24 nov, 2011
Il “caso Fassina”: quando i nodi del governo tecnico vengono al pettine
di Giorgio Frabetti- Nel PD è esploso, come noto, un “caso” attorno alla figura di Stefano Fassina, Responsabile del Dipartimento Economia e Lavoro del PD e già “mente” del Think Thank economico bersaniano NENS, oggetto di una mozione di Ichino, Bianco e altri definiti liberal del PD tesa a chiederne le dimissioni. Vengono in questa vicenda al pettine almeno due “nodi” non risolti: il “nodo” del conflitto interno al PD sulle riforme del lavoro (che vede proprio contrapposti proprio Fassina e Ichino almeno dalla Conferenza PD di Genova sul lavoro da giugno); il “nodo” di un partito, il PD, che è giunto all’appuntamento del Governo Monti, dal programma riformatore molto pesante e impegnativo, senza aver risolto al suo interno le divisioni sulle politiche del lavoro. Per Ichino, la tutela del lavoratore passa per il mercato e l’innovazione (ricette tipicamente UE: vedi Lisbona 2000); per Fassina, essenziale il ruolo assistenziale dello Stato, coadiuvato dalla UE, keynesianamente vista come sede per rilanciare l’interventismo pubblico (di qui, la delusione di Fassina per la visione BCE sulla riforma del lavoro e dei licenziamenti; di qui la polemica contro la BCE e le accuse di anti-europeismo dei liberal PD). Ma l’ulteriore (e decisiva) divisione tra Fassina e Ichino riguarda l’art.18: da abolire per Ichino, da mantenere per Fassina (che ne ritiene l’abrogazione inutile ai fini di un bilanciamento di tutele). In realtà, su questo specifico punto, se si leggono distintamente il Documento PD presentato da Fassina e quello di Ichino, la posizione di Fassina appare effettivamente elusiva, perchè non considera che la vera posta in gioco è la possibilità di licenziare il Dipendente per motivi economici, senza far cadere sul Datore l’onere (pesante e poco realistico) di una nuova ricollocazione: vero “costo improprio”, alla base (secondo Ichino) della fuga delle Aziende dall’area del lavoro garantito. Una posizione elusiva che non può non essere letta come tentativo di Fassina di non inimicarsi la CGIL, notoriamente intransigente sull’argomento, specie per i riflessi che tali riforme potrebbero avere sul Pubblico Impiego (c0me noto dal 1993 assimilato al lavoro privato). Una divisione che, non troppo latente da tempo, sta esplodendo (e forse con conseguenze imprevedibili) proprio all’indomani della formazione del Governo Monti e anzi a causa della formazione di quest’ultimo. Governo Monti al quale il PD Fassina solleva non poche riserve politiche definendolo solo un “governo amico” del PD, negando che esso sia organico al programma e all’ “identità costitutiva del PD”. In questi termini, Fassina paventa cioè che, complice la presenza di un Ministro del Welfare, molto sensibile alle posizioni di Ichino e soci, la flexsicurity, uscita dalla porta (perchè bocciata alla Conferenza PD di Genova nel giugno scorso) rientri dalla finestra, ovvero rientri nel programma di Governo Monti. Il che equivarrebbe ad una sua sostanziale esautorazione come Responsabile PD dell’Economia e del Lavoro. Ma a questo punto, la sharada non riguarda più solo le lotte interne tra gli ascari del PD, ma anche la capacità del PD di garantire effettivo e reale sostegno al Governo Monti. E’ evidente che se cade la testa di Fassina, inevitabilmente il PD andrebbe allo scontro (indesiderato) con la CGIL, sul piede di guerra contro l’abrogazione dell’art. 18 e fermamente non intenzionata a deflettere. E con una CGIL “contro” anche la funzione di “unità nazionale” del Governo Monti ne riuscirebbe pesantemente compromessa nella sua piattaforma riformatrice, specie sul versante della flexsicurity del lavoro, pure insistentemente richiesta da Bruxelles. Adesso comprendiamo meglio l’insistenza di Bersani sul carattere “tecnico” del Governo ai tempi delle consultazioni per la formazione dell’esecutivo: un sistema comodo per “tenere i piedi in due staffe”, delegando a Monti il lavoro “sporco” della flexsicurity (indigesta alla CGIL), senza assumersene l’onere, nella speranza di barcamenarsi e prendere tempo per mediare. Il punto però è che, con la lettera di ieri, con cui Ichino, Bianco etc. chiedono “la testa” di Fassina, tempo non ce n’è più: Bersani dovrà uscire dall’equivoco, prendendo posizione. Ma in ogni caso a farne le spese sarà il Governo Monti, partorito nella fretta di calmare i mercati, ma senza una negoziazione seria ed equilibrata del programma.
Mi chiedo semplicemente come si faccia a considerare ‘liberal’ qualcuno che si oppone alle riforme. I liberal non sono riformisti un po’ dappertutto?
Mi chiedo inoltre dove questo signor Fassina abbia studiato economia, dato che mi sembra più attento alle alleanze politiche che alla crescita economica.
Infine, è ovvio che il rilancio vero del PD non può non passare per una revisione dei suoi rapporti con il vero partito conservatore italiano: la CGIL, che ha oltre il 50% di iscritti già pensionati e la maggior parte degli iscritti attivi nella PA. Il totale di questi due gruppi sfiora il 70% degli iscritti. I dati sono nel sito CGIL.
Mi pare che Renzi questo l’abbia capito: se verrà seguito dal suo partito sarà il Tony Blair italiano (anche Blair tagliò il cordono Labour-sindacati), ma il PD si avvicinerà molto al centro. Staremo a vedere.