18 feb, 2012
Italia 1860-2012, Tutta un’altra storia- Dove nascono le ‘èlites’- Terza parte
di Giorgio Frabetti- “Qua è una gerarchia di nascita … Là una gerarchia costituita dall’ingegno … Poi una Gerarchia che ha per base la fortuna … E’ da desiderarsi che i titoli e i segni di distinzione sieno ben locati e con parsimonia concessi, ma non già vengano aboliti e villipesi”. Queste parole di Luigi Carlo Farini, poi esponente della Destra Storica Cavouriana, tese a “spiritualizzare” il concetto di nobiltà, sono il riflesso a livello di idee del rimescolamento delle classi sociali operato dalla fine della feudalità prima con la Rivoluzione Francese e l’èra napoleonica, poi con la Restaurazione. Sì perché arrivati al punto in cui siamo arrivati dobbiamo chiarire un concetto che abbiamo enunciato di sfuggita nella precedente puntata: perché questo stato di mortificazione fosse vissuto dai nobili anche sotto la Restaurazione che pure riportò al trono i vecchi sovrani cacciati dal ciclone napoleonico (Farnese, Lorena, Borbone etc.). Ora, senza volere e potere fare discorsi troppo lunghi, basterà dire che in Italia, a differenza ad esempio della Francia pre-rivoluzionaria, l’Aristocrazia feudale non si identificava con la Corte, con i Sovrani, con lo Stato. Non c’era quella dipendenza Re-Nobili che segnò la Francia almeno a partire dal Re Sole; al contrario, i feudatari riuscirono a mantenere una propria autonomia e talora conflittualità con i Sovrani italiani (Granduchi, Duchi o Re che fossero), esercitavano un potere praticamente assoluto nei loro feudi (anche in tema di giurisdizione penale e tributaria) e i Sovrani dovevano necessariamente fare i conti con loro. Rafforzandosi le prerogative sovrane nei termini descritti nella precedente puntata, a poco a poco questa nobiltà di campagna o di borgo fu sempre più declassata e emarginata dalla vita sociale e politica (questa è anche la storia di Monaldo Leopardi, padre di Giacomo). Declassati socialmente e politicamente, privati delle tradizionali prerogative feudali e di ogni reale possibilità di contare nei Consigli Comunali e nelle altre Assemblee, i nobili cercarono propositi di rivalsa animando Circoli; venendo poi a poco a poco in contatto con la borghesia priva di “sangue blu”, guadagnando così l’appellativo (ironico e beffardo) di “nobiltà repubblicana”. Nei libri di storia e nelle pubblicazioni, normalmente si legge che le incubatrici del Risorgimento furono il Conciliatore a Milano, la Nuova Antologia di Firenze, la Massoneria. Tutto verissimo e incontestabile. Ma nulla si dice o quasi del perché questi giornali divennero punti di riferimento; nulla o quasi ci viene detto delle esigenze che mossero il pubblico, le persone che dietro questi giornali si riconoscevano: come se la storia del Risorgimento fosse una storia astratta di idee, e non quel tessuto vivo fatto di uomini e di vita quotidiniana. In effetti, senza il fermento dei Circoli, non ci sarebbero stati in Italia né le Riviste, né il movimento delle Associazioni Segrete. La situazione che qui si descrive è molto simile a quella descritta da Francois Furet quando parla delle “società di pensiero” costituitesi in Francia prima della Rivoluzione Francese. Ma iniziamo con ordine. Tradizionalmente, il Circolo è appannaggio della casta aristocratica ed è precluso a chi non ha sangue blu: organizzati come società per azioni, per entrare in essi l’iscritto, oltre a versare la quota associativa, deve partecipare al mantenimento della struttura e alle spese per le pubblicazioni. Sono i Circoli nobiliari prima e borghesi poi, il pubblico di riferimento per le prime Gazzette e le prime Riviste come l’Enciclopedie in Francia, Il Caffè a Milano nel XVIII, il Conciliatore nel XIX Secolo, il primo embrione di mercato della stampa periodica moderna (è Furet a descrivere questi circoli come “brodo di coltura” delle sette e dei partiti che porteranno allo sconquasso del 1789!). Luoghi di svago riservato a chi ha tempo da spendere e da impiegare, aperti dalle prime ore del mattino fino a notte tarda, in essi l’iscritto ha la possibilità, oltrechè di leggere Gazzette, anche di conversare tranquillamente in atmosfere confortevoli e riservate, di partecipare a feste da ballo, di giocare a carte o a biliardo, di ascoltare concerti o dissertazioni dotte. I primi anni dell’800, complice la legislazione napoleonica molto punitiva verso i nobili (che si abbatte sui circoli simpatizzanti l’ancième regime), segnarono l’avanzata dei “borghesi” in questa tradizionale prerogativa aristocratica: stiamo parlando dei Circoli più famosi come Milano la Società del Giardino, la Società del Casino a Bologna, frequentati da doviziosi possidenti, commercianti, banchieri, funzionari pubblici e militari. Nel XIX Secolo, i Circoli divengono la cartina di tornasole dei rapporti di forza tra “vecchia” e “nuova aristocrazia” e ben presto, a partire dagli anni ’40, l’associazionismo più diffuso è proprio quello che vede “mischiati” borghesi e nobili “repubblicani”. Decadono le tradizioni arcadiche ed erudite delle classiche “accademie” nobiliari e l’interesse per le discipline “pratiche” vi prende il sopravvento (e di lì a poco la politica). Vi compaiono i nomi dei “Padri della Patria”. A Torino, negli anni’30, fondatore del Circolo del Whist è Camillo Benso Conte di Cavour (che sarà più tardi Direttore anche del giornale Il Risorgimento, che detterà le linee della ripresa dell’iniziativa unificatrice del Piemonte dopo le delusioni del 1848). In Toscana troviamo, intellettuali come Gino Capponi, Bettino Ricasoli nelle “associazioni scientifiche” più varie (non dimentichiamo che la Toscana in questo è all’avanguardia fin dal 1700 con la fondazione sotto il patrocinio del Granduca dell’Accademia dei Georgofili), oltre al grande movimento creatosi attorno a Gian Pietro Viesseux a Firenze, il quale fonderà il celebre Gabinetto Viessuex. Filantropia e Interesse Scientifico dominano, almeno nei primi tempi, in queste associazioni. Innanzitutto, la beneficienza è il banco di legittimazione sociale di questa “neo-aristocrazia” che si va via via formando e grazie ad essa personaggi senza sangue blu, ma facoltosi, possono iniziare a farsi ricordare (complice una targa, un busto) quali Benefattori di Ospedali e altre Opere Pie (pensiamo ad esempio all’impegno, finanziario e non, profuso da Capponi e Viesseux che seguono nelle tradizionali istituzioni delle “Misericordie”). Di qui, il pullulare di iniziative per asili d’infanzia, per diffondere l’alfabetizzazione: ma è di questo periodo, anche la fondazione delle prime Casse di Risparmio e delle prime embrionali “banche mutualistiche” che saranno alla base del Credito Cooperativo che negli anni ’60 dell’800, auspice Luigi Lattazzi, sfocerà nell’esperienza delle Banche Popolari (Milano e Modena, in primis), vera spina dorsale della cultura del risparmio, per cui la Penisola è ammirata in tutto il mondo. Senza contare il grande interesse scientifico e il grande interesse per la biologia, abbinata (e non avrebbe potuto non essere) all’agricoltura, in grande espansione anche nell’800 e appannaggio di illustri personaggi come Ricasoli, rampollo di una Dinastia Toscana che già sotto i Lorena aveva reso celebre nel mondo il Chianti con le sue vigne. A conclusione di questa seconda puntata, deve dirsi quanto segue. Bando ad equivoci, è certo che in questi Circoli nasce quella borghesia nazionale moderna che Giuseppe De Rita ha descritto (e paventato l’estinzione) nel suo ultimo libro l’Eclissi della Borghesia. Nasce una classe di possidenti “illuminata”, consapevole dei propri Doveri verso la Società e i Poveri. Al punto, però, in cui siamo arrivati è necessario farsi una domanda: ma è questa borghesia anche un partito politico, capace ad esempio di iniziative paragonabili a quelle del Terzo Stato sotto la Rivoluzione Francese? Se si fa eccezione per Carlo Cattaneo e per la sua Società di Accompagnamento già proiettata nella problematica pauperistica che sarà propria di non poco associazionismo operaio post-unitario, se si fa eccezione per Giovanni Lanza il quale, dopo aver aderito all’Associazione agricola subalpina, morde il freno dicendo “non mi sono iscritto per imparare la coltivazione dei cavoli”, i principali esponenti di questa vera “primavera associativa” (Viesseux in primis) non hanno idee sul futuro politico e istituzionale dell’Italia. Tantomeno, pensano ad un’Italia come Stato Unitario (idea che di fatto diverrà attuale, quasi casualmente nel 1859). Al momento, questo fervore esprime un “movimento sociale” di diffuso impegno sociale, genericamente disponibile a riforme liberali (Parlamenti, libertà di stampa), ma senza stravolgere l’impalcatura dagli Staterelli italiani. Questa “neoaristocrazia” da Aosta a Napoli è più impegnata a chiedere ai politici di non essere ostacolata nelle proprie libertà associative che a chiedere Unità Nazionale e libertà dallo Straniero. Esprime una koinè, una specie di tratto unificante della sociabilità “repubblicana”. Anche nelle rivendicazioni politiche, che talora si esprimeranno attraverso moti rivoluzionari (specie nel 1831) a contare saranno di più istanze locali, di insofferenza verso un’Autorità Costituita ottusa, poco incline a riconoscimenti verso queste nuove forme di protagonismo politico. Solo nel 1848 (in nome dell’equivoco giobertiano) sembrerà prossima un’unità sul piano politico, presto naufragata in mille divisioni che affondavano in localismi tenaci e particolarismi. Ma sulle posizioni politiche relativamente alla “questione nazionale e italiana” tratteremo nella prossima puntata.