30 nov, 2011
Attorno alla morte di Lucio Magri c’è la banalizzazione della vita
di Fedrico Mugnai- A Lucio Magri, storico direttore de “Il Manifesto”, comunista convinto, uomo di alto profilo intellettuale e di grande onestà, va il nostro pensiero dopo la sua decisione di ricorrere alla “bella morte” in Svizzera, tramite suicidio assistito. Un modo di morire insolito, fuori dagli schemi che però al di là delle nostre perplessità non possiamo condannare per non finire a fare facili moralismi. Ognuno è artefice del suo destino, ognuno è libero di fare e disfare la vita come meglio crede. Il problema è un altro: è uno Stato cd civile che offre un servizio sanitario che si preoccupa di dare la morte, anziche’ la vita! Questa è una cosa abnorme che va combattuta alla radice, perché è il primo stadio di quella concezione utilitaristica e materialistica della vita che cancella sia quelle speranze in una vita trascendente, il suo intimo segreto e grande mistero, ma soprattutto mette in evidenza un principio secondo cui morire diviene una scelta preconfezionata come se dovessimo decidere ad esempio quale tipo di massaggio preferiamo. C’è in tutto questo una banalizzazione della vita e della morte che spaventa coloro che hanno un po’ di umanità. Attenzione a non perseverare con queste pratiche, a sponsorizzarle come fossero una specie di “salvezza” dal disagio che la vita arreca in certi momenti dell’esistenza umana. Non solo si rischia di far passare il messaggio secondo il quale le difficoltà, le sofferenze sono intollerabili e insuperabili per l’uomo e quindi è meglio optare per la bella morte, demolendo quella forza di spirito insita in ogni uomo nel sapere superare gli ostacoli riscoprendo la felicità perduta; il rischio terribile è quello che se decidere quando e come morire con il suicidio assistito è una libera scelta e un diritto, in futuro se fosse lo Stato a dover imporre la morte a determinati individui, ritenuti non più idonei a vivere, la morte diverrebbe anche un dovere da adempiere. La bella morte si scoprirebbe quell’inferno che nei Gulag e nei campi di sterminio tedeschi hanno vissuto decine di milioni di uomini e donne innocenti. Se mai rivivremo quell’incubo, il reportage di “La Repubblica” che raccontava momento per momento il viaggio verso la morte di Lucio Magri, quasi fosse un grande spettacolo da divulgare, con gli amici che bevevano il martini in attesa dell’annuncio del suicidio, sarebbe un triste presagio di quell’europa in crisi d’identità e cinica che Augusto Del Noce aveva criticato in modo lucido e profetico.
Magri? Ha vissuto bene e ha scelto la sua morte… Ma….
Marta Marzotto, a Cesare Lanza: Sembra di ricordare che una si sdraia e aspetta…». Più avanti, Cesare le domanda: «Com’era Magri?», e Marta: «Un formidabile rivoluzionario da salotto, Magri. Guai se per il gigot d’agneau non c’erano il puré di mele e la salsa di menta: non ci si poteva sedere a tavola. O se i chicchi di caviale non erano g-g-g… grossi grani grigi…».