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Orsi e tori, la Leggenda della Borsa-sesta parte: Comit e FIAT agli albori della Borsa italiana

agnellidi Giorgio Frabetti- Spiegando una delle principali storture del sistema economico italiano, Giancarlo Galli nella sua Fabbrica dei Soldi spiega: “Le banche … puntano sulle industrie privilegiando non lo sviluppo produttivo, ma la massimizzazione degli utili finanziari, che discendono spesso dalle speculazioni borsistiche. A loro volta, gli industriali, timorosi del rischio capitalistico, preferiscono la sudditanza al mare aperto, per non dover rendere conto del proprio operato alla massa di azionisti. Atteggiamento perverso che, con l’andare degli anni, si trasforma in devianza culturale: la pratica dei bilanci oscuri, dei Consigli d’Amministrazione di comodo, dei collegi sindacali compiacenti. Poche società ambiscono alla Borsa. Lo vediamo anche nelle piccole medie imprese che preferiscono farsi strangolare dalle Banche piuttosto che rinunciare alla sistematica evasione fiscale che rende i loro bilanci monumenti di falsità”. In queste parole del giornalista milanese, è delineata leggenda dell’ “eccezione della Borsa italiana”, più propensa a “comparaggi” finanziari con Banche e “salotto buono” che al sano investimento azionario: una caratteristica che Galli rinviene nella Borsa e nella Finanza italiana da Napoleone in poi. Un’opinione, questa, che va molto ridimensionata in relazione alle vicende odierne della Finanza mondiale, dove appaiono più i punti di somiglianza con certi difetti ritenuti tipicamente italiani che di dissomiglianza, come vedremo, ma che è certo molto vera nel descrivere i principali eventi della finanza italiana ai suoi albori. Dopo gli inizi stentati al tempo di Napoleone e dopo gli entusiasmi e le speranze di sviluppo sorte a seguito dell’Esposizione Industriale del 1871, della Fondazione della Ditta Pirelli da parte dell’omonimo Ingegnere, lo sviluppo della Borsa milanese segnerà un proprio primato sulle altre piccole borse italiane a partire dal 1884-95, per arrivare a 200 titoli nel 1910 e a 293 nel 1920. E’ il “decollo industriale italiano” a far partire la borsa. Lo sviluppo della Borsa Italiana, però, resta fortemente segnato dall’influenza che nel sistema finanziario eserciterà l’èlite politico-bancaria-industriale che si raccoglierà intorno a Otto Joel, Federico Weil (ebrei di nazionalità italiana), Giuseppe Toepliz (loro cugino), che negli anni ’90 del XIX Secolo fonderanno la Banca Commerciale Italiana. La banca, grazie anche al decisivo appoggio politico decisivo di Giovanni Giolitti, svolgerà un ruolo di primo piano nel decollo industriale a cavallo di XIX e XX Secolo. Sentiamo come Giancarlo Galli descrive questa super-èlite finanziaria italiana: “Trattasi di personalità eccezionali anche nei risvolti umani –dirà il giornalista –nei quali non è difficile rinvenire, e vigorosi, i tratti tipici dei veri finanzieri: lo spirito di avventura, l’audacia intellettuale, una cultura superiore e disincantata. Poi, le magiche relazioni e il senso di superiorità verso la classe politica, convinti come sono che i politici passano, i sistemi costituzionali mutano, i finanzieri restano”. Demiurghi in un paese dal capitalismo assolutamente anomalo. Secondo Galli, questa anomalia risiede nel sostanziale disprezzo della Borsa. “Toepliz la manipolò a esclusivo vantaggio di una Comit che, in un incestuoso connubio Banca-Industria, provocò la fine della stagione liberista, favorendo, sotto il fascismo, l’intervento dello Stato nei gangli dell’economia. Mattioli ebbe per la Borsa un disprezzo filosofico: i risparmiatori avrebbero dovuto accontentarsi di sottoscrivere i titoli statali o le obbligazioni dei privati, perché i finanziamenti alle imprese sarebbero non dovevano passare dal mercato, ma dalle banche”. Ma anche una visione della Finanza ambigua, funzionale a garantire la sopravvivenza dei “soliti noti”, ovvero degli imprenditori amici che navigavano nel loro circuito. Esempio preclaro la vicenda del Senatore Giovanni Agnelli e della nascita della FIAT, dove il sistema Comit fu determinante. La Società Torinese entrò nel listino di Milano il 08 marzo 1906, in concomitanza con un aumento di capitale di 09 milioni euforicamente accolto dalla borghesia torinese, che vi scorse prospettive fondate di lucrosi guadagni. Si impenna così la corsa all’acquisto, ma presto ci si accorge che qualcosa non va. Se infatti a luglio ogni azione di 100 lire è scambiata per 1.885, ad agosto il titolo precipita a 715 e continuerà a regredire fino a precipitare ad un minimo di 40. Un calo che se pure è concomitante con una mini-recessione momentanea è evidentemente il frutto di una strategia ribassista. Chi manovra è Giovanni Agnelli senior, Segretario del Consiglio di Amministrazione della Società che punta al ribasso, non lesinando la strategia più “bassa” come vendere allo scoperto, in pieno anonimato, con lo scopo di generare il panico. Una strategia sostenuta dalle “banche amiche” Comit e Credit e che gli consentirà di raccogliere “con poca spesa” i cocci, trasformandosi nel padrone della FIAT. Un modus procedendi assolutamente discutibile e che non a caso generò mille contestazioni, e finanche processi, ma che fu reso possibile dalla compiacenza  del sistema politico-bancario-affaristico creatosi attorno a Comit. Grandi protettori politici dell’operazione, Giovanni Giolitti (Presidente del Consiglio) e Vittorio Emanuele Orlando (Ministro della Giustizia). A favore di Agnelli-senior del resto Giolitti conierà il celebre aforisma: “Le leggi con i nemici si applicano, con gli amici si interpretano”. Ma in simili operazioni di manipolazione borsistica, FIAT, forte della “cordata” Comit, incorrerà ancora, anche finita l’èra giolittiana e subentrato il regime fascista: nel 1932, inizierà, infatti, una spregiudicata consuetudine di vendita e successiva ricompera da parte della FIAT di titoli della propria società. Come ha spiegato del resto anche Aldo Revelli: “la consuetudine della casa è di comprare quando le ricorrenti crisi aziendali sono al culmine e rivendere in seguito dopo la ripresa”. L’analista scriveva nel 1994 e portava l’esempio anche di operazioni per allora recenti: “Nel recente passato –prosegue, infatti, Revelli, [i vertici FIAT] hanno cominciato a vendere quando il titolo è andato sopra le 10.000 lire e hanno continuato a farlo sino a 17.000”. Un modo di agire che aggravò la dipendenza Politica-Banche-Industria, di cui le recenti vicende Cirio e Parmalat costituiscono non incoraggiante seguito. La vicenda FIAT, comunque, è solo l’inizio di una lunga serie di vicende: alle manovre opache del “salotto buono” di Mattioli-Toepliz seguirà la controversa nazionalizzazione IRI del sistema Comit (che vedrà Alberto Beneduce tra i protagonisti) fino ad arrivare alla Fondazione di Mediobanca e del lungo Impero Cuccia che segnerà un cinquantennio di storia finanziaria italiana.

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