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Italia 1860-2012, tutta un’altra storia. L’Italia quando non c’era l’Italia: seconda parte

GARIBALDI-A-CAPRERAdi Giorgio Frabetti- Come i grandi fatti storici, anche l’Italia Unita è nata … dal caso! Non è sorprendente che gli avvenimenti umani si verifichino al di fuori delle capacità previsionali degli individui: i fatti contengono in sé una “direzione” che è sconosciuta agli uomini che vivono il loro tempo schiacciati sul presente, fisiologicamente incapaci di prevedere il futuro. Comunque, venendo al caso italiano, una cosa è certa: di vera unificazione politica si comincerà a parlare solo dal 1848, quando, per motivazioni complesse, il Piemonte cavouriano con la sua Società Nazionale diverrà lo Stato Egemone del processo di unificazione. Prima, no: l’Italia sarà l’ennesima “creazione letteraria” di una nuova nobiltà “repubblicana” come si diceva allora, che amava incontrarsi con la borghesia colta nei salotti e nei Circoli e che puntava ad un riordinamento parlamentare e costituzionale, generalizzato negli Stati Europei (non ancora però paragonabile agli assetti costituzionali che dal 1848 vigeranno in Piemonte), ma senza concepire la cancellazione degli Staterelli che da secoli erano insediati nella Penisola. La formazione dell’Italia Unita nel 1860 segue un complesso itinerario contrassegnato, a partite dal XVIII Secolo, da un pesante rimescolamento del rapporto tra Popolazione, Territorio, Risorse, Dialettica Sociale (solo in alcuni tratti paragonabile all’attuale marasma indotto dalla globalizzazione), che aveva fatto venire a galla (anche allora) un grave problema di Insufficienza delle Istituzioni: prima cioè emerse l’insufficienza del residuo feudalesimo o degli ordinamenti oligarchici che erano sopravvissuti in Italia dopo lo splendore dell’epoca rinascimentale; poi (lo vedremo nella prossima puntata) emerse l’insufficienza delle Monarchie Amministrative accentrate della Restaurazione. Gli ordinamenti feudali e di derivazione medievale in cui consistevano Stati come il Regno di Napoli, lo Stato Pontificio etc. vengono in qualche modo travolti da cambiamenti epocali: innanzitutto dalla nuova dinamica negli scambi commerciali (specie di olio, seta, semilavorati) indotti dal riposizionamento delle Potenze Commerciali Europee nel quadro della Rivoluzione Industriale Inglese (ma ancora l’Italia nel XVIII non può dirsi industrializzata); in secondo luogo, l’aumento della popolazione, a sua volta, frutto di un miglioramento delle condizioni igieniche e sanitarie (dal XVIII le grandi epidemie, specie di peste, che avevano falcidiato in passato le popolazioni, si attenueranno molto, nonostante persistessero ampie risacche di malnutrizione). Le tradizionali organizzazioni sociali, economiche e politiche andarono in crisi: la tradizionale economia “cortese” all’interno del feudo e la (relativamente più recente) economia delle “cascine” erano espressione di un’economia chiusa, adatte per congiunture in cui il tasso di crescita della popolazione era basso e i ritmi produttivi molto ridotti. I primi a farne le spese, però, furono i “baroni”, ossia quei Signori che, pur all’interno dei singoli Stati, erano investiti di poteri come la giurisdizione, la riscossione dei tributi. Fino ad allora, la coesistenza di questi poteri feudali era entrata in concorrenza con le varie Monarchie, impedendo di fatto una vera unità legislativa e amministrativa. L’erosione dei poteri feudali, invece, propiziò quel processo di unificazione amministrativa e legislativa che sarà tipico degli ordinamenti napoleonici e successivi (vedi Codice Civile). Un’unificazione che sarà propiziata dallo sviluppo dell’agricoltura su cui politicamente si addensava la principale sfida del tempo, ossia assorbire bocche da sfamare e popolazione in eccesso. E’ arduo parlare in questi casi di integrazione economica del tipo di quella UE. Ma certo l’agricoltura contribuì non poco a sconvolgere equilibri territoriali ed istituzionali che fino a qualche anno prima erano ritenuti intoccabili: le bonifiche, il disboscamento dei terreni collinari, l’accorpamento di poderi per aumentarne la resa produttiva si fecero, anche contro il “parere dei Baroni”, i quali venivano via via delegittimando la loro prerogativa più tipica, il diritto di veto dall’iniziativa sovrana. E’ un classico la tendenza dei Sovrani Moderni ad imporsi sui feudatari e i loro particolarismi: così fu per Filippo il Bello nel 1300, che ebbe ragione dei feudatari per proteggere la libertà di movimento dei mercanti; e tanto potè nel XVIII Secolo il liberismo agrario. In questo periodo si delineò un processo teso alla trasformazione dei Possessi feudali in possessi privati normali (allodiali): un’iniziativa, che, mentre comportava un netto declino e declassamento della tradizionale organizzazione feudale comportò l’ascesa di un’altra classe sociale certo “borghese” come mezzadri e fattori, forti anche dei progressi della tecnica agraria. A beneficiare professionalmente ed economicamente del nuovo corso furono essenzialmente i Mezzadri (che erano i “gestori” dei terreni dei Nobili), i grandi affittuari “capitalistici” che non a caso saranno i primi ad arricchirsi sufficientemente per partecipare già a metà Settecento alle prime distribuzioni derivanti dalle prime Confische Ecclesiastiche (si pensi alla confisca dei beni dei Gesuiti in Sicilia nel 1750 e alla confisca della Cassa Sacra di Calabria in occasione del terremoto di Reggio Calabria del 1768, senza contare le confische del XIX Secolo), con ciò dando corso ad un processo che sarebbe divenuto massiccio per motivi politici nel periodo napoleonico e nel periodo post-unitario: la progressiva sostituzione ai nobili di “borghesi” nella proprietà agricola e latifondista (emblematica in questo senso la successione Principe di Salina-Calogero Sedara descritta nel Gattopardo da Tomasi di Lampedusa). Un avvicendamento (lo ripetiamo) che, nonostante l’accelerazione della Rivoluzione del 1789, non ha nulla di rivoluzionario (contrariamente a quanto sostiene Marx) e che fu piuttosto il derivato di un processo di aggregazione dei poderi (contro i particolarismi feudali) indotto da esigenze produttive (vedi istituzione della “fattoria” che era un centro di lavoro che coordinava più terreni), ovvero da un processo di selezione darwiniana tra la nobiltà capace di stare al passo col tempo e quella più decadente (spesso, tra l’altro, minata da tabe ereditarie e malattie ereditarie a causa dei matrimoni tra consanguinei: vedi Vicerè di De Robertis). Comunque, lo ripetiamo, in queste congiunture storiche, non si ha integrazione economica, paragonabile a quella UE. Per questo, nonostante la sua imponenza, la “rivoluzione agraria” della Penisola non è la causa diretta dell’unità d’Italia, come pensavano molti storici e pubblicisti di Sinistra. Piuttosto, la rivoluzione agraria è quel big bang, che, mandando in crisi precedenti equilibri sociali e feudali (con una pesante accelerazione durante la Restaurazione, lo vedremo), genererà nella nobilità soprattutto una “massa critica” di spostati, di declassati, che cercherà di riposizionarsi all’interno delle loro società, cercando un nuovo protagonismo politico e che sarà “brodo di coltura” di quelle Società e quei periodici come il Gabinetto Viesseux di Firenze, o il Politecnico di Milano dove la nobiltà cd “repubblicana”, incontrandosi con la borghesia colta e “illuminata” incuberà l’idea di Italia Unita (nei termini che vedremo nella prossima puntata). Qui basterà di ricordare un aspetto reale e fondamentale del processo di unificazione italiana: questa, infatti, fu prima integrazione culturale e politica poi (e solo secondariamente economica) delle èlites nobiliari e “borghesi”, della cd “nobiltà repubblicana” per come avremmo modo di descriverla nella prossima puntata (in questo, si tratta di un processo “unionista” del tutto opposto a quello ad esempio in atto nell’UE, dove l’unificazione economica precede quella politica, con esiti incerti). Il vero file rouge che sta dietro alla storia dell’Unità d’Italia (come vedremo in questa serie) più che i fatti più o meno epici e d’armi è la smania di protagonismo politico di questa nuova borghesia (o nobiltà repubblicana), il suo sfrenato bisogno di “contare” nella scena politica, di affermare il proprio ruolo dirigente. Se si ignora questo soggetto borghese, la storia d’Italia è assolutamente incomprensibile.

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