13 dic, 2011
Sfida alla Democrazia-prima parte: Tra Tecnici e nuovi “custodi” scacco matto alla Politica?
(Redazione) Iniziamo oggi e per 14 settimane un’esposizione critica dell’importante opera del Politologo Giorgio Galli Il pensiero politico occidentale-Storia e prospettive (BCDalai Editore, 2010), per ripercorrerne, in questo periodo denso di confusione, ma cruciale per la politica e la democrazia italiane ed europee i tratti fondamentali, consapevoli dell’urgenza e del dovere di alimentare la visione politica con punti di riferimento e di riflessioni ben più elevate della cronaca quotidiana. Non sarà la Ns. un’arida e vuota storia “antologica” delle varie posizioni via via emerse da Platone ad oggi. Siamo consapevoli che la narrativa storica (specie delle idee) è sempre una narrazione tagliata per “problemi”, ossia in un rapporto per così dire di risposta-sfida tra realtà e pensiero. Non pretendiamo di aver tracciato con queste premesse il “discorso sul metodo”; crediamo, però, di aver fissato alcuni capisaldi, per consentire ai lettori di penetrare nel testo del politologo Galli, con la massima cognizione critica possibile, ovvero con la massima cognizione della massa critica su cui esso opera. – di Giorgio Frabetti- La Tecnocrazia, ossia la pretesa che tecnici, savant, possano governare in qualche modo scavalcando la sovranità popolare (o sovrapponendosi ad essa), non nasce col Governo Monti. Tacendo per ora i precedenti platonici del cd “governo dei custodi” la tendenza degli Stati Democratici contemporanei ad una strisciante Tecnocrazia, secondo il parere del politologo Luhman, è conseguenza delle società di capitalismo e Welfare maturo, che per il governo economico della cosa pubblica tendono ad accrescere il ruolo di esperti e contabili. Le complesse esigenze di governance della globalizzazione, infatti, richiedono politiche di bilancio e fiscali sempre più interdipendenti, le cui performances non sono ritenute compatibili con la resa della Democrazia per come almeno noi la intendiamo, ossia come processo in cui a tutti sia concesso dire la propria opinione su tutto. Per il Politologo Luhman, una società soggetta a mutamenti rapidi e repentini come la presente, ha bisogno di tempi stretti di decisione. “Il tempo –dice il Politologo- è un bene sempre più scarso nelle società complesse. Esse sono sottoposte all’incalzante assedio delle ‘scadenze’ e appaiono in crescente difficoltà di fronte agli impegni a lungo periodo”. L’idea democratica, in altre parole “contraddice violentemente la logica sistematica delle società complesse, il cui obiettivo funzionale è ‘l’economia del consenso’, ossia la supposizione o funzione istituzionale del consenso, non già la ricerca di un consenso effettivo, fondato su convinzioni comuni. Una tale ricerca … farebbe esplodere la dimensione temporale dei processi decisionali … Esigere in queste circostanze un’intensa partecipazione del pubblico alle decisioni politiche significherebbe nient’altro che fare della frustrazione collettiva un principio di vita sociale”. Ma cos’è allora Democrazia? Si salva qualcosa o tutto naufraga nel brodo della Tecnocrazia opaca? Per rispondere a questi interrogativi, ci avvarremo in queste 14 puntate dell’opera del Prof. Giorgio Galli, il Pensiero Politico Occidentale, che è opera estremamente sensibile nel denunciare il pericolo che la logica democratica si appiattisca alle opache logiche del Potere Economico. In questo senso, Galli prende le mosse della sua analisi da un filone di riflessione molto vasto, espressosi dopo gli anni ’60 (quindi dopo il consolidamento delle democrazie occidentali del dopoguerra) sulla tendenza “elitario/tecnocratica” della Democrazia: si tratta della celebre riflessione di Robert Dahl sulla Poliarchia. Con questa espressione, Dahl descrisse il processo di trasformazione elitaria dalla Democrazia “partecipata dal demos” (Poliarchia I) alla Democrazia delegata sempre più appannaggio di professionisti della Politica o Tecnici, in cui l’esercizio e il controllo del popolo si fa più remoto e rarefatto. In questo senso, Dahl testimonia in pieno il disagio della Democrazia nel villaggio globale, dove il voto tende sempre più ad assumere le vesti di un rituale formale, senza che al demos sia attribuita un’effettiva capacità decisionale ed un’effettiva opportunità di partecipazione; al massimo, un potere di ratifica (tramite la designazione di maggioranze parlamentari) a provvedimenti che sono già stati presi fuori dalle sedi della Politica (ovvero nei consenssi come G8, WTO etc.) in nome del governo della Finanza e dell’economia mondiale. In questo processo di “contrazione decisionale” che attraversa le Ns. democrazie, l’agenda politica di fatto è in mano agli “esperti”, agli economisti, ai Centri Studi che conoscono l’andamento dell’economia globale. Al politico resta, però, in mano una risorsa fondamentale, la negoziazione dei tempi delle decisioni, la gestione (sono parole di Luhman) della “reversibilità delle prestazioni selettive del processo decisionale”, del “mantenimento di un ambito selettivo il più ampio possibile per decisioni sempre nuove e diverse, conservazione della complessità sociale, nonostante la continua attività decisionale tenda a ridurre il novero delle possibilità”.A titolo di esempio, possiamo considerare le estenuanti trattative e polemiche che hanno accompagnato riforme come quelle delle pensioni: riforme la cui portata restrittiva è sempre stata valutata in sede tecnica come inevitabile, ma che evidenti ragioni di opportunità elettorale e sociale hanno reso necessario dilazionare quanto ad effetti e a ricadute operative, con fasi di rallentamento ovvero di accelerazione (come in questi giorni). Gli esempi potrebbero moltiplicarsi. Ma è Democrazia questa? A fronte di questa situazione, la posizione degli studiosi e degli opinions makers si è divisa, nelle fazioni dei catastrofisti (specie la Sinistra ortodossa, ma anche parte della Destra), ottimisti e realisti. Tra gli ottimisti, va segnalata la posizione dell’originale e bizzoso Prof. Giovanni Sartori, il quale, anche dalle colonne di Repubblica e del Corriere della Sera, ha sempre sostenuto che Società del Benessere e Democrazia partecipata non vanno d’accordo e che è meglio che, in questi periodi di benessere, il “popolo” sia convocato il meno possibile alle decisioni pubbliche. Secondo il Professore, con un popolo reso sazio dal benessere e drogato dalla “telecrazia” (di qui, il rigoroso antiberlusconismo del Professore), la Democrazia non può funzionare bene, perché sovraccaricata di aspettative irrazionali cui non può dare seguito. Questa posizione al limite del razzismo politico (e tipica di certe posizioni USA) non trova d’accordo il Prof. Galli, il quale ci invita a considerare il complesso argomento secondo un’angolatura più sfaccettata e realistica. Il Prof. Giorgio Galli, insieme a Dahl, è perfettamente consapevole del bivio cui la Politica occidentale si trova nel XX e XXI Secolo: “se il processo democratico non è saldamente ancorato sul demo, il sistema continuerà a spostarsi verso il governo dei custodi. Se invece l’àncora tiene, lo spostamento si fermerà”. Secondo il Professore, non è comunque vero che la strisciante translatio della Democrazia verso la Tecnocrazia sia avvenuta in forme autoritarie o antidemocratiche tout court: la volontà popolare resta il fondamento delle democrazie recenti, per quanto corrette in senso tecnocratico: anche se a livello simbolico, il riferimento al “popolo” è sempre importante e decisivo per permettere alle Democrazia di trarre forza e legittimazione (sul punto, Galli fa presente che di “volontà popolare” si parlava anche nell’800 quando l’elettorato attivo e passivo spettava a pochissime persone). Mente il Ns. registra che dal 1945 in avanti al crescere del reddito e dell’istruzione si è accompagnata una progressiva disaffezione per i cittadini per la politica, con calo vistoso della partecipazione al voto, secondo Galli, tale processo va inteso, sulla scia delle teorie di Lipset, come indice di non marginale soddisfazione dei cittadini per le prestazioni di “questo sistema” democratico. Un ragionamento certamente valido in periodi pre-crisi (ovvero ante 2008), per la conseguita stabilità sociale dei Paesi a capitalismo maturo pre-crisi (specie i popoli anglosassoni), sufficientemente omogeneizzate socialmente in una diffusa e pacifica classe media, che dispone ormai di un bagaglio sufficientemente definito di pari condizioni di accesso alle principali opportunità di sviluppo economico, professionale e personale: tale che non sarebbe più sentita così forte l’esigenza della lotta, sentita come più necessaria in tempi meno fortunati.Certo, Galli non si nasconde che, così intesa, questa Democrazia riduca il “popolo” ad una dimensione subalterna; ma finchè regge il diffuso consenso per il modello sociale liberale cui essa aderisce, è ancora legittimo definire i regimi politici occidentali regimi “su delega” dei cittadini (quindi, democratici a pieno diritto), per quanto tale delega sfilacciata sia (vedi teoria di Fakuyama sulle società democratiche del post-1989 nell’era della “fine della storia”). Ma quando il sistema politico non riesce più a garantire la ricchezza e le opportunità di una società aperta? Questa secondo Galli è la sfida che caratterizza le Democrazie nei tempi attuali. Nelle prossime puntate provvederemo ad articolare la risposta a questa complessa, ma avvincente domanda. Per ora, ci sia consentito concludere con qualche breve nota di attualità politica. Le tesi di Dahl e Luhmann certamente si addicono alla complessa gestione dell’Euro di questi giorni: in queste fasi la Tecnocrazia è francamente insostituibile. Ma certo, nessuno può negare che la Tecnocrazia in questa fase stessa versi (in Italia, ma anche in Europa) in una strisciante delegittimazione politica e sociale: la crisi finanziaria (che per altro ha visto la condotta discutibile di molti esponenti politici e finanziari attualmente deputati a gestire la crisi) induce una crisi di fiducia che mette alla prova il “patto implicito di soggezione” tra èlites e cittadini, cementato a partire dalle Rivoluzioni reaganiane e thacheriane in forza delle aspettative di crescita e di benessere inesauribili (promessa impossibile da mantenere, come denunciato dall’Ex Ministro Tremonti). Il tempo dirà la sua. Certo, se, come sembra, i provvedimenti economici d’eccezione varati saranno efficaci, il “patto di soggezione” si rinsalderà e il regime “tecnocratico” dominante dagli anni ’90 ad oggi potrà ritenersi confermato e consolidato.