5 mar, 2012
Sfida alla Democrazia, la stabile instabilità dei Partiti Politici in Italia: tredicesima parte
di Giorgio Frabetti- I partiti politici sono elemento essenziale e indefettibile delle democrazie liberali e pluraliste come la Nostra. Può sembrare strano se non assurdo questo assunto oggi ai tempi del Governo Tecnico, la cui concezione parrebbe di diametrale contrasto con una riaffermata centralità del partito politico; ma così è (e non pare). Finchè cioè non saranno intervenute circostanze tali da mettere in crisi l’attuale regime di democrazia parlamentare e partitica (e l’attuale congiuntura tecnocratica non lascia prevedere nulla in questo senso), finchè non verranno meno i caposaldi della Democrazia della Rappresentanza, i partiti esisteranno sempre. L’ipotesi di una Democrazia Parlamentare senza Partiti, o meglio senza politici di professione, basata sull’impegno della Società Civile è stato un mito accarezzato da non poca scienza politica italiana della seconda metà del XX Secolo; in senso critico da Mauro Calise, in senso possibilista da Roberto Ruffilli e da Nicola Matteucci; specialmente quest’ultimo ha cercato di fare dell’anti-partitocrazia la bandiera di una “rifondazione liberale”, vedendo nella fine della Partitocrazia della Prima Repubblica la strada per nuove forme di impegno politico più diretto della Società Civile e maggiori “porte girevoli” tra Politica e Società. Una visione che ha alimentato il mito delle “liste civiche”, del “Partito dei Sindaci”, non poca mitologia berlusconiana (il self made man prestato alla politica), e in fondo anche il mito delle primarie. Una mitologia “direttista” che ha dominato almeno per un buon quindicennio negli ultimi anni, una visione molto coltivata in circoli sicuramente all’avanguardia come Il Mulino (da cui proveniva Matteucci), che hanno auspicato una nuova èra di “cittadinanza attiva” dopo la fine della Partitocrazia e l’inizio delle politiche di privatizzazione, ma che non ha considerato i condizionamenti indotti da una società iperstatalizzata come quella italiana (priva di tradizioni di “cittadinanza sociale” come negli USA): in questo senso, quindi, se è stato (relativamente) facile trasferire poteri pubblici dalla Società Civile allo Stato, più difficile, è stato realizzare il trasferimento inverso. In particolare, certo “direttismo” non ha colto che l’impegno politico nei partiti dal XVIII in poi non nasce come generico “volontariato” per … fare qualcosa (magari di buono), quanto in relazione alla nuova “contendibilità” del Potere Pubblico, che sorge con l’espropriazione dei tradizionali poteri feudali e comunitari da parte dello Stato Moderno. I termini attuali della “contendibilità” del Pubblico sono abbastanza omogenei da allora in avanti: oggi sono le questioni di finanza sovrana, da cui Cittadini e Stato sono sempre più espropriati, ma da cui dipende la sempre più complessa macchina del Welfare moderno e il delicato gioco di equilibri, compensazioni e opportunità che ad esso è legato. In questo senso, il Trattato di Maastricht ha riposizionato negli anni ’90 il gioco politico tra gli “apocalittici” del nuovo corso (Lega, Forza Italia, poi PDL) e “integrati” (Ulivo). Comunque, finchè la sfera pubblica sarà contendibile, i partiti ci saranno sempre: ecco formulata una facile previsione. Dopo, si potrà discutere sul tipo di partiti che si contendono la sfera pubblica (se partiti di quadri, partiti di massa etc.: evidente i Circoli del XVIII Secolo non sono il PDL attuale), se si tratta di partiti più o meno corrotti (la corruzione di un’Istituzione insegna Toni Negri può non determinarne la fine), ma questo è il dato essenziale. La storia dei partiti, però, è anche una storia della riscossa dei vinti, dei vinti, cioè, che fanno la storia, come insegnava Carl Schmitt. Lo cogliamo ad esempio nei movimenti “apocalittici” come il movimento mazziniano che raduna operai, artigiani, nullatenenti esclusi dal nuovo corso di politica “neoborghese” dell’Italia; lo cogliamo nel movimento cattolico, che, dopo l’Unità d’Italia, scende in campo per difendere le prerogative della Res Publica Christiana fin lì difese e rappresentate. Carl Schmitti spiega molto bene questo processo: il processo di rafforzamento degli Stati (ma oggi potrebbe dirsi dell’UE) è sufficiente a garantire l’Autorità in senso formale e legittimo delle Istituzioni, ma non a garantirne l’Autorevolezza, ossia la capacità di garantirsene il rispetto e la credibilità in senso morale. E’ proprio per integrare la Legittimità del Potere nella dimensione più ampia della Giustizia che molti partiti sono passati alla storia e hanno mantenere viva la loro funzione nella società. Per questo motivo, più che tra Destra-Sinistra, Conservatori-Progressisti, la linea di demarcazione dei Partiti passa attraverso un’altra classica partizione: tra fazioni “integrate” con il sistema politico, e fazioni “apocalittiche”, se non antagoniste. Così almeno è in Italia dal 1861, quando una classe politica (Destra e Sinistra) integrate nel gioco parlamentare e che aveva la sua base forte del potere nel controllo a fini clientelari dell’Amministrazione, è coesistita insieme ad una nuvola di movimenti critici del nuovo corso e del nuovo pre-potere statuale: dal movimento mazziniano, al cattolico, al socialista. Questa linea è tuttora presente nello scacchiere politico italiano (e forse enfatizzata dal Governo Monti), in cui accanto ai “partiti istituzionali” (PDL, PD, UDC) si trova una galassia di partiti dediti alla contestazione del “sistema” da Grillo a Vendola. Questi attualmente sono i termini del reale bipolarismo nello scacchiere politico italiano. Oggi, al tempo del Governo Tecnico, va profilandosi una resa dei conti tra “apocalittici” e “integrati” tanto aspra e radicale. Il Governo Tecnico Monti ha solo rinviato una sfida elettorale difficile, ma non è certo che tale Esecutivo possa farsi protagonista di una soluzione-ponte di “larghe intese” per ammortizzare l’impatto sul sistema politico del “voto di protesta”; in effetti, non è incoraggiante che al momento nei sondaggi i consensi dei partiti “montiani” arrivi al 52-54% (percentuali da pentapartito 1992: poco per legittimare un Governo di larga coalizione anche dopo il 2013). La sfida del futuro sarà comprendere se questi movimenti di protesta siano recuperabili e in che modo al gioco bipartitico apparentemente più ovvio e consolidato, l’alternanza PDL-PD. Con tutti i distinguo del caso, io ritengo che alla domanda si debba rispondere sì. I partiti PDL-PD sono scatole vuote, nessuno può metterlo in dubbio; ma paradossalmente questo è anche un punto di forza. PDL-PD, infatti, sono “partiti pigliatutto”, con l’unica missione di vincere le elezioni e capaci, per questo, di andare al seguito di tutti e di chiunque sappia comunque regalare un risultato elettorale vantaggioso. Questa situazione presenta vantaggi a chi intenda farsi protagonista di iniziative nuove, perché apre spazi di contendibilità a chiunque lanci un’OPA sul Partito: si profilano cioè non trascurabili margini di rinnovamento, nella perfetta continuità dei soggetti politici. La continuità dei partiti è garantita dall’unica vera missione che è assegnata ai Segretari di partito: vincere la competizione bipolare, con chi e come non è importante, conta il risultato. Né dobbiamo vedere nelle Primarie, come usualmente si crede, un fattore di destabilizzazione, bensì come un fattore di stabilizzazione delle Dirigenze. Il PD insegna: pensiamo alle anomale forme di lotta dei “rottamatori” (Renzi, Civati,: lotta entro il PD, con tratti di fronda magari, ma senza mai parlare di scissione. Pensiamo poi alle primarie appaiono uno strumento utile per scaricare su una coalizione più ampia profitti e perdite di determinate alleanze e alchimie politiche, bilanciando le partite. Ciò ha consentito ad esempio a Bersani di subìre Vendola e soci, ma di partecipare agli utili dell’operazione in termini di ritorno elettorale e in termini di conservazione della nomenclatura di Segreteria. E’ oggi più probabile di ieri che anche il PDL di Alfano si accoderà alla logica delle primarie, come l’unica in grado di mantenere una continuità di potere alla nomenclatura PDL, finita l’èra del leader carismatico Berlusconi. Posta questa premessa, la previsione del futuro dei partiti, la visione dei nuovi movimenti si fa molto più complessa e nulla lascia intendere che il rapporto PD-PDL e … altri produca anche oggi un crollo degli attuali partiti maggiori (come capitò per DC e PSI all’indomani di Tangentopoli), come invece ritiene Giuseppe De Rita nel suo ultimo libro, Eclissi della Borghesia, analizzando il fenomeno delle liste civiche a livello locale. Certo, a proposito di queste esperienze, se si esauriscono nel localistico, ovvero in performance personali e di pura testimonianza, è evidente che tali iniziative sono senza sbocco; non può, però, essere sottovalutata la capacità di molte formazioni “civiche” di mobilitare elettori e risorse quando in gioco sono temi ecologici o decisioni assunte … altrove (pensiamo al problema delle quote latte!). E’ difficile dire qualcosa di conclusivo: io però sono fortemente convinto che anche nel “piccolo” dei piccoli movimenti siamo di fronte all’apertura di nuovi fronti di scontro e di contendibilità dello Spazio Pubblico, che chiamano in causa un ripensamento della protesta e della mobilitazione attuale, verso una forma di protagonismo politico più organico. Che attualmente trova in PDL e PD referenti finali, nonostante tutto, disponibili o quanto meno … contendibili a sua volta!