27 gen, 2012
“Due concetti di libertà” 03): “libertà e sovranità” secondo Berlin
di Federico Mugnai- Nel capitolo VII di “Due concetti di libertà”, intitolato “Libertà e sovranità” scrive Berlin: “La Rivoluzione francese , come ogni grande rivoluzione, fu almeno nella sua forma giacobina, proprio una di quelle eruzioni di libertà “positiva”, di auto direzione collettiva da parte di un gran numero di francesi che si sentirono liberati come nazione, anche se il risultato fu per moltissimi di loro una severa restrizione delle libertà individuali. Rousseau aveva parlato con esultanza del fatto che le leggi della libertà possono dimostrarsi più severe del giogo della tirannide. La tirannide è una servitù verso dei padroni umani; la legge non può essere un tiranno. “ Questa lunga premessa è utile per riflettere sul sottile filo di rasoio nel quale si staglia il contrasto tra tirannide e libertà e su certi equivoci, nati da un’interpretazione eccessivamente “positiva” della libertà, senza tener conto della necessità del compromesso con la libertà “negativa”. Rousseau intendeva la libertà come il possesso illimitato da parte di tutti di una quota di potere pubblico che ha facoltà di interferire con ogni aspetto della vita di ciascun cittadino. I liberali della prima metà del diciannovesimo secolo (J. Stuart Mill, Constant e Tocqueville) previdero, correttamente , che un uso eccessivo di libertà “positiva” avrebbe potuto facilmente distruggere una quantità considerevole di libertà “negative”, e misero in evidenza come la sovranità popolare avrebbe facilmente potuto distruggere quella individuale. Mill spiegò ad esempio che il governo popolare, nel suo senso del termine, non significava inevitabilmente libertà. Infatti governanti e governati non sono necessariamente lo stesso “popolo” e l’autogoverno democratico non è il governo “di ciascuno su se stesso” ma semmai “di tutti gli altri su ciascuno”. Constant partendo da un’analisi similare a Mill fece notare che il passaggio dell’autorità illimitata, comunemente detta sovranità, da una mano all’altra in seguito a una sollevazione vittoriosa non aumenta la libertà, ma sposta semplicemente il fardello della schiavitù, e si domandò, perché a un uomo dovrebbe stare tanto a cuore di essere schiacciato da un governo popolare piuttosto che da un monarca, o anche da un insieme di leggi oppressive. Aveva intuito che il problema non è chi eserciti l’autorità ma quanta autorità debba essere messa nelle mani di chicchessia. Affermava a tal proposito: “Non è contro il braccio che si deve inveire, ma contro l’arma. Certi pesi sono troppo gravosi per la mano dell’uomo.” Per questo la democrazia può disarmare una determinata oligarchia, ma può anche annientare gli individui altrettanto spietatamente di qualsiasi dominatore che l’abbia preceduta. Ma se le democrazie possono sopprimere la libertà senza cessare di essere democratiche (come nel caso della società auspicata da Rousseau), che cosa renderebbe libera la società stessa? Berlin seguendo la tradizione liberale del XIX secolo su questo punto è chiaro: “primo, nessun potere può essere considerato assoluto e solo i diritti possono esserlo, cosicché tutti gli uomini, da qualunque potere siano governati, hanno un diritto assoluto di rifiutare di comportarsi disumanamente; secondo, esistono dei confini entro cui ogni persona dovrebbe essere inviolabile, e questi confini sono stabiliti da regole comunemente accettate.” Berlin pone quindi delle regole considerandole barriere necessarie per una pacifica convivenza comune e quindi affinché non ci sia l’imposizione della volontà di un uomo a un altro uomo. La solidità di tali barriere accresce il valore e la qualità della libertà e ne frena le illusioni assolutiste che rischiano di portare al caos. Facendo un parallelo con la fisica, possiamo ad esempio constatare l’importanza dell’attrito (nel nostro caso le regole) dell’asfalto mentre andiamo in macchina, perché se la macchina (la libertà) si muovesse sul ghiaccio rischierebbe di andare fuori strada proprio per la mancanza di aderenza al suolo. L’importante è riconoscere la libertà come valore primario dell’individuo e non mascherarlo con altri valori che seppure importanti (l’uguaglianza, la fraternità) rischiano di ledere quel moto gigantesco che è la vita umana, fondata sulla possibilità di poter essere soggetto attivo, di fare scelte proprie all’interno della società. L’importanza per l’uomo e la società di concedere alla sua natura umana la piena libertà di dispiegarsi in direzioni innumerevoli e contrastanti deve essere l’interesse più profondo da perseguire.