14 feb, 2012
Sfida alla Democrazia- La critica marxista alla Liberal-Democrazia: decima parte
di Giorgio Frabetti-Il marxismo è (insieme al pensiero roussoviano) la più grande critica all’idea di “Democrazia Rappresentativa” secondo il modello contrattualistico e hobbesiano descritto nelle precedenti puntate. Come nota acutamente il politologo Prof. Giorgio Galli, “il marxismo muove dall’affermazione che lo sviluppo del capitalismo moderno, della società industriale che poi sarebbe stata detta avanzata crea nella distribuzione della ricchezza (in forma di capitale e, quindi, di controllo dei mezzi di produzione) e del potere economico disparità tali, tra chi detiene e chi non detiene tali mezzi, da rendere puramente teorica l’eguaglianza sotto il profilo giuridico e dei rapporti politici. In base a questo assunto, Marx ritiene che la democrazia rappresentativa, che lui definisce borghese, sia puramente formale e tale da tradursi di fatto in quella che potrebbe benissimo essere definita una sostanziale dittatura della borghesia”. Una valutazione assolutistica, puntualmente oggetto della critica del Prof. Galli secondo cui “lo spettro del comunismo” che si aggirava in Europa nella seconda metà del XIX Secolo, “ha dato luogo a una risposta di pensiero ed istituzioni politiche (dal contratto alle società che Raymond Aron definisce “costituzional-pluralistiche”) che hanno aggiornato la cultura e il sistema di egemonia patriarcale che dalla fine del XVII Secolo a oggi ha accompagnato lo sviluppo della moderna società industriale”. Secondo Galli, (una diagnosi che non è stata più condivisa dagli anni ’80 in poi) l’inserimento dei partiti marxisiti nelle “regole del gioco” democratico, complice l’estensione del suffragio ai non abbienti e il bipolarismo e l’alternanza al Governo creatasi tra partiti conservatori hanno avviato le società industriali ad un’ulteriore progresso e redistribuzione della ricchezza (Bipartitismo imperfetto). Uno dei grandi problemi quando si accostano Marx dipende dalla vastità della sua cultura: Marx ha preso posizione nei più svariati campi del sapere, dalla sociologia, all’economia, alla storia. E talvolta questi sono geniali ed illuminanti. Ho già confutato l’idea di Galli, secondo il quale il Comunismo un “propellente” utile per portare la teoria e le regole del gioco democratico alla massima affermazione col suffragio universale (come se le varianti del pensiero liberale da Locke in poi fossero solo “quantitative”, ovvero relative al suffragio, più o meno elitario). Una posizione rispettabile, che nasce dallo stesso atteggiamento ambiguo tenuto dal marxismo nei confronti delle democrazie liberali tra fine ‘800 e inizio ‘900, ora collaborativo, ora ostile, a seconda delle consuetudini di uno Stato piuttosto che un altro. In realtà, ad una valutazione più attenta, se c’è un assunto chiaro nel pensiero marxista è proprio l,a convinzione del rifiuto dei postulati contrattualistici delle Democrazie Rappresentative, in nome di una visione “rivoluzionaria” e dell’ “azione diretta”. Una inconciliabilità che parte da profonde radici filosofiche di Marx e dalla sua personale visione del “fine della storia” come orientata alla proletarizzazione del genere umano: “La libertà è un diritto assoluto, perché è proprio dell’uomo, come l’impenetrabilità della materia: è condizione simile a quella della sua esistenza. L’eguaglianza è un diritto assoluto, perché senza eguaglianza non esiste società. La sicurezza personale è un diritto assoluto, perché, agli occhi di ogni uomo, la sua libertà e la sua vita sono altrettanto preziose di quelle di un altro. Questi tre diritti sono assoluti, vale a dire non suscettibili di aumento, né di diminuzione:perché nelle società ogni associato riceve in quanto egli dà: libertà per libertà, anima per anima, per la vita e per la morte. Ma la proprietà … è un diritto al di fuori della società. Poiché è evidente che se i beni di ciascuno fossero beni sociali, le condizioni sarebbero uguali per tutti … Dunque, se noi siamo associati per la libertà, l’eguaglianza e la sicurezza, non lo siamo per la proprietà … Proprietà e libertà sono due cose che ripugnano invincibilmente l’una all’altra … Bisogna o che la società perisca, o che essa uccida la Proprietà”. Come uccidere la Proprietà? E’ presto detto: nelle controversie contro Bakunin ai tempi della Prima Internazionale del 1871, Marx teorizza la privazione dei “diritti politici” dei Proprietari, a favore dei Proletari. E’ la teoria della cd “dittatura del proletariato” che Marx concepisce in analogia con la prassi dei Comitati di Salute Pubblica. Secondo il Ns. giudizio, è difficile vedere una possibilità di conciliazione tra logica della Rappresentanza e marxismo, motivata, a quanto pare, da un allergia e da una sistematica “cultura del sospetto” verso le Istituzioni, ritenute foriere di “tutele acquisitive” verso chi le esercita (si vede la stessa diffidenza di Lenin e Luxemburg sulle tradizionali “lotte economiche” del Sindacato, sospettato sempre di corporativismo). Non può essere allora ritenuto casuale che il marxismo ha conosciuto più varianti in senso rivoluzionario che in senso liberal-democratico (vedi Lenin, Luxemburg). Né può essere ritenuto un caso, già all’inizio del XX Secolo, ma anche tra gli anni ’68-69 (in Italia-Autunno Caldo) lo scetticismo verso situazioni ove la rappresentanza parlamentare del movimento operaio e la sua integrazione legale e costituzionale aveva raggiunto livelli notevoli. Periodicamente, sulla scia della visione di Engels alla Seconda Internazionale, il massimo sviluppo in termini di rappresentanza democratica del mondo operaio veniva visto come la premessa di un prossimo Golpe borghese (in Italia questa fu la motivazione che fece nascere le BR a seguito della “strage di Piazza Fontana” ritenuta un superamento dell’offensiva antiproletaria del “sistema”). La Democrazia rappresentativa borghese non avrebbe potuto alla borghesia stessa di auto-delegittimarsi. Alla fine del Ns. discorso, viene più da pensare non che il marxismo sia un “corpo estraneo” al corpo delle dottrine liberali e che il marxismo che invece accetta le “regole del gioco” democratiche (vedi Berstein) … non sia più marxismo! Il punto più debole della teoria marxiana è l’individuazione di una sede della Sovranità e della Deliberazione Politica. In questo, la teoria maxiana radicalizza ed esaspera sul versante della teoria politica le contraddizioni e le aporie rousseaviane sulla cd “volontà generale” non delegabile dal Popolo. La comunanza di questa matrice anti-rappresentativa di derivazione rousseaviana non casualmente, secondo Noi, ha fatto approdare il marxismo nella sua versione leninista nell’istituzionalizzare tale “volontà popolare” nella cellula insurrezionale e poi nel Partito e nei delegati, i “Commissari del Popolo” che tale potere insurrezionale esercitano (notare di “potere commissariale” si parla anche nel Contratto Sociale). A questo punto, non può essere casuale la grande contraddizione comunista secondo cui la massima proclamazione della potenza della “volontà generale” ha coinciso con la massima estensione di un elitismo politico talmente ristretto da assurgere toni razzistici. Sui termini di questa “guerra civile” tornerò nelle prossime puntate: qui basterà ricordare come non possa essere ritenuto un caso per la storia d’Italia che la presenza del maggior partito comunista sovietico dell’Occidente abbia coinciso in Italia con il minimo se non inesistente consolidamento della Liberal-Democrazia. Nello stesso tempo, la natura irrisolta del Partito Comunista tra insurrezionale e istituzionale ha sempre alimentato entro il mondo comunista la diffusione endemica del terrorismo: da Trockji alle BR . E la lezione deve essere tenuta a mente anche oggi da chi, a cuor leggero, proclama facili “diritti di insurrezione” o all’azione diretta, come oggi succede in Grecia: allontanandosi dal gioco della Democrazia Rappresentativa, si alimenta una spirale tra terrorismo e delegittimazione delle Istituzioni Democratiche che inevitabilmente conduce a “soluzioni forti” o aberranti come fu per la guerra civile in Spagna nel 1936-39 o per il totalitarismo nazista. Crediamo infine essenziale liberarsi dalla rigida visione “finalistica” della storia di Marx (l’impoverimento generale è inevitabile, la rivoluzione è inevitabile). Una visione comprensibile che rispecchia il pessimismo di talune fasi negative della storia (come l’attuale), ma limitante. Marx ha storicamente ragione quando legge la storia come competizione tra gruppi. Ma la lezione liberale della storia ci insegna che non esiste Progresso o Regresso in assoluto, ma il Progresso dipende dalla capacità delle èlites. Ecco, allora, che dai suoi tempi la lotta economica e politica è evoluta: talora in peggio (come ora), ma talora anche in meglio. Ad esempio, tra fine XIX e inizio XX Secolo le concentrazioni borghesi (vedi Rosario Romeo) hanno consentito il decollo industriale; e un movimento sindacale capace, ha potuto cogliere le migliori occasioni che questa situazione offriva sul lato della distribuzione del reddito (cosa che non ha fatto il Sindacato attuale in Italia e in parte in Europa). Solo muovendoci in queste coordinate, la partita del futuro può e deve rimanere aperta. Non bastano “regole del gioco” a garantire il Progresso: occorre l’audacia e la fantasia dei propri cittadini a mettersi in gioco.
Sul rapporto marxismo-crisi economica-crisi della Democrazia si segnalano i coevi interventi di Michele Salvati sul Corriere della Sera del 10/02/2012 (vai al link:http://www.corriere.it/cultura/12_febbraio_10/salvati-capitalismo-da-domare_0a90da78-53e0-11e1-a1a9-e74b7d5bd021.shtml) e, in replica, “Il Foglio” con articolo di Berardinelli del 18/02/2012 (vai al link: http://www.ilfoglio.it/soloqui/12338#.T0D5RH3TDQc.facebook). “Il Foglio”, in realtà, nel criticare Salvati travalica il senso dell’articolo, prefigurandovi una previsione di ripresa del marxismo che almeno chi scrive non ha individuato. Entrambi gli articoli contengono un pezzo di verità, relativamente alle fin troppo note pressioni che il capitalismo esercita sulle Istituzioni Democratiche; “Il Foglio” giustamente denuncia l’inattualità di tirare fuori Marx. Il pezzo del Ns. sito (scritto nella più totale ignoranza di questo dibattito) credo trovi una sintesi. Vero, il marxismo è finito e non si riproporrà più nei termini noti per essere stato smentito e confutato dalla storia. Rimarrà, però, la sua portata di critica economicistica ma nichilistica verso la Democrazia, in termini almeno di una generica giustificazione della ribellione. Non ci sarà Lenin, ma i probabili successi di Vendola e degli ‘indignados’ in Grecia devono fare riflettere che, con la crisi, ci proiettiamo certamente alla vigilia di una nuova stagione “massimalista” della politica con effetti imprevedibili. Ne deriva la forte delegittimazione del “patto costituzionale” eletti-elettori che è incarnata dal vincolo della Rappresentanza, certamente. Come uscire? Può il liberalismo sopravvivere? Sì, se recupera le basi di un liberalismo/conservatorismo compassionevole, senza limitarsi ad astratte teorizzazioni o confutazioni accademiche, ma aperto alla praticità dei problemi che la crisi economica induce. Punto che si imposterà nel prosieguo di questa serie (già nella puntata 12 dedicato a Rousseau) e che non mi pare assolutamente colto nell’articolo di Bernardinelli.