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Sfida alla Democrazia, settima parte: Qui custodiet custodes?

elezioni2011di Giorgio Frabetti- Nell’analisi del Politologo Prof. Giorgio Galli, l’elemento tipico e peculiare della Democrazia moderna rispetto alla democrazia antica è la presenza di fazioni (oggi diremmo partiti), il cui confronto e la cui circolazione viene garantita dalle regole parlamentari della rappresentanza, in modo pacifico e incruento. In questo senso, la Democrazia è la risposta alle guerre civili (di religione e non) del XVI e XVII secolo, non attraverso l’eliminazione delle fazioni in nome di un assolutismo accentratore, ma in nome di un criterio di “tolleranza” e di complessa e controversa integrazione delle èlites non estremistiche e disposte a rinunciare al confronto violento. Un paradigma su cui storicamente ci sarebbe molto da dire e da puntualizzare, ma che costituisce secondo Galli l’indispensabile conquista della Democrazia contemporanea, senza la quale la Democrazia non potrebbe sussistere. Secondo Galli, non sussiste valida rappresentanza politica e parlamentare, se questa non possieda il monopolio delle decisioni politiche; e senza che sia garantito effettivamente il principio dell’inviolabilità/immunità dei Rappresentanti. Solo sussistendo queste condizioni e i loro discussi corollari (immunità parlamentare e divieto di mandato imperativo), può crearsi l’essenziale pre-condizione per la pacifica circolazione delle èlites secondo il gioco democratico. Per evitare di cadere nel pettegolume di bassa lega su immunità parlamentari e dintorni (vedi intercettazioni), basti qui dire che Galli codifica non tanto una norma giuridica, quanto un postulato logico presupposto al gioco democratico: in effetti, se è vero che in uno Stato la sovranità appartiene al popolo (art. 01 Cost.), è anche vero che, nell’impossibilità del popolo di partecipare compiutamente alla vita politica, e nell’evidente necessità di designare rappresentanti, questi devono essere messi in condizione di operare devono in qualche modo essere inviolabili. Altrimenti, qualunque fazione violenta potrebbe rovesciare i rappresentanti, esautorando il popolo. Ecco perché il qui custodiet custodes?, ossia la domanda del “chi tutela i rappresentanti” assume anche negli ordinamenti parlamentari una centralità rilevantissima. In questo, secondo Galli, sta l’indissolubile contributo offerto dalla riflessione hobbesiana alla politica moderna e contemporanea. Autore antipatico, scomodo, che ci riporta alla realtà della violenza, che in fondo giustifica la più machiavellica “Ragion di Stato”, secondo Galli Thomas Hobbes è l’Autore politico che con maggiore lucidità e coerenza si è posto il problema della “messa in sicurezza” degli ordinamenti politici dalle guerre civili. La teoria hobbesiana del Leviatano, infatti, presenta una relativa intercambiabilità e adattabilità sia rispetto ad ordinamenti assolutistici, sia rispetto ad ordinamenti assembleari. Il Leviatano, cioè, il custode dell’ordine teorizzato da Hobbes può essere certo il Sovrano Assoluto machiavellico e spietato per come è inteso nei Ns. stereotipi, ma può essere (per ammissione stessa di Hobbes) un’Assemblea, un Direttorio, ma anche un Parlamento. Essenziale nella visione di Hobbes è che ci sia un soggetto (Individuale o collegiale poco interessa) che goda della prerogativa dell’inviolabilità, per poter eseguire tutte le misure e tutte le iniziative necessarie per il bene pubblico: non solo estreme, ma anche quelle ordinarie per la conservazione dello Stato. In questi termini, si giustifica l’inviolabilità dei rappresentanti. Una conclusione che, per altro Galli motiva (sulla scorta di Sabine e Ortega Y Gasset) ravvisando in questa intuizione hobbesiana l’intuizione decisiva che segna lo spartiacque tra Antichità Greco-Romana (per il Medioevo faremo un discorso a parte nella prossima puntata) e Evo Moderno. Difettando di questa intuizione, gli ordinamenti greco-romani non erano riusciti a codificare, nemmeno a livello teorico, un meccanismo di rappresentanza pari al Ns. (pensiamo al sorteggio per la Democrazia greca dei cittadini chiamati a svolgere cariche pubbliche, o ai problematici meccanismi di designazione degli optimates del Senato romano, o i tentativi di designazione senatoria dell’Imperator romano). Di qui, secondo Galli, l’esposizione costante e pervasiva di queste epoche a guerre civili, contro cui solo la teorizzazione e codificazione dell’attuale rappresentanza politica è riuscita a porre un freno. Non c’è dubbio che questa visione galliana, pure essenziale alla costruzione del suo paradigma sulla Democrazia, è quella che più di tutti si espone ad obiezioni. Ovunque ci voltiamo all’esperienza storica, o riscontriamo casi (anche recenti) di parlamentari arrestati o comunque pesantemente condizionati nonostante l’immunità; o casi di parlamenti sostanzialmente esautorati nel loro supposto monopolio decisionale che ne giustifica lo speciale regime di immunità. Chi ad esempio avrebbe potuto mettere in dubbio l’inviolabilità dei parlamentari italiani secondo lo Statuto Albertino del 1848? Ovvero, dei parlamentari tedeschi secondo la per altro avanzatissima Costituzione di Weimar del 1919? Eppure, ciò non impedì che, con un colpo di mano, fascisti e nazisti dichiarassero decaduti e ponessero in arresto (rispettivamente nel 1926 e nel 1933) i parlamentari d’opposizione, nonostante il laticlavio (ultima difesa, come noto, degli Aventiniani amendoliani). Ma non è solo questo elemento a far pensare: lo stesso ordinamento inglese, formalmente campione e all’avanguardia di liberaldemocrazia, ha fondato la sua potenza su una caratteristica “doppia morale”: tollerante e permissivo all’interno, spietato e repressivo verso le colonie (e così in parte anche gli Stati Uniti); in Patria dominava il Parlamento, nelle colonie l’Esercito! Una doppia morale accresciuta e confermata dall’essenziale ruolo delle colonie per il Benessere inglese e per l’ampliamento anche delle libertà della Madrepatria. Chi non può ritenere ipocrita un simile regime parlamentare quando permetteva certi scempi con quello che oggi chiamiamo Terzo Mondo (pensiamo alla “guerra dell’oppio” contro la Cina)?. Ma, venendo a noi, sussistono altri e più minuti, ma non meno clamorosi e conclamati i casi di tendenziale “rottura” di questo paradigma galliano. Innanzitutto, non è ormai più vero che i parlamentari siano inviolabili e immuni. Solitamente, quando si parla di immunità si pensa alla vicende Cosentino e simili (dove le Camere di appartenenza hanno negato l’arresto); non si pensa, invece, ad altre condizioni, che, pur senza ledere la libertà personale dei Parlamentari, ne accrescono la ricattabilità: pensiamo per Berlusconi al “caso intercettazioni”. Senza contare i noti casi di “degenerazione corporativa” in cui le leggi vengono decise (“concertate” come si dice in gergo) tra Governo e Parti Sociali, con un Parlamento spesso “messo di fronte al fatto compiuto” di un Decreto Legge da ratificare col ricatto del voto di fiducia? Per non parlare delle fin troppo note disposizioni UE, che i Parlamenti devono “ratificare” a scatola chiusa, se non vogliono patire ripercussioni sul proprio Debito Sovrano in Borsa. In realtà, questi problemi e queste aporie sono il frutto dell’evoluzione nel segno della “poliarchia” delle Democrazie contemporanee, in cui il Parlamento non è più il Potere per eccellenza, ma uno dei Poteri, insieme alla Stampa, alla Magistratura, ai Sindacati. Di qui, si comprendono meglio le considerazioni di Dahl sul carattere “contratto” delle decisioni nelle Democrazie moderne, che, ove fossero affidate ai soli Parlamenti, patirebbero lungaggini estenuanti. Due al momento le possibili riflessioni. Innanzitutto, di acqua ne è corsa da Hobbes in poi e, nell’evoluzione sociale e anche tecnologica dell’Europa, il Parlamento (pure ancora importante) ha perso parte dell’antica centralità; al punto che ormai la dimensione“poliarchica” dei poteri istituzionali, affine alla “costituzione mista” di Aristotele e Polibio, è un dato acquisito (vedi BARBERIS, Il Mulino, 03/10). Non è irrealistico allora ipotizzare in modo diverso le garanzie democratiche: meno in termini di “inviolabilità” degli eletti, ma in termini di balance of power. Dando cioè per scontata una certa quale polarità e conflittualità tra i Poteri (tipico il caso del rapporto Parlamento-Magistratura, spesso conflittuale se non concorrente, per motivi anche fisiologici), diventa essenziale creare dispositivi e contrappesi (istituzionali) in modo che un potere non ostacoli l’altro e in modo che si favorisca una leale cooperazione e coordinamento. Ma da ultimo deve anche dirsi che la volontà parlamentare, se va ridimensionata rispetto a come era concepita in passato, è destinata comunque a mantenere una centralità indiscutibile per il governo dei processi politici; i quali, per quanto contratti, non possono essere adottati prescindendo da un canone anche minimo di consenso. Pensiamo solo all’intuizione geniale di Mussolini, insediatosi dopo le leggi eccezionali del 1926-28, di non abolire il Parlamento (almeno fino al 1939), il quale, pur limitato e imbavagliato da una legge elettorale ridicola, avrebbe potuto sempre mantenere, pur nello Stato Autoritario, un simulacro di una possibile Tribuna, di un possibile (anche se illusorio) confronto. Mussolini, che era dittatore, sapeva che non avrebbe potuto governare senza consenso; ma lo stesso vale anche per le Democrazie odierne; anzi per le attuali Tecnocrazie.

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