28 nov, 2011
I fondamentalisti della tracciabilità: “socializzare” gli scambi contro la crisi?
di Giorgio Frabetti- E’ rimbalzata sui media e sui giornali di questi giorni la clamorosa proposta di Milena Gabanelli (la celebre conduttrice di Report), formulata sul Corriere della Sera due settimana fa e a L’Infedele di Gad Lerner lunedì scorso, di imporre il contante come obbligatorio per tutte le transazioni economiche, anche la più minuta, tra privati. Una proposta rimbalzata anche da Massimo Fini nel severo intervento sul Fatto Quotidiano di sabato scorso. La proposta della Gabanelli (da lei stessa definita provocatoria) consiste nell’imporre a tutti gli scambi la tracciabilità, senza le attuali soglie, nè le soglie più piccole attualmente allo studio degli Uffici Ministeriali (E. 300) e imporre, per converso, la tassazione dell’uso del contante, salvo i “piccoli tagli” (definiti in E. 100 al mese: soglia criticatissima da Fini e condivisibilmente, vedremo perchè). Un modo, secondo la Gabanelli, per “decimare” l’economia sommersa e l’economia criminale (in parallelo all’altra, discutibilissima, provocazione di Saviano sul contante come “moneta della criminalità”) e per reperire tutte le risorse per giungere alla soglia necessaria del pareggio di bilancio. ”Io il mio denaro ho il diritto di metterlo dove mi garba, di ficcarmelo anche nel culo, se così mi piace”: un’espressione che, aldilà del tono vernacolare con cui Massimo Fini la esprime sul Fatto Quotidiano, coglie il punto di somma debolezza della tesi della Gabanelli: in forza di quale principio lo Stato può obbligare il cittadino a disporre del proprio denaro, conservandolo in banca? Certo, a questa obiezione può rispondersi che la moneta ormai è molto “smaterializzata”: vedi uso massiccio delle carte di credito, vedi tendenza sempre più netta alla “telematizzazione” dei pagamenti. Ma da qui ad imporre questo solo mezzo di pagamento negli scambi ce ne corre. Innanzitutto, la Gabanelli non tiene conto (come Fini acutamente mostra di fare) di elementari implicazioni di privacy. D’accordo, è odioso che il dentista, il meccanico etc. pratichino due tariffe con fattura e senza fattura. Ma davvero dobbiamo ritenere così necessario tassare le minute spese dell’edicolante, del tabacchino? Ma perchè devo far sapere ad altri che acquisto un certo giornale, rispetto ad un altro, o un certo prodotto rispetto ad un altro? D’accordo la tracciabilità, ma fissiamo la soglia di esclusione del contante, in modo da non ledere la privacy! Per altro, la Gabanelli riconosce che per i “piccoli scambi” occorrono modalità semplificate e finisce così per riconoscere una specie di soglia di “franchigia” sui movimenti di contante fino a E. 100 al mese. Una cifra risibile, gli fa notare Massimo Fini, che comunque da sè fa a pugni con la proposta di tracciabilità integrale dalla Gabanelli: se dobbiamo ritenere normale l’uso di contante mensile fino a E. 400-500, noi non facciamo che ritornare ad un assetto di regole decisamente consueto, ovvero già praticato in Italia fino alla caduta del Governo Prodi II. Con il che la proposta della Gabanelli non solo perderebbe qualunque novità, ma sarebbe addirittura inutile, certificando l’impossibilità matematica e direi quasi assoluta di una tracciabilità integrale del contante. Come anche esagerata è la Gabanelli quando (insieme a Saviano) lancia l’affermazione che il contante è la moneta della criminalità. Se è, infatti, statisticamente vero che la criminalità usa spesso il contante, ciò non basta ad associare il contante a qualunque transazione economica della criminalità organizzata: dove le mettiamo la pratica degli “schermi societari”, delle “scatole cinesi”, delle “intestazioni fiduciarie”, degli “investimenti in attività reali” che comunque la criminalità organizzata realizza? Come documentano i processi, il riciclaggio passa anche attraverso queste attività! Alla fine, della proposta della Gabanelli resta poco dal punto di vista pratico. Resta però una lezione non solo di approssimazione, ma anche di vieto e inguaribile ideologizzazione di certo giornalismo. Imporre al cittadino di mettere in banca i propri soldi o di usare tout court il contante significa muoversi in una vieta visione “socialista” degli scambi, che la storia dovrebbe aver condannato! Senza contare il tocco di “paternalismo moralistico” dello Stato che, riservandosi di decidere le soglie del contante, in fondo finisce per sindacare sul tenore di vita dei singoli, un pò come avviene in certe sette pseudo-cristiane, che prevedono regole di povertà per gli adepti, e dove il Superiore ti dice quanti soldi spendere al mese. Siamo d’accordo: a mali estremi, estremi rimedi. Siamo d’accordo che soprattutto le banconote da E.500 devono essere sorvegliate, affinchè tramite ingenti travasi di contanti, non si verifichi quella fuga del denaro dalle banche che provocò la crisi del 1929: come misura eccezionale, per fronteggiare gravi pericoli di illiquidità delle banche e del sistema finanziario, rimedi come quelli proposti dalla Gabanelli possono starci, ma a condizione che siano fissati a tempo determinato, come un tempo erano le misure anti-terrorismo! Perchè (ricordiamocelo bene) questa “socializzazione estrema” dell’uso del denaro, salvo casi eccezionali e limitati, è assolutamente non conforme a Costituzione: segno di una provocazione di un giornalismo che rivela tutta la sua dabbenaggine, quando, improvvisando, si cimenta negli oscuri meandri della Finanza e del diritto tributario.