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Orsi e Tori, la Leggenda della Borsa-ottava parte: Sindona, ovvero il “diavolo” della Borsa

michele-sindona-401869_0x410di Giorgio Frabetti- La parabola del finanziere messinese Michele Sindona (“diavolo della Borsa” come lo chiamava Enrico Cuccia, patron di Mediobanca) è la parabola di un finanziere che, per un momento, parve vicino a scalzare in Italia la leadership della cd “finanza laica” (Comit, Credito Italiano, Mediobanca). Non la parabola di un Virgilito, di un Brusadelli, di un Cumenda qualsiasi, quanto il tentativo più serio che un out sider osò per sfidare il gotha della finanza italiana anche grazie ad alleanze di livello europeo ed internazionale. E’ l’incontro con Franco Marinotti che segna il lancio di Sindona, avvocato tributarista e commercialista messinese, grande “mago” delle alchimie bancarie e fiduciarie. Il Presidente della SNIA Viscosa (amico per altro di Carlo Pesenti, imprenditore edile con cointeressenze nel messinese, grande amico di Anna Bonomi), affidatosi alla consulenza del giovane Sindona, ne rimane entusiasta e lo chiama a collaborare con sé. Da lì, iniziato agli ambienti milanesi, Michele Sindona si lancia nella conquista della FASCO (finanziaria del Lichtestein che sarà sempre il polmone finanziario delle sue attività, specie della Banca Finanziaria Italiana) e della Banca Unione, già in predicato della Curia Milanese di cui riuscirà a prendere il controllo insieme allo IOR, mettendo in minoranza la Bastogi e la Feltrinelli, scomodi commensali laici e comunisti per una Banca nata come fiore all’occhiello del cattolicesimo milanese. Si è molto parlato del rapporto di Sindona con la cd “finanza cattolica”: non sempre, però, se ne è parlato a proposito. Nonostante Sindona fosse un sincero credente, la sua vicenda finanziaria non può essere rubricata come un capitolo di questo pur rilevante filone della storia finanziaria italiana (come la vicenda del finanziere Giuffrè, del Prof. Giordani, finanche la storia del rapporto Calvi-Marcinkus). Certo, i rapporti con il Vaticano, specie con Montini, furono abbastanza stretti (di Montini fu consulente prima all’Arcivescovado di Milano, poi in Vaticano, quando Papa Paolo VI, preoccupato delle nazionalizzazioni del centrosinistra decise di smobilitare le azioni della Società degli Acquedotti in possesso della Santa Sede). Di massima, però, i cattolici, per Sindona, furono per lo più compagni di viaggio, forse più brutalmente un “parco buoi”, ovvero una utile “massa critica” che garantì (specie in quel di Milano) una base di seguito non indifferente alle sue iniziative: essenziale per garantire al Ns. la adeguata liquidità nelle sue spericolate iniziative finanziarie. Una “massa critica” che era tanto più utile e indispensabile per il lancio delle iniziative finanziarie del messinese, in una Nazione come l’Italia dove mancava la cultura dell’azionariato diffuso e dove quei pochi capitali che esistevano venivano “intermediati” dai “soliti noti” dei “salotti buoni” di Mattioli e di Cuccia. Essenzialmente, Sindona fu un disinvolto e capace “banchiere d’affari”, specializzato in gestioni fiduciarie dei patrimoni, ovvero in tutti quei trucchetti che ieri e oggi servono per occultare redditi e patrimoni al Fisco, passando attraverso operazioni che oggi chiameremo di “esterovestizione” dei capitali  e delle Società. Passarono per i servizi dello Studio Sindona praticamente tutte le personalità più ricche della Milano di allora, da Pesenti, a Merzagora e altri (pur legati alla cd “finanza laica”). Questa fama procurò alla Banca di Sindona un raggio di potere e di liquidità tale da lanciare il messinese non solo nel gotha finanziario milanese, ma anche a livello internazionale. Clamorosa fu l’alleanza stretta con Hambro e Lehman Brothers (due dei clan più influenti della cd “finanza ebraica”), che lo porterà anche alla scalata della Franklin Bank negli USA. Un’alleanza che fu resa possibile anche dalla caratteristica anglofilia del Ns., già precocemente affacciatasi negli anni universitari, che lo porterà di fatto ad essere il finanziere italiano che per primo importerà in Italia lo stile di “fare Borsa” di Wall Street: il private equity, ma soprattutto la OPA (che saranno istituzionalizzati, sotto la vigile tutela di Mediobanca in Italia tra gli anni ’80 e ’90). Clamorosa e destinata ad entrare nella leggenda la scalata di Italcementi (poi fallita) che, se andata in porto, avrebbe reso il gruppo Sindona il più importante d’Italia e il più esteso d’Europa. Come un alone di leggenda circondò anche la scalata della Bastogi, “cuore” del “salotto buono” dell’industria milanese. Se Sindona fosse riuscito nell’opera di conquistare la Bastogi, si sarebbe creata una falla molto rilevante nel sistema di potere di Mediobanca, indebolendolo in modo letale. In effetti, l’operazione, pur salutata con grande entusiasmo anche dagli editorialisti normalmente più severi con la “razza padrona” d’Italia (vedi Eugenio Scalfari, che poi sarà acerrimo avversario di Sindona), portò Mediobanca (suprema tutrice del sistema Bastogi) ad un passo dalla rottura con la principale alleata Lazard: rottura che avrebbe isolato Cuccia da una delle più importanti cordate finanziarie che storicamente ne sostenevano il potere e il primato in Italia. La scalata fu bloccata a seguito di un tormentoso pronunciamento del Governatore della Banca d’Italia Guido Carli, che intimò la cessazione dell’OPA a tutela dell’italianità dei capitali (un rilievo ridicolo per il ruolo rilevante della Lazard!). Da qui comincia il declino di Sindona che culminerà con il crack azionario delle sue banche (in pieno shock petrolifero) fino alla dichiarazione di insolvenza l’08 ottobre 1974. La storia del salvataggio di Sindona, con i temporeggiamenti di Andreotti (che poco tempo prima lo aveva elogiato come “il salvatore della lira”), le oscure (e anche incredibili) negoziazioni con la mafia siciliana, i ricatti e poi l’omicidio (su mandato di Sindona stesso) del liquidatore Avv. Giorgio Ambrosoli, fino alla misteriosa fine di Sindona nel carcere di Pavia con il mai chiarito caffè al cianuro fa parte della storia dei “misteri italiani” degli anni ’70 ed è fin troppo conosciuta per essere ripresa in questa sede. Il libro di Giorgio Galli La Fabbrica dei Soldi ci apre ad una lettura diversa di Sindona, ad una lettura “interna” alla storia dello sviluppo della finanza italiana. Come già detto, Galli rileva che, al netto dei tratti oscuri e negativi della sua opera, Sindona fu un innovatore: dopo di lui, la Finanza italiana non sarà più la stessa, si aprirà alla Borsa, si sprovincializzerà e si darà regole europee, anche sotto gli auspici del peggior nemico di Sindona, Enrico Cuccia. Lo stesso Galli ci invita a leggere il crollo di Sindona guardandolo in profondità, andando oltre gli stereotipi “complottisti” di certa pubblicistica e talora storiografia di Sinistra (che vedrà addirittura in Sindona un volgare “golpista”, un’incarnazione dell’ eterno “fascismo” italiano, insieme a Gelli e al Sistema P2). Secondo Galli, il crollo di Sindona va letto nell’ambito di quella lotta Sindona-Mediobanca cui il Commercialista di Patti si buttò fin dall’inizio anima e corpo. Ad un certo punto questa lotta fu perduta dal messinese: non perché i referenti italiani fossero più forti, ma perché a Sindona vennero a mancare decisivi appoggi ed alleanze nella “finanza ebraica” internazionale (Lehman Borthers in primis), che, delusa da Sindona per alcuni affari, preferì trovare altri referenti in Italia (Cuccia in primis). La spiegazione del crollo di Sindona va poi colta anche e nel livello di sviluppo della cultura economica italiana di quel periodo (anni ’70) e nelle speciali “idiosincrasie” del sistema Cuccia. Ciò che rendeva inviso Sindona a Cuccia non era solo il carattere concorrenziale della sua Banca d’affari (omologa a Mediobanca); non era solo la discutibile provenienza dei capitali, ritenuti mafiosi (Cuccia stringerà discusse alleanze con Ligresti, altro finanziere siciliano molto discusso), ma era la disinvoltura con cui Sindona praticava la fuga di capitali all’estero. Una pratica che certamente si spiega nello speciale clima specie degli anni ’60 e dell’avvento del centrosinistra con le prime iniziative di nazionalizzazione e di dirigismo statale, ma che erano effettivamente avvertite come sommamente pericolose per la tenuta del sistema economico e sociale, specie in un contesto economico, come quello italiano, fortemente sottocapitalizzato. Ricordiamo che siamo in un’economia molto elementare rispetto ai livelli di oggi, ovvero ad un’economia non ancora adusa alla telematica e alle moderne modalità di circolazione del capitale. Una pratica che non avrebbe potuto non essere radicalmente invisa ad Enrico Cuccia, il quale, pur tra tanti difetti, fu sempre molto lucido nel paventare i pericoli della sottocapitalizzazione dell’economia italiana e fu sempre molto vigile nell’impedirne degenerazioni destabilizzanti. Nel momento della tempesta e della lotta di potere Cuccia seppe vincere, perché seppe fare quadrato attorno a questo “vincolo di sistema” trovando alleanze in vasti settori del potere politico e dell’opinione pubblica: la quale, ad un certo punto, dovette cogliere una qualche lungimiranza in questa visione proprio in concomitanza della grande crisi petrolifera del 1973-74: che non a caso è il periodo in cui il crollo del sistema Sindona diventa grave ed irrimediabile. Ma non tutto è negativo: l’esperienza Sindona sarà per la finanza italiana come il morbillo dell’età infantile: una patologia da cui comunque il “sistema” uscirà tutto sommato più robusto e solido di prima.

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