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“La tirannia dei valori” di Carl Schmitt

1553873748di Federico Mugnai- Ad Ebrach nel verde della Franconia si tenne nel 1959 un seminario divenuto celebre per l’intervento del giurista tedesco Carl Schmitt sulla “tirannia dei valori”. Il seminario in realtà non verteva sulla questione dei valori, ma come spesso accade fu una serie di casualità a spianare il terreno a Schmitt  per una critica radicale nei confronti di una parola troppo usata.  Negli anni seguenti, attraverso varie vicissitudini nacque proprio un saggio intitolato “La tirannia dei valori” con una prefazione dello stesso Schmitt al suo intervento ad Ebrach del 1959. Per riuscire ad arrivare a conclusioni chiare bisogna seguire passo passo il ragionamento di Schmitt che afferma come nel passato le cose avevano un valore, mentre le persone si distinguevano per avere una loro dignità. Con il passare del tempo anche la dignità si è trasformata in valore. Questo genera un primo problema di aprroccio, perché il valore aspira ad essere posto in atto. Ma come è stato possibile tutto ciò? La filosofia dei valori ha trovato terreno fertile durante il XIX secolo come risposta alla crisi nichilistica di quel periodo e si è sviluppata con l’economia politica, le “teorie del valore” di Marx, che farà del concetto di “plusvalore” il fulcro per la sua analisi economica nonchè uno strumento di lotta politica. Heidegger scriverà a tal proposito: “E’ nel XIX secolo che il parlare di valori diviene abituale e il pensare per valori normale. Ma con la diffusione delle opere di Nietzsche il fenomeno è divenuto popolare. Si parla di valori vitali, di valori culturali, di valori di eternità,….” Se Heidegger è interessato alla diffusione dei valori per criticarla da un punto di vista filosofico, rinvenendo in essa un surrogato della crisi della metafisica, Schmitt tratta il tema della “tirannia dei valori” come problema giuridico e politico. Il problema per Schmitt è che la libertà soggettiva della posizione dei valori conduce a un eterno conflitto dei valori e della vsione del mondo, cioè a “una guerra di tutti contro tutti”. Continua Schmitt: “Non importa che il valore sia soggettivo, formale o materiale: non appena appare, si attiva inevitabilmente uno specifico meccanismo mentale, connaturato a ogni pensare per valori. “ Il valore non ha un essere, ma soltanto una validità. Quindi, “chi dice valore vuole far valere e imporre. Le virtù si esercitano; le norme si applicano; gli ordini si eseguono; ma i valori vengono posti e imposti. Chi ne sostiene la validità deve farli valere. Chi dice che valgono senza che vi sia nessuno che li fa valere è un impostore.”  Schmitt ci ammonisce quindi di come una politica basata sui valori possa in realtà nascondere  un’intolleranza di fondo, un fanatismo della giustizia in nome dei valori stessi. In una concezione di valori, in un pensiero connaturato dalla filosofia di valori, il valore superiore ha il diritto e il dovere di sottomettere a sé il valore inferiore, e il valore in quanto tale annientare il non-valore. Ma c’è un rischio anche più grande: la negazione di un valore negativo può diventare un valore positivo. Come scrive Schmitt si rischia di trasformare “la nostra terra in un inferno, ma l’inferno in un paradiso dei valori.” Ciò che sta a cuore a Schmitt è l’uso della categoria “valore”, la cui estensione a sostegno di una vsione ideologica e politica può radicalizzare ulteriormente lo scontro, può cioè portare al fanatismo e al terrorismo della virtù. Si rischia quindi che il fine giustifichi i mezzi. Questa critica radicale nei conronti dei valori era utile a Schmitt per ridiscutere sulla crisi diritto internazionale e del nuovo ordine mondiale, opponendosi alla reintroduzione dei vaolri, cioè della morale nel diritto e nella politica. I valori secondo Schmitt non uniscono una società, non garantiscono nulla e non rendono immuni da regressioni nella barbarie.Inoltre la pluralità dei valori implica la loro realtività e quindi la loro reciproca svalutazione. Finiscono per diventare merce o poco più proprio come nel mercato economico. Per questo Schmitt con parole sublimi ci ammonisce affermando come “una coerente filosofia dei valori della libertà non può accontentarsi di proclamare la libertà come valore supremo; deve capire soprattutto che per la filosofia dei valori non solo la libertà è il valore supremo, ma anche la libertà dai valori è la libertà suprema.” Queste pagine sono così attuali, perché ci invitano a pensare prima di usare un determinato termine; ci invitano a riflettere ad esempio al di là dei valori della Costituzione troppo spesso utilizzati per generare uno scontro tra opposte fazioni e ritardarne il cambiamento di contenuti adegunadolo all’epoca in cui viviamo. Non solo, ma il rischio concreto è di rimanere aggrappati ad una mentalità vetusta ed antiquata incapace di pensare una politica che sappia rivolgersi al futuro senza far prevalere in nome di “valori sacri” logiche lontane nel tempo e superate dagli inevitabili cambiamenti politici, sociali ed economici. L’offerta politica odierna è purtroppo schiava come non mai del suo passato.

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  1. Francesca scrive:

    Consiglio la rilettura di una celebre figura della “Fenomenologia dello Spirito” di Hegel: la virtù e il corso del mondo. Mi sembra esplicativa. Per tornare a Schmitt, non credo che né lui né tanto meno Heidegger, a causa del loro trascorsi, possano dare lezioni sulla tirannia dei valori. La chiave etico-politica della critica di Schmitt è facilmente inquadrabile nella sua critica feroce ai sistemi politici liberali (si veda la sua Teologia politica) e il suo inneggiare alla “libertà dai valori” appare quantomeno sospetto. Forse è proprio la presunta “libertà dai valori”, perlomeno da quelli ritenuti scomodi, che ha corrotto tragicamente l’uomo del Novecento. A tutto ciò preferisco la sublime subordinazione della politica alla morale del genio di Koenisberg.

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