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Orsi e Tori, la Leggenda della Borsa-settima parte: Il “Gran Milàn” dei “cumènda” e dei “parvenu”

milanodi Giorgio Frabetti- Brusadelli, Riva, Virgilito, “l’Anna Bonomi” sono personaggi che hanno segnato un’epoca della finanza milanese tra gli anni ’20 e gli anni ’70: una finanza provinciale, mossa da interessi speculativi, talora rocamboleschi. Un mondo finanziario del tutto isolato dalle tenaci cordate internazionali saldamente in mano alle famiglie Hambro, Hazard, Rothschild (eccezion fatta per le ambizioni di Anna Bonomi), perennemente malvisto dai salotti buoni quali Comit e successivamente Mediobanca (che considerava tali personaggi alla stregua di hacker della Finanza), ma che tradiva il tenace radicamento provinciale e territoriale, specialmente per quel “sistema” tipicamente lombardo di fare finanza, incentrato più che sulle Banche, sul cumenda (Accomandatario, poi Commendatore), ossia sul ricco che mette a disposizione soldi e capitali per le imprese. Il Brusadelli, oscuro contabile di un cotonificio lombardo, è, insieme al Socio Giulio Riva, un tipico “pescecane” di quelli che si muovevano nel periodo turbolento del dopoguerra. Il Brusa (come viene chiamato nel “giro”) iniziò la sua fortuna nel 1919, quando diventa il fornitore, quasi monopolista, delle camice nere, grazie all’amicizia personale con Mussolini, che gli procurerà la possibilità di condurre una prima scalata alle azioni del Cotonificio Dall’Acqua, che manderà su tutte le furie il Capo della Comit Giuseppe Toepliz. Una scalata che procurerà per molti anni al Brusadelli la fama di arbitro incontrastato dei titoli tessili, nella Piazza Affari di Milano, nonché l’amicizia in affari dell’altro celebre socio, Giulio Riva. Uomo di pochi scrupoli, sposato con la figlia del Senatore del Regno Felice Gaio Lampugnani (un “cesso” terrificante, dirà lui, ma dalla dote ricchissima), il Riva fece incetta di commesse per la Guerra di Etiopia e di Spagna, ma senza mai essere però integrato nel giro esclusivo della finanza milanese. Nonostante riesca a scalare consistenti pacchetti della SNIA Viscosa di Franco Marinotti, della Chatillon e della Edison, la Finanza dei “salotti buoni” gli chiuderà sempre le porte: Mattioli rifiuterà sempre di ricevere “quello stradino ignorante”. Nel periodo bellico, da vero “pescecane” acquisterà a prezzi stracciati terreni e stabili devastati dai bombardamenti, come quelli di Corso Vittorio Emanuele II, oltre ad accaparrarsi le forniture di cotone, filati, semilavorati, tessuti. Si mosse in tempo il Riva fin dal 1940, grazie alle confidenze di Roberto Farinacci, quando nessun industriale riteneva la guerra lunga, riuscendo così a spuntare un rilevante vantaggio competitivo. Presto tra il Brusa e il Riva scoppia la rivalità, per motivi strategici e personali. Il Brusa ritiene che il tessile sia un settore destinato al declino, una volta che sarà finita la guerra e disapprova la tendenza del Socio a non diversificare gli investimenti (clamoroso il contratto da 16 milioni di dollari stipulato con Peron e che lo porterà a sfidare Mattioli con una nuova stagione di scalate). Pietra dello scandalo, il cotonificio Dall’Acqua, che nel giugno 1948 è oggetto di separate rivendicazioni e che sarà alla base di una controversa giudiziaria che si trascinerà per anni, arricchendo le cronache mondane e rosa del secondo dopoguerra, per il piccante e torbido triangolo tra il Brusa, sua moglie e il Riva. Se Riva e Brusadelli non riusciranno mai a farsi ben volere dal Gotha Comit di Mattioli e soci (anche per i loro modi grossolani), nell’impresa riuscirà Anna Bonomi, una delle figure più singolari della Milano finanziaria tra i due dopoguerra. Nata da una portinaia dello stabile di Corso Indipendenza 23 di Milano, la giovane Anna riuscirà a farsi riconoscere come figlia naturale del proprietario dello stabile, Carlo Bonomi, senior, scapolo, titolare dell’impresa Edile Fratelli Bonomi che fabbricò case in ogni quartiere di Milano. Immobili ed edilizia, infatti, saranno il trampolino di lancio della Ns. Anna che, nel 1940, alla morte del papà erediterà 154 palazzi, una dozzina di società di costruzione, terreni edificabili e agricoli, spuntandola sulle pretese giudiziarie della famiglia Bonomi grazie ai buoni uffici di Roberto Farinacci, che siederà nel collegio di difesa di Anna. Nonostante con la fortuna accumulata potesse vivere di rendita, Anna si getta nell’avventura imprenditoriale con la Beni Immobili Italia, società edile di dimensioni mondiali, fabbricando il Pirellone di Milano, una catena di alberghi di Acapulco, il quartiere residenziale Milano San Felice (che sarà preso a modello da Silvio Berlusconi per Milano 2), i’impresa Postalmarket, per arrivare a sfidare (suprema hubris) la scalata in Borsa del Corriere della Sera di Crespi, per riportarlo ad un indirizzo meno pro-comunista. Per qualche decennio, nel secondo dopoguerra, il suo salotto sarà frequentato dai personaggi più illustri del momento: da Giorgio Almirante (cui la Ns. non lesinerà finanziamenti), a Cesare Merzagora (che per un attimo parve “l’uomo forte” della borghesia liberale milanese), ma senza disprezzare i rapporti con la sinistra radical chic milanese, che specie verso il 1968-69 non guastavano (incontrando Giancarlo Galli l’Autore del libro, la Ns. avrà ad apostrofare come “stronzate” ogni illusione di coerenza ideale dei politici). Ricchissima, poi, la rete filantropica costruita (emula di un Rockfeller) con il beneplacito della Curia Milanese; una dedizione alla causa cattolica che sarà premiata dal Pontefice Paolo VI, con una speciale benedizione al secondo matrimonio, celebrato in Chiesa grazie al provvidenziale intervento della Sacra Rota. Quando il grande amico e protettore Raffaele Mattioli morirà, nessuno perdonerà all’ “Anna dei Miracoli” i legami con il finanziere Michele Sindona, coltivati grazie alla aderenze della Sig.ra con la Curia Milanese la quale, prima di diventare Papa Paolo VI, il cardinale Giovanni Battista Montini aveva chiesto la consulenza del banchiere siciliano. La fama di “finanziatrice occulta” della cordata nemica di Cuccia e soci porterà all’arresto del figlio Carlo nel 1978, insieme a Roberto Calvi, nel quale Anna vedrà per sé stessa un messaggio intimidatorio e punitivo. Dopo l’arresto del figlio, si ritirerà a vivere di rendita. Il figlio godrà, fino alla metà degli anni ’80, di un’effimera fortuna. Ancora più oscure le manovre di un altro outsider della Finanza Italiana, il siciliano Virgilito. Originario di Paternò, già piccolo imprenditore edile nel 1926 (precocemente fallito nel 1928), dopo aver collezionato una serie di denunce per svariati reati (truffa, appropriazione indebita etc.), negli anni ’40, in poco tempo balzò agli onori delle cronache come uno degli uomini più ricchi d’Italia, grazie alla riuscita scalata all’Azienda lombarda Lanerossi capitale sociale 11 miliardi e diecimila dipendenti. Il segreto del Virgilito stava nel “contante”, che gli consentiva di presentarsi in Piazza Affari con acquisti iniziali; successivamente, con le “vendite a riporto”, il Ns. riusciva a finanziare le proprie scalate dalle banche, offrendo in garanzia del prestito i titoli acquistati inizialmente. Sull’uomo scoppiarono le più svariate leggende, prima fra tutte il riciclaggio, ma certo due circostanze hanno indubbiamente favorito il Ns.: il cugino Carmelo, già coimputato in un processo, risulterà negli elenchi dei confidenti OVRA, e l’ausilio dell’omonimo e coetaneo Michelangelo, avvocato, che l’affarista farà proprio prestanome, facendolo comparire nei Consigli d’Amministrazione delle Aziende scalate, e mantenendo così sui propri affari una longa manus, anche durante i fallimenti e i processi in corso. Anche Virgilito come Riva, durante la guerra, fa incetta a basso prezzo di aree e stabili, che si trasformeranno in un copioso bene rifugio per il dopoguerra. Finita la guerrà diverrà proprietario di una serie di locali quali l’Excelsior, il Corallo, il Corso, l’Hotel Ambasciatori. Il Ns., però, si brucerà le ali, quando diventerà (insieme a Riva e Brusadelli) uno dei finanziatori della scalata alla Pirelli da parte della CEAT di Virginio Tedeschi, che porterà il Ns. a mettere insieme 700.000 titoli Pirelli. Nonostante la disponibilità liquide, la scalata fu vanificata da Pirelli, grazie essenzialmente alla solidità di alleanze, incroci societari che Pirelli era riuscita ad intessere anche grazie alla felpata, ma accorta regìa di Mediobanca e di Enrico Cuccia. Come dicevamo in apertura, questi individui arricchiranno la marea dei “vinti” che il “sistema Cuccia” (succeduto di fatto all’egemonia finanziaria di Mattioli) provocherà nel secondo dopoguerra. Un sistema cui qualcuno (Bonomi) cercherà di resistere e di sfidare (di qui, la controversa alleanza con Sindona, Calvi e la cd “finanza cattolica” su cui diremo), restandone però inesorabilmente sconfitto. Nessuno di questi riuscì a “fare il salto” e ad andare veramente oltre il target provinciale di partenza: così, la sorte di questi personaggi, fu quella di restare i soliti Cumenda di provincia, senza poter accedere ai “grandi giochi” della finanza.

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