20 dic, 2011
Sfida alla Democrazia- Seconda parte: i “nomadi digitali” salveranno la Democrazia?
di Giorgio Frabetti- Una volta fotografato nei termini offerti dai politologi Dahl e Luhman lo stato attuale della democrazia occidentale, il Politologo Giorgio Galli tenta di rispondere al dilemma lanciato da Dahl sulla Democrazia, rinvenendo nelle nuove tecnologie di interconnessione telematiche (Internet e simili) una prima, possibile risposta, in termini di ampliamento delle possibilità di espressione politica e delle opportunità di cittadinanza attiva. Il tema è assai diffuso nella pubblicistica liberal mondiale (campione l’Ex-Vice Presidente e Candidato alla Presidenza USA Al Gore), ma l’argomento viene declinato da Galli in termini del tutto peculiari. Sulla valutazione di Internet in rapporto alle sue capacità di incidere sull’agone democratico, la pubblicistica si divide in vari filoni, tra sostenitori o detrattori di Internet. Tra i più accesi fan di Internet ritroviamo Alberto Mingardi, il quale, a mò di esempio, riporta l’esperienza legata al progetto Laisser Faire City (LFC) come “società senza sede fissa e senza scopo di lucro” promossa da un gruppo di banchieri e di uomini d’affari provenienti dal mondo dello spettacolo. Partito con l’idea (poi abortita) di acquistare un pezzo di terra di America Latina per farne una nuova colonia per una nuova Comune libertaria, questi uomini addivennero comunque alla creazione di una zona free, franca, grazie ad una speciale interfaccia grafica con cui comunicare privatamente da PC e da qualsiasi parte del mondo, scambiandosi non solo informazioni, ma anche aiuto economico in modo del tutto esentasse (grazie ad un accorta politica di domiciliazioni di provider). Un breve esempio dal quale Mingardi trae spunto per un’esemplificazione (abbastanza visionaria, ma non irrealistica) della capacità della rete di liberare dai comuni legami statali, personali e fiscali, creando “zone franche” ovvero “temporaneamente autonome” (come piace ai cultori dei centri sociali). Ma, secondo Mingardi, dalla libertà dell’hacker è facile arrivare a sconfiggere il moloch apparentemente tetragono e inossidabile della Democrazia elitaria e tecnocratica di Dahl, restituendo così ai cittadini opportunità di dialogo, apertura, confronto. L’utopia (in fondo un po’ hacker) del “nomadismo digitale” di Mingardi è in fondo condivisa da molti altri intellettuali come Ayn Rand, scrittrice di fantascienza (“il genio della circolazione telematica è veramente sgusciato fuori dalla lampada”), cosi’ come Su questa scia, tesa a ravvisare “effetti irreversibili” nella mutazione “telematica” della vita umana, si ritrova anche Nicholas Negroponte, il quale nel suo libro Essere digitali, il quale, sulla stessa scia Al Gore saluta l’interattività come nuova, sicura autostrada della Democrazia partecipata e deliberativa. A queste letture entusiastiche, possono accompagnarsi letture più caute o fredde. Stefano Rodotà, ad esempio vede in Internet enormi vantaggi ed enormi pericoli. Se infatti da un lato si profila un’effettiva grande opportunità di ristrutturazione delle tradizionali formule della Democrazia, nel segno di un passaggio dalle cd “Democrazie intermittenti” (le democrazie tradizionali, diretta e rappresentativa) alle cd “democrazie continuate”, fluidificate dalla maggiore pervasività delle informazioni e del connesso aumentato controllo di esse reso possibile da Internet (una lettura in cui, come vedremo, possono cogliersi echi di Habermas sul “controllo democratico” come “assedio del Palazzo del potere”). L’analisi di Rodotà, però, non ritiene che gli effetti positivi di Internet sulla Democrazia siano automatici: secondo Rodotà, infatti, Internet potrebbe anche diventare una minaccia per gli usi populistici cui può prestarsi, finanche diventando quel “Grande Fratello” di Orwelliana memoria che condiziona fin la vita intima dei cittadini (la cd “tecno politica”). Di qui, il passo verso una visione catastrofista di Internet il passo è brevissimo. Fa eco a Rodotà Giuseppe Mantovani, il quale contribuisce a smorzare notevolmente l’entusiasmo sul potenziale democratico di Internet: “Se si presta sufficiente attenzione alle esigenze di una partecipazione attiva alla vita politica e all’idea di una Democrazia Diretta, -sentenzia Mantovani- la chiacchiera di Internet fa materialmente la figura di un balbettio”. In sostanza, per questi Autori e’ la cultura e l’educazione politica dei popoli (buona o cattiva) a decidere la sorte del ‘buon uso’ democratico di Internet, non la tecnologia in se stessa. Un’ipotesi che Mantovani ritiene poi empiricamente corroborata dall’esperienza empirica: se davvero fosse quel toccasana di cui tutti parlano per la vita democratica, come mai dove il voto interattivo è stato sperimentato (USA) questo ha riportato risultati più che deludenti? Aggiungiamo noi, essere oltremodo utopico ed irrealistico pretendere che Internet possa appianare tanto facilmente le asimmetrie dei circuiti informativi tra chi “sta in alto” e chi “sta in basso”: circuiti informativi, invece, resi opachi non tanto dalla censura, quanto dal tecnicismo (e dalla multidimensionalità) di materie, che esigono almeno una specializzazione da parte dell’ascoltatore. Le obiezioni di Rodotà e di Mantovani sono più che giuste sul piano fattuale ed empirico, tuttavia, per Galli appaiono inesorabilmente limitate. Anche per Galli non conta la tecnologia, ma la mentalità che tale culto della tecnologia sostiene (e che per lui è positiva ai fini dello sviluppo della Democrazia). A questo riguardo Galli eccheggia le puntualizzazioni di Mingardi, fan italiano (non acritico) di Internet. Secondo Mingardi, Internet implica anche solo moralmente e simbolicamente l’idea di Democrazia (tale che simul stabunt, simul cadent!): “Non rinunceremo facilmente all’idea di Stato moderno –ricorda Mingardi nella sua Utopia Libertaria- e non abbiamo neanche buoni motivi … per supporre che la razza umana sopravviverà al suo trapasso … Perciò, abbiamo bisogno di una teoria che ci dica come i Governi degli Stati moderni possano essere controllati nella maniera meno peggiore … Oggi, in Politica, la ‘Democrazia’ è il ‘nome’ di ciò che non possiamo avere e che tuttavia non smetteremo mai di volere”. Alla fine, al fondo di questo processo la Democrazia diventa una specie di grande simbolo, di grande Utopia, ma che definisce comunque un orientamento civile alla vita di Stati che di democratico hanno sempre più l’apparenza che la sostanza. La Democrazia, quindi, resta un grande investimento morale, simbolico nelle organizzazioni statuali sempre più oligarchice e sempre più tecnocratiche. Di qui, secondo Galli, si comprendono le grandi speranze e il grande investimento emotivo su Internet, ritenuto da non pochi (vedi Al Gore, ma anche Obama) una specie di “nuova frontiera” di liberazione umana. Ma Galli compie un passo ulteriore. Partendo dalla constatazione del grande consumo di astrologia, letteratura esoterica, religioni alternative che può quotidianamente rilevarsi su Internet, Galli rinviene nella Rete il vettore di una rinascita di culture alternative (esoterismo, magia, astrologia); a suo dire, condannate e ostracizzate dalla Scienza Moderna e dalla (alleata) Democrazia Borghese e rappresentativa, ma perennemente in lotta per riaffacciarsi sullo scenario politico mondiale, ora (nelle forme positive) sotto forma di “Movimenti di liberazione” (vedi sciamanesimo e cultura libertaria del 1968), ora sotto forma di totalitarismi comunista e nazista (nelle forme degenerate). Sessantottinamente, ma un po’ niccianamente, potremmo dire, Galli legge la storia politica moderna come contrapposizione tra Repressione-Razionalità (mascherata da “cultura tradizionale”) e Culture di liberazione e concepisce la possibilità di un pieno schiudersi del potenziale libertario di Internet solo se questo diverrà occasione per una reale apertura e integrazione della Razionalità Occidentale (tema affrontato da Galli nel Cronwell e Afrodite del 1995). E’ troppo presto per pronunciarsi compiutamente su questo paradigma interpretativo di Galli e sulla genealogia storica che da questo il Politologo fa discendere. Due cose per il momento si possono conclusivamente appuntare. Si può certo convenire con Galli che, insieme alla grande idea Democratica, Internet è un grande simbolo di quella “mitologia titanica” del potere che vede l’individuo solo e slegato da legami politici ed economici, contribuire con la sua iniziativa elettorale e informativa alla dinamica delle Istituzioni. Dell’uomo solo “illuminato” che sfida la storia, scommettendo di “fare la storia”, portando avanti le proprie idee, i propri sentimenti, la propria esperienza. In Galli questa esperienza pare declinarsi anche nel “nomadismo digitale” di Internet. Vedremo comunque meglio più avanti nel prosieguo di queste puntate, come dietro questa realtà vi sia qualcosa di molto più profondo: dietro il “sogno democratico” c’è la contraddizione reale e non solo simbolica tra le Catene del Reale e le aspirazioni del Sogno del Desiderio. Contraddizione che nei secoli ha portato gli uomini alla militanza, alla lotta, all’agone politico: e che li ha condotti a fare la storia.