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Orsi e Tori, la leggenda della borsa: nona parte-L’Impero Cuccia

cucciadi Giorgio Frabetti- Dalla riservatezza maniacale, eppure di grandi ambizioni; anticlericale eppure religioso e devoto al punto da andare a messa e comunicarsi quotidianamente; grigio e quieto burocrate, eppure vicino ai “capitani di ventura” della Finanza contemporanea (De Benedetti, Gardini, Pirelli), Enrico Cuccia, comunque lo si giudichi, è una vera pietra miliare della storia finanziaria italiana. Giancarlo Galli descrive la sua Mediobanca quasi come una confraternita cui si sarebbe potuti entrare solo facendo stretto giuramento per il “puro capitalismo” contro il comunismo e la varie tesi di “intervento pubblico nell’economia”. Un giuramento di cui Galli (prodiano e, quindi, suo ‘avversario’ all’uscita della sua Fabbrica dei Soldi) non esita a mettere in evidenza le contraddizioni, per l’evidente favoritismo esercitato da MedioBanca ai “salotti buoni” e per l’ingessamento della governance finanziaria italiana da essa realizzato in nome di una specie di “banco-centrismo” (di imitazione tedesca, vedi Federico Rampini), tale da restringere le opportunità di libera iniziativa per la compressione di altri canali più liberi di accesso al capitale di rischio (Borsa in primis). In realtà, l’opera di Cuccia va considerata su più livelli. Innanzitutto, che cos’era Mediobanca? Questa fu (ed è) una gloriosa istituzione bancaria italiana, tra le più meritorie ed impegnate nell’opera di ricostruzione nell’immediato dopoguerra: specializzata, secondo la (restrittiva) legge bancaria del 1936, in operazioni a medio-breve termine, l’istituto si lanciò presto in operazioni di leasing, revisione contabile (sul punto Mediobanca fu un’autentica iniziatrice), credito al consumo, promozione del commercio internazionale, gestioni fiduciarie. Servizi modernissimi per l’epoca, che valsero a Mediobanca un primato tra le “banche d’investimento” italiane e la rapida quotazione in Borsa nel 1956. Mediobanca è innanzitutto la storia di un rapporto concorrenziale-conflittuale tra Cuccia e Mattioli. A Mattioli Cuccia verrà presentato nel 1938, quando, in occasione del suo matrimonio, sarà assunto a Comit, diventandone un collaboratore di punta. Di lì, complice la protezione che Comit offirà sempre a non pochi esponenti dell’antifascismo laico e liberale (tra cui Ugo La Malfa, noto collaboratore all’Ufficio Studi), maturerà la scelta di Cuccia per il Partito d’Azione (sarà, infatti, legatissimo a La Malfa e Parri). Deluso dall’esperienza IRI come vettore di rilancio del capitalismo italiano (nonostante la buona volontà del suocero Beneduce, primo Presidente IRI e già ascoltatissimo consigliere economico di Mussolini), deluso dalla compromissoria gestione di Mattioli irretito dalla nazionalizzazione della Comit, in cui vide una netta decadenza rispetto agli anni gloriosi del “decollo industriale” del periodo giolittiano,nutrito di una visione “castale” vecchio stampo del ruolo dell’èlite liberale e capitalistica (che manterrà tutta la vita e che lo porterà ad avversare sia il comunismo sia la partitocrazia), preoccupato dalla possibile asfissia di capitali indotta da gestioni politiche poco accorte, a suo giudizio letale per l’economia italiana, Cuccia entrerà in competizione con Mattioli. Un primo tassello in questo processo di affermazione sarà il suo viaggio a Lisbona: ufficialmente per incontrare Scorza, antifascista in esilio, per l’affidamento di azioni Comit in Sudamerica, officiosamente per permettere allo stesso Cuccia di incontrare Lazard (alto esponente della Finanza Ebraica), grazie al quale coltiverà un sodalizio finanziario che sarà decisivo nell’affermazione in Mediobanca. Un viaggio su cui molto si è detto, sul quale molte leggende sono còrse, ma che molto probabilmente devono intendersi (questa è l’opinione degli storici più recenti) come un vero tentativo di Cuccia di “saldare alleanze” in proprio e in contrasto con Mattioli. Uno “sgarbo” di cui il patron Mattioli fu certo consapevole, quando “inventò” per Cuccia Mediobanca, ritenendola un istituto minore, per i “piccoli giri d’affari” della Ricostruzione, ma che avrebbe dovuto servire a liquidare il suo scalpitante concorrente. Viceversa, Mediobanca fu il trampolino di lancio per la costruzione di un Impero che dominerà 60 anni (Cuccia morirà vecchissimo e vedovo nel 2000). Certamente, come riscontrato nella precedente puntata, la figura di Cuccia conobbe una rilevanza nazionale sia in termini economici sia in termini latu sensu politici ai tempi del “caso Sindona”: da lì consolidò il proprio potere (Raffaele Mattioli morì nel 1973 e il figlio Maurizio non sarà alla sua altezza), in un tempo di grande fermento per una revisione globale della governance finanziaria nazionale ed internazionale, in un tempo di grande crisi (siamo alla crisi petrolifera). Un tempo, però, in cui iniziano ad affacciarsi nuovi fermenti che poi sbocceranno nella grande stagione finanziaria degli anni ’80 e ’90. Sarà a partire da questo periodo, che il contributo di Cuccia sarà decisivo, come quella specie di “mano invisibile” di cui parla Adam Smith per il progresso dell’economia. Sarà decisivo perché quando in Italia e in Europa maturarono le prime decise avversioni per il dogma socialista dell’ “intervento dello Stato” nell’economia e le prime nostalgie per un ritorno al liberismo e al capitalismo puro, Cuccia sarà uno degli uomini meglio sintonizzati su questi temi (per cultura ed esperienza personale) e certamente molto all’avanguardia. Ma se Cuccia deve annoverarsi a pieno diritto tra i protagonisti di quella “Rivoluzione finanziaria” che avverrà negli anni ’80 e ’90, bisogna altrettanto dire che egli agì in modo assolutamente personale, non certo consono agli schemi che ci si aspetterebbe da un liberale puro. Mentre in molti Stati europei, la Rivoluzione Liberale avviene attraverso le Borse, le privatizzazioni, l’azionariato di massa e le Public Company, in Italia la “rivoluzione finanziaria” dell’economia passerà (specie negli anni ’80) per una gestione ultra-verticistica, elitaria, quasi che attorno a Mediobanca operasse un trust, o meglio un Esercito disciplinatissimo. Dirà Giovanni Agnelli jr, l’Avvocato: “Cuccia è il Generale, noi gli Ufficiali”. Una rete che è poco definire un clan e che Cuccia potrà consolidare imponendo a livello legislativo (ad un sistema politico assolutamente ignaro di finanza) congegni azionari costruiti su misura (“azioni ordinarie”, di “risparmio”, “privilegiate”) per permettere al mondo Mediobanca di mantenere una prelazione, una specie di “fedecommesso” sui principali asset industriali italiani. Un sistema che Giancarlo Galli descriverà come consustanziale ad uno specifico modus agendi di Cuccia verso i suoi uomini: “liberi di agire [gli uomini del clan Cuccia, ndA], … lui li lascia correre, in cuor suo sperando che vincano (sarebbe un successo della scuderia), ma, conoscendone i limiti, predispone le linee di ritirata, proponendosi puntualmente come mediatore. Conscio che ogni disastro, ha da essere circoscritto, per evitare che travolga l’intero sistema cioè lui stesso”. L’influenza e la consulenza di Cuccia sul sistema economico italiano sarà evidente in molti passaggi anche di riforma legislativa degli anni ’80 e ’90 sui quali torneremo. Qui basti ricordare alcune essenziali mosse dello Gnomo di Via dei Filodrammatici. Clamoroso, ad esempio, fu l’ingresso di Gheddafi nel 1977 nel sistema di azionariato FIAT (in un periodo in cui il dittatore libico era in odore di terrorismo): una mediazione clamorosa che Cuccia saprà far approvare all’Avvocato e digerire all’opinione pubblica italiana, paventando il passaggio della FIAT all’IRI: decisione che avrebbe reso ultra-felice la Triplice Sindacale, ma avviato ad una spirale statalistica e para-socialistica la più importante azienda automobilistica italiana (nel 1980, la liquidazione del vetero-sindacalismo in FIAT sarà realizzata da un altro uomo del sistema Mediobanca, Cesare Romiti, che si porrà a capo della nota “marcia dei quarantamila”). Cuccia è anche il “protettore” di Carlo De Benedetti, quando questi, pur tra mille polemiche e insinuazioni, lancia una serie di aumenti di capitale dell’Olivetti, che, se daranno la stura a controversie giudiziarie infinite anche per il non limpido trattamento dei piccoli azionisti (il “parco buoi”), sarà decisivo per salvare allora l’Azienda e pilotarla in un processo di ristrutturazione verso l’informatica e l’elettronica che sarà all’avanguardia negli anni ‘80. Come limpidamente conclude Giancarlo Galli “se Cuccia è riuscito a evitare il decesso di FIAT, Olivetti, Montedison, portandole in camera di rianimazione, i bianchi cavalieri del capitalismo arrivano da lontano e precisamente dal mondo anglosassone: pesano le alleanze via via costruite (e consolidatesi ai tempi del crack Sindona) con Lehmans Brothers e Hambro. Conservazione e innovazione; chiusura e apertura; vecchi vizi, nuove virtù: questa è la sintesi dell’anomalia Cuccia. Come l’uomo del Vangelo che versa “vino nuovo” in “otre vecchie”, così Cuccia sfruttò i vizi del capitalismo più verticistico e monopolistico per modernizzare l’economia, segnando in profondità almeno tre decenni di storia finanziaria e politica italiana (vedi la vicenda delle privatizzazioni degli anni ’90). A chi lo criticava per la apparente sufficienza verso la Borsa, il regno dei azionisti piccoli, del “Parco buoi” che investe sperando nel guadagno lo stesso Cuccia (vedi caso Montedison, creatura Mediobanca, che bruciò i risparmi di migliaia di cittadini negli anni ‘70), infatti, soleva ripetere dicendo: “Gli investitori avranno tempo di rifarsi, mentre un’Azienda distrutta non si risolleverà mai. Difficile dargli torto. Nel salotto buono di Cuccia saranno sempre accettati gli Agnelli, i Ferruzzi, i Gardini, i De Benedetti, saranno rifiutati Sindona, Calvi, Bonomi, Berlusconi; ma saranno anche ammessi gli “astri emergenti” dell’italia industriale degli anni ’80 e successivi: Pecci, Lucchini, Ferrero, Cerutti, Ratti, Stephanel. Segno di un sistema finanziario in fondo ancora aperto ad accogliere una logica di dinamismo economico reale, non ancora del tutto condizionato dalla finanza autoreferenziale, che ha portato il mondo alla rovina con il crollo Lehman Brothers nel 2008.

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