29 gen, 2012
Sfida alla Democrazia- Il commento di un lettore
AVVERTENZA: Siamo molto contenti di pubblicare un testo che commenta, in modo molto puntuale e dettagliato, la settima parte della Ns. serie Sfida alla Democrazia. A parte la soddisfazione per i frutti di un lavoro decisamente impegnativo, e pur non condividendo parte delle conclusioni e delle premesse dell’amico Schepisi, l’occasione ci è gradita per compiacerci di avere trovato, nelle Ns. scorribande sul web, un lettore capace di leggere i fenomeni politici con tanta profondità. Non è semplice coltivare in questi tempi di crisi e di degradazione generale, la “riflessione impegnata” sulla politica; l’amico Schepisi ci riesce e conforta anche Noi di ArezzoPolitica nel continuare in questa pur difficile e ardua operazione.- di Vito Schepisi- Senza andar troppo indietro nel tempo, a cercare nella filosofia di Hobbes le ragioni delle “regole” politiche per la convivenza e la democrazia, per ovviare ai rischi involutivi e alle tentazioni di colpi di mano, ci basterebbe comprendere lo spirito della nostra Costituzione.
Ma, prima di parlarne, conviene comprendere anche le ragioni per le quali la nostra “democrazia” sia diversa da quella delle altre nazioni europee.
Solo un breve cenno, altrimenti ci perderemmo nella disamina della nostra storia repubblicana.
Possiamo dire sin da subito, che alla legittimazione del Parlamento, come da Costituzione, in Italia si è fatto passare il principio della legittimazione del “arco costituzionale” e poi del “fronte antifascista”. Dalla seconda metà degli anni 60 in poi, queste “legittimazioni” hanno costituito i preamboli di ogni provvedimento politico e di ogni discussione sulle alleanze, sulle scelte e sui programmi. Se Hobbes scrivendo il Leviatano ha pensato allo Stato come un mostro in cui il suo tessuto sia costituito dai suoi cittadini, l’ha fatto perché ha voluto immaginare uno Stato formato da altrettante esigenze e differenze (libertà), ma che reggesse perché ciascuno – come parte del tutto – rinunciasse a una parte della sua libertà delegandola ad una Autorità. Ma sin da subito, in Italia, si è voluto affiancare all’autorità dello Stato, esercitata attraverso i suoi ordinamenti – il Parlamento, la Presidenza della Repubblica, il Governo e la Magistratura – i preamboli dei partiti, cioè la condizione pregiudiziale di legittimità. La partitocrazia in Italia si è radicata in una condizione in cui è venuta meno l’uguaglianza di tutti i cittadini. L’art. 3 della Costituzione che, come se fosse un elastico, è stato più volte esteso per usarlo contro il “nemico” politico, è stato da subito superato da quella che possiamo definire una nuova “Costituzione di fatto” che ha sostituito quella scritta dai Costituenti. Non più i cittadini hanno una pari dignità sociale, ma solo quei cittadini che rientrano nei casi previsti dai preamboli. Ma saremmo in tema se, parlando dell’art.3, ci soffermassimo sull’art 68 della Costituzione, nella sua formulazione originaria. Non a caso sempre i Costituenti avevano voluto sciogliere un principio “assoluto” della democrazia che l’art. 3 poteva imbrigliare. L’art. 68, modificato improvvidamente nel 1993 da un Parlamento intimidito dalla Magistratura, all’apice del suo spolvero nella stagione di Mani Pulite, aveva per scopo quello di non consentire a una Funzione dello Stato, priva di legittimità popolare, com’è la Magistratura, a cui si accede per concorso e la cui disciplina è regolata da un Consiglio corporativo, di poter modificare, incidere, legittimare o meno, ovvero selezionare le scelte politiche e con queste gli uomini e le maggioranze stabilite dal corpo elettorale. L’art. 3 e l’art.68 (nella sua formulazione originaria dell’immunità parlamentare) hanno convissuto nella Costituzione Italiana fino al 1993, senza contraddirsi, perché è la democrazia stessa che chiede che l’autorità dello stato sia pari alla porzione di libertà individuale che ognuno gli delega (Hobbes). Passare, infine, ad alcune osservazioni sull’art. 67 della Costituzione, viene spontaneo. Se il Parlamento, su richiesta della Magistratura, autorizza, o meno, le misure restrittive, o i provvedimenti sulla corrispondenza e sulle comunicazioni, ovvero sul suo uso in procedimento, dei membri delle Camere, è lecito chiedersi se sia possibile che, a dispetto dell’art.67, che libera il parlamentare dal vincolo di mandato, queste autorizzazioni siano o meno concesse seguendo una sostanziale disciplina di gruppo? Discutere sulla “eticità” di un principio di indipendenza, garantista e liberale, potrebbe sviarci dall’affermazione di un altro principio, questa volta più democratico che liberale. Se accettassimo le regole della democrazia, per la quale ha il diritto di governare chi ha più consensi popolari, come si può pensare che il mutare dello stato d’animo del singolo possa mutare il principio della sovranità popolare? La democrazia sancisce, anche, che il diritto di una maggioranza si trasformi in dovere verso gli elettori. La Costituzione è stata pensata in un momento difficile per il Paese. Si usciva da una guerra e da una dittatura. In Italia, già da allora, c’era una radicalizzazione del confronto politico. Anche la Costituzione ne ha risentito. Non è accaduto per lacune o omissioni nel pensiero dei Costituenti, né per approssimazione, quanto invece per ricercare i necessari compromessi. Ora è tempo che l’Italia se ne esca. La democrazia è ora adulta, e sarebbe in grado di fare le sue scelte attraverso il pieno consenso dei suoi cittadini. La Costituzione ha cucito al Paese un abito partitocratico, con un tessuto inamidato per la sua rigidità; ma alcune contraddizioni, che oggi emergono, non possono reggere ancora per molto, salvo assistere allo sfaldamento sociale, prima che economico-finanziario, del Paese.
E’ molto appassionante, Vito, seguirti in questa Tua articolatissima visione della storia politica italiana degli ultimi anni. Non so se riuscirò a rispondere ai tanti aspetti che hai tirato in ballo, ma fin da adesso posso dirti che presto sul sito compariranno testi dedicati a sviscerare in modo sistematico la storia politica, sociale, economica e culturale dell’Italia, che da adesso Ti invito a seguire e dove certamente potremmo riprendere le Tue riflessioni. Quello che ti posso dire è questo. Sulla tendenza del PD ad essere onnipervasivo … è vero, ma questo per l’innata natura “trasformista” delle formazioni italiane. In Italia ci sono o partiti deputati per sempre all’opposizione e alla lontananza dal Governo (vedi PCI), ovvero “partiti pigliatutto” (come PD, ma anche PDL) senza identità ideologica e sociale, ma essenzialmente funzionali all’occupazione del governo e al controllo clientelare della società. La politica in Italia purtroppo è plasmata in funzione di questa “vocazione ministeriale”. Inutile dirti quanto ciò sia deleterio. Tu dici che negli anni ‘90 il centrodestra è divenuta la vera forza “proletaria”, laddove la Sinistra è divenuta espressione delle èlites. E’ molto suggestivo quello che dici e credo sociologicamente sia vero (pensiamo al dibattito nei primi anni ‘90 su quanti iscritti CGIL erano nella Lega). Ma attenzione, il “popolo” del centrodestra è il “popolo delle Partite IVA” e degli autonomi che protesteranno contro la “minimun tax” nel 1992. Un “popolo” apparentemente invisibile, certamente composto da lavoratori manuali, già sindacalizzati, ma non del tutto “autonomo” dallo Stato, perchè favorito nella sua crescita dalle maglie e dalle incertezze della fiscalità del lavoro autonomo degli anni ‘70 e ‘80. Una fiscalità “allegra” che ha fatto decollare i Distretti del Nord Est dell’Italia, cresciuto anche con un’ampia tolleranza di evasione fiscale, e che è figlia (imprevista e degenere) della “svolta dell’EUR” di Luciano Lama, che accettò una politica di moderazione salariale sui lavoratori dipendenti in cambio di una nuova fiscalità del lavoro (che finì tutta nella tolleranza dell’evasione, come compensazione di un sistema industriale e sindacale, ormai privo di tensione propulsiva). Una situazione ambigua che è una pesante anomalia nella formazione del ceto medio italiano e una pesante ipoteca rispetto ad una precondizione di ogni vera Democrazia: la trasparenza fiscale. Cari saluti.
Devo dire che la tua lettura è suggestiva ed in alcuni tratti abbastanza verosimile e conseguenziale. Non possiamo, però, omettere uno dei principi filosofici che è stato un filo conduttore, soprattutto dalla seconda metà degli anni 60, della politica dei cattolici in Italia. Sappiamo che l’Italia ha una sua particolarità tutta endogena. Ha al suo interno uno Stato di gran lunga preminente, per influenza internazionale e per numero di riferimenti, allo stesso Stato italiano. L’Italia, soprattutto nell’era DC, aveva un’ipoteca trascritta sul suo atto di sovranità. Non dimentichiamo, inoltre, che in Italia l’antagonismo politico era andato a modificarsi – dal confronto tra la destra storica, di provenienza liberale e risorgimentale, e la sinistra storica, socialista e poi anche marxista leninista – in un confronto politico preminente tra i cattolici ed i marxisti. Il moroteismo dalla seconda metà degli anni 60 è stato un pensiero molto profondo nel partito dei cattolici e nella strategia di quel partito. Per estrema sintesi i cattolici e Moro pensavano al coinvolgimento ineluttabile del processo di integrazione tra borghesia e proletariato e tale da rendere indispensabile una intesa indolore per i due partiti (DC e PCI) che da soli, insieme, raccoglievano il 73,08% (elezioni politiche del 1976) Poco meno di 3 voti su 4. . Una specie di patto di non belligeranza che è partito dall’espressione morotea delle “convergenze parallele” per mutarsi in quella meno geometrica e più esplicita del “compromesso storico”. Il rapimento di Moro bloccò quella operazione. La lettura più credibile che trova elementi di ragionevole attendibilità è che questa operazione delle BR sia servita a bloccare un processo che vedeva il Pci di Berlinguer correre troppo avanti nell’autonomia (la famosa via italiana) da Mosca.
Dopo la caduta del Muro, e poi tangentopoli, sono saltati tutti gli equilibri e le “suggestioni” dell’elettorato. E’ tornato preminente il confronto tra la “destra” e la “sinistra” colorito, però, dalle reciproche delegittimazioni. Tutto questo mentre gli effetti della prima repubblica avevano mutato il tessuto stesso degli elettorati. La borghesia, privilegiata dalle pratiche del clientelismo e dall’assimilazione nel processo burocratico del Paese, si è spostata a sinistra; ed il proletariato, tradito dalla consapevolezza di esser stato usato, e di dover pagare le conseguenze di uno Stato che sfornava fannulloni, si è spostato a destra.
Per colmo della nemesi storica poi, nel campo dell’innovazione e dei principali principi “rivoluzionari”, i conservatori sono diventati riformisti e questi ultimi, invece, conservatori. E non solo riferendosi alla Costituzione, ma a tutti quei vincoli che impediscono l’agibilità dei cittadini a maggiori libertà (economia, giustizia, fisco, sburocratizzazione e sovranità popolare).
Tornando ai partiti, oggi il PD prova a resettare il sistema per ripristinare il software originario e rilanciare l’idea di un compromesso che ovvi al confronto delle idee ma che instauri, invece, l’integrazione in uno stesso partito, o coalizione che sia, la focalizzazione del dibattito politico, emarginando tutto il resto. L’abbiamo visto con Prodi nel 2006 con la sistematica rimozione di ogni riferimento politico, legislativo e rappresentativo negli enti, in tv, sui giornali ( il caso Sircana-Corriere della Sera è un esempio) al contributo, al confronto ed alla legittimazione di una opposizione ( e Prodi non aveva la maggioranza al Senato!). Shut down Berlusconi non è solo l’odio contro un uomo controverso per la sua ricchezza e per i suoi modi poco politici e soprattutto poco “politicamente corretti”, è il sintomo di un voglia di regime in cui l’opposizione sia criminalizzata, ma nello stesso tempo così magnanima ed onnicomprensiva da integrare chiunque partecipi al circolo chiuso in cui si vorrebbe far sviluppare la “nuova democrazia”.
E’ un po’ come nello stile del vecchio pci (nessun nemico a sinistra). I democratici di oggi però si considerano onnicomprensivi dai liberali, ai centristi, ai moderati ai neo statalisti, alla sinistra tradizionale, rigorosamente post comunista, e persino a quella che non sconfessa niente del passato, e che se ne sente orgoglioso (nessun nemico in assoluto). Tanto onnicomprensiva da non ritenere utile niente altro, anche se l’avversario ottenesse maggiori consensi elettorali. Come il vecchio pci in modo più esteso.
Figuriamoci in che conto avrebbe le minoranze!
Caro Vito, ci ho tenuto molto a pubblicare questo articolo perchè connette il mio modesto “Sfida alla Democrazia” alle più profonde sfide dell’attualità. La tua lettura è molto coerente, nel tracciare il vizio di origine della Ns. Prima Repubblica. Per molti versi, la Prima Repubblica fu prosecuzione della guerra civile fascisti e antifascisti … con altri mezzi. Una guerra, già latente negli anni ‘20, tra settori tradizionali della borghesia italiana (accesi sostenitori del fascismo) e settori più “avanzati” (tiepidi, quando non avversi) e che Gramsci porterà avanti, teorizzando sostanzialmente la “guerra al ceto medio” borghese, ritenendo strategica la sconfitta della borghesia tradizionale, per rendere l’Italia più facile terreno alla Rivoluzione Comunista. Il confronto DC-PCI, gli equilibrismi tentati (dall’arco costituzionale agli “equilibri più avanzati”) furono tentativi di armistizio tra queste componenti della borghesia e del ceto medio italiano, ma molto precari. Su questo aspetto seguo perfettamente la Tua riflessione. Ma sulle conclusioni devio, perchè il confronto berlusconiani-antiberlusconiani degli ultimi vent’anni segue un decorso, solo parzialmente in continuità. La compagine quadripartita al Governo nel dopoguerra per 60 anni, non reagì alla sfida della guerra civile, apprestando le tecniche per una rotazione incruenta e razionalizzata tra i settori della borghesia, ma reagì estendendo l’interventismo dello Stato, gonfiando lo Stato Sociale, nella convinzione (che già fu di Depretis, Crispi e Giolitti) che, accrescendo la dipendenza della borghesia dallo Stato, i contrasti in seno ad essa si sarebbero stabilizzati. Anche per questo, il corporativismo in Italia è cresciuto a dismisura, con effetti deleteri sul Ns. sviluppo economico. L’impazzimento del sistema, di cui la “guerra civile” tra berlusconiani e antiberlusconiani, deriva dalla fine di questo sistema di compensazioni (con la caduta del pentapartito ad opera di Tangentopoli). Caduto con Tangentopoli il perno su cui tale sistema si reggeva, caduta questa “cabina di regia” (DC-PSI-PSDI-PLI-PRI con la complicità del PCI), ne è sortita una lotta all’ultimo sangue nella società civile italiana per accaparrarsi il controllo dello Stato, ultimo depositario dei privilegi corporativi che da esso derivavano. Sbucato senza preparazione, il bipolarismo divenne un fattore di destabilizzazione: ogni frazione della società civile iniziò a temere che andando al Governo ora solo la Sinistra, ora solo la Destra potessero essere messi in discussione i meccanismi di compensazione (e talora di privilegio legislativo e amministrativo) di cui larghe frazioni di società civile avevano goduto. Di qui, l’incrudelirsi del confronto politico che alla fine paralizzò tutti i principali sforzi riformatori della Prima Repubblica.