25 gen, 2012
“Due concetti di libertà”: la libertà “positiva” secondo Berlin
di Federico Mugnai- Il senso “positivo” della parola libertà deriva dal desiderio dell’individuo di essere padrone di se stesso, di essere soggetto e non oggetto, mosso da ragioni, propositi consapevoli appartenenti all’”io interiore” e non da cause e forze esterne che agiscono sullo stesso “io”. Essere agente, dirigere la propria vita, realizzare se stesso secondo la propria ragione, i propri desideri, etc. La libertà che consiste nell’essere padroni di se stessi e quella che consiste nel non essere impediti da nessun altro nelle proprie scelte possono sembrare, a prima vista, due concetti logicamente abbastanza vicini. La prima è quella della totale identificazione di sé con un principio o un ideale specifico per raggiungere determinati scopi, la seconda è quella della negazione di sé volta a conseguire l’indipendenza. Ma la concezione “positiva” della libertà come signoria di sé, con la sua immagine di uomo diviso e in lotta con se stesso, si è prestata facilmente sul piano storico e filosofico ad una scissione in due della personalità fra un’istanza di controllo trascendente e dominante e il garbuglio empirico dei desideri e delle passioni, che devono essere sottomesse e disciplinate. Ciò dimostra che qualsiasi concezione di libertà deriva necessariamente da una qualche idea di io, di persona, di uomo. Afferma a tal proposito Berlin, che insiste con vigore su questo punto: “Basta manipolare a sufficienza la definizione di uomo, e si può dare alla libertà qualsiasi significato voluto dal manipolatore.” Un modo per dire che l’evocazione della parola libertà può essere un mezzo per raggiungere obbiettivi che vanno nella direzione della schiavitù e dell’oppressione dell’individuo. Nelle puntate dedicate all’altro saggio di Berlin preso in esame, “La libertà e i suoi traditori”, abbiamo potuto constatare come grandi intellettuali e filosofi, partendo da nobili intenzioni si siano dimostrati con le loro teorie acerrimi nemici della libertà (vedi Rousseau, Saint-Simon, Helvetius, Hegel, Fichte). Il vero nodo da sciogliere è essenzialmente il contrasto tra la volontà individuale e quella della società. Io voglio essere libero di vivere come mi ordina la mia volontà razionale, ma lo stesso vale anche per gli altri: come posso evitare che vi siano collisioni con gli altri, cioè dov’è il confine che divide i miei diritti da quelli altrui? E soprattutto chi deve porre il confine tra me e gli altri? Questo è il nodo cruciale su cui si sono dibattute le principali correnti filosofiche del XVIII E XIX secolo. Ciò ha portato i marxisti e i seguaci del comunismo ad immaginare un “paradiso terrestre”, partendo dall’asserzione che la giustizia e l’uguaglianza sono ideali che richiedono una certa coercizione, perché togliere i controlli sociali potrebbe condurre all’oppressione dei più deboli da parte dei più forti, o dei più capaci. Ma per questa dottrina è solo la loro irrazionalità che porta gli uomini a volersi opprimere, sfruttare e umiliare a vicenda. Una dottrina dunque quella marxista nata anche dalla paura della libertà “positiva” e che per la legge del contrappasso porta con sé i germi della più brutale oppressione e schiavitù. Ma non è solo Marx e i suoi seguaci a lasciare aperta la porta al dispotismo; anche Kant, Fichte e Socrate rischiano di esprimere un concetto di libertà che può essere fuorviante. Se i fini di tutti gli esseri razionali devono rientrare in un unico disegno armonioso, se ogni tragedia è dovuta allo scontro tra razionale e irrazionale e tutto sarà perfetto solo quando tutti gli uomini saranno resi razionali, è possibile che ci sia qualcosa che non vada bene nelle loro assunzioni di base. Berlin si domanda infatti se è vero o no “che la virtù non sia conoscenza e la libertà non si identifichi con nessuna delle due”. Questo immenso interrogativo ci pone di fronte ai limiti della libertà “negativa” e “positiva”, ma soprattutto alla grande questione sulla ricerca e la critica sulle forme di potere, democratiche e non.