12 dic, 2011
Midnight in Paris, ovvero la nullità marca Woody Allen
di Giorgio Frabetti- Paccottiglia inutile condita di verbosa enfasi letteraria: basta questo per descrivere esaurientemente l’ultima fatica del Maestro Woody Allen, record di incassi delle ultime settimane. Dal vulcanico ideatore di quella meravigliosa e inarrivata commedia non sense sui complessi della sessualità come Ciao Pussycat, dal geniale registra di Tutto quello che avreste voluto sapere sul sesso e non avete mai osato chiedere, francamente ci si sarebbe aspettati di più: magari un film non bello, ma intelligente, di quelli che fanno discutere e che almeno catturano l’attenzione con contenuti non banali. Difficilmente il grande Woody aveva toccato il fondo della banalità e della nullaggine come in questo Mighnigt in Paris. L’unica impressione positiva (e sottolineo impressione) è l’atmosfera vagamente felliniana e proustiana delle prime sequenze; una magia visiva, che però si perde per la monotona reiterazione nel corso del film. Il tema dominante del film è quello dell’epifania del passato letterario e culturale dell’Europa tra XIX e XX Secolo, di cui Parigi diviene simbolo e metafora. Un passato che si rivela causalmente al protagonista Owen Wilsone (già interprete di Ti presento i miei e di Io e Marley), sceneggiatore di successo, ma infelice per il represso talento letterario, il quale, con un incantesimo sconosciuto, ogni mezzanotte viene catapultato indietro nel tempo nella Parigi di Scott Fitzgerald, di Picasso, Dalì, Hemingway. Dai quali ricava idee e stimoli per concludere il romanzo che ha in gestazione e per accettare il rischio di una vera vita da intellettuale “sradicato”, che scommette nel proprio talento, senza protettori editoriali o commerciali alle spalle. Presentato da Allen come una specie di “educazione sentimentale” moderna, come un grande Bildungsroman letterario-cinematografico (non senza occhieggiare a certi snobismi degli artisti americani della “contestazione” che imitavano i deracinè francesi di fine 800 e inizio 900), il film è un vero aborto. Alla fine, ciò che resta allo spettatore è un doppione della formula Vanziniana di A spasso nel tempo (e francamente se a certi effetti “c’era arrivato” il Ns. Vanzina, dispiace che vi si sia appiattito il Maestro Woody). La stagione letteraria e culturale francese dei deracinèes francesi di inizio secolo non è assolutamente inquadrata: ad esempio, nulla si dice sulla crisi della Francia dopo Sèdan, che nemmeno la Prima Guerra Mondiale risolve, ma aggrava, ma che è il vero “contesto” (quasi pre-sessantotto) della “cultura della crisi” dell’epoca. Nè tali fermenti si colgono nel personaggio del protagonista: un intellettuale verboso e stucchevole impersonato dall’attore più piatto e inespressivo che Woody Allen avrebbe potuto trovare l’Owen Wilson di Io e Marley (per la cronaca, un non raro film commerciale dove il protagonista cane-labrador è più espressivo del protagonista-umano Wilson!). No comment per la “comparsata” di Carla Bruni: qui basterà ricordare che lo stesso Woody intendeva cacciarla dal set! Una scelta di attore più infelice di così non si sarebbe potuta realizzare, e non è semplice sfuggire alla conclusione che il grande Woody stavolta abbia tenuto d’occhio più il botteghino dei contenuti. E il botteghino stavolta ha pagato.