il personale &#8220;patriottismo costituzionale&#8221; dell&#8217;uomo, che lo ha portato negli anni del suo settennato a sovra-esporre il suo ruolo presidenziale (anche a scapito della Politica) arrogandosi (a torto o a ragione) un ruolo di &#8220;Custode della Costituzione&#8221; contro evoluzioni da lui ritenute destabilizzanti. E&#8217; Scalfaro da molti accusato di essere un avversario di Silvio Berlusconi. Forse la dizione non è esatta: Scalfaro credo avversò più i mutamenti di Costituzione materiale che il primo berlusconismo e il sistema maggioritario avevano indotto (l&#8217;elezione sostanzialmente diretta del <em>premier</em>, il tendenziale obbligo di sciogliere le Camere dopo la caduta del Governo designato dalla maggioranza elettorale, la personalizzazione dello scontro politico &#8230;). Note sono le <em>querelles</em> Scalfaro-Berlusconi al primo Governo del Biscione, quanto il Quirinale volle sostanzialmente esercitare una &#8220;tutela&#8221; sul Governo Berlusconi (espresso dal &#8220;partito di plastica&#8221; che lui avversava, <em>Forza Italia</em>). Ma molto discutibile fu l&#8217;iniziativa presidenziale di garantire sotto la sua tutela la formazione di un Governo sedicente tecnico, il Governo Dini, che sulla carta avrebbe dovuto essere un governo di &#8220;concordia&#8221;, ma che si sapeva non gradito dal centrodestra (la cui astensione al primo voto di fiducia fu solo formale e presto revocata). Iniziative del genere del Quirinale sulla Politica possono costare caro, e possono guastare il ruolo di imparzialità del Capo dello Stato (abbiamo ammonito in questo senso Napolitano, alla vigilia della formazione del Governo Monti: <a href="http://www.arezzopolitica.it/2011/11/03/italia-a-quando-un-referendum-sulleuropa-lettera-aperta-al-presidente-napolitano/">http://www.arezzopolitica.it/2011/11/03/italia-a-quando-un-referendum-sulleuropa-lettera-aperta-al-presidente-napolitano/</a>). A quel punto, l&#8217;identificazione di Scalfaro con il centrosinistra fu totale e l&#8217;avversione tra lui e il centrodestra berlusconiano insanabile. Ciò posto, crediamo sia possibile tracciare un profilo conclusivo di Scalfaro che dia ragione della discontinuità netta tra la sua azione politica <em>ante</em> 1992 e <em>post</em> 1992. Innanzitutto, c&#8217;è una cosa da chiarire: Scalfaro era noto da tempo, fin dai primi conati di dibattito negli anni &#8216;80, come avverso ad ogni tentativo di riforma alla Costituzione. C&#8217;è da credere, quindi, che alla sua elezione si rassegnasse nel maggio 1992 quel sistema politico e partitocratico già picconato dalle <em>Leghe</em> e dagli scandali di <em>Tangentopoli</em>, che, in quel complesso scorcio, di tutto aveva bisogno fuorchè di un Quirinale soggetto a fregole &#8220;nuoviste&#8221; in campo costituzionale (come Cossiga). Scalfaro fu eletto essenzialmente come &#8220;uomo d&#8217;ordine&#8221;, pacato che certo non si sarebbe fatto influenzare dai clamori mediatici: allora nel 1992 Andreotti &amp; co. credevano, come Giolitti al tempo del fascismo, che <em>Tangentopoli</em> fosse una febbre acuta, ma destinata ad esaurirsi e a tornare nei ranghi (si scommetteva allora su un rilancio dell&#8217;alleanza DC-PDS, a scapito del PSI, il cd <em>Governissimo</em> patrocinato da Sbardella e Andreotti, tra l&#8217;altro, non dissimile all&#8217;esperienza successiva dell&#8217;<em>Ulivo</em>). Scelta azzeccata, perchè Scalfaro non solo aveva i requisiti richiesti, ma, complice il suo carattere troppo ottuso e angusto fin nell&#8217;onestà e nella correttezza, interpretò il proprio ruolo in fondo esagerando, sopravvalutando il pericolo, auto-celebrando sè stesso come una specie di nuovo Cicerone, o per dirla più modernamente come un &#8220;nuovo Sonnino&#8221;, patrocinatore di un &#8220;ritorno allo Statuto&#8221; (leggi alla &#8220;Costituzione&#8221;) che, recependone la lettera e l&#8217;accezione più ristretta, contenesse ogni ambizione nuovista, ritenuta <em>ex se</em> eversiva. Scalfaro è certo uno dei personaggi certamente più responsabili dello strozzamento del processo di riforma della Costituzione (anche se la responsabilità dei partiti non fu da meno), specie nell&#8217;evoluzione &#8220;presidenzialista&#8221; che sola poteva riequilibrare un assetto costituzionale già affine al presidenzialismo, ma con un Governo dal profilo troppo debole e poco incisivo. E averla impedita quando le attese sociali e forse anche la disponibilità politica erano maggiori di oggi, con ciò &#8220;sprecando&#8221; una preziosa occasione. Ma lo ripetiamo, le responsabilità vanno condivise. Di Scalfaro, alla fine, si può dire solo una cosa: uomo integerrimo, non era un&#8217;aquila, nè nell&#8217;acume politico, nè nella comunicazione.</p>
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		<title>La storia Mussolini-Petacci: il &#8220;bunga bunga&#8221; ai tempi del fascismo</title>
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		<pubDate>Wed, 28 Sep 2011 16:36:37 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.arezzopolitica.it/2011/09/28/la-storia-mussolini-petacci-il-bunga-bunga-ai-tempi-del-fascismo/"><img align="left" hspace="5" width="150" height="150" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2011/09/mussolini-petacci1-150x150.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="mussolini-petacci" title="mussolini-petacci" /></a>di Federico Mugnai- Certo, la mignottocrazia non nasce con Berlusconi. Benchè non si parlasse di “bunga bunga”, anche ai tempi del fascismo esistevano copiose intercettazioni dell’OVRA (già allora!) che documentavano ampiamente che i principali gerarchi frequentassero bordelli (il casino allora non si negava a nessun uomo!), e si concedessero a signorine che si proponevano loro [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-8390" title="mussolini-petacci" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2011/09/mussolini-petacci1.jpg" alt="mussolini-petacci" width="357" height="254" />di <strong>Federico Mugnai-</strong> Certo, la mignottocrazia non nasce con Berlusconi. Benchè non si parlasse di “bunga bunga”, anche ai tempi del fascismo esistevano copiose intercettazioni dell’OVRA (già allora!) che documentavano ampiamente che i principali gerarchi frequentassero bordelli (il casino allora non si negava a nessun uomo!), e si concedessero a signorine che si proponevano loro (su tutti Ciano e Starace) per ottenere favori. Allo stesso modo, devono ritenersi assolutamente plausibili le note leggende da “telefoni bianchi” che si sussurravano furtivamente in ogni città d’Italia da Barbieri, Farmacisti, nel silenzio discreto delle spiagge su certi festini cui partecipavano in ogni parte d’Italia i maggiorenti del PNF, più o meno accompagnati da “signori grandi firme” che quanto a procacità nulla avevano da invidiare alle Belen di oggi. Mal comune, mezzo gaudio? Beh, non è così precisamente, perché almeno i festini al tempo del fascio erano discreti, complice la censura, e anche un po’ quel pudore della Società tradizionale, magari un po’ ipocrita, ma che in camera da letto era solita far scendere una coltre di religioso silenzio. Nulla a che vedere con il de bello fallico di Silvio, con la politica condizionata e piegata alle disgrazie di budoir del Presidente del Consiglio. Certo, qualcosa in comune Silvio e Benito (Ben) ce l’hanno: Berlusconi esercita sulle donne il fascino del potente che può cambiare la loro vita, magari con una raccomandazione, attraverso “le mille vie” del suo impero economico. Mussolini quanto a “numeri” per piacere alle donne non mancava di nulla: un uomo virile, energico, capace di domare le masse, di esaltarle con i suoi roboanti discorsi, con il mito che aleggiava intorno a lui. Insomma, non c’è che dire: Silvio e Benito assommano in sé il fascino dell’onnipotenza: e laddove c’è così tanto potere, le donne in genere ne vengono attratte. Con una differenza: “Mio nonno si concedeva alle Petacci di turno, ma non si sognava di nominarle ministro”; mai frase fu più esatta e lapidaria di questa pronunciata dalla nipote del Duce, Alessandra Mussolini, PDL, pronunciata nell’agosto 2008 a Porta a Porta, in segno di chiara stizza verso presunte “veline” sulla presunta carriera politica ministeriale di alcune donne PDL (per la cronaca allora si era al primo round delle intercettazioni hard della Procura di Napoli, poi stoppate grazie all’intercessione di Napolitano). Si fa presto, comunque, a fare facili paragoni a sfondo moralistico: la fama vuole che Mussolini, rimasto in fondo semplice e un po’ contadino, non amava né lo sfarzo, né amasse ostentare stravaganze priapiche. In ogni caso, negli indubbi “incontri” che si concedeva, il Duce era solito non farsi coinvolgere né in rapporti sentimentali, né tantomeno in ricatti: erano le donne, a suo avviso, a doversi quasi sentire in debito per avere avuto la possibilità di concedersi al Duce! Certo, con la Petacci tutto fu molto diverso. Innanzitutto, sul piano personale: fu vero amore. Conosciutala fugacemente quasi bimba quando la quattordicenne Claretta mandò al Duce un biglietto entusiasta di felicitazioni nell’aprile 1926 in occasione dello scampato attentato della Gibson (donna irlandese mentalmente squilibrata), la storia d’amore prende le mosse nel momento di massima espansione e successo del fascismo, la conquista dell’Etiopia: quando il mito del Duce (e del fascismo) è al suo apogeo. La relazione durò molto (a fasi alterne, fino al 1945), e si caratterizzò per una singolare intensità con i quali Mussolini la visse. Quando Mussolini (Ben come Claretta lo chiamava) si avvicinò alla Petacci, il Duce aveva 54 anni ed era prostrato, nonostante i leggendari successi, da un profondo stress esistenziale (per la campagna d’Etiopia e per la contemporanea grave malattia che colpì sua figlia Anna Maria), che affondava anche nell’indomita volontà dell’uomo ormai più che maturo di ritrovare gli anni verdi della giovinezza. Dicevamo, con la Petacci fu tutto molto diverso, anche perché, malgrado il Duce e per un ordine complesso di ragioni, attorno alla coppia Ben-Claretta, complice il clan Petacci e i “buoni uffici” del genero Galeazzo Ciano (il “delfino” del Duce) si creò attorno a Palazzo Venezia e al PNF un giro da “sottogoverno”, di ricatti, di faccendieri e di scambi di favore, che era ragguardevole, pur non arrivando ai livelli di Tarantini, Lavitola e Lele Mora. Pensiamo soltanto che un grande e integerrimo uomo come Giuseppe Bottai, nei suoi Diari, confessa di essersi lasciato tentare dal raccomandare favoriti, per questa o quella nomina, nientemeno che in casa Petacci! Sono del resto arci-noti i “maneggi” del Duce in persona per favorire la carriera cinematografica di Miriam, la sorellina di Claretta; come lo stesso Duce (gli atti della sua segreteria particolare lo dimostrano) si adoperò in persona per cercare una consulenza al padre che era un medico. Se proprio si vuole rinvenire delle analogie tra Silvio e Mussolini, senza scadere nel volgare “giustificazionismo” di certi suoi adepti, che, aldilà dei favoritismi e delle immoralità del potere (troppo facili da rilevare), tali “combriccole” (il Bunga Bunga per Silvio, il “clan Petacci” per Mussolini) fossero quasi fatali per due uomini “soli”, estranei agli apparati e senza base sociale e territoriale, portati quasi naturalmente a fare del Palazzo l’unico fortilizio in cui difendere il proprio potere e in fondo guardati a vista nella Roma dei Ministeri, del Vaticano e del Generone. L’incontro con la Petacci e con una famiglia che era molto in vista nel cotè romano in fondo segnò, ad esempio, per Mussolini e il fascismo la piena integrazione e riconciliazione con quella Roma fino allora “fiancheggiatrice” infida e ambigua. Le analogie con il presente portano con sé anche i ritratti di losche figure: come il fratello di Claretta, Marcello, una sorta di Lorenzino de Medici che a fatica Mussolini si levò d’intorno verso il 1942, spedendolo in Marina. Fu ad esempio Marcello con i suoi maneggi affaristici a mettere in cattiva luce la sorella presso il popolo italiano, a gettare ombre sulla loro relazione, tanti erano i pettegolezzi stravaganti che cominciarono a girare attorno ai due, che, durante la guerra, abbatterono il morale nazionale insieme alle ripetute sconfitte subite dall’Italia. Si disse addirittura che fosse la Petacci ad influire sulle scelte politiche del Duce (cosa che si è rivelata priva di fondamento). Di lei si parlava come di una “piccola Pompadour”, quando in realtà era una donna sensibile, dalle lacrime facili, una piccola borghese sentimentale che leggeva Liala e Guido da Verona, ma estremamente gelosa e protettiva nei confronti del suo uomo. Al di là comunque di alcuni favori che la famiglia Petacci riuscì ad ottenere sfruttando il potere di Mussolini e la sua debolezza nei confronti di Claretta, bisogna riconoscere come questa storia, conclusasi in tragedia nell’indegno spettacolo di Piazzale Loreto, ci restituisca la giovane Claretta come una donna magari ingenua, spensierata e poco accorta, ma pronta a tutto e pure a sacrificarsi, a morire per l’uomo che amava così intensamente. Il “bunga bunga” in camicia nera fu anche questo. Non crediamo che le varie escort che frequentano le ville di Berlusconi sarebbero pronte a seguirlo se il suo potere e il suo impero economico crollasse; lascerebbero “il povero Silvio” in mutande!</p>
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		<title>Silvio, fu vera gloria?</title>
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		<pubDate>Fri, 16 Sep 2011 15:20:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Frabetti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.arezzopolitica.it/2011/09/16/silvio-fu-vera-gloria/"><img align="left" hspace="5" width="150" height="150" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2011/09/berlusconi_fornaio-150x150.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="berlusconi_fornaio" title="berlusconi_fornaio" /></a>di Giorgio Frabetti- A margine della discussione seguita sull&#8217;onda del dibattito condotto da Enrico Mentana su La7 &#8216;Silvio forever&#8217;, che ha visto confrontarsi Paolo Mieli, Giuliano Ferrara e Eugenio Scalfari, riteniamo opportuno puntualizzare alcuni aspetti. Eugenio Scalfari non ha mancato di chiosare l&#8217;avvento del berlusconismo come secolare tendenza antipolitica degli italiani (vedi Craxi); ravvisando in [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-8311" title="berlusconi_fornaio" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2011/09/berlusconi_fornaio.jpg" alt="berlusconi_fornaio" width="424" height="289" />di <strong>Giorgio Frabetti</strong>- A margine della discussione seguita sull&#8217;onda del dibattito condotto da Enrico Mentana su La7 &#8216;Silvio forever&#8217;, che ha visto confrontarsi Paolo Mieli, Giuliano Ferrara e Eugenio Scalfari, riteniamo opportuno puntualizzare alcuni aspetti. Eugenio Scalfari non ha mancato di chiosare l&#8217;avvento del berlusconismo come secolare tendenza antipolitica degli italiani (vedi Craxi); ravvisando in queste profonde radici del ventennio berlusconiano, sostanziale riedizione del ventennio fascista, che avrebbe dato vita ad un nuovo corso politico di culto della personalita&#8217;, favorito dal dominio berlusconiano dei media. Abbiamo più&#8217; volte ripercorso nel sito questi temi, confutandoli volta per volta. Ora, la trasmissione de La7 ha dato l&#8217;occasione di fare una &#8217;summa&#8217; di questi temi, e questo ci da l&#8217;opportunita&#8217; di un riepoligo complessivo. Innanziutto, sfatiamo il mito del ventennio berlusconiano: un mito che porta con se&#8217; la (sospetta) narrativa di una Sinistra fermata nell&#8217;avanzata del potere da Silvio. Il che non e&#8217; vero: &#8216;quella&#8217; Sinistra che nel 1994 sfido&#8217; Silvio alle elezioni politiche e le perse e&#8217; poi quella che, pur con qualche aggiustamento, governo&#8217; per tutti gli anni &#8216;90, dopo la breve parentesi del Governo Berlusconi. Sono gli &#8216;anni zero&#8217; del 2000 il &#8216;decennio Berlusconi&#8217;. Ma aldila&#8217; di questa precisazione temporale, bisogna intendersi: Berlusconi ha posseduto lo scettro del potere ma non dell&#8217;egemonia. Egemonia che gli Scalfari ritengono scontata e naturale in capo al berlusconismo in nome della riedizione del mito del &#8216;berlusconismo come autobiografia degli italiani&#8217; (in analogia con quanto diceva Gobetti del fascismo). Egemonia in realta&#8217; inesistente, almeno nei termini classici (ne parlano Brunetta e Crespi): Silvio possiede tv, potere, ma senza il Governo sarebbe politicamente nulla; nonostante le tv non ha un&#8217;editoria, un rapporto economico di &#8216;corporate&#8217; paragonabile a quello delle coop rosse, con l&#8217;indotto di banche, associazioni etc. Del resto, se davvero Silvio avesse posseduto quell&#8217;egemonia di cui tanto parlano, non sarebbe stato attaccato come e&#8217; stato attaccato: il possesso delle tv non ha impedito il formarsi di &#8216;girotondi&#8217; e simili, ne&#8217; e&#8217; valsa la censura verso Santoro, Biagi etc.: segno di un radicamento dell&#8217;antiberlusconismo troppo profondo e stridente con la teoria scalfariana del &#8216;berlusconismo trionfante&#8217;. E del resto, poco fu (politicamente parlando) il berlusconismo prima dell&#8217;ascesa al potere del 2001: prima del 2001, infatti, Forza Italia fu &#8216;movimento sociale&#8217; di piccoli imprenditori, Partite IVA etc., sublimazione nazionale della formula politica leghista (depurata dalle tendenze secessioniste). Questo fu forza e debolezza insieme del berlusconismo: l&#8217;assenza del potere diede alla leadrship berlusconiana un&#8217;enorme credibilita&#8217;, che valse ad alimentare il mito del &#8216;nuovo miracolo&#8217; italiano (ne parla Aldo Schiavone) e che pote&#8217; alimentarsi e prosperare grazie alla progressiva implosione della Sinistra di Governo (proseguito anche oltre fino all&#8217;attuale stallo del PD): questo, prima della tv fu la chiave del successo berlusconiano.Ma questa estraneita&#8217; al Palazzo fu la causa della debolezza e delle degenerazioni del berlusconismo, oscillante tra istrionismi mediatici e gestione personalistica delle leve di Palazzo Chigi (vedi l&#8217;enorme sviluppo della Protezione Civile) per compensare l&#8217;isolamento della formazione berlusconiana dalla societa&#8217; civile &#8216;che conta&#8217; e dai territori. Un sistema che ha reso Silvio ricattabile in una rete di faccendieri, mediatori discutibili (Tarantini, Lele Mora), in analogia con quanto avvenne ad un altro grande &#8216;outsider&#8217; del potere Benito Mussolini con il &#8216;comitato d&#8217;affari&#8217; di Cesare Rossi, poi smantellato col Delitto Matteotti. Il berlusconismo, quindi, fu certamente antipolitica come dicono Scalfari e Flores d&#8217;Arcais, ma attenzione a non sopravvalutarlo. Come e&#8217; anche temerario sopravvalutare il passato Fininvest ed il &#8216;conflitto di interesse&#8217; nelle degenerazioni del potere berlusconiano: più&#8217; che le cd &#8216;leggi ad personam&#8217; (per altro spesso aggirate dai giudici e dalla Consulta) poterono le frequentazioni personali: caso emblenatico la triste vicenda del caso Ruby, che vide Berlusconi imputato per fatti non gravi, senza pero&#8217; che il premier riuscisse a recuperare le forze per smantellare quella limacciosa rete di corrivita&#8217; e ricatti costruita attorno al bunga bunga. L&#8217;unica voce che nella trasmissione di Mentana ha cercato di portare la discussione ad un piano meno angusto della polemica politica immediata e&#8217; stato Paolo Mieli, il quale si e&#8217; posto il quesito dell&#8217;eredita&#8217; berlusconiana: solo se qualcuno, nel lungo periodo della storia, recuperera&#8217; la lezione berlusconiana, si potra&#8217; dire che Silvio e&#8217; passato alla storia. E&#8217; presto per dire questo, ma e&#8217; certo che Forza Italia e&#8217; stato il parto di un brevetto politico che restera&#8217; nella memoria: se qualcuno vorra&#8217; rilanciare un partito dei ceti medi dovra&#8217; percorrere quella strada. Qui resta la grande eredita&#8217; di Silvio, grande &#8216;tycoon&#8217; della comunicazione politica in Italia.</p>
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		<title>L&#8217;Oro alla Patria del 1935: una pagina della storia italiana su cui riflettere</title>
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		<pubDate>Sun, 11 Sep 2011 20:02:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mugnai</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.arezzopolitica.it/2011/09/11/loro-alla-patria-del-1935-una-pagina-della-storia-italiana-su-cui-riflettere/"><img align="left" hspace="5" width="150" height="150" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2011/09/OroPatria_thumb-150x150.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="OroPatria_thumb" title="OroPatria_thumb" /></a>di Federico Mugnai- Novembre 1935. L’Italia, dopo aver dichiarato guerra all’Etiopia il 2 Ottobre subisce le sanzioni economiche dalla Società delle Nazioni con 52 voti favorevoli provenienti da altrettanti stati. Mussolini parla di “assedio economico” e invita il popolo italiano a sacrificarsi in nome della Patria per conquistare “quel posto al sole” tanto agognato. Il 18 [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-8276" title="OroPatria_thumb" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2011/09/OroPatria_thumb.jpg" alt="OroPatria_thumb" width="304" height="442" />di <strong>Federico Mugnai-</strong> Novembre 1935. L’Italia, dopo aver dichiarato guerra all’Etiopia il 2 Ottobre subisce le sanzioni economiche dalla Società delle Nazioni con 52 voti favorevoli provenienti da altrettanti stati. Mussolini parla di “assedio economico” e invita il popolo italiano a sacrificarsi in nome della Patria per conquistare “quel posto al sole” tanto agognato. Il 18 Dicembre si svolge in tutta Italia la “giornata della fede” e la raccolta dell’oro e del ferro (che si protrassero anche oltre quella data) in cui gli italiani sono chiamati a cambiare la loro fede in oro con una in acciaio. Si assistono intanto a donazioni dagli italiani all’estero, da personaggi illustri che rinunciano ai propri oggetti cari per stringersi attorno alla Nazione in difficoltà. Pure Benedetto Croce e altri antifascisti sparsi in Italia e nel mondo si sacrificano. La guerra, ma soprattutto le sanzioni fecero scattare nella società italiana la molla morale del patriottismo, del dovere di ogni cittadino di porre la Patria al disopra di tutto e di sacrificarsi se necessario per essa; per la stragande maggioranza degli italiani, allevati e nutriti durante il regime fascista al culto dei valori nazionali e alla tradizione nazional-patriottica risorgimentale, ciò eliminava alla radice ogni altro problema e in certi casi rendeva l’impegno morale anche più forte, come una sorta di sacrificio della propria personalità individuale a quella collettiva della Patria: una Patria che trascendeva lo stesso fascismo. Il clima che si respirò in quei mesi di guerra e di sanzioni fu caratterizzato da due sentimenti: l’amore per l’Italia e la speranza in un avvenire più prospero con la conquista dell’Etiopia. La speranza, quella che i giovani di oggi cercano disperatamente e spesso senza fortuna. Non era certo mio intento con questa rievocazione storica sottintendere come in certo qual modo si stesse meglio quando si stava peggio! Queste sono operazioni nostalgiche che lasciamo ben volentieri a chi ancora nel 2011 ha il coraggio di definirsi fascista, comunista, nazista o comunque sia avverso ai principi liberali e democratici. L’intento provocatorio è semmai quello di scuotere le coscienze oggi travagliate dalla crisi economica che investe l’Italia e l’Occidente intero. Non si può prescindere da un sincero attaccamento alla Patria se si vuole superare le difficoltà; ciò mettendo pur sempre al centro l’individuo e tutelando la libertà e i suoi diritti fondamentali, senza che però questi finiscano per essere il pretesto per il cittadino di lasciarsi cullare nel proprio individualismo. La crisi riguarda tutti, è un problema nazionale e solo la coesione e l’unità possono contribuire ad alleviarla e in secondo tempo a superarla. Ecco perché invito i lettori a riflettere sul profondo significato che assunse “la giornata della fede” del 1935. Ebbene furono raccolti solo di oro 36895,370 kg! Se oggi fossimo chiamati a sacrificarci volontariamente in nome della Patria, in quanti risponderemmo a questa richiesta? Certamente, mi si può obiettare che chi ci governa (ma anche chi è all’opposizione) fa di tutto per allontanare da noi quel sano patriottismo di cui avremo tanto bisogno per compiere gesti di così alto significato morale. Però, come ripeto, l’oro alla Patria fu dato trascendendo il fascismo. A volte, come in questo caso, mi trovo costretto a rileggere le pagine radiose della nostra storia per trovare la forza di sperare nel futuro. Vorrei tanto che presto trovi di nuovo conforto nel presente, perché è a noi giovani che appartiene il destino dell’Italia!</p>
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		<title>Napolitano e Josipovic uniti in nome dell&#8217;antifascismo</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Sep 2011 21:26:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mugnai</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.arezzopolitica.it/2011/09/06/napolitano-e-josipovic-uniti-in-nome-dellantifascismo/"><img align="left" hspace="5" width="150" height="150" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2011/09/1279044202153_esodo3-150x150.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="1279044202153_esodo3" title="1279044202153_esodo3" /></a>Redazione- Pubblichiamo questo articolo tratto dal sito online di ispirazione cattolica la bussola quotidiana.it che trae un bilancio della visita di Napolitano a Pola (cittadina croata che faceva parte del Regno d’Italia) dove ha incontrato il presidente croato Josipovic. Un incontro quello tra i due presidenti significativo, teso a lenire le ferite della seconda guerra mondiale, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignleft size-full wp-image-8255" title="1279044202153_esodo3" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2011/09/1279044202153_esodo3.jpg" alt="1279044202153_esodo3" width="480" height="320" />Redazione- Pubblichiamo questo articolo tratto dal sito online di ispirazione cattolica la bussola quotidiana.it che trae un bilancio della visita di Napolitano a Pola (cittadina croata che faceva parte del Regno d’Italia) dove ha incontrato il presidente croato Josipovic. Un incontro quello tra i due presidenti significativo, teso a lenire le ferite della seconda guerra mondiale, ancora non rimarginate né da una parte né dall’altra. Ciò che dispiace constatare è che nel comunicato comune uscito dall’incontro, i due presidenti entrambi provenienti dalle fila della sinistra postcomunista, abbiano più volte condannato il fascismo, ma abbiano sottaciuto sulle atrocità commesse dal comunismo in Jugoslavia e anche in Italia (pensiamo solo a Trieste). Parlando di “fratellanza e unità” pare riecheggi più il culto dell’antifascismo che una vera concordia ispirata dalla fede cristiana o dai principi democratici (non giacobini però!) della rivoluzione francese. Forse pensiamo male, ma non vorremmo che la pace tra i popoli si costituisse tramite l’antifascismo militante, divenuta oramai una religione secolare per molti postcomunisti. In questo modo si rischierebbe di ridurre in banalità il comunismo, di non condannarlo alla radice come ideologia avversa all’uomo, oscurando o giustificando in parte anche i molteplici ed efferati crimini contro l’umanità perpetrati dal comunismo per mano dei vari Tito, Lenin, Stalin, Mao e via discorrendo. -</strong></p>
<p> La visita del presidente della repubblica italiana Giorgio Napolitano a Pola sabato 3 settembre non ha rappresentato solamente un motivo di grande conforto e di gioia per i nostri connazionali residenti in Istria, a Fiume e nel Quarnero &#8211; questa è stata solamente la seconda visita di un capo di Stato all’unica minoranza nazionale italiana al di fuori dei confini dello Stato -, ma ha anche segnato, pur in presenza di contraddizioni non di poco conto, un’importante tappa nel cammino di riavvicinamento e di riconciliazione tra italiani e croati.</p>
<p> </p>
<p>Nella loro dichiarazione congiunta, Napolitano e il presidente croato, Ivo Josipovic, hanno manifestato la fiducia che la comunanza fondata sulle istituzioni democratiche dei due Paesi e sul futuro cammino comune in Europa possa sempre più unire il popolo italiano e quello croato. Senza dimenticare i lati oscuri della storia comune, hanno affermato i due presidenti, «nel perdonarci reciprocamente il male commesso, volgiamo il nostro sguardo all&#8217;avvenire che con il decisivo apporto delle generazioni più giovani vogliamo e possiamo edificare in un&#8217;Europa sempre più rappresentativa delle sue molteplici tradizioni e sempre più saldamente integrata dinanzi alle nuove sfide della globalizzazione».</p>
<p> </p>
<p>L’elemento positivo di questa dichiarazione è il riconoscimento dell’esistenza di gravi violenze che questi popoli si sono inferti reciprocamente nell’ultimo secolo sotto l’influenza di regimi totalitari nemici dell’umanità. In Italia, infatti, troppo spesso si tende a dimenticare il tentativo del regime fascista, in alcuni casi purtroppo con la collaborazione o il silenzio della Chiesa cattolica italiana, di italianizzare forzatamente le minoranze nazionali &#8211; sudtirolese, slovena e croata &#8211; presenti sul territorio del Regno d’Italia, e talvolta di espellerle dalle terre che abitavano. Da parte croata, invece, si minimizzano le violenze e i soprusi che portarono all’esodo in massa degli italiani dall’Istria, dal Quarnero e da Zara, considerato come frutto di una libera scelta di non accettare la cittadinanza jugoslava loro offerta.</p>
<p> </p>
<p>La dichiarazione di Napolitano e Josipovic non manca tuttavia di contraddizioni, poiché il vero perdono reciproco e la riconciliazione possono sussistere solamente dal totale rinnegamento di quelle che sono state la radice delle violenze, il totalitarismo fascista e comunista.</p>
<p>In Italia lo Stato e la società hanno definitivamente tagliato tutti i ponti con l’oscuro passato fascista. Al contrario, fa parte della quotidianità politica della Croazia l’esaltazione da parte della sinistra, culturalmente egemone in questo Paese e della quale Josipovic fa parte a pieno titolo, della cosiddetta &#8220;lotta antifascista&#8221;, la quale non ha portato, come in Italia, alla democrazia, ma a quasi cinquant’anni di feroce dittatura comunista, e ha provocato ferite nel popolo croato che ancora oggi non sono rimarginate. Vale la pena infatti ricordare che l’esclusivo interprete di questa lotta, il movimento partigiano di ispirazione comunista guidato dal maresciallo Tito, non si è reso responsabile solamente dei massacri degli italiani residenti nei territori da esso occupati, ma anche dell’uccisione a sangue freddo di decine di migliaia di croati non militari, e di una feroce persecuzione religiosa che durante la guerra e nei primi anni del regime ha portato in tutto il Paese all’uccisione di centinaia di sacerdoti e religiosi cattolici &#8211; il sito Internet del santuario dei martiri croati di Udbina rileva, per la sola zona di Karlovac, una sessantina di foibe nelle quali sono state gettate vittime del comunismo titino. Sulle violenze perpetrate dai partigiani titini e dal regime comunista da essi fondato la sinistra croata, ma anche quella slovena, respingono con indignazione ogni possibilità di discussione o indagine.</p>
<p> </p>
<p>È interessante anche notare come nel comunicato vi sia la condanna esplicita delle violenze compiute dal fascismo, il comunismo venga menzionato solo indirettamente quando si parla della «folle vendetta delle autorità postbelliche dell&#8217;ex Jugoslavia». Evidentemente Napolitano e Josipovic non hanno ancora il coraggio di chiamare per nome l’ideologia totalitaria alla quale essi hanno contribuito personalmente e di fare pubblica ammenda a tale proposito.</p>
<p> </p>
<p>Riponendo la propria speranza nel cammino comune nelle istituzioni europee, che di per sé favorirebbe la riconciliazione tra i popoli, i due presidenti sorvolano inoltre sul fatto che l’attuale politica dell’Unione Europea, caratterizzata da una sempre più manifesta normalizzazione in senso anticristiano, può al massimo portare a una versione più edulcorata delle famose &#8220;fratellanza e unità&#8221; (bratstvo i jedinstvo) che stavano alla base del totalitarismo comunista jugoslavo, per l’attuazione delle quali il regime cercò di cancellare la cultura, la lingua, la fede religiosa e la stessa coscienza nazionale del popolo croato.</p>
<p> </p>
<p>Solamente la comune fede cristiana e cattolica di questi popoli, colpevolmente ignorata nel comunicato dei due Capi di Stato, se purificata da eccessi nazionalistici che sono per propria natura anticristiani, può portare al perdono reciproco e a una vera unità, permeata dall’amore, che rispetta le peculiarità di ogni popolo e le rende fondamenta per una reciproca elevazione e progresso.</p>
<p> </p>
<p>Non possiamo quindi nascondere l’amarezza per il fatto che mentre un ateo e un agnostico parlano di perdono reciproco &#8211; pur con le contraddizioni espresse in precedenza, non possiamo dubitare della loro sincerità -, in queste terre un vescovo cattolico e il suo braccio destro, sacerdoti del Signore, gettano sale sulle ferite dei popoli che vivono in quest’area, risvegliando artificiosamente nel popolo croato sentimenti di ostilità contro gli italiani. Se degli uomini di Chiesa, anziché portare amore, diventano strumenti di odio, non possiamo che temere per il nostro futuro.</p>
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		<title>Quando Mussolini cancellò la Provincia di Caserta</title>
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		<pubDate>Wed, 24 Aug 2011 22:05:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Frabetti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.arezzopolitica.it/2011/08/24/quando-mussolini-cancello-la-provincia-di-caserta/"><img align="left" hspace="5" width="150" height="150" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2011/08/Censura_Fascismo_2-150x150.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="Censura_Fascismo_2" title="Censura_Fascismo_2" /></a>di Giorgio Frabetti- In tempi di pubblicistica anticamorra e anticasalesi, è ritornato all&#8217;attenzione mediatica un avvenimento fino ad allora poco ricordato. Con regio decreto del 02 gennaio 1927, Mussolini procedette a cancellare con un tratto di penna la Provincia di Caserta; avendo poi cura di lodare, nel discorso dell&#8217;Ascensione del 26 maggio successivo, la disciplina con [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-8104" title="Censura_Fascismo_2" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2011/08/Censura_Fascismo_2.jpg" alt="Censura_Fascismo_2" width="402" height="366" />di <strong>Giorgio Frabetti</strong>- In tempi di pubblicistica anticamorra e anticasalesi, è ritornato all&#8217;attenzione mediatica un avvenimento fino ad allora poco ricordato. Con regio decreto del 02 gennaio 1927, Mussolini procedette a cancellare con un tratto di penna la Provincia di Caserta; avendo poi cura di lodare, nel discorso dell&#8217;Ascensione del 26 maggio successivo, la disciplina con cui la popolazione casertana aveva accolto il provvedimento. Una decisione controversa, su cui pesano molte ombre e dispute, tra chi (come Saviano e Di Fiore) attribuisce la decisione ad una punizione di Mussolini contro i dissidenti campani (Padovani in testa) e le loro clientele locali, ritenute pericolose per il Duce per l&#8217;aggancio con la Camorra e chi, invece, motiva la decisione di Mussolini con un più diverso orientamento di risistemazione territoriale, di una Provincia (La Terra di Lavoro, grosso modo corrispondente all&#8217;attuale casertano), ritenuta troppo ampia e disfunzionale, sia per le ambizioni di espansione territoriale del Napoletano (attraversato da pesanti tensioni demografiche), sia per le ambizioni fasciste di risistemazione e di bonifica delle Paludi del Basso Lazio. Come al solito, ognuna di queste interpretazioni contiene un pezzo di verità. Le motivazioni di ristrutturazione territoriale ebbero certo un rilievo decisivo: per non farsi bloccare dai &#8220;veti&#8221; e dalle &#8220;camarille&#8221; dei <em>clan</em> in un provvedimento tanto importante come la Bonifica dell&#8217;Agro Romano, Mussolini creò, infatti, la Provincia di Frosinone, inglobandovi la parte nord della Terra di Lavoro (Sora, Gaeta etc.), prefigurando così  l&#8217;inserimento della parte settentrionale della Terra di Lavoro nel Basso Lazio (come poi sarebbe avvenuto nel 1970 con l&#8217;itituzione formale delle Regioni). Non è comunque da escludere che in quello scorcio 1926, anno di tre attentati alla persona del Duce e anno del &#8220;diciotto Brumaio&#8221; di Mussolini e della conseguente stretta sui partiti di opposizione e dei dissidenti, abbia anche pesato nella ristrutturazione dell&#8217;Ex- Terra di Lavoro la volontà di Mussolini di difendersi da eventuali altri attentati, che avrebbero forse potuto avvenire più facilmente da una zona considerata &#8220;infida&#8221;: in questo, quindi, non è da escludere che, smembrando di fatto la storica &#8220;Terra di Lavoro&#8221;, il Duce abbia operato ad hoc per creare  una specie di &#8220;zona cuscinetto&#8221; (attraverso i nuovi distretti del Basso Lazio), ovvero l&#8217;equivante del &#8220;Rubicone&#8221;, del &#8220;Pomerio&#8221; per gli antichi romani (è curioso comunque che una delle celebri località create dal fascismo con la Bonifica si chiami proprio &#8230; Pomezia!). Come nel caso della lotta alla mafia, in Mussolini giocarono comunque anche altre decisive considerazioni di prestigio. In quello scorcio 1925-26, con un&#8217;opinione pubblica fiancheggiatrice ancora diffidente verso il fascismo per il velleitarismo violento do Farinacci e dei suoi (ricordiamo che tra il 1925 e il 26 era Segretario del PNF proprio Roberto Farinacci), Mussolini aveva assolutamente bisogno di dimostrare la massima affidabilità nella gestione dell&#8217;ordine pubblico. La vicenda casertana porta indubbiamente lo stigma di un modus operandi tipico della prima fase della gestione dell&#8217;ordine pubblico mussoliniano, ancora legato a specifiche &#8221;emergenze&#8221; (il caso Girolimoni, la mafia, la camorra etc.), ma non ancora capace di organizzare una politica dell&#8217;ordine pubblico organica (e si direbbe &#8220;scientifica&#8221;) come sotto Leto e Bocchini. Dal punto di vista della politica criminale, comunque, si deve dire che l&#8217;azione mussoliniana fu una specie di &#8220;lato B&#8221; della clamorosa azione anticamorra realizzata nell&#8217;immediato anteguerra contro la Bella Società Riformata (che causò l&#8217;emigrazione in USA di boss di rilievo come Michele Aria e Giuseppe  Barracano: vedi <a href="http://www.bibliocamorra.it">www.bibliocamorra.it</a>). Nel vuoto di <em>leadership</em> napoletana, fu, infatti, facile per la camorra casertana rendersi autonoma e in grado di dare &#8221;filo da torcere&#8221; allo Stato; come fu relativamente facile per lo Stato reagire. Di qui, sorge in Campania l&#8217;epopea della lotta della Polizia fascista contro i &#8220;mazzoni&#8221; (la criminalità di alora) che portò decine e centinaia di arresti e condanne e la diaspora dei boss locali. Come noto, l&#8217;azione antimafia del regime fascista è stata oggetto di deplorazione: da Mack Smith a Sciascia, ad esempio, l&#8217;azione del Duce fu letta come azione strumentale e tesa a riequilibrare con la forza equilibri politici tra fascisti intransigenti e fiancheggiatori, in difficoltà nella crisi post-Matteotti: ad esempio, Sciascia vide nell&#8217;azione antimafia in Sicilia di Mussolini un tentativo del Duce di ingraziarsi gli Agrari, che, alle elezioni municipali del luglio 1925 (tra le ultime libere prima dell&#8217;avvento del regime), aveva regalato una dote non irrilevante di voti alla lista liberale di opposizione di Vittorio Emanuele Orlando (oltre a punire fascisti scomodi per gli interessi agrari come Cuoco, o fiancheggiatori infidi come il Ministro Gen. Di Giorgio, tutti coinvolti nelle inchieste di Mori). C&#8217;è qualcosa di vero in questo, anche se non può sfuggire la particolarità del contesto: la fase di &#8220;nazionalizzazione&#8221; di massa che allora l&#8217;Italia stava attraversando come frutto della partecipazione alla Prima Guerra Mondiale, stava facendo fare allo Stato italiano &#8220;passi da gigante&#8221;: basti pensare che sotto il fascismo, nasce il primo ebrione di <em>Welfare State</em>, come nasce una prima base di imposizione tributaria moderna, ovvero funzionale ad uno Stato &#8220;interventista&#8221; che opera tendenzialmente in <em>deficit</em>. Un processo che, unito al &#8220;disciplinamento militare e patriottico&#8221; auspicato da Mussolini, avrebbe dovuto portare l&#8217;Italia ad un &#8220;senso dello Stato&#8221; adeguato alla coscienza moderna, come era stato per la Francia Napoleonica e per la Germania bismarkiana. Un processo invece bloccato con la crisi della coscienza nazionale seguita alla disfatta militare e alla guerra civile tra il 1940 e il 1945: nel lungo periodo, l&#8217;interruzione di questo processo, rallentando la nazionalizzazione degli italiani, ha aggravato gli storici e cronici problemi della criminalità organizzata.</p>
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		<title>Mai più il comunismo: l&#8217;affaire Nazino</title>
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		<pubDate>Tue, 16 Aug 2011 19:34:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Armao</dc:creator>
				<category><![CDATA[Appuntamenti con la Storia]]></category>
		<category><![CDATA[Nazino; Stalin; comunismo; orrori;]]></category>

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		<description><![CDATA[<a href="http://www.arezzopolitica.it/2011/08/16/mai-piu-laffaire-nazino/"><img align="left" hspace="5" width="150" height="150" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2011/08/gulag-150x150.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="gulag" title="gulag" /></a>di Gaetano Vallini da L&#8217;Osservatore Romano del 27 giugno 2007.
Siberia, 1933, Isola di Nazino, un lembo di terra sulla confluenza dell&#8217;Ob&#8217; e del Nazina, 900 chilometri dalla linea ferroviaria e dalla città più vicina, Tomsk. Qui si consumò una delle tragedie più terribili e sconosciute dell&#8217;orrore staliniano. In questo luogo estremo furono trasferiti ed in [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignleft size-full wp-image-8100" title="gulag" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2011/08/gulag.jpg" alt="gulag" width="384" height="270" />di Gaetano Vallini da L&#8217;Osservatore Romano del 27 giugno 2007.</strong></p>
<p>Siberia, 1933, Isola di Nazino, un lembo di terra sulla confluenza dell&#8217;Ob&#8217; e del Nazina, 900 chilometri dalla linea ferroviaria e dalla città più vicina, Tomsk. Qui si consumò una delle tragedie più terribili e sconosciute dell&#8217;orrore staliniano. In questo luogo estremo furono trasferiti ed in pratica abbandonati migliaia di &#8220;elementi declassati e socialmente nocivi&#8221; provenienti da Mosca e da Leningrado. I due terzi dei deportati &#8211; circa 4.000 persone &#8211; morirono di fame, consunzione e malattia nelle settimane successive al loro arrivo. I custodi davano a ciascuno di loro un pugno di farina, che veniva mescolata con l&#8217;acqua del fiume e mangiata cruda. &#8220;Morivano come le mosche, si ammazzavano tra loro&#8221;, racconta una donna del luogo, la cui testimonianza quasi 60 anni dopo ha riportato alla luce la tragedia di ostrov ljudoedov, l&#8217;&#8221;isola del cannibali&#8221;, come l&#8217;avevano soprannominata i residenti.</p>
<p>L&#8217;isola dei cannibali è anche il titolo, drammaticamente evocativo, del libro dello storico Nicolas Werth (Corbaccio, 2007, pag. 190, euro 16,60) che ricostruisce l&#8217;intera vicenda, episodio cruciale e particolarmente drammatico della deportazione, il cui fallimento segnò in qualche modo una svolta nella politica staliniana dei campi. Agli inizi degli Anni 90, l&#8217;apertura degli archivi regionali di Novosibirsk e Tomsk, con la contemporanea pubblicazione di diversi documenti su Nazino, ha offerto la possibilità di indagare più a fondo su questo capitolo ignorato della storia sovietica.</p>
<p>Ma il passo decisivo è avvenuto nel 2002, quando sono stati resi di pubblico dominio i documenti della commissione d&#8217;inchiesta patrocinata nel settembre 1933 dal Comitato regionale del Partito comunista della Siberia occidentale. La Commissione era stata incaricata di &#8220;verificare la veridicità delle informazioni&#8221; su quanto accadeva a Nazino inviate direttamente a Stalin da un piccolo dirigente comunista della regione, Velièko. Senza la sua iniziativa di avviare un&#8217;inchiesta privata probabilmente nessuno avrebbe saputo nulla dei risvolti del &#8220;grandioso piano&#8221; di deportazione messo in piedi dal capo della polizia politica, Genrich Jagoda, poi tramutatosi in un vero e proprio girone infernale per migliaia di persone.</p>
<p>Una volta a Nazino, disperati e affamati, i &#8220;coloni&#8221; cercarono di fuggire su tronchi e zattere lungo il fiume, si dispersero nelle campagne, dettero l&#8217;assalto alle case dei villaggi vicini, divennero ladri, assassini e persino cannibali (in realtà, secondo Werth, poche decine di casi documentati, ma pur sempre tali da creare allarme anche nei carcerieri e nei dirigenti prima locali e poi centrali). Quasi tutti i deportati morirono d&#8217;inedia, si uccisero a vicenda o furono sommariamente giustiziati dopo essere stati vittime di angherie, violenze e sevizie da parte dei carcerieri-aguzzini, spesso sadici e criminali.</p>
<p>&#8220;Data la spietatezza con cui era stato messo in atto, una spietatezza destinata a dar luogo a trasgressioni come il cannibalismo o la necrofagia &#8211; scrive Werth, che è stato, tra l&#8217;altro, il curatore della sezione dedicata all&#8217;Urss del Libro nero del comunismo &#8211; l&#8217;episodio di Nazino fu allo stesso tempo straordinario, singolare e profondamente rivelatore del clima di violenza e di involuzione che all&#8217;inizio degli anni 30 aveva conquistato alcuni spazi sovietici, profondamente sconvolti dalle deportazioni di massa e da giganteschi esodi di popolazioni&#8230; Fra tutti spiccava la Siberia occidentale, autentico Far East sovietico, luogo di deportazione e di assegnazione a residenza coatta per gli esclusi della società socialista in corso di formazione, nel contempo regione-frontiera e pattumiera dell&#8217;impero sovietico&#8221;.</p>
<p>Quanto accaduto nell&#8217;isola di Nazino rientrava nel progetto della polizia politica di affiancare ai campi di lavoro &#8211; i famosi gulag &#8211; un altro sistema di segregazione in località inospitali della Siberia alle quali inviare con domicilio coatto due milioni di &#8220;elementi antisovietici&#8221; non condannati ai campi. Era il tentativo di &#8220;purificare la società socialista&#8221; mandando via dalle grandi città e dalle località di villeggiatura sia eventuali &#8220;nemici di classe&#8221; ancora in circolazione, sia invalidi, anziani, mendicanti. La tecnica usata era la &#8220;passaportizzazione&#8221; della popolazione urbana. L&#8217;operazione doveva porre un freno all&#8217;immenso esodo di contadini verso le città, portare a identificare meglio gli individui e &#8220;stabilirne con esattezza la posizione&#8221; all&#8217;interno della società. &#8220;Il passaporto &#8211; sottolineava Jagoda &#8211; è la prima e più importante linea di difesa sociale contro i criminali e gli elementi socialmente nocivi&#8221;.</p>
<p>Una direttiva segreta definiva alcune categorie, dai contorni molto sfumati, di individui ai quali doveva essere negato il rilascio del documento. Chi ne era sprovvisto doveva lasciare le città. Se fermato, veniva sottoposto ad alcune procedure particolari prima di essere espulso, deportato e assegnato a residenza coatta.</p>
<p>Ma il piano, come dimostra Nazino, fallì nel peggiore dei modi. Quanto accade nell&#8217;isola, secondo Werth, spiega molte cose sull&#8217;&#8221;attuazione omicida di un&#8217;utopia&#8221; basata su una tanto improbabile quanto criminale impresa di ingegneria sociale, nella quale emergono l&#8217;ossessione per le cifre (masse depersonalizzate), nonché il culto di una sorta di &#8220;estetica della pianificazione&#8221; percepibile nell&#8217;utopistica creazione di un sistema perfettamente ordinato di colonie gestite con un sistema militare-repressivo.</p>
<p>I fatti di Nazino permettono, inoltre, di cogliere a fondo il sistema dei popolamenti speciali (una sorta di secondo Gulag), comprese le disfunzioni sui rapporti burocratici tra centro e periferia, e l&#8217;estrema approssimazione dell&#8217;organizzazione logistica. Illuminano, altresì, su quanto accadeva negli spazi incontrollati della periferia sovietica e sul livello di violenza che vi regnava. Costituiscono, infine, &#8220;un sorprendente osservatorio antropologico di un gruppo di individui posti in una situazione estrema, generatrice di regressione e di trasgressioni al termine di un vero e proprio processo di decivilizzazione&#8221;. &#8220;Sull&#8217;isola di Nazino &#8211; scriveva</p>
<p>Velièko a Stalin &#8211; l&#8217;uomo ha cessato di essere uomo. Si è trasformato in sciacallo&#8221;.</p>
<p>Per quanto orribile fosse l&#8217;accaduto, i circa 4000 scomparsi di Nazino costituiscono appena l&#8217;1% dei deportati fuggiti senza lasciare traccia o morti nel 1933 (le cifre ufficiali parlano, infatti, di 367.457 individui, ovvero un terzo dei &#8220;trasferiti speciali&#8221; censiti al 1° gennaio di quell&#8217;anno. Di questi 151.601 furono registrati come deceduti, 215.856 come &#8220;evasi&#8221;).</p>
<p>Dopo il rapporto della Commissione, che attestava inequivocabilmente il fallimento del piano, gli esperimenti furono interrotti, ma non si pose fine alla politica di epurazione. Inoltre si dovevano pur sempre organizzare la vita e la sussistenza delle centinaia di migliaia di persone avviate verso gli Urali, la zona del mare di Azov, o verso le regioni più inospitali del lontano oriente. Comunque, come ricostruisce Werth, Stalin fece tesoro di quanto accaduto nella sperduta isola, ma solo per giungere ad una decisione cinicamente più drastica: in sostanza, se non si riusciva a far sopravvivere i deportati, tanto valeva eliminarne il più possibile.</p>
<p>L&#8217;occasione per una soluzione definitiva venne nel 1937, quando l&#8217;Nkvd (il Commissariato del popolo per gli affari interni che nel 1934 assorbì le competenze della polizia politica) moltiplicò le &#8220;scoperte&#8221; di supposte &#8220;organizzazioni insurrezionali&#8221; che potevano costituire una &#8220;quinta colonna&#8221; di un più o meno ipotetico nemico straniero. Si arrivò, così, al famigerato ordine operativo n. 00447 dell&#8217;Nkvd per la repressione degli ex kulak, dei criminali e degli altri elementi antisovietici, firmato da Ezov dopo una circolare segreta di Stalin che prevedeva anche la fucilazione nei casi di maggiore pericolosità.</p>
<p>&#8220;Questa operazione &#8211; conclude Werth -, la più imponente fra la dozzina di &#8220;azioni repressive di massa&#8221; lanciate dall&#8217;Nkvd fra l&#8217;agosto del 1937 e il novembre del 1938, periodo entrato nella storia sotto il nome di &#8220;Grande Terrore&#8221; e nel corso del quale furono arrestate più di un milione e mezzo di persone, di cui 800.000 fucilate al termine di una sommaria procedura extragiudiziaria, costituì il culmine di una serie di campagne e pratiche di polizia in atto da diversi anni e divenute sempre più drastiche. In questo processo di radicalizzazione omicida, l&#8217;affaire Nazino rappresentò, come abbiamo visto, un momento fondamentale&#8221;.</p>
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		<title>Chi ha ancora paura dei franchi tiratori?</title>
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		<pubDate>Thu, 11 Aug 2011 05:11:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Buracchi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Appuntamenti con la Storia]]></category>

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		<description><![CDATA[<a href="http://www.arezzopolitica.it/2011/08/11/chi-ha-ancora-paura-dei-franchi-tiratori/"><img align="left" hspace="5" width="150" height="150" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2011/08/871-150x150.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="87" title="87" /></a>- di Andrea B. &#8211; 4 agosto 1944, a Firenze giunge l&#8217;esercito alleato. E&#8217; l&#8217;inizio della guerriglia per la liberazione della città ma anche l&#8217;inizio di un&#8217;altra breve storia, una storia di sangue e di ideali, una storia che non contempla la pietà umana, una storia che troppo spesso è stata in passato taciuta da [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-8039" title="87" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2011/08/871-274x300.jpg" alt="87" width="274" height="300" />- di <strong>Andrea B.</strong> &#8211; 4 agosto 1944, a Firenze giunge l&#8217;esercito alleato. E&#8217; l&#8217;inizio della guerriglia per la liberazione della città ma anche l&#8217;inizio di un&#8217;altra breve storia, una storia di sangue e di ideali, una storia che non contempla la pietà umana, una storia che troppo spesso è stata in passato taciuta da certi &#8220;soloni&#8221; intellettualoidi e pertanto abbandonata ad un destino d&#8217;oblio con un disinteresse e una superficialità che sembrano rimandare alla condanna generale, già pronunciata e irrevocabile, che colpisce alla radice i fascisti in tutte le loro manifestazioni. E&#8217; la storia dei &#8220;franchi tiratori&#8221;, quei &#8220;cecchini&#8221; nella vulgata popolare e partigiana che rappresentarono l&#8217;ultimo ostacolo da abbattere per consegnare la città di Firenze all&#8217;Italia liberata, ultimi residui di un&#8217;epoca ormai finita.<br />
Chi erano i franchi tiratori? Erano ragazzi, bambini nella maggior parte dei casi che per questioni anagrafiche non avevano potuto prender parte alle milizie della R.S.I. (i più avevano tra i 14 ed i 18 anni) e che pertanto avevano scelto una via tutta loro per difendere in ultima istanza la loro città e la bandiera sotto la quale erano cresciuti. Appostati sui tetti, nascosti in palazzi dalla posizione strategica essi sparavano dalle finestre per poi concludere la propria breve vita sotto i colpi di una giustizia armata nella pubblica piazza, più spesso sui gradini di una chiesa. La loro piccola odissea finirà in un agosto torrido, a pochi giorni di distanza dall&#8217;inizio della loro attività e le loro memorie, le motivazioni che li spinsero a questa scelta estrema di morte periranno con loro, senza lasciar nulla a testimonianza dei propri gesti.<br />
Quella storiografia di nicchia che se n&#8217;è occupata, in gran parte rispondente al principio che &#8220;la storia la scrivono i vincitori&#8221; ha teso a fornire un’immagine criminale dell’attività dei franchi tiratori e di chi in qualche modo poteva averne promosso l’azione (si è parlato nel corso del tempo di una regia pavoliniana quando questo non fosse stato considerato un fenomeno popolare autonomo da ogni possibile figura di riferimento). I franchi tiratori sono divenuti pertanto l’incarnazione di quel &#8220;fascismo-male assoluto&#8221; che ha pervaso tutta la storia della seconda metà del 1900: uccisori di civili innocenti e deboli come donne e bambini; seminatori di morte e violenza con compiaciuta e gratuita ferocia, vigliacchi e vili; i franchi tiratori sono divenuti l&#8217;immagine di chi svolge una crudele missione contro il suo stesso popolo, come se fosse l’ultimo aguzzino di un regime tirannico. Per chi combatteva contro gli alleati e gli antifascisti, celato nella ragnatela delle sue invisibili postazioni, la resistenza a oltranza era un atto criminale. Il mito della Resistenza secondo il quale il popolo italiano si libera dalla tirannide fascista e dall’invasore tedesco non può tollerare che esista un altro popolo italiano che combatte per il fascismo e per difendere l’Italia dall’invasione alleata. Certamente, non può neppure prendere in considerazione che, nel momento più sacro di tale mito, cioè l’insurrezione popolare diretta a liberare una città italiana, vi siano dei cittadini italiani che quella stessa “liberazione” combattono.<br />
Quanto ci sia di vero in questo giudizio non ci è dato saperlo; sono pochissimi i testi che si occupano di questo frammento di storia e non abbiamo di certo l&#8217;autorità per ribaltare i fatti storici che videro protagonisti questi giovanissimi in camicia nera. Probabilmente &#8211; come avviene del resto nella maggior parte dei casi &#8211; la verità sta nel mezzo, di qui la difficoltà di affrontare il fenomeno senza offendere i dogmi del mito resistenziale. Di qui le condanne a chi si appresta anche quest&#8217;anno a ricordare quei ragazzi, a volger loro un pensiero di pietà che al momento della loro condanna a morte è venuta meno. Un documento interessante, che tuttavia non è sufficiente per fornire una giustificazione alle azioni di guerriglia urbana che si perpetrarono in Firenze è una nota, diramata da Giuseppe Solaro, delegato del Partito Fascista Repubblicano per il Piemonte, altro luogo che vide la presenza e l&#8217;attività dei franchi tiratori, nel quale si legge: &#8220;<em>I veri ribelli siamo noi. [...] Ci ribelliamo all’idea di non aver più nulla da fare contro un cumulo di nemici potentissimi di armi e vettovaglie. Come pensare, che tedeschi, giapponesi e fascisti possano resistere a una America indisturbata nelle sue fonti di produzione bellica alimentate da esuberanti dotazioni di materie prime, a una Inghilterra seminatrice di doviziose armate d’ogni colore attinte alle immense colonie, a una Russia formidabile di uomini e ordigni di guerra, a tre potenze di tutto munite, padrone di tre quarti del mondo, credute persino nel loro programma di “liberazione”?<br />
Nondimeno ci ribelliamo ai colpi avversi della sorte, alla mala fortuna, alla incredulità degli altri nella nostra certezza e nella nostra fede. Ci ribelliamo alle prospettive di tremende punizioni che ci attenderebbero a breve scadenza. Ci ribelliamo pure all’antipatia e al vuoto che ci crea attorno nei momenti duri una turba di vigliacchi timorosi persino di riconoscere almeno il nostro valore con una parola o un sorriso, perchè questo potrebbe pesare all’arrivo degli anglo-americani.<br />
Noi siamo i veri ribelli. Per gli altri è facile farsi chiamare ribelli quando si crede di avere gli eserciti amici a pochi giorni di distanza, quindi si ritiene la vittoria già scontata, quando si pensa di essere dalla parte del più forte, dell’ormai invincibile. E’ comodo farsi chiamare ribelli, quando i successi degli alleati incoraggiano nella fase in cui l’iniziativa bellica è dalla loro. E’ piacevole farsi chiamare ribelli quando si è circondati dalle premure di tanti pavidi che intendono crearsi benemerenze verso il “cavallo vincente”; quando si hanno incitamenti e aiuti da tanti plutocrati che puntano sull’affare ritenuto più sicuro, pur senza trascurare la distribuzione dei rischi; quando pare eroico in senso utilitaristico seguire la corrente e farsene paladini. [...] I veri ribelli siamo noi. Ribelli contro un mondo vecchio di egoisti, di privilegiati, di conservatori, di capitalisti oppressori, di falliti sistemi, di superate ideologie, di dottrine ingannatrici, di falsi e bugiardi. Ribelli insomma contro il mondo dell’ingiustizia. Ribelli in nome di una santa causa, di una società giusta e ordinata, di rispetto del lavoro, di dignità nazionale, di amore alla Patria, al nucleo famigliare, alle onorevoli ed egregie intraprese della vita</em>”. Come già detto questo non basta per giustificarne l&#8217;operato ma di certo può contribuire a farci assumere un punto di vista nuovo sul fenomeno, un punto di vista che possa in qualche modo essere sganciato da quella storia ipostatizzata che vede nel fascista l&#8217;incarnazione della sola ferocia immotivata. Sempre in questo ordine di idee potrebbe essere utile per una volta considerare due delle fondamentali cause &#8211; che emergono anche dal testo appena riportato &#8211; che spinsero gli ultimi irriducibili a preferire una condanna a morte piuttosto che l&#8217;accettazione degli eventi: in primo luogo la diffusa incredulità verso una Democrazia che veniva avvertita soltanto come anticamera della sovversione e terreno preparatore al Comunismo, in secondo luogo il timore disperato di un prossimo avvento dei comunisti e la convinzione dell&#8217;impossibilità di una soluzione conciliativa nel dopoguerra, con tutti gli annessi che nell&#8217;ottica dell&#8217;epoca ne sarebbero derivati (le purghe staliniane si concretizzarono in Italia in quella che fu la tragica epopea delle foibe). Non possiamo non ammetterlo: l&#8217;Italia stava vivendo sulla propria pelle una guerra civile fratricida, Pansa ha espresso questo concetto con poche righe: &#8220;<em>Dobbiamo renderci conto che fino al 1946, in Italia c&#8217;è una guerra civile con un PCI che, nonostante le rassicurazioni di Togliatti, tiene i piedi in due staffe, tra democrazia e terrorismo politico (coprendo nel dopoguerra con l&#8217;omertà molti eventi di sangue)</em>&#8220;.<br />
Interessante in questo senso è pure il fatto che il Corriere della sera il 16 agosto 1944 dedica al fenomeno una lunga nota e lo fa prendendo in considerazione non l&#8217;aspetto becero, malvagio ed indegno del tema ma quell&#8217;esempio di virtù e coraggio offerto da 25 donne fiorentine, appartenenti ad ogni ceto sociale, per il quale il giornale dirama giudizi d&#8217;ammirazione, commozione ed orgoglio. 25 donne, molte di esse fanciulle o madri o mogli che senza aver gettato sulla bilancia infinitesimale del tornaconto la preoccupazione di come andrà a finire hanno seguito l&#8217;istinto primordiale di ogni donna italiana ancora non corrotta per cui esistono valori sacri che vanno difesi ad ogni costo, sostituendosi ed aggiungendosi agli uomini nell’impiego delle armi. Fanciulle d’Italia che ancora oggi possono fornire una sferzante lezione per quegli uomini che di fronte all’azione mettono in campo tutti i sotterfugi che la viltà può insegnare. Così nella parole del Corriere: &#8220;[...] <em>Esse si sono virilmente battute. E il loro gesto assume un’importanza che va oltre il semplice lato militare e la resistenza armata in una città che gli Anglo-Americani credevano già di avere nelle loro mani senza contrasti, per avere un significato morale, per avere valore di simbolo. Nelle franche tiratrici fiorentine è l’essenza più nuova della donna italiana che si rivela semplice, modesta, chiusa in apparenza nel breve cerchio della famiglia, che non ha avuto velleità suffragistiche di smanie politiche, donna sana, innamorata della sua casa e del suo Paese, di una femminilità che mai da nessuno venne messa in dubbio. Eppure nei momenti decisivi, quando sono in pericolo i valori supremi in cui essa crede, la donna italiana [...] pensa virilmente e virilmente agisce. La storia non offre un esempio di così cospicua portata. Gli episodi in cui la passione patriottica della donna è rifulsa in passato sono tutti altri simboli che escono quasi dalla normalità della vita, della vita quotidiana, per entrare nel regno della leggenda. Vi è un intero gruppo di donne che prende parte all’azione per difendere dall’invasore la propria terra e la propria idea</em>&#8220;.<br />
L&#8217;ultima parola la lasciamo alle memorie di un semplice partigiano, uno di quelli che ha combattuto e fucilato i franchi tiratori. Nelle semplici parole di questo combattente antifascista, il franco tiratore diviene, ben al di là dai giudizi di parte, un uomo capace di una dignità tale da conquistare il rispetto del suo mortale nemico: &#8220;<em>era solo e talmente intento a sparare ai nostri compagni che lo tenevano a bada dalla strada che si accorse di noi quando sentì un mitra puntato alla schiena; alzò le mani gettando l’arma, tranquillamente ci seguì e senza una parola si diresse verso un monumento, si aggiustò la divisa ed il berretto e aspettò la morte; era da ammirare, moriva per il suo ideale</em>&#8220;. (F.Del Boca, Il freddo, la paura e la fame. Ricordi di un partigiano semplice, Feltrinelli Editore, Milano, 1966)<br />
In ogni caso, in qualsiasi modo ci si voglia avvicinare al fatto storico quelle poche centinaia di franchi tiratori rimasero sulle strade, anonimi corpi crivellati di proiettili, in attesa di un’anonima sepoltura. L’unica loro memoria sarà nel ricordo di chi li ha uccisi.</p>
<p>Tutte le informazioni contenute nell&#8217;articolo sono state tratte da:<br />
<em>Luca Tadolini, I franchi tiratori di Mussolini. La guerriglia urbana contro gl&#8217;invasori angloamericani da Napoli a Torino, Ed. All&#8217;Insegna del Veltro, Parma, 1998 </em></p>
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		<title>Strage di Bologna: vogliamo Verità, non strumentalizzazioni</title>
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		<pubDate>Mon, 01 Aug 2011 21:57:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Frabetti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Appuntamenti con la Storia]]></category>
		<category><![CDATA[02 agosto 1980]]></category>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignleft size-full wp-image-7979" title="strage_bologna-bw008" src="http://www.arezzopolitica.it/wp-content/uploads/2011/08/strage_bologna-bw008.jpg" alt="strage_bologna-bw008" width="416" height="294" />Redazione</strong>- Anche quest&#8217;anno nell&#8217;anniversario della Strage alla stazione di Bologna (avvenuta il 02 agosto 1980 provocando 85 morti e più di 200 feriti) è di scena il &#8220;teatrino&#8221; che vede l&#8217;Associazione Familiari delle vittime contro il Governo, pronta a fischiare un suo rappresentante. Un fischio rituale, ormai istituzionalizzato e scontato, per lanciare il messaggio della necessità di una riforma dei Servizi Segreti che abolisca del tutto il Segreto di Stato. In fondo, il 02 agosto di ciascun anno assistiamo alla kermesse contro il cd &#8220;doppio Stato&#8221;, responsabile delle stragi e della strategia della tensione. Con il massimo rispetto per i familiari delle vittime, diciamo però chiaro e tondo che queste manifestazioni hanno stancato della grossa il popolo italiano. Nessuno mette in dubbio lo zelo e il necessario (oltrechè legittimo) bisogno delle famiglie delle vittime e dei sopravvissuti a conoscere al meglio la verità. Rendiamoci, però, conto che questi discorsi relativamente alla strage di Bologna sono esagerati e sorpassati. Intendiamoci: abusi e comportamenti poco chiari da parte dei Servizi di Sicurezza ce ne sono stati (i famosi depistaggi sull&#8217; operazione &#8220;terrore sui treni&#8221; nell&#8217;inverno 1981); ma la pressione dell&#8217;opinione pubblica e la massima attenzione dei familiari delle vittime sulle investigazioni prima e sul processo poi hanno funzionato da utili anticorpi contro comportamenti poco trasparenti dello Stato, contro omissis e simili, che, invece, hanno pesato e non poco su altre vicende stragistiche, come Piazza Fontana in partricolare. Quindi, andiamoci piano prima di accusare bellamente lo Stato di aver ostacolato la verità su Bologna. Se poi, vogliamo rilanciare la narrativa piduista &#8230; cosa si deve dire? La Verità non significa cercare capri espiatori a tutti i costi, come certa Sinistra ha finora sempre fatto additando una specie di &#8220;fascismo perenne&#8221; incombente sulla Società e sulla Politica italiana, come causa di tutti i mali. Su una cosa siamo perfettamente d&#8217;accordo: su Servizi di Sicurezza, Polizia, ovvero per tutti quegli organi dello Stato che possono in &#8220;stato di eccezione&#8221; la trasparenza deve essere massima, ma non illudiamoci che i documenti relativi alla Sicuerezza dello Stato possano essere come i documenti di un Pubblico Concorso, cui tutti possono avere accesso. Voglio vedere quale Stato rinuncia a cuore leggero alla cd &#8220;Ragion di Stato&#8221; per regolare la sua sicurezza. E non crediamo poi che la &#8220;Ragion di Stato&#8221; serva soltanto per la repressione di gruppi eversivi e terroristici. Solo un pervicace e irriducibile provincialismo può portare certa opinione pubblica italiana a non capire che la Sicurezza di uno Stato dipende anche dalla gestione e dal controllo di fattori particolari, come la finanza e la gestione dei fondi sovrani, che sempre più, in questo periodo di crisi economica, sono stati oggetto di attenzione particolare degli organi di sicurezza. Solo dei provinciali, infatti, possono ignorare che le fazioni islamiche eversive, ad esempio, non si considerano forti solo perchè piazzano le bombe in obiettivi sensibili, ma anche per il forte potere finanziario, ancora largamente misconosciuto dagli apparati di Sicurezza occidentali. Cerchiamo pertanto di cogliere in questo 02 agosto 2011 l&#8217;occasione per una commemorazione della strage di Bologna senza strumentalizzazioni faziose e partigiane.</p>
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