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Sfida alla Democrazia: quarta parte-Se i “poteri occulti” inquinano lo Stato Democratico

11-settembredi Giorgio Frabetti-Non è da ora che si discute sull’esistenza di “poteri occulti” che opererebbero tuttora negli Stati democratici e nonostante le Costituzioni democratiche. Ad esempio, sono stati messi sotto accusa come sospetti “poteri occulti”: la finanza internazionale, la tecnocrazia (UE e non): si è parlato, ad esempio, specie negli ultimi mesi, di complotti contro governi regolarmente eletti in nome di iniziative “superiori” di politica finanziaria (vedi la discussa vicenda della defenestrazione di Silvio Berlusconi ad opera di presunte pressioni tedesche) relativamente ad asset economici vitali come i “debiti sovrani”. Aldilà comunque della sorte delle singole vicende di cronaca, non è inattuale chiedersi, se la Tecnocrazia (inglobando in questa formula onnicomprensiva tutti i Governi che hanno assecondato le tendenze della globalizzazione finanziaria: le esperienze di Reagan e Thatcher, come le esperienze dei Governi dell’Ulivo in Italia e non solo governi tecnici classici come Dini, Ciampi, Amato) sia un nuovo regime fondato non sul Contratto Sociale, ma sul “Decisionismo”, ovvero sull’iniziativa autoritaria del potere, slegata da obblighi costituzionali o vincoli procedurali. Siamo davanti ad un nuovo autoritarismo, ovvero ad una “Ragion di Stato” addomesticata e aggiornata? L’apparentamento della Tecnocrazia alle logiche arbitrarie e “decisionistiche” della “ragion di Stato” nasce in concomitanza con la constatazione del livello mondiale e globale in cui sempre più è concentrato il processo decisionale dell’economia mondiale da cui dipende la decisione di asset rilevantissimi per i destini dei popoli. La gestione dell’economia sempre più diventa affare di stretta politica estera: affari come la gestione delle risorse, delle materie prime, dei debiti sovrani, dei rapporti con i Paesi sottosviluppati, storicamente sono sempre stati gestiti a livello “discreto” dalle diplomazie, se non dai servizi segreti, spesso con la compiacente copertura del segreto di Stato. Ecco perché non è così improprio parlare di Tecnocrazia in termini (sia pure di analogia) con i fenomeni studiati da Machiavelli e Botero e rubricati sotto la nota formula “Ragion di Stato”, ovvero in relazione a quei fenomeni di politica autoritaria anche detta dai politologi ‘decisionista’. Su questo filone teorico ‘decisionista’, in tempi più recenti, non è mancato chi, per giustificare un simile “nuovo governo” di gestione dell’economia mondiale globale (specie nel lancio della sua finanziarizzazione negli anni ’70) ha invocato tecniche di governo non difformi dalla cd teoria dello “stato di eccezione” di Carl Schmitt (vedi Hugtington, Croizer, Watanuky, La crisi della Democrazia). Quegli “stati eccezionali” (usualmente assimilati a terrorismo, guerra civile etc.), dove è in ballo la stretta “logica nemico/amico” che impongono il massimo controllo e la massima opacità di informazioni, anche a livello parlamentare. Logiche per lo più militari, ma assimilate al governo economico (sia pure nella proiezione internazionale) da vasti filoni anche del pensiero strategico che, in nome dell’interdipendenza globale e dell’assimilazione delle decisioni economiche alla politica estera, tendono ad assimilare tout court la politica economica alla diplomazia, alla geopolitica e alla tradizionale “riserva di competenza” del potere esecutivo a spese dei Parlamenti (tradizionalmente competenti prevalentemente per gli affari interni). Teorie sul cui filone troviamo lo studioso di strategia Luttwack (che ha coniato per questi fenomeni il termine “geo-economia”), ovvero il Gen. Carlo Jean, il quale nel suo Guerra, Strategia e Sicurezza del 1997 teorizzava una “multidimensionalità” dei conflitti, non assimilabili solo al tradizionale assetto bellico, per le implicazioni economiche, sociali, politiche, culturali, mediatiche etc. Posizioni, del resto, largamente profetizzate da Raimond Aron, il quale ben prima di Luttwack e di Jean aveva compreso come non sarebbe stata certo impossibile, decaduta la possibilità di una guerra in Europa,  la mutazione della guerra con altri mezzi). Siamo qui in fondo nel cuore, nel “nucleo duro” del “pensiero tecnocratico” mondiale. C’è in tutto questo gran parte della storia degli anni ’80 e ’90, l’epoca della crisi dei partiti, in nome delle leadership carismatiche (vedi Thatcher e Reagan), l’epoca del consolidamento di organismi decisionali flessibili e riservati (G7, poi G20, CEE ,WTO etc.). Un liberale ortodosso inorridisce davanti a questo scenario: se questa prospettiva e’ reale, i pericoli per la Democrazia sono evidenti: traslando il governo economico sulla politica estera,si giustifica la traslazione delle politiche economiche su prassi decisionali rispetto a cui, fin dagli anni del colonialismo, i Parlamenti sono sempre stati tagliati fuori.Il filosofo Norberto Bobbio su questo argomento è stato sempre  intransigente. Fedele alla scuola dei liberali più rigorosi (Grozio e Kant), secondo il filosofo torinese, “eccezioni” alla Democrazia non sono ammissibili: data la fragilità della costruzione democratica,  tali eccezioni, alla fine, anche se giustificate dal governo dell’economia, non sarebbero altro che il classico foro nella diga: foro magari piccolo, ma che inevitabilmente si dilaterebbe in modo incontrollabile e senza freni. Il sistema politico, così, si abituerebbe all’opacità, alla scarsa pressione dell’opinione pubblica e così ne scadrebbe la virtù civica, prospererebbe la corruzione etc. Di qui, la vanificazione del “patto costituzionale democratico”. L’esemplificazione più classica che Bobbio e Galli portavano di questo tipo di Stato era lo Stato italiano della cd Prima Repubblica, in cui, complice la “democrazia bloccata” da Guerra Fredda, esisteva un doppio Stato: uno legale e costituzionale, l’altro illegale e criminale, che tramava nell’ombra omicidi eccellenti e complotti in nome di inconfessabili intenzioni politico-militari-affaristiche (vedi Galli, Affari Sporchi, Kaos 1991). Aldilà comunque di usi dietrologici che di tali teorie sono stati fatti, la critica di Bobbio rivela un proprio spessore e anche un maggiore aggiornamento rispetto alla scuola “realistica” di uno Schmitt: è impensabile (dice Bobbio) pretendere che la politica funzioni a due velocità (autoritaria nei rapporti esterni, liberale e democratica nei rapporti interni). E con questo, del resto, Bobbio assesta un colpo decisivo a chi (Jean, Luttwack) per la politica economica della globalizzazione invoca lo “stato di eccezione” di Carl Schmitt. Nella riflessione schmittiana, profondamente legata ad una visione dialettica della storia politica, la possibilità della “deroga” alle “regole liberali” si può “giustificare” (usiamo questa parola terribile con le cautele del caso), considerando l’eventualità che nella storia si diano momenti “tragici” e “dilemmatici” di guerra esterna o civile, da cui possa non essere possibile uscire con soluzioni “legali” ortodosse. Ma, esteso questo concetto all’economia (che è come dire a tutti i problemi della politica), in nome della “multidimensionalità”, diventa molto arduo concepire l’applicabilità di una tale “eccezione” senza coinvolgere e vulnerare anche la politica interna e le sue asserite logiche democratiche. A margine e a conclusione di questa puntata, deve comunque dirsi che tra Teoria della Tecnocrazia come “stato di eccezione” e Pratica le corrispondenze sono state molto labili e discutibili. Certamente, la traslazione in sede “estera” di molte problematiche di politica economica ha messo in crisi un dato decisivo della democrazia, la sovranita’ fiscale dello Stato (vedi sentenze recenti della Corte Costituzionale tedesca). Per il resto, appare molto fuorviante leggere la Tecnocrazia in chiave di “autoritarismo” e di Stato di eccezione: se empiricamente, infatti, le Tecnocrazie hanno presentato aspetti di marginalizzazione politica del popolo, di frustrazione delle istanze di partecipazione, molto affini alle logiche dello Stato Autoritario, si dimentica il modo e i termini con cui tale effetto di “emarginazione” è avvenuto. Se negli Stati Autoritari, l’emarginazione delle masse dalla politica avviene con divieti coercitivi (abolizione dei partiti politici, controllo delle associazioni e della stampa), nell’èra degli Stati liberali e tecnocratici ciò è avvenuto incentivando la libertà economica come leva di arricchimento e di promozione sociale alternativa all’impegno politico. Senza le promesse di un mercato e di un’economia in continua espansione, non sarebbe avvenuta quella rarefazione della conflittualità politica che taluni (vedi Fakuyama) ritenevano espressione del massimo splendore e potere delle società liberali giunte alla “fine della storia”. Ecco perché ritengo in particolare che la Tecnocrazia Liberale degli ultimi 20 anni, si spieghi non con le categorie del decisionismo, ma con le categorie del contrattualismo. In termini di un pactum subiectionis in cui lo Stato promette al cittadino la cambiale di un illimitato benessere, in nome di una minore partecipazione politica. Diventa legittimo, allora, interpretare i fatti politici successivi come rottura e nuova negoziazione di tale pactum: di qui, una evidente ripresa della protesta e della mobilitazione politica in varie forme: dagli indignados, alla mobilitazione dei “nani della rete”, alla nascita di nuovi movimenti, alle rivoluzioni nel nord-Africa, alla reazione popolare nelle elezioni del maggio e al referendum di giugno 2011 contro il Governo Berlusconi etc. Un pactum rotto con la crisi economica del 2008, a causa della rottura di vari equilibri: economico-sociali (il declassamento delle classi medie) e geopolitici (l’ascesa economica dei Paesi del terzo mondo, prima esclusi) e che apre la strada a possibili nuove forme di mobilitazione, di associazione politica ed economica. E’ quindi arbitrario ritenere la forma politica della Tecnocrazia degli anni ’80 e ’90 come una forma “decisionistica”, distinta ed autonoma dalla forma classica della Democrazia Liberale, di cui invece sembra costituire un continuum anche se in termini di degenerazione/declino, a mera gestione del potere economico. La crisi della tecnocrazia riapre le attese e le speranze della gente sulla politica; dimostrando che la Democrazia rappresentativa, pluralistica e partitica è in fondo il “bene rifugio” di molti e che ha un futuro possibile.

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