15 gen, 2012
“Il Diavolo” di Lev Tolstoj: il sesso come schiavitù
di Federico Mugnai- “Il Diavolo” di Lev Tolstoj è un racconto pubblicato nel 1889 in Russia, dove lo scrittore russo affronta uno degli argomenti che nell’ultimo trentennio della sua vita più lo affliggevano: il sesso. Nel racconto, il protagonista Evgenij, uomo sensibile e perbene, si trova a vivere un’esistenza in cui l’unica forza che non riesce a controllare è quella sessuale, che lo porta ad avere vari rapporti occasionali con più donne. Il sesso è per Tolstoj qualcosa a cui bisogna obbedire, qualcosa di persuasivo che rapisce e aliena l’individuo, che lo vizia e lo fa divenire schiavo, senza neanche accorgersene. Ad Evgenij capita poi di avere più rapporti con una contadina, di cui in cuor suo si innamora, tale Stepanida. Per fuggire da questa schiavitù Evgenij sotto la pressione della madre e della società, decide di sposare una donna piena di buone intenzioni e attenzioni nei suoi confronti, Liza. Il matrimonio pare per Evgenij, nonostante qualche difficoltà iniziale, un’isola felice dove poter costruire una famiglia e dedicarsi meglio alla sua ditta agricola, lasciando alle spalle il suo passato, la sua vita in cerca della donna che lo potesse salvare da quella grande dissolvenza umana che per Tolstoj è il sesso. In realtà ben presto Evgenij rivedrà la contadina Stepanida e si dovrà trattenere e trovare vie d’uscita per non farsi travolgere dalla passione nei suoi confronti. Evgenij afferma che la Stepanida per lui rappresenta il Diavolo, perché non gli permette di essere razionale, gli fa perdere il controllo di sé, tormenta l’intera sua esistenza con la sua presenza ed avvelena il matrimonio. Di questo turbamento si accorge la premurosa Liza che invano chiede al marito la ragione della sua agitazione e del suo nervosismo. La stabilità psichica di Evgenij è messa a dura prova e alla fine è costretto a suicidarsi per porre fine ad una vita in cui non era più lui l’artefice, ma si sentiva posseduto da forze estranee e per lui malvagie. Alla fine per Tolstoj, Evgenij ha commesso il grosso errore di sfuggire al vero amore che provava per l’amante contadina, che si era rivelato come un atto di autenticità. Evgenij non era stato degno, perché l’amava e non osava sposarla, dovendo invece obbedire al volere altrui (della madre e della società) , scegliendo per moglie una donna degna della sua condizione sociale. Tutto ciò ha imprigionato Evgenij in una vita che è morte interiore (e in ciò il racconto si riallaccia alla vita di Ivan Il’ic), dalla quale soltanto la morte fisica o la follia potranno liberarlo. L’Eros non è il Diavolo. Sono gli uomini ad andare incontro al Diavolo, per convincersi che ciò che non rientri nella normalità sia pericoloso. Allora il Diavolo può diventare l’Eros, trasformarsi in ossessione e in disastro. E’ la disarmonia con il proprio cuore che spinge al desiderio sessuale, sintomo della fragilità, dell’insostenibilità del matrimonio. Il matrimonio per Tolstoj, se lo si prende alla lettera è un inferno, un infinito moltiplicatore di ipocrisie se si prende alla leggera. La necessità fisiologica del sesso è per Tolstoj uno dei peggiori nemici della dignità e della libertà umana. Tolstoj rivela in questo racconto il suo lato moralistico e pedagogico, ma pone al lettore questioni che spesso con troppa superficialità tralascia o peggio ancora finge di comprendere, senza in realtà capirne la profondità esistenziale che queste nascondono.