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Te la do io la Germania, viaggio in un Paese al bivio: Quinta Parte

eurodi Giorgio Frabetti- In che modo e in che termini la Germania possa ritenersi un paese al bivio dovrebbe essere chiaro a conclusione di questa piccola serie in cinque parti: la Germania è troppo grande per pretendere di gestirsi autonomamente nei propri asset economici e strategici, senza condizionare il resto dell’Europa; la Germania, per converso, è troppo piccola e minimalista per assumersi l’onere di una leadership europea. La vicenda dell’Euro si è trasformata in una vicenda paradigmatica di questa condizione dilemmatica della Germania nel suo rapporto con l’Europa, come ben spiega da Lucio Carracciolo in Limes nr. 04/2011: “Il futuro della Germania tedesca sarà determinato da come reagirà, se reagirà alla crisi dell’Euro …”. Secondo Carracciolo, l’avventura dell’Euro insidia la profonda avversione al rischio che ha pervaso la società tedesca dopo la catastrofe del 1945 … Se Euro ed Europa sono percepiti come rischi, nasce una nuova Angst germanica, la paura della Transferunion, l’unione monetaria come sovvenzione a fondo perduto di greci, portoghesi, spagnoli, italiani e altri allegri spendaccioni”. Citando Michael Sturner, Carracciolo conclude: “La Germania è l’àncora della stabilità. Non ce n’è unìaltra. La cosa peggiore che potrebbe capitare sarebbe l’indebolimento, se non la perdita di quest’àncora per eccesso di trazione. Tradotto: cari amici del Club med [Grecia, Italia etc, NdA] non tirate troppo la corda, perché altrimenti affonderemo tutti insieme”. Un atteggiamento che potrebbe portare, secondo Carracciolo, la Germania a studiare un nuovo Euro a due velocità, composto dal nucleo duro del Nord e con i PIIGS (Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia, Spagna) aggregati in posizione subordinata (il celebre progetto Neuro). Particolarismo gretto, provincialismo economico o qualcosa d’altro in questo atteggiamento? Come spiega acutamente l’analista Herbert Dieter (esponente della Stifung Wissenchaft), con la crisi post 2008 sono venuti al pettine nodi e contraddizioni legati alla convergenza di Italia, Grecia, Irlanda, Spagna, Portogallo ai tempi dell’entrata nell’Euro con i valori dell’allora molto apprezzato marco tedesco. Allineamento allora patrocinato dalla stessa Germania per contenere la concorrenza allora esercitata sul marco da monete molto deprezzate (lira in primis), nei mercati che la Germania considerava di sua primaria pertinenza (essenzialmente l’Est). Un allineamento che ha portato però la Germania ad un costo non irrilevante in termini di “cambio” di tasso di interesse: se la lira, ad esempio, è passata con l’Euro da circa l’11% a 3-4%, divenendo finanziariamente competitiva, per la Germania poco o nulla è cambiato. Evidentemente, l’opinione pubblica tedesca allora storse il naso: il marco forte era frutto di una virtuosa politica economica, fiscale e monetaria; perché consentire a Paesi fiscalmente meno virtuosi di essere parificati al marco? Consentendo loro per altro notevoli e non dovuti vantaggi economici globali? In questa situazione, infatti, Italia e Grecia hanno potuto finanziare il proprio debito ricorrendo al mercato, senza aumentare le tasse, né riducendo il debito, costruendosi una piccola nicchia di mercato in Europa. Una situazione consentita più o meno tacitamente a Italia etc. per rientrare più facilmente dai loro pesanti debiti pubblici, ma che moralmente presupponeva un superiore impegno al risanamento e alla maggiore competitività che Italia e Grecia non realizzarono. Naturale che, con la crisi, questa “cambiale” venisse a scadenza e la Germania facesse pagare tali indebiti vantaggi. Di qui, una vera e propria “guerra” sia pure virtuale e “non convenzionale” tra Germania e resto dell’Europa, sia pure non cannoneggiata, ma combattuta a suon di dossier, a mò di slogan (di qui, la grande polemica sull’Italia “troppo grande per fallire”, mantra più virtuale che reale, ma essenziale, per il suo valore paradigmatico, in questa guerra dei nervi sull’Euro tra Germania e “resto dell’Europa), o di diffusione di notizie sconcertanti in termini affatto dissimili alle tecniche di “guerra psicologica”: vedi i “sorrisi” di Merkel- Sarkozy in ottobre contro l’Italia, la tempesta sullo spread dei titoli italiani e non solo sui Bund tedeschi, le notizie recentemente propalate dal WSJ su una presunta “imposizione” di Monti come Premier italiano (per altro in termini che nemmeno Hitler e Farinacci osarono compiere su Vittorio Emanuele III al tempo del 25 luglio 1943!), ovvero diffondendo notizie (più o meno vere) su un presunto sganciamento della Germania dall’Euro (il famoso “progetto neuro”), vero spavento dei mercati non solo europei, ma anche USA. Ma di qui, soprattutto, il rifiuto sistematico, a favore di Grecia, Spagna etc. di ogni intervento della BCE, lesinando le risorse del Fondo Salva Stati, fino a che in dicembre si è arrivati alla riforma dei Trattati, con la cessione (non gradita) di altre porzioni di sovranità, in ambito fiscale e di politica di bilancio. Al momento in cui scriviamo, paiono tramontate le prospettive (attuali al tempo dell’uscita di Limes) sul “progetto neuro” (progetto in effetti poco realistico dal punto di vista tecnico, per le complicazioni che genera negli scambi, evidentemente inopportuna e pericolosa in tempi di crisi). Ma con il vertice del dicembre ultimo scorso, la partita Germania-Europa si è davvero conclusa in modo soddisfacente? D’accordo, l’eventualità più grande, la fine della moneta unica pare proprio scongiurata. Ma si sa, l’Euro e l’Europa sono progetti, prospettive che non vanno coltivati solo in tempi di “eccezionalità” politica, ma anche in tempi ordinari. Ed è qui che i nodi dell’anomalia tedesca in Europa sono destinati a ripresentarsi, rendendo la corsa all’integrazione europea (politica ed economica) una corsa ad ostacoli. E’ credibile, ad esempio, un Euro se questo ha alle spalle un’Europa Unita senza una politica energetica perché sostanzialmente boicottata dalla Germania complice l’accordo Schroeder-Putin che rende praticamente Russia e Germania arbitri dei prezzi di una risorsa così essenziale per la stessa formazione dei prezzi per industrie, consumatori etc.? Ed è credibile un’Unione formale nell’attuale caos geostrategico, geopolitico e geoeconomico che caratterizza i rapporti Est-Ovest dell’Europa (tra Francia e URSS, ricordiamo “il fantasma di Locarno”) indotto da una Germania che fa le bizze, si allea con tutti e con nessuno per trarre il maggior vantaggio (e per scaricare su terzi gli oneri)? Con un’Europa che di fatto, complice tale caos, non riesce a trovare una sua precisa proiezione economica, politica e militare con il resto del mondo (Cina, Africa, Sud America): con un Terzo mondo, che, per di più, sta uscendo dalla classica condizione di marginalità in cui era stato confinato ai tempi della fondazione dell’Europa (anni ’50) con un dinamismo per altro molto aggressivo che sta surclassando (complice la diversa demografia) le vecchie glorie europee. Troppe incognite gravano sull’Europa; ma piaccia o non piaccia al centro di queste incognite c’è la Germania: l’Europa non può fare a meno della Germania; e la Germania non può fare a meno dell’Europa: il rapporto Germania-Europa è di per sé la storia di una delle più paradossali interdipendenze politico-economiche del cd “villaggio globale”. Non si va lontano dal vero a dire che la “questione tedesca” (come in passato) è il cuore della “questione europea”: per la singolare centralità geografica del Paese e per l’indubbio ruolo di traino economico che il Paese riveste ormai da decenni in Europa. (Fine)

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