4 ago, 2012
I media nella storia: la lunga “traversata nel deserto” di Emile de Girardin- Quinta parte
di Giorgio Frabetti- Figura discussa e giudicata in modo contrastante, affarista senza scrupoli o avanguardia della stampa liberale francese, Emile de Girardin, primo imprenditore della carta stampata (una specie di Walker francese) non trovò migliore descrizione se non nelle parole, paludate, ma lucide, di Louis Blanc: “Nel giornalismo andava introducendosi una Rivoluzione. Tra gli Autori di questa Rivoluzione, spicca Emile de Girardin, uno speculatore. Diminuire il prezzo dei grandi giornali quotidiani, accrescere la loro clientela con il richiamo dell’abbassamento dei prezzi dell’abbonamento, aumentando il tributo pagato alla pubblicità, divenuta sempre più importante, da parte di tutte le industrie desiderose di farsi conoscere: questo era il piano di Emile de Girardin. Si trasformava così in un traffico volgare ciò che è una Magistratura, quasi un sacerdozio; si proponeva di ampliare la parte dei giornali dedicata a una marea di avvisi mendaci, di raccomandazioni banali o ciniche, e questo sottraendo spazio alla filosofia, alla storia, alle arti, alla letteratura e a tutto ciò che, affascinandolo, eleva lo spirito degli uomini; in una parola, il giornalismo diventava portavoce della speculazione. Sotto questo aspetto non vi è dubbio che la nuova combinazione fosse condannabile”. Ma continua Blanc: “D’altro canto essa chiamava alla vita pubblica un gran numero di cittadini, che, per lungo tempo, ne erano stati allontanati a causa dell’alto costo dei giornali; disconoscere questo merito, era evidentissimamente ingiusto”. La “pietra dello scandalo”, il quotidiano che abbatte tutti i prezzi d’acquisto è La Presse (La Stampa), lanciato nel 1836, per far concorrenza a Le Siècle (Il Secolo), si rivela presto un eccellente affare, con 20.000 abbonati nelle classi medie, negli agrari agiati, nei commercianti. La ricetta del successo è il brio e lo spirito con cui il giornale propone l’”aria di Parigi”, oggetto di grande fascinazione presso le classi medie francesi. Un’operazione che a La Presse riesce perfettamente, grazie all’essenziale collaborazione della moglie di de Girardin, Delphine, animatrice di uno dei più brillanti salotti mondani parigini, Autrice delle “Lettere ai parigini”, che diventano fino al 1848 una rubrica delle più seguite e amate dal pubblico. E politicamente come era inquadrato il giornale? Lo abbiamo visto nelle precedenti puntate, è difficile, praticamente impossibile che le sorti di un giornale non siano schierate. Eppure, in questo senso, la storia de La Presse (e del suo fondatore) è particolare. Di idee repubblicane, di Girardin sarà oppositore di Napoleone III ed esule in Belgio, poi cercherà di inserirsi nel II Impero diventandone Ministro nell’ultima fase, quella parlamentare, con a capo del Governo Emille Olliver, infine deputato repubblicano fino alla morte avvenuta nel 1877. Un republicanesimo non proprio intransigente, che non a caso farà storcere il naso a non pochi contemporanei che vedranno in lui un soggetto oscillante, ambiguo o come dice Jean Jeanneney nella sua storia dei Media un tipo “poco consolidato”, mutuando un caustico giudizio di Proudhon: “Più andiamo avanti, più noto che quest’uomo ha uno spirito confusionario, ciarlatanesco, senza misura tanto nella cortigianeria, quanto all’opposizione”. In effetti, di Girardin, pur portando La Presse a livelli di grande sviluppo economico, non arrivò ad eguagliare il Times quanto a potere corporativo, a capacità di condizionare i politici e a imporre leggi favorevoli, mantenendo con la politica un ruolo poco attivo e comunque sostanzialmente subalterno. Eppure Napoleone III lo temeva e, anche quando i due si riavvicinarono politicamente, fu spesso sul punto di arrestarlo, fermato in tempo da sua moglie, che di Girardin era una devota ammiratrice. Se davvero era una specie di cialtrone, perchè allora temerlo come faceva Luigi Bonaparte? E se davvero era un cialtrone, possibile che di Girardin avesse carisma? A queste domande, si può solo rispondere dando atto che di Girardin era entrambe queste cose: popolare, al limite del naif e carismatico. E, in quanto carismatico, i suoi giudizi politici (e non solo) avrebbero potuto trovare un seguito e ciò non poteva impensierire un politico di rango come Napoleone III. Ma in cosa avrebbe potuto essere autorevole un soggetto come Di Girardin, che non lesinava, in nome delle vendite, a fabbricare prodotti ultra-popolari, al limite per massaie? Lui che era stato l’inventore dei primi giornali “fai da te” (tipo cose di casa), del giornalismo sportivo, del romanzo d’appendice, che aveva portato la pubblicità nella stampa, involgarendo un’Istituzione che nei giorni gloriosi della Rivoluzione aveva reso grandi servigi alla Libertà! E di naivete lo accusavano i suoi amici repubblicani, quando sospettavano che, dietro la continua e instancabile ricerca di soluzioni di lancio sempre più popolare dei suoi prodotti editoriali, stesse annacquando una proposta di politica popolare sì, ma dai contenuti più elevati. In realtà, il profilo politico relativamente basso di di Girardin è abbastanza caratteristico dell’epoca che va dal Congresso di Vienna, alla Rivoluzione del 1830, ai moti del 1848, alla cd Seconda Repubblica, cui segue immediatamente dopo il Secondo Impero di Luigi Napoleone (poi caduto con la guerra franco-prussiana del 1870). Il Secolo XIX è un secolo di grande instabilità politica, ma anche sociale per la Francia ed è caratterizzato da continui stop and go per la libertà di stampa. Le stesse leggi dell’epoca seguono questo andamento incerto (basti pensare che tra il 1815 e il 1848 vengono emanata ben 18 tra leggi e ordinanze su questo tema). La censura preventiva (lascito napoleonico) viene abolita all’indomani della Rivoluzione del 1830 da Luigi Filippo d’Orlèans per ingraziarsi il sostegno del suo quotidiano Le National, ma ciononostante non cesseranno le persecuzioni contro giornalisti oppositori: della serie, la libertà di stampa dei miei nemici è meno importante di quella dei miei amici! Grande condizionamento anche nel periodo pure formalmente liberale di Luigi Filippo e del Primo Ministro Guizot è esercitato dall’obbligo del quotidiano di presentare il cd “deposito cauzionale”, una somma di denaro sostanzialmente versata a garanzia di risarcimenti e di procedimenti per diffamazione, principale leva di condizionamento del Potere Politico su quotidiani per “calmare” giornalisti dalle posizioni scomode. Dopo una nuova esplosione della libertà di stampa che pare toccare livelli rivoluzionari nel 1848, ritorna la censura sotto la veste più raffinata elaborata da Luigi Napoleone: non una confisca, o una soppressione immediata, ma uno stillicidio, fatto di ammonizioni, sospensioni, soppressioni. Un sistema che non è rigido e duramente repressivo come altri, meno smaccatamente autoreferenziale del “sistema di controllo” di Napoleone I, che faceva scrivere gli articoli da pubblicare sui giornali dal Ministero dell’Interno, se non quando dall’Imperatore medesimo (e che guadagnò le critiche severe di Benjamin Constant che riteneva un tale sistema incapace di generare consenso); un sistema che lasciava anche un certo margine di modus vivendi tra Stampa e Politica, ma che è esiziale per l’immagine dei quotidiani, costretti, se incappavano in tali provvedimenti, in una vita grama di uscite a singhiozzo (che ne minavano nel pubblico la caratteristica attrattiva di “evento quotidiano”) e di smentite e dissociazioni (che ne minavano l’immagine di serietà e coerenza dei giornalisti). Ora, di Girardin era figlio di questa epoca, un’epoca in cui il ruolo stesso della Stampa non era “consolidato”; e non c’è da stupirsi se di Girardin, che all’indole giornalistica univa quello dell’uomo d’affari, spinto dalla necessità di restare “sulla breccia” e di non perdere l’attenzione del pubblico, mantenesse un atteggiamento editoriale ambiguo, sospeso tra il target commerciale e quello della stampa d’opinione. Certo, in un simile assetto istituzionale, non c’erano le condizioni, per un giornale che volesse sopravvivere, per iniziative clamorose come quelle del Times sul Rapporto sul Canada o sulla Guerra di Crimea: non c’era tempo e modo per Di Girardin di permettersi simili “schiaffi” alla politica. Forse il Ns. sperava di riuscire a diventare abbastanza influente dal punto di vista economico da giungere a simili libertà: ma non vi riuscì, o non ritenne maturi i tempi. Da questo punto di vista, la Stampa Francese si trova con Di Girardin in una fase intermedia, una lunga “traversata nel deserto” rispetto al consolidamento istituzionale (e corporativo) che avverrà solo verso la fine del XIX Secolo negli anni ‘80. Ciononostante, Di Girardin era temuto: temuto, in particolare da Napoleone III. Come spiegare questa apparente contraddizione? La si può spiegare pensando a quello che può ben chiamarsi ”grazia di stato” dei giornalisti, che, anche se pieni di ombre e di difetti, guadagnano col tempo e anni di lavoro, e con l’assidua e quotidiana frequenza del pubblico un’ autorevolezza intrinseca, che li rende molto influenti e ascoltati. E tale era certamente Di Girardin: anche se, a dire il vero, il Ns. il credito verso il pubblico non se lo era guadagnato solo con editoriali politici profondi, ma anche con pezzi di vita mondana e sportiva … Misteri della carta stampata! Avvertenza: Rielaborazione ragionata e sintetica dal libro di Jean Jeanneney, Storia dei Media, Editori Riuniti, 1996).